Di chi sono quelle manine sulle norme?

consiglioministri2011

Si spegne la polemica sulle norme approvate dal Governo lo scorso 13 aprile che, intervenendo sul Codice degli appalti, avrebbero depotenziato le funzioni dell’Autorità Nazionale Anti Corruzione guidata da Cantone. I maggiori quotidiani si sono esercitati sulla dimensione tutta politica della vicenda, cercando di identificare la “manina” che avrebbe sbianchettato il famigerato articolo 211 del Codice e gli eventuali mandanti. Aldilà della dietrologia da intrigo di Palazzo, tuttavia, il solo Luigi Ferrarella sul Corsera sembra aver colto un altro e non meno importante aspetto della questione, che attiene alla formazione delle norme e alla trasparenza del procedimento. È noto, infatti, che i testi approvati dai Governi non siano immediatamente disponibili, per svariati motivi ma sostanzialmente riconducibili alla formazione “in divenire” dei testi che, molto spesso, vengono approvati con la formula “salvo intese”. Ciò sta a significare che sono in corso ulteriori approfondimenti di natura tecnica che spostano in avanti la chiusura formale del testo. La vicenda ANAC ha, da questo punto di vista, scatenato la caccia al colpevole: un qualche ministro birichino o il solito, onnipotente burocrate? Partiamo intanto da un tema più generale, che è opportuno tenere presente: il boccino della legislazione è ormai in gran parte passato al Governo, in Italia come negli altri Paesi europei. Tra decreti-legge e decreti legislativi, questi ultimi basati su una delega del Parlamento, le Camere hanno in gran parte abdicato alla funzione che la Costituzione riserva loro all’articolo 70: alta complessità delle materie da normare, necessità – spesso ingigantita – di interventi in tempi rapidi e una ormai acclarata ipertrofia legislativa, da tutti denunciata ma assai praticata, sono alcuni dei motivi che hanno condotto ad uno stato di fatto su cui è oggettivamente molto difficile intervenire. Se a questo si aggiunge poi l’annoso problema della leggibilità degli atti legislativi, inversamente proporzionale alla natura tecnica degli stessi, il quadro non appare roseo. L’attività legislativa dell’Esecutivo poggia, ovviamente, sul lavoro dei tecnici e degli uffici legislativi dei ministeri, chiamati a dar corpo a input politico-parlamentari spesso in tempi assai brevi, con scambi vorticosi per e-mail dei testi destinati all’approvazione. Una modalità turbo, tanto da domandarsi attoniti come si lavorasse con altrettanta rapidità eoni fa, in assenza di computer e posta elettronica. Insomma, se questo è il contesto con cui, piaccia o non piaccia, si ha a che fare, non solo appare di poco interesse la ricerca della manina e del colpevole, ma diventa assai complicato costruire la tracciabilità delle norme che Ferrarella correttamente auspica. E, d’altronde, l’interlocuzione anche convulsa fra ministri e ministeri sta nelle cose e attiene alla necessaria libertà d’azione che pertiene ad una normazione complessa. Se appare difficile invertire la rotta in tempi brevi, esiste però, come sostenuto da molti osservatori a più riprese, una medicina efficace: il Consiglio dei Ministri approvi testi che, sia in sede di prima approvazione che in forma definitiva, siano resi disponibili a tutti in rete, in maniera trasparente. Raggiungere l’obiettivo comporterebbe, a ritroso, un lavorìo non da poco: come ha evidenziato Luigi Oliveri, “si procederebbe più a rilento, con maggiore fatica” e, tuttavia, “con quella ponderazione necessaria ad adottare atti redatti in modo completo, basati su valutazioni di impatto ben realizzate”. In parole povere meno norme, più chiare e per tutti. Roba forte, ragazzi.

