La PA e la riforma al contrario: che barba, che noia

Si riparte: il giorno di San Valentino è stato portato in Consiglio dei Ministri un disegno di legge delega al Governo per il miglioramento della pubblica amministrazione. I temi oggetto della delega, che investono in gran parte il ruolo e le funzioni della dirigenza pubblica (un sempreverde dell’azione riformatrice di ogni Governo), sono molti e rilevanti, e il testo del ddl, quando disponibile, meriterà un attento studio. Tra i diversi punti annunciati dal Ministro Bongiorno, tuttavia, uno appare sin d’ora di particolare rilevanza: “È importante riuscire a garantire una presenza maggiore dei dirigenti negli uffici”, ha spiegato il Ministro, osservando che “attualmente non è necessaria neppure una certa presenza: una cosa che deve essere rivista”. Qualcuno potrebbe osservare che la reprimenda sulla scarsa presenza dei dirigenti negli uffici sia ingenerosa, perlomeno alla luce delle diverse ricerche che mostrano che i manager Italiani abbiano, al contrario, la pessima abitudine di restare in ufficio assai più degli omologhi dei paesi del nord Europa, la cui performance amministrativa non pare essere oggetto di particolari critiche. E ci si potrebbe chiedere quali siano i dati da cui il Ministro abbia dedotto che i dirigenti pubblici si trattengano poche ore in ufficio. Ma la questione rileva sotto altri, ben più importanti aspetti.

La denuncia del Ministro, che intende rivedere la disciplina dell’orario di servizio dei dirigenti pubblici (i quali, en passant, non hanno un orario ma, per contratto, gestiscono il proprio tempo e il organizzano il proprio lavoro), appare totalmente in controtempo rispetto alla direzione verso cui la riflessione internazionale sull’organizzazione del lavoro pare muoversi. Proviamo a spiegare. Praticamente ovunque si discute di come conciliare, per i lavoratori, le esigenze familiari e della vita privata e quelle della propria professione, riconoscendo che le ore da dedicare alla sfera personale non solo sono importanti in quanto tali, ma costituiscono la premessa per una maggiore resa ed efficienza sul posto di lavoro. E non basta. Persino nella nostra arrugginita macchina pubblica si stanno moltiplicando le esperienze di smartworking, o lavoro agile, che tenta di dar corpo – lentamente, con fatica, per tentativi – a modalità di lavoro che prescindano dalla presenza fisica negli uffici, grazie all’utilizzo delle tecnologie informatiche di cui tutti facciamo uso e abuso ogni giorno. Lavorare in remoto, magari accedendo alle informazioni contenute nel cloud dell’amministrazione, è oggi alla portata di chiunque e consente, oltre a evidenti vantaggi in materia di conciliazione, risparmi in termini di tempo e di abbattimento di agenti inquinanti non dovendo recarsi sul luogo di lavoro. Eppure, mentre il settore privato là fuori corre in direzioni nuove, premiando creatività e apporto del singolo, sostenendo operatività che prescindano dallo spazio fisico delle quattro mura, il dibattito in Italia si avvita sulle impronte digitali per certificare la presenza e sulle ore di permanenza del dirigente in ufficio. Si battezza, insomma, quello che potremmo definire il dogma del neo-tornellismo. Non si riesce a lasciare alle spalle, nelle teste del decisore politico, la foto ingiallita della macchina pubblica sul modello di “Tempi moderni” di Chaplin: fordiana, alienante, in grisaglie, in cui il civil servant è una sorta di robottino la cui funzione è pigiare un tasto, senza porsi il problema per il quale un essere umano, pure in ceppi davanti a pile di faldoni, troverà sempre e comunque il modo di essere perfettamente inefficiente.

E ancora: il peccato originale del neo-tornellismo è quello di non comprendere, dulcis in fundo, che l’attività di un dirigente pubblico è, di per sé stessa, agile. Il compito del manager pubblico (in questo simile a quello del settore privato) è di gestire in maniera intelligente risorse umane, finanziare e strumentali e tentare di produrre un risultato. E questo solo in parte ha a che fare con la presenza fisica. Intendiamoci: il contatto ed il confronto con i propri collaboratori sono elementi essenziali per costruire spirito di squadra e starà ad ogni dirigente gestire, con il proprio personale stile di leadership, la struttura assegnata. Ma immaginare che per far questo lo si debba inchiavardare alla scrivania è lunare. La sfida è, in molti casi, l’esatto contrario: spingere la dirigenza ad abbandonare quelle scrivanie e confrontarsi di più col mondo esterno e con i tanti, tantissimi stakeholder che, tutti, vogliono qualcosa dalla pubblica amministrazione. La prima, vera riforma da fare è quella di liberarsi degli stereotipi che annebbiano la vista di chi, invece, dovrebbe vedere da qui a venti o trenta anni e immaginare come sarà la PA di domani. Tutti bravi dirigenti? No, affatto. Ci sono cattivi dirigenti come ci sono cattivi politici o cattivi imprenditori. Ma finché la riformite della politica Italiana sarà venata di un intento punitivo e non di accompagnamento e guida al cambiamento, non usciremo da un solco oramai da anni battuto da tutte le forze politiche. Che barba che noia, che noia che barba, Signora Ministro.

