E riforma della dirigenza fu: contenti adesso?

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Cari concittadini,

negli ultimi due anni, a fronte di una assai bene orchestrata campagna avverso i dirigenti pubblici, non molte sono state le voci che si sono alzate a denunciare i rischi di un’operazione che si annunciava spregiudicata. Con il varo del decreto attuativo dello scorso 25 agosto, quei timori di pochi sono divenuti realtà, con potenziali conseguenze assai nefaste per il funzionamento della macchina pubblica. Non mi affannerò a ripetervi i perché ed i percome di amministrazioni pubbliche che vedono al loro interno segmenti di assoluta eccellenza e aree di grande inefficienza. E neppure mi interessa fare difesa d’ufficio dei dirigenti pubblici i quali, sempre più schiacciati dal principio fare di più con minori risorse, non sono stati capaci, tranne poche salutari eccezioni, di far massa critica e parlare al Paese. Sia però chiaro e messo a verbale: sono stati, pian pianino, demoliti tutti i puntelli di un sistema che, fra molte disfunzionalità, assicurava, tuttavia, un minimo livello di autonomia alla dirigenza, a tutela primaria dell’interesse pubblico.

Il concorso pubblico? Un orpello ottocentesco che garantisce solo i raccomandati. L’autonomia dalla politica? Al diavolo, tanto è già tutto un magna magna. Lo stipendio a fine mese? Lo vadano a raccontare a chi fatica ad arrivare all’ultima settimana. Le competenze necessarie per gestire sistemi complessi? Basta remare contro: velocità, velocità, velocità. E via di questo passo. Un perfetto meccanismo comunicativo, sostenuto con foga da tanti illustri commentatori dei mass media, che è riuscito a spostare l’asse dell’opinione pubblica dai dipendenti pubblici fannulloni (sempre mangiapane a tradimento restano, per carità) al dirigente pubblico inamovibile, straricco e controllore degli umani destini a scapito della politica, vittima delle macchinazioni dei burocrati e immacolata come un giglio. Unta dal Signore, si sarebbe detto qualche anno fa. Al macero l’idea che dirigenza e politica debbano lavorare in un clima di leale cooperazione con regole certe e garantiste. Senza farsi le scarpe. Si è preferito un braccio di ferro che ha fatto leva su esperimenti di neolingua da fare invidia al 1984 Orwelliano. Quella parte di stipendio legata al risultato è diventata, nel lessico comune, premio, come fosse qualcosa di ulteriore invece di una quota della retribuzione. Si è spacciato come dogma l’inamovibilità del dirigente, mentre i ruoli delle amministrazioni hanno da sempre tenuto inchiodati i dirigenti alle loro strutture, salvo rivolgersi al santo di turno. Si sono sbandierati inesistenti stipendi favolosi, ammantando di ipocrita pauperismo l’istigazione all’invidia sociale. Si è denunciata la commistione fra burocrati e politici, ma si sono indeboliti i paletti per le nomine di amici e sodali. Chapeau!

Insomma, si è compiuta la totale destrutturazione del valore della competenza dei tecnici, riuscendo per di più a farlo invocando il merito, l’indipendenza e il risultato. Non nascondiamoci dietro un dito, tuttavia: il passato non è stato rose e fiori. Merito e competenza nel settore pubblico hanno fatto a pugni con lobbysmo sotterraneo e patti scellerati con la politica, esattamente come accade in tanti pezzi della nostra società, dove lo sport preferito è sempre il solito: chiagnere e fottere. Pur tuttavia, a fronte di tanti, troppi problemi, denunciati spesso dalla stessa dirigenza, voi, cari concittadini, avevate la ragionevole aspettativa di essere trattati con la medesima attenzione e giudizio rivolgendovi al dirigente Tizio o al direttore Caio, nel tal ministero o in quel tal ente. Ora si aprono scenari inediti. E sapete perché? Perché il dirigente pubblico, nel fare il proprio dovere e barcamenandosi fra la legge e l’indirizzo politico del vertice di riferimento, poteva sempre farsi forza del posto fisso. Sì, il posto fisso, chiamiamolo così che ci capiamo, voi ed io. E quel posto fisso lo tutelava in caso dovesse opporre dei no sgraditi a qualcuno o dire, senza troppi timori, che quella tale idea era balzana e che era meglio muoversi in altro modo. Certo, il dirigente era licenziabile per una valanga di motivi (Carramba, che sorpresa, eh?) ma poteva fare il suo mestiere con relativa autonomia e dignità. Domani? Sui tecnicismi tornerò. Oggi vi basti sapere che nel prossimo futuro il dirigente dovrà girare col cappello in mano, sotto perenne ricatto di non vedersi confermato e mandato a casa senza relazione alcuna con l’essere stato valutato positivamente o meno. E chi pensate subirà le conseguenze ultime di questa tanto agognata rivoluzione? Ecco, siete contenti adesso?