Pubblicato su Linkiesta

Contrassegnato da tag , , ,

Maledetti burocrati a “Otto e mezzo”

Qui il video della puntata di “Otto e mezzo” su La7 in cui sono stato ospite di Lilli Gruber per parlare di burocrazia e dirigenza pubblica, assieme a Francesco Giavazzi e Valerio Onida. Grazie davvero a Gruber e alla sua squadra per l’invito e per la discussione: quando si parla di Pubblica Amministrazione la parola d’ordine è una sola: spiegare. O almeno provarci.

Ottoemezzo

Contrassegnato da tag , , ,

Patrimoni dei dirigenti pubblici: parla l’ANAC

immagine-anac-730x480

Si complicano i giochi per la pubblicazione dei dati patrimoniali dei dirigenti pubblici, che una recente norma, in ossequio ai principi del FOIA (il cosiddetto Freedom of Information Act, in materia di trasparenza), aveva reso obbligatoria, equiparando i grand commis ai politici. Dopo un ricorso al Tar da parte dei dirigenti del Garante della privacy, accolto con sospensiva, e quello di Unadis, il sindacato dei dirigenti pubblici, arriva la Delibera numero 382 del 12 aprile 2017 dell’ANAC. L’Autorità Nazionale Anticorruzione ha sospeso una sua precedente delibera sulla pubblicazione in attesa che la giustizia amministrativa definisca il giudizio nel merito o in attesa di un intervento legislativo chiarificatore da parte del Parlamento. Dopo il fuoco e fiamme di alcuni quotidiani sulla faccia di bronzo dei dirigenti, poco inclini a svelare le loro ricchezze e protettori di ladri e malviventi (ebbene sì, è stato detto anche questo), l’Autorità guidata da Raffaele Cantone, posta la necessità di evitare alle amministrazioni situazioni di incertezza sulla corretta applicazione delle norme, con conseguente significativo contenzioso, nonché disparità di trattamento fra dirigenti appartenenti ad amministrazioni diverse, ha messo un punto ed è andata a capo. Sia chiaro: l’ANAC non interviene sull’obbligo di legge circa la pubblicazione che, in quanto tale, va rispettato e può, ove ritenuto non conforme al quadro costituzionale, essere contestato nelle sedi giudiziarie. Si limita a fare un passo indietro circa le indicazioni operative in precedenza stabilite dato il quadro di incertezza generato da due giudizi in attesa di definizione davanti il giudice amministrativo.

Il punto del contendere è noto: un decreto del 2016, che sarebbe divenuto efficace proprio in questo periodo, stabiliva che venissero resi noti per i dirigenti pubblici, analogamente ai politici, i dati su proprietà immobiliari (case e terreni), beni mobili iscritti in pubblici registri (auto e moto), azioni e quote di partecipazioni a società, estendendo tale obbligo al coniuge e ai parenti entro il secondo grado. Insomma: obbligo di rendere pubblici con pubblicazione sui siti delle amministrazioni non solo i redditi, ma l’intero patrimonio del singolo dirigente e della sua famiglia. Un obbligo, è bene ricordarlo, già in vigore nei rapporti con le amministrazioni di appartenenza, che da anni detengono i dati in parola, disponibili per lo scrutinio delle competenti autorità in caso di bisogno. Non intendo ritornare sul fatto che in molti hanno baldanzosamente portato avanti una distorta concezione di trasparenza, che omaggia l’assunto che il burocrate sia potenzialmente corrotto e che spetti a lui dimostrare come ha avuto quella casa, quella macchina, quel terreno. Va detto, tuttavia, che la pronuncia dell’ANAC è importante perché segna il punto del funzionamento del sistema che, pur con tutti i nodi da risolvere in quanto a semplificazione e speditezza, non può e non deve conformarsi ai processi mediatici e alle condanne in rete. E funziona, aggiungo, a prescindere dalla rabbia dei cittadini, molto spesso più che comprensibile, che viene cavalcata ad arte e con pochi scrupoli da chi agita le acque seguendo le proprie personali agende. La pronuncia dell’Autorità Anticorruzione impone una pausa di riflessione: la cosa pubblica, a dispetto dei tanti Mr. Wolf nostrani, è complessa. A volte complicata, non c’è dubbio. Ma la sua gestione, così come la risoluzione delle controversie, richiedono passaggi codificati, senza crociate, social o meno. Si pronuncerà un giudice sul merito della questione, mentre saranno le amministrazioni a dover valutare come comportarsi nell’attesa del giudizio. O, come auspica l’ANAC, in attesa di un intervento legislativo che, magari, rimetta mano al peccato originale di aver voluto equiparare burocrazia e politica, assecondando la pancia in luogo della testa. Una riflessione di cui, ne sono certo, potranno trarre giovamento un po’ tutti, haters e crociati inclusi.

