L’ONU, l’Italia e il razzismo: facciamo chiarezza

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Sono rimbalzate con enorme eco sui giornali e sui media le parole che il neo Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, ha pronunciato sull’Italia aprendo la 39a sessione del Consiglio dei diritti umani. Secondo Bachelet, infatti, il Governo Italiano ha impedito l’azione delle navi delle ONG nel Mediterraneo, con conseguenze devastanti per molte persone che già si trovavano in stato di vulnerabilità, e ha annunciato che verrà inviato uno staff in Italia per accertare il lamentato brusco innalzamento di atti di violenza e razzismo contro migranti, persone di ascendenza Africana e Rom. Visto il profluvio di reazioni e dichiarazioni che sono seguite, unite alla manifesta scarsa conoscenza di molti dei meccanismi onusiani, appare utile fare un minimo di chiarezza sull’accaduto, partendo dal fatto che, a dispetto di tanti roboanti titoloni a caratteri cubitali e reazioni indignate sui social networknon è affatto vero che l’ “ONU” abbia detto che gli Italiani sono razzisti. L’Alto Commissario è un organo, istituito dalla risoluzione 48/141 del 7 gennaio 1994 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il cui mandato si svolge nell’ambito del controllo dell’Assemblea stessa e del Segretario Generale del palazzo di vetro, ed ha il compito, nel rispetto della sovranità e della giurisdizione degli Stati membri, di promuovere il rispetto universale di tutti i diritti umani. Un organo delle Nazioni Unite, dunque, i cui fondi sono soggetti al placet dell’Assemblea Generale, che ha evidenziato un “brusco innalzamento di atti di violenza e razzismo” (“the reported sharp increase in acts of violence and racism against migrants, persons of African descent and Roma”, per citare le parole esatte) in Italia, come è peraltro per chiunque facile desumere dalla lettura dei quotidiani: cosa assai diversa, quindi, dall’affermare che l’ONU abbia dato dei razzisti agli Italiani o che l’Italia sia un paese razzista. Sgombrato il campo da equivoci, dunque, la domanda che occorre porsi è se le parole della Bachelet siano state opportune e pronunciate all’interno delle proprie competenze. Va premesso, per dare una risposta, che l’Alto Commissario può ben disporre visite in un Paese per verificare il (mancato) rispetto dei diritti umani, ma tali interventi sono codificati, prevedendosi su espressa indicazione dell’Assemblea di NY oppure, se periodiche, riferite a situazioni determinate e precedentemente individuate. Possono, inoltre, verificarsi anche visite o missioni “spot”, di breve durata, in presenza di catastrofi umanitarie repentine. Ebbene, non pare – vista anche la vaghezza di quanto dichiarato – che la visita per l’Italia ricada in una di queste fattispecie e non appare chiaro se vi siano stati contatti precedenti a livello diplomatico, come è usuale fare in casi del genere (questo vale anche per l’Austria e la Germania, nominate dalla Bachelet). Va ricordato, inoltre, che per l’Italia esiste un regime di standing invitation, ovvero la massima apertura a visite di questo tipo che, tuttavia, seguono precise procedure formali dettate dalle prassi diplomatiche. A meno di successivi chiarimenti, pare di potersi quindi dire che la neo Commissaria, pena forse la mancanza di esperienza, abbia fatto il passo più lungo della gamba per quanto riguarda il rispetto delle ferree logiche che regolano i rapporti fra ONU e i propri Stati membri. Detto questo, è necessario, a questo punto, essere molto chiari. Se è lecito affermare che possa essere stato compiuto dall’Alto Commissario un faux pas, questo non esonera l’Italia da due precisi doveri. Il primo: non nascondere la testa sotto la sabbia e negare, contro ogni evidenza empirica, che siano stati registrati atti di razzismo avverso migranti, che appare davvero difficile declassare a goliardate, come pure qualcuno si ostina a fare. Il secondo: quello di difendere fermamente – come ben ha fatto il Ministro degli Affari Esteri Moavero – le posizioni Italiane nelle sedi adeguate e nelle modalità proprie di un corretto interloquire internazionale, senza remore nell’avanzare eventuali contestazioni ma senza chiusure a scrutini di qualsiasi natura e, perchè no, chiedendo che eguale  e opportuno zelo sia mostrato nei confronti di quei Paesi in cui le violazioni dei diritti umani sono manifeste e quotidiane. In poche parole: l’Italia deve svolgere, sempre e comunque, con dignità e a testa alta il proprio ruolo sullo scenario internazionale, mettendo i puntini sulle “i” ove necessario, ma senza nascondersi dietro un dito. E, soprattutto, ricordando sempre che si è parte di un complesso sistema di rapporti, come quello delle Nazioni Unite, pur perfettibile sotto tanti punti di vista, che non va delegittimato ma, semmai, rafforzato nella propria missione di dialogo fra i popoli e di promozione e protezione dei diritti umani, vera cartina di tornasole del progresso dell’umanità. insomma, calma e gesso, ragazzi.

