Il lupo nero perde il pelo, ma non il vizio

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Ci risiamo. Dopo l’occupazione delle spiagge di Ostia lo scorso agosto, quando una ventina di militanti di Casa Pound, guidati dal consigliere del X Municipio di Roma, Luca Marsella, avevano senza alcun titolo allontanato i venditori ambulanti, l’ormai celebre pattuglia in pettorina rossa si sposta alla stazione del trenino di Ostia Lido Centro, una zona, sostengono i “tartarugati”, ostaggio dei migranti. Traduco: appartenenti a una formazione politica che si ispira dichiaratamente a principi e valori riconducibili al fascismo sono liberi di girare in formazione paramilitare per allontanare, identificare o bloccare migranti sul territorio della Capitale d’Italia. Per di più, tali azioni avvengono alla luce del sole, liberamente diffuse – anzi, rivendicate – attraverso i social network, senza farsi mancare il solito frasario su benpensanti, buonisti e radical-chic della sinistra. No, nessun pericolo di nuovo avvento di un regime di stampo fascista in Italia: la democrazia del nostro Paese, benché giovane, possiede sufficienti anticorpi nelle Istituzioni, nella politica, nella società civile e nelle forze dell’ordine per non preoccuparci di un pericolo del genere. E a ciò contribuisce anche la storia dell’integrazione europea nel nostro continente che, fra tante difficoltà, ha garantito e dato forza al consolidamento dei principi democratici. La sfrontatezza di quanto accaduto a Ostia, tuttavia, ben esemplifica il fatto che, a fronte di un florilegio di piccoli e grandi episodi di intolleranza e di violenza, peraltro caratterizzata dall’armamentario verbale e simbolico fascista e neo-fascista, si stia verificando un allentamento dell’attenzione sociale su tali eventi. Il tutto, non va dimenticato, accompagnato da uno sdoganamento del linguaggio in rete che alimenta e allo stesso tempo trae linfa da questi fenomeni. E se Eco aveva profeticamente ragione nell’identificare un nuovo diritto di parola “a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività”, in quanto “venivano subito messi a tacere”, sarebbe stato forse difficile immaginare, solo fino a pochi anni fa, la spinta fondamentale e la sponda che i social media hanno offerto e offrono a forze dichiaratamente antidemocratiche. Non bisogna, tuttavia, cessare di replicare, con le parole della ragione, e ricordare, a proposito degli exploit di Casa Pound – è bizzarro che si debbano reiterare tali elementari concetti –, che il monopolio della forza spetta alle forze dell’ordine e a loro soltanto. Lo Stato di diritto dispone che l’ordine pubblico sia esclusivo compito di coloro i quali hanno il titolo, il compito, i mezzi e l’addestramento per garantirlo, per ciò richiedendo che i cittadini versino le tasse necessarie, fra l’altro, a tale scopo. E ciò avviene in un sistema di regole, che vanno rispettate a dispetto di ogni propaganda o di chi alzi la voce più degli altri. Sono le basi della democrazia, senza le quali ci ritroverebbe in un inferno hobbesiano o in un far west dove l’unica legge è quella del più forte. Spetta in primo luogo alla politica difendere valori che, val la pena ripeterlo, dovrebbero essere patrimonio e parte integrante della cultura di ogni partito, indipendentemente dal colore e dall’orientamento, lungo tutto l’arco costituzionale: si tratta dell’accordo di massima, il patto fondamentale su cui deve reggersi la dinamica della politica, dei partiti, dei movimenti. I quali possono dividersi su tutto e in tutto, anche in maniera aspra: starà ai cittadini farsi una propria opinione e separate il grano dal loglio. Su una cosa, però, non possono dividersi: sui valori fondamentali della Carta costituzionale. Repetita iuvant. Forse.

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Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

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Care concittadine e cari concittadini,

siamo nel tempo dei social, in cui molti vivono connessi in rete e comunicano di continuo ciò che pensano e anche quel che fanno nella vita quotidiana.

Tempi e abitudini cambiano ma questo appuntamento – nato decenni fa con il primo Presidente, Luigi Einaudi – non è un rito formale. Mi assegna il compito di rivolgere, a tutti voi, gli auguri per il nuovo anno: è un appuntamento tradizionale, sempre attuale e, per me, graditissimo.

Permette di formulare, certo non un bilancio, ma qualche considerazione sull’anno trascorso. Mi consente di trasmettere quel che ho sentito e ricevuto in molte occasioni nel corso dell’anno da parte di tanti nostri concittadini, quasi dando in questo modo loro voce. E di farlo da qui, dal Quirinale, casa di tutti gli italiani.