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P.A., tutti gli effetti della riforma Madia sui dirigenti statali

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Dopo molti tentennamenti, il consiglio dei ministri del 25 agosto, in un clima reso plumbeo dalla terribile tragedia che ha colpito il centro Italia, ha dato il via definitivo alla riforma della dirigenza pubblica, approvando il testo del decreto che andrà ora al vaglio del Consiglio di Stato e delle Commissioni parlamentari competenti. Ci sarà, dunque, occasione per un’analisi approfondita delle diverse previsioni, limitandoci in questa sede a qualche primissima impressione. Da subito, tuttavia, va rilevato come ad oggi non sia disponibile, sul sito del Governo, il testo del decreto, planato da tempo nelle redazioni dei giornali e, in maniera carbonara, nelle mani di qualche addetto ai lavori, ma indisponibile al comune cittadino che voglia, finalmente, tentare di farsi un’idea in proprio. Nell’era della sbandierata e necessaria trasparenza dell’azione pubblica, questo è inaccettabile.

Vediamo allora qualche punto saliente della riforma, partendo dall’istituzione del cosiddetto sistema della dirigenza pubblica che è costituito dai tre ruoli dei dirigenti statali, regionali e locali ai quali “si accede tramite procedure di reclutamento e requisiti omogenei, in modo da assicurare il rispetto dei principi di eguaglianza, del merito e dell’esame comparativo”. Tutto giusto e, finalmente, utile per dare un taglio con la frammentarietà con cui in questo Paese si è reclutata la dirigenza pubblica, lasciando mano libera alla creazione di feudi e possedimenti di pezzi della politica interessati a utilizzare la PA come serbatoio elettorale. Allo stesso tempo affiorano e sono bene in vista, purtroppo, non pochi scogli su cui rischiano di andare ad infrangersi le dichiarate buone intenzioni.

Il primo riguarda le Commissioni di coordinamento del sistema (una per ruolo) che devono, fra le altre cose, definire i criteri generali, ispirati a principi di pubblicità, trasparenza e merito, di conferimento degli incarichi dirigenziali, accertando l’effettiva adozione e il concreto utilizzo dei sistemi di valutazione al fine del conferimento e della revoca degli incarichi. Organi, come si capisce, assai operativi e ispirati a principi di managerialità e comprensione dei meccanismi di carattere organizzativo, oltre che amministrativo-burocratico. A tempo pieno. Ebbene, dei sette membri previsti, cinque sono altissimi funzionari (il Segretario generale del Consiglio di Stato, il presidente dell’ANAC, il Ragioniere generale dello Stato, il Segretario generale del Ministero degli esteri e il Capo Dipartimento per gli affari interni e territoriali del Ministero dell’interno) che non solo fanno parte – curiosamente – di pezzi di apparato pubblico non toccato dalla riforma, ma avranno, evidentemente, ben poco tempo da dedicare a compiti così delicati. E, mi si passi l’ardire, probabilmente non troppo versati a principi di organizzazione emanagement.

Due. Dice il decreto che costituiscono mancato raggiungimento degli obiettivi fissati per il dirigente, pena il licenziamento, fra le altre cose, la valutazione negativa della struttura di appartenenza, riscontrabile anche da rilevazioni esterne ed il mancato rispetto delle norme sulla trasparenza, che abbiano determinato un giudizio negativo dell’utenza sull’operato della pubblica amministrazione. Si dice, in altre parole, che l’utenza esterna e, di fatto, chiunque si senta in vena di fare il leone da tastiera su Facebook perché ha passato una giornata nera nel tal ufficio (e sa solo l’Altissimo quanto spesso possa capitare), sia determinante ai fini del giudizio negativo di un dirigente. Il sacrosanto principio del controllo sociale da parte della cittadinanza, insomma, privo di necessarie regole di ingaggio, rischia di trasformarsi in una sorta di potenziale gogna mediatica perenne in cui l’autonomia dell’azione amministrativa va a farsi benedire.

Tre. Il punto più controverso: la fine del diritto all’incarico. La lotta per un posto da dirigente, pur se vincitore di concorso pubblico (roba preistorica, oggigiorno), assume connotati darwiniani e ove, per motivi che nulla hanno a che fare con valutazioni negative, un incarico non dovesse arrivare, ci si avvia verso la strada del licenziamento. Il decreto, va detto, aggiunge qualche tenue clausola di salvaguardia, ma il disegno della precarizzazione della dirigenza pubblica può dirsi concluso, con conseguenze assai pericolose per l’imparzialità dell’azione amministrativa e la tutela degli interessi dei cittadini. Censurabile, inoltre, che solo l’esito delle procedure di selezione è pubblico, mentre resta in una black box tutto l’iter della scelta e, soprattutto, la motivazione di affidamento e d’esclusione. Al danno, tuttavia, non manca il condimento della beffa: il dirigente privo di incarico, dice il decreto, “è tenuto ad assicurare la presenza in servizio, e rimane a disposizione dell’amministrazione per lo svolgimento di mansioni di livello dirigenziale”: il non-dirigente in panchina, in un angolo. A disposizione.

