Il sempreverde pot-pourri sulla dirigenza pubblica: adesso basta

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Fermi tutti: ci risiamo. Riecco i dati OCSE del rapporto “Government at a glance” dopo il terremoto del 2013, quando il Corriere titolava “P.A., dirigenti record. L’Ocse: pagati il triplo in più della media. Con 650mila dollari all’anno, i manager pubblici italiani guadagnano circa tre volte di più dei colleghi nel mondo”. Puntuale, l’organizzazione di Parigi sforna l’edizione 2017 del Rapporto e tocca stavolta a Repubblica strapparsi le vesti: “La resistenza dei dirigenti di Stato, sono i più pagati d’Occidente”, mentre Il Sole 24 Ore la tocca piano: “Pa, il compenso medio dei dirigenti è 350mila euro”. Insomma, un sempreverde. Il Rapporto è corposo ed esaustivo, e andrebbe letto a fondo da chiunque si occupi della cosa pubblica. Tuttavia, molto si potrebbe dire sulla corretta interpretazione di questi dati come, ad esempio, che i contributi sociali a carico del datore di lavoro sono di circa 13 punti più alti della media OCSE, o che le cifre sono espresse al “lordo Stato” e che riguardano 6 soli ministeri ed un pugno di persone su migliaia di dirigenti in servizio. Ma, aldilà della lettura dei dati, e per tacer del fatto che ormai anche i sassi sanno che il tetto vigente in Italia per le retribuzioni del settore pubblico è 240.000 euro (lordi annui), quel che ancora una volta colpisce è come viene data la notizia. Affermare che i dirigenti pubblici guadagnano in media 350.000 euro l’anno equivale a dire che il dirigente medio percepisce circa 30.000 euro al mese. Ci rendiamo conto della enormità di una corbelleria del genere? E delle conseguenze che sparare cifre simili comporta? E senza neppure porsi qualche domanda? Un normale dirigente di seconda fascia (il piccolo tiranno dei ragionieri Fantozzi e Filini, per intenderci) guadagna in media 3.000 euro al mese. Una cifra di tutto rispetto, non c’è dubbio, ma assolutamente parametrata alle mille responsabilità che si accompagnano alla direzione di un ufficio pubblico. Troppo? Quanto dovrebbe guadagnare un dirigente dello Stato? 2000 euro? 1000? O deve lavorare per la gloria imperitura?

La stantia polemica sulle retribuzioni, tuttavia, è poca cosa rispetto all’altro punto che nel pot-pourri del secondo quotidiano Italiano viene servito al lettore: la trasparenza. L’Autore dell’articolo concede che dal 2013 vige il principio della pubblicità dei compensi dei dirigenti pubblici (da assai prima, in realtà) ma versa una sdegnata lacrima nel constatare quel che è successo nel momento in cui si è deciso di estendere l’obbligo di trasparenza anche alle informazioni patrimoniali, quando “sono scoppiate improvvise allergie. Letteralmente incontenibili”. Insomma, sarebbe esplosa quella che Raffaele Cantone, nella sua recente audizione alla Camera, ha definito una “rivolta” di parte della dirigenza. Addirittura, prosegue l’estensore di questo cahier de doléances, qualche scriteriato ha osato fare ricorso, sostenendo che la pubblicazione dei dati sul patrimonio personale (casa, terreni, macchina e motorino, suoi e del coniuge) fosse un’indebita estensione di quanto richiesto alla politica, visto che il tecnico, oltre ad aver superato un concorso pubblico, è letteralmente inchiodato da un nugolo di forme diverse di responsabilità. Macché: “non bastasse, ecco un altro ricorso, stavolta del sindacato al quale si associano pure quattro burocrati, che contesta le linee guida emanate dall’ANAC”. Non sto a ripetere le considerazioni che su Linkiesta ho già espresso sulla vicenda della pubblicità dei dati patrimoniali: la considero una questione di mera propaganda. Tuttavia, onorandomi di essere uno di quegli scombiccherati “quattro burocrati”, appartenenti al sindacato UNADIS che ha ritenuto doveroso, utile e giusto promuovere quel ricorso, vorrei per una sola volta abbandonare quel pudore istituzionale che per noi rappresenta una fondamentale caratteristica e dire chiaro e forte che ne ho abbastanza.