Quel che ho ascoltato esprime, soprattutto, l’esigenza di sentirsi e di riconoscersi come una comunità di vita. La vicinanza e l’affetto che avverto sovente, li interpreto come il bisogno di unità, raffigurata da chi rappresenta la Repubblica che è il nostro comune destino.

Proprio su questo vorrei riflettere brevemente, insieme, nel momento in cui entriamo in un nuovo anno.

Sentirsi “comunità” significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri.

Significa “pensarsi” dentro un futuro comune, da costruire insieme. Significa responsabilità, perché ciascuno di noi è, in misura più o meno grande, protagonista del futuro del nostro Paese.

Vuol dire anche essere rispettosi gli uni degli altri. Vuol dire essere consapevoli degli elementi che ci uniscono e nel battersi, come è giusto, per le proprie idee rifiutare l’astio, l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità e timore.

So bene che alcuni diranno: questa è retorica dei buoni sentimenti, che la realtà è purtroppo un’altra; che vi sono tanti problemi e che bisogna pensare soprattutto alla sicurezza.

Certo, la sicurezza è condizione di un’esistenza serena.

Ma la sicurezza parte da qui: da un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del vivere comune.

La domanda di sicurezza è particolarmente forte in alcune aree del Paese, dove la prepotenza delle mafie si fa sentire più pesantemente. E in molte periferie urbane dove il degrado favorisce il diffondersi della criminalità.

Non sono ammissibili zone franche dove la legge non è osservata e si ha talvolta l’impressione di istituzioni inadeguate, con cittadini che si sentono soli e indifesi.

La vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza.

Sicurezza è anche lavoro, istruzione, più equa distribuzione delle opportunità per i giovani, attenzione per gli anziani, serenità per i pensionati dopo una vita di lavoro: tutto questo si realizza più facilmente superando i conflitti e sostenendosi l’un l’altro.

Qualche settimana fa a Torino alcuni bambini mi hanno consegnato la cittadinanza onoraria di un luogo immaginario, da loro definito Felicizia, per indicare l’amicizia come strada per la felicità.

Un sogno, forse una favola. Ma dobbiamo guardarci dal confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell’infanzia. Come se questi valori non fossero importanti nel mondo degli adulti.

In altre parole, non dobbiamo aver timore di manifestare buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società.

Sono i valori coltivati da chi svolge seriamente, giorno per giorno, il proprio dovere; quelli di chi si impegna volontariamente per aiutare gli altri in difficoltà.

Il nostro è un Paese ricco di solidarietà. Spesso la società civile è arrivata, con più efficacia e con più calore umano, in luoghi remoti non raggiunti dalle pubbliche istituzioni.

Ricordo gli incontri con chi, negli ospedali o nelle periferie e in tanti luoghi di solitudine e di sofferenza dona conforto e serenità.

I tanti volontari intervenuti nelle catastrofi naturali a fianco dei Corpi dello Stato.

È l’“Italia che ricuce” e che dà fiducia.

Così come fanno le realtà del Terzo Settore, del No profit che rappresentano una rete preziosa di solidarietà.

Si tratta di realtà che hanno ben chiara la pari dignità di ogni persona e che meritano maggiore sostegno da parte delle istituzioni, anche perché, sovente, suppliscono a lacune o a ritardi dello Stato negli interventi in aiuto dei più deboli, degli emarginati, di anziani soli, di famiglie in difficoltà, di senzatetto.

Anche per questo vanno evitate “tasse sulla bontà”.

È l’immagine dell’Italia positiva, che deve prevalere.

Il modello di vita dell’Italia non può essere – e non sarà mai – quello degli ultras violenti degli stadi di calcio, estremisti travestiti da tifosi.

Alimentano focolai di odio settario, di discriminazione, di teppismo.

Fenomeni che i pubblici poteri e le società di calcio hanno il dovere di contrastare e debellare.

Lo sport è un’altra cosa.

Esortare a una convivenza più serena non significa chiudere gli occhi davanti alle difficoltà che il nostro Paese ha di fronte.

Sappiamo di avere risorse importanti; e vi sono numerosi motivi che ci inducono ad affrontare con fiducia l’anno che verrà. Per essere all’altezza del compito dobbiamo andare incontro ai problemi con parole di verità, senza nasconderci carenze, condizionamenti, errori, approssimazioni.

