Quell’unico problema italiano

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C’era da dubitarne, forse? “La pubblica amministrazione è l’unico problema italiano”: così si sarebbe espresso Romano Prodi, ex Presidente del Consiglio ed ex Presidente della Commissione europea, uno dei protagonisti della recente storia Italiana per il quale nutro, senza retorica, profondo rispetto. La dichiarazione, rilasciata a margine del convegno di presentazione del suo ultimo libro, “Il piano inclinato”, appare senza dubbio stridere con la cifra istituzionale del suo profilo politico e personale. Un paradosso? Non basta: “Il problema è che ci si sta isolando dal mondo» per una “incapacità di prendere le decisioni nei tempi dovuti. Dopo Tangentopoli, la difesa dei funzionari è stata di non prendere più decisioni o di dividere in tappe il procedimento decisionale”, ha detto Prodi, secondo cui “il Paese è paralizzato dall’incapacità di decidere. Il Tar? Se non ci fosse, il nostro sviluppo crescerebbe del 5 per cento”.

Non ho avuto ancora modo di leggere il nuovo libro del Professore, che si occupa di temi fondamentali, come la dimensione dell’uguaglianza e della crescita inclusiva nelle società che subiscono il fortissimo impatto della finanza internazionale e del processo di globalizzazione: aspetti nei quali non può non giocare un ruolo determinante la componente gestionale-amministrativa di un Paese. E proprio perché non credo ci siano dubbi sulla serietà profonda che Prodi impiega nell’analisi di tematiche così attuali e nodali per la comunità internazionale, si fa fatica a capire: l’unico problema italiano? Siamo naturalmente tutti d’accordo che le manchevolezze delle macchine pubbliche sono tante. Non è, tuttavia, solo un problema di casa nostra: è un problema, organizzativo prima che amministrativo, che permea le strutture burocratiche di tutti gli Stati moderni e che Max Weber, fra gli altri, aveva mirabilmente dipinto già un secolo fa. L’efficienza dell’amministrazione pubblica, tanto più se si tratta di un Paese che fa parte delle sette nazioni più avanzate al mondo, è, senza dubbio, un problema che deve trovar posto nell’agenda di tutti i Governi, indipendentemente dal loro colore politico. Se questo è vero, non farà male ricordare che dove c’è uno Stato deve esserci una pubblica amministrazione. Non “può”: “deve”. Se non c’è, non c’è uno Stato. Almeno in attesa di soluzioni migliori. Lo capisco: la burocrazia non è affascinante, non fa tendenza, non è cosa semplice. E non è appealing. Anzi, grazie al tarlo fordista che alberga nelle nostre teste, è poco meno di una iattura, un male necessario che va ridimensionato e rimesso a posto, se non, addirittura, eliminato appena possibile. Detto questo, provo a suggerire di aggiungere al “problema P.A.” qualche altra criticità che affligge questo tormentato Paese: non per ipocrita benaltrismo e per buttarlo in fondo alla lista, croce sul cuore. Ma per amor di verità e cronaca civile.

Azzardo qualche ulteriore candidatura. Le mafie: che attanagliano tante regioni d’Italia, condannando troppi giovani alla miseria e alla morte e le comunità locali a sottostare ad un regime di violenza e sopraffazione. La corruzione: che sembra esserci attaccata addosso come una malattia della pelle che non riusciamo a debellare, a braccetto col nepotismo, l’indifferenza al senso di comunità e all’insofferenza per il bene pubblico. La condizione delle donne: ancora condannate a intollerabili disparità salariali e vittime di crimini le cui cause affondano nell’idea marcia di maschio che alberga in troppe zucche vuote. Il disastro edilizio e idrogeologico: che ha reso il suolo della penisola un campo di battaglia con morti e feriti, devastando le coste ed il territorio di un Paese baciato dalla Dea Bendata. L’evasione fiscale: una vera e propria piaga che costa 270 miliardi di euro, il 18% del PIL nazionale e che si alimenta del nostro solipsismo. La lista è lunga, le soluzioni complicate, i tempi incerti, la volontà di darsi da fare impalpabile. Eppure, sapete cosa? L’Italia non è solo questo. Anche grazie a quella maledetta pubblica amministrazione che, con le sue mille contraddizioni, a fatica e talvolta malvolentieri, spinge la carretta. Proprio lei, l’unico problema italiano.

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Odiatore e funzionario pubblico? Censurabile due volte

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E quattro. Dopo Laura Boldrini, Selvaggia Lucarelli e Myrta Merlino, un’altra donna prende posizione contro gli odiatori del web e passa alle carte bollate: Francesca Barra, giornalista televisiva, mamma separata ed attuale compagna dell’attore Claudio Santamaria, è stata infatti bersagliata sui social network per la sua presunta vita “sregolata”, con attacchi personali alla coppia e, soprattutto ai suoi figli. Tra i tanti Savonarola da tastiera anche un funzionario della Regione Basilicata che sui social, riportano i quotidiani, avrebbe pubblicato insulti verso Barra ed i suoi figli. Bene ha fatto, dunque, la giornalista a non perdere tempo e denunciare il funzionario, come riporta, fra l’altro, Aldo Grasso sul Corriere di domenica 8 ottobre. L’episodio, riprovevole come tanti altri simili episodi che fanno ormai quotidianamente capolino nelle cronache, ha un elemento di novità: a sparare ad alzo zero sarebbe stavolta un pubblico dipendente, il cui lavoro è quello di fornire servizi ed implementare politiche a favore dei cittadini che, con le tasse, ne pagano lo stipendio. Dal canto suo, il funzionario, in perfetto stile Napalm 51, ribatte: “E che ho scritto di male? Sono personaggi pubblici e non possono pretendere di essere esenti da critiche. Il pomeriggio da casa non posso fare quello che voglio? Facebook mi ha bloccato il profilo ma dovrebbe tornare a funzionare, continuerò a dire quello che penso“.