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La rotazione del cambiamento

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È stato annunciato sul sito del Ministero dello sviluppo economico che ben dieci direttori generali, dirigenti apicali a capo di strutture complesse e che coordinano altri dirigenti, sono stati “ruotati”. Per i non addetti ai lavori: nessuno dei direttori è stato confermato nella sua precedente posizione ma indirizzato al vertice di un’altra direzione generale, con un ingente giro di valzer che ha interessato i 2/3 delle strutture interne di uno dei ministeri più importanti dell’amministrazione centrale in Italia. Nel comunicato si legge che lo stesso Ministro ha preso la decisione “in nome di un cambiamento radicale nella gestione amministrativa e nell’azione del Ministero, al fine di assicurare un cambiamento anche nelle prassi” e che “entro giugno si procederà alla riorganizzazione totale del Ministero dello Sviluppo Economico, che prevederà anche l’accorpamento di alcune direzioni con risparmi per le casse dello Stato”. È facile comprendere che l’episodio colpisca poco l’immaginario dei media e delle opinioni pubbliche e che, al massimo, possa incontrare il favore di chi auspica, più che legittimamente, un rinnovamento nella PA e un risparmio nella spesa pubblica. Tuttavia, alcuni aspetti meritano di essere chiariti.

L’intenzione annunciata della rotazione è quella di introdurre un cambio radicale (quindi una vera e propria rivoluzione, sino alle radici) nella gestione del ministero e nelle prassi: si dedurrebbe, dunque, che la radicalità del cambiamento derivi da una attenta analisi che lo staff del Ministro ha condotto negli ultimi mesi, verificando che la gestione amministrativa, l’azione del ministero nel suo complesso e le prassi in essere non fossero efficienti ed efficaci alla luce degli obiettivi assegnati e al piano della performance del dicastero. In questo caso, i singoli direttori non avrebbero dimostrato, almeno nel periodo in cui il Governo è stato in carica da giugno a dicembre 2018, di essere sufficientemente in grado di gestire le questioni di loro competenza. Ebbene, se così fosse, occorre ricordare che il Ministro ha in mano una formidabile arma: quella della valutazione. Egli ben può, nell’apprezzare – con l’ausilio dell’Organismo Indipendente di Valutazione – la prestazione del singolo direttore generale per l’anno di riferimento, operare una valutazione negativa del suo operato, tramite una verifica legata alla “qualità del contributo assicurato alla performance generale della struttura, alle competenze professionali e manageriali dimostrate, nonché ai comportamenti organizzativi richiesti per il più efficace svolgimento delle funzioni assegnate” (art. 9, co.1, lett. c della legge 150 del 2009).

Va effettuata, in altre parole, una verifica di chi ha fatto cosa e, conseguentemente, valutare positivamente o negativamente la condotta del dirigente durante l’anno. Perché delle due, l’una: o il dirigente dottor o dottoressa Rossi ha fatto bene, e allora può essere confermato, previo interpello, nel posto richiesto; oppure ha gestito male e si applicano le tante, diverse sanzioni previste, inclusa “l’impossibilità di rinnovo dello stesso incarico dirigenziale” (art. 21, co. 1, del decreto legislativo n. 165 del 2001). Si dirà: la rotazione, indipendentemente dalla prestazione del dirigente, è istituto comunque salutare per evitare che ci si fossilizzi in una posizione per lungo tempo. È vero: ma la rotazione trova ragione nel contrasto al fenomeno della corruzione nella PA ed è regolata da norme specifiche, basandosi sulla attenta misurazione del rischio corruzione di ogni singolo ufficio. Sarebbe quindi auspicabile che si chiarisca se lo spostamento di ben 10 direttori sia dovuto a valutazioni non positive, a contrastare il rischio di corruzione o ad altro e su cosa si basi, concretamente, la necessità e l’urgenza di un cambiamento radicale nella gestione amministrativa e nelle prassi. Senza infingimenti: la questione non investe la capacità propria di ciascun dirigente. Tra costoro possono esserci bravi o meno bravi, adatti o meno adatti, come in ogni organizzazione complessa. Occorrerebbe, a tale proposito, esercitare con maggior coerenza e coraggio la delicata arte della valutazione, a tutti i livelli: le regole vanno applicate proprio per un razionale discernimento di chi meriti o meno e, soprattutto, per accompagnare il cambiamento organizzativo.

