PA, reclutare oggi i dirigenti che servono domani

Durante un seminario in materia di concorsi pubblici tenutosi lo scorso 30 gennaio è stato rilevato come, con riferimento alla PA in senso stretto (strutture centrali, agenzie, enti territoriali e locali), siano previste, entro i prossimi 5 anni, assunzioni per circa 100mila unità di personale dopo che il numero di dipendenti è diminuito dal 2008 di circa 300 mila unità, pari all’8,% del personale pubblico. Ha calcolato Raffaella Saporito, docente di SDA Bocconi, che questa iniezione di nuove risorse umane, tenendo presente una vita professionale di 35/40 anni, cubino circa 200 miliardi di euro, più o meno il valore dell’intero del Piano nazionale di ripresa e resilienza italiano (PNRR). Cifre simili rendono chiara la significatività del momento storico che sta vivendo il Paese: gli aiuti europei dovrebbero spingere a fare un salto di qualità sistemico in settori fondamentali, fra i quali quello della “digitalizzazione e modernizzazione della PA”, per il quale sono destinati quasi 12 miliardi di euro e che fra l’altro prevede, in materia di capitale umano, azioni specifiche di investimento su analisi dei fabbisogni e forme di reclutamento di risorse umane che tengano conto non solo di conoscenze tecniche. Se si allarga il quadro al complesso delle amministrazioni che dovranno misurarsi con forme di organizzazione del lavoro che, nel post pandemia, diventeranno strategiche, appare evidente che l’obiettivo è dar corpo e sostanza all’idea di PA che serve, da domani, al Paese. Si tratta, insomma, di una gigantesca opportunità che pone, tuttavia, una domanda alla quale va data urgente risposta: chi cerchiamo e per far cosa?

Il reclutamento del personale diventa, in altre parole, la chiave di lettura di una visione sostenibile della macchina pubblica dei prossimi 20 o 40 anni che dovrebbe diventare obiettivo comune e trasversale di maggioranza e opposizione in ogni Parlamento, specialmente in un panorama politico turbolento come quello italiano. È noto come la PA Italiana viva di una cultura interna caratterizzata da un approccio ancora troppo formalista e imperniato sulla forte proceduralizzazione amministrativo-contabile. Sono, ovviamente, aspetti imprescindibili per una corretta attività amministrativa che devono, però, essere affiancati, in un’ottica innovativa e di efficacia, da ulteriori componenti che attengono alle caratteristiche dell’individuo. Se è eccessivo parlare di “svolta imprenditoriale, come scrive Giovanni Valotti sul Corriere della sera (il dirigente pubblico, a differenza dell’imprenditore, non può permettersi la libertà di rischiare), è innegabile sia opportuna “maggiore libertà di movimento sul piano procedurale, delle assunzioni, dei riconoscimenti ai dipendenti meritevoli”. In una società sempre più complessa e veloce, le cui sfide all’amministrazione si affastellano e moltiplicano, occorre valorizzare un patrimonio sinora trascurato, rappresentato da quelle competenze personali correlate al saper fare e al sapersi relazionare che affianchino le indefettibili conoscenze di natura tecnica.

Se pensiamo alla dirigenza amministrativa, perno dello sviluppo quotidiano di ogni politica pubblica, la sfida è duplice: occorre reclutare talenti che, creando valore e fiducia nell’azione pubblica, siano in grado di gestire una fase di profonda trasformazione organizzativa (si pensi all’impatto che potrà avere un regime ordinario di smart working al cessare dell’emergenza dettata dal Covid) e, al contempo, contribuire alla gestione e implementazione futura delle misure finanziate dall’iniziativa Next Generation EU, tenendo il tutto all’interno del quadro di prospettiva offerto all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite attraverso le tre dimensioni– economica, sociale ed ecologica – dello sviluppo sostenibile. A ribadire l’urgenza del caso soccorrono i dati diffusi nel corso di un convegno da Giovanni Fattore sulla dirigenza apicale dei ministeri, che è tendenzialmente anziana, con scarsa esperienza internazionale e con una formazione marcatamente giuridica. Se questo è l’imprescindibile orizzonte cui mirare, alla consapevolezza della necessità deve dunque accompagnarsi un intervento sulle modalità con cui si organizzano i pubblici concorsi per reclutare la dirigenza pubblica italiana, almeno nelle amministrazioni centrali. Vista la ormai più che ventennale esperienza, non si può che partire dalla Scuola Nazionale dell’Amministrazione (SNA) che, parte del cosiddetto sistema unico del reclutamento e della formazione pubblica, ha il mandato di reclutare fino al 50% dei futuri dirigenti attraverso il corso-concorso selettivo di formazione, una sorta di ingresso “chiavi in mano” che, dopo il concorso di accesso alla Scuola, prevede un anno di corso e stage e la successiva, diretta assegnazione della direzione di un ufficio.

La SNA sta attualmente predisponendo, seppur nel perdurare dell’emergenza pandemica, l’ottava edizione del corso-concorso per 210 nuovi dirigenti, che porterà il numero di coloro che hanno acceduto alla dirigenza a circa 1000 unità dal 1998 ad oggi. La Scuola ha maturato, in altri termini, pur nella frequenza singhiozzante del reclutamento – che l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi immaginava come vendemmia annuale – una rilevante esperienza che ha portato ad innestare gradualmente elementi legati alle cosiddette soft skill nella selezione dei candidati. In particolare, come ha dichiarato Stefano Battini, Presidente della SNA, la Scuola aspira a valutare la capacità di giudizio dei candidati in situazioni critiche, avendo introdotto, fra l’altro, al posto del classico tema, l’elaborato critico di un dossier, “realizzato a partire da un set di documenti e materiali messi a disposizione del candidato durante la prova, che sostituisce il tema, sul consolidato modello ENA”, l’Ecole nationale d’administration francese. Non mancano, naturalmente problemi organizzativi, legati, ad esempio, al gran numero di partecipanti (circa 20.000 ad edizione negli ultimi anni) e al ricorso forzato alle prove preselettive, vera e propria ghigliottina che rischia di non operare una adeguata scrematura e il cui possibile rimpiazzo solleva il problema di come dare per acquisite e in quale misura le conoscenze tecniche prima dell’approdo al concorso.

Il concorso pubblico resta, ai sensi dell’art. 97 della Costituzione, la via maestra per accedere ai pubblici uffici. Nulla vieta, tuttavia, che si possa intervenire chirurgicamente sulla normativa di settore per favorire l’inserimento di modalità che, ad esempio ispirandosi al consolidato modello dell’EPSO (Ufficio interistituzionale di selezione del personale per le Istituzioni e le Agenzie dell’Ue), adottino criteri tesi a valutare a) competenze cognitivo/linguistiche, b) competenze comportamentali/relazionali, c) quadro motivazionale e di valori e, infine, d) competenze tecniche classiche. Pare, inoltre, imprescindibile, a fini sistemici, rendere il canale della SNA l’unico canale di accesso alla dirigenza delle amministrazioni centrali e degli enti pubblici, ponendo fine all’estrema frammentazione in entrata che ha contributo al mancato consolidarsi dello spirito di corpo della categoria, a differenza di magistrati, diplomatici o prefetti. Non dovrebbe, poi, mancare l’attenzione alla figura del reclutatore. Ai sensi dell’art. 9, co. 2, del DPR 487/1994, le commissioni esaminatrici sono composte, per i concorsi per la dirigenza, da un consigliere di Stato, o da un magistrato o avvocato dello Stato di corrispondente qualifica, o da un dirigente generale od equiparato, con funzioni di presidente, nonché da esperti nelle materie oggetto del concorso: nitida fotografia dell’impostazione giuridico-amministrativa dominante. Come ha evidenziato proprio Valotti nel convegno dello scorso 30 gennaio, a fronte dell’investimento per lo Stato, occorrerebbe riconoscere spazio a chi fa del reclutamento una professione e che mira a rilevare nel candidato, oltre alle conoscenze tecniche, il ventaglio di competenze e inclinazioni che possono essere preziose in un’organizzazione avanzata e alle prese con sfide nuove.

