L’uomo in mutande e lo spirito del tempo

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Correva l’anno 2015 e l’operazione “Stachanov”, effettuata dalle forze dell’ordine, portava agli arresti domiciliari un consistente numero di dipendenti del Comune di Sanremo che erano stati filmati mentre timbravano il cartellino e se ne andavano dal posto di lavoro. Saliva agli onori della cronaca Alberto Muraglia, vigile urbano immortalato in mutande a passare il proprio badge: il Comune, procedendo per via disciplinare mentre andava avanti il giudizio penale, aveva deciso di licenziare lui e una trentina di suoi colleghi. Dopo più di quattro anni dai fatti, il colpo di scena: il gup di Sanremo ha assolto Muraglia e altri nove imputati perche il fatto non sussiste, mentre sedici persone sono state rinviate a giudizio e altrettante sono uscite dal processo con un patteggiamento, con ciò comprovando, in parte, l’impianto accusatorio. Pochi minuti e parte la tarantella sui social che cavalca lo sdegno del “popolo della rete” per l’uomo in mutande, furbetto per antonomasia che, per chissà quale cavillo, salva la ghirba e, con tutta probabilità, rientrerà in servizio. Occorrerà naturalmente attendere che le motivazioni del giudice vengano depositate e rese disponibili per entrare nel dettaglio, sebbene sembra potersi affermare che le spiegazioni fornite da Muraglia, goffe o sempliciotte che fossero, siano state considerate attendibili nel corso del giudizio. Aldilà dei fatti e delle circostanze specifiche, tuttavia, la vicenda sembra avere tutte le carte in regola per diventare, a suo modo, un caso di scuola che investe vizi e vizietti del costume nazionale. Quanto accaduto rende intanto necessario un richiamo non banale al principio di garantismo: se le sentenze vanno accettate tutte, non solo quelle che piacciono, Muraglia era e resta innocente, almeno sino all’eventuale colpevolezza provata nell’ultimo grado di giudizio. La Costituzione ci ricorda che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva: un concetto di civiltà giuridica di intuitiva evidenza, senza scomodare Perry Mason. Il secondo aspetto è quello relativo al sensazionalismo a tutti i costi e all’ormai familiare meccanismo che porta a sbattere il mostro in prima pagina: quel che è accaduto è l’ennesima conferma che qualsiasi apparente evidenza va sempre corroborata nelle sedi giudiziarie, senza improvvisati processi sui giornali, nelle televisioni o, men che mai, sui social network. E spetta agli operatori della comunicazione il delicato compito di mettere a disposizione i fatti in modo obiettivo, senza pregiudizi e offrendo la loro legittima opinione senza lanciarsi nella crociata del momento, magari cavalcando e amplificando gli appetiti dell’indignazione a comando, che si abbatte con violenza sulla vita degli individui. “Vengo da quattro anni e mezzo di tortura mediatica per colpe che non ho mai avuto. Sono stato costretto a cambiare vita, reinventarmi un lavoro, sopportare e far sopportare ingiustamente alla mia famiglia il peso di derisioni, mancanze di rispetto, difficoltà. Questi anni nessuno me li restituirà mai – ha detto Muraglia dopo la sentenza – ma ora voglio solo voltare pagina […]. Ho peccato di malcostume, forse di scorrettezza amministrativa, ma non di certo di truffa allo Stato”. Una riflessione seria meritano, infine, origine ed effetti della vulgata dei cosiddetti furbetti del cartellino, vera e propria gallina d’oro di tanta parte dell’informazione e della politica, che sul tema ha costruito consenso e attenzione mediatica. L’allora Presidente del Consiglio, commentando l’accaduto a Sanremo, tuonava: “Se io ti becco a timbrare il cartellino e te ne vai, entro 48 ore te ne vai a casa, sospendendoti, e poi 30 giorni per chiudere il procedimento […]. Questa è gente da licenziare entro 48 ore. È una foto terribile, è una questione di dignità e rispetto verso chi si alza la mattina e mette la sveglia presto per andare a lavorare”. Parole di apparente buon senso ma, in realtà, tese a lisciare il pelo alla rabbia sorda verso tutto ciò che sa di pubblico in Italia attraverso una sorta di moderna legge del taglione, che non conosce gradazioni o sfumature, che non vuole verifiche e che non tollera approfondimenti, considerati un inutile spreco di tempo, sempre poco, sempre meno. Un j’accuse peloso, incessante e martellante, contro i rubagalline del cartellino che ha contribuito a spezzare le gambe di una burocrazia già malandata, senza interrogarsi in profondità su quel che davvero servirebbe per renderla una volta per tutte leva di sviluppo. Intendiamoci: chi truffa lo Stato non solo commette un reato ma, ancor peggio, tradisce il mandato costituzionale di svolgere con disciplina ed onore i propri compiti a servizio della comunità e indebolisce gravemente il tessuto civile del Paese. E nessuno nega i mali che attanagliano la macchina pubblica Italiana, ancora troppo spesso malata di formalismo ed ipocrisia adempimentale. Ma la dimensione civile di uno Stato di robusta costituzione e della sua classe dirigente – politica, economica, amministrativa – si regge sul rispetto delle regole costituzionali e sul comune impegno alla salvaguardia delle Istituzioni, aldilà dei singoli e degli individui. E si basa, soprattutto, sulla capacità di saper interpretare una realtà in costante evoluzione senza i paraocchi dell’immediato e del facile tornaconto. L’esempio di quello che passerà alle cronache come l’uomo in mutande travalica il tema dell’informazione, la qualità della burocrazia o lo spessore della classe politica nazionale ed investe il clima generale del Paese, il suo spirito del tempo. La velocitas dell’oggi non può e non deve essere una facile scusa per inseguire l’attimo, per non riportare il quotidiano, con la parola e con i comportamenti, alla complessità delle cose, senza dover assecondare il corso della corrente. Non serve una repubblica dei migliori ma una società in cui chi riveste ruoli di responsabilità, in ogni campo, eserciti quella necessaria prudenza che salvaguardi i valori profondi che occorre preservare dall’usura del tempo. Mutande o non mutande.

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Dirigenti pubblici e pubblicazione dei dati patrimoniali: una replica a Gian Antonio Stella

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Caro Stella,

confesso di provare una certa difficoltà nel dover ritornare sull’annosa questione della pubblicazione dei dati patrimoniali dei dirigenti pubblici, su cui la Corte costituzionale si è espressa nel febbraio del 2019 con una lunga e articolata sentenza. La mia difficoltà e, aggiungo, il mio disagio, trovano origine da due ordini di motivi, che tenterò brevemente di spiegare e che spero voglia avere la pazienza di leggere.

Il primo investe il merito della questione, di cui Lei tratta nel Suo articolo del sul Corriere della Sera (“Se trasparenza è sinonimo di voyeurismo”, domenica 12 gennaio) e su cui mi sento, pur dopo la pronuncia della Consulta, obbligato ad intervenire per aggiungere qualche dettaglio.