Alt. Mettiamo le cose in chiaro. Il funzionario, al pari di qualsiasi cittadino, è libero di dire o scrivere quel che vuole, scendendo nella pubblica via, parlando da un podio o pubblicando i suoi scritti in rete, purché se ne assuma la piena responsabilità. Qui parla il buon senso e, soprattutto, il codice penale. Non si tratta di una malintesa difesa della libertà di critica o di pensiero: in una società civile insultare per strada o su un social qualcuno espone a conseguenze. Un comportamento ancor più meschino se vengono coinvolte donne o, come in questo caso, dei minori. Egli si difende dicendo di aver dato voce a ciò che pensa dopo il lavoro, al di fuori della sua dimensione pubblica, ma è una difesa che non regge. In linea di principio non c’è nulla di male nell’utilizzare i social network al lavoro, compatibilmente con i doveri del proprio incarico. Anche senza far cenno dell’utilità per ricerche, contatti o aggiornamento di natura professionale, la cosa può essere compatibile con lo svolgimento delle mansioni assegnate: nessuno è un robot e i cinque minuti di pausa sono concessi a chiunque. Il punto è che in questo caso il lavoratore pubblico non esporrebbe motivate ragioni o intratterrebbe relazioni di natura professionale ma rivolgerebbe insulti a terzi, il che rende del tutto inutile rivendicare che lo si faccia in orari extra ufficio. La nostra Costituzione, infatti, ricorda che “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore” (art. 54) e, non casualmente, il codice di comportamento dei pubblici impiegati, che riguarda naturalmente anche la Regione Basilicata, dispone che “il dipendente osserva la Costituzione, servendo la Nazione con disciplina ed onore […], perseguendo l’interesse pubblico senza abusare della posizione o dei poteri di cui è titolare” e che “nei rapporti privati […] non assume nessun altro comportamento che possa nuocere all’immagine dell’amministrazione”.

In soldoni: la casacca di servitore dello Stato non è un mantello che si indossi o smetta a piacimento e i comportamenti fuori dalle mura dell’ufficio sono, nei limiti del rispetto della sfera privata ed in relazione ad altri principi costituzionali, rilevanti ai fini della valutazione della condotta dell’individuo. La parola passa ora alla Regione per i profili disciplinari e, eventualmente, alla magistratura per altri aspetti. Un simile comportamento, tuttavia, è censurabile ben due volte: la prima perché sarebbero stati immotivatamente mossi insulti contro una donna ed i suoi figli, che nulla hanno a che vedere con la legittima libertà di espressione del singolo; la seconda perché si cozza non solo contro i normali principi di civile convivenza ma anche con i doveri di pubblico dipendente, indipendentemente da orari e timbrature, svilendone il ruolo ed esponendo l’intero ente ad un discredito di natura reputazionale. Il web non è un’arena virtuale in cui tutto è permesso e chi serve la comunità deve esserne consapevole quanto e più dei cittadini che con le tasse pagano i servizi cui hanno diritto. Non il diritto di essere insultati, però.

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Marco Travaglio e quel “mongoloide” di troppo

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Le parole, si sa, a volte sono pietre. E fanno male soprattutto quando colpiscono le persone più fragili. È quel che è accaduto qualche giorno fa durante la trasmissione “Otto e mezzo” su La7 quando, nel dibattito fra Marco Travaglio e il deputato e scrittore Gianrico Carofiglio, il direttore del Fatto Quotidiano, vivace polemista, ha denunciato che si vogliano trattare gli elettori del Movimento 5 Stelle come “mongoloidi”. Dibattito politico a parte, che qui certamente non interessa, non si sono fatte attendere le reazioni delle realtà del mondo associativo rappresentativo delle persone con disabilità e delle loro famiglie, come Coordown e Anffas, che hanno fortemente condannato l’episodio. Travaglio, prontamente, si è scusato dalle colonne del Fatto Quotidiano. Tuttavia, nel rivolgersi a Roberto Speziale, presidente dell’Anffas, è riuscito a mettere una toppa ben peggiore del buco: “Caro Speziale (e cari amici dell’Anffas) – scrive Travaglio – come lei stesso riconosce il mio intento era tutt’altro che quello di offendere le persone affette da sindrome di Down e le loro famiglie. Anche perché ne conosco personalmente diverse, e so di avere soltanto da imparare da loro. Nell’enfasi polemica con lo scrittore Gianrico Carofiglio, intendevo fargli notare che stava trattando assurdamente 8 milioni e rotti di elettori dei 5Stelle come altrettanti handicappati mentali che votano senza sapere quello che fannoNon credo che, se avessi detto “lei li scambia tutti per dei matti” o “per dei dementi”, avrei offeso i malati psichiatrici, o le persone affette da demenza, e i loro famigliari. Se però con le mie parole, rivolte a un interlocutore con cui stavo polemizzando e non certo alle persone affette da sindrome di Down, ho involontariamente offeso qualcuno, me ne scuso dal più profondo del cuore”.