Resta solo da auspicare, nei prossimi mesi, un dibattito puntuale e partecipato sulle tante faglie che attraversano questa ennesima riforma, per tentare di ricondurre alcuni punti di forte criticità nell’alveo di un sistema equilibrato e, soprattutto, ben oliato. Basti pensare al fatto che i tre ruoli sembrano essere assolutamente permeabili: in pratica, senza ulteriori paletti regolatori, un posto scoperto rischierà di esser preso d’assalto da migliaia di domande, magari in forma preventiva per non rischiare di trovarsi senza sedia, col rischio di mettere in moto una giostra impazzita che sarà molto difficile gestire. O al fatto che la Scuola Nazionale dell’Amministrazione, uno dei pochi elementi di forte novità degli ultimi venti anni per quel che riguarda l’assunzione di giovani e motivati dirigenti, rischi di appaltare le procedure di reclutamento a non meglio definite “istituzioni nazionali e internazionali di riconosciuto prestigio”. A rischiare di perderci, ricordiamolo sempre, saranno i cittadini. La pancia, in questioni così delicate, si è dimostrata di ben poco aiuto: lo tengano bene a mente tutti coloro che sono sul campo di gioco prima di causare rotture irreparabili.

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Esiste un “caso” Raineri a Roma?

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Non sono mancate e non mancano le polemiche sugli incarichi attribuiti a Roma da Virginia Raggi, con accuse e rimpalli circa l’opportunità e la qualità di alcune nomine ed i relativi compensi. Val la pena, tuttavia, ricordare che la gran parte di queste nomine sono di natura fiduciaria e ricadono nella sfera di discrezionalità propria del Sindaco, il quale, naturalmente, se ne assume la responsabilità politica: molto rumore per nulla, insomma. Appare, invece, una questione a parte quella relativa alla figura del Capo di Gabinetto e alla chiamata di Carla Raineri, magistrato già in servizio nel periodo di commissariamento della Capitale. Molte delle critiche delle opposizioni e di parte della stampa si sono concentrate sul compenso, giudicato da molti, anche parte della base “grillina”, troppo elevato. Come ha spiegato la stessa Raineri, giudice di Corte d’Appello a Milano, lo stipendio è legato alla sua posizione in carriera, come per tutti i magistrati. Illogico – e, francamente, populista – pretendere che la stessa rinunci ad una fetta consistente dei propri emolumenti: passi lo spirito di servizio, ma la competenza deve avere un peso, che si rispecchia anche nel proprio stipendio. Va infatti di moda, da tempo, un insopportabile pauperismo moralisteggiante che, a mo’ di rivalsa nutrita di frustrazione, non vuole riconoscere il dovuto a chi ha studiato e lavorato negli anni. Da rispedire al mittente. Sgombrato il campo da questa insopportabile disputa di bottega, sono due i temi su cui, a mio parere, ci si dovrebbe interrogare.

Il primo, su cui ha recentemente scritto in modo assai chiaro Luigi Oliveri, verte sulla necessità della figura del Capo di Gabinetto in un Comune: a differenza dei ministeri, infatti, dove deve supportare il ministro nell’attività politico-amministrativa di primo piano, coordinando una struttura di servizio che sia, allo stesso tempo, cerniera con la macchina amministrativa, negli enti locali tali funzioni sono per legge assegnate alla Giunta. Ammettiamo comunque, per amor di discussione, che nella Capitale del Paese, per la sua valenza politica e di peso delle strutture e dell’impatto a livello nazionale, il Sindaco avverta la necessità di dotarsi di una figura di questo tipo: transeat. Altrettanto importante appare, però, il secondo punto, richiamato da Antonio Esposito sul Fatto Quotidiano, che investe una apparente ovvietà, non casualmente trascurata da tutti i commentatori: “Forse è giunto il momento che i magistrati facciano (solo) i magistrati con divieto assoluto di accettare – salvo ipotesi di dimissioni, non essendo sufficiente la mera aspettativa – incarichi politici”. Traducendo: ognuno faccia il suo mestiere.

Il tema è stato affrontato ripetutamente negli anni e si è intrecciato con tema del funzionamento della macchina pubblica: nota la querelle sui potenziali conflitti di interesse in capo ad esponenti delle magistrature – in particolar modo amministrative – che vengono puntualmente e amorevolmente chiamati dalla politica a ricoprire ruoli di capi degli Uffici Legislativi e dei Gabinetti dei ministeri e che si trovano prima nell’amministrazione attiva e, subito dopo, a giudicare degli atti di quella stessa amministrazione in cui operavano. Il punto di fondo resta sempre il medesimo ed è legato al principio tutto nostrano per cui il magistrato è un asso pigliatutto, un jolly da giocare sempre e comunque, apparentemente dotato di capacità trasversali e illimitate. Per esser chiari: non si mette in dubbio la capacità professionale delle magistrature, che rappresentano un’eccellenza del nostro Paese. E men che mai quella della Raineri, il cui curriculum è esemplare. Ma rimane incomprensibile perché si continui, pervicacemente, ad attribuire funzioni che poco hanno a che fare con il supporto all’attività politico-amministrativa del vertice politico a chi, per mestiere, è deputato ad amministrare la giustizia.