Senza annoiare nessuno con noiosi tecnicismi, può essere utile ricordare che la decisione di ricorrere al TAR (quale audacia, invero!) nasceva dall’intimo convincimento che obbligare i dirigenti pubblici a rendere conoscibili sui siti istituzionali delle amministrazioni di appartenenza il proprio, personale patrimonio, nonché quello del coniuge e dei loro parenti entro il secondo grado, analogamente a quanto disposto per gli eletti della politica, fosse improprio, inutile e illegittimo. Mi sembrava allora, e ne sono convinto oggi, che la disposizione fosse figlia di una certa modaiola morbosità, alimentata da accese campagne contro tutto quel che sapeva di pubblico, e che fosse lunare dover dimostrare all’intera platea degli internauti che non si fosse, a prescindere, corrotti e malfattori. Ebbene, la Corte costituzionale ha stabilito, senza peli sulla lingua, che l’obbligo vale per la politica, il cui legame fiduciario con i cittadini che hanno espresso un voto legittima un penetrante controllo di questo tipo, ma non regge – è incostituzionale – per chi sia un professionista dell’odiata burocrazia, vincitore di concorso pubblico. Esattamente quel che, con le armi del buon senso, si sosteneva mesi addietro, esponendosi a sfottò e ad accuse di tramare nelle segrete stanze dei ministeri per celare agli occhi del mondo, novelli Arpagoni, mucchi di luccicanti monete d’oro ottenute chissà come.

Detto questo, confesso che il mio disagio ed il mio imbarazzo sono, altresì, strettamente legati al tono del Suo articolo. Voglio premettere, senza slancio alcuno di captatio benevolentiae, di seguirLa con attenzione e apprezzamento, sia quando critica, non infrequentemente con più di una ragione, l’azione politica e pubblica, sia, ancor più, quando pone all’attenzione del lettore le tante mancanze nell’assicurare la piena efficacia dei diritti delle persone più fragili, in particolare delle persone con disabilità.

Stavolta, tuttavia, l’approccio alla questione, così come utilizzato nel pezzo, mi è sembrato parziale, ingiusto e financo inutilmente cattivo. Dipingere i burocrati che esultano sui social network come si trattasse “di giarrettiere o baby-doll” (ma in che senso, scusi?) o tratteggiare con sufficienza chi ha esercitato il suo diritto di ricorrere al giudice amministrativo perché riteneva lesa una tal situazione soggettiva non rende giustizia al Suo lavoro. E se dispiace leggere addirittura di “rivolta” di chi riteneva erronee quelle norme (noi paludati burocrati possiamo al massimo inarcare, come il vulcaniano Signor Spock, un sopracciglio), si resta francamente basiti quando si gettano disinvoltamente nel mucchio, con una certa malizia, “gli arricchimenti spropositati di burocrati d’oro come Duilio Poggiolini”. Al netto di ogni verve polemica, sempre legittima, nel momento in cui si venga anche solo lontanamente accomunati a gente di tal fatta mancano, francamente, le parole.

Veda, non ho certamente la pretesa di parlare per le migliaia di colleghe e colleghi che, come me, servono lo Stato e sono ben consapevole – ne ho scritto a iosa – dei tanti, tantissimi problemi che affliggono le nostra macchina pubblica e la stessa categoria dei dirigenti. E non devo neppure convincerLa di alcunché. Tuttavia, credo occorra recuperare un livello minimale di rispetto e fiducia nella buona fede delle altrui posizioni che, certamente, possono e devono essere soggette a severo scrutinio, ma che si spera vengano almeno intercettate e digerite nella loro propria dignità, pur nella diversità di opinioni e di interpretazioni della realtà. Perché, mi creda, chi fa il proprio dovere, avendo scelto di lavorare per la comunità nazionale, è sinceramente stufo di esser preso a pesci in faccia. A prescindere, come avrebbe detto Qualcuno.

Allora, caro Stella, venga a trovarmi in ufficio, a Roma. Sarei lieto di continuare questa chiacchierata. Entri in un Ministero, la accompagno io. Parli con chi ha vinto un concorso e ha investito nello Stato. Veda e giudichi con i suoi occhi, chissà che possa cambiare idea. Magari in peggio, ma guardandoci in faccia, perlomeno.

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Vincoli di bilancio e diritti delle persone con disabilità

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Lo scorso 2 gennaio il Consiglio di Stato ha pronunciato una sentenza di particolare interesse sul tema del contemperamento fra valori di natura e rango costituzionale che vanno ad incidere sulla vita delle persone con disabilità. Come riportato dal Redattore Sociale, a seguito del mancato inserimento di un giovane con grave disabilità in un centro diurno per la lamentata mancanza di risorse finanziarie da parte di un’Azienda Sanitaria del Veneto, i giudici amministrativi di secondo grado hanno ritenuto che “l’affermato principio dell’equilibrio di bilancio in materia sanitaria […] non possa essere invocato in astratto, ma debba essere dimostrato concretamente come impeditivo, nel singolo caso, all’erogazione delle prestazioni e, comunque, nel caso in cui la disabilità dovesse comportare esigenze terapeutiche indifferibili, il nucleo essenziale del diritto alla salute deve essere salvaguardato”. In sostanza il Collegio ritiene che le norme a tutela delle persone con disabilità, “in un quadro costituzionale che impone alle Istituzioni di favorire lo sviluppo della personalità, risultano essenziali al sostegno delle famiglie ed alla sicurezza e benessere della società nel suo complesso”, in quanto argini contro fenomeni di isolamento e segregazione che causano costi umani ed economici, potenzialmente insostenibili per le famiglie. Il Consiglio, nel richiamare la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e i principi fondamentali della Costituzione Italiana relativi, ad esempio, alla tutela dei diritti inviolabili dell’uomo e agli inderogabili doveri di solidarietà sociale ed al compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana, pone l’accento su quel nucleo indefettibile di garanzie che costituisce un limite espresso alla discrezionalità del Legislatore e dei pubblici poteri nella individuazione delle misure necessarie alla tutela dei diritti delle persone con disabilità, come già la Corte costituzionale aveva ricordato in materia di diritto al sostegno scolastico in deroga (sentenza n. 80 del 2010). Attenzione però: la pronuncia non vuole significare che l’attore pubblico non sia sempre e comunque obbligato a tenere conto della effettiva disponibilità economica, ma che debba, da un lato, dimostrare concretamente e nel dettaglio la mancanza di risorse e l’impossibilità di reperirne altre e, dall’altro, operare proattivamente nel ricercare diverse soluzioni, anche di natura organizzativa. Solo allora potrà dirsi che non si sia impropriamente inciso sul nucleo fondamentale di garanzie poste a tutela delle persone più fragili. Una posizione, potrebbe dirsi, di buon senso e che, tuttavia, pone un ulteriore dovere a carico delle pubbliche amministrazioni che non potranno limitarsi a constatare i vincoli di bilancio loro posti dall’ordinamento ma dovranno adoperarsi a trovare, ove possibile, soluzioni alternative. Un elemento che dovrebbe spingere, ancora una volta, alla sempre più urgente trasformazione delle amministrazioni – a tutti i livelli di governo – in organizzazioni che contemperino efficacemente controlli e orientamento al risultato. Soccorre, peraltro, in questa interpretazione anche la stessa Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006. Essa evidenzia l’impegno dello Stato a prendere “misure, sino al massimo delle risorse di cui dispone” con esclusivo riferimento ai diritti economici, sociali e culturali, pur senza pregiudizio per gli obblighi contenuti nella Convenzione che siano immediatamente applicabili in conformità al diritto internazionale (art. 4.2). Allo stesso tempo, tuttavia, uno dei concetti fondamentali che accompagna e sostanzia la concreta realizzazione dei diritti contenuti del trattato di New York è quello relativo all’accomodamento ragionevole, ossia l’insieme delle modifiche e degli adattamenti necessari ed appropriati per garantire alle persone con disabilità il godimento e l’esercizio, su base di uguaglianza con gli altri, di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali: si tratta di modifiche ed adattamenti, dice la Convenzione, che non devono imporre un onere sproporzionato o eccessivo, incontrando, dunque, limiti dettati dalla relazione del costo rispetto alla situazione concreta. Ci si muove, evidentemente, in un ambito caratterizzato da una forte elasticità, condizionata dai diversi fattori che incidono sulla situazione di specie e che rende probabilmente con maggiore chiarezza l’ambito di applicazione della sentenza di Palazzo Spada. Occorre, volta per volta, a fronte del rischio di impattare negativamente sul nocciolo duro delle garanzie che, sempre e comunque, debbono essere poste a presidio dei diritti costituzionali delle persone con disabilità, esaminare con estrema attenzione ogni alternativa a disposizione a fronte dei limiti di risorse finanziarie e di bilancio posti all’azione pubblica: non si tratta, come è evidente, di un compito di facile esercizio, comportando alti rischi di valutazione da parte degli attori in campo e una particolare responsabilità da parte del giudice che potrebbe essere chiamato a stabilire se e quanto sia stata diligente e/o efficace l’azione pubblica rispetto alla tutela di un diritto condizionato da vincoli esogeni. Una sfida rilevante per le pubbliche amministrazioni che operano sul campo e per la politica che decide e alloca le risorse.