Ancora nel mezzo di una crisi sociale ed economica epocale, abbiamo l’occasione – il dovere – di ripensare finalità, composizione e ragione della nostra macchina pubblica, a partire dalla scelta consapevole di chi farà camminare le politiche del futuro. Come ha rilevato il ForumPA nel suo Rapporto Annuale, la PA che emerge dopo questi mesi intensi di pandemia “è una realtà fluida e porosa, in cui i confini non sono più netti dal punto di vista organizzativo e culturale, ma permeabili ai flussi materiali e immateriali generati nel contesto di riferimento dai molteplici attori sociali […], più aperta al cambiamento, al confronto, a reagire agli improvvisi stimoli esterni, di molti suoi commentatori”. Anzi, se il Legislatore ha continuato a imporre innovazione per decreto, l’esperienza del Covid “ha registrato una diffusa capacità e voglia di reagire dal basso, da dentro le stesse istituzioni […]. A fronte di un obiettivo condiviso, la lotta alla pandemia, sono emerse non solo generosità ma anche energie e competenze, che sono state spese per una causa comune che è diventata un formidabile, se pur tragico, fattore federativo, di collaborazione, di resilienza e di rifondazione”. È la conferma che la risorsa più importante delle organizzazioni pubbliche è e resta quella umana, che va ricercata, accompagnata e formata nella crescita personale del singolo individuo e della macchina amministrativa nel suo complesso. È il momento di cambiare. In fondo, se non ora quando?

Pubblicato su Fortune Italia

Come sarà la Pubblica amministrazione dopo la pandemia?

Utilissima la lettura dell’articolo sull’utilizzo del lavoro da remoto nelle amministrazioni pubbliche durante la pandemia recentemente pubblicato da Banca d’Italia: i due autori, Walter Giuzio e Lucia Rizzica, offrono, infatti, un quadro articolato di dati che permette, finalmente, una prima lettura dell’andamento della PA alle prese con il lavoro agile emergenziale. Interessante il prima e il dopo Covid: a fronte di una scarsa diffusione dello strumento del lavoro da remoto sino a tutto il 2019, l’utilizzo di modalità agili di lavoro è letteralmente esploso nel 2020, arrivando ad una percentuale di lavoratori pubblici che hanno svolto almeno una volta a settimana il proprio lavoro da casa del 33%, rispetto al 2,4% dell’anno precedente. Ho argomentato, in precedenza, a cosa si dovesse questa eccessiva timidezza: le strutture avevano considerato l’istituto, sino al diffondersi dell’epidemia, come poco più di una parentesi eccezionale rispetto all’ordinaria conduzione delle attività, senza incidere davvero nel tessuto organizzativo profondo della macchina, tutto sommato infastidita da quello che veniva percepito come un ulteriore adempimento. Non causalmente, rileva lo studio, l’Italia del 2019 era il Paese europeo, rispetto a Francia, Germania e Spagna, in cui la diffusione del lavoro agile era minore, a testimonianza, fra l’altro, della resistenza culturale trasversale a modificare prassi consolidate. Con la pandemia, tutto cambia: la necessità di limitare al massimo occasioni di socialità quali pericolosi moltiplicatori della diffusione del virus impone la subitanea espansione dello smart working nella PA, cambiando drasticamente, da un giorno all’altro, la comfort zone del personale pubblico e rendendo evidenti le prime criticità in termini di condizioni abilitanti.

I risultati della ricerca restituiscono un quadro di estremo interesse, evidenziando, ad esempio, che il Mezzogiorno ha fatto meno ricorso allo strumento e che settori come la sanità, per ovvi motivi, sono stati meno interessati dalla novità. Entrano in gioco, principalmente, due fattori. Da un lato, le caratteristiche individuali del lavoratore, con una maggiore propensione delle donne, accanto ai lavoratori più istruiti, a usufruire del lavoro agile, in quanto impegnate con i carichi di cura familiare, e dei lavoratori più operativi che, prima del Covid, erano poco coinvolti nella nuova modalità di lavoro. Dall’altro, emerge nettamente la necessità di disporre di competenze e strumentazioni adeguate (informatiche, in primo luogo) per sfruttare appieno le potenzialità dello strumento. I Comuni, in ragione della prossimità dei servizi, hanno utilizzato meno delle regioni il lavoro agile anche perché, ipotizza lo studio, rileva in modo significativo la scarsa capacità dei cittadini di interagire attraverso piattaforme elettroniche, anche in ragione della loro non elevata diffusione a livello locale. Insomma, concludono gli Autori, la percentuale di ricordo al lavoro agile vede “un limite naturale alla telelavorabilità delle funzioni svolte nel settore pubblico. In alcuni casi, come nel settore dell’istruzione, questo limite è stato anche largamente superato con effetti sulla qualità dei servizi svolti che andranno valutati. In altri casi, come nella PA in senso stretto, questo limite non è stato raggiunto. Ciò pare legato alle ridotte competenze del personale, mentre gli investimenti in dotazioni informatiche sostenuti dagli enti non hanno inciso in maniera significativa”, anche perché “marginali dettati dall’emergenza (il potenziamento delle dotazioni individuali) e non di avanzamenti tecnologici significativi”, a indicare che tali investimenti “andrebbero accompagnati da investimenti nelle competenze digitali dei lavoratori, soprattutto laddove questi siano meno giovani”.

Sono elementi di cui occorrerà evidentemente tenete conto nella attuale gestione di un regime ancora ibrido, che resterà tale sino alla scomparsa dell’epidemia, e, in prospettiva, di un approccio strategico e di lungo respiro circa una nuova organizzazione del lavoro che veda la diffusione dello smart working nei termini indicati dalla legislazione più recente che vede una estensione della possibilità di usufruire del lavoro agile ad almeno il 60% del personale pubblico. Sebbene la percentuale vada riferite alle attività effettivamente compatibili con la modalità da remoto, è evidente che la fortissima spinta trasformativa in corso richiede un’attenzione specifica e continua alla corretta gestione dello strumento. Come? Intanto in relazione alla valutazione dei risultati: come riportano le recenti Linee Guida sull’adozione dei Piani organizzativi del lavoro agile (i cosiddetti POLA), si “impone ancor più la necessità di individuare in maniera puntuale i risultati attesi, sia in relazione all’attività svolta che ai comportamenti agiti, anche perché deve essere chiaro che il sistema di misurazione e valutazione è unico e prescinde dal fatto che la prestazione sia resa in ufficio, in luogo diverso o in modalità mista”. Tale prospettiva serve, da subito, a togliere dal tavolo l’equivoco che l’attività resa da remoto sia diversa da quella resa in presenza ma deve, altresì, rispondere ad una ulteriore, rinnovata esigenza. Sinora i sistemi valutativi, è stato sostenuto con una qualche ragione, sono stati sostanzialmente impostati – e gestiti – “in modo funzionale solo all’esigenza di legittimare la distribuzione degli istituti premiali più che come una delle leve di gestione del rapporto di lavoro e di orientamento verso risultati certi, tangibili e verificabili”. Di più: la gestione di tali sistemi non ha ancora reso evidente la funzione di crescita dell’organizzazione le cui prestazioni vanno misurate e poi valutate. In altre parole, il salutare scossone rappresentato dal lavoro agile forzato può finalmente contribuire a realizzare quel cambio di paradigma che sposti l’asse dal tema premialità/punizione a quello di crescita complessiva dell’organizzazione, in un’ottica di miglioramento generale.