Molte sono le questioni che dobbiamo risolvere. La mancanza di lavoro che si mantiene a livelli intollerabili. L’alto debito pubblico che penalizza lo Stato e i cittadini e pone una pesante ipoteca sul futuro dei giovani. La capacità competitiva del nostro sistema produttivo che si è ridotta, pur con risultati significativi di imprese e di settori avanzati. Le carenze e il deterioramento di infrastrutture. Le ferite del nostro territorio.

Dobbiamo aver fiducia in un cammino positivo. Ma non ci sono ricette miracolistiche.

Soltanto il lavoro tenace, coerente, lungimirante produce risultati concreti. Un lavoro approfondito, che richiede competenza e che costa fatica e impegno.

Traguardi consistenti sono stati raggiunti nel tempo. Frutto del lavoro e dell’ingegno di intere generazioni che ci hanno preceduto.

Abbiamo ad esempio da poco ricordato i quarant’anni del Servizio sanitario nazionale.

E’ stato – ed è – un grande motore di giustizia, un vanto del sistema Italia. Che ha consentito di aumentare le aspettative di vita degli italiani, ai più alti livelli mondiali. Non mancano difetti e disparità da colmare. Ma si tratta di un patrimonio da preservare e da potenziare.

L’universalità e la effettiva realizzazione dei diritti di cittadinanza sono state grandi conquiste della Repubblica: il nostro Stato sociale, basato sui pilastri costituzionali della tutela della salute, della previdenza, dell’assistenza, della scuola rappresenta un modello positivo. Da tutelare.

Ieri sera ho promulgato la legge di bilancio nei termini utili a evitare l’esercizio provvisorio, pur se approvata in via definitiva dal Parlamento soltanto da poche ore.

Avere scongiurato la apertura di una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea per il mancato rispetto di norme liberamente sottoscritte è un elemento che rafforza la fiducia e conferisce stabilità.

La grande compressione dell’esame parlamentare e la mancanza di un opportuno confronto con i corpi sociali richiedono adesso un’attenta verifica dei contenuti del provvedimento.

Mi auguro – vivamente – che il Parlamento, il Governo, i gruppi politici trovino il modo di discutere costruttivamente su quanto avvenuto; e assicurino per il futuro condizioni adeguate di esame e di confronto.

La dimensione europea è quella in cui l’Italia ha scelto di investire e di giocare il proprio futuro; e al suo interno dobbiamo essere voce autorevole.

Vorrei rinnovare un pensiero di grande solidarietà ai familiari di Antonio Megalizzi, vittima di un vile attentato terroristico insieme ad altri cittadini europei.

Come molti giovani si impegnava per un’Europa con meno confini e più giustizia. Comprendeva che le difficoltà possono essere superate rilanciando il progetto dell’Europa dei diritti, dei cittadini e dei popoli, della convivenza, della lotta all’odio, della pace.

Quest’anno saremo chiamati a rinnovare il Parlamento europeo, la istituzione che rappresenta nell’Unione i popoli europei, a quarant’anni dalla sua prima elezione diretta. È uno dei più grandi esercizi democratici al mondo: più di 400 milioni di cittadini europei si recheranno alle urne.

Mi auguro che la campagna elettorale si svolga con serenità e sia l’occasione di un serio confronto sul futuro dell’Europa.

Sono rimasto colpito da un episodio di cronaca recente, riferito dai media. Una signora di novant’anni, sentendosi sola nella notte di Natale, ha telefonato ai Carabinieri. Ho bisogno soltanto di compagnia, ha detto ai militari. E loro sono andati a trovarla a casa portandole un po’ di serenità.

Alla signora Anna, e alle tante persone che si sentono in solitudine voglio rivolgere un saluto affettuoso.

Vorrei sottolineare quanto sia significativo che si sia rivolta ai Carabinieri. La loro divisa, come quella di tutte le Forze dell’ordine e quella dei Vigili del fuoco, è il simbolo di istituzioni al servizio della comunità. Si tratta di un patrimonio da salvaguardare perché appartiene a tutti i cittadini.

Insieme a loro rivolgo un augurio alle donne e agli uomini delle Forze armate, impegnate per garantire la nostra sicurezza e la pace in patria e all’estero. Svolgono un impegno che rende onore all’Italia.

La loro funzione non può essere snaturata, destinandoli a compiti non compatibili con la loro elevata specializzazione.