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Perché non serve la leva obbligatoria per formare cittadini

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La recente proposta lanciata dal Ministro e vice premier Salvini circa la possibile reintroduzione del servizio militare e civile obbligatorio, sia pure per alcuni mesi, ha smosso le acque di un agosto politico già parecchio agitato. Dopo un comizio tenuto a Lesina, in provincia di Foggia, Matteo Salvini ha chiesto su Twitter ai propri follower se fossero d’accordo su “reintrodurre il servizio militare e civile per ricordare ai nostri ragazzi che, oltre ai diritti, esistono anche i doveri”. Lo confesso: da obiettore di coscienza (servizio civile anno 1992/93) ho una visione senza dubbio parziale sulla questione. Ricordo ancora i sorrisini di scherno alla presentazione della domanda presso il Distretto Militare e la parola usata più di una volta per irridere me e gli altri ragazzi in servizio: disertore. Altri tempi. Mi sembra, tuttavia, che l’esigenza di contesto messa in campo dal Ministro dell’Interno non sia campata per aria: il richiamo ai diritti e ai doveri è parte della nostra Costituzione democratica che ai cittadini richiede, da un lato, di contribuire in modi diversi alla vita pubblica e, dall’altro, garantisce loro un quadro ricco di diritti. La vera domanda da porsi, rispetto al tema, è se nel 2018 il servizio militare (e civile) obbligatorio sia la leva – passatemi il gioco di parole – per porre in atto tali fondamentali principi.

Per provare a dare una risposta, occorre prima ricordare il lungo cammino che l’obiezione di coscienza al servizio militare ha compiuto nel nostro Paese: a fronte dei primi, sparuti episodi di rifiuto di prestare servizio, principalmente per motivi religiosi, pagati con la galera, sono seguiti tanti giovani che hanno sostenuto il diritto a servire la Patria senza imbracciare le armi. Di lì, la legge 772 del 1972, accompagnata da una serie di pronunce della Corte Costituzionale, che ha formalizzato il principio secondo cui la difesa della Patria, quale “sacro dovere del cittadino” (art. 52 della Costituzione), potesse essere adempiuta anche attraverso la possibilità di prestare servizio civile non armato. La breccia aperta dalla legge – e la corposa giurisprudenza della Corte- ha così permesso una ulteriore evoluzione del quadro normativo che ha preso due strade parallele: l’abolizione della leva obbligatoria (legge Martino del 2004) e la progressiva codificazione di un servizio civile volontario per ragazze e ragazzi, sfociato in quello che viene oggi definito servizio civile universale. Le forze armate hanno, conseguentemente, assunto sempre più la caratteristica di corpi professionali, atte anche ad intervenire con successo in quadri internazionali complessi e capaci di guadagnarsi sul campo la stima dei Paesi alleati e delle popolazioni locali. Il servizio civile, d’altro canto, da ultimo grazie all’approvazione del decreto legislativo 40 del 2017, ha assunto carattere universale, aperto – potenzialmente – a tutti i giovani fra i 18 e i 28 anni che vogliano mettersi alla prova, in Italia e all’estero, per un periodo massimo di un anno nei diversi campi – fra gli altri – dell’assistenza, della protezione civile, della tutela del patrimonio storico artistico, culturale e ambientale, del turismo sostenibile e sociale, della promozione e tutela dei diritti umani, della promozione della cultura italiana all’estero e sostegno alle comunità di italiani all’estero. Un campo d’applicazione, come si vede, vastissimo, che ha attratto negli anni un numero crescente di giovani. Se questa è la situazione odierna, si comprende come la proposta di ridar vita ad un servizio militare di leva sia stata accolta freddamente dalla Ministra della Difesa, in considerazione della sostanziale poca utilità di una coscrizione di massa rispetto alle esigenze di alta specializzazione delle attuali forze armate.

