Si può e si deve criticare Greta Thunberg. Denigrarla no

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Durante la trasmissione di Radio 1 Rai “Un giorno da pecora”, Maria Giovanna Maglie, scrittrice e opinionista, ha detto che se Greta Thunberg, la sedicenne svedese diventata un simbolo delle proteste per il clima in tutto il mondo, non fosse malata (in quanto affetta da Sindrome di Asperger) la metterebbe sotto con la macchina. In seguito, ha dichiarato su Twitter che la sua era una battuta, pronunciata in una trasmissione di satira e scherzo e che “l’esercito del politically correct è sempre incinta”. Le parole della Maglie seguono di poco quelle della nota cantante Rita Pavone che, sempre su Twitter, aveva scritto che “quella bimba con le treccine” la metteva a disagio, paragonandola ad un personaggio da film horror. La Pavone ha dichiarato, poi, che non sapeva della condizione di Greta e che si dispiaceva di quel che aveva scritto. Una premessa: visto che non pare ci si trovi nel campo dello spirito o dell’arguzia, che dovrebbero suscitare divertimento o riso, qualche considerazione va fatta, foss’anche solo perché non ci si senta legittimati a poter dire tutto e il contrario di tutto senza affrontarne le conseguenze. Si potrà essere o meno d’accordo con la battaglia che Greta sta conducendo e considerarla futile, sciocca, infantile o, persino, sbagliata. Si può concordare o meno sulla esistenza degli impatti della sfrenata antropizzazione sull’ambiente, sebbene appaia difficile ignorare la necessità di assicurare uno sviluppo sostenibile al pianeta e alle generazioni che verranno. È, inoltre, legittimo considerare con sufficienza le ragazze e i ragazzi che hanno sentito l’esigenza di scendere nelle piazze per gridare al mondo di non perdere più tempo nella cura dell’ecosistema. Ci sta: esplicitare dissenso è la base dei nostri sistemi democratici. Sfugge, tuttavia, quale sia l’aspetto di critica nel dichiarare di voler investire una minorenne. Una minorenne con disabilità. Una minorenne con disabilità che lotta per le sue idee, forte di un ambiente circostante che, evidentemente, invece di emarginarla, la supporta e la incoraggia ad affermare con ogni mezzo le sue convinzioni. No, la battuta non fa ridere. E non perché le persone con disabilità non possano essere criticate: l’inclusione passa anche attraverso il poter non essere d’accordo con chi abbia una qualche forma di disabilità e che, anzi, non sia considerato un o una intoccabile per via della sua condizione. Non fa ridere perché la polemica si riduce a una forma di bullismo mediatico di cui i media e la rete, purtroppo, abbondano e che prevede, come regola costante, quella di individuare la condizione di disabilità come peccato originale e come forma di deminutio rispetto alla partecipazione alla vita quotidiana delle nostre comunità. La critica è tale se va di pari passo con il rispetto dell’interlocutore. Da questo punto di vista, è elemento assai rivelatore considerare Greta una malata, una persona non sana, a dimostrazione di come sia ancora fortemente radicata la convinzione che la disabilità si esaurisca nella malattia. Forse la Signora Maglie potrebbe sfogliare la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità che, all’articolo 1, dichiara lo scopo di “promuovere, proteggere e garantire il pieno ed uguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità” e “il rispetto per la loro intrinseca dignità”, precisando che “per persone con disabilità si intendono coloro che presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che in interazione con barriere di diversa natura possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri”. Ecco, finché permarranno barriere, fisiche come culturali, che ghettizzeranno le persone con disabilità in una situazione di eterna minorità, tutti noi saremo più poveri. Battute a parte.

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Elezioni europee e sistema Italia: piccolo vademecum

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Mancano ormai poco più di due mesi alle elezioni per il Parlamento europeo, che si annunciano tra le più significative – e combattute – degli ultimi anni. Sembra evidente, infatti, che attorno alle urne del vecchio continente si consumerà lo scontro fra il movimento sovranista, che intende allentare i vincoli dell’Ue per muoversi, piuttosto, in un’ottica intergovernativa, e i fautori della prosecuzione e del consolidamento del processo comunitario, sebbene riveduto e corretto. Aldilà del dibattito politico, nel quale, tuttavia, sarebbe bene che le due proposte alternative fossero esplicitate concretamente e nel dettaglio, accantonando gli slogan, appare importante che le elezioni siano affrontate nel modo migliore possibile dal Paese nel suo insieme. Proviamo a spiegare. Il contesto in cui a Bruxelles vengono negoziate e formate le diverse posizioni a livello comunitario è complesso e variegato. Entrano in gioco la Commissione, guardiana dei Trattati (pur con le sue quote nazionali), il Consiglio, in cui si rispecchiano i governi, e il Parlamento, oltre alle altre Istituzioni e alle tante lobby di diversa estrazione che gravitano nella capitale belga: partecipare efficacemente ad un simile processo richiede che la rappresentanza del Paese sia articolata e strutturata, con una presenza ed un lavorio che, come si usa dire, facciano sistema (si pensi, ad esempio, alla storica sottorappresentazione Italiana a livello di END, gli esperti nazionali distaccati) così da dar forza alle posizioni da portare avanti e, soprattutto, per dare e rafforzare l’immagine di un Paese che, sulle proprie proposte, riesce a muoversi con coerenza e continuità, giocando strategicamente tutte le proprie carte. In poche parole: il suo peso specifico e la sua autorevolezza. In questo quadro, uno degli anelli più delicati è, ovviamente, quello della scelta dei candidati al Parlamento europeo, in tempi non lontanissimi spesso visto come parcheggio di lusso in attesa di più prestigiosi incarichi nazionali. Oggi, fortunatamente, le cose sono in larga parte cambiate ma, quale summa di consigli non richiesti, tre sono gli aspetti che sarebbe cosa buona e giusta prendere in considerazione da parte delle forze politiche che si apprestano a presentare le liste per approdare a Bruxelles. Il primo, apparentemente banale, riguarda la conoscenza delle lingue. Se Inglese e Francese sono le lingue di lavoro dell’Unione (assieme al Tedesco, con più di qualche resistenza), la prima resta ad oggi la lingua veicolare per eccellenza e una conoscenza non superficiale è assolutamente richiesta. È noto che ai parlamentari è permesso esprimersi nella propria lingua madre in aula ma, sviluppandosi le vere discussioni fuori dall’emiciclo, essere in grado di interloquire efficacemente con alleati e avversari diviene fondamentale. Purché sia chiaro che se il livello è quello del genere “the pen is on the table” non ci siamo. Il secondo elemento investe l’adeguata familiarità col sistema comunitario. Essere a conoscenza dei ruoli, delle funzioni e delle competenze delle diverse Istituzioni è fondamentale per affrontare al meglio i diversi compiti che, come per il parlamentare nostrano, gravano sull’ufficio del membro dell’assemblea europea, tenendo conto che, come si sa, il processo legislativo comunitario differisce sensibilmente da quello classico in essere all’interno degli Stati membri, con Commissione, Consiglio e Parlamento che, a diverso titolo, vi partecipano. Qualche secchione in più non fa male, in questo caso, anche per non perder troppo tempo a farsi le ossa. L’ultimo consiglio attiene, infine, alla scelta di esclusività che deve necessariamente accompagnare il mandato di parlamentare europeo. Non si tratta solo di scegliere il seggio europeo come unica occupazione, dismettendo eventuali altri incarichi elettivi (pure ormai in un regime piuttosto severo di incompatibilità), ma di dedicarsi a tempo pieno al lavoro a Bruxelles, riservandovi le necessarie energie e non considerandolo come un’attività part-time di cui occuparsi qualche giorno al mese. Ha poco senso parlare di collegio di riferimento, in questo caso, e la regola principale da seguire è la seguente: avuta la bicicletta, si pedala. Questa lista non esaustiva non ha la pretesa di costituire il paniere dei requisiti per il patentino del perfetto europarlamentare, ovviamente. Sono elementi necessari ma non certamente sufficienti: in politica contano le idee e la convinzione di portarle avanti, oltre ai voti che si riescano a raggranellare. Pur tuttavia, essere in possesso di quelle indispensabili conoscenze e di quegli strumenti che permettano di far bene e al meglio il proprio lavoro quotidiano è parte di quel nucleo minimo di competenze che non dovrebbero mancare nella “cassetta degli attrezzi” di chi si appresti di essere protagonista del processo democratico europeo, ovunque esso possa dirigersi. Ne van di mezzo, alla fine dei giochi, la forza e la reputazione del Paese ed il suo interesse nazionale.

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La proposta Bongiorno sui test psicologici per i giudici: perché no?

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La ministra della Pubblica Amministrazione, Giulia Bongiorno, ha recentemente espresso la volontà di voler riformare il percorso di accesso alla magistraturaintroducendo dei test psicologici (o psicoattitudinali) per stabilire se l’aspirante giudice, oltre ad una adeguata preparazione giuridica, abbia quelle particolari qualità che sono connesse all’esercizio della professione. Il tema non è nuovo: già l’ex Presidente Cossiga, ed esempio, propose nel 2003, provocando durissime reazioni dell’allora Capo dello Stato Scalfaro, di sottoporre i candidati al concorso in magistratura ad un preventivo esame psichiatrico e psico-attitudinale, sostenendo, nella relazione al disegno di legge, che “l’esercizio delle funzioni di magistrato dell’ordine giudiziario, giudice e pubblico ministero incide così profondamente e talvolta irreversibilmente su i diritti della persona e sulla sua stessa vita psichico-fisica che particolare equilibrio mentale e specifiche attitudini psichiche debbono essere richieste per la assunzione della qualità di magistrato e per la permanenza nella carriera”. Siamo di fronte, insomma, a un sempreverde che riemerge periodicamente, scatenando le opposte tifoserie. Lasciando da parte partigianerie e pregiudizi, per sviluppare un ragionamento sul punto è opportuno soffermarsi brevemente sulle modalità di selezione degli aspiranti magistrati e, per estensione, di chi voglia ricoprire ruoli di alta amministrazione e direzione all’interno del sistema pubblico. Per il concorso in magistratura, bandito sulla base di linee programmatiche del Ministero di Giustizia, d’intesa con il Consiglio Superiore della Magistratura, sono previste tre prove scritte in diritto civile, diritto amministrativo e diritto penale, cui si aggiungono ben diciotto materie alla prova orale. Si tratta, come è evidente, di un concorso particolarmente difficile, per il quale è richiesta una approfondita e accurata preparazione giuridica. Allo stesso modo, il novero dei concorsi pubblici per accedere alle pubbliche amministrazioni segue sostanzialmente lo stesso schema di massima, aggiungendo molto spesso una prova preselettiva (che comprende anche test logico-attitudinali e matematici) e la conoscenza della lingua inglese. Tale schema prevede la conoscenza di un nucleo più o meno ampio di materie di riferimento (giuridiche, economiche o amministrativo-contabili) che sono pertinenti alle funzioni da svolgere. Si tratta, dunque, di una modalità di selezione prevalentemente basata sulla conoscenza delle nozioni indispensabili a svolgere determinati compiti, al netto di alcuni novità tese, come nel caso del concorso per dirigenti pubblici organizzato dalla Scuola Nazionale dell’Amministrazione, ad imprimere un carattere maggiormente pratico e manageriale alle prove. Il sapere tecnico è una componente indispensabile ed indefettibile di qualsiasi professione: è inimmaginabile – e preoccupante – un giudice che non padroneggi il diritto penale, un dirigente pubblico che non sappia impostare un decreto di pagamento, un funzionario pubblico che ignori le norme sul procedimento amministrativo. Il punto, tuttavia, è un altro: la perfetta conoscenza del proprio latinorum è sufficiente perché la donna o l’uomo che svolge quella determinata funzione lo faccia al meglio, garantendo, conseguentemente, l’interesse pubblico? La risposta è: molto probabilmente sì, ma non necessariamente e non sempre. Amministrare, ci dice il Devoto-Oli, significa curare enti, attività o beni in modo da garantirne l’efficienza ed il rendimento, ma anche distribuire con oculatezza: entrano in gioco, dunque, elementi che debbono aggiungersi ed integrare il patrimonio della conoscenza, soprattutto quando l’azione del singolo possa avere ripercussioni sostanziali sulla vita degli individui, come accade, con tutta evidenza, per il giudice e per il pubblico amministratore. La questione si riferisce, in altre parole, alle modalità attraverso le quali la conoscenza viene concretamente applicata. Non si tratta, va chiarito, di minare l’autorevolezza o la competenza di chicchessia. È ragionevole tuttavia, interrogarsi su come far sì che le indispensabili funzioni pubbliche professionali proprie di una democrazia siano implementate al meglio, a tutela del sistema come dei cittadini. Ed appare ispirato a comune buon senso l’auspicio che per tali funzioni sia opportuno (necessario, con tutta probabilità) possedere e coltivare doti di equilibrio e relazionali che vanno a completare la preparazione di settore. Chi conosce la dedizione dei tanti servitori dello Stato, uomini e donne, è consapevole che molti mettono quotidianamente in campo un ampio spettro di capacità personali, conoscenza dei dossier e attitudini proprie, affinate on the job. Ma è sempre così? E come fare perché non si affidi la cura delle questioni pubbliche alla ventura che qualcuno squaderni le giuste capacità? Esiste, evidentemente, il tema di come assicurare, per quanto umanamente possibile, che vengano selezionate le persone giuste e che tale selezione non venga costretta al profilo esclusivamente nozionistico proprio del concorso pubblico. Lo Stato, con tutte le sue pecche ed i suoi innumerevoli difetti, funziona: perché non percorrere strade che permettano di farlo funzionare al meglio? Empatia, capacità relazionali, equilibrio, dinamicità, immaginazione sono aspetti che, soprattutto in una società aperta, moderna e policentrica, non possono non essere presi in considerazione. Come, con quali strumenti e attraverso quali garanzie sono le vere sfide. Qui siamo in campo aperto e occorre affrontare la questione con la serietà che merita. Sta agli esperti e alla politica proporre e valutare, ascoltando i diretti interessati, avendo, tuttavia, ciascuno a cuore la migliore tutela del bene comune.

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LA PA? Una casa di vetro, non un peep show

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La Corte costituzionale ha posto la parola fine alla lunga querelle sulla disponibilità in rete dei dati patrimoniali dei dirigenti pubblici: con una recentissima sentenza la Corte ha, infatti, dichiarato costituzionalmente illegittima la disposizione che estendeva a tutti i dirigenti pubblici gli stessi obblighi di pubblicazione previsti per i titolari di incarichi politici, con particolare riferimento ai dati patrimoniali ricavabili dalla dichiarazione dei redditi e da apposite attestazioni sui diritti reali sui beni immobili e mobili iscritti in pubblici registri, sulle azioni di società e sulle quote di partecipazione a società, estendendo tale notizia anche ai beni posseduti dal coniuge non separato e ai parenti entro il secondo grado. Avverso tale obbligo avevano dato battaglia alcuni dirigenti del Garante per la Privacy e UNADIS, il sindacato nazionale dei dirigenti pubblici, contestando, in soldoni, che l’assunto non dichiarato della norma, introdotta nel quadro della attuazione del quadro FOIA (o accessibilità totale degli interna corporis della macchina pubblica), fosse quello che il burocrate è potenzialmente corrotto e che, conseguentemente, spettasse a lui dimostrare come ha avuto quella casa, ottenuto quella macchina, acquistato quel terreno. Mariuoli a prescindere. La logica che aveva spinto il Legislatore ad introdurre la noma contestata, mettendo sullo stesso piano politici e burocrati, era chiara: poiché l’impegno dichiarato è quello della lotta alla corruzione, il cui principale puntello è la trasparenza assoluta, occorreva che il cittadino sapesse, in qualsiasi momento, lo stato della situazione reddituale e patrimoniale di chi operasse, in determinate posizioni, per la macchina pubblica, verificando l’eventuale presenza di guadagni sproporzionati e potenzialmente illeciti rispetto alla retribuzione. Pure a dispetto del fatto che quei dati venivano e vengono comunicati annualmente dal singolo alla propria amministrazione, che li custodisce, pronti alla bisogna. Ebbene, aldilà dello spirito orwelliano che ha guidato gli ideatori della disposizione, si potrebbe obiettare, da chiunque sia dotato di senso comune, che il malversatore di turno ben difficilmente metterebbe a disposizione nel proprio 730 la Ferrari o il villone illecitamente acquisiti. Buon senso a parte, ci ha pensato la Corte a mettere in fila ben più solidi argomenti demolitori della norma, ritenendo, intanto, che la pubblicazione di quantità massicce di dati senza chiara distinzione tra ruolo, responsabilità e carica ricoperta dei dirigenti non agevola la trasparenza, anche a fini anticorruttivi, ma rischia, anzi, di generare “opacità per confusione” oltre che di stimolare forme di ricerca tendenti unicamente a soddisfare mere curiosità: voyeurismo di cittadinanza, insomma.

Il punto di partenza dei giudici è la manifesta irragionevolezza del bilanciamento operato dalla legge tra due diritti: la riservatezza dei dati personali da un lato, il libero accesso ai dati e alle informazioni detenuti dalle pubbliche amministrazioni da parte del cittadino dall’altro. Nell’estendere gli obblighi di pubblicazione dei dati patrimoniali alla totalità dei circa 140.000 dirigenti pubblici (e, se consenzienti, ai loro coniugi e parenti entro il secondo grado: moltiplichiamo, per difetto, per tre), il Parlamento ha così violato il principio di proporzionalità, di cui all’articolo 3 della Costituzione, non individuando una modalità che meno sacrifichi i due diritti a confronto. Se è vero, dice la Corte, che la strada da percorrere è quella della trasformazione della PA in una “casa di vetro”, l’accesso alle informazioni deve però essere legato all’esercizio di un controllo sul corretto perseguimento delle funzioni istituzionali e su un impiego virtuoso delle risorse pubbliche. In ciò risiede, infatti, la pubblicità dei compensi di qualsiasi natura connessi all’assunzione della carica nonché per le spese relative ai viaggi di servizio e alle missioni pagate con fondi pubblici, il cui obbligo di pubblicazione resta naturalmente in piedi. Ma il punto vero è un altro. La pubblicazione dei dati patrimoniali non può essere sempre giustificata, a differenza dagli incarichi di natura politica, dalla necessità di render conto ai cittadini di ogni aspetto della propria condizione economica e sociale allo scopo di mantenere saldo, durante il mandato, il rapporto di fiducia su cui si è formato il consenso popolare che ha condotto alla elezione. È questo l’argomento fondamentale della pronuncia della Consulta, dato che “i destinatari originari di questi obblighi di trasparenza sono titolari di incarichi che trovano la loro giustificazione ultima nel consenso popolare, ciò che spiega la ratio di tali obblighi: consentire ai cittadini di verificare se i componenti degli organi di rappresentanza politica e di governo di livello statale, regionale e locale, a partire dal momento dell’assunzione della carica, beneficino di incrementi reddituali e patrimoniali, anche per il tramite del coniuge o dei parenti stretti, e se tali incrementi siano coerenti rispetto alle remunerazioni percepite per i vari incarichi”. Insomma, una cosa è la politica, la cui legittimazione nasce dal voto, un’altra sono i dirigenti, burocrati di professione, che hanno superato un concorso pubblico.

Esiste, tuttavia, secondo la Corte, un livello di tutela minima delle esigenze di trasparenza amministrativa che impedisce che si proceda alla cancellazione sic et simpliciter della norma, la quale, invece, può applicarsi ai dirigenti apicali delle amministrazioni statali (direttori generali, segretari generali e capi dipartimento previsti dall’art. 19, co. 3 e 4, del decreto legislativo n. 165 del 2001), per i quali sono ragionevoli, per i giudici, gli obblighi di pubblicazione imposti dalla disposizione esaminata. Tali dirigenti apicali, infatti, non solo sono in numero notevolmente ridotto rispetto al totale dei dirigenti pubblici, ma sono titolari di compiti particolarmente significativi, oltre che di nomina sostanzialmente politica: si rende manifesta, dicono i giudici a tale proposito, lo svolgimento di attività di collegamento con gli organi di decisione politica, con i quali si presuppone l’esistenza di un rapporto fiduciario. Questa è la parte che meno convince della decisione, sia perché, per legge, la qualifica dirigenziale è unica, sebbene articolata, in due fasce, sia perché, essendo anche gli apicali dirigenti di ruolo, non si comprende, in principio, la loro esclusione dalla tutela della riservatezza. Colpisce anche l’assimilazione di segretari generali e capi dipartimento, soggetti a meccanismo di spolis system, coi dirigenti di prima fascia, che ne sono, invece, esclusi. Avrebbe avuto maggior rilievo, probabilmente, riservare tale eccezione ai soli apicali in quota esterna, di nomina politica per eccellenza, che la legge individua nel 10 per cento della dotazione organica: in quel caso, infatti, appare vieppiù determinante l’attrazione nella sfera della politica, trattandosi di scelta squisitamente intuitu personae rivolta a persona estranea alla pubblica amministrazione. Spetterà ora al Parlamento ridisegnare, individuando le opportune diversificazioni e per tutte le pubbliche amministrazioni, il quadro complessivo dei destinatari degli obblighi di trasparenza e delle modalità con cui questi devono essere attuati, nel rispetto del principio di proporzionalità che tuteli la riservatezza degli interessati. Qui, intanto, la conclusione è una, e una sola: ve l’avevamo detto.

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La PA e la riforma al contrario: che barba, che noia

Si riparte: il giorno di San Valentino è stato portato in Consiglio dei Ministri un disegno di legge delega al Governo per il miglioramento della pubblica amministrazione. I temi oggetto della delega, che investono in gran parte il ruolo e le funzioni della dirigenza pubblica (un sempreverde dell’azione riformatrice di ogni Governo), sono molti e rilevanti, e il testo del ddl, quando disponibile, meriterà un attento studio. Tra i diversi punti annunciati dal Ministro Bongiorno, tuttavia, uno appare sin d’ora di particolare rilevanza: “È importante riuscire a garantire una presenza maggiore dei dirigenti negli uffici”, ha spiegato il Ministro, osservando che “attualmente non è necessaria neppure una certa presenza: una cosa che deve essere rivista”. Qualcuno potrebbe osservare che la reprimenda sulla scarsa presenza dei dirigenti negli uffici sia ingenerosa, perlomeno alla luce delle diverse ricerche che mostrano che i manager Italiani abbiano, al contrario, la pessima abitudine di restare in ufficio assai più degli omologhi dei paesi del nord Europa, la cui performance amministrativa non pare essere oggetto di particolari critiche. E ci si potrebbe chiedere quali siano i dati da cui il Ministro abbia dedotto che i dirigenti pubblici si trattengano poche ore in ufficio. Ma la questione rileva sotto altri, ben più importanti aspetti.

La denuncia del Ministro, che intende rivedere la disciplina dell’orario di servizio dei dirigenti pubblici (i quali, en passant, non hanno un orario ma, per contratto, gestiscono il proprio tempo e il organizzano il proprio lavoro), appare totalmente in controtempo rispetto alla direzione verso cui la riflessione internazionale sull’organizzazione del lavoro pare muoversi. Proviamo a spiegare. Praticamente ovunque si discute di come conciliare, per i lavoratori, le esigenze familiari e della vita privata e quelle della propria professione, riconoscendo che le ore da dedicare alla sfera personale non solo sono importanti in quanto tali, ma costituiscono la premessa per una maggiore resa ed efficienza sul posto di lavoro. E non basta. Persino nella nostra arrugginita macchina pubblica si stanno moltiplicando le esperienze di smartworking, o lavoro agile, che tenta di dar corpo – lentamente, con fatica, per tentativi – a modalità di lavoro che prescindano dalla presenza fisica negli uffici, grazie all’utilizzo delle tecnologie informatiche di cui tutti facciamo uso e abuso ogni giorno. Lavorare in remoto, magari accedendo alle informazioni contenute nel cloud dell’amministrazione, è oggi alla portata di chiunque e consente, oltre a evidenti vantaggi in materia di conciliazione, risparmi in termini di tempo e di abbattimento di agenti inquinanti non dovendo recarsi sul luogo di lavoro. Eppure, mentre il settore privato là fuori corre in direzioni nuove, premiando creatività e apporto del singolo, sostenendo operatività che prescindano dallo spazio fisico delle quattro mura, il dibattito in Italia si avvita sulle impronte digitali per certificare la presenza e sulle ore di permanenza del dirigente in ufficio. Si battezza, insomma, quello che potremmo definire il dogma del neo-tornellismo. Non si riesce a lasciare alle spalle, nelle teste del decisore politico, la foto ingiallita della macchina pubblica sul modello di “Tempi moderni” di Chaplin: fordiana, alienante, in grisaglie, in cui il civil servant è una sorta di robottino la cui funzione è pigiare un tasto, senza porsi il problema per il quale un essere umano, pure in ceppi davanti a pile di faldoni, troverà sempre e comunque il modo di essere perfettamente inefficiente.

E ancora: il peccato originale del neo-tornellismo è quello di non comprendere, dulcis in fundo, che l’attività di un dirigente pubblico è, di per sé stessa, agile. Il compito del manager pubblico (in questo simile a quello del settore privato) è di gestire in maniera intelligente risorse umane, finanziare e strumentali e tentare di produrre un risultato. E questo solo in parte ha a che fare con la presenza fisica. Intendiamoci: il contatto ed il confronto con i propri collaboratori sono elementi essenziali per costruire spirito di squadra e starà ad ogni dirigente gestire, con il proprio personale stile di leadership, la struttura assegnata. Ma immaginare che per far questo lo si debba inchiavardare alla scrivania è lunare. La sfida è, in molti casi, l’esatto contrario: spingere la dirigenza ad abbandonare quelle scrivanie e confrontarsi di più col mondo esterno e con i tanti, tantissimi stakeholder che, tutti, vogliono qualcosa dalla pubblica amministrazione. La prima, vera riforma da fare è quella di liberarsi degli stereotipi che annebbiano la vista di chi, invece, dovrebbe vedere da qui a venti o trenta anni e immaginare come sarà la PA di domani. Tutti bravi dirigenti? No, affatto. Ci sono cattivi dirigenti come ci sono cattivi politici o cattivi imprenditori. Ma finché la riformite della politica Italiana sarà venata di un intento punitivo e non di accompagnamento e guida al cambiamento, non usciremo da un solco oramai da anni battuto da tutte le forze politiche. Che barba che noia, che noia che barba, Signora Ministro.

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La rotazione del cambiamento

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È stato annunciato sul sito del Ministero dello sviluppo economico che ben dieci direttori generali, dirigenti apicali a capo di strutture complesse e che coordinano altri dirigenti, sono stati “ruotati”. Per i non addetti ai lavori: nessuno dei direttori è stato confermato nella sua precedente posizione ma indirizzato al vertice di un’altra direzione generale, con un ingente giro di valzer che ha interessato i 2/3 delle strutture interne di uno dei ministeri più importanti dell’amministrazione centrale in Italia. Nel comunicato si legge che lo stesso Ministro ha preso la decisione “in nome di un cambiamento radicale nella gestione amministrativa e nell’azione del Ministero, al fine di assicurare un cambiamento anche nelle prassi” e che “entro giugno si procederà alla riorganizzazione totale del Ministero dello Sviluppo Economico, che prevederà anche l’accorpamento di alcune direzioni con risparmi per le casse dello Stato”. È facile comprendere che l’episodio colpisca poco l’immaginario dei media e delle opinioni pubbliche e che, al massimo, possa incontrare il favore di chi auspica, più che legittimamente, un rinnovamento nella PA e un risparmio nella spesa pubblica. Tuttavia, alcuni aspetti meritano di essere chiariti.

L’intenzione annunciata della rotazione è quella di introdurre un cambio radicale (quindi una vera e propria rivoluzione, sino alle radici) nella gestione del ministero e nelle prassi: si dedurrebbe, dunque, che la radicalità del cambiamento derivi da una attenta analisi che lo staff del Ministro ha condotto negli ultimi mesi, verificando che la gestione amministrativa, l’azione del ministero nel suo complesso e le prassi in essere non fossero efficienti ed efficaci alla luce degli obiettivi assegnati e al piano della performance del dicastero. In questo caso, i singoli direttori non avrebbero dimostrato, almeno nel periodo in cui il Governo è stato in carica da giugno a dicembre 2018, di essere sufficientemente in grado di gestire le questioni di loro competenza. Ebbene, se così fosse, occorre ricordare che il Ministro ha in mano una formidabile arma: quella della valutazione. Egli ben può, nell’apprezzare – con l’ausilio dell’Organismo Indipendente di Valutazione – la prestazione del singolo direttore generale per l’anno di riferimento, operare una valutazione negativa del suo operato, tramite una verifica legata alla “qualità del contributo assicurato alla performance generale della struttura, alle competenze professionali e manageriali dimostrate, nonché ai comportamenti organizzativi richiesti per il più efficace svolgimento delle funzioni assegnate” (art. 9, co.1, lett. c della legge 150 del 2009).

Va effettuata, in altre parole, una verifica di chi ha fatto cosa e, conseguentemente, valutare positivamente o negativamente la condotta del dirigente durante l’anno. Perché delle due, l’una: o il dirigente dottor o dottoressa Rossi ha fatto bene, e allora può essere confermato, previo interpello, nel posto richiesto; oppure ha gestito male e si applicano le tante, diverse sanzioni previste, inclusa “l’impossibilità di rinnovo dello stesso incarico dirigenziale” (art. 21, co. 1, del decreto legislativo n. 165 del 2001). Si dirà: la rotazione, indipendentemente dalla prestazione del dirigente, è istituto comunque salutare per evitare che ci si fossilizzi in una posizione per lungo tempo. È vero: ma la rotazione trova ragione nel contrasto al fenomeno della corruzione nella PA ed è regolata da norme specifiche, basandosi sulla attenta misurazione del rischio corruzione di ogni singolo ufficio. Sarebbe quindi auspicabile che si chiarisca se lo spostamento di ben 10 direttori sia dovuto a valutazioni non positive, a contrastare il rischio di corruzione o ad altro e su cosa si basi, concretamente, la necessità e l’urgenza di un cambiamento radicale nella gestione amministrativa e nelle prassi. Senza infingimenti: la questione non investe la capacità propria di ciascun dirigente. Tra costoro possono esserci bravi o meno bravi, adatti o meno adatti, come in ogni organizzazione complessa. Occorrerebbe, a tale proposito, esercitare con maggior coerenza e coraggio la delicata arte della valutazione, a tutti i livelli: le regole vanno applicate proprio per un razionale discernimento di chi meriti o meno e, soprattutto, per accompagnare il cambiamento organizzativo.

La seconda questione investe, invece, l’annunciato risparmio derivante da futuri accorpamenti di strutture dirigenziali. Chiariamo: ogni dicastero si articola in direzioni che trattano questioni specifiche, gestite poi, spacchettate, dai singoli uffici coordinati da dirigenti. Non sono disegni immutabili, naturalmente: cambiano le priorità, i bisogni, le esigenze e, come spesso accade, uffici, direzioni e dipartimenti – financo ministeri – vengono spostati, accorpati, eliminati o ingranditi a seconda della volontà politica del momento. Quello che è evidente, tuttavia, è che il processo di dimagrimento delle scrivanie, ormai strutturale, ha portato spesso ad un sovraccarico di funzioni che stressano gli uffici, talvolta costretti ad arronzare, dovendo fare i conti con vincoli di ricorse (umane e strumentali) e tempi sempre più ristretti. Grazie agli ormai famigerati tagli lineari, si è proceduto con l’accetta senza valutare con sguardo lungo a quali concrete esigenze di politica pubblica corrispondesse quell’ufficio o quel dipartimento. Annunciare, quindi, l’accorpamento di alcune direzioni (due? Tre? Quante?) deve far suonare il campanello d’allarme perché si proceda con una verifica attenta e puntuale di compiti, funzioni e relativi bisogni. Altrimenti lo sbandierato risparmio dello stipendio di un direttore cassato (magari solo pensionando) per ammassare più funzioni potrebbe, a cascata, ingarbugliare vieppiù l’operatività delle strutture e causare perdite per il sistema in termini di capacità di realizzare politiche a vantaggio dei cittadini: i celebri guadagni di Maria Carzetta, come ricordano, serafici, i romani.

L’apparato amministrativo è servente al Governo e, nel quadro delle disposizioni della Costituzione e della legge, ha il compito di dar corpo alle politiche dell’Esecutivo: non ci piove. E i problemi che affliggono la nostra macchina pubblica sono tanti e assai seri: repetita iuvantQuelle politiche, tuttavia, camminano grazie alle gambe della macchina pubblica, per il cui miglioramento la politica ha in mano leve efficaci: se l’intento, nel solco di un’abitudine oramai consolidata, è meramente punitivo e propagandistico, si farà poca strada e i risultati saranno scarsi, se non negativi. Il Paese non se lo merita.

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Lo scrutinio del Consiglio d’Europa: ecco perché serve all’Italia

Members of the Parliamentary Assembly of the Council of Europe take part in a debate on the functioning of democratic institutions in Turkey, in Strasbourg

Hanno fatto capolino sui media gli esiti del periodico monitoraggio che l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa di Strasburgo, organizzazione governativa che associa 47 paesi del continente, ha concluso sull’Italia. Il rapporto, curato dall’inglese conservatore Sir Roger Gale, riconosce che l’Italia sta rispettando, in via generale, le obbligazioni assunte verso il Consiglio, ma esprime una serie di raccomandazioni su alcuni punti critici, fra i quali, in particolare, il rispetto per gli standard umanitari per i migranti (il fenomeno migratorio colpisce in modo sproporzionato l’Italia, precisa il rapporto) e l’aumento dei discorsi d’odio (il cosiddetto hate speech) nel dibattito pubblico, con particolare riferimento a toni razzisti, xenofobici e anti LGBTI presenti anche nel discorso politico. Non si intende, al proposito, entrare nel merito dell’esercizio: l’Assemblea è organo eminentemente politico ed è comprensibile che le valutazioni espresse possano suscitare reazioni diverse, financo contrastanti. Alla luce delle aspre polemiche che sono seguite alla diffusione del rapporto, vanno, tuttavia, evidenziati alcuni aspetti che, sperabilmente, possono contribuire a chiarire le cose a favore di un dibattito maggiormente informato.

Partiamo dalla missione del Consiglio d’Europa. Tutti gli Stati che fanno parte dell’organizzazione, creata nel 1949 e di carattere schiettamente intergovernativo (non va confusa con l’Unione Europea), aderiscono automaticamente ai tre pilastri che costituiscono la ragion d’essere della sua azione: diritti umani, democrazia, Stato di diritto. Il Consiglio, che in questi ultimi anni vive difficoltà finanziarie a causa di alcuni dissidi di natura politica da parte di taluni Stati membri, rappresenta oggi, nel panorama internazionale, la roccaforte dei valori avanzati europei (basti ricordare, ad esempio, che i Paesi membri rifiutano la pena di morte) ed è un’arena privilegiata per discutere del loro avanzamento, in particolar modo attraverso convenzioni e raccomandazioni che prevedono meccanismi di monitoraggio. Si tratta, insomma, di un club con regole molto chiare a cui liberamente gli Stati aderiscono: tuttavia, tale adesione comporta obblighi che vanno rispettati e che tutti i membri sono tenuti ad adempiere.

Attenzione va riservata, poi, ai dati presentati nel rapporto e che costituiscono motivo di preoccupazione da parte dell’Assemblea. Si cita, ad esempio, l’OSCAD, l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri, che ha ricevuto, nel periodo preso in considerazione, circa 1200 segnalazioni di discorsi d’odio. Si ricorda, inoltre che, secondo l’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, le forze dell’ordine hanno registrato nel 2016 circa 800 atti d’odio (286 di matrice razzista, 204 contro persone con disabilità, 52 avverso Rom e Sinti e 38 sulla base dell’orientamento sessuale delle vittime). Se a questo si aggiunge la quotidiana presenza di casi assimilabili sui media Italiani, diventa assai difficile non prendere in seria considerazione l’emergere ed il consolidarsi di un clima di intolleranza che deve destare serissime preoccupazioni. Per quel che riguarda l’attuale politica Italiana circa il fenomeno migratorio e il ruolo delle organizzazioni non governative, che sta alimentando un rilevantissimo dibattito nel Paese, il rapporteur chiede all’Italia, nelle sue raccomandazioni finali, di assicurare che le norme in materia di migranti e rifugiati rispettino gli obblighi europei ed internazionali e garantiscano il rispetto delle libertà fondamentali: starà, dunque, al nostro Paese, agire di conseguenza e, ove opportuno, far valere le proprie ragioni in una discussione di natura politica in sede internazionale.

Queste poche precisazioni sono utili per rammentare come l’attività condotta dal Consiglio d’Europa, così come da parte delle altre organizzazioni internazionali e regionali di cui l’Italia fa parte, rappresenti una fondamentale occasione di approfondimento e confronto, sia interno che esterno. Da questo punto di vista, ha davvero poco senso mettere all’indice processi e posizioni che sono parte integrante dei meccanismi propri di tali organizzazioni e che, pur nella normale dialettica di natura politica che ne costituisce la base, poggiano su valori che non possono non essere considerati imprescindibili. Valori che, val la pena ricordarlo, sono scolpiti nella nostra Costituzione e che, dall’interazione con le realtà sovranazionali, possono trarre ulteriore vigore. Le organizzazioni internazionali non sono le detentrici delle Tavole della Legge, beninteso. E non è un mistero che l’interazione politica a livello internazionale è affare complesso che si snoda in un gioco di incastri ed equilibri che sfuggono ai non addetti ai lavori. Guai, tuttavia, a minare le basi dei valori supremi della civiltà europea perché quel tal giudizio espresso o quella posizione approvata semplicemente perché appaiono pregiudizievoli circa l’azione del governo pro-tempore, qualunque sia l’orientamento politico espresso. Uno Stato farà valere le proprie ragioni nelle sedi adeguate, lavorando con i propri rappresentanti all’interno di processi e percorsi condivisi per contestare o modificare le determinazioni che ritiene poco rispondenti ai fatti. Quando sono in gioco diritti umani, democrazia e Stato di diritto, non serve replicare a muso duro per dar prova di orgoglio nazionale o per un pur legittimo calcolo elettorale: il doppio rischio è quello di impoverire il dibattito pubblico e, prospettiva certo peggiore, svilire e depotenziare quei valori che occorre difendere giorno per giorno e che sarebbe un grave errore considerare come garantiti.

Pubblicato su Linkiesta

Il lupo nero perde il pelo, ma non il vizio

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Ci risiamo. Dopo l’occupazione delle spiagge di Ostia lo scorso agosto, quando una ventina di militanti di Casa Pound, guidati dal consigliere del X Municipio di Roma, Luca Marsella, avevano senza alcun titolo allontanato i venditori ambulanti, l’ormai celebre pattuglia in pettorina rossa si sposta alla stazione del trenino di Ostia Lido Centro, una zona, sostengono i “tartarugati”, ostaggio dei migranti. Traduco: appartenenti a una formazione politica che si ispira dichiaratamente a principi e valori riconducibili al fascismo sono liberi di girare in formazione paramilitare per allontanare, identificare o bloccare migranti sul territorio della Capitale d’Italia. Per di più, tali azioni avvengono alla luce del sole, liberamente diffuse – anzi, rivendicate – attraverso i social network, senza farsi mancare il solito frasario su benpensanti, buonisti e radical-chic della sinistra. No, nessun pericolo di nuovo avvento di un regime di stampo fascista in Italia: la democrazia del nostro Paese, benché giovane, possiede sufficienti anticorpi nelle Istituzioni, nella politica, nella società civile e nelle forze dell’ordine per non preoccuparci di un pericolo del genere. E a ciò contribuisce anche la storia dell’integrazione europea nel nostro continente che, fra tante difficoltà, ha garantito e dato forza al consolidamento dei principi democratici. La sfrontatezza di quanto accaduto a Ostia, tuttavia, ben esemplifica il fatto che, a fronte di un florilegio di piccoli e grandi episodi di intolleranza e di violenza, peraltro caratterizzata dall’armamentario verbale e simbolico fascista e neo-fascista, si stia verificando un allentamento dell’attenzione sociale su tali eventi. Il tutto, non va dimenticato, accompagnato da uno sdoganamento del linguaggio in rete che alimenta e allo stesso tempo trae linfa da questi fenomeni. E se Eco aveva profeticamente ragione nell’identificare un nuovo diritto di parola “a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività”, in quanto “venivano subito messi a tacere”, sarebbe stato forse difficile immaginare, solo fino a pochi anni fa, la spinta fondamentale e la sponda che i social media hanno offerto e offrono a forze dichiaratamente antidemocratiche. Non bisogna, tuttavia, cessare di replicare, con le parole della ragione, e ricordare, a proposito degli exploit di Casa Pound – è bizzarro che si debbano reiterare tali elementari concetti –, che il monopolio della forza spetta alle forze dell’ordine e a loro soltanto. Lo Stato di diritto dispone che l’ordine pubblico sia esclusivo compito di coloro i quali hanno il titolo, il compito, i mezzi e l’addestramento per garantirlo, per ciò richiedendo che i cittadini versino le tasse necessarie, fra l’altro, a tale scopo. E ciò avviene in un sistema di regole, che vanno rispettate a dispetto di ogni propaganda o di chi alzi la voce più degli altri. Sono le basi della democrazia, senza le quali ci ritroverebbe in un inferno hobbesiano o in un far west dove l’unica legge è quella del più forte. Spetta in primo luogo alla politica difendere valori che, val la pena ripeterlo, dovrebbero essere patrimonio e parte integrante della cultura di ogni partito, indipendentemente dal colore e dall’orientamento, lungo tutto l’arco costituzionale: si tratta dell’accordo di massima, il patto fondamentale su cui deve reggersi la dinamica della politica, dei partiti, dei movimenti. I quali possono dividersi su tutto e in tutto, anche in maniera aspra: starà ai cittadini farsi una propria opinione e separate il grano dal loglio. Su una cosa, però, non possono dividersi: sui valori fondamentali della Carta costituzionale. Repetita iuvant. Forse.

Pubblicato su Formiche