I tre punti da chiarire per sgombrare il tavolo del dibattito sullo smart working.

Nell’estate del 2019 uno dei punti maggiormente qualificanti dell’agenda di Governo in materia di pubblica amministrazione, incentrato sulla verifica dell’osservanza dell’orario di lavoro, era quello relativo alla messa in opera di “sistemi di verifica biometrica dell’identità e di videosorveglianza degli accessi” (art. 2, co. 1, l. 19 giugno 2019, n. 56): l’introduzione delle impronte digitali nell’accesso agli uffici, cavallo di battaglia dell’allora Ministra Bongiorno, era il naturale punto di approdo di una tradizionale concezione parafordista dell’attività amministrativa, fortemente proceduralizzata e incastonata, nell’immaginario collettivo, nel totem della presenza alla scrivania dell’anonimo travet. Nel giro di pochi mesi, l’impatto della pandemia da coronavirus ha drasticamente stravolto ogni usuale riferimento del discorso sul lavoro pubblico che, al netto dei tanti problemi che lo affliggono, appare ormai inestricabilmente legato all’affermarsi di nuove forme di organizzazione e gestione. Lo sconquasso in termini organizzativi interni provocato dallo smart working emergenziale, introdotto dal Governo nei mesi della cosiddetta prima ondata dell’epidemia, ha favorito l’affaccio di una vera e propria rivoluzione copernicana in materia di lavoro nella macchina pubblica che, tuttavia, nel suo incedere impetuoso, sconta alcuni vizi di fondo nel discorso pubblico in corso, dei quali occorre acquisire piena consapevolezza se si desidera contribuire a imprimere un cambiamento apprezzabile nella cultura interna delle nostre amministrazioni pubbliche, discernendo opportunità, ostacoli e possibili esternalità negative.

Il primo inciampo investe la facile confusione che ancora sopravvive fra telelavoro e lavoro agile, sebbene nettamente distinti dal punto di vista pratico e concettuale. È bene, allora, ribadire che il telelavoro implica il trasferimento, più o meno permanente, dell’attività quotidiana fra le mura domestiche grazie alle tecnologie informatiche ed è generalmente accompagnato dalla rilevazione della presenza al computer secondo fasce orarie predeterminate, mentre il lavoro agile decostruisce non solo l’elemento spaziale (il lavoratore può operare in qualsiasi luogo, non solamente a casa) ma anche quello temporale, permettendo una gestione del proprio orario, pur garantendo il rispetto del limite massimo di ore lavorative giornaliere e settimanali stabilito dalla legge e dai contratti collettivi. Una forma matura di smart working, in estrema sintesi, prevede un equilibrato mix di presenza/remoto che, tenendo fermo l’obiettivo di conciliazione dei tempi di vita privata e professionale, contribuisca a promuovere una cultura dell’organizzazione del lavoro per obiettivi e risultati con marcata responsabilizzazione del lavoratore rispetto al suo apporto lavorativo. Si tratta, come è stato fatto notare, di una potente leva di cambiamento che, se opportunamente utilizzata, può stimolare processi profondi i cui esiti, in termini di riorganizzazione lavorativa e financo sociale, sono ancora poco visibili: orientamento al risultato dell’attività amministrativa, riconquista di senso da parte dei lavoratori, ripresa di spazi per le esigenze familiari, di cura e del tempo libero, formidabile spinta trasformativa sugli stili di leadership della dirigenza che non può non rimettersi in gioco per coordinare con efficacia le persone indipendentemente dalla loro presenza fisica alla scrivania.

Il secondo aspetto di cui tener conto è che il dibattito in corso è ancora fortemente viziato dalla pandemia. Si è parlato di lavoro agile d’emergenza introdotto, per il settore pubblico come per quello privato, allo scopo di limitare il contatto interpersonale e, conseguentemente, il diffondersi del contagio. Lo svolgimento dell’attività lavorativa dipendente si è dunque forzatamente svolto, per mesi, da casa, spesso in mancanza di adeguate dotazioni informatiche, scontando talvolta inevitabili disfunzioni ma continuando, tuttavia, a far marciare l’attività anche in un periodo difficilissimo per il Paese. Ciò nonostante, permane, in tante parti del dibattito pubblico, una spinta a richiedere a “tornare negli uffici” quale soluzione non solo alla presunta piena ripresa delle attività, ma anche alla rianimazione dei centri urbani, che si teme si riducano a scheletri abbandonati. Non è, peraltro, improbabile vedere in controluce, a fronte di reazioni simili, una certa qual voglia di restaurazione dell’ordine naturale delle cose dettata dal timore di mutamenti troppo repentini dello status quo che mettano a repentaglio equilibri consolidati: un punto che meriterebbe un’analisi maggiormente approfondita. Quali che siano le motivazioni, ecco, puntuale, il susseguirsi di posizioni oltranziste di non pochi protagonisti della politica e di opinionisti dell’informazione televisiva e della carta stampata che propalano lo scandalo degli smart worker a casa a stipendio pieno, causa dell’impoverimento di ristoranti ed esercizi commerciali e della desertificazione delle città, proprio quando, per il settore pubblico, è stato previsto, a partire dal 2021, un regime di lavoro agile che interessi almeno il 60% del personale che sia adibito ad attività remotizzabili Le principali conseguenze di una simile, malconcia propaganda sono due: ignorare scientemente e colpevolmente le enormi potenzialità di cambiamento sociale, economico e ambientale che possono accompagnare il mutar pelle all’organizzazione tradizionale del lavoro e favorire irresponsabilmente tensioni sociali fra lavoratori dipendenti e non dipendenti.

Il terzo elemento, in modo strettamente correlato al precedente, riguarda l’oggettivo emergere di forti diseguaglianze che la crisi economica, terribile prodotto dell’emergenza sanitaria ed epidemiologica, sta portando alla luce. Una pletora di attività – basti pensare al settore del turismo e della ristorazione – ha subito e subisce pesantissime ripercussioni che colpiscono i lavoratori e investono le famiglie. L’assegnazione del Premio Nobel al World Food Programme delle Nazioni Unite – un riconoscimento ai “burocrati dell’ONU”, potrebbe osservarsi – segna proprio il tentativo di porre un argine alle devastanti conseguenze a danno dei paesi più poveri, come ha ben argomentato Vandana Shiva in una sua recente intervista. Attenzione, tuttavia, al salto logico: è la pandemia a causare queste drammatiche diseguaglianze, non certo coloro che possono usufruire del regime di lavoro agile in quanto dipendenti, privati o pubblici. La tempesta perfetta che ha travolto tanti lavoratori, in primis gli autonomi, è un dramma per il Paese intero dato che, ove non si riuscisse a porre rimedio allo tsunami in corso, nessuno ne uscirà in piedi, ed è obiettivo primario della politica mettere in campo le opportune misure di contrasto al possibile disastro. Metter contro chi ha potuto continuare a lavorare, garantendo continuità e usufruendo del lavoro agile in mezzo a tante oggettive difficoltà, e chi, a causa della crisi, ha visto praticamente azzerato il proprio volume di attività, è, dunque, un’intollerabile, ipocrita scelleratezza. Suggerire che i lavoratori dipendenti, e in particolare i dipendenti pubblici, abbiano “voglia di lockdown” è segno del profondo disconoscimento del valore del tessuto condiviso proprio di una comunità sociale e dello stigma avverso una categoria di persone e atteggiamento che merita la più netta disapprovazione.