Il quadro complessivo disegnato dalle Linee guida, il cui sviluppo sarà supportato dall’attività del neo costituito Osservatorio nazionale del lavoro agile nelle pubbliche amministrazioni, è puntuale e dettagliato. Va tenuto ben presente, tuttavia, che occorre procedere contestualmente a due interventi fondamentali se si vuole sfruttare compiutamente l’occasione fornita dall’onda lunga dello smart working. Il primo è, come chiaramente indicato dallo studio di Bankitalia, un massiccio investimento in dotazioni e infrastrutture informatiche e in competenze digitali dei lavoratori: un anno di emergenza ha reso chiaro che non si può più perder tempo e che occorre consolidare, senza esitazioni, la dorsale elettronica della nostra macchina pubblica, fin giù nei rami delle amministrazioni locali, che prestano servizi essenziali ai cittadini. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) alloca, grazie al Next Generation EU, quasi 12 miliardi di euro sulla digitalizzazione e la modernizzazione della PA, che vanno spesi bene e in modo mirato. Ma chi dovrà gestire la pubblica amministrazione del domani, digitalizzata e smart? E come? È evidente che lo sforzo principale dovrà essere quello di agire sul reclutamento del personale pubblico. Siamo di fronte ad un’inattesa occasione di portata epocale, conseguenza non voluta di un’inaspettata pandemia: la violenza con cui la crisi economica e sociale sta colpendo e colpirà il nostro Paese ha reso palese, una volta per tutte, che l’Italia non può non contare, nel proprio patrimonio nazionale, su una macchina pubblica avanzata e al passo con sfide sempre più complesse. Abbiamo la possibilità, come sistema Paese, di operare, anche grazie ai fondi che l’Ue mette a disposizione, una trasformazione profonda, che investe, allo stesso tempo, le persone e come queste lavoreranno. In questa delicata fase di transizione, è irrinunciabile pensare a come attrarre risorse umane che portino in dote, accanto ad una solida base amministrativo-contabile, caratteristiche e talenti che oggi contano ancora troppo poco nell’amministrazione pubblica. Occorre lavorare, in altre parole, sul reperimento di risorse umane, a tutti i livelli, che innovi profondamente schemi ormai obsoleti per far crescere, in termini di efficacia e efficienza, le organizzazioni pubbliche. Il momento è, insperabilmente, propizio: saremo in grado di coglierlo?

Pubblicato su Start Magazine

Libertà di espressione del pensiero e ruolo di civil servant: il “caso” D’Ambrosio

La vicenda che vede protagonista Alfonso D’Ambrosio, dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo di Lozzo Atestino, Cinto Euganeo e Vo’, porta alla luce la spinosa questione della libertà di espressione del pubblico dipendente. Come noto, D’Ambrosio dovrà comparire il prossimo 26 gennaio innanzi L’Ufficio scolastico regionale del Veneto dopo che la direttrice dell’Ufficio procedimenti disciplinari ha mosso contestazioni circa talune espressioni critiche verso le posizioni della Ministra dell’istruzione, Lucia Azzolina, contenute nei post del profilo Facebook del dirigente. D’Ambrosio si è affidato, per la difesa, dicono i giornali, all’Associazione nazionale presidi, mentre alcuni parlamentari hanno espresso la loro solidarietà, presentando interrogazioni parlamentari. Il tema è assai rilevante e porta a domandarsi, inevitabilmente, se e come un dipendente pubblico – un dirigente, in questo caso – possa formulare critiche pubbliche circa l’operato dell’amministrazione presso cui presta servizio e/o nei confronti dell’autorità politica di riferimento e, più in generale, nei confronti del Governo. Diciamo subito che D’Ambrosio ha un curriculum di tutto rispetto e che la sua storia personale testimonia l’affetto e la passione per il proprio mestiere, come ricorda Riccardo Bonacina su Vita: come collega, a D’Ambrosio va la mia vicinanza personale. Occorre, tuttavia, capire se, alla luce delle norme vigenti in materia di comportamento dei dipendenti pubblici, quanto espresso da D’Ambrosio possa o meno configurare, come evidenziato dal Ministero, una violazione del principio di leale collaborazione e del Codice di comportamento dei pubblici dipendenti.

È necessario, innanzi tutto, partire dal quadro costituzionale di riferimento: in primis l’art. 21 della Costituzione che chiaramente statuisce che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”(la Corte costituzionale in proposito ha parlato, sin dal 1969, di pietra angolare dell’ordine democratico); l’art. 54 prevede che “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”; ai sensi dell’art. 97, inoltre, “i pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione”; l’art. 98, infine, prevede che “si possono con legge stabilire limitazioni al diritto d’iscriversi ai partiti politici” solo per talune categorie di funzionari pubblici (magistrati, militari di carriera in servizio attivo, funzionari ed agenti di polizia, rappresentanti diplomatici e consolari). Possiamo, quindi, sommariamente affermare che il dipendente pubblico gode, al pari di tutti i cittadini, della libertà di esprimere il proprio pensiero, pur dovendosi muovere in un ambito che prevede dei paletti molto chiari correlati alla necessaria e indefettibile imparzialità della sua azione e alla disciplina e all’onore che devono informare la sua attività. Il motivo è evidente: essendo i pubblici impiegati al servizio esclusivo della Nazione (art. 98, Cost.), la Carta fondamentale lega una delle principali libertà costituzionali a limiti e cautele legati alla particolare funzione pubblica che essi svolgono.

Posto che la Corte costituzionale ha evidenziato che i limiti alla libertà di manifestazione del pensiero devono trovare fondamento in dati testuali della Carta e dal contemperamento con altri diritti costituzionalmente rilevanti, è possibile far riferimento, per semplicità, al Decreto del Presidente della Repubblica 16 aprile 2013, n. 62 (Regolamento recante codice di comportamento dei dipendenti pubblici) al cui art. 1 solennemente si prevede: “Il dipendente osserva la Costituzione, servendo la Nazione con disciplina ed onore e conformando la propria condotta ai principi di buon andamento e imparzialità dell’azione amministrativa. Il dipendente svolge i propri compiti nel rispetto della legge, perseguendo l’interesse pubblico senza abusare della posizione o dei poteri di cui è titolare”. Per quel che più qui interessa, rilevano le disposizioni secondo cui “nei rapporti privati, comprese le relazioni extralavorative con pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni, il dipendente […] non assume nessun altro comportamento che possa nuocere all’immagine dell’amministrazione” (art. 10, co. 1) e, “salvo il diritto di esprimere valutazioni e diffondere informazioni a tutela dei diritti sindacali, il dipendente si astiene da dichiarazioni pubbliche offensive nei confronti dell’amministrazione” (art. 12, co. 2). Ecco, dunque, il punto: le dichiarazioni di D’Ambrosio hanno nuociuto all’immagine del Ministero dell’Istruzione o sono state offensive dell’Amministrazione?