È lo Stato di Diritto, bellezza.

Pubblicato su Formiche

Contrassegnato da tag , , ,

L’agorà elettronica? Calma e gesso

AAEAAQAAAAAAAAyPAAAAJGE5NDA5ZjU1LWZlZjAtNGY3YS1hMDQ2LWRmZjMwMTgwMzdjMQ

Ha fatto notizia l’annuncio dell’assessora alla Roma Semplice, Flavia Marzano, sulla rivoluzione digitale che il Movimento 5 Stelle intende promuovere nella Capitale. L’idea è introdurre petizioni popolari on line con la possibilità di illustrarle in aula, l’abolizione del quorum di partecipazione per i referendum comunali con il voto elettronico e l’introduzione del bilancio partecipativo. Attraverso una modifica dello Statuto di Roma Capitale si vuole passare, come è stato sostenuto nella conferenza stampa di qualche giorno fa, da Mafia Capitale alla capitale della democrazia diretta. Come ha dichiarato la Sindaca Raggi sul blog di Beppe Grillo “la democrazia rappresentativa si sta destrutturando e stanno emergendo nuove forme di partecipazione popolare dal basso in tutto il mondo, anche per la difesa dei servizi pubblici locali. Devono essere i cittadini e le comunità locali a governare le città attraverso internet, utilizzando l’intelligenza collettiva. Il web sta rivoluzionando i rapporti esistenti tra cittadini ed istituzioni rendendo attuabile la democrazia diretta, così come applicata ad Atene e nell’antica Grecia”. Le risposte non si sono fatte attendere e, aldilà delle critiche delle opposizioni, Sabino Cassese dalle colonne del Corriere della Sera ha bocciato senza appello la proposta ricordando come Norberto Bobbio sostenesse che il cittadino totale, chiamato a partecipare dalla mattina alla sera alle decisioni della comunità, è non meno minaccioso dello Stato totale. Aldilà delle polemiche e delle schermaglie politiche, tuttavia, la rilevanza del tema richiede di capire meglio come si articolino le proposte grilline.