Ciò non significa, naturalmente, che il tema di trovare modalità attraverso le quali permettere ai giovani di fare esperienze di crescita civile non sia fondamentale: non è, tuttavia, l’obbligatorietà del servizio militare o civile che può rispondere a tale esigenza. La costruzione della cittadinanza passa attraverso un reticolo complesso di esperienze, fra le quali la famiglia e la scuola sono certamente le più importanti. Aggiungo che l’obbligatorietà, in una società profondamente cambiata rispetto solo a pochi decenni fa, dona alla questione quel saporaccio di Stato Etico che mal si attaglia alla complessità di oggi, in un mondo iperconnesso che annulla le distanze ed in cui le invasioni del Nemico dall’Est non sono più un imminente pericolo e le minacce ai regimi democratici vengono combattute, in primo luogo, attraverso le azioni di intelligence. Senza scomodare visioni distopiche e terrificanti come quella di Paul Verhoeven nel suo “Starship troopers” del 1997 (tratto dal romanzo “Fanteria dello spazio” del 1959 di Robert A. Heinlein), in cui solo chi prestasse servizio militare poteva ambire allo status di cittadino, credo che lavorare con sempre maggior decisione sul servizio civile volontario universale, mirando all’obiettivo di soddisfare tutte le richieste che pervengano (ancora con un’alta percentuale di mancato inserimento, specie al Sud, per raggiunti limiti di posti a disposizione), possa costituire una delle chiavi più efficaci – non l’unica, certamente – per il passaggio dall’adolescenza alla adultità, contribuendo a fare affacciare i nostri figli a mansioni di responsabilità, verso le Istituzioni della Repubblica come a favore delle categorie più fragili, favorendo l’integrazione dei giovani stranieri regolarmente soggiornanti in Italia, anch’essi candidabili, e, perché no, tentando di dare una mano verso la difficile entrata nel mondo del lavoro, altra emergenza nazionale. Non è un’impresa di poco momento, è evidente, anche perché richiede fondi adeguati e grande impegno, sia politico che amministrativo. Ma è un tema che non può che essere eminentemente trasversale e che dovrebbe stare a cuore di tutte le forze politiche, a dispetto dei diversi orientamenti. E per il quale occorre, soprattutto, avere grande fiducia nei giovani: attendono solo di essere messi alla prova.

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I burocrati e i paliatoni a prescindere

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Giovanni Panebianco è stato recentemente individuato quale nuovo segretario generale del Ministero dei beni e delle attività culturali (il MIBAC, oggi orfano della “T” del turismo), delicato ruolo di cerniera fra il vertice politico e le diverse Direzioni Generali in cui si articola il ministero stesso. L’articolo 6 del decreto legislativo 300 del 1999, che disciplina l’organizzazione dei ministeri, ci dice, infatti, che “il segretario generale opera alle dirette dipendenze del ministro. Assicura il coordinamento dell’azione amministrativa; provvede all’istruttoria per l’elaborazione degli indirizzi e dei programmi di competenza del ministro; coordina gli uffici e le attività del ministero; vigila sulla loro efficienza e rendimento e ne riferisce periodicamente al ministro”. Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera dell’8 agosto prende maliziosamente in giro il CV di Panebianco, a suo dire troppo lungo e dettagliato e, scomodando nel suo pezzo anche il Principe della Risata, si domanda cosa ci azzecchi col ministero, visto che della “cultura” egli non trova traccia nel curriculum. Alt, fermi tutti. Se è da apprezzare, senza retorica alcuna, il lavoro di Stella, che è professionista preparato e arguto, un mastino a scavare e portare alla luce magagne e malversazioni, il Nostro prende qui una sonora cantonata. Si potrebbe obiettare alla firma del Corriere che, ove il curriculum fosse stato troppo sintetico, si sarebbe con tutta probabilità abbattuta la condanna sul burocrate che nasconde e trama nelle segrete stanze. In realtà, il punto è un altro. La figura del segretario generale in un ministero, come spiega bene e senza fronzoli la legge, è di alto coordinamento politico-amministrativo: si tratta, per metterla giù semplice, di un guardiano dello scorrere liscio delle complesse attività della struttura, attento a che esse siano, inoltre, in linea con la direzione politica del dicastero. In altre parole: per svolgere funzioni di questo tipo al MIBAC non serve necessariamente un cattedratico di storia dell’arte, così come non serve un agronomo al ministero dell’agricoltura o un ingegnere alle infrastrutture e ai trasporti. Di tecnici ed esperti di settore sono zeppi gli uffici (o ne erano zeppi, visto il progressivo dissanguamento del personale pubblico): al vertice dell’amministrazione serve qualcuno che faccia marciare la macchina e che sappia oliare gli ingranaggi del motore, garantendo al ministro che vada nella giusta direzione. Vil razza dannata, quella dei burocrati, si sa: se, tuttavia, fosse consentito offrire a Stella un consiglio non richiesto, sarebbe quello di non farsi beffe – sia pur bonarie – della “vita di burocrate” del mezzemaniche di turno a prescindere (per replicare con Totò), ma di verificarne l’operato a posteriori e sottoporre a critica, anche dura, le cose fatte e gli atti prodotti, cosa ormai alla portata di chiunque visto il regime di amplissima trasparenza cui giustamente devono soggiacere i pubblici uffici. Gli amministratori pubblici vengono pagati anche per ricevere paliatoni, sia chiaro: ma li si faccia almeno sbagliare in santa pace, prima.