Personalmente non ho dubbi che le scuse di Travaglio siano sincere e sono d’altronde convinto che, nell’utilizzare l’espressione che ha fatto inalberare in tanti, non intendesse affatto dare addosso alle persone con sindrome di Down. Ed è proprio questo il punto. Se uno dei giornalisti più conosciuti d’Italia trova tutto sommato normale l’utilizzo di termini che stigmatizzano gravemente le persone con disabilità intellettiva di questo Paese, rincarando la dose con “handicappati mentali” nello scusarsi, significa che la cultura dei diritti per le persone con disabilità in Italia ha ancora una lunga, lunghissima strada da percorrere. Non è una mera questione semantica, sia chiaro. Le parole hanno certamente un loro peso, e non casualmente la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, che l’Italia ha ratificato meno di dieci anni fa, parla, appunto, di “persone” con disabilità. Non di handicappati. Non di diversamente abili. E men che meno di mongoloidi o ritardati. Il focus della Convenzione è sulla persona, che si trova ad avere una disabilità, di qualsiasi natura essa sia. A significare che le persone con disabilità non sono dei malati, ma, come recita la Convenzione stessa, “coloro che presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che in interazione con barriere di diversa natura possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri”. Chiaro come il sole: stessi diritti e stesse opportunità, da garantire anche adattando l’ambiente (fisico e socio-culturale) ai bisogni del singolo cui è necessario fornire il necessario supporto per poter godere degli stessi diritti di cui godono gli altri cittadini. E, soprattutto, evitando ogni forma di esclusione ed emarginazione.

Oltre le definizioni, tuttavia, c’è una sostanza che traspare dalle parole di Travaglio. Quando, ad esempio, parla di “handicappati mentali che votano senza sapere quello che fanno”, si tira una linea. Una linea tra chi, nel comune sentire, ghettizza le persone con disabilità quali cittadini di serie B, incapaci di autodeterminarsi, poveri infelici sbeffeggiati dal destino cinico e baro, cui guardare con compassione e paternalismo, e chi, invece (in prima fila le persone con disabilità e le loro famiglie) lottano ogni giorno con le unghie ed i denti per difendere i loro diritti e – permettetemi – la loro dignità. Stupirà forse qualcuno sapere che in Italia, a differenza di qualche altro Paese, le persone con disabilità intellettiva votano. E magari, chissà, con maggiore consapevolezza di tante persone senza disabilità. Faccio mie le parole riportate sulla pagina Facebook di Emma’s friends: “Lei lo sa Signor Travaglio che le persone con sindrome di Down votano? Lei lo sa che votano, sapendo quello che fanno? Lo sa che vanno a scuola? Lo sa che molti hanno un lavoro vero? Lo sa che ci sono persone con sindrome di Down che vanno a vivere da sole? Lo sa quanto hanno combattuto insieme con le loro famiglie per non essere chiamati “mongoloidi” e per non sentire nei cortili delle scuole, al bar o nelle piazze quel termine usato per offendere?”. No. Marco Travaglio non lo sa. O non ne è pienamente consapevole. Come tante, troppe persone vittime degli stereotipi. Non è una sua colpa e non credo abbia senso alcuno fare crociate contro di lui. In Italia molto è stato fatto per promuovere i diritti delle persone con disabilità, è bene ricordarlo. Ma molto, moltissimo resta da fare. Facciamo allora sì che questa sia, almeno, l’occasione per fare cultura dei diritti. Per cambiare le teste. Magari cominciando dalle parole.