A dir la verità, fu lo stesso Renzi a sollevare rumorosamente la questione nel varare il suo Governo, anche se nella pratica molto poco appare cambiato. Finché non vedremo qualche dirigente vestire la toga per chiamata diretta (Dio ce ne scampi!), sarebbe più razionale e rispettoso degli equilibri del sistema limitarsi a fare il proprio mestiere.Ciascuno al posto giusto, in tutti i livelli di Governo. È così difficile?

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Quella pacchia infinita dei dirigenti pubblici

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L’ennesimo cannoneggiamento agostano sui dirigenti pubblici segna, per i lettori più attenti dei quotidiani, uno spartiacque in quella che il Corsera, che ospita l’intervento, in home page definisce “guerra di trincea”. Marca, in altri termini, il progressivo abbandono di ogni remora e spirito critico sulla questione, nell’imminenza dell’emanazione del prossimo decreto Madia sulla dirigenza. Intendiamoci, Sergio Rizzo, autore dell’articolo, è uno che legge, studia e coi numeri ci sa fare: fa il suo mestiere di watchdog dell’informazione, indispensabile nelle nostre società complesse dove la stampa ha il dovere di fare le pulci a chiunque. Nel farle ai dirigenti pubblici, tuttavia, molto giornalismo prende troppo spesso clamorose cantonate e sembra distinguersi per una furia iconoclasta che poco ha a che vedere con la ricerca della verità.

Due aspetti devono destare, a mio modo di vedere, preoccupazione per come viene affrontata, su buona parte dei media, la questione relativa alla riforma della pubblica amministrazione e, in particolare, della dirigenza pubblica. Il primo è la magnifica ossessione con cui si dipinge a tinte fosche la nostra macchina pubblica e le malefatte dei dirigenti, neanche venissero spiati minuto per minuto come nel bellissimo film ambientato nella Germania dell’Est “Le vite degli altri”. Non un dubbio o un’incertezza circa i responsabili di un sistema che, si dà per scontato, non funziona: siamo alla categoria del nemico oggettivo. ben delineato da Hannah Arendt nel 1948. Basta prendere ad esempio la Presidenza del Consiglio dei Ministri, dove, secondo l’articolo, “per i dirigenti pubblici, è la vera pacchia. La pacchia delle porte girevoli, dietro il paravento dell’indipendenza dalla politica. La pacchia di stipendi super, frutto di valutazioni super per tutti”. Tutti. Insomma nessuno si salva. E dire che sulla Presidenza del Consiglio molto ci sarebbe da raccontare, a partire dall’ipertrofia degli ultimi venti anni, voluta fortissimamente da una politica che ne ha ampliato a dismisura compiti e funzioni, in ciò affatto contrastata dalla dirigenza. Il peccato originale, tuttavia, pesa sulle spalle dei dirigenti pubblici: tutti i dirigenti, inclusi, manco a dirlo, quelli del Ministero dell’Economia. Il bello è che per arrivare a far mazzo di questa ghenga di profittatori del bene pubblico, si fanno, finalmente, dei nomi. Ben cinque nomi su novecentoquarantasei (conti riportati nell’articolo). Ebbene, fra quei cinque spunta chi dirigente di ruolo non è mai stato, trattandosi, invece, di personale chiamato dalla politica con incarichi fiduciari. Ops!

Riemerge, dunque, l’altro tema relativo al rapporto politica-amministrazione. Il rischio che molti, sindacati e associazioni di dirigenti, hanno cercato di portare all’attenzione della pubblica opinione è che si arrivi ad una vera e propria precarizzazione della dirigenza, rendendola di fatto soggetta alla politica. Riporta l’articolo che “gli oppositori […] paventano rischi di incostituzionalità: l’articolo 97 della Costituzione non stabilisce forse l’imparzialità dell’amministrazione? E insistono che con il ruolo unico da cui pescheranno i ministri il dirigente finirà assoggettato alla politica”. No, non c’entra nulla il ruolo unico, voluto dagli stessi dirigenti da sempre. Il punto – repetita iuvant – è che da questo enorme calderone dei dirigenti della Repubblica si viene espulsi (rectius, licenziati) solo perché un incarico non viene dato.A discrezione. E non basta. Se un pericolo del genere esiste, concede l’articolo, nessun problema: “come se non fosse mai esistito il rischio di una commistione fra politica e amministrazione”. Insomma, muoia Sansone con tutti i Filistei sembra lo slogan, e chi se ne importa della Costituzione. Delle due l’una, tuttavia: o la dirigenza deve essere autonoma (non indipendente) dalla politica, e allora si lavori per ricostruire la trama dei rapporti che deve essere alla base del corretto funzionamento della macchina; o si vuole una dirigenza fedele esecutrice della politica, ed allora ci si risparmi lo strazio e si applichi ad ogni dirigente un bottoncino rosso sulla schiena: si pigi “enter” e via.