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A spasso con Daisy

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Quel che è accaduto ed ancora accade in questi giorni a seguito dell’episodio di cui è rimasta vittima Daisy Osakue è assai significativo del clima in cui nell’Italia del 2018 i fatti vengono digeriti e della lente deformante attraverso cui essi sono spesso filtrati, sui media come sui canali social. L’ultima coda della vicenda è – addirittura – una petizione su Change.org in cui si richiede che l’atleta Italiana, discobola e pesista italiana, primatista under 23 del lancio del disco, venga estromessa dagli europei di atletica di Berlino, sostenendo che “senza avere elementi oggettivi si è gettata a capofitto in una strumentalizzazione sul razzismo inesistente, ben supportata per l’occasione dai media mainstream” e che “ha contribuito consapevolmente ad alimentare un falso problema per fini tutt’altro che nobili. Ha fatto prevalere l’interesse del partito a cui è iscritta, quanto un’atleta che ha l’onore di indossare la maglia della nazionale (sic!), dovrebbe tenersi fuori da simili decadenti teatrini, mantenendo perciò un profilo risoluto e super partes”. Mentre Osakue partecipa agli Europei, facciamo ordine e proviamo a ripercorrere i fatti, andando a spasso con Daisy fra gli eventi degli ultimi giorni.

Nella notte del 29 luglio 2018 Daisy Osakue è vittima di un’aggressione a Moncalieri, venendo colpita al volto da un uovo lanciato da un’auto in corsa: medicata all’ospedale oftalmico di Torino, le viene riscontrata un’abrasione alla cornea. Il giorno dopo, intervistata in video da Simone Bauducco del Fatto Quotidiano, racconta la dinamica dell’accaduto: suppone di essere stata scambiata per una prostituta, in quanto in zona sono presenti prostitute nere e si mostra preoccupata per un clima di crescente tensione che avverte in Italia dopo essere tornata dagli Usa, dove studia. Su Repubblica, nel corso di un’altra intervista a cura di Alessandro Contaldo, riportando la stessa ipotesi, aggiunge che, in ogni caso, buoni e cattivi ci sono a prescindere dal colore della pelle e che non è opportuno generalizzare. E, come riporta l’AGIdichiara che l’Italia non è un Paese razzista. Insomma, pur scossa e legittimamente preoccupata, Osakue è misurata e non lascia spazi a strumentalizzazioni o isterie di sorta. Mentre gli inquirenti si mettono al lavoro, partono le dichiarazioni incrociate della politica e i titoli dei media, chi sostenendo la matrice razzista dell’aggressione, chi negandola in radice. Da una parte chi parla di aperta violenza da parte di gruppi neo-nazisti, dall’altra chi, per converso, dichiara che in Italia non esista assolutamente un problema razzismo. Posizioni entrambe frettolose, da calare, comunque, nel clima pesante di fine luglio, dopo il caso della bimba Rom colpita da un fucile ad aria compressa (18 luglio), che ha portato il presidente Mattarella a parlare di “Far West”, e quello di Aprilia, con un marocchino morto dopo essere stato inseguito da persone che lo ritenevano un ladro (28 luglio). Il 31 luglio le prime ipotesi degli inquirenti, che tendono ad escludere l’aggravante razzista. Emerge, per la prima volta, che altre donne ed un pensionato della zona sono stati colpiti da uova da una Doblò in corsa, macchiando loro i vestiti e non procurando, fortunatamente alcun danno, a differenza della pesista azzurra che, a causa delle lesioni all’occhio, rischia di saltare le gare europee.

La mattina del 2 agosto la svolta nelle indagini. Gli autori del gesto vengono individuati dai Carabinieri e denunciati per lesioni dolose e omissione di soccorso. Sono tre ragazzi italiani di Vinovo, La Loggia e Moncalieri, che hanno utilizzato una Fiat Doblò intestata al padre di uno di essi, Roberto De Pascali, consigliere comunale PD a Vinovo. I ragazzi dichiarano di aver lanciato le uova per una goliardata. Il clima a questo punto si accende: aldilà delle contrapposizioni tra le forze politiche, comincia una vera e propria guerriglia social che ha per obiettivo Osakue, anche perché membro dei Giovani democratici locali: “indegna della maglia”, “fosse per me l’avrei cacciata dall’Italia” dato che “tanto di italiano ha solo la maglia”, “barcone, valigia e tornate in Africa“, “non ci sono neri italiani”, sono solo alcuni dei deliri, stavolta dichiaratamente razzisti, rivolti all’atleta. Si condanna il sistema dei media perché, si sostiene, eguale clamore non c’è stato nel caso di Pamela Mastropietro, barbaramente uccisa: una notizia, peraltro, ampiamente trattata su giornali e televisioni. Non manca chi parla di guarigione miracolosa della ragazza dopo l’individuazione dei tre giovani (chissà perché, poi) e rilancia che la goliardata (termine pronunciato dai tre ragazzi lanciatori di uova, è bene ricordarlo) sia stata usata ad arte all’indomani della acclarata insussistenza dell’ipotesi razzista in quanto uno dei tre era figlio di un rappresentante del Partito Democratico. Il fatto che i tre ragazzi piemontesi lanciassero uova per il solo diletto di farlo, secondo taluni, sarebbe, inoltre, la controprova che in Italia non vi sia alcuna traccia di razzismo e che, anzi, l’episodio sia l’esempio di come ormai funzioni una macchina collaudata col compito di fabbricare fake news sul tema, a danno degli Italiani. Arriva, infine, la notizia, rilanciata da alcuni quotidiani, che il padre della Osakue, arrivato in Italia dalla Nigeria più di venti anni fa, abbia avuto in passato problemi con la giustizia: altro motivo, per qualcuno, per innescare ulteriori polemiche sulla cospicua presenza di immigrati che delinquono in Italia, impattando, con chissà quale correlazione, sulla vicenda che ha visto protagonista Daisy.

