Quei cani di statali

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Quando sembra si sia toccato il fondo del barile, c’è sempre spazio per un lampo di genio. E si comincia a scavare. È il caso della trovata di Alberto Forchielli, noto imprenditore ed esperto di economia e di affari internazionali, spesso ospite di trasmissioni radiofoniche e televisive. Nella puntata di “24 mattino” del 7 febbraio, seguitissimo appuntamento mattutino di Radio 24 condotto da Alessandro Milan, ha proposto la sua personalissima ricetta contro l’assenteismo degli statali: “Ho io la soluzione contro l’assenteismo. Gli statali andrebbero microchippati come i cani“. Nulla di nuovo sotto il sole, potrebbe sembrare. Basta farsi un giro in tv o sui social media per vedere quale sia da tempo il clima ed il comune sentire contro i dipendenti pubblici. Non sono critiche che piovono dal cielo, beninteso, ma reazioni di pancia alle storture che le nostre pubbliche amministrazioni presentano, al pari di tutte le burocrazie pubbliche del pianeta. Inutile, purtroppo, attendersi un ragionamento di sistema: il randello, per di più brandito da coloro che potremmo definire degli influencer, solletica i più. Non val la pena, per non imbarcarsi in un reciproco annoiarsi, rientrare per l’ennesima volta nel merito di come possano o meno presentarsi e interpretare i dati sulle assenze o nella inutile dicotomia pubblico/privato. E neppure osservare – mestamente – che la diffusa frustrazione dei leoni da tastiera porta al paradosso che la massima felicità corrisponda al fatto che tutti i lavoratori debbano star peggio: il dipendente pubblico è naturalmente, per definizione, un privilegiato. Ora, se il punto è dare un taglio all’odioso fenomeno dei rubagalline che timbrano e vanno al bar, basta mettere dei tornelli in luogo delle macchinette a muro: i furbetti spariranno. Problema risolto. Altra questione è far sì che il dipendente presente alla scrivania lavori. Come? Qualcuno, grazie alla epocale riforma di turno, se ne occuperà. Se si sostiene, invece, che gli assenteisti truffatori sono tanto più insopportabili perché pagati con denaro pubblico, si deve concordare al 100% ed aggiungere che vanno mandati a casa senza perder tempo. Senza illudersi, però, che tagliando teste aumenterà magicamente l’efficienza della macchina pubblica. Aldilà delle solite, noiosissime questioni, il punto che più dovrebbe interessare, tuttavia, è che non si trovi preoccupante l’avvenuto sdoganamento di certi linguaggi verso una parte di cittadine e cittadini Italiani che, nella stragrande maggioranza, fanno il loro lavoro con coscienza, né più né meno degli altri Italiani dipendenti privati che lavorano nelle banche, nelle compagnie telefoniche, nei diversi settori dell’industria. Far passare senza ribattere che ai lavoratori pubblici vada impiantato un microchip, come ad un cane, non può essere visto solo come una – grottesca – provocazione. Dileggiare e, soprattutto, disumanizzare le persone, ridotte al rango di animali, insinuando che una intera categoria sia, per il sol fatto di operare nel pubblico, colpevole è un approccio degno del miglior regime orwelliano. Siamo, si direbbe, in piena post-verità. La vicenda, anzi, al pari delle tante altre che costellano il dibattito pubblico ed in rete su questi temi, ricade appieno nella categoria ormai nota dell’hate speech, delle affermazioni che, implicitamente o esplicitamente, incitano all’odio. Il famoso “popolo della rete” ama far polpette di chiunque, e gli “statali“ (ma chi sono, poi, questi statali?) sono un boccone ghiotto. Va pretesa, però, la dovuta responsabilità da parte di chi abbia l’opportunità ed il privilegio di rivolgersi al grande pubblico. Altrimenti è un tutti contro tutti che mina alle basi il tessuto civile del Paese: burocrati lassisti contro politici ladri, contro giornalisti venduti, contro imprenditori che lavorano col nero. Ecco, giocare al massacro fa indignare, anche se non sembra più di moda. A volte, tuttavia, ci si riesce ancora. Ci si deve riuscire.

Pubblicato su Linkiesta 

Aggiornamento dell’8 febbraio: dopo la pubblicazione del post, caso vuole che su “Il Messaggero” appaia un articolo che apre come segue: “In Belgio l’era dei furbetti da cartellino si avvia al tramonto. Otto dipendenti di una società hanno accettato di farsi impiantare un chip elettronico: ha le dimensioni di un chicco di riso e alloggia comodamente nella mano. I nuovi minotauri aziendali, metà uomo e metà badge, adesso posso “timbrare” e accedere ai loro computer senza l’ausilio di tessere o pennette“. Caro Big Brother, benvenuto.

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