Per quel che riguarda il bilancio partecipativo, nulla quaestio: la costruzione del bilancio con una consultazione dal basso, mettendo in grado i cittadini di interagire e dialogare con le scelte delle Amministrazioni per modificarle e orientarle, è un’esperienza consolidata in vari paesi, Italia inclusa, e negli stessi municipi romani non sono mancate in anni passate esperienza di questo tipo. Per quel che riguarda l’introduzione di petizioni popolari elettroniche (le petizioni presentate in forma cartacea sono già previste dall’articolo 8 dello Statuto), difficile intravedere obiezioni, anche se l’utilizzo delle tecnologie informatiche per facilitare la presentazione di petizioni da parte dei cittadini potrà rivelarsi di una qualche utilità solo a fronte della capacità (e volontà) delle forze politiche di valutarle e dar loro eventualmente un seguito. Sembrano invece di maggior interesse le proposte tese ad introdurre il voto elettronico (e-voting) per i referendum locali, che si intendono inoltre caratterizzare per la eliminazione del quorum. Una tale modifica potrebbe consentire a gruppi organizzati di cittadini, ancorché poco numerosi, di tentare di incidere sul quadro legislativo locale senza la tagliola del quorum e, conseguentemente, portare alla valutazione della comunità territoriale un ventaglio potenzialmente amplissimo di proposte. Da questo punto di vista la proposta appare certamente legata all’idea di maggior democrazia nei processi decisionali, facendo sì che – potenzialmente – un ampio numero di questioni venga portata al giudizio dei cittadini. Alcune indispensabili cautele, tuttavia, vanno adoperate. Intanto sul voto elettronico che, sebbene molto utile in alcuni casi (si pensi, ad esempio, alle persone impossibilitate a recarsi ai seggi per invalidità, disabilità o malattia), mal si attaglia al profilo del dovere civico che il voto porta con sé, e che richiede un impegno in prima persona da parte del cittadino, che deve recarsi alle urne per compiere la propria scelta democratica. In questo senso numerose sono le osservazioni formulate dalla Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa. Per quel che concerne il referendum senza quorum, inoltre, se permette il dispiegarsi di una serie di istanze dal basso, presenta allo stesso tempo il rischio – potenziale, ma concreto – di intasare uffici comunali e cittadinanza in una consultazione perenne sulle questioni più varie, le quali possono oggettivamente rivestire un interesse trascurabile per la collettività. Da questo punto di vista è bene ricordare che la democrazia rappresentativa, con tutti i suoi difetti, ha il pregio di consentire di delegare le decisioni attraverso il voto, lasciando ai cittadini lo svolgimento delle loro faccende quotidiane. Questo, naturalmente, presenta lo svantaggio di poter alimentare la costruzione di consistenti sacche di potere e di rendere difficoltoso l’esercizio della “sovranità popolare” fra una scadenza elettorale e l’altra.

È il problema delle società complesse, lontane anni luce dalla agorà ateniese, dove gli uomini liberi (e solo loro) si riunivano per prendere assieme le decisioni delle cosa pubblica. La nostra è una società della poliarchia, come ricordava Dahl, e richiede indubbiamente per il singolo un grande sforzo per incidere sulle decisioni che in suo nome vengono prese nelle assemblee rappresentative, con o senza l’ausilio e l’intermediazione di forme partito. Non serve, dunque, dismettere con una semplice scrollata di spalle la proposta grillina che, in ogni caso, risponde ad un’esigenza concreta e su cui è opportuno si apra una discussione seria. Purché si ricordi sempre che in una società in cui il voto si eserciti con un click si realizzerebbe il più totalitario dei regimi, in cui varrebbe tutto ed il contrario di tutto, in un vortice decisionale (meglio, decisionista) che costituirebbe l’esatto opposto della democrazia, che, in ultima analisi, richiede ponderazione e tempi adeguati. Web o non web.

Pubblicato su Linkiesta

Contrassegnato da tag , , ,

Pubblica amministrazione a rischio epic fail?

burocrazia-3

Un recente articolo di Francesco Verbaro, ex capo del personale in Funzione Pubblica ed ex Segretario Generale del Ministero del Lavoro, ha posto l’accento su un punto che da troppo tempo osservatori ed analisti trascurano quando si parla della – sempiterna – riforma della pubblica amministrazione: chi vogliamo e per fare cosa? Sono due i problemi che si intersecano e creano effetti perversi, autoalimentandosi. Da un lato, il progressivo e inarrestabile invecchiamento dei dipendenti (solo il 2,7% dei lavoratori pubblici ha meno di 30 anni), reso ancora più drammatico dal blocco delle assunzioni, tuttora percepito quale dogma assoluto in omaggio ai sacerdoti della spending review, sebbene il totale dei dipendenti della PA Italiana sia in diminuzione da anni e perfettamente in linea coi numeri di Francia, Germania o Regno Unito. Dall’altro, il fatto che storicamente il reclutamento per le pubbliche amministrazioni in Italia ha seguito e segue ancor oggi schemi antiquati. Come ricorda Verbaro, “le competenze del personale sono spesso obsolete, per la mancanza di veri piani di riqualificazione e formazione e per la presenza di una percentuale elevata di dipendenti non laureati o comunque con titoli di studio non adeguati. Nessuno parla oggi dei profili e delle competenze delle risorse umane. Ragioniamo solo su quantità e sui costi. In nessuna azienda moderna si farebbe così”.