Ne ho abbastanza di chi dileggia e taccia di furfantismo chi ha scelto di lavorare per la comunità e per lo Stato e fa del servizio pubblico la sua ragione professionale e di vita. Ne ho abbastanza di continuare a leggere articoli ed editoriali che insinuano, sviliscono, alludono. Che preferiscono soffiare sul fuoco per mero pregiudizio, perché sparare sui dirigenti pubblici è facile e redditizio in termini di like: siamo pochi e mal coesi, lavoriamo con la testa sulla scrivania senza alzare la voce, dato che per noi parlano gli atti. Ne ho abbastanza del fatto che, per certuni, persino il legittimo ricorso alla tutela giurisdizionale di propri interessi, in qualità di cittadini di questa Repubblica, è un atto di lesa maestà. Ne ho abbastanza di chi si riempie la bocca di merito, competenza e valutazione quando è parte integrante di un sistema che calpesta quegli stessi principi, sbandierati quando conviene e rinnegati quando serve. Di chi crede o fa credere che fare il guardone sulla casa di proprietà o l’automobile di quel tal dirigente sia la leva efficace contro la corruzione che appesta questo Paese, come se il burocrate malversatore non vedesse l’ora di convertire il gruzzolo guadagnato disonestamente in una Ferrari Testarossa e farla rombare sotto gli uffici dell’Agenzia delle Entrate. Ne ho abbastanza di chi pensa solo a tagliare retribuzioni e teste senza affrontare il vero nodo di una moderna organizzazione del lavoro, appiattito sul tornellismo mentre là fuori si corre e si fa innovazione. E dei leoni da tastiera, rosi dall’invidia sociale e chiusi nel loro gretto individualismo, che mal sopportano che si possa vincere un concorso pubblico e – udite, udite – avere un posto di lavoro a tempo indeterminato: per costoro è meglio, invece, che muoia Sansone con tutti i Filistei. Ne ho abbastanza del clima asfittico che si è contribuito a creare, per cui tutto quello che pubblico è brutto, sporco e cattivo, e per cui tutto è ridotto a moneta e a percentuali di PIL, considerando la persona poco più di un robottino da far muovere a comando. Ne ho abbastanza, infine, di tutti quelli che in un ufficio pubblico non hanno mai messo piede ma pontificano di massimi sistemi senza sapere un tubo di come funzionano – davvero – le cose.

Ho solo un messaggio per costoro: questo è il lavoro più bello del mondo, e me lo sono guadagnato con le mie forze. Ce lo siamo guadagnato con le nostre forze. C’è tanto da fare per rendere più efficiente la macchina pubblica e chi la fa funzionare: è un processo che non finirà mai, vale per la P.A. come per un’azienda. E lo sappiamo bene noi per primi: siamo servitori dello Stato, non facciamo rivolte né alziamo barricate. Ficcatevelo in testa una volte per tutte. E fatevi una vita.