Il pressoché totale sprofondamento di ogni ragionamento critico, di voglia di discutere seriamente sui temi, senza disconoscere le tante, troppe crepe che attraversano la nostra macchina pubblica, è sconfortante. La riforma in corso ha molti aspetti di indubbia utilità, talaltri poco convincenti e alcuni, infine, di criticità fortissima. Coloro che hanno a cuore un’Amministrazione Pubblica di servizio, che sia parte delle forze vive di questo Paese, continueranno a dire la propria opinione, senza “soffiare sul fuoco”, ma tentando in ogni di tenere accesa la speranza di un pubblico dibattere su questioni che interessano tutti noi. Magari proprio contro chi, stavolta sul serio, si esercita a “soffiare sul fuoco” della tenuta del Paese. E buon Ferragosto a tutti.

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La guerra di trincea dei dirigenti statali barricaderi

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Il giorno dopo la mancata adozione del famigerato e attesissimo decreto Madia sulla dirigenza pubblica, a leggere i quotidiani sembra ci si trovi nel pieno di una guerra di trincea fra le Istituzioni, con le due fazioni dei politici e dei burocrati che si guardano in cagnesco nel fango, elmetto in testa, in attesa dell’assalto finale alla baionetta. Non ci credete? “Statali, slitta la riforma della dirigenza: bloccata dai superburocrati”, titola il Messaggero, rivelando che ci sono “troppe resistenze, soprattutto da parte dell’alta burocrazia ministeriale che non condivide il disegno del governo Renzi”. Sergio Rizzo sul Corriere parla invece di “ultima resistenza dei mandarini”, riportando che lo spostamento dell’esame del decreto a fine mese sia dovuto a una serie di “osservazioni che potrebbero essere anche prese in considerazione, se non si esaminasse però il punto di partenza: l’inefficienza del nostro apparato burocratico”. Un assioma scolpito nella pietra che si dimostra puntando il dito sui burocrati inamovibili e intoccabili, che “sono stati per generazioni i padroni della macchina pubblica a ogni livello: statale e regionale, e poi giù giù fino ai Comuni”. Amen.

Repubblica fa la sua parte, denunciando con un paginata dell’edizione dell’11 agosto che i dirigenti di Stato sono addirittura pronti alle barricate. Attenzione, però: “Sbaglia chi immagina una casta (sic!) impaurita: la categoria sa di avere un asso nella manica”. Quale, ci si potrebbe chiedere? Detto, fatto: “è l’articolo 97 della Costituzione, quello che recita come nei pubblici uffici debba essere garantita l’imparzialità dell’amministrazione”. Meno male, già si temevano pericolosi squadroni della morte di signore in tailleur e mezzemaniche in grisaglie d’ordinanza. E se il Fatto Quotidiano evidenzia che occorrerà attendere ancora per una vera rivoluzione “di fronte alle resistenze dei boiardi di Stato rispetto a una sgradita iniezione di meritocrazia” (maledetta meritocrazia…), Il Tempo di Roma si rammarica che “i dirigenti della pubblica amministrazione si salvano ancora una volta”. A braccetto, infine, La Stampa e Libero che marcano la presunta vittoria dei dirigenti con un sempreverde: “Statali, 52 modi per non lavorare (pagati)”. E via con la sequela di furbizie  del dipendente pubblico a danno del probo cittadino: dalla maternità, che “si declina in astensione obbligatoria e facoltativa, congedo parentale, permesso per visite pre-natali e per malattia del figlio entro i 3 anni o del bambino da 0 a 8 anni se con ricovero ospedaliero”, fino, udite udite, a “150 ore retribuite per la frequenza di corsi scolastici o universitari”. Perché con la cultura, ricordava qualcuno, non si mangia.

Inutile contestare il luogocomunismo: fatica sprecata e rabbia risparmiata. Capisco che ad agosto le pagine di un quotidiano si debbano pur riempire, magari solleticando l’indignazione del cittadino bibitaro (alzi la mano chi coglie la citazione). Devo dire, tuttavia, di trovare assai poco credibile che uno schiacciasassi della politica come Matteo Renzi si faccia intimidire dalle “osservazioni” dei dirigenti pubblici. Diamo pure per assodato che c’è chi, nelle burocrazie dei ministeri, questa riforma proprio non la vuole e che, magari, si augura che una vittoria del no trascini via a valle Governo e riforma della pubblica amministrazione: inutile negarlo.

Chiederei, però, a chi fa informazione per professione di ricordarsi due o tre cose. La prima: dati, dati, dati. Le inossidabili certezze da Bar dello Sport lasciamole al caffè del lunedì mattina e basiamoci su numeri e cifre ufficiali. La seconda: corretta l’azione di critica e di denuncia, ma si facciano nomi e cognomi. Chi si è guadagnato i galloni da dirigente con l’impegno, lo studio e il sacrificio personale non ama essere accomunato alle tante caste di questo Paese. C’è una casta di “superburocati”? Probabilmente sì, come esistono le “fratellanze” più o meno manifeste di imprenditori, di politici e di giornalisti. Per i quali, tuttavia, trovo sciocco e offensivo fare di tutta l’erba un fascio.Usateci la stessa cortesia, di grazia. Ed infine: chi si trova a dirigere strutture pubbliche ne sente tutto il peso. Non si regge un ufficio per fare profitto: si tenta, giorno dopo giorno, a far fronte ad un impegno che, tra mille difficoltà, disillusioni e stanchezza, è tale perché rivolto alla Comunità dei cittadini. Con tutti i difetti, le mancanze e le migliorie del caso, servire lo Stato è un onore. E ci proviamo. Signori della Stampa, ricordatevene ogni tanto quando fate il vostro mestiere. Chissà che ne giovi il clima di questo dannato Paese.