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L’Italia cattivista

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Un Paese che fa integrazione non è più debole degli altri, ma più sicuro degli altri”, ha dichiarato il Ministro degli Interni Minniti. Ed è da qui che vorrei partire, tenendo ben presente che il tema migranti, legato a quello del benessere socio-economico del ceto medio in difficoltà, sarà una delle chiavi di volta della prossima campagna elettorale. E con ragione. È un tema epocale, che investe milioni di persone in Europa e, soprattutto, all’interno dell’Africa, tenendo assieme, da un lato, la fuga dalle guerre e la speranza in un futuro economicamente migliore e, dall’altro, la tenuta dei sistemi sociali e di welfare occidentali e dei diritti umani. È una delle partite complesse della modernità che impattano con forza sull’immaginario collettivo prima ancora che nel quotidiano, che va affrontata seriamente, con una visione di lungo periodo senza umanitarismi di facciata e, al contempo, non dimenticando neppure per un secondo che l’Italia è stata nazione di emigranti. Questa, credo, la base da cui far partire ogni ragionamento solido per politiche sostenibili, che pesino in termini di decenni e non dei pochi mesi che ci separano dalle elezioni. Politiche che, per riprendere le parole di Marco Minniti, non possono che essere di integrazione. Eppure, il quadro che esce dell’Italia di questa estate rovente non è dei più idilliaci. La Penisola, almeno a sfogliare le prime pagine di certa stampa e a dar retta ai social network, sembra investita da una marea nera di rabbia schiumante, di odio per il diverso e di attacchi senza freni agli immigrati, per tacere, naturalmente, degli innumerevoli, inqualificabili insulti rivolti quotidianamente a Laura Boldrini (dei quali, prima o poi, sarà opportuno individuare i mandanti morali). Spunta, insomma, un’Italia spaventata, rancorosa. Un’Italia cattivista che vede mobilitato il bruto digitale (secondo un’efficace definizione di Beppe Severgnini) contro coloro che, sprezzantemente, vengono definiti buonisti. Non voglio entrare nel merito dell’azione politica del Governo e delle forze di opposizione: non sono un esperto di movimenti migratori, di politica internazionale o di geopolitica. Mi limito ad osservare come sembri che un approccio di tipo razionale sia stato totalmente accantonato per lasciare il posto ad un ringhiare scomposto che non dovrebbe trovare cittadinanza in un Paese civile. Traduco: la discussione non si incentra su come gestire in maniera virtuosa il fenomeno migratorio ma trascende nel berciare rumoroso sulla delinquenza degli immigrati ed il loro numero crescente. Parole in libertà. Gli immigrati commettono reati? Certo, alcuni di loro sì, e vanno puniti secondo legge. C’è un’invasione o, per alcuni, un’islamizzazione dell’Italia? I numeri ci dicono di no e sarebbe buona norma ricordare che, fortunatamente, viviamo in uno Stato di diritto, eguale per tutti, qualunque sia la religione, il colore della pelle o la nazionalità. Diciamocelo: cento, mille o diecimila esaltati sui social network non rispecchieranno certamente il sentimento di un Paese, ma desta sconcerto che interminabili sequele di mostruosità siano state tranquillamente sdoganate e possano circolare in rete senza sollevare ondate di sdegno. Il fatto che i migranti vengano apostrofati come “negri” e, con sarcasmo peloso, “risorse”, invocando le camere a gas come soluzione del problema, sono solo eccessi di squilibrati? Forse. Ma il dilagare e la passiva accettazione di un certo linguaggio è certamente parte di un vero e proprio incattivimento delle coscienze cui occorre dare risposte ferme. Le prime debbono essere quelle della politica, in merito ad una gestione rigorosa del dossier migranti che risponda in primo luogo a quei cittadini che, legittimamente, sono timorosi della tenuta del loro benessere e che, allo stesso tempo, tenga conto della dignità e dei diritti di chi cerca una vita migliore, con un approccio che non può che essere multilaterale e non estemporaneo. Le altre, invece, spettano alla società civile e ai mezzi dell’informazione (piattaforme social incluse), che devono respingere con fermezza la deriva razzista che è sempre più evidente e che rischia di trovare un’insperata legittimazione. Il caso di Don Biancalani, parroco del pistoiese, è esemplare: il post con cui mostrava in piscina i migranti che danno una mano in parrocchia e in cui affermava di considerare propri nemici i razzisti e i fascisti ha scatenato feroci reazioni con accuse deliranti di anti-italianità, sino alla sconcertante azione parasquadrista di giovani di belle speranze di Forza Nuova, pronti a “vigilare” sull’operato del parroco. Una risposta ad una provocazione politica, ha dichiarato in televisione uno spericolato giornalista. Non serve troppo sale in zucca per cogliere lo spietato calcolo politico di chi ha speculato su vicende come questa o continua a lucrare su episodi terribili come lo stupro di Rimini compiuto da alcuni criminali, al momento individuati come marocchini, a danno di una turista polacca e una transessuale. I pochi sprazzi di lucidità di molta classe politica su questi aspetti sembrano, al momento, insufficienti a ricondurre il dibattito sui binari di un’analisi ragionata e del confronto civile e temo che far leva sulla paura e sull’ignoranza dei fatti, dei dati e dei numeri sia un fattore troppo potente da contrastare, in questo momento storico. Giudico intellettualmente disonesto, nonché irresponsabile, mettere in relazione l’accoglienza, spacciata per invasione, e i liquami razzisti, quasi ne fossero l’inevitabile effetto. O, ancor peggio, follia terrorista e richiesta dello ius soli: una vera integrazione – sociale ed economica – secondo l’ordinamento giuridico del Paese ospitante è una delle armi più efficaci per combattere il terrorismo dei fanatici religiosi e, allo stesso tempo, una chiave per aumentare il benessere generale interno. Fare appello alla Costituzione, alla legge, ai rudimenti della civiltà europea è, mai come oggi, un dovere civico di tutti. In mancanza, basterebbe dell’elementare buon senso: quello che oggi, però, paurosamente scarseggia.

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Cosa penso dell’agente di polizia sospeso dal servizio

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È stato sospeso dal servizio, a seguito di procedimento disciplinare, l’agente della polizia stradale che ha ripreso col proprio cellulare un extracomunitario in bicicletta, intento ad ascoltare musica con le cuffiette, sulla corsia di emergenza dell’autostrada Torino-Bardonecchia e che ha postato su Facebook il video con i suoi commenti. Lo dico subito: il provvedimento è stato un atto doveroso. E non perché abbia pronunciato insulti, come si legge, contro la Presidente della Camera: non lo ha fatto. Riprende slogan cari alla dialettica politica ma non pronuncia parole ingiuriose avverso la terza carica dello Stato. L’agente dice, infatti: “Risorse della Boldrini, ecco come finirà l’Italia: tutti su una Graziella in autostrada a comandare […]. Voi che amate la Boldrini, voi che avete voluto questa gente di merda in Italia […]. Goditi questo panorama. Voi e tutta la Caserma: guardate qui. Un tipo che pedala sulla Graziella pensando che sia una strada normale, con le cuffiette in testa. Fosse arrivato un camion e gli avesse suonato, manco se ne sarebbe accorto. Condividete signori, condividete“.

Nel ricordare, a fronte di grida circa presunte ingerenze in merito alla sospensione, che il Dipartimento di Pubblica Sicurezza ha dichiarato che le “decisioni sono state prese in totale autonomia per la tutela delle Istituzioni e di chi le rappresenta”, contano nel caso di specie, a mio modo di vedere, tre aspetti. Il primo: invece di filmare l’uomo, l’agente avrebbe dovuto immediatamente fermarlo e procedere secondo il codice della strada, trovandosi di fronte ad una condotta potenzialmente pericolosa. Cosa che in seguito ha comunque fatto ricevendo, peraltro, i ringraziamenti dall’uomo colto in flagrante. Il secondo: nel video egli pronuncia parole esplicitamente razziste. Nel riferirsi a “questa gente di merda” egli caratterizza un intero gruppo di persone, gli immigrati, con parole di evidente denigrazione. Terzo aspetto, altrettanto grave: diffondere quel filmato e rendere pubblico tale atteggiamento ne ha fatto ricadere le conseguenze sulla divisa che indossa.