Pretendere chiarezza e sgombrare il campo da equivoci e malintesi sono passaggi essenziali a che si possa sviluppare un dibattito serio e di lungo respiro su nuove forme organizzazioni del lavoro, che lo smart working può aiutare a definire e, con uno sforzo di visione, immaginare per il futuro. Servono, soprattutto, ad affrontare senza riserve le criticità e le difficoltà che il processo di trasformazione può portare con sé: i mesi passati di lavoro agile nel settore pubblico hanno generato speranze ed attese ma, allo stesso tempo, hanno messo a nudo problemi profondi e portato alla luce non poche resistenze, rendendo evidente che la trasformazione è efficiente in quanto comporti vantaggi per l’organizzazione, per i lavoratori e, soprattutto, per i cittadini. Riportando tutti con i piedi per terra, peraltro, nel futuro post-pandemia il lavoro in presenza (per le forze dell’ordine, per il settore sanitario e per il sistema integrato di educazione e di istruzione) non potrà che riassumere la sua indispensabile preponderanza, limitando fortemente, com’è stato rilevato, il numero dei lavoratori agili pubblici. Si prospettano, in realtà, cambiamenti che innerveranno la dimensione planetaria del lavoro e che, paradossalmente, potranno avere rilevanza e ricadute negative limitate per il settore pubblico, i cui obiettivi e la cui ragion d’essere è correlata a funzioni statali in gran parte indispensabili e irrinunciabili: alzando lo sguardo, va raccolto il monito lanciato da Miguel Gotor, per il quale trasformazioni incontrollate possono aumentare “la frustrazione dell’emarginato, la cui posizione sociale è ormai così atomizzata e disarticolata da non essere in grado di organizzare una reazione”, in un clima di progressiva e definitiva atomizzazione del valore lavoro che potrebbe far crescere le diseguaglianze e radicalizzare i processi di disarticolazione sociale. Entrano in gioco dimensioni trasformative lunghe e l’opportunità – la necessità – di ripensare e rivedere più di un aspetto di un sistema socio-economico che non da ora viene messo in discussione. Una partita complessa, in cui la politica non può far mancare la propria voce, in primo luogo per evitare di alimentare irresponsabili tensioni sociali.

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No, Pasquale Tridico non è un genio del male

Mare in tempesta all’INPS per il “caso Tridico”. Ha aperto le danze Repubblicadenunciando che il Presidente dell’Istituto “si alza la paga con effetto retroattivo”, per di più in piena estate, seguita a ruota dal Sole 24 Ore, che scrive come l’aumento di stipendio sia “una pagina nera nell’emergenza Covid”, anzi “un blitz agostano come nelle peggiori occasioni dei premi alla famigerata vecchia casta”. Rotta la diga, la questione è tracimata a valanga nell’arena politica e sui social network, dove il polverone non accenna a calare. Sia consentito dire che per noi vecchi arnesi dell’Amministrazione, con i gomiti delle giacche ormai consunti e un pelo smaliziati, la vicenda fa sorridere. Per vari motivi. Il primo attiene allo stipendio del Presidente del più grande Istituto previdenziale d’Europa che, vivaddio, non può non percepire emolumenti coerenti con il ruolo: inutile persino parlarne. Il secondo investe la questione della retroattività degli arretrati per il Presidente INPS (e INAIL): come spiegato dall’Istituto in un comunicato stampa e ribadito dallo stesso Tridico, il decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze del 7 agosto 2020 stabiliva, fra l’altro, che tali arretrati spettassero dalla nomina, mentre i Collegi dei Sindaci dei due Istituti hanno correttamente richiamato una disposizione secondo cui occorre richiamarsi alla data dell’insediamento del CDA, avvenuta un anno dopo la nomina. Il sistema, in altre parole, ha funzionato, e sono stati gli stessi organi di controllo ad intervenire, in linea con i loro compiti istituzionali, per correggere in corsa il problema (sulla cui natura, in tutta onestà e in punta di buon senso, ci sarebbe anche da discutere). Il terzo, poi, riguarda il fatto che non è il Presidente dell’INPS a decidere quanto guadagnare e da quando: basta leggersi il famigerato decreto interministeriale e i suoi “visti” (quelli, per intenderci, che fanno venire l’orticaria ai tanti censori dell’amministrazione pubblica e del suo latinorum) per capire quali siano le norme che governano il processo e l’iter seguito e concludere che assai difficilmente Tridico possa aver indossato le scarne vesti di Cattivik, il genio del male, tramando a suo piacimento. Sgombrato il tavolo dallo sciocchezzaio del giorno, la cosa che, tuttavia, ancora una volta balza all’occhio è la poca attenzione con cui certe questioni vengono affrontate, preferendo, evidentemente, gridare allo scandalo per acchiappare lettori, voti, like. Il giornalismo ha il diritto/dovere di scrivere ciò che vuole, come vuole e quando vuole, sempre e comunque. E la politica suona la musica che preferisce e che pensa più aggradi ai propri elettori, gli unici a poter giudicare. Ma perché mescolare questioni tecnico-amministrative con profili politici e mediatici che dovrebbero restare, invece, ben distinti? Come si fa a legare l’adeguamento di uno stipendio alle condizioni di tanti lavoratori oggi oggettivamente in difficoltà? A che scopo anche solo suggerire che il vertice INPS abbia intrallazzato per raddoppiarsi lo stipendio? È certamente lecito e doveroso criticare l’operato dell’INPS e del suo vertice, così come è parte integrante del dibattito democratico la critica politica, pure aspra, agli indirizzi delle maggioranze di Governo: sono aspetti vitali di un sano dibattito pubblico, al quale la stampa partecipa come attore cui spetta un ruolo fondamentale in una democrazia. Serve, però, grande cautela e responsabilità da parte di tutti: perché, una volta cessate le ostilità, quel che resta è la solita avversione verso tutto ciò che è pubblico, servitori dello Stato in primo luogo, alimentando la sfiducia verso la macchina pubblica e, non meno importante, verso la politica. Esiste la buona e la cattiva burocrazia (eccome), così come esiste la buona e la cattiva politica. Facciamo, per favore, lo sforzo di non dimenticarlo mai. Il costo di una delegittimazione indiscriminata sarebbe insopportabilmente alto, persino per un Paese di lungo e accidentato corso come il nostro.

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Un terzo degli insegnanti rifiutano il test sierologico? Fatti (veri) e numeri (incerti)

Mentre l’allegro suono della campanella inesorabilmente si avvicina, sono palpabili le preoccupazioni di cittadini, operatori e famiglie perché Governo e regioni pongano in essere tutti gli opportuni accorgimenti per una ripresa sicura delle attività scolastiche: non casualmente, hanno ricordato alcune scienziate sul Corriere della Sera, il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, durante il lancio della campagna “Save the future”, ha parlato di catastrofe generazionale, ricordando che la priorità di tutti i Governi è quello di riaprire le scuole. Comprensibile, quindi, alla luce delle esigenze di sicurezza, il momento di particolare inquietudine che politica e informazione stanno attraversando, anche per la pressione delle opinioni pubbliche che attendono decisioni certe e il più possibile rapide. In questo quadro assai complicato e in continuo fermento ha fatto capolino una notizia assai curiosa, rilanciata, fra gli altri, dai siti del Corriere della Sera e di TGCom24, secondo cui, sulla base di indicazioni fornite dal Ministero dell’istruzione relativamente ad una campagna di screening del corpo docente dal 24 agosto al 7 settembre, un terzo degli insegnanti in Italia si sarebbe rifiutato di effettuare i test sierologici per entrare in sicurezza in classe. La notizia, scarna e senza troppi dettagli, viene ripresa su Twitter da autorevoli commentatori come Carlo Cottarelli (“Cari insegnanti […], il Corriere dice che un terzo di voi non vuole fare i test sierologici. Non so se è vero ma, se lo è, ripensateci per favore”) o Antonio Polito del Corriere (“Un insegnante su tre non vuole fare il test sierologico. Un alunno su tre rischierà di portare il virus a casa”) e comincia a diventare virale sui social network, dove le reazioni indignate contro gli insegnanti non tardano a farsi sentire. Un qualche dubbio, tuttavia, inizia a prender corpo: possibile che in quattro e quattr’otto gli oltre ottocentomila insegnanti Italiani siano stati contattati uno per uno e sia stata loro richiesta la disponibilità a effettuare il test? Sono state acquisite tutte le risposte? Processate? E come? Ma, soprattutto: da chi? Arriva in soccorso Twitter dove, lanciata la richiesta, giunge puntuale la risposta (grazie, fra i tanti, a @Anglod3, @aelledesign, @marco_beccaria e @paoloaccardi), rimandando ad una dichiarazione rilasciata a Open Online dal vicesegretario della FIMMG (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale), Domenico Crisarà, secondo cui molti docenti si rifiutano di fare i test sierologici sul Coronavirus prima di tornare in classe. Lo studio di Crisarà, che è medico e opera in Veneto, riporta il pezzo, assicura aperture straordinarie dedicate unicamente all’attività di screening per i docenti, che vengono chiamati direttamente a casa dalla segreteria dello studio per fissare l’appuntamento: “Non che mi aspettassi grande entusiasmo – ha dichiarato Crisarà – ma nemmeno che un terzo degli insegnanti si rifiutasse. E non mi sembra normale che una categoria come quella dei docenti, che dovrebbe essere intellettualmente superiore, non si renda conto che così facendo si ledono dei diritti costituzionali fondamentali della Costituzione, come quello alla salute e all’istruzione”. Tra un clic e l’altro, ecco l’approdo alla dichiarazione rilasciata il 25 agosto all’Adnkronos da parte del Segretario nazionale della FIMMG, Silvestro Scotti, che specifica: “è una nostra iniziativa, utile per organizzare il lavoro e inserire i test. Personalmente, per esempio, dedico a questa attività una seduta fuori dall’orario di studio, con i dovuti distanziamenti. La mia segretaria ha già chiamato tutti. E il 30% ha rifiutato”. Traduzione: i medici della FIMMG si attivano per effettuare i test sierologici nell’ambito di una iniziativa che, partita il 24 agosto, si concluderà solo due settimane dopo. Dopo 48/72 ore, sulla base delle esperienze registrate da due studi medici, viene letteralmente fabbricata la notizia che il 33% degli insegnanti Italiani, a spanne 280.000 individui, si è rifiutato di fare il test. Una non-notizia, dunque, da ogni punto di vista, lanciata da Agenzie di stampa e ripresa da testate nazionali (buon’ultima Repubblica) e notiziari televisivi che preferiscono evidentemente solleticare, come accade sempre più spesso, la pancia del Paese, a scapito di una accurata verifica delle fonti e della solidità delle informazioni offerte alle opinioni pubbliche. Tutto a posto? Quando ormai, dopo ore di bufera mediatica, appare chiaro che il dato ha una valenza prossima allo zero, arriva, raggelante, la risposta di Antonio Polito ad un utente che su Twitter richiamava l’opportunità dell’onere della prova circa la fondatezza della notizia data: “L’onere della prova spetta agli insegnanti: fate il test e avrete fatto il fact checking, dimostrando che il dato era falso. Io ne gioierò (sic!)”. Fine. Applausi. Sipario.