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Lamiere blu dipinte di blu

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Roma, serata del 14 luglio 2017. Mentre si attenua la canicola, a Palazzo Farnese, incantevole sede romana dell’Ambasciata di Francia in Italia, ha luogo l’usuale celebrazione della festa della Repubblica francese. Al pari di analoghe celebrazioni, l’occasione è solenne e mondana allo stesso tempo, il party in cui non si può non farsi vedere: si festeggia la “grandeur de la France”, si discute di politica internazionale e nostrana, si intrecciano relazioni, si beve champagne. Insomma, la Roma che conta c’è e, a leggere le cronache locali, la politica della Capitale si presenta in gran pompa per alzare i calici con i nostri cugini d’Oltralpe. Doverosa e opportuna presenza: non ci piove. Purtroppo, come spesso accade, il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Nell’epoca dei social network nulla sfugge al probo cittadino e la foto pubblicata sulla pagina Facebook di “Roma fa schifo” e qui riprodotta è impietosa: gli illustri ospiti arrivano in massa dritti dritti in pieno centro di Roma con le auto blu e parcheggiano a pochi metri dall’ambasciata, proprio in Campo de’ Fiori, sede dell’ormai decaduto mercato e meravigliosa isola pedonale nella quale troneggia la severa statua di Giordano Bruno, il quale, buon per lui, in quella piazza è abituato a vederne di tutti i colori. Insomma, plus ça change, plus c’est la même chose. Qualcuno potrebbe obiettare che al comune cittadino non sia consentito transitare – e men che mai parcheggiare – nella piazza gioiello le cui origini affondano nel XV secolo. O evidenziare che le legittime esigenze di sicurezza di alcune personalità difficilmente giustifichino il triste spettacolo dell’invasione di lamiere blu nella piazza. O chiedersi, forse, come mai le poche centinaia di metri che separano i Palazzi romani dalla sede dell’ambasciata francese non possano essere percorse a piedi. Difficile rispondere. In un momento di sbandierata difficoltà per il Paese, con una rabbia sociale a livelli di guardia, di sempiterna spending review invocata da tutti i Governi, e della conclamata difficoltà di una politica che in gran parte fa fatica a misurare la distanza con le esigenze quotidiane dei cittadini, l’exploit del 14 sera appare davvero inspiegabile per chi sia dotato di medio buon senso. Nessun neopauperismo di maniera, per carità. Forse, semplicemente, il sintomo di un tafazzismo che lascia esterrefatti. Rectius: incazzati.

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Fascisti dell’Illinois? No, grazie

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Proprio mentre si discute in maniera accesa in Parlamento sulla proposta di legge del deputato del Partito Democratico Emanuele Fiano circa l’introduzione del reato di propaganda del regime fascista e nazifascista, hanno fatto capolino sui media due episodi “a tema”, l’uno più eclatante dell’altro. Ha fatto scalpore la vicenda dello stabilimento balneare ‘Punta Canna’ di Chioggia in cui, come testimoniato da Paolo Berizzi di Repubblica, il gestore, da tempo ed in tutta libertà, aveva dato libero sfogo alla sua frenesia autarchica tappezzando l’arenile di immagini e slogan del Ventennio e coccolando gli avventori con virili discorsi via megafono sulle sue idee apertamente razziste e omofobe. In 24 ore, dopo l’indignazione seguita alla pubblicazione dell’articolo, è intervenuta la Digos per acquisire tutti gli elementi di indagine. Meno chiasso ha fatto – finora – un’azione apertamente squadrista compiuta da militanti di CasaPound sul lido di Ostia, a Roma. Guidati dal candidato del partito al Municipio, Luca Marsella, un gruppo di appartenenti al movimento, bardati in rosso, ha cacciato dall’arenile romano i venditori di ciarabattole che per quattro spiccioli arrancano sotto il sole, moderni schiavi di padroncini che sfruttano miseria e disperazione. Due vicende incredibili che stanno a testimoniare non tanto l’intolleranza e l’insofferenza alle regole democratiche di una pur esigua minoranza, ma il fatto che nel 2017, nell’Italia che ha vissuto il regime mussoliniano e che ha saputo risollevarsi dalla tragedia bellica voluta dal fascismo sino a divenire uno dei paesi fondatori delle Comunità europee, possano venire tollerati atti, dichiarazioni e comportamenti apertamente antidemocratici. In una parola, fascisti: e come tali incompatibili coi valori della Costituzione.