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La politica di Pantagruele

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Puntuale come la morte e le tasse, il 30 dicembre è stato emanato dal Governo il “decreto Milleproroghe”, una sorta di scialuppa di salvataggio di fine anno che, approvata la legge di bilancio, predispone qualche scivolo per prorogare termini fra i più disparati o interviene per consentire di dar seguito al meglio a indicazioni normative sopravvenute ed urgenti. In tema di dirigenza pubblica, ad esempio, ci si adegua (articolo 1, comma 7) alla sentenza n. 20 della Corte costituzionale dello scorso anno con cui la Consulta aveva censurato alcune disposizioni del decreto legislativo che, in materia di trasparenza, aveva erroneamente ampliato anche alla dirigenza pubblica, oltre che agli eletti della politica, l’obbligo di pubblicazione dei dati patrimoniali (se ne parlava, diffusamente, qui). Tra le tante norme affastellate nel decreto, tuttavia, ce n’è una, anch’essa sulla dirigenza, gettata lì quasi casualmente, che sta a testimoniare, ancora una volta, la pervicace testardaggine di certa politica, che non manca dar corpo e vigore al celebre “vuolsi così colà dove si puote”. I fatti: un asciutto comma (comma 6, articolo 1) informa i cittadini che – traduco dal latinourum della tecnica legislativa – si sospende ulteriormente, sino alla fine del 2020, la possibilità di bandire concorsi pubblici per dirigenti generali. Si tratta di una disposizione introdotta dall’allora Ministro Brunetta che intendeva riservare il 50% delle posizioni di dirigenti di prima fascia a procedure concorsuali, sottraendole alla nomina politica, un’innovazione mai digerita da nessuno. Andiamo avanti: lo stesso comma prosegue disponendo che “la percentuale di cui al comma 6 dell’articolo 19 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, può essere elevata dall’8 per cento al 10 per centro, a valere sulle facoltà assunzionali di ciascuna amministrazione”. Traduciamo ancora: se sino ad oggi era possibile contrattualizzare dirigenti non generali, di seconda fascia, senza passare per un concorso pubblico, nella misura dell’8 per centro della pianta organica, ora quella percentuale sale al 10. Ergo, su 100 incarichi di funzione dirigenziale nelle amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, 10 potranno essere assegnati ad esterni. Diciamo subito che la dirigenza in quota esterna (e di chiamata politica diretta, almeno per quel che riguarda la dirigenza generale) non è, di per sé, il diavolo incarnato. La norma, introdotta dall’allora Ministro Bassanini, intendeva aprire le amministrazioni, in un momento in cui veniva osannata l’aziendalizzazione a 360 gradi del settore pubblico, a competenze ed esperienze provenienti dall’esterno, seppur ponendo paletti che impedissero che un quisque de populo, per il sol fatto di essere affiliato a quella cordata o a quella parte politica, approdasse illegittimamente ad una posizione pagata dal contribuente. Tuttavia, agli occhi di chiunque mastichi un pochino di amministrazione, i risultati concreti non sono stati certo incoraggianti: non infrequentemente sono stati avanzati dubbi sul fatto che quella tal professionalità non fosse già rinvenibile nella struttura e, soprattutto, l’eccezionalità e la temporaneità del conferimento, che avrebbero dovuto spingere l’amministrazione a darsi da fare per creare in casa quella professionalità che aveva dovuto ricercare nel mercato, non hanno scoraggiato molta politica (e vertici amministrativi) a rinnovare continuamente incarichi su incarichi. Senza contare che, aggirando la ratio della norma, sono stati spesso conferiti incarichi a funzionari già in servizio, considerati, con una buona dose di vivace immaginazione, esterni. Insomma, l’inconfessata voglia di buona parte della politica di assicurarsi dei fideles nel proprio cortile non ha certo giovato ad una macchina pubblica già piena di problemi e rischia di togliere ruolo e dignità alle professionalità che, invece, erano e sono state immesse nella PA correttamente e con profittoSe questo è il quadro, occorre allora interrogarsi su quale fosse lo straordinario caso di necessità ed urgenza che la Costituzione prescrive per l’emanazione di un decreto legge (articolo 77 Cost.) che ha indotto il Governo ad inserire, allo scoccare del 2020, l’innalzamento della famigerata percentuale nel milleproroghe. Si tratta, come ha denunciato UNADIS, l’Unione Nazionale dei dirigenti dello Stato, di una norma ad personam? Il solito, pantagruelico appetito di chi non resiste alla tentazione di entrare, sgomitando, nella gestione di enti e ministeri? O, come si potrebbe maliziosamente supporre, è un cavallo di Troia da presentare in aula nel corso del dibattito parlamentare di conversione del decreto per scardinare definitivamente le salvaguardie dell’istituto? Sia quel che sia, prevale l’amarezza della perdurante miopia di chi non può, non riesce o non vuole guardar lontano e, magari, ripensare e riformulare in radice la questione. Come? Ad esempio prevedendo, nel rimetter mano al corso-concorso per dirigenti della Scuola Nazionale di Amministrazione (SNA), un filone di entrata specificamente dedicato a professionalità del mercato privato che intendano mettersi a servizio della cosa pubblica, accanto ad analoghe porte di entrata per i neo laureati e per chi già lavori in una pubblica amministrazione. Lo fa l’Ecole Nationale d’Administration (ENA) che, a fronte delle trasformazioni annunciate e volute da Emmanuel Macron, ha avuto e continua ad avere il merito di mettere assieme, a mo’ di percorso di accademia, individui di provenienza diversa ma accomunati dai valori repubblicani. Avere una visione che trascenda gli appetiti e le prebende del momento, insomma, invece di giocherellare coi numeri: ne siamo capaci?