Un’analisi spietata che, tuttavia, serve ad evidenziare come l’approccio al tema riforma della PA sia ancora di tipo essenzialmente fordista, un tanto al chilo. Nell’immaginario collettivo del Paese è vivo e scalcia il ritratto fantozziano del lavoratore pubblico, un timbro in mano ed una biro nell’altra, la cui unica occupazione è fare ammuina, far girare le carte. Intendiamoci, c’è ancora molto di vero in questo, anche se firma digitale e pec hanno fatto ormai il loro ingresso nella vita del burocrate. Rimane, tuttavia, un’amministrazione pubblica fordista, nelle teste della politica come in quelle della burocrazia, nella lente prevalentemente contabile amministrativa attraverso la quale vengono processati i problemi. La costruzione formalista dei profili dei lavoratori pesa in maniera sproporzionata rispetto alle competenze che sono oggi richieste per competere con l’esterno. Non si tratta, per esser chiari, di riproporre il modello aziendalista per le pubbliche amministrazioni, oramai stantio, ma di rendere la PA interlocutore sempre più affidabile e competente per tutti coloro che con la PA devono o vogliono avere a che fare. C’è un mondo che là fuori corre e che è in continua e velocissima evoluzione. Serve uno sforzo di visione per immaginare una macchina pubblica che, pure nell’imprescindibile rispetto delle regole, corra e non rincorra. Ricorda Verbaro che nei prossimi dieci anni andranno in pensione un milione di dipendenti pubblici: quasi un terzo della forza lavoro delle amministrazioni. È un dato che farà felici i sostenitori di uno Stato leggero ma che, in mancanza di un’attenta pianificazione che accompagni i cambiamenti in essere, segnerà l’inevitabile declino della nostra burocrazia. Qualsiasi organizzazione si basa su un elemento indefettibile: il capitale umano. Se continueremo ad interpretare questa ricchezza solo a peso, senza riflettere su quali linee strategiche investire e, conseguentemente, di quali competenze e di quali profili la PA ha effettivamente bisogno, rischiamo di continuare a perdere posizioni con gli altri Paesi, sia nell’Ue che nel mercato globale. Un epic fail che verrà pagato salato dai cittadini Italiani.