La seconda questione investe, invece, l’annunciato risparmio derivante da futuri accorpamenti di strutture dirigenziali. Chiariamo: ogni dicastero si articola in direzioni che trattano questioni specifiche, gestite poi, spacchettate, dai singoli uffici coordinati da dirigenti. Non sono disegni immutabili, naturalmente: cambiano le priorità, i bisogni, le esigenze e, come spesso accade, uffici, direzioni e dipartimenti – financo ministeri – vengono spostati, accorpati, eliminati o ingranditi a seconda della volontà politica del momento. Quello che è evidente, tuttavia, è che il processo di dimagrimento delle scrivanie, ormai strutturale, ha portato spesso ad un sovraccarico di funzioni che stressano gli uffici, talvolta costretti ad arronzare, dovendo fare i conti con vincoli di ricorse (umane e strumentali) e tempi sempre più ristretti. Grazie agli ormai famigerati tagli lineari, si è proceduto con l’accetta senza valutare con sguardo lungo a quali concrete esigenze di politica pubblica corrispondesse quell’ufficio o quel dipartimento. Annunciare, quindi, l’accorpamento di alcune direzioni (due? Tre? Quante?) deve far suonare il campanello d’allarme perché si proceda con una verifica attenta e puntuale di compiti, funzioni e relativi bisogni. Altrimenti lo sbandierato risparmio dello stipendio di un direttore cassato (magari solo pensionando) per ammassare più funzioni potrebbe, a cascata, ingarbugliare vieppiù l’operatività delle strutture e causare perdite per il sistema in termini di capacità di realizzare politiche a vantaggio dei cittadini: i celebri guadagni di Maria Carzetta, come ricordano, serafici, i romani.

L’apparato amministrativo è servente al Governo e, nel quadro delle disposizioni della Costituzione e della legge, ha il compito di dar corpo alle politiche dell’Esecutivo: non ci piove. E i problemi che affliggono la nostra macchina pubblica sono tanti e assai seri: repetita iuvantQuelle politiche, tuttavia, camminano grazie alle gambe della macchina pubblica, per il cui miglioramento la politica ha in mano leve efficaci: se l’intento, nel solco di un’abitudine oramai consolidata, è meramente punitivo e propagandistico, si farà poca strada e i risultati saranno scarsi, se non negativi. Il Paese non se lo merita.

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Lo scrutinio del Consiglio d’Europa: ecco perché serve all’Italia

Members of the Parliamentary Assembly of the Council of Europe take part in a debate on the functioning of democratic institutions in Turkey, in Strasbourg

Hanno fatto capolino sui media gli esiti del periodico monitoraggio che l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa di Strasburgo, organizzazione governativa che associa 47 paesi del continente, ha concluso sull’Italia. Il rapporto, curato dall’inglese conservatore Sir Roger Gale, riconosce che l’Italia sta rispettando, in via generale, le obbligazioni assunte verso il Consiglio, ma esprime una serie di raccomandazioni su alcuni punti critici, fra i quali, in particolare, il rispetto per gli standard umanitari per i migranti (il fenomeno migratorio colpisce in modo sproporzionato l’Italia, precisa il rapporto) e l’aumento dei discorsi d’odio (il cosiddetto hate speech) nel dibattito pubblico, con particolare riferimento a toni razzisti, xenofobici e anti LGBTI presenti anche nel discorso politico. Non si intende, al proposito, entrare nel merito dell’esercizio: l’Assemblea è organo eminentemente politico ed è comprensibile che le valutazioni espresse possano suscitare reazioni diverse, financo contrastanti. Alla luce delle aspre polemiche che sono seguite alla diffusione del rapporto, vanno, tuttavia, evidenziati alcuni aspetti che, sperabilmente, possono contribuire a chiarire le cose a favore di un dibattito maggiormente informato.

Partiamo dalla missione del Consiglio d’Europa. Tutti gli Stati che fanno parte dell’organizzazione, creata nel 1949 e di carattere schiettamente intergovernativo (non va confusa con l’Unione Europea), aderiscono automaticamente ai tre pilastri che costituiscono la ragion d’essere della sua azione: diritti umani, democrazia, Stato di diritto. Il Consiglio, che in questi ultimi anni vive difficoltà finanziarie a causa di alcuni dissidi di natura politica da parte di taluni Stati membri, rappresenta oggi, nel panorama internazionale, la roccaforte dei valori avanzati europei (basti ricordare, ad esempio, che i Paesi membri rifiutano la pena di morte) ed è un’arena privilegiata per discutere del loro avanzamento, in particolar modo attraverso convenzioni e raccomandazioni che prevedono meccanismi di monitoraggio. Si tratta, insomma, di un club con regole molto chiare a cui liberamente gli Stati aderiscono: tuttavia, tale adesione comporta obblighi che vanno rispettati e che tutti i membri sono tenuti ad adempiere.

Attenzione va riservata, poi, ai dati presentati nel rapporto e che costituiscono motivo di preoccupazione da parte dell’Assemblea. Si cita, ad esempio, l’OSCAD, l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri, che ha ricevuto, nel periodo preso in considerazione, circa 1200 segnalazioni di discorsi d’odio. Si ricorda, inoltre che, secondo l’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, le forze dell’ordine hanno registrato nel 2016 circa 800 atti d’odio (286 di matrice razzista, 204 contro persone con disabilità, 52 avverso Rom e Sinti e 38 sulla base dell’orientamento sessuale delle vittime). Se a questo si aggiunge la quotidiana presenza di casi assimilabili sui media Italiani, diventa assai difficile non prendere in seria considerazione l’emergere ed il consolidarsi di un clima di intolleranza che deve destare serissime preoccupazioni. Per quel che riguarda l’attuale politica Italiana circa il fenomeno migratorio e il ruolo delle organizzazioni non governative, che sta alimentando un rilevantissimo dibattito nel Paese, il rapporteur chiede all’Italia, nelle sue raccomandazioni finali, di assicurare che le norme in materia di migranti e rifugiati rispettino gli obblighi europei ed internazionali e garantiscano il rispetto delle libertà fondamentali: starà, dunque, al nostro Paese, agire di conseguenza e, ove opportuno, far valere le proprie ragioni in una discussione di natura politica in sede internazionale.