In questa sera di festa desidero esprimere la mia vicinanza a quanti hanno sofferto e tuttora soffrono – malgrado il tempo trascorso – le conseguenze dolorose dei terremoti dell’Italia centrale, alle famiglie sfollate di Genova e della zona dell’Etna. Nell’augurare loro un anno sereno, ribadisco che la Repubblica assume la ricostruzione come un impegno inderogabile di solidarietà.

Auguri a tutti gli italiani, in patria o all’estero.

Auguro buon anno ai cinque milioni di immigrati che vivono, lavorano, vanno a scuola, praticano sport, nel nostro Paese.

Rivolgo un augurio, caloroso, a Papa Francesco; e lo ringrazio, ancora una volta, per il suo magistero volto costantemente a promuovere la pace, la coesione sociale, il dialogo, l’impegno per il bene comune.

Vorrei concludere da dove ho iniziato: dal nostro riconoscerci comunità.

Ho conosciuto in questi anni tante persone impegnate in attività di grande valore sociale; e molti luoghi straordinari dove il rapporto con gli altri non è avvertito come un limite, ma come quello che dà senso alla vita.

Ne cito uno fra i tanti ricordando e salutando i ragazzi e gli adulti del Centro di cura per l’autismo, di Verona, che ho di recente visitato.

Mi hanno regalato quadri e disegni da loro realizzati. Sono tutti molto belli: esprimono creatività e capacità di comunicare e partecipare. Ne ho voluto collocare uno questa sera accanto a me. Li ringrazio nuovamente e rivolgo a tutti loro l’augurio più affettuoso.

A tutti voi auguri di buon anno.

Roma, 31/12/2018

Dal sito internet del Quirinale

No, niente regali di Natale per gli idonei

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Fossimo in un film natalizio, la storia potrebbe avere il classico happy ending, in cui vince la bontà e tutti si abbracciano sotto l’albero attorno a George Bailey mentre la campanella che suona ci fa capire che Clarence si è appena guadagnato le ali. In questo caso, tuttavia, le cose sembrano aver preso una piega diversa. La vicenda è ormai nota: resiste, quasi fossero gli ultimi giapponesi, uno sparuto drappello di funzionari pubblici che sono risultati idonei a concorsi per dirigenti pubblici e che, da anni, attendono lo scorrimento delle graduatorie, come prevede la legge. Si tratta, per capirci, di chi, pur avendo superato le prove concorsuali, non è rientrato nel numero dei posti al momento allora disponibili e banditi: aveva, dunque, le carte in regola per accedere ma si è trovato indietro nella graduatoria rispetto alle posizioni da coprire. Costoro, dice la giurisprudenza, hanno una legittima aspettativa ad essere chiamati in caso di bisogno, mentre le amministrazioni godono, in ogni caso, di ampia discrezionalità alla chiamata. Sino ad oggi, con molta fatica e con non poche resistenze da parte di ministeri ed enti, sempre molto gelosi nel gestire le proprie procedure di reclutamento, i “giapponesi” sono stati man mano pescati, in un processo esasperatamente lento dovuto all’arcinoto fenomeno del blocco delle assunzioni che, ovviamente, ha impattato anche sullo scorrimento delle graduatorie. Ebbene, se ogni fine anno si moltiplicano puntualmente gli appelli e i richiami alla opportunità di prorogare le graduatorie, stavolta pare che nella discussione in Parlamento vada emergendo l’opzione di non procedere più alla proroga, salvando – pare – le sole graduatorie più recenti, spazzando via quelle più risalenti. La politica è, naturalmente, sovrana e ci si può render conto di come la vicenda possa apparire marginale rispetto alle tante e rilevanti questioni in gioco nella approvazione della legge di bilancio di questo scorcio d’anno. Eppure, una riflessione ulteriore sarebbe opportuna, per diversi motivi. Il primo è legato a principi di mera economicità: parliamo di un numero ridottissimo di funzionari (ormai non superiore a 150 superstiti), in servizio in diverse amministrazioni e che, a fronte di acclarati bisogni, sono pronti a dare il loro contributo. Conoscono la macchina, hanno esperienza e sono disponibili alla bisogna, senza necessità di bandire ulteriori concorsi, lunghi e costosi. Sarebbero, persino, “dirigenti scontati”, comportando una loro entrata in servizio solo la spesa del differenziale fra stipendio di funzionario, che già percepiscono, e emolumenti da dirigente. Il secondo attiene alla necessità di evitare macroscopiche disparità di trattamento fra chi, fino a pochissimo tempo fa, sia stato chiamato in servizio e chi, nelle medesime condizioni, si veda sbarrata la porta con un piede già sulla soglia. Da questo punto di vista, non è da escludersi la possibile incostituzionalità di una norma taglia-graduatorie. Il terzo motivo, infine, richiama al puro buon senso. Si può certamente discutere se sia opportuno o meno che si prendano in considerazione gli idonei ad un pubblico concorso: chi scrive, peraltro, sostiene da sempre che la dirigenza pubblica centrale – tutta – debba essere reclutata attraverso il solo sistema del corso-concorso della Scuola Nazionale dell’Amministrazione, una delle leve principali per dare coesione e forza ad una categoria da sempre frammentata e tuttora senza un vero spirito di corpo, a differenza di prefetti, diplomatici o magistrati. Si può, insomma, legittimamente scegliere che in una pubblica selezione contino solo i vincitori, assunti i quali il resto vada al macero. Da questo punto di vista, il Governo e il Parlamento sono liberi nei fini e con legge hanno tutto il diritto di imboccare tale strada. Una scelta del genere, tuttavia, può avere spazio esclusivamente per il futuro: in base a quale principio, infatti, Tizio e Caio hanno acceduto ad una posizione dirigenziale ieri e Sempronio e Mevio non potranno farlo il giorno dopo? Varie forze politiche, in passato, hanno sostenuto, in modo assolutamente trasversale, la necessità di chiudere una volta per tutte la questione. Il momento può esser questo: non si tratta di un regalo di Natale, ma di una questione di giustizia. E di equità.