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Per una società inclusiva contro quella dello scarto

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Il 2019 si chiude con una brutta storia di discriminazione avverso un gruppo di bambini e bambine con disabilità a Ferentino, in provincia di Frosinone: a leggere quanto riportato dai quotidiani, una struttura termale ha deciso di rifiutare un gruppo di genitori con i loro figli con autismo perché non volevano che gli ospiti venissero disturbati. In Italia, dice uno dei papà in una bella e intensa intervista apparsa su Repubblica, l’autismo fa ancora paura. Occorre ammettere che ha ragione: il brutto episodio avvenuto nel frusinate è, purtroppo, l’ultimo dei tanti che ancora costellano le cronache dei giornali, almeno fra quelli che vengono portati alla luce. Ed è particolarmente odioso perché coinvolge dei minori: mai dimenticare che le bambine ed i bambini con disabilità, soprattutto quelli con disabilità intellettive, sono fra i gruppi sociali maggiormente soggetti a discriminazione, in ragione della loro particolare fragilità. Il Rapporto Mondiale sulla Disabilità dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) del 2011 si apre ricordando ai lettori che la disabilità è una mera condizione umana, tanto che ciascuno di noi, in uno o più momenti della vita, potrà incorrere in una situazione di disabilità permanente o temporanea, se non altro in ragione dell’età, vista la stretta interrelazione dell’insorgere di condizioni che determinano una disabilità nelle persone anziane (l’Italia, lo ricorda l’ISTAT nel suo rapporto annuale, è un paese a trazione anziana). È, tuttavia, una condizione che difficilmente si pensa possa entrare nella vita di ciascuno, grazie ad un meccanismo di rimozione e rifiuto potentissimo, tanto che la storia della disabilità narrata nel bel libro di Matteo Schianchi (“Storia della disabilità. Dal castigo degli dèi alla crisi del welfare”, Carocci, 2012) è caratterizzata dalla paura, dalla fatica dell’accettazione, dall’abitudine a nascondere, celare agli occhi degli altri una condizione che si considerava talvolta una punizione divina, talaltra un capriccioso castigo del fato. La paura, dunque: il timore della diversità, la fatica di accogliere – meglio bandire il termine tollerare – condizioni, situazioni ed esigenze differenti che evidentemente significa, per taluni, mettere in discussione il proprio, piccolo confine, la propria comfort zone. Vuol dire, si potrebbe immaginare, scardinare quelle coordinate che fanno di molta parte delle nostre comunità delle aree ritagliate su misura per individui che siano adatti solo ed esclusivamente ad un certo modus vivendi che pare essere l’unico possibile per certi, predeterminati fini, tendendo ad espellere dal club tutta un’ampia categoria di persone che potremmo definire fragili, in ragione della loro condizione sociale, economica, di vita o del loro genere, dell’età o dell’orientamento sessuale, potenzialmente svantaggiate e soggette a situazioni di possibile multidiscriminazione. Senza inerpicarsi in sentieri di sociologia spicciola, sembra innegabile che, a fronte di un quadro normativo certamente avanzato – seppur sempre perfettibile – è tuttora presente una sfida di carattere culturale contro lo stigma che resta ancora incollato sulla pelle di tante, troppe persone con disabilità. Come è stato ricordato in un recente incontro presso il Comune di Roma organizzato dalla Cooperativa Matrioska, nell’immaginario collettivo le persone con disabilità restano ancora gli eterni bambini, relegati in una situazione di minorità, magari venata di paternalismo, che ostacola la loro crescita civile e l’acquisizione di una piena cittadinanza ed il godimento, al pari di tutti gli altri cittadini, di eguali diritti. Si pensi, ad esempio, all’impatto della campagna virale lanciata da Iacopo Melio per “Vorrei prendere il treno”, che esemplifica limpidamente come i gesti più semplici e banali della vita quotidiana – come salire su un mezzo di trasporto, andare al cinema o prendere il sole in spiaggia – siano spesso proibitivi per le barriere, fisiche come sociali e culturali, che le persone con disabilità si trovano innanzi. Se questo è e resta il quadro di contesto, diviene allora sempre più intollerabile assistere a episodi di discriminazione, di violenza e di abuso che non possono trovar posto nella società Italiana. Indignarsi? Certamente. Ma quali, poi, le soluzioni? Lavorare per la cultura dell’inclusione, intanto: quanti di noi sono al corrente che sin dal 2006 esiste una Convezione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità? Quanti di noi sono a conoscenza del fatto che in Italia le persone con disabilità intellettiva votano? Quanti di noi hanno riflettuto con attenzione su tutti quei comportamenti che possono creare un disagio ad altri come, tanto per fare un esempio banale, parcheggiare un veicolo in prossimità di uno scivolo e su un marciapiede? Ecco perché è compito delle autorità pubbliche, assieme alle organizzazioni della società civile rappresentative delle persone con disabilità, fare ogni sforzo per incidere su un cambio di passo culturale, sin dalla scuola, per far sì che la nostra società sia veramente inclusiva e riesca a “garantire e promuovere la piena realizzazione di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali per tutte le persone con disabilità senza discriminazioni di alcun tipo sulla base della disabilità”, come ricorda la Convenzione delle Nazioni Unite. Tra le voci che costantemente risuonano per dar fiato a questa svolta, si leva quella di Papa Francesco che, in occasione della giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità di quest’anno, ha ricordato come oggi “si constata la presenza della cultura dello scarto” e molte persone con disabilità sono discriminate ed escluse e “sentono di esistere senza appartenere e senza partecipare”. Per questo, spiega Francesco, è necessario non solo tutelare i diritti dei disabili e delle loro famiglie, ma “rendere più umano il mondo, rimuovendo tutto ciò che impedisce loro una cittadinanza piena, gli ostacoli del pregiudizio, e favorendo l’accessibilità dei luoghi e la qualità della vita, che tenga conto di tutte le dimensioni dell’umano”. Non si sarebbe potuto dir meglio.