Queste poche precisazioni sono utili per rammentare come l’attività condotta dal Consiglio d’Europa, così come da parte delle altre organizzazioni internazionali e regionali di cui l’Italia fa parte, rappresenti una fondamentale occasione di approfondimento e confronto, sia interno che esterno. Da questo punto di vista, ha davvero poco senso mettere all’indice processi e posizioni che sono parte integrante dei meccanismi propri di tali organizzazioni e che, pur nella normale dialettica di natura politica che ne costituisce la base, poggiano su valori che non possono non essere considerati imprescindibili. Valori che, val la pena ricordarlo, sono scolpiti nella nostra Costituzione e che, dall’interazione con le realtà sovranazionali, possono trarre ulteriore vigore. Le organizzazioni internazionali non sono le detentrici delle Tavole della Legge, beninteso. E non è un mistero che l’interazione politica a livello internazionale è affare complesso che si snoda in un gioco di incastri ed equilibri che sfuggono ai non addetti ai lavori. Guai, tuttavia, a minare le basi dei valori supremi della civiltà europea perché quel tal giudizio espresso o quella posizione approvata semplicemente perché appaiono pregiudizievoli circa l’azione del governo pro-tempore, qualunque sia l’orientamento politico espresso. Uno Stato farà valere le proprie ragioni nelle sedi adeguate, lavorando con i propri rappresentanti all’interno di processi e percorsi condivisi per contestare o modificare le determinazioni che ritiene poco rispondenti ai fatti. Quando sono in gioco diritti umani, democrazia e Stato di diritto, non serve replicare a muso duro per dar prova di orgoglio nazionale o per un pur legittimo calcolo elettorale: il doppio rischio è quello di impoverire il dibattito pubblico e, prospettiva certo peggiore, svilire e depotenziare quei valori che occorre difendere giorno per giorno e che sarebbe un grave errore considerare come garantiti.

Pubblicato su Linkiesta

Il lupo nero perde il pelo, ma non il vizio

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Ci risiamo. Dopo l’occupazione delle spiagge di Ostia lo scorso agosto, quando una ventina di militanti di Casa Pound, guidati dal consigliere del X Municipio di Roma, Luca Marsella, avevano senza alcun titolo allontanato i venditori ambulanti, l’ormai celebre pattuglia in pettorina rossa si sposta alla stazione del trenino di Ostia Lido Centro, una zona, sostengono i “tartarugati”, ostaggio dei migranti. Traduco: appartenenti a una formazione politica che si ispira dichiaratamente a principi e valori riconducibili al fascismo sono liberi di girare in formazione paramilitare per allontanare, identificare o bloccare migranti sul territorio della Capitale d’Italia. Per di più, tali azioni avvengono alla luce del sole, liberamente diffuse – anzi, rivendicate – attraverso i social network, senza farsi mancare il solito frasario su benpensanti, buonisti e radical-chic della sinistra. No, nessun pericolo di nuovo avvento di un regime di stampo fascista in Italia: la democrazia del nostro Paese, benché giovane, possiede sufficienti anticorpi nelle Istituzioni, nella politica, nella società civile e nelle forze dell’ordine per non preoccuparci di un pericolo del genere. E a ciò contribuisce anche la storia dell’integrazione europea nel nostro continente che, fra tante difficoltà, ha garantito e dato forza al consolidamento dei principi democratici. La sfrontatezza di quanto accaduto a Ostia, tuttavia, ben esemplifica il fatto che, a fronte di un florilegio di piccoli e grandi episodi di intolleranza e di violenza, peraltro caratterizzata dall’armamentario verbale e simbolico fascista e neo-fascista, si stia verificando un allentamento dell’attenzione sociale su tali eventi. Il tutto, non va dimenticato, accompagnato da uno sdoganamento del linguaggio in rete che alimenta e allo stesso tempo trae linfa da questi fenomeni. E se Eco aveva profeticamente ragione nell’identificare un nuovo diritto di parola “a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività”, in quanto “venivano subito messi a tacere”, sarebbe stato forse difficile immaginare, solo fino a pochi anni fa, la spinta fondamentale e la sponda che i social media hanno offerto e offrono a forze dichiaratamente antidemocratiche. Non bisogna, tuttavia, cessare di replicare, con le parole della ragione, e ricordare, a proposito degli exploit di Casa Pound – è bizzarro che si debbano reiterare tali elementari concetti –, che il monopolio della forza spetta alle forze dell’ordine e a loro soltanto. Lo Stato di diritto dispone che l’ordine pubblico sia esclusivo compito di coloro i quali hanno il titolo, il compito, i mezzi e l’addestramento per garantirlo, per ciò richiedendo che i cittadini versino le tasse necessarie, fra l’altro, a tale scopo. E ciò avviene in un sistema di regole, che vanno rispettate a dispetto di ogni propaganda o di chi alzi la voce più degli altri. Sono le basi della democrazia, senza le quali ci ritroverebbe in un inferno hobbesiano o in un far west dove l’unica legge è quella del più forte. Spetta in primo luogo alla politica difendere valori che, val la pena ripeterlo, dovrebbero essere patrimonio e parte integrante della cultura di ogni partito, indipendentemente dal colore e dall’orientamento, lungo tutto l’arco costituzionale: si tratta dell’accordo di massima, il patto fondamentale su cui deve reggersi la dinamica della politica, dei partiti, dei movimenti. I quali possono dividersi su tutto e in tutto, anche in maniera aspra: starà ai cittadini farsi una propria opinione e separate il grano dal loglio. Su una cosa, però, non possono dividersi: sui valori fondamentali della Carta costituzionale. Repetita iuvant. Forse.