Ma come è potuto accadere che l’attività del gestore dello stabilimento di Chioggia potesse continuare bellamente senza timore di ripercussioni? Da quanto andava avanti? E come è possibile che appartenenti ad un partito politico, sia pure assolutamente minoritario, possano cacciare dal suolo pubblico quei disperati che sono le prime vittime di un circuito malavitoso di sfruttamento e contraffazione di merci? In pieno giorno, sostituendosi alle forze dell’ordine e senza che nessuno protestasse: a quale indesiderabile toccherà la prossima volta? E secondo quale parametro? Nel Paese in cui solo un mese fa si sono presentate alle elezioni locali formazioni politiche che ostentavano apertamente simboli e slogan del regime fascista non c’è, purtroppo, da stupirsi. Senza riesumare polemiche circa i mancati conti dell’Italia con la propria storia, occorre allora che il dibattito sulla proposta di legge Fiano sia serio e partecipato. L’articolo unico della proposta mira ad introdurre nel codice penale il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista, individuando fra le condotte rilevanti la propaganda di immagini, contenuti, simbologie e gestualità propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista o delle relative ideologie, anche solo con la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni che raffigurino persone, immagini o simboli chiaramente riferiti a questi partiti o ideologie. Costituisce aggravante del delitto la propaganda commessa con strumenti telematici o informatici. Orbene, la proposta Fiano è una legge liberticida o semplicemente fuori dalla storia, come opposto da alcuni partiti politici?

Il tema certamente esiste e va posto: io sono certo che la fibra democratica di una comunità nazionale debba trovare la sua forza nella libera e più ampia circolazione delle idee, anche quelle su cui esista il massimo disaccordo. Tuttavia, la libertà di manifestazione del pensiero, costituzionalmente garantita (art. 21, Cost.), non può calpestare il principio di eguaglianza scolpito nell’art. 3 della nostra Carta, secondo cui tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E quel “pensiero” che inneggi a idee razziste, omofobe o all’utilizzo della violenza come mezzo di risoluzione delle controversie politiche non può trovare diritto di cittadinanza o di tribuna, se non in sede scientifica. Apriamo poi un dibattito sui perché certe idee possano attecchire in alcuni contesti sociali o fra alcuni individui: è quanto mai opportuno. Basta tener presente che non siamo a Chicago, dove i Nazisti dell’Illinois potevano manifestare difesi dalla polizia le loro idee sulla supremazia della razza ariana. Siamo in Italia, nel Paese in cui un gruppo di sgherri fascisti ha ammazzato nel 1924 il deputato Giacomo Matteotti, la cui frase ancora riecheggia alta: il fascismo non è un’opinione, è un crimine.

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TAR o caro!

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La ormai nota vicenda delle nomine di alcuni direttori stranieri di musei italiani, bloccate dal Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio, ha dato il la alla più ampia diatriba circa l’operato dei giudici amministrativi: i TAR sono dei “Signor No”? Occorre cambiarli, come ha dichiarato il Segretario del Partito Democratico a più riprese? Sono, in sostanza, un ostacolo allo sviluppo del Paese? Tralasciando la specifica questione legata alle nomine, sulla quale ben difficilmente il TAR del Lazio avrebbe potuto pronunciarsi diversamente, alla luce delle disposizioni Italiane circa la cittadinanza dei dirigenti pubblici, può essere utile inquadrare il tema in maniera più ampia, lasciando sullo sfondo tifoserie e partigianerie varie, ma interrogandosi sul funzionamento del sistema. Intanto: ma a che serve il giudice amministrativo? Non si tratta di un casellante che abbassa o alza la sbarra, vietando o scomunicando a piacere, ma è colui o colei che giudica sui ricorsi, proposti contro atti amministrativi delle pubbliche amministrazioni, da privati che si ritengano lesi in un proprio interesse legittimo. Ci si rivolge al TAR in primo grado e, eventualmente, al Consiglio di Stato in secondo grado. Due sono, dunque, gli elementi da evidenziare. Il primo: come ricorda la Costituzione (art. 103), ci troviamo in un ambito giurisdizionale che mira a tutelare il cittadino che lamenti una lesione da parte delle pubbliche autorità. Il secondo: il giudice amministrativo si pronuncia sempre e solo a seguito di un ricorso da parte di un cittadino (a parte la funzione consultiva del Consiglio di Stato per il Governo, naturalmente). Non si tratta, quindi, di consessi di spiritati che si pronunciano ad capocchiam su qualsiasi cosa balzi loro in mente, ma di magistrati, vincitori di pubblico concorso, che rispondono alle sollecitazioni dei privati nei confronti di possibili comportamenti della P.A. non rispondenti a dettami di legge.