Ripercorsi fatti e date, possono trarsi diverse conclusioni dalla storia del lancio delle uova. La prima, del tutto ovvia, è che occorre lasciar lavorare gli inquirenti, gli unici a poter contare su prove e fatti certi, sospendendo ogni giudizio sino ai primi risultati delle indagini. Il fatto che i tre ragazzi non fossero apparentemente mossi da motivazioni razziste e che uno di loro sia figlio di un esponente del PD non ha, inoltre, nulla a che vedere con la gravità dell’episodio (la ragazza avrebbe potuto perdere l’uso dell’occhio). Tale specifica circostanza non ha, altresì, relazione alcuna con gli altri, numerosi episodi di cronaca in cui la matrice razzista è evidente (che i social networkamplificano nel dar spazio a una brodaglia di fanatica intolleranza) e sui quali l’attenzione della politica e dell’opinione pubblica dovrebbe essere altissima, dato che la nostra Costituzione democratica non fa distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali. Va aggiunto che la conclamata presenza di episodi di razzismo, che vanno sempre contrastati in ogni sede, non intacca di un millimetro la necessità che chiunque risieda, stabilmente o meno, nel Paese, sia tenuto a rispettare le leggi Italiane: normale buon senso, prima che una questione di legalità. Ancora: banale dirlo, ma le colpe dei padri, anche di quelli che hanno chiuso i loro conti con la giustizia, non ricadono sui figli. Le vicende giudiziarie di Iredia Osakue, quali siano state, appartengono a lui e a lui soltanto e nulla hanno a che fare con la figlia. Si è quindi assistito ad una macchina propagandista intenta a mettere in piedi fake news? Francamente, no. L’episodio si prestava, alla luce dei precedenti casi di aggressioni e ostilità nei confronti di migranti neri, ad una interpretazione che, fortunatamente, si è rivelata, in questo caso, sbagliata. Da qui a dire che vi sia una complessa macchinazione tesa a incolpare artatamente i cittadini Italiani di razzismo per fini poco chiari (senza tirare in ballo Soros e presunti piani di sostituzioni etniche) ce ne corre. E ce ne corre molto. A meno di voler iniziare a dar conto delle sonore bufale, montate ad arte, sui crimini di migranti, come quello, che recentemente ha trovato spazio nelle cronache e sui social, relativamente ad un nigeriano che avrebbe abusato di una minore e picchiato il cuginetto accorso a difenderla: come ha dimostrato David Puente, una notizia palesemente falsa, costruita con perizia e malanimo. Infine, il vero aspetto preoccupante di tutta questa vicenda: la schiumante onda rabbiosa, piena di acrimonia, che si è abbattuta su una ragazza di 23 anni, Italiana, che gareggia per i colori Italiani. C’è da restare sconcertati per come sia ormai lecito dar sfogo alle pulsioni più basse, troppo spesso venate di atteggiamenti dichiaratamente e orgogliosamente fascisti, di cui in altri tempi ci si sarebbe vergognati e che si avrebbe avuto pudore ad esternare, sia pure solo per timore di una condanna sociale. Occorre constatare, con amarezza, che la diga delle decenza sia ormai crollata e che si stia perdendo, gradatamente, il senso di comunità aperta in favore di una identitarietà intollerante, ognuno immerso nella propria, infernale trincea. Il dilagare di un pensiero unico – questo sì – che non ammette diversità, refrattario all’alterità.

Insomma, chi ne esce a testa alta è Daisy Osakue: buoni e cattivi ci sono a prescindere dal colore della pelle, ha detto. È bene far tesoro di queste parole di buon senso.