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Il favoloso mondo di Flavio

Ha tenuto banco nei giorni scorsi la tenzone in piena regola fra il Sindaco del Comune sardo di Arzachena, Roberto Ragnedda, e l’imprenditore Flavio Briatore a seguito dell’ordinanza comunale del 17 agosto intervenuta in materia di discoteche, sale da ballo e locali assimilati destinati all’intrattenimento. Briatore, proprietario, fra l’altro, del locale Billionarie, sito nel territorio del Comune, ha tuonato contro una decisione che, a suo dire, penalizza l’industria del divertimento in Sardegna, definendo, nel corso di un collegamento con un divertito Nicola Porro, il Sindaco un “piccolo arrogante Napoleone” e “testa di ca***”, che “pensa che la fortuna del mondo sia Arzachena, che nessuno sa dove ca*** sia, la conosce lui e due pecore”. Lasciando per il momento da parte le eleganti esternazioni dell’imprenditore nato in provincia di Cuneo e residente a Montecarlo, va precisato, per amor di contesto, che il Sindaco non ha fatto che recepire, parola per parola, quanto fissato dall’ordinanza del Ministero della salute del 16 agosto 2020, recante “Ulteriori misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19”, e dall’ordinanza della Regione Sardegna di stessa data. Egli, inoltre, richiamando le norme vigenti in materia di inquinamento acustico e tutela della quiete pubblica, ha vietato qualsiasi forma di diffusione della musica dal vivo e/o riprodotta all’esterno di tutte le attività di pubblici esercizi oltre le ore 24.00 e all’interno degli stessi oltre le ore 01.00 del mattino. Sono indicazioni che, evidentemente urticanti per gli amanti della movida ad ogni costo e per i libertariani ultraortodossi, appaiono di buon senso e che saranno in ogni caso oggetto di valutazione da parte degli abitanti del Comune, unici giudici dell’attività politica e amministrativa del Sindaco e della sua Giunta. Chiarito il quadro in cui ha preso le mosse il can-can mediatico, la vicenda presenta, tuttavia, aspetti più generali che meritano una riflessione – assai scivolosa – legata all’immagine stessa della Sardegna, scolpita, in tanta parte dell’immaginario collettivo, come la terra delle spiagge e del divertimento, meta estiva e agostana per eccellenza che è, incredibilmente, di fatto assente dall’orizzonte per il resto dell’anno. Quando Briatore, scandalizzato, denuncia che le barche ormeggiate in zona se ne sarebbero tutte andate perché il turista (quasi assumendone l’idea platonica) non resta “in un paese dove c’è il silenzio assoluto”, rivela chiaramente la concezione di turismo di cui egli è l’alfiere: il favoloso mondo di Flavio Briatore è la punta di diamante, potrebbe dirsi, di quel pezzo dell’industria del divertimento convulso che si limita a promuovere un mordi e fuggi, ritagliato nel tempo e nello spazio, che si muove nei non luoghi creati per un’offerta per la quale il reale interscambio con luoghi e persone semplicemente è un elemento non interessante. È bene chiarire che gli imprenditori del turismo in Sardegna non sono affatto tutti così: ci mancherebbe. Tuttavia, con tutto il rispetto dovuto alle attività di resort e locali esclusivi come il Billionaire, mete ambite di una ben specifica fetta di clientela, esse spesso comportano, in nome della celebrazione dell’uniformità dello svago, uguale in Gallura come a Montecarlo, la negazione di quella interlocuzione con il territorio che dovrebbe essere parte integrante di ogni viaggio, soprattutto in una terra incredibilmente ricca di bellezze naturali, di cultura e di varietà enogastronomica. È evidente che sono tante le dimensioni che incidono sull’industria del turismo in Sardegna, a partire dall’annosa questione della continuità territoriale con il resto d’Italia. Attenzione, tuttavia, a considerare le parole di volgare disprezzo per la città di Arzachena e per il suo territorio pronunciate da Briatore come una voce del sen fuggita: esse, al contrario, sono la chiara manifestazione di come viene interpretato l’assalto all’isola, le cui coste, per dirne una, sono da sempre nel mirino della speculazione edilizia. Sia chiaro: ognuno è libero di intraprendere investendo le proprie risorse dove e come vuole, così come ciascuno spende le proprie vacanze come preferisce, sborsando i propri denari a piacimento per il divertimento che predilige. Certo, sarebbe illuminante – e presuntuoso, lo riconosco – chiedere ai facoltosi ospiti del Billionaire se hanno mai camminato nella gola di Gorroppu, visitato un’azienda vinicola del Mandrolisai, passeggiato per Bosa sino al Castello o percorso il sentiero scosceso per giungere a Cala Luna. O, ancora, visitato il sito archeologico di Monte Prama. Insomma, la domanda da porsi, aldilà della malcreanza di Briatore, è se questo tipo di divertimentificio fatto di stagioni di trenta giorni sia, nel lungo periodo, di effettivo vantaggio per il tessuto economico e sociale sardo e per la promozione di quel che l’isola è in grado di offrire. Io credo di no. La qual cosa, ovviamente, conta quel che conta e non sposta di un millimetro la necessità di intervenire per consentire alla Sardegna tutta di poter sfruttare l’enorme potenziale a disposizione, d’estate come d’inverno. Perché la Sardegna farà anche divertire, fortunatamente: vivere quest’isola, tuttavia, è davvero un’altra cosa.

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Per un lavoro agile come leva per la trasformazione sostenibile delle nostre società

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Negli ultimi mesi, complice il lockdown forzato causa pandemia, si è fatto strada nel dibattito pubblico il tema del lavoro agile, o smart working: un’esperienza avanzata in molte realtà del settore privato ma ancora allo stato embrionale nella P.A., il lavoro agile è divenuto in poco tempo un argomento familiare per molti Italiani che, come spesso accade, si sono diligentemente divisi in fazioni pro o contro questa nuova formula di organizzazione del lavoro.

Smartworking come leva di cambiamento

L’obbligata permanenza in casa ha rappresentato un elemento esogeno e distorsivo delle modalità con cui gestire il lavoro non in presenza, comportando elementi di stress psicologico e aumento di carico di lavoro e cura, soprattutto per le donne, come ha evidenziato, fra gli altri, una recente ricerca del CNR. Tuttavia, al netto di un quadro di gravissima crisi sanitaria e socio-economica, i cui effetti stanno solo ora pienamente dispiegandosi, va colta l’opportunità di analizzare le diverse dimensioni di un fenomeno che sembra destinato a sopravvivere all’emergenza sanitaria. Molta della discussione sviluppatasi si è focalizzata sul contributo che lo smart working – che, è bene ricordarlo, non va ricondotto alla fattispecie del telelavoro – possa dare in termini di spinta al riorientamento al risultato della macchina pubblica: un regime integrato di presenza e remoto sembra condurre naturaliter alla maggiore autonomia e responsabilizzazione dei lavoratori e non lascia alibi alla dirigenza che deve mettere in campo doti organizzative e manageriali al fine di coordinare con efficacia le persone indipendentemente dalla loro presenza alla scrivania. È evidente che sono molti gli aspetti ancora da declinare, soprattutto nel settore pubblico, ma sembra potersi affermare con una certa ragionevolezza che l’elasticità propria dello strumento possa essere una leva efficace per il progressivo abbandono dell’ottica meramente formalista e adempimentale della PA Italiana.