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Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

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Care concittadine e cari concittadini,

siamo nel tempo dei social, in cui molti vivono connessi in rete e comunicano di continuo ciò che pensano e anche quel che fanno nella vita quotidiana.

Tempi e abitudini cambiano ma questo appuntamento – nato decenni fa con il primo Presidente, Luigi Einaudi – non è un rito formale. Mi assegna il compito di rivolgere, a tutti voi, gli auguri per il nuovo anno: è un appuntamento tradizionale, sempre attuale e, per me, graditissimo.

Permette di formulare, certo non un bilancio, ma qualche considerazione sull’anno trascorso. Mi consente di trasmettere quel che ho sentito e ricevuto in molte occasioni nel corso dell’anno da parte di tanti nostri concittadini, quasi dando in questo modo loro voce. E di farlo da qui, dal Quirinale, casa di tutti gli italiani.

Quel che ho ascoltato esprime, soprattutto, l’esigenza di sentirsi e di riconoscersi come una comunità di vita. La vicinanza e l’affetto che avverto sovente, li interpreto come il bisogno di unità, raffigurata da chi rappresenta la Repubblica che è il nostro comune destino.

Proprio su questo vorrei riflettere brevemente, insieme, nel momento in cui entriamo in un nuovo anno.

Sentirsi “comunità” significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri.

Significa “pensarsi” dentro un futuro comune, da costruire insieme. Significa responsabilità, perché ciascuno di noi è, in misura più o meno grande, protagonista del futuro del nostro Paese.

Vuol dire anche essere rispettosi gli uni degli altri. Vuol dire essere consapevoli degli elementi che ci uniscono e nel battersi, come è giusto, per le proprie idee rifiutare l’astio, l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità e timore.

So bene che alcuni diranno: questa è retorica dei buoni sentimenti, che la realtà è purtroppo un’altra; che vi sono tanti problemi e che bisogna pensare soprattutto alla sicurezza.

Certo, la sicurezza è condizione di un’esistenza serena.

Ma la sicurezza parte da qui: da un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del vivere comune.

La domanda di sicurezza è particolarmente forte in alcune aree del Paese, dove la prepotenza delle mafie si fa sentire più pesantemente. E in molte periferie urbane dove il degrado favorisce il diffondersi della criminalità.

Non sono ammissibili zone franche dove la legge non è osservata e si ha talvolta l’impressione di istituzioni inadeguate, con cittadini che si sentono soli e indifesi.

La vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza.

Sicurezza è anche lavoro, istruzione, più equa distribuzione delle opportunità per i giovani, attenzione per gli anziani, serenità per i pensionati dopo una vita di lavoro: tutto questo si realizza più facilmente superando i conflitti e sostenendosi l’un l’altro.

Qualche settimana fa a Torino alcuni bambini mi hanno consegnato la cittadinanza onoraria di un luogo immaginario, da loro definito Felicizia, per indicare l’amicizia come strada per la felicità.

Un sogno, forse una favola. Ma dobbiamo guardarci dal confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell’infanzia. Come se questi valori non fossero importanti nel mondo degli adulti.

In altre parole, non dobbiamo aver timore di manifestare buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società.

Sono i valori coltivati da chi svolge seriamente, giorno per giorno, il proprio dovere; quelli di chi si impegna volontariamente per aiutare gli altri in difficoltà.

Il nostro è un Paese ricco di solidarietà. Spesso la società civile è arrivata, con più efficacia e con più calore umano, in luoghi remoti non raggiunti dalle pubbliche istituzioni.

Ricordo gli incontri con chi, negli ospedali o nelle periferie e in tanti luoghi di solitudine e di sofferenza dona conforto e serenità.

I tanti volontari intervenuti nelle catastrofi naturali a fianco dei Corpi dello Stato.

È l’“Italia che ricuce” e che dà fiducia.

Così come fanno le realtà del Terzo Settore, del No profit che rappresentano una rete preziosa di solidarietà.

Si tratta di realtà che hanno ben chiara la pari dignità di ogni persona e che meritano maggiore sostegno da parte delle istituzioni, anche perché, sovente, suppliscono a lacune o a ritardi dello Stato negli interventi in aiuto dei più deboli, degli emarginati, di anziani soli, di famiglie in difficoltà, di senzatetto.

Anche per questo vanno evitate “tasse sulla bontà”.

È l’immagine dell’Italia positiva, che deve prevalere.

Il modello di vita dell’Italia non può essere – e non sarà mai – quello degli ultras violenti degli stadi di calcio, estremisti travestiti da tifosi.