Del tutto fuori luogo l’indignazione da parte di chi ritiene che sia stato commesso un torto o sia stata limitata la libertà di espressione di un poliziotto. Qui non è in discussione la libera opinione di un agente di Polizia, che ha e deve avere le sue idee, siano esse di carattere politico, sindacale o di altro tipo. E quelle idee deve avere il diritto di esprimerle. Il punto è che chi serve la Repubblica deve utilizzare una prudenza e una misura peculiari nel suo agire quotidiano, durante e al di fuori dell’orario di lavoro. Non casualmente, il codice di comportamento dei dipendenti pubblici del 2013 prevede che “nei rapporti con i destinatari dell’azione amministrativa, il dipendente assicura la piena parità di trattamento a parità di condizioni, astenendosi, altresì, da azioni […] che comportino discriminazioni basate su sesso, nazionalità, origine etnica, caratteristiche genetiche, lingua, religione o credo, convinzioni personali o politiche, appartenenza a una minoranza nazionale, disabilità, condizioni sociali o di salute, età e orientamento sessuale o su altri diversi fattori” mentre, nei rapporti privati, “non assume nessun altro comportamento che possa nuocere all’immagine dell’amministrazione” (disposizioni riprese anche dal Codice di comportamento dei dipendenti del ministero dell’interno del 2015).

Il poliziotto sospeso dal servizio è un razzista? Non lo so. Sappiamo che, malauguratamente, si è comportato come tale, magari in un momento di leggerezza. Tutti commettiamo errori almeno una volta nella vita ed egli avrà l’occasione di spiegare le proprie eventuali ragioni nel contraddittorio con la sua amministrazione. Tuttavia, se il Signor Rossi può esprimersi come vuole, anche grossolanamente, nei confronti di altre persone (rispondendone, eventualmente, nelle sedi opportune ove questo configuri un reato), questo non vale per chi, come recita la Costituzione, si vede affidate funzioni pubbliche, e ha “il dovere di adempierle con disciplina ed onore” (art. 54, Cost.). Un onere ulteriore a difesa della dignità dello Stato e della funzione che esercita. Ciò vale, a maggior ragione, per le forze dell’ordine, che rappresentano un pezzo fondamentale e indefettibile dello Stato democratico. Alle donne e agli uomini che vestono una divisa affidiamo la nostra sicurezza ed è loro dovuta la nostra stima e riconoscenza per il lavoro prezioso – pericoloso e non adeguatamente retribuito – che tutti i giorni compiono, assicurando il rispetto della legge per tutti coloro che si trovano sul suolo della Nazione, di qualsiasi colore, lingua o religione siano. Ecco perché viene loro richiesto, come e più di tutti coloro il cui stipendio è pagato dagli Italiani, un comportamento specchiato: essere, in soldoni, come la moglie di Cesare.

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Un fine settimana con gli haters: benvenuti nel Medioevo social

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Ha concluso i suoi lavori la Commissione “Jo Cox” sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, presieduta da Laura Boldrini e composta da parlamentari di tutti gli schieramenti, accademici ed esperti, nata sulla scia dell’azione svolta dal Consiglio d’Europa su tali questioni. L’organismo, intitolato alla deputata britannica uccisa da un esaltato neonazista il 16 giugno 2016, ha approvato una relazione finale contenente 56 raccomandazioni che mirano a prevenire e a contrastare le campagne d’odio sui media e sui social network contro le donne, gli immigrati, i rom/sinti, le diverse fedi, le persone con disabilità e le persone LGBTI, attraverso l’informazione e la formazione scolastica, la raccolta dei dati, la responsabilizzazione di tutti gli attori e l’adeguata sanzione dei messaggi di odio, il cosiddetto hate speech. Qualche dato di sfondo in ordine sparso? Un Italiano su tre pensa che una donna che lavora non possa seguire i figli al pari di una che non lavora; uno su quattro pensa che l’omosessualità sia una malattia e ha dubbi che una persona omosessuale possa efficacemente fare politica; gli Italiani ignorano quanti siano gli immigrati nel Paese: credono siano il 30% della popolazione mentre sono l’8%, quasi quattro volte di meno; altrettanto scioccanti i dati sulle violenze subite dalle donne, le maggiori destinatarie dell’odio on line, e dalle persone omosessuali, anche alla luce del fatto che, secondo l’Agenzia Europea sui diritti fondamentali, l’Italia ha il triste primato di essere il Paese più omofobo dell’Ue. Chapeau!

Un lavoro prezioso e utile, quello della Commissione, dunque. Eppure, secondo alcuni le azioni proposte sarebbero figlie del pensiero unico che vuole limitare e censurare la libertà di espressione dei cittadini, imbavagliando il dissenso e istituendo un reato di pensiero in un novello regime orwelliano. In altre parole, è chi cerca di arginare l’odio a fomentare odio. Stabilendo un’equazione a mio giudizio fallace tra libertà di espressione e licenza di aggressione, c’è chi sostiene che dare addosso alle persone per le loro idee politiche, per il colore della loro pelle o, ancora, per il loro orientamento sessuale, rientrerebbe in ogni caso nel diritto di libera manifestazione del proprio pensiero. E contrastare questo approccio sarebbe la vera molla che scatena l’odio in rete. Personalmente sono in profondo disaccordo con questa impostazione ma, spinto da curiosità, ho deciso di impiegare un intero fine settimana tentando di interloquire su Twitter con gli haters nostrani. La ricerca è stata semplice: è bastato digitare qualche termine come “negri”, “duce”, “gender”, “froci”, “golpe” e, ovviamente, “Boldrini”, per iniziare un viaggio nel ventre oscuro della rete rabbiosa e cospirazionista. Chi ha tempo e voglia potrà ripercorrere le discussioni sul mio profilo @alfredoferrante, ma quella che segue è una mia personalissima raccolta del meglio del meglio.