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Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma

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Occorre ”separare il comparto scuola dal comparto ricerca e università. Sembrano appartenenti alla stessa filiera ma hanno logiche molto diverse, hanno esigenze e problematiche molto diverse. Quindi, mi farò latore della creazione di un nuovo ministero dell’Università e della Ricerca”: queste le parole del Presidente del Consiglio dei ministri nel corso della conferenza stampa di fine anno. Dopo le recenti dimissioni dell’ex Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, il dicastero di Viale Trastevere, a sorpresa, si scinde: da un lato la scuola, dall’altro l’università e la ricerca. Come nel caso di altre strutture ministeriali, la scomposizione (e ricomposizione) di competenze e funzioni non costituisce certamente una novità. La riforma dell’allora Ministro Bassanini, che con due decreti legislativi del 1999 aveva ridisegnato attori e perimetro  dell’amministrazione centrale, riunì sotto un’unica autorità politica il Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica ed il Ministero della Pubblica Istruzione, e solo col Governo Prodi II, nel 2006, i due rami vennero nuovamente separati, per essere successivamente ricomposti, nel 2008, col Governo Berlusconi IV. Fatti salvi i tempi tecnici per la predisposizione del necessario veicolo normativo, le due componenti che sino ad oggi hanno costituito il MIUR (un acronimo ormai consueto nell’oscuro lessico dei burocrati) prendono, dunque, strade diverse. Non interessa, in questa sede, affrontare il tema della bontà o meno di tale scelta e, men che meno, analizzare le eventuali motivazioni di natura squisitamente politica della decisione: c’è, tuttavia, un aspetto della questione che non guadagnerà, c’è da scommetterci, i titoli dei giornali o dei notiziari, ma che riveste una importanza decisiva. Con tutta probabilità sarà un decreto legge a determinare lo scorporo dei due tronconi del vecchio ministero, seguito dal conferimento delle deleghe ai due nuovi membri dell’Esecutivo. Partirà, da quel momento, un tormentato iter per accompagnare l’amichevole divorzio fra l’anima della scuola e quella dell’università, sinora conviventi sotto lo stesso tetto.

In soldoni: dalle ceneri del MIUR vanno incontro a nuova vita, speranzosi, due esseri che abbisogneranno del necessario per sopravvivere e prosperare, desiderosi di farsi una propria famiglia. Occorrerà, intanto, dividere l’appartamento e i figli (sedi e risorse umane), procedendo, contestualmente, a disporre quanto serve per rifarsi una vita. I due ex, tornati sul mercato, dovranno rinnovare il guardaroba e un bel regolamento di organizzazione nuovo di zecca sarà il perfetto abito della festa, seguito da un successivo decreto ministeriale che, completando il corredo, ridefinirà minuziosamente i compiti degli uffici. La cerchia più stretta di amici e parenti, come sempre accade nelle separazioni, subirà inevitabilmente qualche scossone e molti sceglieranno l’uno o l’altra, determinando l’ingresso in casa di nuove conoscenze: ecco, quindi, la necessità di avere due capi (e vice) di gabinetto, due capi (e vice) del legislativo, due capi della segreteria particolare, due capi della segreteria tecnica,due referenti dell’anticorruzione e trasparenza (con relativi piani), due portavoce e due uffici stampa, due comitati unici di garanzia, due organismi indipendenti della valutazione, due URP, due strutture che dovranno occuparsi di personale, bilancio e affari generali. Insomma, dove prima c’era una comunità, con i suoi componenti e le sue regole consolidate, vanno ora a formarsi due nuove famiglie, che dovranno affrontare il problema di metter su casa, allacciare le utenze, rimettersi in forma. È un processo non semplice, che richiede molto tempo, denaro e buona volontà. E che, se non adeguatamente governato, rischia di trascinarsi a lungo, impattando negativamente sul funzionamento delle strutture e, in ultima analisi, sui cittadini. Come spesso accade, il sol fatto di prendere una decisione o di approvare una norma non determina, automaticamente, un effetto, per il quale, al contrario, occorre dispiegare tempo ed energie, dando corpo e concretezza alle indicazioni espresse a monte. È una elementare banalità che, tuttavia, sfugge molto spesso al dibattito pubblico. Sarà bene, al contrario, tenere bene a mente come funzionano davvero le cose una volta che i riflettori si sono spenti: non sia mai che i due decidano di tornare assieme!

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Buon Natale, Signor Presidente

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Si avvia a chiusura un anno complicato per l’Italia, una delle grandi potenze economiche mondiali che, a dispetto del suo status, soffre di tanti problemi. Come tutte le società complesse, anche quella Italiana deve fare i conti con la difficoltà di assicurare, per dirne una, il corretto dispiegarsi dei processi di formazione delle decisioni e delle politiche, in piena trasparenza e col supporto di una robusta attività deliberativa pubblica. Occorre anche far fronte, inoltre, a crescenti diseguaglianze sociali ed economiche, che impattano soprattutto sulle categorie più fragili della popolazione, e che possono suscitare, al contempo, diffusi malumori e forti spinte critiche verso l’azione pubblica e quella politica, sfibrando il tessuto civile del Paese. Una considerevole responsabilità pesa sulle spalle della politica e delle amministrazioni pubbliche, sulle donne e gli uomini che, come si usa dire, sono la testa e le gambe della pratica di governo. Amministrare la cosa pubblica non è cosa semplice: aldilà delle intenzioni proclamate o degli slogan, ci si deve confrontare con la complessità dell’azione quotidiana, che richiede studio, analisi e capacità di tenere nel conto i molteplici fattori che entrano in gioco quando si programma e si pone in essere una politica pubblica. In questo difficile quadro, la figura e l’autorevolezza del Presidente della Repubblica rappresenta, senza ombra di dubbio, un faro. Difficile immaginare, in tutta onestà, il carico di responsabilità che grava su chi venga chiamato all’ufficio più alto. La Costituzione affida al Capo dello Stato molte ed importanti funzioni, che fanno del Presidente un attore essenziale e indefettibile del nostro ordinamento, guardiano dei complessi meccanismi che regolano i rapporti fra poteri diversi e arbitro fondamentale nei momenti di crisi, nel quale trovano soluzione costituzionale le inevitabili tensioni politiche e istituzionali che attraversano, di sovente, la nostra vita politica. Non è solo lo statura istituzionale, tuttavia, che è manifesta ed evidente. Sergio Mattarella, salito al Quirinale nel 2015, ha posto l’accento, a più riprese, sul senso della Repubblica e del valore delle Istituzioni, non mancando di denunciare senza esitazione fratture profonde come, recentemente, nel caso della lotta alla corruzione, ricordando a tutti come chiarezza delle norme, trasparenza e imparzialità dell’azione amministrativa siano i pilastri portanti dello Stato democratico. Egli, tuttavia, ha anche inteso sin da subito dar ampio spazio ad una significativa attenzione per tutte quelle situazioni di disagio e fragilità che sono comuni a molti cittadini Italiani, con ciò evidenziando come l’inclusione sociale ed economica costituisca uno dei requisiti essenziali della robustezza della Repubblica, e riempendo di nuovo significato il principio costituzionale di eguaglianza, in particolare per quel che concerne il compito della Repubblica di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscano il pieno sviluppo della persona umana”. Il costante impegno a favore delle persone con disabilità, delle bambine e dei bambini, delle persone più fragili è apparso limpido nell’azione quotidiana del Quirinale, testimoniato, peraltro, dall’attenta scelta di coloro che sono stati insigniti delle Onorificenze al Merito della Repubblica Italiana, eroi quotidiani che si sono distinti per l’impegno civile e la dedizione al bene comune. Ecco, dunque: l’instancabile attività del Presidente ricorda a tutti, ed in primis a chi ha l’onore – e l’onere – di servire lo Stato e la Repubblica, due cose: che, come ricorda la Costituzione, coloro cui siano affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore; e che il quotidiano impegno nelle Istituzioni deve essere sempre accompagnato dalla chiara visione che il fine ultimo sia e resti non certo il personale interesse ma il benessere dei cittadini e della comunità. Dimenticarsene, alle prese col giornaliero tritacarne, può essere più facile di quanto si pensi, ed è alto il rischio di perdere di vista il senso della propria azione: anche per questo è importante la figura e la persona del capo dello Stato. Quindi grazie, Signor Presidente. E buon Natale.