Quale normalità?

Un aspetto ancora marginale sembra essere, tuttavia, quello legato alla sostenibilità e all’impulso trasformativo dell’adozione in pianta stabile di strategie di lavoro agile. Sono note le prese di posizione tese a richiedere di “rientrare in ufficio”: le parole del Sindaco di Milano Beppe Sala o del giuslavorista Pietro Ichino hanno dato voce alla necessità di dismettere lo smart working d’emergenza e tornare, per così dire, alla normalità. I motivi di questa decisa reazione sono molti e non esclusivamente relativi alla vulgata che i servizi ai cittadini subiscano impatti negativi in termini di qualità. La denuncia investe il crollo delle entrate della ristorazione, specialmente nelle grandi città come Roma, e la preoccupazione degli investitori immobiliari per la progressiva scomparsa dalle scrivanie dei travet pubblici e privati. Se a tutto ciò si aggiunge che, soprattutto per quel che riguarda il cosiddetto middle management, prende corpo una pressione per impiegare strumenti legati all’autorevolezza della gestione in luogo dell’autorità, non è difficile comprendere come lo scossone ancora in atto sia profondamente indigesto per molti. Ma, sarebbe da chiedersi, cos’è la normalità? E davvero si era tutti così soddisfatti della situazione ante Covid, tanto da ingranare bruscamente la retromarcia?

Quali riflessioni sul lungo periodo?

È del tutto assente dalla discussione pubblica più ampia una riflessione sul ruolo di un approccio di lungo periodo alla modifica dell’ottica para-fordista del lavoro nella trasformazione sostenibile della società e, in ultima battuta, nel miglioramento del livello di benessere comune, che rappresenta, come individuato nel rapporto annuale sul Benessere equo e sostenibile (BES), l’insieme degli aspetti che concorrono alla qualità della vita dei cittadini sulla base della multidimensionalità del benessere. Un primo aspetto è quello della conciliazione fra i tempi di vita privata e lavorativa: una volta scardinata la correlazione diretta fra output e presenza sul luogo di lavoro, prende piede un potente processo di destrutturazione della suddivisione del tempo che può avere effetti positivi sulle relazioni sociali e familiari. Come ha rilevato l’Istat, “il tempo del lavoro retribuito è un tempo obbligato che condiziona la vita delle persone, definendo per differenza l’ammontare del tempo di cui si può disporre liberamente per prendersi cura di sé, della propria famiglia”. Non solo: esso “condiziona la gestione dei tempi di vita degli occupati ma anche delle loro famiglie, poiché è nell’ambito familiare che avviene più spesso l’organizzazione e la negoziazione fra il tempo di lavoro e gli altri tempi della vita quotidiana”. Altrettanto importanti sono la possibilità di ricostruire un quotidiano in termini di tempo libero e di riaggiustamento di abitudini e stili di vita, influenzati, ad esempio, dagli spostamenti per recarsi al lavoro. Da questo punto di vista, è intuitivo che ridurre il volume di spostamenti ha conseguenze positive sia sulla qualità dell’ambiente urbano, sia sul benessere delle persone: sempre l’Istat ha rilevato (dati 2017) che tra gli occupati il 73,7% usa esclusivamente mezzi privati per i propri spostamenti, il 7,0% soltanto mezzi pubblici e il 4,1% mezzi sia pubblici sia privati, mentre sono aumentati i flussi diretti fuori dal comune di residenza, in particolare per chi deve raggiungere il luogo di lavoro. Perché, allora, non tentare di rappresentare una nuova visione della città, una città intelligente (una smart city) con robuste fondamenta di connessione digitale e che, come auspicato, “faccia da hub di una rete di luoghi/villaggi/borghi di dimensioni ridotte dove le attività intellettuali si possono svolgere usando le nuove tecnologie del digitale, lasciando al centro cittadino solo le funzioni politiche e di rappresentanza”?

La vera scommessa è reinterpretare l’organizzazione della società

Ipotesi fantasiose? Forse. Quel che, tuttavia, guadagna spazio è la scommessa di reinterpretare l’organizzazione stessa di una società: senza voler qui intavolare una discussione circa l’irrazionalità di taluni meccanismi indotti propri del sistema di produzione e consumo capitalistico, non va dimenticato che taluni modelli sociali ed economici dati per acquisiti sembrano attagliarsi solo a chi è in grado (per età, per condizione personale e occupazionale, per genere) di seguirli senza indugio, tagliando fuori chi non stia, invece, al passo, perché entità non produttiva. In materia di tutela e promozione dei diritti delle persone più fragili (persone con disabilità, anziani, minori, donne svantaggiate, migranti), questi sembrano, infatti, essere recepiti in un’ottica più riparativa che in un quadro di integrazione sistemica. Si colgono i segnali, fors’ancora deboli e sotto traccia, di una pacata tensione rivoluzionaria che si alimenta dal basso, proprio mentre grandi realtà globali come Google, Twitter e Facebook decidono di proseguire il lavoro da remoto anche a prescindere dagli strascichi della pandemia, tanto che quando l’emergenza sanitaria sarà finita, secondo la Harvard Business School un lavoratore su sei continuerà a lavorare da casa o in regime di co-working almeno due giorni a settimana. È probabilmente prematuro parlare di società post-Covid in cui la “telepresenza” sostituirà o si alternerà alla presenza fisica. O di nuove fughe dalle città che possano revitalizzare le aree interne del Paese, stimolando un riequilibrio città/campagna. O, addirittura, di southliving, un ritorno al Sud del Paese in cerca di condizioni materiali e di vita migliori grazie alle possibilità offerte dal lavoro agile. Quel che appare chiaro, in ogni caso, è che tornare indietro significherebbe, per buona parte del settore pubblico e privato del Paese, non aver tratto, in modo imperdonabile, nessun insegnamento da quanto accaduto.

Verso un cambiamento sostenibile

Ci si deve riferire, evidentemente, alle attività che possano essere svolte da remoto (che un recente approfondimento ha stimato riferibili, per il settore pubblico, a circa 500.000 individui e su cui sarebbe oltremodo auspicabile una puntuale riflessione), ma è evidente la diretta relazione con le più recenti riflessioni materia di sviluppo sostenibile e, in particolare, con alcuni degli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) individuati dalle Nazioni Unite nell’Agenda 2030. Si pensi all’obiettivo 3 in materia di salute e benessere per tutti ad ogni età, con particolare riferimento ai target in materia di riduzioni di morti e feriti per incidenti stradali e per inquinamento; all’obiettivo 5 in materia di eguaglianza di genere e empowerment delle donne e delle ragazze con particolare riferimento alle misure di conciliazione lavoro-famiglia; all’obiettivo 8 in materia di lavoro dignitoso e crescita economica; o, ancora, all’obiettivo 11 in materia di città e comunità sostenibili, con particolare riferimento ai target di urbanizzazione sostenibile, riduzione dell’impatto ambientale pro capite, collegamenti tra aree urbane e periferiche e rurali. Insomma, in un’estate che per molti è un periodo di workation (neologismo derivato dalla fusione di work e vacation), andrebbe colta l’occasione per avviare un ragionamento non partigiano che coinvolga la politica, l’impresa, la tecnocrazie, l’informazione e la società civile organizzata per compiere, assieme, uno sforzo di immaginazione, al di là del contingente e oltre le necessità e le tensioni dell’oggi, e tentare di concepire, sin da ora, come sviluppare le relazioni umane e lavorative nei prossimi decenni e magari riannodare l’idea del lavoro a una concezione più complessa della mera controprestazione in denaro.

È una disarticolazione lontana. Pericolosa, persino. Ma che può contribuire a superare la visione meccanicistica dell’homo eoconomicus e accettare, una volta per tutte, che le ragioni alla base dell’azione umana, anche in campo lavorativo, abbiano a che fare con motivazioni profonde e tese, perché no, alla elementare ricerca della felicità.