Il Presidente del Consiglio di Stato, Alessandro Pajno, riecheggiando quanto sostenuto dall’Associazione dei Giudici Amministrativi, ha ricordato che “non tutte le leggi sono ben fatte […]. C’è un problema di chiarezza, ma anche delle scelte di indirizzo generale che deve fare la politica. Il giudice amministrativo si occupa solo di atti e di provvedimenti. Che talvolta riguardano l’attuazione di scelte politiche. Il rischio è che il dibattito sulla giurisdizione sia la prosecuzione del dibattito politico”. Insomma, il giudice amministrativo si occupa della tutela giurisdizionale nei confronti dell’esercizio del potere pubblico, senza sconfinare in analisi e valutazioni politiche o metagiuridiche. La politica, dal canto suo, scriva poche e chiare leggi, limitando, conseguentemente, attività non lineari della P.A. e, a ruota, le rivendicazioni dei cittadini. Allora, “cambiare i TAR”, cosa significa in concreto? Intervenire sui collegi e/o sull’organizzazione? Limitare i casi in cui il giudice amministrativo possa pronunciarsi? Cambiare la Costituzione? È evidente che la questione non è così semplice come possa sembrare da alcune pagine di giornali e che sono in gioco interessi costituzionalmente protetti, per tacer del fatto che – recita l’art. 101 della nostra Carta – i giudici sono soggetti soltanto alla legge. Questo non significa, beninteso, che i magistrati non sbaglino. O che le sentenze non siano criticabili. Se il sistema prevede diversi gradi di giudizio, nonché l’eventuale ricorso a sedi sovranazionali, è esattamente in quanto i magistrati sono donne e uomini e, in quanto tali, potenzialmente fallaci. Sono, altresì, criticabili le sentenze, sulle quali è perfettamente legittimo esprimere opinioni, possibilmente non a corrente alternata. È certamente condivisibile quanto, ancora, sostiene Pajno: “talvolta si confonde il medico con la malattia. Si pensa che sia meglio intervenire sulla giustizia amministrativa, mentre la malattia sta soprattutto nella complicazione delle leggi, nella loro farraginosità, nella mancanza di qualità dell’amministrazione e talvolta nella difficoltà delle imprese ad accettare le regole di concorrenza negli appalti. Queste sono le vere patologie che andrebbero curate a monte”. Nessuno è esente da pecche: il sistema dei pubblici poteri in Italia non è esattamente il Paradiso in terra.

È altrettanto doveroso ricordare, tuttavia, la commistione che è esistita in passato e che in gran parte continua oggi, fra funzione giurisdizionale e amministrazione attiva. In parole povere: la presenza assai significativa di magistrati amministrativi, corteggiatissimi dalla politica, all’interno dei Gabinetti e degli Uffici Legislativi dei ministeri quanto ha inciso sulla costruzione di provvedimenti normativi e sulla conseguente litigiosità sugli stessi? E quanto è opportuno che chi è chiamato a giudicare dell’operato della P.A. sia, in momenti diversi, protagonista nella gestazione e formulazione di quelle norme che potrà in un secondo momento valutare indossando la toga? Tutti colpevoli allora, persino il cittadino cui prudono le mani e corre innanzi al TAR per ogni piccola magagna? No, per nulla. È un sistema complesso, fatto di regole e di tutele il cui funzionamento va migliorato: tutto è perfettibile. Senza strabismi pelosi, tuttavia. Se il sistema funziona correttamente, è un formidabile lubrificante per i diritti dei cittadini, per il funzionamento della macchina pubblica, a garanzia di chi fa impresa. Senza frettolosi tratti di penna e, soprattutto, senza le solite, velenose polemiche da cortile: quel sistema siamo noi.

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L’apocalisse del Tar, i musei e i troppi Savonarola

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A leggere i titoli dei giornali e i commenti del famigerato “popolo del web”, siamo all’apocalisse: pronunciandosi qualche giorno fa sulle ormai famose nomine di direttori stranieri di musei Italiani, ancora una volta il TAR del Lazio ha detto no, confermando, secondo taluni, la sua vocazione a bloccare, a mo’ di capriccio, il libero svolgersi delle umane attività. Ma cosa è successo davvero? Cominciamo col dire che i direttori stranieri sono stati selezionati in virtù di una norma speciale del 2014 che prevedeva per i poli museali e gli istituti della cultura statali di rilevante interesse nazionale, che costituiscono uffici di livello dirigenziale, la possibilità di incaricare, con procedure di selezione pubblica, per una durata da tre a cinque anni, persone di particolare e comprovata qualificazione professionale in materia di tutela e valorizzazione dei beni culturali. Si tratta, per capire, di un contingente di esperti in quota esterna, cioè non vincitori di pubblico concorso, ma selezionati sul mercato, derogando espressamente alle quote di esterni previste per legge, i famosi “19 comma 6”, per i sacerdoti del burocratese. Procedura aperta anche agli interni, i quali, però hanno ceduto il passo ai loro colleghi dall’estero. Fin qui nulla o quasi di male: sul fatto che la cura dei beni artistici e culturali non sia vincolata ad un passaporto non si può che essere d’accordo. Tuttavia, ci si è dimenticati che la legge che regola in Italia il pubblico impiego prevede, per i dirigenti pubblici, la cittadinanza italiana. La stessa normativa che è stata derogata da una legge del 2014 prevede, infatti, che “i cittadini degli Stati membri dell’Unione europea possono accedere ai posti di lavoro presso le amministrazioni pubbliche che non implicano esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri, ovvero non attengono alla tutela dell’interesse nazionale” (art. 38 del decreto legislativo 165 del 2001).

Insomma, se l’intento era aprire al mondo la direzione dei musei, bastava definire una deroga più ampia, cosa assolutamente possibile e legittima. Altro che sadismo burocratico, come ha scritto sprezzantemente il primo quotidiano nazionale. Rimandando alla paziente disamina del testo della sentenza per altri importanti aspetti individuati dai giudici (ma qualcuno dei tuonatori di questi giorni l’avrà poi letta?), aggiungo un paio di considerazioni. Ben vengano esperti dall’estero, ricordandosi però che il direttore di un museo non è (solo) un direttore artistico. Non organizza soltanto mostre ed eventi, ma è anche un dirigente pubblico e, dunque, deve avere a che fare con tutte quelle incombenze burocratiche che i più detestano ma che servono a far funzionare una struttura, interfacciandosi, tanto per fare un esempio, con i sindacati e e gestendo eventuali procedimenti disciplinari. Si tratta di competenze che, piaccia o non piaccia, occorre possedere. Ma, cosa più importante, c’è da restare ancora una volta basiti da reazioni assai scomposte da parte di chi rappresenta le Istituzioni e che dovrebbe, sempre e comunque, adoperare ogni prudenza nel commentare gli atti di altri poteri dello Stato, in particolar modo quando si tratta di sentenze, che si gradiscono a corrente alternata. Non c’è dubbio che i giudici amministrativi offrano spesso versioni diverse su questioni analoghe, ma appare davvero paradossale che si dia addosso e si chieda l’abolizione dell’organo che ha il compito di tutelare la legalità nell’interesse dei cittadini, giudicando sulla legittimità dell’azione delle amministrazioni. Un atteggiamento tafazziano, verrebbe da dire.

Insomma, prima di stracciarsi le vesti e invocare la chiusura di quel tribunale o la destituzione di quel burocrate, inviterei i Savonarola nostrani a fare un bel respiro, rileggersi la Costituzione e contare fino a dieci. Poi ricordarsi che – fortunatamente – viviamo in uno Stato di Diritto e dopo, e solo allora, esternare ed interloquire. Chissà se questo maledetto clima asfittico in cui si è voluto relegare le Istituzioni di questo Paese si svelenirà un poco. Solo un poco.

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Di chi sono quelle manine sulle norme?