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Strasburgo, 13 dicembre

Strasburgo, tardo pomeriggio del 13 dicembre. Così di presentavano i mercatini di Natale di Place Broglie.

Burocrate a chi?

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È stato recentemente presentato, nel corso di un affollato dibattito al Palazzo di Giustizia a Roma, un libro recante un titolo che, di per sé, è una rivendicazione di orgoglio: Burocrate a chi? Riflessioni sulla pubblica amministrazione (Rubbettino Editore, 2018). Il volumetto, agile e destinato anche e soprattutto a un pubblico di non addetti ai lavori, è stato scritto da una “burocrate” di carriera, Paola D’Avena, e si inserisce in un dibattito pubblico troppo spesso partigiano e avvelenato, che vive di luoghi comuni e che manca drammaticamente di respiro lungo. Da questo punto di vista, è certamente degno di nota che sia una pubblica funzionaria, dirigente generale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, a prendere la parola e dire la propria, segno del fatto che se il civil servant parla certamente con i propri atti, non deve rinunciare a far conoscere la propria opinione su temi fondamentali legati ai precetti costituzionali del buon andamento e dell’imparzialità dell’amministrazione. Diciamolo subito: non si è in presenza di una difesa a spada tratta del funzionario pubblico e della macchina amministrativa Italiana, i cui problemi sono molti e radicati. Tuttavia, nell’affrontare alcuni dei temi nodali per la PA, come la dirigenza, la valutazione e i controlli, la comunicazione, il volume offre alcune proposte pratiche di intervento (minimali, le definisce l‘Autrice), mettendo in luce le contraddizioni profonde che possono celarsi dietro ogni riforma dell’amministrazione. Anzi, potrebbe dirsi che le grandi riforme, che si ama periodicamente battezzare come epocali, e che investono in primis la dirigenza, rappresentino non infrequentemente un grande inganno. Chiunque mastichi di amministrazione, come l’Autrice, è ben consapevole che la promulgazione di una legge costituisce solo il primo passo verso la modifica dell’esistente e la produzione di effetti positivi per i cittadini. Mentre la responsabilità della fase di messa in pratica ricade sulla macchina pubblica, che ha il compito di sbrogliare contraddizioni, trovare soluzioni pratiche, spianare la strada alla corretta implementazione delle norme. Non casualmente, il libro, nell’attraversare orizzontalmente le dimensioni più significative della vita dell’amministrazione, tiene ben presente la figura del dirigente e del rapporto fra quest’ultimo e la politica, la cui dinamica, spesso vivace, influenza l’azione amministrativa. Un rapporto che, indispensabile al corretto funzionamento delle amministrazioni (e dello Stato, occorre aggiungere), talvolta si piega e si deforma per adattarsi ad uno scambio al ribasso su cui i due attori decidono di patteggiare: per l’appetito della politica, che naturaliter cerca appoggi solidi all’interno della burocrazia, e per l’opportunismo della dirigenza, che può, dal canto suo, mostrarsi fedele al Principe del momento per perseguire una propria, personale agenda. Per combattere tali patologie, che pure esistono, occorre non dimenticare che la risorsa più importante su cui le organizzazioni pubbliche possono contare resta la risorsa umana e che assume importanza fondamentale adottare tutte quelle misure che permettano alla dirigenza pubblica, che è ontologicamente diversa da quella privata, di operare al meglio anche in situazioni avverse, ovvero in presenza di funzionamenti non virtuosi del sistema. Da questo punto di vista, le pagine di D’Avena mettono a nudo le contraddizioni di un ordinamento affollato di norme e scintillante nel suo formalismo, ma costellato di insidie, di cui il dirigente può sovente essere la prima vittima. Un bagno di realtà, che fa risuonare ancor più forti le parole di Benedetto Croce che, ormai quasi un secolo fa, trattava della perfetta amministrazione, schema astratto che non può trovare rispondenza nel quotidiano. Come tutte le organizzazioni, infatti, anche quella pubblica è un essere vivente, con i suoi acciacchi e i suoi anticorpi. Con i suoi parassiti, persino. Ma per chi crede nel ruolo fondamentale dell’amministrazione pubblica nella vita democratica di un Paese, la consapevolezza di tale condizione è una ragione in più per non smettere di ricercare soluzioni per il migliore funzionamento degli apparati burocratici e per tentare di dar vita ad una discussione seria e profonda, a prescindere dalle maggioranze politiche e dalla mutevolezza delle opinioni pubbliche.