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Dirigenti pubblici: l’ora è (quasi) giunta

P.A: DAI DIRIGENTI AI FORESTALI, LA RIFORMA MADIA

Se ne parla ormai da più di un anno, da quando, nell’agosto del 2015, il Parlamento aveva approvato la legge delega firmata dalla ministra Madia sulla riforma della Pubblica Amministrazione: è adesso in dirittura d’arrivo il decreto che si occupa della dirigenza pubblica, previsto con tutta probabilità in un Consiglio dei Ministri prima di Ferragosto o, al massimo, entro la fine del mese, pena lo scadere della delega. Da mesi trapelano sui giornali gli indizi ed i dettagli di come il Governo intende mettere mano alla dirigenza, considerata, a ragione, il perno su cui ruota la macchina pubblica e l’attuazione delle politiche. Si è letto di tutto ed il contrario di tutto, con l’unica certezza che occorrerà leggere il testo del decreto per esprimere valutazioni compiute. Vedremo l’articolato che i tecnici di Palazzo Vidoni stanno preparando per capire meglio e capire se i rumors fossero solidi. Sicuramente l’attesa del decreto è palpabile: è comune la preoccupazione, da parte dei dirigenti, della ormai certa precarizzazione del loro ruolo, alla luce del venir meno del diritto all’incarico, pur se vincitori di concorso pubblico. È un punto critico, su cui si è molto dibattuto e, a mio giudizio, censurabile di incostituzionalità. In questa sede mi preme, tuttavia, offrire qualche riflessione più generale, rimandando una più puntuale analisi testo alla mano.

La prima ha a che fare con l’abilità tutta politica di Matteo Renzi nell’impostare la riforma: sin dalla sua “corsa” per la Segreteria del Partito Democratico, infatti, Renzi ha sensibilmente cambiato l’approccio al tema Pubblica Amministrazione. Se con Renato Brunetta la parola d’ordine era la lotta al dipendente fannullone, con ciò attirandosi l’ira di un numero affatto trascurabile di dipendenti pubblici, Renzi ha centrato l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media sui dirigenti inamovibili, i mandarini che remano contro, gli strapagati burocrati che detengono il sapere a danno della politica. Pochi e detestati: il bersaglio perfetto per spingere una riforma. Ciliegina sulla torta gli ormai celebri furbetti del cartellino, che prosperano grazie ai dirigenti che non controllano. Insomma, dal punto di vista della comunicazione politica, un capolavoro. Sia chiaro: è innegabile che i dirigenti non possano sottrarsi alle loro responsabilità nella buona o cattiva conduzione e performance della cosa pubblica, al pari della politica e delle forze sociali. Personalmente, tuttavia, contesto al fondo l’immagine che si tende a dare della dirigenza di questo Paese, con un gioco di scaricabarile sui dirigenti pubblici – accolto a braccia aperte da un’opinione pubblica che trova insopportabile qualsiasi cosa olezzi anche lontanamente di burocratico – che non solo danneggia le tante donne e i tanti uomini che nel Paese credono e che per il Paese lavorano nei loro uffici, ma ha alimentato un clima che reputo assai dannoso per la tenuta sociale e morale dell’Italia.

La riforma, inoltre, segna la mancata occasione di confronto con la dirigenza stessa da parte del Governo. In un anno, a fronte di una discussione assai articolata fra addetti ai lavori e mondo dell’università e con un’attenzione particolare della stampa, non è mai stato avviato un dialogo con i sindacati e le associazioni rappresentativi della dirigenza pubblica. Tranne il breve confronto fine luglio fra la Ministra e i sindacati per parlare di lavoro pubblico, il Governo non ha mai voluto aprire un tavolo di discussione sulla implementazione della riforma della dirigenza. Eppure molto ci sarebbe stato da discutere, in particolare sul funzionamento pratico del futuro ruolo unico della dirigenza della Repubblica, sull’accesso alla dirigenza (che fine farà la Scuola Nazionale dell’Amministrazione?) o, ancora, sul tema delicatissimo della valutazione legato all’incarico (e al licenziamento). Il Governo poteva ascoltare, valutare e, in ogni caso, fare di testa propria. Questo arroccarsi senza voler affrontare i nodi più importanti ha, invece, aumentato un clima di reciproca diffidenza che non è utile a nessuno.