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Si spegne la polemica sulle norme approvate dal Governo lo scorso 13 aprile che, intervenendo sul Codice degli appalti, avrebbero depotenziato le funzioni dell’Autorità Nazionale Anti Corruzione guidata da Cantone. I maggiori quotidiani si sono esercitati sulla dimensione tutta politica della vicenda, cercando di identificare la “manina” che avrebbe sbianchettato il famigerato articolo 211 del Codice e gli eventuali mandanti. Aldilà della dietrologia da intrigo di Palazzo, tuttavia, il solo Luigi Ferrarella sul Corsera sembra aver colto un altro e non meno importante aspetto della questione, che attiene alla formazione delle norme e alla trasparenza del procedimento. È noto, infatti, che i testi approvati dai Governi non siano immediatamente disponibili, per svariati motivi ma sostanzialmente riconducibili alla formazione “in divenire” dei testi che, molto spesso, vengono approvati con la formula “salvo intese”. Ciò sta a significare che sono in corso ulteriori approfondimenti di natura tecnica che spostano in avanti la chiusura formale del testo. La vicenda ANAC ha, da questo punto di vista, scatenato la caccia al colpevole: un qualche ministro birichino o il solito, onnipotente burocrate? Partiamo intanto da un tema più generale, che è opportuno tenere presente: il boccino della legislazione è ormai in gran parte passato al Governo, in Italia come negli altri Paesi europei. Tra decreti-legge e decreti legislativi, questi ultimi basati su una delega del Parlamento, le Camere hanno in gran parte abdicato alla funzione che la Costituzione riserva loro all’articolo 70: alta complessità delle materie da normare, necessità – spesso ingigantita – di interventi in tempi rapidi e una ormai acclarata ipertrofia legislativa, da tutti denunciata ma assai praticata, sono alcuni dei motivi che hanno condotto ad uno stato di fatto su cui è oggettivamente molto difficile intervenire. Se a questo si aggiunge poi l’annoso problema della leggibilità degli atti legislativi, inversamente proporzionale alla natura tecnica degli stessi, il quadro non appare roseo. L’attività legislativa dell’Esecutivo poggia, ovviamente, sul lavoro dei tecnici e degli uffici legislativi dei ministeri, chiamati a dar corpo a input politico-parlamentari spesso in tempi assai brevi, con scambi vorticosi per e-mail dei testi destinati all’approvazione. Una modalità turbo, tanto da domandarsi attoniti come si lavorasse con altrettanta rapidità eoni fa, in assenza di computer e posta elettronica. Insomma, se questo è il contesto con cui, piaccia o non piaccia, si ha a che fare, non solo appare di poco interesse la ricerca della manina e del colpevole, ma diventa assai complicato costruire la tracciabilità delle norme che Ferrarella correttamente auspica. E, d’altronde, l’interlocuzione anche convulsa fra ministri e ministeri sta nelle cose e attiene alla necessaria libertà d’azione che pertiene ad una normazione complessa. Se appare difficile invertire la rotta in tempi brevi, esiste però, come sostenuto da molti osservatori a più riprese, una medicina efficace: il Consiglio dei Ministri approvi testi che, sia in sede di prima approvazione che in forma definitiva, siano resi disponibili a tutti in rete, in maniera trasparente. Raggiungere l’obiettivo comporterebbe, a ritroso, un lavorìo non da poco: come ha evidenziato Luigi Oliveri, “si procederebbe più a rilento, con maggiore fatica” e, tuttavia, “con quella ponderazione necessaria ad adottare atti redatti in modo completo, basati su valutazioni di impatto ben realizzate”. In parole povere meno norme, più chiare e per tutti. Roba forte, ragazzi.

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Maledetti burocrati a “Otto e mezzo”

Qui il video della puntata di “Otto e mezzo” su La7 in cui sono stato ospite di Lilli Gruber per parlare di burocrazia e dirigenza pubblica, assieme a Francesco Giavazzi e Valerio Onida. Grazie davvero a Gruber e alla sua squadra per l’invito e per la discussione: quando si parla di Pubblica Amministrazione la parola d’ordine è una sola: spiegare. O almeno provarci.