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La preziosa tutela del dissenso

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Venerdì 9 novembre: una signora di 59 anni, casalinga, con le sporte della spesa, scorge il Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che entra all’Università Lumsa a Roma per partecipare ad un convegno. La donna, dall’altra parte della strada, poggia in terra la spesa e comincia a contestarlo: fischia e urla “ridicolo”, “buffone”. Arrivano alcuni agenti di polizia che – come si vede chiaramente dal video pubblicato su alcuni siti – le impediscono fisicamente di proseguire la sua protesta e la identificano. Giovedì 22 novembre: il Ministro dell’Interno parla a Tortolì, in Ogliastra, in occasione della apertura di una sede di partito davanti alla folla delle grandi occasioni. Marcella Lepori, ex sindaco, e Katia Cerulli, entrambe avvocate, posizionate a 50 metri dal luogo del comizio protestano, con un piccolo gruppo di persone, contro la presenza del leader leghista intonando “Bella ciao”. Alcuni agenti di polizia si qualificano e identificano i contestatori, fotografandoli con il cellulare. Due episodi isolati? Probabilmente. Ma assai preoccupanti. Va detto sin d’ora, a scanso di possibili equivoci: è stata assolutamente censurabile la contestazione contro Matteo Salvini a San Lorenzo a Roma lo scorso 24 ottobre, quando si è cercato di impedirgli fisicamente di recarsi sul luogo della morte di Desirée Mariottini. In quella occasione era lo Stato, nella persona del Ministro dell’Interno, a portare la sua presenza sul luogo in cui una ragazzina aveva perso la vita. Allo stesso tempo, tuttavia, appare davvero poco comprensibile che agenti delle forze dell’ordine, che hanno, naturalmente, il delicatissimo compito di tutelare l’incolumità del Ministro, intervengano in occasione di manifestazioni di democratico dissenso, in cui sono protagoniste, peraltro, delle donne. Se nel quartiere di San Lorenzo a Roma si era in presenza di possibili problemi di protezione dell’incolumità fisica del Ministro, nei due casi ricordati non si registrava alcun pericolo concreto. Si è trattato, più semplicemente, di contestazioni di natura politica, esercitate financo a distanza di sicurezza. Se il quadro è questo, non può che censurarsi sia l’intervento della polizia per impedire la contestazione, di natura non violenta e democratica, sia la successiva identificazione. Si può, naturalmente, essere d’accordo o meno con la protesta in sé. E, magari, non approvare la natura, l’occasione, e le modalità della protesta stessa: vivaddio! Ma è del tutto inaccettabile impedire a cittadini, in possesso del pieno dei loro diritti civili e politici, di contestare un esponente politico, a qualsiasi forza politico-parlamentare ella o egli appartenga. Le forze dell’ordine fanno il loro dovere, è evidente: sarebbe, nondimeno, opportuno capire quali siano le regole di ingaggio cui si attengono coloro che hanno il compito, di grande responsabilità, di tutelare le persone loro affidate e, eventualmente, modificarle. Le aule giudiziarie possono, se del caso, stabilire se la contestazione di turno possa configurare un qualche reato. Ma intervenire quando si esprime, liberamente e a viso scoperto, il democratico dissenso e la libera critica contro un rappresentante delle Istituzioni, beni di tutti i cittadini, non è solamente e palesemente contro la Costituzione Italiana. È contro il normale buon senso.