Pubblicato su Linkiesta

L’Italia, l’Ue e le politiche a favore delle persone con disabilità

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La dignità e l’eguaglianza delle persone con disabilità, cui vanno garantiti i medesimi diritti goduti dai loro concittadini, è un tema le cui implicazioni investono un ampio insieme di dimensioni: la salute, la scuola, l’occupazione, i diritti sociali, il diritto a partecipare attivamente nella vita sociale e politica. Da questo punto di vista, l’art. 3 della Costituzione Italiana, nel richiamare, accanto al principio di eguaglianza formale, il dovere di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”, è pienamente in linea con la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006 che impegna gli Stati parti a “garantire e promuovere la piena realizzazione di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali per tutte le persone con disabilità senza discriminazioni di alcun tipo sulla base della disabilità”.

L’Italia può essere considerata un Paese all’avanguardia, nello scenario internazionale, per quanto riguarda le norme contenute nel proprio ordinamento – sono, peraltro, già due i Programmi d’azione nazionale approvati con decreto del Presidente della Repubblica nel 2013 e nel 2017 – sui diversi aspetti delle politiche in materia di disabilità: basti pensare, a tale proposito, al tema dell’inclusione scolastica. Va detto subito, tuttavia, e senza infingimenti, che molti sono ancora i passi da compiere e che, come spesso accade, al piano normativo non sempre corrispondono situazioni di effettiva eguaglianza, a dimostrazione che il processo di riconoscimento di eguali diritti per le persone con disabilità necessita di costante e incessante accompagnamento da parte dell’attore pubblico, a tutti i livelli di governo.

L’arena comunitaria, da questo punto di vista, ha progressivamente accresciuto la sua importanza e la sua influenza rispetto all’Italia. L’allora Comunità europea ha iniziato a mostrare interesse per il dossier della disabilità solo dalla seconda metà degli anni settanta, sotto forma di strumenti non vincolanti, alla luce del fatto che il tema non era contenuto nei trattati allora vigenti. Viene approvata, nel 1996, la prima Strategia della Comunità europea nei confronti dei disabili che richiedeva “un più forte impegno a identificare e rimuovere i vari ostacoli che si frappongono alla parità di opportunità e alla piena partecipazione a tutti gli aspetti della vita” per le persone con disabilità, allineandosi alle “Norme standard per le pari opportunità delle persone con disabilità” delle Nazioni Unite del 1993 che già individuavano la disabilità come conseguenza di fattori sociali e non come mera conseguenza della menomazione dell’individuo.

È con il Trattato di Amsterdam del 1999 che viene esplicitato il potere di adottare misure volte a combattere le discriminazioni, inter alia, sulla base della disabilità (articolo 13 TCE, ora articolo 19 TFUE), ripreso nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 2000 e nel Trattato di Lisbona del 2009 che ha, altresì, introdotto la cosiddetta clausola orizzontale di non discriminazione (articolo 10 TFUE), richiedendo un obbligo di mainstreaming teso a combattere la discriminazione, anche sulla base della disabilità, in tutte le politiche dell’Unione (la Direttiva 2000/78/CE del Consiglio aveva già delineato un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di impiego, con un’attenzione al tema della disabilità).

L’Italia è stata e continua ad essere parte attiva nella costruzione del quadro comunitario di norme, politiche ed azioni a favore delle persone con disabilità che si intreccia con la ratifica, nel 2009, della Convenzione ONU da parte dell’Italia e della stessa Ue. Per l’Italia, dunque, il “doppio ombrello” ONU/Unione europea rappresenta il punto di riferimento indispensabile, rafforzato, dal 2010, dall’adozione della Strategia Ue sulla disabilità 2010/2020 che, chiaramente ispirata dal dettato convenzionale ONU, richiama il ruolo delle barriere di diversa natura che possono ostacolare la piena ed effettiva partecipazione delle persone con disabilità nella società su una base di uguaglianza con gli altri. La Strategia mira a “mettere le persone con disabilità in condizione di esercitare tutti i loro diritti e di beneficiare di una piena partecipazione alla società e all’economia europea, in particolare mediante il mercato unico”, attraverso l’azione in otto settori fondamentali: l’accessibilità, la partecipazione, l’uguaglianza, l’occupazione, l’istruzione e la formazione, la protezione sociale, la salute e le azioni esterne.

È attualmente in corso il processo di valutazione della Strategia, che vede il ruolo chiave del gruppo di Alto Livello in materia di disabilità della Commissione, che, con cadenza semestrale, riunisce i rappresentanti nazionali degli Stati membri e che rappresenta, ad oggi, il luogo più importante di confronto e di scambio sul tema: a conclusione della fase valutativa, potrà partire il processo di elaborazione di una nuova Strategia, sulla base degli indirizzi della nuova Commissione.

Il lascito più importante della Strategia è, a buon diritto, il recentissimo Atto europeo sull’accessibilità del 17 aprile 2019, una direttiva che si propone di incrementare l’accessibilità di beni e servizi nel mercato interno a favore delle persone con disabilità, armonizzando i requisiti di accessibilità negli ordinamenti degli Stati membri e favorendo la disponibilità di merci e servizi accessibili a tutti, al contempo accrescendo la concorrenza fra industrie del settore. L’Italia ha lavorato attivamente alla elaborazione della direttiva, con l’usuale coordinamento operato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri: un lavoro non semplice, alla luce dell’alto tecnicismo degli allegati alla direttiva e al necessario apporto di amministrazioni diverse.

Si apre, a questo punto, una fase importante per l’Italia nei confronti dell’Unione europea: contribuire alla visione comunitaria delle politiche a favore delle persone con disabilità nei prossimi 5 o 10 anni e, sin da subito, dare sostanza alle previsioni dell’Accessibility Act, molto atteso dalle organizzazioni della società civile.