Alimentano focolai di odio settario, di discriminazione, di teppismo.

Fenomeni che i pubblici poteri e le società di calcio hanno il dovere di contrastare e debellare.

Lo sport è un’altra cosa.

Esortare a una convivenza più serena non significa chiudere gli occhi davanti alle difficoltà che il nostro Paese ha di fronte.

Sappiamo di avere risorse importanti; e vi sono numerosi motivi che ci inducono ad affrontare con fiducia l’anno che verrà. Per essere all’altezza del compito dobbiamo andare incontro ai problemi con parole di verità, senza nasconderci carenze, condizionamenti, errori, approssimazioni.

Molte sono le questioni che dobbiamo risolvere. La mancanza di lavoro che si mantiene a livelli intollerabili. L’alto debito pubblico che penalizza lo Stato e i cittadini e pone una pesante ipoteca sul futuro dei giovani. La capacità competitiva del nostro sistema produttivo che si è ridotta, pur con risultati significativi di imprese e di settori avanzati. Le carenze e il deterioramento di infrastrutture. Le ferite del nostro territorio.

Dobbiamo aver fiducia in un cammino positivo. Ma non ci sono ricette miracolistiche.

Soltanto il lavoro tenace, coerente, lungimirante produce risultati concreti. Un lavoro approfondito, che richiede competenza e che costa fatica e impegno.

Traguardi consistenti sono stati raggiunti nel tempo. Frutto del lavoro e dell’ingegno di intere generazioni che ci hanno preceduto.

Abbiamo ad esempio da poco ricordato i quarant’anni del Servizio sanitario nazionale.

E’ stato – ed è – un grande motore di giustizia, un vanto del sistema Italia. Che ha consentito di aumentare le aspettative di vita degli italiani, ai più alti livelli mondiali. Non mancano difetti e disparità da colmare. Ma si tratta di un patrimonio da preservare e da potenziare.

L’universalità e la effettiva realizzazione dei diritti di cittadinanza sono state grandi conquiste della Repubblica: il nostro Stato sociale, basato sui pilastri costituzionali della tutela della salute, della previdenza, dell’assistenza, della scuola rappresenta un modello positivo. Da tutelare.

Ieri sera ho promulgato la legge di bilancio nei termini utili a evitare l’esercizio provvisorio, pur se approvata in via definitiva dal Parlamento soltanto da poche ore.

Avere scongiurato la apertura di una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea per il mancato rispetto di norme liberamente sottoscritte è un elemento che rafforza la fiducia e conferisce stabilità.

La grande compressione dell’esame parlamentare e la mancanza di un opportuno confronto con i corpi sociali richiedono adesso un’attenta verifica dei contenuti del provvedimento.

Mi auguro – vivamente – che il Parlamento, il Governo, i gruppi politici trovino il modo di discutere costruttivamente su quanto avvenuto; e assicurino per il futuro condizioni adeguate di esame e di confronto.

La dimensione europea è quella in cui l’Italia ha scelto di investire e di giocare il proprio futuro; e al suo interno dobbiamo essere voce autorevole.

Vorrei rinnovare un pensiero di grande solidarietà ai familiari di Antonio Megalizzi, vittima di un vile attentato terroristico insieme ad altri cittadini europei.

Come molti giovani si impegnava per un’Europa con meno confini e più giustizia. Comprendeva che le difficoltà possono essere superate rilanciando il progetto dell’Europa dei diritti, dei cittadini e dei popoli, della convivenza, della lotta all’odio, della pace.

Quest’anno saremo chiamati a rinnovare il Parlamento europeo, la istituzione che rappresenta nell’Unione i popoli europei, a quarant’anni dalla sua prima elezione diretta. È uno dei più grandi esercizi democratici al mondo: più di 400 milioni di cittadini europei si recheranno alle urne.

Mi auguro che la campagna elettorale si svolga con serenità e sia l’occasione di un serio confronto sul futuro dell’Europa.

Sono rimasto colpito da un episodio di cronaca recente, riferito dai media. Una signora di novant’anni, sentendosi sola nella notte di Natale, ha telefonato ai Carabinieri. Ho bisogno soltanto di compagnia, ha detto ai militari. E loro sono andati a trovarla a casa portandole un po’ di serenità.

Alla signora Anna, e alle tante persone che si sentono in solitudine voglio rivolgere un saluto affettuoso.

Vorrei sottolineare quanto sia significativo che si sia rivolta ai Carabinieri. La loro divisa, come quella di tutte le Forze dell’ordine e quella dei Vigili del fuoco, è il simbolo di istituzioni al servizio della comunità. Si tratta di un patrimonio da salvaguardare perché appartiene a tutti i cittadini.

Insieme a loro rivolgo un augurio alle donne e agli uomini delle Forze armate, impegnate per garantire la nostra sicurezza e la pace in patria e all’estero. Svolgono un impegno che rende onore all’Italia.

La loro funzione non può essere snaturata, destinandoli a compiti non compatibili con la loro elevata specializzazione.