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La cooperante e il giornalista

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Sulla vicenda di Silvia Romano, giovane cooperante rapita in Kenya, la prima buona notizia è quella relativa al fatto che sia ancora viva. Inutile immaginare lo stato di angoscia e preoccupazione dei genitori e degli amici: l’unico auspicio è che torni presto all’affetto dei suoi cari sana e salva. Si prova certamente grande tristezza – disgusto, sarebbe meglio dire – di fronte all’ondata di ignobili insulti a Silvia sui social network, il cui leitmotiv è il solito: se l’è andata a cercare. Vuoi aiutare i fragili del mondo? Non andare lontano e resta a casa tua, ché il daffare non manca. Come se la voglia di dare debba esser limitata dentro i confini nazionali. Se è inutile tentare di spiegare a costoro i rudimenti della cooperazione internazionale allo sviluppo, ha fatto intanto scalpore un “uno-due” di Massimo Gramellini, giornalista, scrittore e conduttore televisivo, firma notissima della stampa Italiana. La sua rubrica sul Corriere del 22 novembre ha scatenato una valanga di critiche, imputando a Gramellini la colpa di voler gettare su Silvia le medesime accuse di quelli che lui stesso definisce “gabbiani da tastiera”, in particolare per il suo incipit, che recitava: “Ha ragione chi pensa, dice o scrive che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya da una banda di somali avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana della Caritas, invece di andare a rischiare la pelle in un villaggio sperduto nel cuore della foresta. Ed è vero che la sua scelta avventata rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto”. Sostiene Gramellini nella sua replica del giorno seguente (“La riscrivo”) che “i social hanno instaurato la dittatura dell’impulso, che porta a linciare prima di sapere e a sostituire la voglia di capire con quella di colpire. Si tratta di […] persone che, in nome del Bene, arrivano ad augurarti di morire. E hanno talmente fretta di fartelo sapere da non accorgersi nemmeno che su Silvia tu la pensi come loro”. Sono ovviamente da condannare senza appello insulti, minacce e contumelie varie: alle idee si risponde con le idee, ed è una regola aurea assai preziosa in questo periodo in cui i social network possono facilmente veicolare odio, frustrazioni ed eccessi dei quali sembra essersi persa la vergogna. Confesso, tuttavia, che, rileggendo i due scritti, un po’ di disagio lo si prova. Avrò un limitato spirito di indagine critica, sono pronto ad ammetterlo: ma riconoscere “la logica di alcune argomentazioni contro la cooperante per arrivare nelle righe successive a rovesciarle” non mi convince. Si potrebbe dire: si è spiegato male, capita. Forse. Credo, in realtà, che Gramellini si sia spiegato benissimo. Da un lato ha riconosciuto la fondatezza della logica di chi ritiene inutile e dannosa l’azione dei cooperanti. Dall’altro ha condannato – giustamente e condivisibilmente – gli attacchi e gli insulti rivolti a Silvia. Vasi non comunicanti, insomma. Ma c’è di più: parlare di ramanzina e avventatezza e confinando la scelta di Silvia Romano nell’entusiasmo della dimensione giovanile e sognatrice della sua età pare svilire non solo la pienezza del suo agire ma, a ruota, anche la concretezza delle azioni di tante donne e tanti uomini, giovani e meno giovani, che hanno deciso di impegnarsi per la giustizia nel mondo. Suona tronfio, lo so: ma non c’è altro modo di dirlo. E se ho piena stima del Gramellini uomo e professionista, quel fra le righe che traspare, magari involontariamente, dai suoi scritti credo abbia una valenza più ampia. E temo derivi da quanto siano penetrati, pure a forza e non voluti, nel nostro inconscio civile il sostanziale disprezzo per l’altro, il menefreghismo sfrontato per chi sta fuori dell’uscio di casa e l’odio malcelato per quelli che temiamo vogliano accaparrarsi chell che è nuost. E, di conseguenza, il fastidio per coloro che alzino gli occhi oltre gli angusti confini di casa nostra. Probabilmente mi sbaglio. O mi spiego male. In caso, la riscrivo.