Pubblicato su TechEconomy2030

My dear Mr. Rampini

Federico-Rampini

Caro Rampini,

non è la prima volta che mi capita di scrivere qualche riga indirizzata a illustri opinionisti della carta stampata per ribattere ad esternazioni in materia di lavoro pubblico e PA: l’Italia, d’altronde, è il Paese dei 60 milioni di CT della Nazionale e di luminari del funzionamento delle amministrazioni pubbliche. In ogni caso, come sibilava Humphrey Bogart ne “L’ultima minaccia” (1952), è la stampa, bellezza: libero diritto di critica, conseguente ampio diritto di replica. It’s a free country, come usano dire dalle Sue parti. Spero vorrà allora seguirmi mentre dedico qualche minuto delle mie ferie a fare le pulci ad alcune delle dichiarazioni da Lei rese nel corso della trasmissione “Stasera Italia News”, in onda su Rete 4 lo scorso 3 agosto, che meritano, per diversi motivi, una qualche attenzione.

Veda, caro Rampini, poiché Lei ha parlato di “sabotatori della rinascita Italiana” (modello collaboratori dei nazifascisti, ad occhio e croce) e del “crollo della produttività, già bassissima, di tanti statali, di tanti pubblici dipendenti, che si sono fatti il lockdown a casa col cosiddetto smart working”, vorrei chiederLe conto dei dati e delle evidenze sui quali basa tali affermazioni. Immagino che, prima di sparare ad alzo zero sull’operato di così tante persone, si sarà attentamente documentato prima della trasmissione, consultando con pignoleria le analisi e le percentuali più aggiornate messe a disposizione da università e centri di ricerca pubblici e privati. La mia domanda, dunque, è: quali fonti ha consultato, esattamente? È in grado, egregio dottor Rampini, di citare un qualche studio che possa suffragare tali affermazioni così tranchant? Glisserei, per carità di Patria, sulla lamentata pretesa di spendere i mesi di confinamento a casa da parte dei dipendenti pubblici: probabilmente nelle lontane terre americane in cui Lei spende buona parte del suo tempo non è pervenuta la sconcertante notizia che un atto con forza di legge ha stabilito che, nei mesi di emergenza sanitaria, il lavoro agile fosse la modalità ordinaria di lavoro nella pubblica amministrazione. Non un ghiribizzo di qualche sfaccendato travet, dunque, ma una disposizione del Governo per arginare il diffondersi del contagio. Stranezze tutte italiane, forse.

Ma andiamo oltre. Ho molto poco burocraticamente inarcato un sopracciglio, scuotendomi dal mio usuale stato atarassico, nell’udire il prosieguo del Suo ragionamento, quando, a proposito di smart working (o lavoro intelligente, come da Lei prontamente tradotto), ha sostenuto che “questi (sic!) già non facevano un lavoro intelligente prima, hanno lavorato ancora meno, ancor peggio”, con “tanti di loro che hanno fatto delle vere e proprie ferie a casa”. Al netto del rischio di dover riconoscere delle corpose royalty a Pietro Ichino, che ha avuto modo di precederLa nella propalazione di una simile argomentazione, mi sono chiesto – con una buona dose di impudenza, lo ammetto – come facesse ad essere così dettagliatamente informato circa le modalità con cui centinaia di migliaia di lavoratori pubblici (e privati!) hanno impiegato le ore di lavoro a casa nei mesi del confinamento. La mia personale esperienza è stata oltremodo positiva, e di questo ringrazio chi lavora con me, ma forzatamente circoscritta alla mia cerchia esperienziale. Comprenderà, dunque, il mio sordo stupore nell’apprendere che, pur non vivendo in Italia, Lei ha, tuttavia, “raccolto le lamentele, i pianti, le urla di decine di amici” che sta incontrando nel Bel Paese “per il livello vergognoso cui è precipitata l’improduttività della pubblica amministrazione”. Provo, con una certa audacia, a tradurre: i Suoi venti o trenta (quaranta e lascio?) amici, povere anime ululanti al pari dei protagonisti di una tragedia shakespeariana, rappresentano, a Suo dire, un campione statistico a tutti gli effetti. All right, man.

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Imbarazzo a parte, arriviamo, tuttavia, al climax del Suo intervento. Mentre il dottor Carlo Cottarelli e la padrona di casa, Veronica Gentili, beatamente se la ridacchiavano, ecco l’affondo: “Il lockdown è diventato un alibi per un esercito di lazzaroni, a loro lo stipendio non glielo nega mai nessuno, mentre ci sono milioni di Italiani che in questo momento vivono in un’incertezza tragica. Quelli lì –“quelli lì”? – quando stanno a casa e non fanno un beato niente, lo stipendio lo incassano, quindi va bene cacciare il Presidente dell’INPS, ma poi occorre cacciare a fare pulizia di tutti i dirigenti e quadri che non sono capaci di far lavorare i loro collaboratori”. Caro Rampini, Lei può naturalmente sostenere tutto ed il contrario di tutto, quando e dove vuole. Tuttavia, quel che trovo stupefacente è l’aperto, gratuito disprezzo mostrato verso quelle lavoratrici e quei lavoratori del settore pubblico che, in condizioni difficili e molto spesso con mezzi propri, hanno assicurato la continuità amministrativa pur non potendo recarsi in ufficio. Un furore ideologico testimoniato da un linguaggio sprezzante e, cosa assai più grave, da casistiche da Bar dello Sport. Da inveterato burocrate, ho il brutto vizio di leggere le carte e formulare ipotesi attendibili prima di pronunciarmi: da un giornalista professionista mi aspetterei, parimenti, ragionamenti basati su dati e circostanze documentati, su cui costruire tesi, analizzare i problemi, offrire, se del caso, soluzioni. Urticanti magari, ma solide.

La PA Italiana è un paradiso? Ma niente affatto! I problemi sono molti e radicati, in larga parte derivanti dall’utilizzo spregiudicato che della macchina pubblica ha fatto nel tempo tanta parte della politica, ed è incombenza di tutti, in primis di chi ha responsabilità pubbliche e amministrative, rimboccarsi le maniche e fare di tutto perché, in ultima analisi, cittadini e imprese abbiano i servizi cui hanno diritto. Lei sostiene, peraltro, con fare sbrigativo, che si deve cacciare e fare pulizia dei dirigenti che non sono capaci di far lavorare gli altri: parole rozze, principio sacrosanto. Ma vorrà perdonarmi se nutro più di qualche dubbio sul fatto che tali decisioni vengano prese sulla base dei suoi personalissimi cahiers de doléances. In fondo, caro Rampini, fin qui nulla di nuovo. Molti dipendenti pubblici si saranno offesi o arrabbiati, ma Lei è solo buon ultimo in una lunga schiera di illustri professionisti nel nobile sport dell’insulto contro i lavoratori del settore pubblico. Alimentare odio sociale fa cassa, analizzare problemi complessi e imbastire soluzioni assai meno.

Quel che è assai singolare – imperdonabile, aggiungo – è che Lei, da osservatore internazionale di tante realtà avanzate, abbia clamorosamente mancato di cogliere, anche solo in parte, le potenzialità che questo imprevisto smart working d’emergenza ha esplicitato, permettendo finalmente di immaginare, al pari delle tante e consolidate realtà del settore privato in Italia e nel mondo, una diversa organizzazione del lavoro pubblico. Lei parla di “lazzaroni” (ce ne han dette di peggio, Le assicuro) chiudendo ostinatamente gli occhi di fronte al fatto che in tanti hanno apprezzato modalità nuove di lavoro che, se opportunamente sfruttate, possono rappresentare una delle leve per riorientare in profondità un bene comune indispensabile per il Paese come la nostra amministrazione pubblica. Inutile ripetere cose già dette: ognuno, Lei incluso, potrà documentarsi in merito. Sappia, tuttavia, my dear Mr. Rampini, che le chiacchiere hanno fatto il loro tempo: in molti, ed io per primo, hanno fiducia che si possa e si debba entrare in una agorà nuova per il settore pubblico, che dovrà scuotere alle radici prassi e schemi ormai desueti. Si aggiorni, se può. And so long!

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C’è del marcio in Regione Sicilia, mio buon Orazio?