Sarà naturalmente l’esito finale del procedimento a dare una risposta ma, alla luce dei post pubblicati sul profilo Facebook del dirigente scolastico, e pur non entrando direttamente nel merito delle affermazioni ivi riportate, alcune considerazioni possono esser fatte. Va in primo luogo rilevato che, per evidenti questioni di opportunità, è buona norma astenersi dal commentare azioni e politiche dell’amministrazione presso cui si opera. È, infatti, palese come, in un simile caso, ci si muova sul un filo assai sottile, esprimendo valutazioni che, pur se tecnicamente motivate, possono entrare in conflitto con le determinazioni dell’amministrazione di appartenenza, formatesi e formulate attraverso procedure prestabilite. Ove, dunque, tali determinazioni non vengano condivise, la critica alle stesse andrebbe veicolata internamente o, in ogni caso, attraverso le organizzazioni sindacali e associative che si confrontano con l’amministrazione stessa. Si pone, in altre parole, non solo un problema di metodo, in quanto parte dell’organizzazione, ma anche di merito, prestando inevitabilmente il fianco all’accusa, fondata o meno, di ingerenza nel processo decisionale della struttura. Il punto è ancor più sensibile nel caso di critica al vertice politico: è del tutto fuori luogo che un appartenente ad un’amministrazione pubblica, al di fuori del fisiologico confronto sindacale e soprattutto ove rivesta ruoli dirigenziali, esprima valutazioni o critiche nei confronti della propria autorità politica. Vorrei esser chiaro: le affermazioni del dirigente veneto non sono state offensive e, a mio modo di vedere, seppur espresse con vivacità al limite della polemica politica, difficilmente potrebbero essere interpretate come lesive della dignità del Ministero o della Ministra Azzolina, la quale, peraltro, ha risposto ad una lettera di D’Ambrosio precisando che i procedimenti disciplinari sono avviati in modo autonomo dall’amministrazione e che il vertice politico non può e non deve intervenire nel merito. Tuttavia, in ossequio alle regole d’ingaggio che vedono attribuire alla politica il compito di dare indirizzi e alla burocrazia quello di attuarli, è quantomeno bizzarro che chi abbia l’incarico di implementare le politiche del proprio ministro di riferimento le critichi pubblicamente.

Non si tratta di censura, beninteso. Sono convinto che per il pubblico funzionario far valere pubblicamente la sua opinione sui temi di rilevanza generale sia un dovere civico, oltre che un diritto: egli (o ella) è parte vivente dello Stato e deve interagire con la collettività in un quadro di altissima complessità giuridica, contabile, manageriale. Esiste, tuttavia, un doppio confine. Un confine interno, che implica una leale collaborazione all’interno della propria struttura e col proprio vertice politico, legittimato democraticamente e le cui politiche si ha il dovere di implementare a tutti i livelli, ovviamente in armonia col quadro normativo. Ed un confine esterno, per il quale censurare l’operato dell’autorità politica o, peggio, far trasparire o emergere una preferenza verso una parte politica o un’altra in relazione alla propria attività lavorativa, impatterebbe potenzialmente sul principio di pari trattamento dei cittadini sulla base della imparzialità dell’azione della macchina pubblica. È ben possibile, in ogni caso, esprimere valutazioni sull’operato del Governo nel suo complesso o di esponenti della politica nei confronti dei quali non vi sia collegamento diretto: va da sé che l’opinione espressa non solo non deve essere urlata, ma non può non essere strettamente coerente con quei paletti di “disciplina e onore” che la Costituzione richiede, restando saldamente nell’ambito di quanto previsto dal Codice di comportamento dei dipendenti pubblici. Ogni esternazione, naturalmente, porterà con sé un carico di responsabilità, che l’autore dovrà attentamente valutare. Il ruolo di servitore dello Stato implica, inevitabilmente, un carico di responsabilità diverse del tutto peculiare tal che la casacca di civil servant non è un mantello che si indossi o smetta a piacimento e i comportamenti fuori dalle mura dell’ufficio (in una piazza reale o digitale) sono, nei limiti del rispetto della sfera privata ed in relazione ad altri principi costituzionali, sempre rilevanti ai fini della valutazione della condotta dell’individuo.

Pubblicato su Formiche

La PA tra pandemia e smart working

A seguire la mia intervista con Gianni Dominici di Forum PA su amministrazione pubblica e pandemia, reclutamento di risorse e lavoro agile, idee per la PA di domani. Grazie davvero per la chiacchierata a ruota libera.

Il numero perfetto

Lo scorso 13 novembre è apparso un articolo su Il Messaggero di Roma, a firma di Lorenzo De Cicco, che titolava, con fare altisonante: “Roma, boom di congedi ai comunali: uno su 3 ha parenti «invalidi»” (si noti il termine invalidi posto fra virgolette). Riporta il giornale che “incredibilmente le licenze 104 si moltiplicano: oggi sono quasi 7mila i lavoratori col permesso in tasca, tra vigili urbani, geometri e travet dell’anagrafe. Sempre più dipendenti, sempre più giovani, chiedono e ottengono i congedi che, in teoria (sic!), dovrebbero servire ad assistere un famigliare disabile”. “Si tratta – continua il pezzo – di “licenze (sic!) solitamente appannaggio dei lavoratori più in là con gli anni, alle prese con genitori anziani. Certo, la 104 è accordata anche a chi ha figli con handicap, o altri parenti a carico con infermità gravi, ma in genere è una quota residuale”. Licenze? In teoria? Quote residuali? Andiamo con ordine.

Si provi a partire da un elemento che dovrebbe vedere tutti d’accordo: le misure previste in tema di permessi retribuiti dei dipendenti (pubblici e privati) di cui alla legge 104 del 1992 sono a tutela della persona con grave disabilità, con un meccanismo che mira a garantire una rete minima di sostegno familiare alla persona fragile. Nel caso delle 3 giornate/mese di permessi retribuiti per il lavoratore dipendente che assiste una persona con disabilità (la quale può, essa stessa, usufruire di tali permessi), si tratta, come spiegato altrove, di attività strettamente legate alle esigenze del caso e alla specifica situazione di bisogno. Il diritto deriva dalla pronuncia di una commissione medica ASL, integrata da un medico dell’INPS, che dichiara la necessità di un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale a favore della persona. È noto, peraltro, che il tema della tempestività del processo di riconoscimento sia stato negli anni scorsi oggetto di particolare attenzione e che è da tempo in corso una riflessione, anche in seno all’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità, circa una riforma che si basi sul concetto della funzionalità della persona e non sulla mera residua abilità lavorativa, in linea col modello proprio della Convenzione ONU del 2006 sulla condizione delle persone con disabilità.

Si torni ora alla questione sollevata dall’articolo che pone un problema di numeri, tratti dall’ultimo conto annuale del Comune di Roma, secondo cui, a fronte di circa 23.000 dipendenti capitolini, 6.839 sono titolari di permessi per legge n. 104/92, ovvero il 29% del totale, optando per l’evidenza tranchante che “tra i nuovi arruolati più d’uno, fiutata l’aria in Campidoglio, abbia già iniziato a chiedere licenze per saltare il turno (sic!)”. È utile richiamare qualche dato di sfondo e ricordare che in un Paese come l’Italia, testa di serie in un quadro europeo che vede la quota della popolazione di età pari o superiore ai 65 anni in netto aumento, disabilità e anzianità si interlacciano fortemente per quel che riguarda il bisogno. Il rapporto ISTAT 2019 ci dice, al proposito, che in Italia sono circa 3 milioni e 100 mila (il 5,2% della popolazione) le persone con limitazioni gravi, e che gli anziani sono i più colpiti: quasi 1 milione e mezzo di ultra settantacinquenni (cioè più del 20% in quella fascia di età) si trovano in condizione di disabilità e 990.000 di essi sono donne. È significativo, da questo punto di vista, come il Sole 24 Ore ricordi che l’uso di questi permessi sia in costante crescita anche nel settore privato: andando a consultare gli ultimi dati INPS disponibili, nel periodo 2012-2019 sono state, infatti, erogate ben 3.812.508 prestazioni per benefici 104 ai soli lavoratori dipendenti del settore privato: un numero che dal 2012, in cui in erano 377.378, è salito costantemente sino alle 589.889 prestazioni nel 2019, con un tasso di crescita del 56%.