In questa sera di festa desidero esprimere la mia vicinanza a quanti hanno sofferto e tuttora soffrono – malgrado il tempo trascorso – le conseguenze dolorose dei terremoti dell’Italia centrale, alle famiglie sfollate di Genova e della zona dell’Etna. Nell’augurare loro un anno sereno, ribadisco che la Repubblica assume la ricostruzione come un impegno inderogabile di solidarietà.

Auguri a tutti gli italiani, in patria o all’estero.

Auguro buon anno ai cinque milioni di immigrati che vivono, lavorano, vanno a scuola, praticano sport, nel nostro Paese.

Rivolgo un augurio, caloroso, a Papa Francesco; e lo ringrazio, ancora una volta, per il suo magistero volto costantemente a promuovere la pace, la coesione sociale, il dialogo, l’impegno per il bene comune.

Vorrei concludere da dove ho iniziato: dal nostro riconoscerci comunità.

Ho conosciuto in questi anni tante persone impegnate in attività di grande valore sociale; e molti luoghi straordinari dove il rapporto con gli altri non è avvertito come un limite, ma come quello che dà senso alla vita.

Ne cito uno fra i tanti ricordando e salutando i ragazzi e gli adulti del Centro di cura per l’autismo, di Verona, che ho di recente visitato.

Mi hanno regalato quadri e disegni da loro realizzati. Sono tutti molto belli: esprimono creatività e capacità di comunicare e partecipare. Ne ho voluto collocare uno questa sera accanto a me. Li ringrazio nuovamente e rivolgo a tutti loro l’augurio più affettuoso.

A tutti voi auguri di buon anno.

Roma, 31/12/2018

Dal sito internet del Quirinale

No, niente regali di Natale per gli idonei

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Fossimo in un film natalizio, la storia potrebbe avere il classico happy ending, in cui vince la bontà e tutti si abbracciano sotto l’albero attorno a George Bailey mentre la campanella che suona ci fa capire che Clarence si è appena guadagnato le ali. In questo caso, tuttavia, le cose sembrano aver preso una piega diversa. La vicenda è ormai nota: resiste, quasi fossero gli ultimi giapponesi, uno sparuto drappello di funzionari pubblici che sono risultati idonei a concorsi per dirigenti pubblici e che, da anni, attendono lo scorrimento delle graduatorie, come prevede la legge. Si tratta, per capirci, di chi, pur avendo superato le prove concorsuali, non è rientrato nel numero dei posti al momento allora disponibili e banditi: aveva, dunque, le carte in regola per accedere ma si è trovato indietro nella graduatoria rispetto alle posizioni da coprire. Costoro, dice la giurisprudenza, hanno una legittima aspettativa ad essere chiamati in caso di bisogno, mentre le amministrazioni godono, in ogni caso, di ampia discrezionalità alla chiamata. Sino ad oggi, con molta fatica e con non poche resistenze da parte di ministeri ed enti, sempre molto gelosi nel gestire le proprie procedure di reclutamento, i “giapponesi” sono stati man mano pescati, in un processo esasperatamente lento dovuto all’arcinoto fenomeno del blocco delle assunzioni che, ovviamente, ha impattato anche sullo scorrimento delle graduatorie. Ebbene, se ogni fine anno si moltiplicano puntualmente gli appelli e i richiami alla opportunità di prorogare le graduatorie, stavolta pare che nella discussione in Parlamento vada emergendo l’opzione di non procedere più alla proroga, salvando – pare – le sole graduatorie più recenti, spazzando via quelle più risalenti. La politica è, naturalmente, sovrana e ci si può render conto di come la vicenda possa apparire marginale rispetto alle tante e rilevanti questioni in gioco nella approvazione della legge di bilancio di questo scorcio d’anno. Eppure, una riflessione ulteriore sarebbe opportuna, per diversi motivi. Il primo è legato a principi di mera economicità: parliamo di un numero ridottissimo di funzionari (ormai non superiore a 150 superstiti), in servizio in diverse amministrazioni e che, a fronte di acclarati bisogni, sono pronti a dare il loro contributo. Conoscono la macchina, hanno esperienza e sono disponibili alla bisogna, senza necessità di bandire ulteriori concorsi, lunghi e costosi. Sarebbero, persino, “dirigenti scontati”, comportando una loro entrata in servizio solo la spesa del differenziale fra stipendio di funzionario, che già percepiscono, e emolumenti da dirigente. Il secondo attiene alla necessità di evitare macroscopiche disparità di trattamento fra chi, fino a pochissimo tempo fa, sia stato chiamato in servizio e chi, nelle medesime condizioni, si veda sbarrata la porta con un piede già sulla soglia. Da questo punto di vista, non è da escludersi la possibile incostituzionalità di una norma taglia-graduatorie. Il terzo motivo, infine, richiama al puro buon senso. Si può certamente discutere se sia opportuno o meno che si prendano in considerazione gli idonei ad un pubblico concorso: chi scrive, peraltro, sostiene da sempre che la dirigenza pubblica centrale – tutta – debba essere reclutata attraverso il solo sistema del corso-concorso della Scuola Nazionale dell’Amministrazione, una delle leve principali per dare coesione e forza ad una categoria da sempre frammentata e tuttora senza un vero spirito di corpo, a differenza di prefetti, diplomatici o magistrati. Si può, insomma, legittimamente scegliere che in una pubblica selezione contino solo i vincitori, assunti i quali il resto vada al macero. Da questo punto di vista, il Governo e il Parlamento sono liberi nei fini e con legge hanno tutto il diritto di imboccare tale strada. Una scelta del genere, tuttavia, può avere spazio esclusivamente per il futuro: in base a quale principio, infatti, Tizio e Caio hanno acceduto ad una posizione dirigenziale ieri e Sempronio e Mevio non potranno farlo il giorno dopo? Varie forze politiche, in passato, hanno sostenuto, in modo assolutamente trasversale, la necessità di chiudere una volta per tutte la questione. Il momento può esser questo: non si tratta di un regalo di Natale, ma di una questione di giustizia. E di equità.