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La vicenda, riportata dal Corriere della sera, che ha visto protagonista un dirigente della Regione Sicilia e la diatriba sulle ferie d’agosto, merita una seria riflessione, al di là dell’automatica indignazione o delle facili assoluzioni. Non ho naturalmente motivo per non prendere per buona l’urgenza, evidenziata dal collega, di chiudere i dossier relativi ai fondi europei (non ho visto le carte, quindi facciamoci bastare quanto riportato dai giornali), ma è inevitabile porsi qualche domanda. Sembra che sia stato chiesto ai dipendenti di posticipare (non mi pare si sia parlato di rinunce) le ferie estive per chiudere le pratiche urgenti, dato che – si evince da quanto riportato sui quotidiani – tali pratiche non sono state trattate nel periodo di lavoro da remoto forzato. La prima domanda, allora, è: come si è arrivati a questa strozzatura? La richiesta di ferie, dovute e garantite, viene stigmatizzata perché essere stati a casa renderebbe inutile il ristoro che le ferie comportano. Ma lavorare a casa o in ufficio non incide affatto sul diritto a godere di congedo ordinario. Anzi, come è spesso emerso, il lavoro ‘casalingo’ (o smart working d’emergenza) ha portato con sé superlavoro e carichi più gravosi per le donne. Dovrebbe allora dedursi che, secondo la denuncia, i dipendenti regionali di quel settore non abbiano lavorato nei mesi di confinamento, con la conseguenza della deflagrazione dell’urgenza conclamata lamentata sui quotidiani. Alt. Per quel che mi riguarda, e confortato dall’esperienza di molti colleghi, giudico l’esperienza emergenziale, al netto delle tragiche conseguenze, assai positiva: grazie al tanto lavoro portato avanti, ho personalmente avuto conferma che l’organizzazione del lavoro pubblico può essere rivoluzionata con benefici multipli e profondi (non ritorno su aspetti sui quali mi sono già intrattenuto a lungo). Ovviamente, fatta salva la responsabilità e piena disponibilità e capacità di adattamento mostrate dal personale (grazie!), la responsabilità ultima e finale di far marciare le cose, in pace e in guerra, cade in capo alla dirigenza: sono i/le dirigenti a dover gestire il flusso delle attività e, ove si creino ostacoli imprevisti, insormontabili o eccezionali, a doverlo segnalare e a tentare di trovare delle soluzioni. Ecco perché, mettendo nel cassetto la facile indignazione, occorre chiedersi cosa sia effettivamente successo. C’è chi non ha lavorato? Quanti? E perchè? E cosa è stato fatto, nel rispetto delle diverse disposizioni emanate dal Governo in questi mesi, per cambiare le cose? E se non è stato fatto nulla, perché? Si trattava di attività urgenti e indifferibili per le quali poteva prevedersi la presenza? E, in ogni caso, si trattava e si tratta di attività per le quali non era e non è possibile prevedere la gestione da remoto? Insomma, entriamo nel merito delle cose. Capisco sia molto più facile ricorrere alla pancia delle persone e che approfondire costi, inevitabilmente, tempo e fatica. Tuttavia, non ricorriamo alle facili correlazioni dipendenti pubblici tutti rubastipendi o lavoro agile vacanza casalinga. Non rubiamo il mestiere ai professionisti della semplificazione a tutti i costi ma cerchiamo di esser seri. Tutti. Nessuno escluso.

La nuova fase del lavoro agile nella PA

smart-working-coronavirusCon la conversione in legge del decreto-legge n. 34 del 2020 (“decreto rilancio”) e la pubblicazione, lo scorso 24 luglio, della Circolare n. 3/2020 a firma della Ministra Dadone, si apre una nuova fase del lavoro agile nel settore pubblico, archiviando la fase di emergenza acuta dovuta alla grave crisi epidemiologica da Covid-19. Se il decreto-legge n. 18 del 17 marzo (“decreto cura Italia”) aveva stabilito che, sino alla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica, il lavoro agile fosse la modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nella PA, il decreto rilancio (art. 263) ora richiede alle amministrazioni di adeguare la propria operatività alle esigenze dei cittadini e delle imprese connesse al graduale riavvio delle attività produttive e commerciali: a tal fine, fino al 31 dicembre 2020, i pubblici uffici organizzano il lavoro e l’erogazione dei servizi attraverso la flessibilità dell’orario, applicando il lavoro agile al 50 per cento del personale impiegato nelle attività che possono essere svolte in tale modalità. Cessa, inoltre, di avere effetto alla data del 15 settembre la disposizione per la quale veniva limitata la presenza del personale per assicurare esclusivamente le attività indifferibili e che richiedessero necessariamente la presenza sul luogo di lavoro, ponendo ufficialmente termine a quello che è stato definito smart working d’emergenza.

Per i restanti mesi dell’anno, dunque, un dipendente su due torna stabilmente in ufficio, attraverso un mix di flessibilità dell’orario e di lavoro agile e adeguandosi alle vigenti prescrizioni in materia di tutela della salute, posto che il termine dello stato di emergenza resta al momento fissato al prossimo 31 luglio. Le amministrazioni devono dunque prevedere il rientro in servizio anche del personale sinora non adibito a funzioni indifferibili ed urgenti, con l’obbligo di aggiornare la mappatura delle attività che, in base alla dimensione organizzativa e funzionale di ciascun ente, possano essere svolte in modalità agile, e ferma restando la possibilità di utilizzare strumenti informatici propri. Il tema della sicurezza e della salute dei dipendenti, resta fondamentale: deve darsi corso ad un processo di analisi e di individuazione di misure di gestione del rischio anche alla luce del Protocollo quadro per la prevenzione e la sicurezza dei dipendenti pubblici in ordine all’emergenza sanitaria, validato dal Comitato tecnico-scientifico e sottoscritto con le organizzazioni sindacali.

In questo nuovo quadro, si pongono obbligatoriamente alcune questioni che investono l’idea stessa di lavoro agile e che interessano l’evoluzione dell’organizzazione del lavoro pubblico. Quale sarà, ad esempio, il quantum del tempo che potrà essere dedicato, in questa fase di transizione, al lavoro agile? Pesa, infatti, il rischio di un’inconfessabile voglia di scrivania di quella parte della dirigenza che ha, da sempre, mal tollerato lo smart working, vittima della trappola cognitiva che porta a credere di dover avere a che fare con ulteriori adempimenti per trovare i compiti da affidare al collaboratore che non lavori in sede, e complice, per certuni, la difficoltà di aggiornare schemi organizzativi e culturali tayloristici ormai desueti e sostanzialmente non dissimili da quelli in voga nel XIX secolo. In altre parole, pur con la necessaria cautela che i dati epidemiologici consigliano e ferma l’opportunità che la distribuzione del personale assicuri un adeguato distanziamento interpersonale, non può essere la mera preoccupazione sanitaria a guidare la riorganizzazione sostanziale del lavoro negli uffici pubblici.

Diciamolo chiaramente: in assenza dei drammatici effetti della crisi sanitaria dei mesi scorsi, il lavoro agile sarebbe rimasto a galleggiare in una sempiterna fase sperimentale, limitandosi ad una giornata a settimana per il 10% dei dipendenti, misconosciuto nelle sue effettive potenzialità e vissuto come l’ennesima, fastidiosa gestione di carte. Occorre, invece, avere la capacità di slegare lo smart working dalla situazione contingente ed immaginare un’applicazione integrata allo scopo di modernizzare – rivoluzionare – la cultura amministrativa del Paese. Se le evidenze empiriche hanno mostrato che c’è stata una generale soddisfazione da parte dei dipendenti e che l’applicazione strategica del lavoro agile comporta un incremento della produttività dell’organizzazione, è necessario domandarsi se sia davvero importante fissare delle soglie percentuali di accesso. A tal proposito, il decreto rilancio prevede che entro il 31 gennaio di ogni anno si rediga il Piano organizzativo del lavoro agile (POLA), quale sezione del Piano della Performance, disponendo, per le pertinenti attività, che almeno il 60% dei dipendenti possa avvalersene e definendo le misure organizzative e formative, i requisiti tecnologici e gli strumenti di rilevazione e di verifica periodica dei risultati conseguiti. Sebbene l’ampiezza della percentuale a regime appaia certamente confortante, il rischio è che si tenda ad irregimentare un istituto che, per sua natura, abbisogna di un alto grado di elasticità, a seconda delle esigenze proprie della singola struttura, del singolo dipartimento, del singolo ufficio.