E Roma? Va rilevato che la Capitale, al pari della regione Lazio, è un territorio di grandi anziani. I dati ISTAT sulla popolazione dicono che a fronte dei 735.000 65enni in Italia, si contano circa 70.500 individui nel Lazio, di cui 50.500 a Roma; sui 537.000 75enni italiani, 49.000 sono nel Lazio, di cui 36.000 a Roma; per i 350.000 85enni, infine, 32.000 risiedono nel Lazio e 23.000 a Roma. Si tenga presente, a mo’ di paragone, che per la Lombardia, che conta quasi il doppio degli abitanti del Lazio, il numero di anziani è sempre relativamente più basso rispetto al Lazio in tutte e tre le categorie. È lecito, dunque, desumere una particolare incidenza sul bisogno alla luce della popolazione anziana residente. A questo, inoltre, si aggiunga che Roma, come e più di altre grandi città, costituisce un vero e proprio catalizzatore di lavoratori pendolari extra-comunali i quali, fortemente impiegati nel settore della pubblica amministrazione, che si concentra evidentemente a Roma (dove trova casa una rete complessa di amministrazioni centrali, strutture regionali e uffici comunali), portano in dote il “carico anziani” del proprio territorio, incidendo in maniera incrementale sulle richieste presentate all’amministrazione comunale: è ragionevole dedurre che Roma Capitale, in tal modo, si faccia carico di una fetta di bisogno esogena, originata al di fuori del territorio del Comune, che proprio sul Comune va a pesare. Infine, non va trascurata la massiccia presenza delle donne, maggiormente coinvolte nelle attività di cura, rispetto agli uomini tra il personale impiegato: ben 16.454 unità rispetto a 7.087, più del doppio.

Sia chiaro: ogni abuso commesso va ricercato, individuato e sanzionato senza sconti, a tutela di chi di quel diritto deve godere. Occorre, tuttavia, chiarirsi: dove si anniderebbero questi abusi? Nelle Commissioni che operano nell’area romana che valutano le domande di riconoscimento della condizione di disabilità? Andrebbero mosse accuse di illecito e truffa che vanno circostanziate e, soprattutto, provate. Nella gestione della pratica del dipendente? Si ignora, forse, che la discrezionalità in materia da parte degli uffici pubblici è assai compressa, limitandosi al controllo di alcuni parametri di base fra cui l’esistenza della certificazione necessaria e la dichiarazione di condizione di referente unico (eccezion fatta per i genitori di figlio disabile in situazione di gravità, che può essere assistito, alternativamente, da entrambi) con assunzione delle conseguenti responsabilità di natura penale da parte del dichiarante. Basterebbe dunque fermarsi qui per capire che una percentuale in sé non può costituire motivo di scandalo, a meno di contestare con fatti e/o notizie di reato quanto fin qui riportato.

Si vada, tuttavia, oltre. Potrebbe costituire abuso, allora, la modalità di fruizione del beneficio, da parte di chi, invece di prestare assistenza, preferisca andarsene al mare o poltrire a letto? Certamente sì. E, è bene precisarlo, se i possibili abusi potrebbero trovarsi in questa fase post-concessoria, è ulteriormente evidente che una denuncia che poggi sul mero numero dei titolari del beneficio non ha alcun senso. Un tema razionale è, allora, quello riferito alla verifica della effettiva prestazione dell’assistenza: posto che, va da sé, sarebbe irrealizzabile – e lunare – il pedinamento di centinaia di migliaia di lavoratori su tutto il territorio nazionale e che, come si è spiegato all’inizio, le modalità di gestione dell’assistenza possono essere le più varie, il tema diventa squisitamente organizzativo sotto due profili. Il primo, scontato, attiene al dovere di informare tempestivamente le competenti autorità ove si abbia concreta e palese evidenza di un comportamento illecito: saranno gli inquirenti a valutarne la fondatezza. Il secondo investe una appropriata conduzione dell’attività amministrativa che contemperi e concili la dovuta fruizione del beneficio, correlato al principio fondamentale di tutela della persona (si noti, a margine, che a Roma la media mensile di giornate fruite è pari a 1,8, a testimoniare che non tutte le giornate cui si ha diritto vengono utilizzate, con un peso sul totale assenze pari al 10,3%).

La discussione resta, naturalmente, aperta. Si consenta, tuttavia, un’ultima, stringata avvertenza. Quando, in maniera del tutto spregiudicata, fra ammiccamenti e allusioni, si asseconda e caldeggia la cultura del sospetto, che accomuna i “furbetti del cartellino” ai “furbetti della 104”, limitandosi a dare in pasto al pubblico cifre che dovrebbero essere sempre spiegate (per corroborarle o per contestarle), ci si avvia per una china assai pericolosa. Quella della presunzione della colpevolezza che porta con sé, inevitabilmente, la categoria del nemico oggettivo. Ieri i dipendenti pubblici. Oggi chi fra loro si prenda cura delle persone con disabilità. E domani? A chi toccherà?

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Caro Corrado

Caro Corrado,

mi chiamo Alfredo Ferrante, ho 52 anni e faccio il dirigente pubblico in una amministrazione centrale dello Stato. Seguo con una certa assiduità la sua trasmissione, presso la quale, peraltro, ho avuto il piacere di intervenire brevemente qualche anno fa in un paio di occasioni.

Posso dunque definirmi uno spettatore affezionato, con un appuntamento pressoché fisso ogni giovedì sera: devo dire, tuttavia, di aver provato una sincera delusione nell’assistere, nella puntata di Piazzapulita dello scorso 5 novembre, allo scambio fra lei e l’onnipresente Massimo Cacciari, che ha tuonato contro i colleghi dello Stato e del parastato che hanno poco da star tranquilli, posto che la crisi non può pagarla una metà del Paese.

Potrebbe qui aprirsi un’ampia discussione su quale effettivamente sia questa metà del Paese, ma non è questo il punto. La cosa che mi è francamente dispiaciuta è sentirla parlare, in risposta a Cacciari, di coloro che hanno “il culo al caldo, grazie allo stipendio”, e che possono permettersi di aspettare. Mi è dispiaciuto – provo a spiegare – perché mi ha stupito che in una trasmissione televisiva così seguita, solitamente poco urlata, si sia potuto trascendere utilizzando termini francamente inaccettabili.

Voglio essere chiaro: non intendo partire con difese d’ufficio dei dipendenti pubblici o dei dipendenti privati. Come cittadino di questo Paese nutro, come tutte le persone dotate di buon senso, forte preoccupazione per coloro che in questi mesi se la stanno passando male. Malissimo. Sono concittadini che gestiscono ristoranti, lavorano nel turismo, fanno i liberi professionisti, hanno partite IVA. È superfluo dire che se si azzoppa definitivamente l’economia, il conto lo paga il Paese, ovvero tutti noi. E, aggiungo, credo nessun lavoratore dipendente abbia a che dire nel dare un contributo di qualche tipo a sostegno dei lavoratori e delle famiglie in difficoltà, a patto di un’ovvia progressività e generalità della platea.

Detto questo, torno alla questione. Perché mai chi ha avuto la possibilità di lavorare in questi mesi difficili dovrebbe essere apostrofato in tal modo? Perché si presume che aspettino tranquillamente gli eventi per il sol fatto che percepiscono uno stipendio? Forse che i “garantiti” (altro termine che va per la maggiore) non hanno figli, fratelli, amici che stanno soffrendo della crisi? Caro Corrado, mi consenta un’ovvietà: lo tsunami economico e sociale che imperversa da marzo, e che sta purtroppo ora riprendendo con forza, lo causa la pandemia. Non certo le lavoratrici e i lavoratori dipendenti: costoro hanno continuato a lavorare, da remoto o negli uffici, e continuano a farlo. Fanno il proprio dovere e a fronte del loro lavoro ricevono uno stipendio. Si chiama sinallagma.