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E’ chiedere troppo?

trasparenza lenteNon conosco Giuseppe Busia, quello che Gian Antonio Stella oggi sul Corriere della Sera definisce, beffardo, “il super-burocrate anti-trasparenza”. Non lo conosco e non so se effettivamente verrà destinato a ricoprire il delicato incarico di Segretario Generale a Palazzo Chigi. Quello che trovo, tuttavia, francamente noioso è il tono – sin troppo familiare – dell’articolo di Stella, che pure trovo giornalista preparato e scrupoloso. La vicenda è quella relativa al ricorso pendente innanzi la Corte Costituzionale circa la legittimità della pubblicità dei patrimoni personali dei dirigenti pubblici: se da anni chiunque può consultare in rete quanto guadagni il dirigente Tizio o il direttore Caio, una norma del 2016 prevedeva che anche i patrimoni personali (casa, automobile, motorino del dirigente e del congiunto) dovessero essere pubblicati e resi disponibili a chiunque. Ho già in più sedi spiegato che quel che ho sempre contestato è la ratio perversa della legge: il dirigente è potenzialmente corruttibile (o corrotto) e quindi gli si deve guardare in casa. Mariuolo a prescindere, insomma. Opinione naturalmente contestabile ma rafforzata dal fatto – sempre omesso – che i dati sui patrimoni personali sono da anni comunicati alle amministrazioni e, quindi, a disposizione delle autorità fiscali e di chi debba vegliare su arricchimenti incongrui. Ognuno ha la propria idea sulla questione, ed è giusto così: tuttavia, riportare la vicenda, come fa Stella, sbeffeggiando i lavoratori pubblici per tutto l’articolo, tritando i peggiori luoghi comuni, e dimenticando che Busia e chi – come me, assieme ad altri colleghi – ha ricorso avverso quelle norme ha esercitato un proprio diritto, è cosa che fa cadere le braccia. Abbiamo, fortunatamente, un Giudice delle Leggi che valuterà se la norma sia conforme alla Costituzione o meno: la decisione, in un senso o nell’altro, farà chiarezza. Si abbia la decenza di riconoscere, almeno, che viviamo in uno Stato di diritto. E’ chiedere troppo? 

Società inclusive e Parlamenti inclusivi: verso la Conferenza ONU sulla disabilità

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Si terrà a New York, dal 12 al 14 giugno, l’undicesima Conferenza delle Nazioni Unite tra gli Stati firmatari della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006. È un appuntamento importante che, nel solco del costante perseguimento della piena inclusione delle persone con disabilità nelle nostre comunità, affronta in ogni edizione le questioni più importanti legate al pieno godimento dei medesimi diritti umani da parte di tutti, tagliando trasversalmente tutti gli ambiti della vita quotidiana delle persone con disabilità. La sessione di quest’anno riveste un interesse del tutto particolare perché si occuperà, fra le altre cose, della partecipazione politica e dell’eguale riconoscimento innanzi la legge per le persone con disabilità, temi cruciali e intimamente legati fra loro. La piena partecipazione dei cittadini alla vita politica segna, infatti, il livello di maturità democratica di una società: escludere o limitare fortemente la possibilità per chicchessia di poter dire la propria nelle scelte fondamentali del proprio Paese, a tutti i livelli di governo, impoverisce drammaticamente il processo decisionale e la bontà stessa delle decisioni assunte. Ecco perché la promozione e la tutela del diritto al voto è elemento fondamentale e decisivo per il rispetto della Convezione ONU che, all’articolo 29, ricorda che le procedure, le strutture e i materiali elettorali debbano essere appropriati, accessibili e semplici da comprendere ed usare per tutti. Si pensi, ad esempio, al dovere di garantire la piena accessibilità ai seggi o all’utilizzo di volantini o manifesti redatti in linguaggio semplice per persone con disabilità intellettiva, mettendo in campo campagne elettorali accessibili per chiunque (così come previsto anche dalla recentissima Strategia del Consiglio d’Europa in materia di disabilità). La partecipazione politica non è limitata, naturalmente, alla fase della formazione di una compiuta opinione di voto ed alla sua espressione, ma investe, al contempo, il tema della possibile esclusione dall’elettorato attivo o passivo in virtù di limitazioni della capacità giuridica della persona legata alla condizione di disabilità mentale o intellettiva, un caso che, purtroppo, non è infrequente in molti paesi del mondo e che si pone in netto contrasto con la Convenzione che richiede, al contrario, che gli Stati garantiscano in ogni modo la libera espressione della volontà delle persone con disabilità in qualità di elettori, senza comprimere la loro sfera personale di autodeterminazione. E non finisce qui. A patto di riuscire a creare un ambiente capacitante per la libera e consapevole espressione del loro voto, le persone con disabilità riescono a venire elette per dar voce alle loro idee ed ai loro convincimenti nelle diverse sedi di rappresentanza? A giudicare dai numeri delle presenze nelle assemblee elettive, l’elettorato passivo non è un argomento che scala l’agenda di molti paesi, considerato che, secondo l’ultimo rapporto mondiale sulla disabilità dell’OMS, il numero delle persone con disabilità nel mondo è di circa un miliardo e che, di converso, le percentuali di presenza nelle aule parlamentari, regionali e locali sono poco più che irrisorie. È dunque assai positivo che il tema venga posto all’ordine del giorno della Conferenza di New York, anche in virtù della particolare attenzione che alla questione pongono diverse organizzazioni internazionali, tra le quali l’OSCE (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), che ha lavorato con determinazione sugli aspetti del libero esercizio dell’elettorato attivo e passivo per le persone con disabilità, producendo, lo scorso anno, una utilissima guida dal titolo “Persons with disabilities and ensuring their right to participate in political and public life”. Ogni sforzo deve quindi essere perseguito nella attuazione delle prescrizioni convenzionali in materia di partecipazione politica, uno dei pilastri per la costruzione di società inclusive e sostenibili, in armonia, peraltro, con la strategia di sviluppo sostenibile dell’ONU che, nel quadro dei diversi obiettivi (o SDGs) che la compongono, al goal 16 prevede (target 16.7) di assicurare entro il 2030 processi decisionali inclusivi, partecipativi e effettivamente rappresentativi a tutti i livelli, rispetto a tutti i gruppi di popolazione, fra cui, naturalmente, le persone con disabilità. Se i Parlamenti sono lo specchio di un Paese, essi dovranno, dunque, essere lo snodo, sia attraverso la composizione dei loro rappresentanti che attraverso la loro azione concreta, per il consolidamento della legittimazione del sistema delle istituzioni pubbliche, attraverso un deciso riorientamento del continuum politico-elettorale (campagne elettorali, voto ed eleggibilità) a favore delle persone con disabilità. Sulla base del semplice fatto che i diritti di tutti devono poter essere goduti da tutti. Indipendentemente da tutto.