Non si vuole sostenere, naturalmente, che le PA debbano, da un giorno all’altro, dare il “liberi tutti” e non prevedere una cornice adeguata. La gradualità perseguita dalle recenti nome è, da questo punto di vista, apprezzabile: la percezione di essere sempre connessi e il possibile senso di isolamento dall’organizzazione di appartenenza sono esternalità che, nel quadro emergenziale, sono emerse con grande chiarezza, come è risultato evidente, in un recente studio promosso dal CNR, il rischio di limitazione di autonomia per le donne. Tuttavia, se è necessario far tesoro dell’esperienza emergenziale, è fondamentale che la leva principale sia quella organizzativa e culturale, indispensabile per scardinare l’approccio formalistico e adempimentale che ancor oggi è ancor troppo presente nella conduzione delle attività delle pubbliche amministrazioni. La maggiore responsabilizzazione dei dipendenti, l’emersione di un più marcato orientamento al risultato, lo sconvolgimento di quadri procedurali sino ad oggi apparentemente immodificabili segnano la strada da perseguire per cambiare nel profondo la mostra macchina pubblica.

Come ha acutamente osservato Guido Melis, non va temuta l’anarchia al potere: non si sopprimerebbe il centro di direzione lasciando il lavoro amministrativo senza testa, ma quel centro continuerebbe ad agire non tanto in termini gerarchico-burocratici ma come una sorta di motore centrale, una stazione di coordinamento collegata a una pluralità di stazioni decentrate. Non verrà dunque decretata, con tutta probabilità, la morte dell’ufficio, come titola un recente articolo de “L’Economist”, ma, ove ci si soffermi a ricordare che non più di un anno fa il dibattito era dominato dal tema delle impronte digitali per gli accessi, è facile apprezzare la vera e propria rivoluzione copernicana che in materia di PA potrebbe spiegare effetti dirompenti. Alzando lo sguardo, non è però difficile cogliere una malcelata sfiducia nei confronti della prospettiva di sfaldamento del dogma del lavoro in presenza, nel settore pubblico come in quello privato, per molti versi decisamente più avanzato. Come l’esortazione a tornare al lavoro del Sindaco di Milano Beppe Sala ha dimostrato, entrano in gioco due elementi: a) le implicazioni della possibile riorganizzazione della vita delle nostre città, incentrate sul pendolarismo casa-lavoro e su rilevanti interessi immobiliari e della ristorazione, settori a vario titolo colpiti dalla subitanea assenza dei lavoratori, pubblici e privati, a seguito dell’emergenza; e b) la messa in discussione della comfort zone di prassi e comportamenti ritenuti immodificabili e la correlata incertezza legata a un futuro inatteso le cui conseguenze non sono, al momento, valutabili con precisione.

Al di là di tutte le necessarie ed opportune considerazioni legate all’efficientamento del nostro sistema burocratico ed amministrativo, emerge infatti, di tutta evidenza, il timore dell’ignoto, del salto nel buio che comporterebbe ripensare in profondità il nostro quotidiano e, conseguentemente, il significato ultimo delle nostre azioni, dei nostri bisogni, delle nostre aspirazioni: è una prospettiva che, comprensibilmente, atterrisce coloro che non hanno interesse alcuno al cambiamento sociale. Non è un caso, in un simile contesto, che ritorni virale un intervento di Sergio Marchionne tenuto nel 2013 all’Università Bocconi di Milano in cui si stupiva del fatto che in Fiat ad agosto si fosse, inspiegabilmente, in ferie, in un momento di perdite per l’azienda. In termini profondamente diversi, l’allora Presidente dell’Uruguay José Mujica, nel suo memorabile discorso alla Conferenza ONU sullo sviluppo sostenibile del 2012, ricordava come lo sviluppo non possa essere contro la felicità umana ma a favore dell’amore della terra, delle relazioni umane, della cura per i figli, delle amicizie, della necessità di avere l’indispensabile. E, sostenendo che non si viene al mondo soltanto per svilupparci ma per cercare di essere felici (“Perché la vita è corta e se ne va”), poneva a tutti una domanda: “È questo il destino della vita umana?”. Ecco, al pari di Mujica, è forse arrivato il momento di porsi domande alte. Destabilizzanti, forse: ma necessarie. Esercitando senza pregiudizi la nobile arte del dubbio.

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Il complicato quadro delle politiche a favore delle persone con disabilità

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I recenti interventi del Governo, nel quadro delle iniziative di contrasto alla pandemia da Covid-19 e ai suoi perniciosi effetti sociali ed economici, hanno interessato anche il mondo della disabilità. Con il “decreto rilancio” sono state ad esempio aumentate le risorse del Fondo per le non autosufficienze, portato a 661 milioni di euro, una parte dei quali va a costituire un fondino per la vita indipendente, e del Fondo per il “Dopo di noi”, che arriva a 78 milioni. È stato, inoltre, istituito il “Fondo di sostegno per le strutture semiresidenziali per persone con disabilità” (che si va ad aggiungere al già esistente fondo di sostegno ai caregiver) e viene dato avvio al Reddito di Emergenza (REM), destinato ai nuclei familiari in condizioni di necessità economica in conseguenza dell’emergenza epidemiologica, compatibile con la presenza di componenti titolari dell’assegno ordinario di invalidità. Insomma, uno sforzo notevole che, come ha evidenziato l’Ufficio di Palazzo Chigi che si occupa delle politiche a favore delle persone con disabilità, ha capitalizzato complessivamente circa 805 milioni di euro.

Al netto dell’evidente importanza di tali provvedimenti, ci sono alcuni aspetti che, alzando lo sguardo verso un quadro generale più ampio, necessitano di analisi. Il primo attiene al proliferare di fondi dedicati alla disabilità che, di fatto, contribuiscono a settorializzare un quadro d’azione che dovrebbe, invece, puntare alla coerenza e alla piena interdipendenza degli interventi. La parcellizzazione in compartimenti, seppure con ormai stabili iniezioni monetarie, rischia di mettere in ombra, infatti, un approccio mainstreaming e trasversale che attiene alle politiche a favore delle persone con disabilità, che devono far leva, in maniera interconnessa, sui diversi “spezzoni” della vita quotidiana (dalla scuola, al lavoro, alla partecipazione sociale e politica) che mirino, tutti, alla finalità della piena inclusione nelle società. Il secondo aspetto investe il fatto che in materia di politiche sociali vige in Italia un federalismo di fatto, con la programmazione degli interventi costituzionalmente riservata alle regioni e l’istituzione dei livelli essenziali delle prestazioni rimessi in capo allo Stato. In assenza della puntuale definizione di questi ultimi, la gestione dei fondi nazionali a riparto è oggetto di contrattazione con le regioni, che li utilizzano secondo l’accordo con lo Stato e le esigenze e i bisogni a livello regionale e locale. Si tratta di uno snodo fondamentale: gestire e ripartire una pluralità di fondi spalmati su diciannove diversi sistemi regionali, con norme, prassi e sistemi informativi propri (non partecipano all’esercizio Trento e Bolzano), rende assai complicato attuare appieno quello che dovrebbe essere il compito fondamentale del livello nazionale, ovvero monitorare l’utilizzo delle risorse, valutarne l’efficacia in termini immediati e di impatto e intervenire, conseguentemente, sulle politiche di welfare sociale per aggiustare il tiro.

Questo elementare ciclo virtuoso soffre di impedimenti diversi: l’analisi spesso di natura formale e cartolare degli interventi e delle politiche portati avanti dalle regioni, la mancanza di figure con competenze specifiche nel campo della valutazione, la forte richiesta in termini di tempo e risorse del processo che si infrange contro le altre, giornaliere incombenze degli uffici. Inutile evidenziare che l’esercizio riveste particolare utilità sia a monte, per il decisore politico avveduto (nazionale o regionale) che può godere degli elementi informativi utili a intervenire in sede politica e legislativa, sia a valle, per gli effetti delle politiche sui destinatari. Al netto dei molti passi avanti compiuti negli ultimi dieci e più anni (si pensi all’evoluzione dinamica delle finalità del fondo non autosufficienze e alla adozione del Piano nazionale per la non autosufficienza nel 2019) e della attesa, recente istituzione di un Ufficio autonomo in materia di politiche a favore delle persone con disabilità a Palazzo Chigi con funzioni generali di coordinamento e a diretto servizio del Presidente del Consiglio dei ministri, il quadro generale sembra ancora poco ritagliato sulla prospettiva di sistema tesa all’obiettivo della piena inclusione delle persone con disabilità e troppo chino sui singoli interventi settoriali, tra i quali si fatica a cogliere un’effettiva interconnessione.