Dov’è la colpa? Forse che per risollevare il Paese chi ha la possibilità di continuare a lavorare e, magari, di contribuire a far circolare qualche soldo, dovrebbe perdere il proprio lavoro? Essere punito? Penalizzato? Io sono convinto che in una democrazia avanzata lo scopo finale sia aumentare diritti, garanzie e benessere per tutti. Esigere, come richiede la Costituzione, “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” e, al contempo, far sì che nessuno resti indietro. Garantire i diritti di tutti i lavoratori. Aiutare i precari. Creare le condizioni, insomma, perché la nostra sia davvero una Repubblica fondata sul lavoro.

Veda, sono del parere che utilizzare espressioni di questo tipo, che purtroppo abbondano in una rete spesso tossica (in un mio recente articolo ho contato e raccolto un’ottantina di epiteti che quotidianamente possono trovarsi sui social a danno dei lavoratori del settore pubblico, categoria alla quale mi onoro di appartenere), non fa altro che alimentare la grande inquietudine che stiamo vivendo. Si finisce, pur non volendo, con l’offrire a chi si trova ingiustamente penalizzato dagli effetti della diffusione del virus un facile bersaglio verso cui sfogare la propria legittima rabbia. A cosa serve se non a esacerbare il conflitto sociale? Domani a chi toccherà?

Voglio sperare che possa leggere questa lettera e riconsiderare l’utilizzo di certe espressioni. Possiamo e dobbiamo parlare di tutto, senza sconti: ma non priviamo i lavoratori della loro dignità. Esattamente la stessa dignità che è a rischio per coloro cui la pandemia sta portando via tutto e per i quali occorre una mobilitazione senza precedenti.

Con molta cordialità,

Alfredo

Civil servant, incivili digitali

In una situazione grave e complicata per l’Italia, in cui crisi sanitaria e sociale moltiplicano gli effetti nefasti dell’onda lunga della pandemia, c’è chi sembra aver trovato un nuovo obiettivo sul quale riversare le proprie ansie e frustrazioni, rispolverando, in realtà, un grande classico: il dipendente pubblico, causa e principio di ogni male. I social network, in un momento nel quale dovrebbe prevalere la solidarietà nazionale e lo sforzo collettivo, traboccano purtroppo di contumelie, spesso persino fantasiose, avverso chi serve lo Stato. A mo’ di amaro divertissement, ecco, in ordine rigorosamente alfabetico, una sintetica raccolta, assolutamente non esaustiva, di alcuni tra gli affettuosi appellativi rivolti alle lavoratrici e ai lavoratori del settore pubblico (incluso chi scrive questo post) raccolti in questi ultimi mesi. Comprese le variazioni sul tema. Che nulla hanno a che vedere con la legittima e doverosa critica che si intenda muovere alla macchina dello Stato. Qualche domanda va posta: l’agorà digitale può davvero essere considerata un luogo altro rispetto alla quotidianità in carne ed ossa? Ripeterebbero costoro quelle parole di persona, in un consesso civile? Possiamo parlare di discorso d’odio (hate speech)? E, oltretutto, cui prodest? Giudicate voi.

Abbeveratore alla mammella statale
Addivanato
Agit-Prop
Allineato
Anima morta
Arrampicatore (di specchi unti)
Assenteista
Carogna
Casta (kasta)
Comunista (comunistello)
Cooptato
Covidiota
Cuccastipendio
Culo al caldo (o coperto)
Debito pubblico mobile
Deep state
Demagogo
Disumano
Egoista
Fancazzista
Fannullone
Fasciocovid
Fascista
Furbetto (del cartellino)
Garantito (a vita/ipergarantito)
Gentaglia
Grigio funzionario
Hai venduto l’anima allo Stato
Imboscato
Incompetente
Infingardo
Intoccabile
Ladro
Lazzarone (esercito di lazzaroni)
Leccaculo
Leccapiedi
Mafioso
Maledetto
Mangiastipendio
Massacratore
Megalomane
Miserabile moralista
Nemico del popolo
Non paghi le tasse
Non vedi l’ora di fare pizze e cantare sui balconi
Nostro dipendente
Nullafacente
Pagato da Soros
Paperone
Parassita (intestinale)
Piangina
Picciotto
Piddino (pidiota)
Privilegiato
Raccomandato
Radical chic
Sanguisuga
Scagnozzo
Scroccone
Schiavo
Servo
Sfaticato
Sfruttatore
Sinistro
Smartinutile
Socialista
Stai sul gradino più basso della scala di indispensabilità
Stipendiato sicuro
Succhiasoldi
Ti odio
Ti pago
Tifi per il lockdown
Traditore
Tutelato (ipertutelato)
Ultimo fra gli uomini
Zavorra
Zecca di Stato

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Sì, siamo lavoratori dipendenti. E allora?

Le pesanti, necessarie misure adottate dal Governo contro la brusca impennata dell’epidemia da Covid-19 stanno causando gravi difficoltà a una larga parte di cittadini: esercenti della ristorazione, commercianti, liberi professionisti, partite IVA. Chiunque abbia un po’ di sale in zucca capisce che occorre tutelare, in fretta e adeguatamente, chi venga danneggiato dalle conseguenze sociali ed economiche della diffusione del virus. Per due motivi: perché sono cittadini Italiani al pari di tutti gli altri e perché il danno all’economia alla fine colpirà chiunque, indipendentemente dalla posizione lavorativa e reddituale. Non i ricchi e i super ricchi, evidentemente: c’est la vie. Eppure, molti soffiano sul fuoco, propalando la vergognosa – e pericolosa – idea che qualcuno la deve pagare: i dipendenti pubblici e privati. La colpa delle disuguaglianze crescenti, dicono, non è della pandemia ma di coloro che hanno un imperdonabile peccato originale: avere un posto di lavoro dipendente a tempo indeterminato. Quel posto che molti di coloro che ora lanciano strali avverso i dipendenti non hanno mai avuto interesse a cercare. Magari lo hanno disprezzato. Ci sta: ognuno nella vita fa le proprie scelte. Eppure avere un lavoro dipendente presso una pubblica amministrazione o un’azienda è oggi una macchia indelebile. Un’ignominia. Perché ci sono alcuni che sostengono che i dipendenti pubblici (o privati, cambia poco) se ne fregano dei loro concittadini che se la passano male, sono indifferenti alle difficoltà di amici e parenti, hanno “il culo al caldo”. Sono i garantiti, i privilegiati, che aspettano in panciolle il prossimo lockdown. È un malumore sotterraneo, fomentato da irresponsabili che, per palese incomprensione delle dinamiche sociali e del sentire umano o, peggio, per calcolo spregiudicato, sparano nel mucchio. Sono pochi: una minoranza rumorosa e spregiudicata. Ma da non sottovalutare, anche perché, grazie ai social network, sono le posizioni estreme che vengono malauguratamente amplificate. Per costoro una parte dei cittadini Italiani non meritano la patente di esseri umani ma solo la messa all’indice.

Beh, sapete che c’è? Basta.

Lo dico a chiare lettere: nessuno tifa per il lockdown, che sarebbe un disastro. Nessuno odia le partite IVA, i ristoratori, i gestori delle palestre o i liberi professionisti. Nessuno desidera lo schianto altrui. È una scandalosa menzogna alla quale bisogna reagire sempre e in ogni dove. Ribadendo che l’Italia è una e che se noi si lavora facendo il nostro dovere, oggi come ieri, consapevoli del momento drammatico, siamo pronti a difendere chi se la passi male e a contribuire in ogni modo a dare una mano. Non presumete di sapere ciò che pensiamo o sentiamo: smettetela. Chi spinge per il conflitto tra cittadini deve essere contestato e smentito: civilmente e argomentando, ma non tacendo di fronte a pericolose teorie che minino il tessuto civile del Paese Va tutelata la dignità di tutti i lavoratori. Auspicando interventi adeguati per sostenere chi subisce ripercussioni durante la crisi, perché possa avere ogni aiuto oggi e messo in condizione di ripartire domani per continuare a contribuire all’economia dell’Italia e al benessere generale. Allo stesso tempo, questo attacco ai lavoratori dipendenti, che hanno l’opportunità e la fortuna di poter continuare a lavorare, deve finire. Voglio rubare e usare le parole di un messaggio che ho ricevuto da un “privilegiato”, un lavoratore cui qualcuno vorrebbe togliere il suo diritto ad essere cittadino.