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When sustainability gets along with disability

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The new and still not widely known perspective of the UN Agenda 2030 basically lies on common sense: there is a push, trough the 17 sustainable development goals, or SDGs, adopted by the UN General Assembly on September 2015, towards a global horizon of peace and human rights, by defeating, inter alia, extreme poverty. Italy has been part of the deal and on March 2018 set up a National Commission for Sustainable Development (SD), chaired by the Prime Minister, with the task of implementing the UN Agenda and the Italian national strategy for SD. In order for Italy to effectively participate in the process, now involving all countries (not only the so called developed countries), it is crystal clear that an effort of internal coordination and reorientation of national policies is required. However, another element is going to have an impact on the Agenda’s challenges and needs to be part of governmental action. For the first time the disability dimension is explicitly mentioned into the UN commitments for SD: we have moved, in other words, to recognize once and for all that the objective of a sustainable, inclusive society cannot be achieved without taking into account the role of persons with disabilities (PwDs) who, according to the 2011 WHO World Report on Disability, are around 1 billion people. That is a fundamental factor of global action on SD based on the fact that poverty and disability are phenomena which go together and that the frequent condition of multi-discrimination suffered by PwDs in the world – disability dimension horizontally cuts gender, work, participation to society and politics, and so on – can hinder the success of the UN vision on SD. The forgetfulness of disability in previous UN actions for sustainability – as in the Millennium Development Goals (2000/2015) – was de facto canceled by the adoption of the UN Convention on the rights of persons with disabilities (UNCRPD) in 2006, which Italy ratified in 2009. The Convention clearly states the right of PwDs to inclusion in the community and to the full enjoyment of human rights on an equal basis with others. SDGs, however, include, at least in five of them (education, jobs, anti-discrimination, transportation and urban spaces, proper collection of statistical data), disability as a factor of success for the path to sustainable development. That echoes what Zygmunt Bauman had said about the solidity of a society: like a bridge, society is as strong as the weakest (more fragile, that sounds definitely better) ring of the chains that supports it. The common challenge for the SDGs and the UNCRPD is to make PwDs full actors of communities – social, political and economic actors. Italy too has to face that challenge: not only in the light of the steps forward which, as all developed countries, it has to make for the promotion of the rights of PwDs, but also because the UN Committee of Geneva that monitors the implementation of UNCRD into the State Parties put down in 2016 a series of recommendations for Italy and, in so doing, clearly linked both disability and sustainability in order to comply with international obligations. That means that Italy, while implementing SDGs on womens’ rights, on the fight to discrimination or access to accessible and safe transportation (to list but a few) will have to take into proper consideration the relevant articles of the UNCRPD. Disability and sustainability, therefore, do not exclude each other. They need to be interrelated for the success of the two general strategies. Again, common sense. But that common sense needs also political vision and capability of the administrative structures if we want to put in place an inclusive and sustainable society. For the year 2030 and beyond.