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Stan Lee, un gigante delle nuvole parlanti

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Stan Lee, the Man, se ne è andato. Il Creatore dell’universo fumettistico della Marvel Comics, che ha dato vita all’Uomo Ragno (sì, si chiamava così quando arrivò in Italia nel 1970) e ad una messe sterminata di personaggi, è morto a quasi 96 anni suonati. Entra a pieno titolo nel Pantheon del fumetto, assieme ai mostri sacri: Lee Falk, Carl Barks, Wilson McCoy, Hergé, Schulz, Bonelli (Sr e Jr), Will Eisner solo per citarne alcuni. Senza tralasciare Jack Kirby e Steve Ditko, artisti potenti e insuperabili, co-creatori con lui di personaggi celeberrimi, al netto delle diatribe sul chi creasse cosa e quanto. Non ci sono sufficienti parole per descrivere cosa Stan Lee abbia significato per milioni di ragazzi in tutto il mondo. Quanto potessero essere prodigiose le sue storie di vita quotidiana, di fantascienza, di magia. Quanto fosse facile identificarsi con i nuovi supereroi con super problemi, che all’inizio degli anni ’60 del secolo scorso portarono una ventata di novità – una vera e propria rivoluzione, sarebbe meglio dire – nell’editoria di settore, surclassando gli eroi della DC Comics, la Distinta Concorrenza, come si usava dire allora. Difficile spiegare come sia nitido il ricordo, per un vecchio nerd incallito, dell’odore di quelle pagine dei fumetti dell’Editoriale Corno, prima a colori e in bianco e nero, poi finalmente tutte a colori. O riuscire a rendere comprensibile ai lettori di oggi (sempre di meno, purtroppo) come la Casa delle Idee riuscisse a trasmettere l’elettrizzante fascino di un mondo lontano, gli Stati Uniti d’America, i cui grattacieli, anche grazie a quei fumetti, abbiamo imparato a (ri)conoscere come le strade sotto casa. Scazzottate, certo: assieme a tanto, tantissimo altro, infilato in un racconto tenuto sotto spandex ma ricolmo di umanità. Molti dei ragazzi che oggi leggono storie Marvel conoscono Stan Lee come il papà dei personaggi del grande schermo, ormai popolarissimi in tutto il mondo. Quel vecchietto baffuto che regolarmente, in ogni film, faceva capolino con un cameo che mandava in visibilio i vecchi lettori, che si davano di gomito. Eppure mai nessun film, nessun blockbuster, nessuna mega produzione potrà mai eguagliare la fisicità disperata dell’Uomo Ragno (sì, l’Uomo Ragno) che solleva un enorme blocco di macerie, lo stupore nel vedere i Fantastici 4 gettarsi senza paura in una misteriosa e terrificante Zona Negativa, Capitan America buttarsi nella mischia solo col suo corpo ed il suo scudo, la vista spettacolare di una Asgard kyrbiana su cui atterra il Dio del Tuono. A naso, un tesoretto di qualche centinaia di storie che rappresentano ancor oggi, a distanza di decine d’anni, un esercizio di stile, di classe, di fuochi d’artificio. Anche di ingenuità, non c’è dubbio: Stan Lee era un figlio dei suoi tempi e, anzi, pochi come lui hanno saputo interpretarne lo spirito attraverso il fumetto. Un fumetto seriale, popolare. Improvvisato persino. Su carta pessima. Ma ribollente, numero dopo numero, di invenzioni, di dinamicità, di pathos. Un’atmosfera tuttora insuperata, che non aveva bisogno di edizioni speciali o copertine in rilievo per far vendere di più. Semplicemente, riusciva a far crescere, albo dopo albo, un universo narrativo coerente in cui far interagire i suoi personaggi: i quali vivevano vicende, spesso drammatiche, in cui i lettori potevano, tutto sommato, riconoscersi. Scorreranno ora fiumi d’inchiostro e abbonderanno i servizi televisivi in cui Stanley Martin Lieber verrà ricordato: pochi sapranno davvero di cosa stanno scrivendo o parlando, pochissimi avranno provato la sensazione di tuffarsi nelle storie Marvel gettati sul letto o stesi su un prato. Restano senza risposte domande fondamentali come, su tutte, se sia più forte Hulk o la Cosa. Ma resterà la magia. E resterà certamente per chi si è sentito, si sente e sempre si sentirà un true believer. So long, Stan. Excelsior!

Pubblicato su Linkiesta