Cominciamo con “rastrellamenti, pulizia etnica e fosse comuni” per i “negri utili solo nelle piantagioni”, le “risorse” che “comprano un IPhone e sono vestiti meglio di noi” e che vanno rimandati “nelle boscaglie”. Qualcuno si domanda se sia meglio usare un mitra o la dinamite per “spazzare tutti questi sporchi negri” mentre, come da perfetta vulgata complottista, agli immigrati è garantita l’immunità per i reati e vengono concessi diritti negati agli Italiani, sprofondati nella povertà. Illuminante, da questo punto di vista, la lunga conversazione con chi afferma che vengono dati almeno 1500 euro a migrante e che, a ripetuta domanda di citarne la fonte ufficiale, ne è incapace. Per un altro utente la televisione ha detto che Save the Children impiega il 99% delle donazioni per affittare barche per salvare “negri adulti invasori”: “chi se ne frega” dei dati o del bilancio della ONG, la mia domanda di una fonte è “un’interpretazione ideologica”. Sempre meglio di chi scrive che sono le OMG (sic!) a favorire l’invasione in Italia da parte degli africani, ovviamente orchestrata da cupole global-finanziarie che hanno il nostro Governo a libro paga. E Roma? Va trattata con una “bella pulizia etnica”, dice una signorina, la quale, alle mie obiezioni sul significato dell’espressione, replica che in rete “si dicono tante cose”. Non manca il fanatismo religioso: c’è chi denuncia che i “golpisti filo islamici” hanno tolto i crocefissi dalle scuole e chi, con la foto di Hitler sul profilo, ha la soluzione nella produzione di sapone, stile campo di sterminio. Non c’è dialogo: vengo bloccato in quanto “segugio collaborazionista”. Non si contano, da questo punto di vista, i nostalgici del fascismo, “amato perché amò il popolo”, di “marce su Roma”, di Birkenau, del fatto che “almeno con il Duce il lavoro c’era, come c’era la sicurezza e la dignità”, dato che “siamo da 70 anni in mano alle merde comuniste”. C’è anche un’incontenibile voglia di pistola: si deve “sparare in bocca ai dirigenti Rai” (!) e ci vuole il porto d’armi perché ”dobbiamo difenderci”. Qualcuno vuole “sparare in fronte” ai migranti, mentre una signora dal grilletto facile, che freme per “sparare in testa” al cattivo clandestino, mi dice che devo star zitto, in quanto “buonista sapientino” che fa giri di parole e che è più razzista di lei: pronta a sparare persino a me in caso di guerra (sic!). Un’altra gentile signora auspica un golpe per scongiurare la scomparsa dell’Italia ed è più che disposta ad usare la sua arma. C’è, infine, chi guarda al futuro, osservando che “possono cambiare 100 volte nome ma fra 1000 anni saranno sempre froci” e qualcosina ci scappa, fortunatamente, anche per i dirigenti pubblici: corrotti, corruttori, collusi, paperoni e, naturalmente, nullafacenti. Chi scrive si crogiola, manco a dirlo, nei suoi privilegi.

In questa velocissima carrellata horror merita il podio il tale che prende di mira Laura Boldrini, bersaglio prediletto di moltissimi utenti. Nell’accusarla di voler togliere l’Italia agli Italiani, le augura senza troppi giri di parole uno stupro di gruppo quale punizione. Così, pubblicamente. Alle mie richieste di chiarimento, cade dalle nuvole, sorpreso, sostenendo che, “visto come sta riducendo noi Italiani”, era un suo “pensiero istintivo”. Che “in Italia c’è la libertà di pensiero” e che, in fondo, non dovrei prendermela così tanto perché “siamo su un social”. Un’incredibile e sconfortante inconsapevolezza del peso di parole terribili affidate alla rete, come se, in quel mare telematico, potessero perdere tutta la loro carica di odio e disprezzo sessista. Forse l’esempio più calzante di una narrazione altra, di un’alienazione elettronica di casa in una specie di mondo parallelo in cui si svolgono eventi oscuri che “loro” nascondono alle masse. Fatto di vaccini che uccidono implacabilmente, di invasioni islamiche pianificate a tavolino e di estinzione del popolo Italiano ad opera dell’Europa delle banche, di politici traditori e Governi abusivi che sputano ogni giorno sulla Costituzione, di complotti “gender” in cui la tutela di genere viene artatamente spacciata per un progetto di confusione dei sessi dei bambini e delle bambine, di forni per ebrei e pistolettate per i migranti, di cifre immaginarie e dati inventati, persino di scie chimiche e Terre piatte. Insomma, di ciance deliranti spacciate per Verità (“condividete!”): un vero e proprio fake world in cui la diversità non è ammessa e in cui l’unico metodo di risoluzione delle controversie è la violenza, almeno professata. Incapaci di reggere un confronto su temi epocali come le migrazioni o il contemperamento di diritti e doveri nelle società complesse, non ammettono tolleranza alcuna: furiose ondate di livore, frustrazione e ignoranza crassa – assunta a medaglia da sfoggiare, naturalmente – si abbattono su tutto quel che deragli da una realtà immaginaria di legge e ordine, di giustizia sommaria e veloce, di ortodossia sessuale e religiosa. Un piccolo mondo antico cui si aggrappano disperatamente e che temono possa crollare o essere contaminato.