Il nostro Paese non arriva impreparato: dallo scorso anno, nel quadro del riordino di talune funzioni e competenze delle amministrazioni centrali, al Presidente del Consiglio (o a ministro da lui delegato) sono state direttamente attribuite le funzioni di indirizzo e coordinamento in materia di politiche in favore delle persone con disabilità, anche con riferimento a quelle per l’inclusione scolastica, l’accessibilità e la mobilità. Spetta dunque alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, fatte salve, naturalmente, le specifiche competenze dei ministeri, operare il coordinamento generale delle politiche nazionali, con un cambio di prospettiva che, senza dubbio, appare in linea con l’ottica mainstreaming della Convenzione ONU. Il taglio assolutamente trasversale delle politiche e, soprattutto, l’impatto sulla vita quotidiana delle persone con disabilità richiedono un’assoluta coerenza delle politiche, a tutti i livelli di governo, che un adeguato coordinamento può certamente garantire.

È passata, peraltro, alla Presidenza anche la gestione dei lavori dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità, previsto dalla legge 18 del 2009 di ratifica della Convenzione ONU, organismo che ha, fra i propri rilevanti compiti, quello della elaborazione del Programma d’azione nazionale sulle politiche in materia di disabilità e che vede sedute attorno al tavolo, assieme alle amministrazioni pubbliche dei diversi livelli di governo, le organizzazioni della società civile rappresentanti le persone con disabilità, in ossequio al principio di consultazione e attivo coinvolgimento delle persone con disabilità previsto dalla Convenzione.

Va ricordato che, non casualmente, a livello comunitario l’European Disability Forum, organizzazione ombrello della società civile, e alcuni eurodeputati abbiano chiesto con una lettera, lo scorso settembre, di collocare l’unità incaricata del dossier disabilità, attualmente incardinata presso la Direzione affari sociali e pari opportunità della Commissione, direttamente presso il Segretariato generale, struttura che risponde direttamente al Presidente della Commissione. Anche in questo caso è evidente l’intento di rafforzare, al più alto livello, la necessaria attività di coordinamento degli interventi.

I prossimi anni saranno, dunque, decisivi: il tema fondamentale della coesione sociale e, in particolare, quello dell’effettiva garanzia di pari diritti alle persone con disabilità, rappresenta una sfida rilevantissima per il modello sociale europeo, soprattutto nel momento in cui l’Ue viene sottoposta a severe critiche e sempre più forti diventano le spinte centripete. Quale Paese fondatore, l’Italia porta in dote a Bruxelles un modello di governance avanzato e, sebbene siano ancora molti i temi su cui lavorare (fra i tanti si pensi, ad esempio, alla revisione del modello di riconoscimento della disabilità e dell’invalidità o all’urgenza di innalzare il tasso di occupazione delle persone con disabilità, scandalosamente basso), il vicendevole e fruttuoso scambio fra il livello nazionale e quello europeo rappresenta un elemento fondamentale nel continuo sforzo per “promuovere, proteggere e garantire il pieno ed uguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità, e promuovere il rispetto per la loro intrinseca dignità”, così come recita, in apertura la Convenzione del 2006.

Pubblicato su “Gli Stati Uniti d’Europa” n.37 del 23 dicembre 2019

Lucca Comics and Games: occorre cambiare per non morire

Più di 270.000 visitatori paganti in 5 giorni: questi i numeri stellari dell’edizione 2019 di Lucca Comics and Games, la principale manifestazione su fumetto e dintorni in Italia e ormai uno degli eventi più significativi del settore a livello internazionale. Presente nella città toscana dal 1966 sotto varie denominazioni e forme diverse, la festa delle nuvole parlanti continua a registrare record di presenze arrivando, per l’edizione che si è appena conclusa e che si è snodata su cinque giornate, a staccare quasi 90.000 biglietti il 1 novembre. Anche se si sono moltiplicate le mostre e le fiere sul fumetto in molte città italiane, Lucca resta il principale momento di aggregazione multimediale sul tema, e per più di un motivo. Intanto la lunga storia di connessione al fumetto, sia popolare che d’autore (se tali distinzioni hanno ancora valore), ormai fatta propria dai pazienti abitanti. Poi la bellezza della città, che ospita nelle sue piazze e nei suoi palazzi tensostrutture ed eventi, con ospiti italiani ed internazionali; infine, la capacità del Comune e degli organizzatori di aver saputo sfruttare in maniera intelligente l’attrattiva di un appuntamento che si rinnova da mezzo secolo. Tuttavia, l’incredibile successo di Lucca Comics è divenuto, non troppo paradossalmente, il suo limite che, anno dopo anno, appare sempre più evidente, Messa giù senza giri di parole, Lucca rischia di implodere sotto la sua stessa popolarità, risultando ormai la logistica insufficiente a reggere ulteriormente lo svolgimento di giornate dense e frequentatissime (e speso flagellate dall’immancabile pioggia) e, soprattutto, incapace di reggere lo sviluppo del proprio potenziale. Intendiamoci: il pubblico di Lucca, eccezion fatta per il brutto episodio delle due zucche vuote vestite da nazisti (isolato e subito condannato da tutti), è un pubblico straordinario, variopinto, assolutamente intergenerazionale e colorato di costumi, fatto di festa e di famiglie. Però, se l’idea di utilizzare il tessuto urbano come palcoscenico era stata ed è ancor oggi vincente, l’impatto è divenuto tale che è ormai difficile, per i tanti fan che affollano le strade, godersi in tranquillità l’evento. L’afflusso di visitatori o semplici curiosi è tale che non di rado si verificano blocchi totali della circolazione a piedi, con evidenti rischi per la sicurezza e l’incolumità di tutti, in particolar modo per bambini e soggetti fragili. Polizia urbana, forze dell’ordine e volontari delle associazioni del territorio ci sono e fanno sentire la loro presenza ma il limite è puramente fisico: assorbire quasi centomila persone in una città che ne conta il 20% in meno (e probabilmente un terzo entro le mura dove si svolge la maratona fieristica) diventa sempre più complicato. Senza contare gli inevitabili problemi legati all’assalto al trasporto ferroviario locale da Firenze o Pisa e a quello su gomma che, in entrata e in uscita, rischia non raramente di paralizzare l’intera zona. Insomma, il vaso trabocca e sono ormai necessari aggiustamenti seri. Serve, con tutta probabilità, un ripensamento dell’evento che, alla luce della crescente attenzione mediatica di televisioni e stampa, non potrà che far numeri sempre maggiori. Se si vuole garantire piena fruibilità e massima sicurezza occorre immaginare nuove – o aggiuntive – modalità di svolgimento che non solo non allontanino gli appassionati ma permettano di richiamarne altri e contribuire a rendere Lucca Comics sempre più un volano di sviluppo e ricchezza per la zona in termini di ricettività, ristorazione e indotto. È qualcosa che richiede la riflessione attenta del Comune, anche d’intesa con i principali editori e sponsor, che potrebbe partire, ad esempio, da un ampliamento delle zone dedicate, recuperando, magari, il glorioso Palazzetto dello Sport e utilizzando anche il Polo Fiere dove si tiene l’edizione marzolina per collezionisti. Lucca ha dato molto al fumetto, contribuendo a far crescere nella cultura di questo Paese un medium troppo spesso bistrattato nell’immaginario collettivo e attirando i riflettori di quotidiani e reti televisive nazionali: e l’affetto che la circonda ne è chiara testimonianza. È arrivato, tuttavia, il momento di cambiare per continuare a crescere. Nessuna paura: è un passaggio fisiologico naturale. Anzi: indispensabile. Meglio cogliere al volo le opportunità che offre.