Le sue parole sono le seguenti: “Caro dott. Ferrante, sono tutti bravi a soffiare sul fuoco, a stigmatizzare il prossimo, a generare un nemico. Rabbrividisco nel leggere il termine “privilegiato” quando si parla di dipendenti pubblici. Qual è la colpa? Aver studiato? Aver sofferto e fatto sacrifici per vincere un concorso? Sinceramente non vedo il privilegio. Io vedo solo l’onore di servire lo Stato, di lavorare perché tutti stiano meglio. Quando ancora leggo che certi utenti invidiosi sperano nei licenziamenti di massa e/o nella mancata erogazione degli stipendi, mi prende lo sconforto e mi chiedo, ma perché devo lavorare così tanto? Perché devo sfinirmi? Se poi arriva il primo pinco pallino a buttarmi fango addosso ed a sminuire la mia voglia di fare bene e del bene (nel mio piccolo)? L’unica risposta che trovo è: perché mi sento realizzato perché mi sembra di poter cambiare qualcosa (…). Le magagne e i problemi nella PA ci sono, non lo nego, ma ci sono anche persone che si spezzano la schiena e non è giusto che vengano umiliate dal primo utente anonimo. Scusi lo sfogo in privato, ma la ritengo una persona comprensiva, con la quale si può dialogare ed alla quale sta a cuore quello che fa. Grazie per le parole che spende per difendere la P.A. e chi ne fa parte. Un dipendente pubblico sconfortato”.

Meglio di così non avrei saputo scriverlo.

I tre punti da chiarire per sgombrare il tavolo del dibattito sullo smart working.

Nell’estate del 2019 uno dei punti maggiormente qualificanti dell’agenda di Governo in materia di pubblica amministrazione, incentrato sulla verifica dell’osservanza dell’orario di lavoro, era quello relativo alla messa in opera di “sistemi di verifica biometrica dell’identità e di videosorveglianza degli accessi” (art. 2, co. 1, l. 19 giugno 2019, n. 56): l’introduzione delle impronte digitali nell’accesso agli uffici, cavallo di battaglia dell’allora Ministra Bongiorno, era il naturale punto di approdo di una tradizionale concezione parafordista dell’attività amministrativa, fortemente proceduralizzata e incastonata, nell’immaginario collettivo, nel totem della presenza alla scrivania dell’anonimo travet. Nel giro di pochi mesi, l’impatto della pandemia da coronavirus ha drasticamente stravolto ogni usuale riferimento del discorso sul lavoro pubblico che, al netto dei tanti problemi che lo affliggono, appare ormai inestricabilmente legato all’affermarsi di nuove forme di organizzazione e gestione. Lo sconquasso in termini organizzativi interni provocato dallo smart working emergenziale, introdotto dal Governo nei mesi della cosiddetta prima ondata dell’epidemia, ha favorito l’affaccio di una vera e propria rivoluzione copernicana in materia di lavoro nella macchina pubblica che, tuttavia, nel suo incedere impetuoso, sconta alcuni vizi di fondo nel discorso pubblico in corso, dei quali occorre acquisire piena consapevolezza se si desidera contribuire a imprimere un cambiamento apprezzabile nella cultura interna delle nostre amministrazioni pubbliche, discernendo opportunità, ostacoli e possibili esternalità negative.

Il primo inciampo investe la facile confusione che ancora sopravvive fra telelavoro e lavoro agile, sebbene nettamente distinti dal punto di vista pratico e concettuale. È bene, allora, ribadire che il telelavoro implica il trasferimento, più o meno permanente, dell’attività quotidiana fra le mura domestiche grazie alle tecnologie informatiche ed è generalmente accompagnato dalla rilevazione della presenza al computer secondo fasce orarie predeterminate, mentre il lavoro agile decostruisce non solo l’elemento spaziale (il lavoratore può operare in qualsiasi luogo, non solamente a casa) ma anche quello temporale, permettendo una gestione del proprio orario, pur garantendo il rispetto del limite massimo di ore lavorative giornaliere e settimanali stabilito dalla legge e dai contratti collettivi. Una forma matura di smart working, in estrema sintesi, prevede un equilibrato mix di presenza/remoto che, tenendo fermo l’obiettivo di conciliazione dei tempi di vita privata e professionale, contribuisca a promuovere una cultura dell’organizzazione del lavoro per obiettivi e risultati con marcata responsabilizzazione del lavoratore rispetto al suo apporto lavorativo. Si tratta, come è stato fatto notare, di una potente leva di cambiamento che, se opportunamente utilizzata, può stimolare processi profondi i cui esiti, in termini di riorganizzazione lavorativa e financo sociale, sono ancora poco visibili: orientamento al risultato dell’attività amministrativa, riconquista di senso da parte dei lavoratori, ripresa di spazi per le esigenze familiari, di cura e del tempo libero, formidabile spinta trasformativa sugli stili di leadership della dirigenza che non può non rimettersi in gioco per coordinare con efficacia le persone indipendentemente dalla loro presenza fisica alla scrivania.

Il secondo aspetto di cui tener conto è che il dibattito in corso è ancora fortemente viziato dalla pandemia. Si è parlato di lavoro agile d’emergenza introdotto, per il settore pubblico come per quello privato, allo scopo di limitare il contatto interpersonale e, conseguentemente, il diffondersi del contagio. Lo svolgimento dell’attività lavorativa dipendente si è dunque forzatamente svolto, per mesi, da casa, spesso in mancanza di adeguate dotazioni informatiche, scontando talvolta inevitabili disfunzioni ma continuando, tuttavia, a far marciare l’attività anche in un periodo difficilissimo per il Paese. Ciò nonostante, permane, in tante parti del dibattito pubblico, una spinta a richiedere a “tornare negli uffici” quale soluzione non solo alla presunta piena ripresa delle attività, ma anche alla rianimazione dei centri urbani, che si teme si riducano a scheletri abbandonati. Non è, peraltro, improbabile vedere in controluce, a fronte di reazioni simili, una certa qual voglia di restaurazione dell’ordine naturale delle cose dettata dal timore di mutamenti troppo repentini dello status quo che mettano a repentaglio equilibri consolidati: un punto che meriterebbe un’analisi maggiormente approfondita. Quali che siano le motivazioni, ecco, puntuale, il susseguirsi di posizioni oltranziste di non pochi protagonisti della politica e di opinionisti dell’informazione televisiva e della carta stampata che propalano lo scandalo degli smart worker a casa a stipendio pieno, causa dell’impoverimento di ristoranti ed esercizi commerciali e della desertificazione delle città, proprio quando, per il settore pubblico, è stato previsto, a partire dal 2021, un regime di lavoro agile che interessi almeno il 60% del personale che sia adibito ad attività remotizzabili Le principali conseguenze di una simile, malconcia propaganda sono due: ignorare scientemente e colpevolmente le enormi potenzialità di cambiamento sociale, economico e ambientale che possono accompagnare il mutar pelle all’organizzazione tradizionale del lavoro e favorire irresponsabilmente tensioni sociali fra lavoratori dipendenti e non dipendenti.