Senza scomodare Umberto Eco, è evidente che non sono i social network a creare l’odio in rete, costituendo un megafono che garantisce diritto di tribuna a chiunque. Dopo un fine settimana infernale, a costoro vorrei solo dire che sono liberi di aderire a tutte le teorie o ideologie che vogliono, anche le più strampalate, dai Folletti Verdi alla Terra Cava. E di professare le idee più aberranti, quelle che rigettano le conquiste moderne e contemporanee in materia di diritti politici, civili e umani. La nostra Costituzione garantisce a tutti la libertà di manifestazione del pensiero, persino il più controverso: questa libertà, però, si arresta quando quelle idee assumono veste di minaccia o incitamento alla denigrazione e alla violenza contro una persona o gruppi di persone in ragione delle loro caratteristiche (sesso, colore della pelle, idee politiche o religiose). È questo lo snodo che appare incomprensibile a chi urla “giù le mani dalla nostra libertà” ed è questo che, invece, dovrebbe essere patrimonio comune di tutti coloro che, aldilà delle appartenenze politiche, delle fedi, delle idee, facciano parte della comunità democratica e costituzionale. Sarebbe auspicabile che tutti gli operatori interessati e, soprattutto, la politica, avviino un dibattito serio e partecipato sul tema, proponendo soluzioni responsabili e lavorando sulle cause della fabbrica dell’odio, approfittando del lavoro della Commissione Cox. È forse chieder troppo?

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Il sempreverde pot-pourri sulla dirigenza pubblica: adesso basta

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Fermi tutti: ci risiamo. Riecco i dati OCSE del rapporto “Government at a glance” dopo il terremoto del 2013, quando il Corriere titolava “P.A., dirigenti record. L’Ocse: pagati il triplo in più della media. Con 650mila dollari all’anno, i manager pubblici italiani guadagnano circa tre volte di più dei colleghi nel mondo”. Puntuale, l’organizzazione di Parigi sforna l’edizione 2017 del Rapporto e tocca stavolta a Repubblica strapparsi le vesti: “La resistenza dei dirigenti di Stato, sono i più pagati d’Occidente”, mentre Il Sole 24 Ore la tocca piano: “Pa, il compenso medio dei dirigenti è 350mila euro”. Insomma, un sempreverde. Il Rapporto è corposo ed esaustivo, e andrebbe letto a fondo da chiunque si occupi della cosa pubblica. Tuttavia, molto si potrebbe dire sulla corretta interpretazione di questi dati come, ad esempio, che i contributi sociali a carico del datore di lavoro sono di circa 13 punti più alti della media OCSE, o che le cifre sono espresse al “lordo Stato” e che riguardano 6 soli ministeri ed un pugno di persone su migliaia di dirigenti in servizio. Ma, aldilà della lettura dei dati, e per tacer del fatto che ormai anche i sassi sanno che il tetto vigente in Italia per le retribuzioni del settore pubblico è 240.000 euro (lordi annui), quel che ancora una volta colpisce è come viene data la notizia. Affermare che i dirigenti pubblici guadagnano in media 350.000 euro l’anno equivale a dire che il dirigente medio percepisce circa 30.000 euro al mese. Ci rendiamo conto della enormità di una corbelleria del genere? E delle conseguenze che sparare cifre simili comporta? E senza neppure porsi qualche domanda? Un normale dirigente di seconda fascia (il piccolo tiranno dei ragionieri Fantozzi e Filini, per intenderci) guadagna in media 3.000 euro al mese. Una cifra di tutto rispetto, non c’è dubbio, ma assolutamente parametrata alle mille responsabilità che si accompagnano alla direzione di un ufficio pubblico. Troppo? Quanto dovrebbe guadagnare un dirigente dello Stato? 2000 euro? 1000? O deve lavorare per la gloria imperitura?

La stantia polemica sulle retribuzioni, tuttavia, è poca cosa rispetto all’altro punto che nel pot-pourri del secondo quotidiano Italiano viene servito al lettore: la trasparenza. L’Autore dell’articolo concede che dal 2013 vige il principio della pubblicità dei compensi dei dirigenti pubblici (da assai prima, in realtà) ma versa una sdegnata lacrima nel constatare quel che è successo nel momento in cui si è deciso di estendere l’obbligo di trasparenza anche alle informazioni patrimoniali, quando “sono scoppiate improvvise allergie. Letteralmente incontenibili”. Insomma, sarebbe esplosa quella che Raffaele Cantone, nella sua recente audizione alla Camera, ha definito una “rivolta” di parte della dirigenza. Addirittura, prosegue l’estensore di questo cahier de doléances, qualche scriteriato ha osato fare ricorso, sostenendo che la pubblicazione dei dati sul patrimonio personale (casa, terreni, macchina e motorino, suoi e del coniuge) fosse un’indebita estensione di quanto richiesto alla politica, visto che il tecnico, oltre ad aver superato un concorso pubblico, è letteralmente inchiodato da un nugolo di forme diverse di responsabilità. Macché: “non bastasse, ecco un altro ricorso, stavolta del sindacato al quale si associano pure quattro burocrati, che contesta le linee guida emanate dall’ANAC”. Non sto a ripetere le considerazioni che su Linkiesta ho già espresso sulla vicenda della pubblicità dei dati patrimoniali: la considero una questione di mera propaganda. Tuttavia, onorandomi di essere uno di quegli scombiccherati “quattro burocrati”, appartenenti al sindacato UNADIS che ha ritenuto doveroso, utile e giusto promuovere quel ricorso, vorrei per una sola volta abbandonare quel pudore istituzionale che per noi rappresenta una fondamentale caratteristica e dire chiaro e forte che ne ho abbastanza.