Se tutto ciò è vero, occorre, tuttavia, guardarsi allo specchio e riconoscere che questa è una riforma che investe una dirigenza che ha la colpa massima di lavorare con lo sguardo fisso sulla scrivania. A ben vedere, infatti, è l’unico corpo della Repubblica che, a differenza di magistrati, prefetti e diplomatici, non è mai riuscito a far massa critica e a far rete in modo trasparente. Colpa, naturalmente, di un reclutamento assai frammentato e della pesantissima influenza della politica, soprattutto negli ultimi 15 anni. Ma ovvia conseguenza della tendenza a lavorare per compartimenti stagni, chiusi nel proprio, piccolo mondo di riferimento e a coltivare il proprio orticello. Lo scambio, il mettersi in gioco, il confronto sono stati messi in secondo piano rispetto alla diffidenza dell’altro e alla resistenza al cambiamento. La lotta è stata spasmodica contro quello che è un semplice fatto: i dirigenti non sono tutti uguali. Ci sono versatilità, capacità e approcci diversi che vanno messi sulla bilancia. Ma esser valutati ha fatto sempre paura, col risultato di accettare per anni un sistema di valutazione comodo, forse inutile, basato su obiettivi condivisi, con la paura di avere valutazione diversificate, invece di chiedere di essere valutati nella propria capacità di far funzionare la macchina e di relazionarsi con gli attori che, in tanti, bussano alle porte delle amministrazioni pubbliche.

Carte ancora coperte, quindi. Le scopriremo sotto l’ombrellone.

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Vi racconto la guerra dei rifiuti a Roma

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L’esordio della nuova Giunta pentastellata di Virginia Raggi non è stato dei migliori. Pesa, infatti, come un macigno la gestione traballante della vicenda rifiuti che ormai sta raggiungendo livelli non degni della Capitale di questo Paese. Mentre cominciano a circolare sui social network foto di gabbiani che divorano roditori in strada, l’aria si fa sempre più pesante. E non solo per il fetore che ormai appesta le strade romane. È in corso un vero e proprio duello all’arma bianca fra la neo assessora all’Ambiente Paola Muraro ed il dimissionario presidente di AMA, Mauro Fortini, che non risparmia colpi di scena quotidiani. I giornali ormai hanno addentato il boccone delle passate consulenze di Muraro che replica minacciando di dossier scottanti tenuti nei cassetti (perché, poi, non vengano tirati fuori è un mistero) e che, con poco garbo istituzionale, affida la sua replica al blog di Beppe Grillo. L’opposizione, molto poco sobriamente, le appiccica il nomignolo di “Assessore Milioncino”. È guerra totale, insomma, mentre ai cittadini non resta che fare lo slalom fra i rifiuti abbandonati per strada. C’è da sperare, naturalmente, che la stessa foga che tutti gli attori impegnano nelle polemiche d’agosto possa essere profusa nel trovare una soluzione responsabile allo scempio di Roma. Uno scempio, è bene ricordarlo chiaramente, che non vede nessuno esente da colpe.

Non le forze politiche, di qualsiasi schieramento, che non sono riuscite e non riescono a tenere in piedi un sistema di gestione dei rifiuti urbani efficiente e trasparente, per il quale i cittadini pagano tasse alte. Non l’AMA che, aldilà di singole responsabilità, ha purtroppo mostrato negli anni di non saper trattare con modalità efficaci la sua missione aziendale e, allo stesso tempo, adottare politiche del personale pienamente trasparenti e meritocratiche. In gran parte non siamo innocenti neppure noi: i cittadini di Roma, sempre pronti a stracciarsi le vesti indignati e a condannare senza appello la politica, la burocrazia, l’informazione, tollerando l’intollerabile e, salvo pochi benemeriti casi, tirare a campare. Sarebbe da chiedersi da dove spuntino i rifiuti in strada, le discariche abusive, le cataste di sacchi di materiali e residui alimentari sui marciapiedi dei negozi, dei bar, dei ristoranti. Insomma, un bubbone pronto ad esplodere. In questo quadro desolante, tuttavia, è stucchevole l’accanimento sulla persona. Fino a prova contraria chiunque, inclusa Paola Muraro, ha il diritto di rivendicare la propria correttezza ed onorabilità. E se opposizioni e stampa hanno il dovere di chiedere spiegazioni, su tutti grava l’onere di non trasformare una questione di interesse generale in una zuffa da cortile. Andrei oltre, però, domandando se esista, aldilà dei nomi e delle responsabilità di Tizio o Caio (su cui, come si dice in questi casi, faranno luce le autorità competenti), un piano articolato di proposte concrete e attuabili sul come affrontare la questione rifiuti a Roma. E farlo in modo strutturale e non emergenziale. Sulla questione dell’azienda dei rifiuti, oggetto della contesa di queste settimane, si legge nelle linee di governo della Sindaca, presentate nei giorni scorsi, che “è necessario intervenire con un programma di efficientamento prevedendo l’adozione ed introduzione di un modello organizzativo di compliance a cui si devono attenere Dirigenti e Quadri e Funzionari aziendali, ove per compliance si intende la verifica di conformità del modello organizzativo a leggi, norme, regolamenti (esterni ed interni), contratto di servizio con Roma Capitale, carichi di lavoro, etc. nella erogazione dei servizi”.