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Sostenibilità fa rima con disabilità

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La grande e ancor troppo misconosciuta nuova prospettiva dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite è quella, sostanzialmente, del buon senso: c’è la spinta, attraverso i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (noti come sustainable development goals, o SDGs) approvati dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel settembre del 2015, verso la costruzione di un nuovo orizzonte globale di pace e diritti umani, sconfiggendo, una volte per tutte, la povertà assoluta. L’Italia non è restata a guardare e, grazie ad una direttiva dello scorso marzo, ha istituito una Commissione Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile, guidata dal Presidente del Consiglio, che ha il compito di attuare l’Agenda ONU e la Strategia Nazionale Italiana per lo sviluppo sostenibile. Perché l’Italia possa partecipare efficacemente al processo che, a differenza dei precedenti Obiettivi del Millennio (2000-2015), interessa stavolta tutti i paesi del pianeta e non solo quelli in via di sviluppo, è evidente che sarà necessario un enorme sforzo di coordinamento interno e di orientamento delle politiche nazionali in armonia con i principi espressi negli obiettivi dell’ONU. C’è, tuttavia, un secondo aspetto che rende peculiare la sfida dell’Agenda e che deve informare l’azione dei governi, in particolare quello Italiano. Una delle grandi novità dei SDGs è che per la prima volta la dimensione della disabilità viene espressamente fatta propria dalla strategia ONU in materia di sviluppo sostenibile: si passa, in altre parole, all’esplicito riconoscimento che l’obiettivo di una società sostenibile – perché inclusiva – non può essere raggiunto se non si prende in considerazione il ruolo delle persone con disabilità che, secondo il rapporto mondiale dell’OMS sulla disabilità del 2011, sono circa un miliardo. È un elemento di valore aggiunto che parte dalla constatazione che povertà e disabilità sono fenomeni che si rafforzano mutualmente e che la frequente condizione di multidiscriminazione cui sono soggette le persone con disabilità nel mondo (la dimensione disabilità interseca quella del genere, dell’occupazione, degli ostacoli ad una effettiva partecipazione alla vita sociale e politica, solo per fare qualche esempio) può impedire il successo dell’ambizioso programma delle Nazioni Unite. La “dimenticanza” della disabilità da parte dell’ONU nelle precedenti azioni globali a favore dello sviluppo sostenibile era, di fatto, stata già sanata grazie all’adozione della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (UNCRPD, 2006), che l’Italia ha ratificato nel 2009. La Convenzione, infatti, sancisce in modo inequivocabile il diritto per le persone con disabilità ad una effettiva inclusione nella società e al pieno godimento dei propri diritti umani, al pari di tutti gli altri cittadini. Tuttavia, i SDGs includono espressamente, in almeno 5 di essi (istruzione, occupazione, lotta contro la discriminazione, trasporti e spazi urbani, adeguata collazione di dati statistici), la disabilità come fattore di successo per il percorso verso uno sviluppo sostenibile. Si riprende, insomma, il concetto espresso qualche anno fa da Zygmunt Bauman, secondo cui la robustezza di una società, al pari di quella di un ponte, si misura dalla forza dell’anello più debole (meglio, fragile) delle catene che lo sorreggono: la sfida, comune ai SDGs e alla Convenzione del 2006, è quella di rendere le donne e gli uomini con disabilità attori a tutto tondo(sociali, politici, economici) delle comunità. È una sfida che interessa anche l’Italia: non solo per i passi avanti che, al pari di tutti i Paesi sviluppati, deve compiere sulla promozione dei diritti delle persone con disabilità, ma anche perché il Comitato di Ginevra che monitora l’attuazione della Convenzione all’interno dei diversi paesi, nel formulare nel 2016 una serie di raccomandazioni sulla implementazione della Convenzione in Italia, ha espressamente legato le due dimensioni delle disabilità e dello sviluppo sostenibile ai fini dell’assolvimento degli obblighi per il nostro Paese. Ciò significa che l’Italia, nell’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile in materia di promozione dei diritti delle donne, della lotta alla discriminazione o per l’accesso a sistemi di trasporto accessibili e sicuri (per citarne alcuni) dovrà tenere in considerazione i corrispondenti articoli della Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità. Disabilità e sostenibilità, insomma, non solo non si escludono, ma devono interrelarsi per il successo delle rispettivi strategie, che sono interdipendenti. Buon senso, insomma, che abbisogna, tuttavia, di visione politica e operatività delle strutture se vogliamo che la nostra sia davvero una società inclusiva e sostenibile, per il 2030 e oltre.

Pubblicato su Formiche