Ne ho abbastanza di chi dileggia e taccia di furfantismo chi ha scelto di lavorare per la comunità e per lo Stato e fa del servizio pubblico la sua ragione professionale e di vita. Ne ho abbastanza di continuare a leggere articoli ed editoriali che insinuano, sviliscono, alludono. Che preferiscono soffiare sul fuoco per mero pregiudizio, perché sparare sui dirigenti pubblici è facile e redditizio in termini di like: siamo pochi e mal coesi, lavoriamo con la testa sulla scrivania senza alzare la voce, dato che per noi parlano gli atti. Ne ho abbastanza del fatto che, per certuni, persino il legittimo ricorso alla tutela giurisdizionale di propri interessi, in qualità di cittadini di questa Repubblica, è un atto di lesa maestà. Ne ho abbastanza di chi si riempie la bocca di merito, competenza e valutazione quando è parte integrante di un sistema che calpesta quegli stessi principi, sbandierati quando conviene e rinnegati quando serve. Di chi crede o fa credere che fare il guardone sulla casa di proprietà o l’automobile di quel tal dirigente sia la leva efficace contro la corruzione che appesta questo Paese, come se il burocrate malversatore non vedesse l’ora di convertire il gruzzolo guadagnato disonestamente in una Ferrari Testarossa e farla rombare sotto gli uffici dell’Agenzia delle Entrate. Ne ho abbastanza di chi pensa solo a tagliare retribuzioni e teste senza affrontare il vero nodo di una moderna organizzazione del lavoro, appiattito sul tornellismo mentre là fuori si corre e si fa innovazione. E dei leoni da tastiera, rosi dall’invidia sociale e chiusi nel loro gretto individualismo, che mal sopportano che si possa vincere un concorso pubblico e – udite, udite – avere un posto di lavoro a tempo indeterminato: per costoro è meglio, invece, che muoia Sansone con tutti i Filistei. Ne ho abbastanza del clima asfittico che si è contribuito a creare, per cui tutto quello che pubblico è brutto, sporco e cattivo, e per cui tutto è ridotto a moneta e a percentuali di PIL, considerando la persona poco più di un robottino da far muovere a comando. Ne ho abbastanza, infine, di tutti quelli che in un ufficio pubblico non hanno mai messo piede ma pontificano di massimi sistemi senza sapere un tubo di come funzionano – davvero – le cose.

Ho solo un messaggio per costoro: questo è il lavoro più bello del mondo, e me lo sono guadagnato con le mie forze. Ce lo siamo guadagnato con le nostre forze. C’è tanto da fare per rendere più efficiente la macchina pubblica e chi la fa funzionare: è un processo che non finirà mai, vale per la P.A. come per un’azienda. E lo sappiamo bene noi per primi: siamo servitori dello Stato, non facciamo rivolte né alziamo barricate. Ficcatevelo in testa una volte per tutte. E fatevi una vita.

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Lamiere blu dipinte di blu

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Roma, serata del 14 luglio 2017. Mentre si attenua la canicola, a Palazzo Farnese, incantevole sede romana dell’Ambasciata di Francia in Italia, ha luogo l’usuale celebrazione della festa della Repubblica francese. Al pari di analoghe celebrazioni, l’occasione è solenne e mondana allo stesso tempo, il party in cui non si può non farsi vedere: si festeggia la “grandeur de la France”, si discute di politica internazionale e nostrana, si intrecciano relazioni, si beve champagne. Insomma, la Roma che conta c’è e, a leggere le cronache locali, la politica della Capitale si presenta in gran pompa per alzare i calici con i nostri cugini d’Oltralpe. Doverosa e opportuna presenza: non ci piove. Purtroppo, come spesso accade, il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Nell’epoca dei social network nulla sfugge al probo cittadino e la foto pubblicata sulla pagina Facebook di “Roma fa schifo” e qui riprodotta è impietosa: gli illustri ospiti arrivano in massa dritti dritti in pieno centro di Roma con le auto blu e parcheggiano a pochi metri dall’ambasciata, proprio in Campo de’ Fiori, sede dell’ormai decaduto mercato e meravigliosa isola pedonale nella quale troneggia la severa statua di Giordano Bruno, il quale, buon per lui, in quella piazza è abituato a vederne di tutti i colori. Insomma, plus ça change, plus c’est la même chose. Qualcuno potrebbe obiettare che al comune cittadino non sia consentito transitare – e men che mai parcheggiare – nella piazza gioiello le cui origini affondano nel XV secolo. O evidenziare che le legittime esigenze di sicurezza di alcune personalità difficilmente giustifichino il triste spettacolo dell’invasione di lamiere blu nella piazza. O chiedersi, forse, come mai le poche centinaia di metri che separano i Palazzi romani dalla sede dell’ambasciata francese non possano essere percorse a piedi. Difficile rispondere. In un momento di sbandierata difficoltà per il Paese, con una rabbia sociale a livelli di guardia, di sempiterna spending review invocata da tutti i Governi, e della conclamata difficoltà di una politica che in gran parte fa fatica a misurare la distanza con le esigenze quotidiane dei cittadini, l’exploit del 14 sera appare davvero inspiegabile per chi sia dotato di medio buon senso. Nessun neopauperismo di maniera, per carità. Forse, semplicemente, il sintomo di un tafazzismo che lascia esterrefatti. Rectius: incazzati.

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