Il terzo elemento, in modo strettamente correlato al precedente, riguarda l’oggettivo emergere di forti diseguaglianze che la crisi economica, terribile prodotto dell’emergenza sanitaria ed epidemiologica, sta portando alla luce. Una pletora di attività – basti pensare al settore del turismo e della ristorazione – ha subito e subisce pesantissime ripercussioni che colpiscono i lavoratori e investono le famiglie. L’assegnazione del Premio Nobel al World Food Programme delle Nazioni Unite – un riconoscimento ai “burocrati dell’ONU”, potrebbe osservarsi – segna proprio il tentativo di porre un argine alle devastanti conseguenze a danno dei paesi più poveri, come ha ben argomentato Vandana Shiva in una sua recente intervista. Attenzione, tuttavia, al salto logico: è la pandemia a causare queste drammatiche diseguaglianze, non certo coloro che possono usufruire del regime di lavoro agile in quanto dipendenti, privati o pubblici. La tempesta perfetta che ha travolto tanti lavoratori, in primis gli autonomi, è un dramma per il Paese intero dato che, ove non si riuscisse a porre rimedio allo tsunami in corso, nessuno ne uscirà in piedi, ed è obiettivo primario della politica mettere in campo le opportune misure di contrasto al possibile disastro. Metter contro chi ha potuto continuare a lavorare, garantendo continuità e usufruendo del lavoro agile in mezzo a tante oggettive difficoltà, e chi, a causa della crisi, ha visto praticamente azzerato il proprio volume di attività, è, dunque, un’intollerabile, ipocrita scelleratezza. Suggerire che i lavoratori dipendenti, e in particolare i dipendenti pubblici, abbiano “voglia di lockdown” è segno del profondo disconoscimento del valore del tessuto condiviso proprio di una comunità sociale e dello stigma avverso una categoria di persone e atteggiamento che merita la più netta disapprovazione.

Pretendere chiarezza e sgombrare il campo da equivoci e malintesi sono passaggi essenziali a che si possa sviluppare un dibattito serio e di lungo respiro su nuove forme organizzazioni del lavoro, che lo smart working può aiutare a definire e, con uno sforzo di visione, immaginare per il futuro. Servono, soprattutto, ad affrontare senza riserve le criticità e le difficoltà che il processo di trasformazione può portare con sé: i mesi passati di lavoro agile nel settore pubblico hanno generato speranze ed attese ma, allo stesso tempo, hanno messo a nudo problemi profondi e portato alla luce non poche resistenze, rendendo evidente che la trasformazione è efficiente in quanto comporti vantaggi per l’organizzazione, per i lavoratori e, soprattutto, per i cittadini. Riportando tutti con i piedi per terra, peraltro, nel futuro post-pandemia il lavoro in presenza (per le forze dell’ordine, per il settore sanitario e per il sistema integrato di educazione e di istruzione) non potrà che riassumere la sua indispensabile preponderanza, limitando fortemente, com’è stato rilevato, il numero dei lavoratori agili pubblici. Si prospettano, in realtà, cambiamenti che innerveranno la dimensione planetaria del lavoro e che, paradossalmente, potranno avere rilevanza e ricadute negative limitate per il settore pubblico, i cui obiettivi e la cui ragion d’essere è correlata a funzioni statali in gran parte indispensabili e irrinunciabili: alzando lo sguardo, va raccolto il monito lanciato da Miguel Gotor, per il quale trasformazioni incontrollate possono aumentare “la frustrazione dell’emarginato, la cui posizione sociale è ormai così atomizzata e disarticolata da non essere in grado di organizzare una reazione”, in un clima di progressiva e definitiva atomizzazione del valore lavoro che potrebbe far crescere le diseguaglianze e radicalizzare i processi di disarticolazione sociale. Entrano in gioco dimensioni trasformative lunghe e l’opportunità – la necessità – di ripensare e rivedere più di un aspetto di un sistema socio-economico che non da ora viene messo in discussione. Una partita complessa, in cui la politica non può far mancare la propria voce, in primo luogo per evitare di alimentare irresponsabili tensioni sociali.

Pubblicato su Formiche

No, Pasquale Tridico non è un genio del male

Mare in tempesta all’INPS per il “caso Tridico”. Ha aperto le danze Repubblicadenunciando che il Presidente dell’Istituto “si alza la paga con effetto retroattivo”, per di più in piena estate, seguita a ruota dal Sole 24 Ore, che scrive come l’aumento di stipendio sia “una pagina nera nell’emergenza Covid”, anzi “un blitz agostano come nelle peggiori occasioni dei premi alla famigerata vecchia casta”. Rotta la diga, la questione è tracimata a valanga nell’arena politica e sui social network, dove il polverone non accenna a calare. Sia consentito dire che per noi vecchi arnesi dell’Amministrazione, con i gomiti delle giacche ormai consunti e un pelo smaliziati, la vicenda fa sorridere. Per vari motivi. Il primo attiene allo stipendio del Presidente del più grande Istituto previdenziale d’Europa che, vivaddio, non può non percepire emolumenti coerenti con il ruolo: inutile persino parlarne. Il secondo investe la questione della retroattività degli arretrati per il Presidente INPS (e INAIL): come spiegato dall’Istituto in un comunicato stampa e ribadito dallo stesso Tridico, il decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze del 7 agosto 2020 stabiliva, fra l’altro, che tali arretrati spettassero dalla nomina, mentre i Collegi dei Sindaci dei due Istituti hanno correttamente richiamato una disposizione secondo cui occorre richiamarsi alla data dell’insediamento del CDA, avvenuta un anno dopo la nomina. Il sistema, in altre parole, ha funzionato, e sono stati gli stessi organi di controllo ad intervenire, in linea con i loro compiti istituzionali, per correggere in corsa il problema (sulla cui natura, in tutta onestà e in punta di buon senso, ci sarebbe anche da discutere). Il terzo, poi, riguarda il fatto che non è il Presidente dell’INPS a decidere quanto guadagnare e da quando: basta leggersi il famigerato decreto interministeriale e i suoi “visti” (quelli, per intenderci, che fanno venire l’orticaria ai tanti censori dell’amministrazione pubblica e del suo latinorum) per capire quali siano le norme che governano il processo e l’iter seguito e concludere che assai difficilmente Tridico possa aver indossato le scarne vesti di Cattivik, il genio del male, tramando a suo piacimento. Sgombrato il tavolo dallo sciocchezzaio del giorno, la cosa che, tuttavia, ancora una volta balza all’occhio è la poca attenzione con cui certe questioni vengono affrontate, preferendo, evidentemente, gridare allo scandalo per acchiappare lettori, voti, like. Il giornalismo ha il diritto/dovere di scrivere ciò che vuole, come vuole e quando vuole, sempre e comunque. E la politica suona la musica che preferisce e che pensa più aggradi ai propri elettori, gli unici a poter giudicare. Ma perché mescolare questioni tecnico-amministrative con profili politici e mediatici che dovrebbero restare, invece, ben distinti? Come si fa a legare l’adeguamento di uno stipendio alle condizioni di tanti lavoratori oggi oggettivamente in difficoltà? A che scopo anche solo suggerire che il vertice INPS abbia intrallazzato per raddoppiarsi lo stipendio? È certamente lecito e doveroso criticare l’operato dell’INPS e del suo vertice, così come è parte integrante del dibattito democratico la critica politica, pure aspra, agli indirizzi delle maggioranze di Governo: sono aspetti vitali di un sano dibattito pubblico, al quale la stampa partecipa come attore cui spetta un ruolo fondamentale in una democrazia. Serve, però, grande cautela e responsabilità da parte di tutti: perché, una volta cessate le ostilità, quel che resta è la solita avversione verso tutto ciò che è pubblico, servitori dello Stato in primo luogo, alimentando la sfiducia verso la macchina pubblica e, non meno importante, verso la politica. Esiste la buona e la cattiva burocrazia (eccome), così come esiste la buona e la cattiva politica. Facciamo, per favore, lo sforzo di non dimenticarlo mai. Il costo di una delegittimazione indiscriminata sarebbe insopportabilmente alto, persino per un Paese di lungo e accidentato corso come il nostro.

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