Ecco, va bene chiedere che AMA rispetti le norme, ci mancherebbe altro, ma come evitiamo che l’azienda sia preda di dinamiche di potere e spartitorie? Come facciamo sì che si ponga al livello delle analoghe organizzazioni in Europa? Correttamente si prevede nel programma di marciare su prevenzione e riduzione dei rifiuti, raccolta differenziata e riciclo, monitoraggio e controllo: è necessario, tuttavia, intervenire sul piano organizzativo e sulla corretta impostazione dei rapporti con il Comune, senza crociate o assalti alla baionetta, ma mettendo in campo una visione di quel che vogliamo sia la città fra cinque anni. Le baruffe di piccolo cabotaggio hanno fatto il loro tempo: Roma non può davvero più permettersele.

Pubblicato su Formiche 

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SOS Roma: quel clima da “finestre rotte”

AAEAAQAAAAAAAAeyAAAAJDhhMmVmYWJkLTEwYTQtNDcwYy04MzBlLWJkOWM5MDllNGE1YwNoi Romani siamo ormai abituati a tutto. Rassegnati al caos, al lassismo, al disprezzo delle regole minime della convivenza civile. Ci conviviamo, ne siamo sfiancati e, in fondo, complici: non si spiegherebbe altrimenti la differenza abissale che separa Roma dalle altre capitali europee in termini di vivibilità, servizi, mobilità. Basti ricordare, ad esempio, come a Roma la concentrazione dei mezzi privati sia impressionante: secondo il Censis (dati 2015) all’enorme parco circolante (2,5 milioni di veicoli, di cui 1,9 di automobili) corrisponde un tasso di motorizzazione (856 veicoli ogni 1.000 abitanti), che non ha eguali tra le grandi capitali europee. Inutile negare che il disastro romano sia anche una delle cause che ha visto la schiacciante vittoria del Movimento 5 Stelle nelle ultime elezioni e che devono arrivare in fretta delle risposte su tanti fronti, primo fra tutti quello dello smaltimento dei rifiuti, soprattutto alla luce degli inquietanti episodi che hanno visto protagonisti dei ratti, anche in pieno centro. Quel che lascia davvero perplessi, tuttavia, è che le prime indicazioni pervenute da alcuni membri della Giunta Raggi sembrano, a dir poco, bizzarre. Se ha destato curiosità quanto ha dichiarato l’Assessora all’ambiente del Comune di Roma, Paola Muraro, circa la vera causa degli ingorghi di traffico a Roma, ovvero i pedoni indisciplinati che attraversano in mezzo alla strada (reale vizietto di romani e turisti, per carità), è stata eclatante la gaffe del neo assessore al Commercio,Adriano Meloni. Meloni, infatti, a margine di un convegno, ha sostenuto, a proposito degli ormai arcinoti camion bar 24 ore sparsi su tutto il territorio cittadino, che non si può eliminarli e basta, perché, in fondo, assolvono ad alcune funzioni, come quella di dissetare romani e turisti, specie con questo caldo. Nel rimandare alla storia di questi camioncini a quanto ricorda testardamente il blog “Roma fa schifo”, penso che qui si pecchi di ingenuità e che, prima di fare dichiarazioni che ringalluzziscano l’affollato club degli appartenenti alla bancarellopoli romana, occorrerebbe contare fino a dieci, leggersi i pregressi e poi trovare proposte condivise con la cittadinanza. Premesso che Roma è ancora costellata di tante fontane storiche e – sempre meno, purtroppo – dei celebri “nasoni” che andrebbero rimessi in sesto, è evidente che la situazione sia sfuggita di mano. Basta fare una passeggiata nel centro della città e nei dintorni della Stazione Termini per vedere come pullulino, oltre ai camion bar (regolarmente in possesso di licenza, sia chiaro), bancarelle improvvisate di ogni tipo: siamo all’ambulantato incontrastato, in cui si mescolano problemi di decoro, sicurezza, lavoro irregolare, regolamentazione del commercio e lotta alla contraffazione. Il clima da suk che si respira nella Capitale è ormai da troppo tempo divenuto insostenibile e alimenta un circolo vizioso tipico da fenomeno delle “finestre rotte”. Vedere ogni giorno, in una città che potrebbe e dovrebbe essere il fiore all’occhiello dell’Italia, che le regole possono essere impunemente violate non fa che estendere la sensazione che è possibile farlo sempre e comunque. Rifiuti in strada, parcheggi sui marciapiedi, stazioni metro abbandonate con l’oscurità, scritte e “street art”, centurioni non sono che le normali conseguenze di questo silenzioso ma costante incoraggiarsi al menefreghismo tipico di questa città. E se ci sono realtà di auto-organizzazione civica, come la benemerita Retake, il problema sembra impossibile da aggredire. Il “brutto” è tremendamente contagioso. Qualunquismo? Forse. Ma se i romani sguazzano nel lassismo, Roma non merita di precipitare nelle classifiche mondiali. La Capitale d’Italia è il biglietto da visita di un Paese: credo sia opportuno che i membri della nuova Giunta, cui va certamente dato il tempo di prendere le misure e studiare i dossier, lo ricordino ogni giorno del loro mandato. Risparmiandoci, se possibile, dichiarazioni improvvisate.

Pubblicato su Linkiesta

 

 

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