Pubblicato su Formiche

Contrassegnato da tag ,

Dirigenti pubblici, mariuoli a prescindere

6a00d8341bf67c53ef014e6008bc8c970c-800wi-620x300

Ci risiamo, i soliti dirigenti che si nascondono dalla luce dei riflettori e che tramano nelle segrete stanze, stavolta avverso il sacro totem della trasparenza! Dopo la recente pronuncia del TAR del Lazio che ha bloccato la pubblicazione di alcuni dati relativi ai patrimoni dei dirigenti in servizio presso il Garante della Privacy, si levano le critiche contro i burocrati che remano contro e, come tanti piccoli Scrooge, chiudono a chiave le loro privatissime casseforti. Prima di dare inizio ai roghi, proviamo però a fare un po’ d’ordine. Partiamo col ricordare che un decreto del Governo dello scorso anno, nel modificare una norma del 2013 sulla trasparenza totale (il cosiddetto FOIA, Freedom of Information Act), ha aggiunto una serie di notizie che i dirigenti pubblici vengono obbligati a fornire e pubblicare. E’ noto che da anni sono consultabili sui siti istituzionali delle amministrazioni le retribuzioni e gli emolumenti di dirigenti, cosa sacrosanta e in tempi non sospetti caldeggiata dalla Associazione dei dirigenti ex allievi della Scuola Nazionale di Amministrazione. Ora, tuttavia, si chiede che – analogamente ai politici – vengano pubblicati i dati su proprietà immobiliari (case e terreni), beni mobili iscritti in pubblici registri (auto e moto), azioni e quote di partecipazioni a società, estendendo tale obbligo al coniuge e ai parenti entro il secondo grado. Traduco: non ci si limita ai redditi, ma si rende pubblico il patrimonio del singolo dirigente e della sua famiglia. Senza far cenno alla costruzione astrusa della norma, che fa addirittura riferimento alle spese sostenute per la campagna elettorale (operando un richiamo agli eletti senza un minimo di aggiustamenti), e mentre il sindacato Unadis annuncia una battaglia legale avverso questi ulteriori obblighi, partono gli strali contro i mandarini, utilizzando un argomento apparentemente efficace ma, a mio parere, devastante: chi ricopre incarichi pubblici deve far sapere non solo quanto guadagna ma anche a quanto ammonta il proprio patrimonio perché, in caso di possibili arricchimenti non confacenti ai suoi introiti, si potrebbero configurare casi di corruzione. Ebbene, pongo una serie di obiezioni. La prima: il dirigente non è un politico, ha vinto un concorso pubblico ed è sottoposto ad una interminabile lista di controlli di carattere amministrativo, penale, contabile, organizzativo e chi più ne ha più ne metta. La seconda: far passare una tesi del genere significa dare come assunto il fatto che il burocrate è potenzialmente corrotto e che spetti a lui dimostrare come ha avuto quella casa, ottenuto quella macchina, acquistato quel terreno. Mariuoli a prescindere, avrebbe detto qualcuno. E nel Paese in cui la seconda casa e le proprietà familiari sono dei feticci, sembra un vero cortocircuito logico. La terza, infine: è davvero necessario ingolosire eventuali malintenzionati che potrebbero farsi i conti in tasca e pensare a facili e immediati guadagni grazie alla pubblica ostensione dei patrimoni di un cittadino? Aggiungo un elemento, a scanso di equivoci. Le informazioni patrimoniali sui cui si sta scatenando la zuffa sono in realtà già fornite dai dirigenti da anni: periodicamente, infatti, si dà contro dei propri beni mobili ed immobili e tali informazioni vengono custodite dalle amministrazioni in caso di richieste di controlli o verifiche da parte delle competenti autorità. Ora, è ben comprensibile che dare addosso al dirigente pubblico sia ormai uno sport nazionale e che troppo spesso l’utilizzo preventivo della materia grigia sia esercizio faticoso, soprattutto nell’era dei social network. Ma se persino l’ANAC, che dubito essere un covo di pericolosi complottisti, ha espresso in ben due occasioni fortissimi dubbi su una tale estensione degli obblighi informativi, probabilmente qualcosa che non quadra c’è. Se, tuttavia, la scelta è quella di promuovere il consolidamento di una società di guardoni, invocherei, almeno, un equo trattamento. Vogliamo mettere sul piatto i patrimoni dei dirigenti pubblici e delle loro famiglie (e persino dei funzionari incaricati di posizioni organizzative)? Bene. Si faccia allora altrettanto per gli avvocati, i medici, i commercialisti, i parrucchieri, i giornalisti, i bancari e i maghi della finanza, i macellai e i salumieri, gli accademici e i magistrati, gli ambulanti e i palazzinari, i calciatori e gli antiquari. Se lo scopo è quello della prevenzione della corruzione, si sollevi il velo su tutte le componenti della società. Personalmente, il tutto suona un po’ orwelliano, con una visione sinistra delle nostre comunità. Siamo davvero sicuri di volerci incamminare su questa strada?