Incide, su questo grave deficit, la naturale ritrosia delle amministrazioni a cedere pezzi di sovranità e la correlata spinta delle autorità politiche a intestarsi iniziative e relative bandierine, magari a scapito di una seria, previa analisi di fattibilità. Una criticità alla quale solo parzialmente è riuscita ad ovviare l’ormai decennale attività dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità che, a fronte dell’adozione di ben due piani d’azione nazionali (2013 e 2017), ha sofferto della spinta centrifuga dei diversi attori pubblici che ne fanno parte. L’attenzione alle somme a disposizione per gli interventi a favore delle persone con disabilità non deve far dimenticare, in altre parole, che l’opportuno e necessario incremento dei fondi e l’indicazione di nuove, corrispondenti finalità: a) non obbligatoriamente si inseriscono in una programmazione condivisa che tenga conto di un approccio olistico e interistituzionale al tema, b) non sempre comportano un’analisi di impatto della regolamentazione ex ante ed ex post e c) non coincidono, necessariamente, con un aumento dell’articolazione e della qualità dei servizi a favore dei destinatari ultimi, soprattutto in un quadro territorialmente frastagliato dove la spesa sociale pro capite oscilla drammaticamente fra il nord e il sud del Paese. Con particolare riferimento a quest’ultimo punto, la rivendicazione della politica a stanziare somme, magari allocate su una pluralità di tavoli, è sembrata negli anni rispondere a pur giuste sollecitazioni e alle necessità del momento contingente ma senza contare su solide basi conoscitive o prospettiche di cambiamento del sistema, che storicamente ha visto la prevalenza dell’erogazione monetaria a scapito dello sviluppo di servizi.

Come recita l’introduzione del secondo Programma d’Azione biennale in materia di disabilità, elaborato dall’Osservatorio nazionale e adottato con D.P.R. 12 ottobre 2017, “garanzia di successo per il Programma d’Azione, dunque, non può che essere il lavoro di riduzione delle diseguaglianze territoriali che tanto incidono sulle opportunità di vita delle persone con disabilità e che, troppo spesso sono state invocate come ragione per ritardare, se non evitare, innovazione e cambiamento nel sistema di riconoscimento della disabilità, nell’organizzazione dei servizi in generale, nella realizzazione di politiche pienamente rispettose dei diritti delle persone con disabilità”. Ecco perché quanto messo a disposizione da Roma dovrebbe avere, in una relazione dialettica con le regioni, titolari della funzione di programmazione, e con i Comuni, enti erogatori dei servizi, una preminente funzione di leva di cambiamento sistemico e di omogeneizzazione dei servizi stessi, al fine di contrastare quelle diseguaglianze territoriali che conducono a inaccettabili disparità nelle opportunità per le persone con disabilità. Una leva che, certamente, sarà tanto più incisiva quanto più sarà attraente il tesoretto messo a disposizione. Si tratta, tuttavia, di un’azione che non comporta, di per sé, una correlazione diretta coi risultati desiderati, ma che richiede una costante attività di co-gestione con i livelli subnazionali, su base di leale collaborazione, che veda, da parte dell’Amministrazione centrale, un’azione strutturale di analisi e monitoraggio delle politiche che, anche sulla base delle indicazioni che provengano dalla riflessione dell’Osservatorio nazionale, sede naturale di interlocuzione fra tutti gli attori e stakeholder del settore, guidi e imprima impulso agli interventi in materia.

Perché il meccanismo funzioni, quindi, non è sufficiente provvedere a incrementare gli stanziamenti che portino, magari, a scelte di natura prevalentemente additiva o riparativa, ma che le scelte politiche, a tutti i livelli di governo, siano partecipate e sostenute da una solida azione di analisi dal centro. Altro fattore trasformativo resta, naturalmente, l’indispensabile committment politico: da questo punto di vista, aver ricondotto, grazie al decreto-legge n. 86 del 2018, la titolarità del coordinamento nazionale e la Presidenza dell’Osservatorio in capo alla figura del Presidente del Consiglio potrebbe certamente consolidare quelle condizioni politico-istituzionali necessarie a dar corpo trasversale agli interventi legislativi e di politiche che richiede la prospettiva della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006. In un clima reso complicato dall’emergenza epidemiologica, le carte sono sul tavolo: la partita entra ora nel vivo e sarà, senza dubbio, impegnativa.

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Se la disabilità viene ancora utilizzata come clava nella lotta politica

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È evidente: un consumato presenzialista e oculato manager di sé stesso e della propria immagine come Vittorio Sgarbi mira del tutto legittimamente ad apparire. E certamente calza a pennello per lui il celebre aforisma di Oscar Wilde secondo il quale “c’è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé”. Anche stavolta occorre, dunque, parlare di Vittorio Sgarbi: non per le sue recenti performance nell’aula di Montecitorio ma per quanto affermato nel corso della trasmissione “Stasera Italia speciale”, andata in onda venerdì 10 luglio su Retequattro. Nella discussione in studio si dibatte, fra le altre cose, del ruolo del Movimento 5 stelle e di chi siano in Italia dei veri leader politici e Sgarbi conclude un suo intervento chiedendo che i grillini “se ne vadano, liberino lo Stato dalla loro presenza ingiustificata. Non hanno un’ideologia, un principio, un’idea, una coerenza”, affermando che “perlomeno Salvini sta in posizioni regolari, di una politica che è fatta di scelte e orientamenti, e non di gente disorientata e disabile mentalmente come sono questi”. Non conta, meglio chiarirlo immediatamente, la diatriba politica: chiunque di noi è fortunatamente libero di sostenere qualunque leader, qualsiasi idea, il governo o la coalizione che più ritiene valida. Quel che è grave – anzi, gravissimo – che ancora una volta si utilizzi la condizione di disabilità come arma di lotta politica e di denigrazione dell’avversario, peraltro senza reazione alcuna da parte della conduttrice della trasmissione o degli altri presenti in studio e in collegamento. Si brandisce, in altre parole, la disabilità come strumento di svilimento dell’altro che è dichiarato, conseguentemente, incapace, inutile, non in grado di ricoprire il ruolo che, invece, riveste o aspira a rivestire. È il marchio dell’infermità, ancor più infamante se di natura intellettiva o mentale, perché titolo valido di espulsione dal consesso civile. Sono gli eterni fanciulli, la cui devianza minaccia di perturbare l’ordine sociale gestito dagli adulti che, al massimo, possono esercitare un paternalistico controllo. Sgarbi non è certamente solo in questo desolante deserto culturale e civile, preceduto, solo per citare alcuni esempi, dall’allora vice presidente del Senato della Repubblica Maurizio Gasparri che nel 2016, a margine della manifestazione del Family Day, dichiarava alla trasmissione “Le Iene” che non si trattasse certo dell’Handicappato Day. E dal direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, che, in una trasmissione televisiva, denunciava che si volessero trattare gli elettori del Movimento 5 Stelle come “mongoloidi”. Quello dello stigma avverso le persone con disabilità è una ingombrante presenza che, ancor oggi, le società contemporanee fanno fatica a contrastare, avendo tuttora incorporate le tossine del passato e dei precedenti regimi dell’eliminazione, dell’abbandono, della segregazione e della discriminazione, così come individuati dalla ricerca scientifica di settore. Inutile qui richiamare, a beneficio dei tonitruanti opinionisti della televisione e dei social media, che, sulla base della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006, la disabilità è una mera condizione umana determinata e definita dalle barriere, fisiche e culturali, che sono presenti nella società di appartenenza. O che, nella riflessione più avanzata del modello sociale della disabilità, quel che va posto al centro è la persona e i suoi diritti, che vanno protetti e promossi per garantirne la piena inclusione sociale, economica, lavorativa e politica, al pari degli altri cittadini: semplicemente non capirebbero. Ciò che conta è queste odiose derive vadano ogni volta e puntualmente evidenziate, richiamate, sottolineate e che non passi il ripugnante principio della spersonalizzazione delle persone con disabilità, cui deve essere invece garantita, come recita la nostra Costituzione, pari dignità sociale senza distinzione – fra l’altro – di condizioni personali e sociali. Se questo è il quadro, paradossalmente occorre dunque ringraziare l’on. Sgarbi che, con le sue parole, ricorda a tutti quanto sia ancora lunga la battaglia culturale per una società inclusiva. Ed è bene non dimenticarlo.

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