Pubblicato su Linkiesta

Le possibili soluzioni per lo strabismo della nostra amministrazione pubblica

Tira, forse, una leggera brezza di novità per quel che riguarda la pubblica amministrazione Italiana, con qualche elemento che fa sperare in un cambio di marcia ed un approccio diverso rispetto al sempiterno tema del miglior funzionamento della macchina pubblica. Se finalmente è stata firmata l’ipotesi di nuovo contratto per i dirigenti pubblici, che si aspettava ormai da dieci anni, la nuova Ministra per la PA Fabiana Dadone ha ricordato che, al netto di chi sbaglia e va punito, chi lavora bene va valorizzato: “Illudersi che sia sufficiente controllare gli ingressi dei dipendenti con cartellini e con impronte digitali per far funzionare la macchina dello Stato è folle. Se un dipendente una volta entrato in ufficio non è motivato – ha detto Dadone – farà poco. Serve un approccio culturale diverso: vorrei che i ragazzi invece di andare all’estero desiderassero diventare il braccio appassionato di uno Stato efficiente”. Non è cosa da poco: va colto il segnale della sfida che deve essere profondamente trasformativa, consapevoli che la PA, al pari di qualsiasi organizzazione complessa, quando minacciata reagisce con l’innata capacità di assorbire senza danni ingenti anche l’onda d’urto più violenta. Scartati i pregiudizi diffusi avverso il settore pubblico, è innegabile, tuttavia, che i problemi siano molti e che impattino sul sistema produttivo Italiano e sul comune sentire dei cittadini, destinatari ultimi dei servizi che la PA eroga. Da questo punto di vista, il punto nodale sembra essere quello della distanza fra un’amministrazione che è ancor oggi troppo modellata sulla catena fordista del prodotto e una società che, al contrario, spinta dalle innovazioni tecnologiche, corre a perdifiato (non si sa bene dove, potrebbe dire qualcuno). La nostra è un’amministrazione pubblica formalistica? Sì, senza dubbio. E non può non esserlo: il rigido rispetto delle norme è alla base del principio di legalità ed è garanzia del pari trattamento per tutti i cittadini. Il problema insorge quando le norme sono troppe, contraddittorie, paralizzanti. Chiunque si sia trovato a gestire un appalto, una gara o un qualsiasi procedimento amministrativo complesso sa bene come ogni decisione sia condizionata da un numero imprecisato di variabili che, se ignorate, possono portare alla sanzione per il malcapitato burocrate e al disservizio finale per il cittadino. Le nostre amministrazioni soffrono, da tempo, di un grave strabismo, con le donne e gli uomini civil servant che vivono quotidianamente due opposte esperienze cognitive e di gestione del tempo: privati cittadini assai esigenti e sempre più social, da un lato, e amministratori pubblici la cui azione è fortemente proceduralizzata e molto spesso demotivati da un ambiente in cui il merito fatica ad affermarsi come principio condiviso, dall’altro.

Se queste sono le trame fondamentali che appesantiscono la nostra capacità amministrativa, di cosa abbiamo bisogno per dar corpo a quel cambiamento culturale che possa innescare cambiamenti di lungo periodo? Serve, intanto, una produzione normativa non tossica, non pletorica e, per quanto possibile, intellegibile. Il Parlamento è, di fatto, da tempo esautorato dalla preponderanza legiferante del Governo, che procede con passo spedito e sempre più tecnicistico nel sostanziale disinteresse dei cittadini che ignorano il contenuto specifico delle norme, riversando sugli uffici un’attività di esegesi e messa in opera lunga e complicata. Il moltiplicarsi geometrico di opacità normativa e amministrativa, peraltro, crea le condizioni per lo sviluppo di un ambiente favorevole alla impropria gestione di solitari orticelli che danneggia inevitabilmente il senso stesso dell’azione amministrativa. Accanto alla copertura di leggi più chiare e lineari, è necessario, inoltre, smontare pezzo per pezzo il modus operandi delle burocrazie che, in larga parte, si affidano a prassi, gerarchie e processi adempimentali: da questo punto di vista, la chiave organizzativa è fondamentale per restituire senso di appartenenza e consapevolezza del ruolo, in un clima che scoraggia l’iniziativa individuale. L’apporto del lavoro agile (o smartworking), solo di recente iniettato in piccole dosi nella struttura burocratica Italiana, potrebbe avere effetti insperati nel medio e lungo periodo, rivoluzionando il modo di relazionarsi e contribuendo a buttare alle ortiche i concetti ormai desueti di tornellismo e presenza fisica. Va definitivamente abbandonata l’infantile concezione deterministica dell’agire burocratico, seconda la quale per il sol fatto di spingere un bottone a monte, l’effetto desiderato si materializzerà magicamente a valle. Spingere al risultato, indipendentemente da orario o timbratura del cartellino, potrebbe allora scardinare modalità di lavoro oggi poco efficaci con effetti al momento ancora imprevedibili. Servirà, naturalmente, adeguata formazione e impegno incessante da parte del vertice politico e della prima fila amministrativa perché un nuovo modo di fare le cose venga assimilato e non, ancora una volta, semplicemente digerito e trasformato secondo le esigenze della struttura. Un nuovo modo di lavorare necessita – non va dimenticato – di nuove figure professionali: una solida preparazione amministrativo-contabile è e resta necessaria, ma andranno cercate, valorizzate e premiate anche altre fondamentali caratteristiche del pubblico dipendente in termini di adattabilità e di relazione inimmaginabili solo fino a pochi anni fa.

Non si può ignorare, tuttavia, che una profonda trasformazione di questo tipo influenza ed è influenzata dai processi che investono l’identificazione dei compiti dell’amministrazione pubblica. Sta cioè alla politica immaginare cosa vogliamo faccia la nostra macchina amministrativa in questa fase storica, se sia opportuno allargare o restringere il perimetro pubblico, se e quanto sia possibile attenuare o eliminare la propria influenza sui processi gestionali, quali e quanti servizi si vogliano erogare ai cittadini in una fase caratterizzata dalla costante decrescita della natalità, da crescenti diseguaglianze interne, da un rapido processo di invecchiamento della popolazione, con impatti preoccupanti sul nostro stile di vita. La CGIA di Mestre ha recentemente rilevato un aumento della spesa complessiva per i consumi interni della PA, che avrebbe sforato i 100 miliardi di euro per il 2018: tuttavia, la domanda, tuttora inespressa, è a quali fini vada concretamente rapportata la spesa. Cosa vogliamo facciano, in altre parole, le nostre amministrazioni e per chi? Sì, è vero, la pubblica amministrazione resta, la politica cambia: ma è compito di una politica avveduta costruire la visione del domani e avere al proprio fianco una tecnostruttura che sappia interpretarla in modo adeguato, al fine comune di tutelare e promuovere il benessere delle nostre propria comunità. Perché altrimenti, ammettiamolo, a che serve dannarsi?

Pubblicato su Formiche