Pubblicato su Linkiesta

Contrassegnato da tag , , ,

Il burocrate, Mazzarino d’Italia

bureaucrat-12521068-2

In un recente articolo sul Corriere della Sera Angelo Panebianco ha recensito il volume “I Signori del tempo perso”, di Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri, i quali indagano sulle cause delle inefficienze burocratiche in Italia e sui possibili rimedi. In attesa di leggere il libro, che si annuncia di sicuro interesse, rilevano le riflessioni di Panebianco sul quadro della macchina dello Stato. Egli è uomo di rara cultura ed esperienza, con una produzione accademica sterminata, e le sue osservazioni non vanno prese sottogamba. Tuttavia, a me pare che si muova, pur nella necessaria sintesi giornalistica, con assunti che molto sanno di dogmatico. Inutile negare le tante patologie della nostra burocrazia: a testimoniare i problemi seri che affliggono le nostre amministrazioni basterebbero i continui scandali dei furbetti del cartellino, sintomo di un profondo corto circuito burocratico. Non sono però d’accordo con Panebianco quando, ad esempio, dipinge una politica debole nelle mani della burocrazia che fa e disfa: è certamente vero che la politica, per note ragioni storico-politiche, attraversa oggi una crisi che pare inarrestabile, ma sembra un azzardo descriverla come inerme preda dei satrapi statali, moderni Mazzarino. Sembra invece evidente che molta politica – mai generalizzare – abbia a cuore quasi esclusivamente il proprio particulare utilizzando in maniera assai spregiudicata le amministrazioni pubbliche, lì trovando spesso, purtroppo, chi è più che disposto ad accompagnarsi amorevolmente con essa. Un altro aspetto che mi vede in disaccordo con l’analisi di Panebianco è quello circa il fallimento della riforma Madia sulla dirigenza pubblica, che si dice essere stata “fermata da un fuoco di sbarramento che ha coinvolto i potentissimi Capi di Gabinetto, i veri reggitori dello Stato, molto più importanti dei ministri”. Osservo, sul punto, che la riforma è stata bloccata dalla Corte Costituzionale per aspetti apparentemente formali ma di sostanza, dopo che il Consiglio di Stato, pur dando luce verde, aveva messo in fila un impressionante numero di critiche. E aggiungo che se è vero che la dirigenza si è mobilitata contro gli aspetti più critici della riforma, i capi di gabinetto non sono dirigenti pubblici, ma fiduciari dei ministri, da questi cercati e corteggiati, in gran parte provenienti dalle magistrature amministrative e, più recentemente, dalle tecnocrazie delle aule parlamentari. Aldilà di tali obiezioni, non posso non contestare l’assertività di affermazioni quali “il paese è finito in mano a una burocrazia al tempo stesso irriformabile e inefficiente” o che burocrati e giudici continuano, “impuniti, impunibili, inattaccabili, a mal amministrare come sempre hanno fatto”. Si tratta di assunti di fede che i tanti impiegati, funzionari e dirigenti pubblici che fanno il proprio dovere in condizioni spesso complicate hanno il dovere di rimandare al mittente. Ci ridurremmo, altrimenti, agli strali da bar dello sport, accanto ai professori universitari tutti baroni, agli imprenditori tutti corrotti e ai giornalisti tutti prezzolati. Serve una riforma? Sì, serve disperatamente, e molte parti della Madia erano certamente utili. E serve, come osserva l’Autore dell’articolo, ricordando quanto illustrato da Giavazzi e Barbieri, per combattere la corruzione, ridurre l’ipertrofia della regolazione burocratica e, in ultima analisi, rendere migliore la vita dei cittadini. Serve, allo stesso modo, una politica che, interpretando le esigenze degli Italiani, metta mano con giudizio nelle piaghe degli uffici pubblici Italiani, ricordando sempre che i pubblici dipendenti sono al servizio della Nazione, innanzitutto. Il Professor Panebianco sa bene che la burocrazia è necessaria, nello Stato come nelle organizzazioni private. Si tratta, naturalmente, di renderla un ausilio all’organizzazione e ai suoi utenti piuttosto che un ostacolo, e non c’è dubbio che fette di Stato percepiscano la loro esistenza come diritto che prevale sui servizi da erogare alla collettività. Sparare a palle incatenate contro la PA eccita, si sa. Ma serve a poco. E ha stancato, francamente. Lo Stato è roba di noi cittadini, in fondo. Non facciamo i Tafazzi.