Pubblicato su Linkiesta 

Strasburgo, 13 dicembre

Strasburgo, tardo pomeriggio del 13 dicembre. Così di presentavano i mercatini di Natale di Place Broglie.

Burocrate a chi?

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È stato recentemente presentato, nel corso di un affollato dibattito al Palazzo di Giustizia a Roma, un libro recante un titolo che, di per sé, è una rivendicazione di orgoglio: Burocrate a chi? Riflessioni sulla pubblica amministrazione (Rubbettino Editore, 2018). Il volumetto, agile e destinato anche e soprattutto a un pubblico di non addetti ai lavori, è stato scritto da una “burocrate” di carriera, Paola D’Avena, e si inserisce in un dibattito pubblico troppo spesso partigiano e avvelenato, che vive di luoghi comuni e che manca drammaticamente di respiro lungo. Da questo punto di vista, è certamente degno di nota che sia una pubblica funzionaria, dirigente generale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, a prendere la parola e dire la propria, segno del fatto che se il civil servant parla certamente con i propri atti, non deve rinunciare a far conoscere la propria opinione su temi fondamentali legati ai precetti costituzionali del buon andamento e dell’imparzialità dell’amministrazione. Diciamolo subito: non si è in presenza di una difesa a spada tratta del funzionario pubblico e della macchina amministrativa Italiana, i cui problemi sono molti e radicati. Tuttavia, nell’affrontare alcuni dei temi nodali per la PA, come la dirigenza, la valutazione e i controlli, la comunicazione, il volume offre alcune proposte pratiche di intervento (minimali, le definisce l‘Autrice), mettendo in luce le contraddizioni profonde che possono celarsi dietro ogni riforma dell’amministrazione. Anzi, potrebbe dirsi che le grandi riforme, che si ama periodicamente battezzare come epocali, e che investono in primis la dirigenza, rappresentino non infrequentemente un grande inganno. Chiunque mastichi di amministrazione, come l’Autrice, è ben consapevole che la promulgazione di una legge costituisce solo il primo passo verso la modifica dell’esistente e la produzione di effetti positivi per i cittadini. Mentre la responsabilità della fase di messa in pratica ricade sulla macchina pubblica, che ha il compito di sbrogliare contraddizioni, trovare soluzioni pratiche, spianare la strada alla corretta implementazione delle norme. Non casualmente, il libro, nell’attraversare orizzontalmente le dimensioni più significative della vita dell’amministrazione, tiene ben presente la figura del dirigente e del rapporto fra quest’ultimo e la politica, la cui dinamica, spesso vivace, influenza l’azione amministrativa. Un rapporto che, indispensabile al corretto funzionamento delle amministrazioni (e dello Stato, occorre aggiungere), talvolta si piega e si deforma per adattarsi ad uno scambio al ribasso su cui i due attori decidono di patteggiare: per l’appetito della politica, che naturaliter cerca appoggi solidi all’interno della burocrazia, e per l’opportunismo della dirigenza, che può, dal canto suo, mostrarsi fedele al Principe del momento per perseguire una propria, personale agenda. Per combattere tali patologie, che pure esistono, occorre non dimenticare che la risorsa più importante su cui le organizzazioni pubbliche possono contare resta la risorsa umana e che assume importanza fondamentale adottare tutte quelle misure che permettano alla dirigenza pubblica, che è ontologicamente diversa da quella privata, di operare al meglio anche in situazioni avverse, ovvero in presenza di funzionamenti non virtuosi del sistema. Da questo punto di vista, le pagine di D’Avena mettono a nudo le contraddizioni di un ordinamento affollato di norme e scintillante nel suo formalismo, ma costellato di insidie, di cui il dirigente può sovente essere la prima vittima. Un bagno di realtà, che fa risuonare ancor più forti le parole di Benedetto Croce che, ormai quasi un secolo fa, trattava della perfetta amministrazione, schema astratto che non può trovare rispondenza nel quotidiano. Come tutte le organizzazioni, infatti, anche quella pubblica è un essere vivente, con i suoi acciacchi e i suoi anticorpi. Con i suoi parassiti, persino. Ma per chi crede nel ruolo fondamentale dell’amministrazione pubblica nella vita democratica di un Paese, la consapevolezza di tale condizione è una ragione in più per non smettere di ricercare soluzioni per il migliore funzionamento degli apparati burocratici e per tentare di dar vita ad una discussione seria e profonda, a prescindere dalle maggioranze politiche e dalla mutevolezza delle opinioni pubbliche.

Pubblicato su Formiche