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Patrimoni dei dirigenti pubblici: parla l’ANAC

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Si complicano i giochi per la pubblicazione dei dati patrimoniali dei dirigenti pubblici, che una recente norma, in ossequio ai principi del FOIA (il cosiddetto Freedom of Information Act, in materia di trasparenza), aveva reso obbligatoria, equiparando i grand commis ai politici. Dopo un ricorso al Tar da parte dei dirigenti del Garante della privacy, accolto con sospensiva, e quello di Unadis, il sindacato dei dirigenti pubblici, arriva la Delibera numero 382 del 12 aprile 2017 dell’ANAC. L’Autorità Nazionale Anticorruzione ha sospeso una sua precedente delibera sulla pubblicazione in attesa che la giustizia amministrativa definisca il giudizio nel merito o in attesa di un intervento legislativo chiarificatore da parte del Parlamento. Dopo il fuoco e fiamme di alcuni quotidiani sulla faccia di bronzo dei dirigenti, poco inclini a svelare le loro ricchezze e protettori di ladri e malviventi (ebbene sì, è stato detto anche questo), l’Autorità guidata da Raffaele Cantone, posta la necessità di evitare alle amministrazioni situazioni di incertezza sulla corretta applicazione delle norme, con conseguente significativo contenzioso, nonché disparità di trattamento fra dirigenti appartenenti ad amministrazioni diverse, ha messo un punto ed è andata a capo. Sia chiaro: l’ANAC non interviene sull’obbligo di legge circa la pubblicazione che, in quanto tale, va rispettato e può, ove ritenuto non conforme al quadro costituzionale, essere contestato nelle sedi giudiziarie. Si limita a fare un passo indietro circa le indicazioni operative in precedenza stabilite dato il quadro di incertezza generato da due giudizi in attesa di definizione davanti il giudice amministrativo.

Il punto del contendere è noto: un decreto del 2016, che sarebbe divenuto efficace proprio in questo periodo, stabiliva che venissero resi noti per i dirigenti pubblici, analogamente ai politici, i dati su proprietà immobiliari (case e terreni), beni mobili iscritti in pubblici registri (auto e moto), azioni e quote di partecipazioni a società, estendendo tale obbligo al coniuge e ai parenti entro il secondo grado. Insomma: obbligo di rendere pubblici con pubblicazione sui siti delle amministrazioni non solo i redditi, ma l’intero patrimonio del singolo dirigente e della sua famiglia. Un obbligo, è bene ricordarlo, già in vigore nei rapporti con le amministrazioni di appartenenza, che da anni detengono i dati in parola, disponibili per lo scrutinio delle competenti autorità in caso di bisogno. Non intendo ritornare sul fatto che in molti hanno baldanzosamente portato avanti una distorta concezione di trasparenza, che omaggia l’assunto che il burocrate sia potenzialmente corrotto e che spetti a lui dimostrare come ha avuto quella casa, quella macchina, quel terreno. Va detto, tuttavia, che la pronuncia dell’ANAC è importante perché segna il punto del funzionamento del sistema che, pur con tutti i nodi da risolvere in quanto a semplificazione e speditezza, non può e non deve conformarsi ai processi mediatici e alle condanne in rete. E funziona, aggiungo, a prescindere dalla rabbia dei cittadini, molto spesso più che comprensibile, che viene cavalcata ad arte e con pochi scrupoli da chi agita le acque seguendo le proprie personali agende. La pronuncia dell’Autorità Anticorruzione impone una pausa di riflessione: la cosa pubblica, a dispetto dei tanti Mr. Wolf nostrani, è complessa. A volte complicata, non c’è dubbio. Ma la sua gestione, così come la risoluzione delle controversie, richiedono passaggi codificati, senza crociate, social o meno. Si pronuncerà un giudice sul merito della questione, mentre saranno le amministrazioni a dover valutare come comportarsi nell’attesa del giudizio. O, come auspica l’ANAC, in attesa di un intervento legislativo che, magari, rimetta mano al peccato originale di aver voluto equiparare burocrazia e politica, assecondando la pancia in luogo della testa. Una riflessione di cui, ne sono certo, potranno trarre giovamento un po’ tutti, haters e crociati inclusi.

È lo Stato di Diritto, bellezza.

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