Pubblicato su Formiche

Contrassegnato da tag , ,

Furbetti del cartellino: repetita iuvant

download

Il caso rilanciato dai quotidiani sul nugolo di furbetti nell’ospedale napoletano Loreto Mare ha davvero del clamoroso: 94 indagati e 55 arresti con video ripresi dai Carabinieri che lasciano esterrefatti. Poco da dire, se i fatti venissero provati – e a vedere certe immagini si stenta a credere che non lo saranno – costoro vanno perseguiti penalmente per truffa allo Stato. E immediatamente, per i casi conclamati, si avviino i necessari procedimenti disciplinari, indipendentemente dalle decisioni della magistratura. La bella impresa, peraltro, sale agli onori delle cronache lo stesso giorno dell’annuncio del Governo circa l’approvazione, in via preliminare, del decreto di riforma del testo unico del pubblico impiego, che contiene, fra l’altro, l’introduzione di disposizioni in materia di responsabilità disciplinare dei pubblici dipendenti, finalizzate ad accelerare e rendere concreta e certa nei tempi l’azione disciplinare. Insomma, le famose norme contro i furbetti del cartellino. Tempismo perfetto! Su fattacci del genere molto è stato già detto, e mi scuso se ripeterò riflessioni fatte in altre occasioni, ma repetita iuvant (forse). Inutile criticare l’azione del Governo, che pure, come osservato da taluni, potrebbe sul punto presentare alcune pecche in termini di funzionamento ed efficacia concreta. A fronte dei tanti, troppi episodi di malcostume, un intervento dal punto di vista politico si imponeva e si impone, anche a salvaguardia di chi lavora onestamente nelle strutture pubbliche. Tuttavia, due puntualizzazioni appaiono opportune. Ancora una volta, è facile vedere dai filmati che la strisciatura avviene con macchina a muro: non ci sono, dunque, i tornelli. Basterebbe sistemarli agli ingressi ed il gioco è fatto: ad ogni strisciata corrisponde un ingresso ed un’uscita, non si scappa. Il fenomeno crollerebbe a zero o giù di lì. Senza dimenticare che passare il tesserino con registrazione automatica ha anche il significato, in un posto di lavoro sano, di un’autonoma gestione del proprio tempo, in armonia con le esigenze della struttura. Gestire le proprie ore in relazione al risultato serve anche a svecchiare modi di interpretare la PA ormai desueti e polverosi. E proprio qui casca il classico asino: una volta sicuri che non si bari sulla presenza, chi verifica che il dipendente lavori? E magari in modo efficace? Ecco, ancora ed ancora, il tema che resta da sempre sullo sfondo: come riorganizzare il modo di operare delle amministrazioni mentre fuori il mondo del lavoro cambia a velocità impressionanti? Come coniugare il necessario rispetto delle regole burocratiche (servono, signori miei…) con la fluidità dei processi? E, soprattutto, come avere a disposizione risorse umane preparate, motivate, adeguatamente formate per compiti specifici e che, per dirla con un tecnicismo, stiano sul pezzo? Qui siamo in mare aperto: molto ricade sulla dirigenza che, oltre a vestire i panni di un Montalbano ed indagare per i corridoi, deve essere capace – ed in questo capacitata a farlo – ad agire come gestore di donne e uomini che, val la pena ripeterlo, non sono robottini ma persone con inclinazioni, attitudini e proprie modalità relazionali. Naturalmente, per capacitare la dirigenza serve anche un ecosistema capacitante, che parte dalla politica e scende dritto dritto negli uffici. Insomma, premere il classico bottone a monte non assicura un risultato a valle, se non si ficca il naso nella black box che sta nel mezzo. E se in un ospedale, in un Comune o in un qualsiasi ufficio pubblico si verificano episodi di una tale gravità, significa che sono ormai saltati tutti i sistemi di relazioni reciproche, di coesione della struttura, di appartenenza allo Stato. Siamo oltre la truffa e la corruzione: siamo al disfacimento del comune sentire. Un’analisi seria di questi aspetti ancora va messa sul tavolo e rappresenterebbe, questa sì, la riforma epocale della PA che tutti aspettiamo.

Pubblicato su Linkiesta

Contrassegnato da tag , ,
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: