Come funzionano gli algoritmi-buttafuori di Twitter? Vi racconto il mio (strano) caso

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Ammettiamolo: siamo dipendenti dai social network. Per lavoro o passatempo, siamo perennemente collegati, offrendo al famigerato popolo della rete le nostre riverite opinioni sullo spettro completo dello scibile umano, i nostri selfie, le foto delle vacanze o di quello che abbiamo nel piatto. Tra i vari social, Twitter possiede, senza ombra di dubbio, le qualità della sintesi, del poter veicolare in tempo reale news (e fake news), dell’essere luogo in cui ironia e hate speech si contendono il primato dei like. Ecco perché le truppe di Jack Dorsey, patron di Twitter col quartier generale a San Francisco, hanno in piedi sistemi di controllo di quanto viene pubblicato, intervenendo spesso su segnalazione dell’utente o, in alcuni casi, dietro verifica automatica di quanto postato. Eppure, quando qualche giorno fa mi è stato impedito l’accesso all’uccellino blu, è stato un piccolo shock: “Hai violato le regole di Twitter”, recitava il messaggio di messa al bando per 12 ore. Punizione esemplare per chi si diverte a molestare e insultare gli altri utenti, ma suprema onta per il sottoscritto, che si fa vanto di un utilizzo non tossico dello strumento. Quali regole avrei violato? Inutile tentare di capire il perché della cacciata dal Giardino dell’Eden: i vari link a disposizione degli utenti, rigorosamente in lingua inglese, sono un infernale gioco di rimandi da perdere la testa. Attendo, dunque, pazientemente lo scoccare dell’ora della liberazione e 12 ore dopo giunge la rivelazione: mi si chiede, al fine di essere riammesso nella comunità cinguettante, di cancellare un tweet che raffigurava un’immagine, riportata da molti media statunitensi e non solo, che era stata pubblicata sul profilo Facebook dell’assassino di El Paso, Texas, che il 3 agosto scorso aveva ucciso 22 persone. Sostenitore di teorie suprematiste, il killer era un fan del Presidente Donald Trump e un amante delle armi. L’immagine incriminata raffigurava il nome del Presidente Trump le cui lettere erano formate da fucili e mitra: emblematica, a mio modo di vedere, della controversa questione della presenza massiccia di armi da fuoco negli Stati Uniti, a detta di molti non contrastata dall’attuale amministrazione di Washington. Nessun commento, ognuno si sarebbe fatto l’idea del caso. Torniamo all’aut aut: prendere o lasciare, nessun appello o margine di discussione. Cedo ed elimino il tweet, venendo graziosamente riammesso. Mastico amaro per quella che percepisco come una decisione illogica, oltre che ingiusta, trattandosi di un’immagine diffusa da moltissimi utenti, alcuni dei quali star di Hollywood. Ma tant’è. Dopo qualche tempo, la sorpresa: Twitter mi scrive e mi avverte di aver commesso un errore nel bloccare temporaneamente il mio account e spera di rivedermi presto in linea. Inutile rispondere: occorre usare gli appositi, dannati moduli di richiesta di supporto. Orbene, riammesso nella lista dei buoni, mi chiedo: perché è stato commesso un errore così grossolano? Quale algoritmo è stato usato? Sono stati bloccati anche gli account dei giornalisti o dei vip che hanno tweettato la medesima foto? E perché non viene data all’utente la possibilità di chiarire le cose col fantomatico “supporto”? Curioso che profili che istigano quotidianamente all’odio verso persone o gruppi di persone, insultando o diffondendo marchiane bufale, possano, indisturbati, tranquillamente dare sfogo alle loro frustrazioni e chi prova – forse maldestramente – a buttare là uno straccio di riflessione venga epurato. Maggior chiarezza non guasterebbe.

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Crisi di governo e possibili scenari: dirige il Colle

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Rieccola, la temutissima crisi di governo. Eppure, in un Paese che ha visto succedersi 65 Presidenti del Consiglio dal primo Governo De Gasperi ad oggi, dovremmo esserci abituati. È pur vero che i tempi della rottura dell’alleanza che compone(va) il Governo Conte sono una novità, come una novità potrebbe essere la data delle elezioni politiche che, in modo assolutamente inusuale, potrebbero tenersi in autunno. A questo si accompagna, oltre le fisiologiche fibrillazioni politiche, il timore di scossoni economici e finanziari derivanti dagli apprezzamenti dei mercati internazionali che, piaccia o non piaccia, impattano pesantemente sulla conduzione delle politiche nazionali, e i tempi dettati per i passaggi di bilancio interni che condurranno alla presentazione della legge finanziaria per il 2020. C’è, dunque, una sfera tutta politica in cui ogni partito e movimento gioca, legittimamente, la sua partita, coprendo o scoprendo le proprie carte e lasciando filtrare a beneficio della pubblica opinione quel che è necessario o opportuno rivelare, in una partita che solo in pochi riescono a scorgere in tutte le sue complicate mosse. È la politica, bellezza: nulla di strano. Le dinamiche politiche, tuttavia, devono sottostare a precise regole costituzionali che disciplinano lo svolgimento della crisi di governo, ovvero della presa d’atto della rottura della maggioranza politica che lo sostiene e della fine dell’esperienza dell’esecutivo che, nel nostro regime parlamentare, deve godere della espressa fiducia dei due rami del Parlamento (art. 94, Cost.), il quale, allo stesso modo, può revocarla, sempre “mediante mozione motivata e votata per appello nominale”. Il Presidente del consiglio dei ministri ha chiarito che intende parlamentarizzare la crisi: egli non intende, cioè, rimettere spontaneamente il mandato ricevuto nelle mani del Capo dello Stato (in tal modo attestando de facto la fine dell’esperienza del Governo), ma rifarsi al dettato costituzionale e tornare in Parlamento. È un passaggio non di poco conto: in una situazione politica certamente complicata, in cui i leader preferiscono sfidarsi a colpi di tweet e messaggi sui social, starà ai singoli deputati e senatori, nella loro veste di rappresentanti della Nazione e senza vincolo di mandato (art. 67, Cost.), chiarire di fronte ai cittadini la loro posizione, motivando la propria scelta. In altre parole: la plastica rappresentazione del chi, del cosa e del perché di fronte al Paese. Nulla di traumatico, come qualche commentatore ha voluto evidenziare, ma un passaggio di trasparenza che è costituzionalmente tracciato. Non tutto è così semplice, naturalmente: la mozione di sfiducia presentata avverso il Ministro dell’interno e quella presentata contro il Presidente del Consiglio dei ministri rende il quadro certamente complesso, e sta al Parlamento regolare i diversi passaggi. Solo dopo la parola passerà al Presidente della Repubblica, che è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale (art. 87, Cost.): ricevendo il Presidente del Consiglio dei ministri sfiduciato (o dimissionario in modalità extraparlamentare), prenderà direttamente in carico lo svolgimento della crisi di governo che, naturalmente, è seguita dal Quirinale con attenzione in ogni sua fase. A dispetto della vulgata che vuole il Presidente della Repubblica un mero notaio che dispensa onorificenze, egli riveste, invece, il ruolo di arbitro fondamentale dello svolgimento delle dinamiche costituzionali e, proprio in momenti come questi, può dispiegare con ampiezza tutti i suoi poteri, attraverso l’attenta radiografia della situazione. Come da prassi, egli avvierà, dunque, le consultazioni per valutare, ascoltate le forze politiche (così come i Presidenti delle Camere e gli ex presidenti della Repubblica), quali possano essere le vie da precorrere, verificando, in primo luogo, se vi siano le condizioni per il formarsi di una nuova maggioranza parlamentare a sostegno di una compagine governativa. Altro punto di svolta: come noto, l’attuale governo è stato il risultato (per molti inaspettato) della convergenza di attori politici alternativi che hanno condotto campagne elettorali da avversari e che pure hanno convenuto, sulla base di un contratto di governo, di formare un esecutivo. Tale Governo, dunque, non è stato il risultato della volontà del corpo elettorale,al quale non era stata presentata, prima delle elezioni una opzione del genere. Nulla osterebbe, dunque, anche dal punto di vista della opportunità politica, alla ricerca di una possibile, diversa maggioranza nelle Camere, la quale, naturalmente, non può essere tirata fuori dal cappello dal Capo dello Stato che si limiterà ad ascoltare le varie posizioni e a porre in essere le proprie insindacabili valutazioni. Gli scenari possono, a questo punto, essere vari, magari aperti da un mandato di carattere esplorativo ad una personalità istituzionale o ad un reincarico al Presidente dimissionario, per la formazione di un governo politico o, in alternativa, istituzionale (garantito cioè da una personalità ritenuta super partes). Non può escludersi anche un governo tecnico sostenuto dall’autorità del Presidente, motivato, ad esempio, dalla necessità di chiudere velocemente alcuni dossier economici o portare a termine talune riforme. Entrano in gioco valutazioni che solo il Capo dello Stato, quale garante dell’unità nazionale, può fare, soppesando una serie di elementi che devono portarlo ad una decisione che sia vantaggiosa non per questo o quel partito, ma per il Paese, a dispetto delle pressioni che, inevitabilmente, possano arrivare dalla politica. Solo dopo aver preso atto che nessuna di queste opzioni sia possibile, il Presidente della Repubblica potrà decidere – lui e solo lui  – se sciogliere le Camere, sentiti i loro Presidenti (art. 88, Cost.) e procedere alla indizione di nuove elezioni politiche (art. 87, Cost.). Lo scioglimento del Parlamento è un potere tipicamente ed esclusivamente presidenziale, non soggetto, cioè, ad alcun controllo o limitazione se non quelli previsti dalla Costituzione stessa, che dispone che egli “non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura”( ancora, art. 88, Cost.): si tratta del cosiddetto semestre bianco, a testimoniare il pregevole sistema di pesi e contrappesi previsto della Carta costituzionale. Insomma, sebbene la situazione sia decisamente ingarbugliata, sta alle forze politiche gestire responsabilmente una partita il cui regolamento è, in ogni caso, chiaro, rodato e rassicurante: la mischia politica potrà essere rumorosa e le tifoserie talvolta scomposte, ma chi gestisce fischietto e cartellino agisce nell’interesse della Repubblica, attento a incanalare ogni fase della crisi nei corretti binari indicati dalla Carta e dalla prassi costituzionale. Difficile immaginare il peso immane della responsabilità che cade su chi ricopre la suprema carica dello Stato, soprattutto in certi momenti: la politica dei partiti farà bene a non dimenticarlo, nelle prossime settimane.

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Cinzia, che paura!

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L’edizione 2019 di Lucca Comics and Games, la principale manifestazione sul fumetto e dintorni in Italia, che si tiene ogni novembre, avrà come tema di sfondo “becoming human”, a significare la ricchezza del recupero delle relazioni umane e della necessità, in una società sempre più complessa, di aprire le porte a chi sia portatore di diversità. In questo quadro, è stata anche annunciata l’organizzazione della rappresentazione teatrale di “Cinzia”, ispirata all’omonimo fumetto scritto e disegnato da Leo Ortolani (Bao Publishing, 2018), celebrato autore della ormai trentennale saga di Rat-Man, di cui uno dei personaggi è proprio Cinzia, leopardatissima transessuale che da anni diverte, appassiona e fa riflettere gli appassionati lettori del super-eroe con le orecchie da topo. Ebbene, il tutto pare sia risultato indigesto alle forze di opposizione nel Consiglio Comunale, che, alla presentazione del programma della quattro giorni novembrina da parte di Lucca Crea, società partecipata che gestisce Lucca Comics and Games, hanno manifestato forti perplessità sia sul tema scelto per la manifestazione, sia per la rappresentazione della storia di Ortolani. In particolare, come riporta Luccaindiretta, la consigliera Testaferrata, Forza Italia, ha dichiarato che “la diversità andrebbe spiegata in altri termini”, così da evitare una deriva che vada verso la cultura gender, mentre il consigliere Minniti, Lega, ha sostenuto di essere perplesso per il tema scelto, dato che ”affrontare questi temi è pericoloso” e che, dunque, “bisognerebbe stare attenti”. Il consigliere Bindocci, M5S, ha invece allargato la questione alla discrezionalità dell’organizzazione della manifestazione, per la quale ha giudicato opportuno la creazione di linee guida sulle scelte di marketing e nei rapporti con le case editrici. Ora, non serve star qui a cantare le lodi di Ortolani: le vendite delle tante edizioni dei suoi fumetti stanno a dimostrarne il valore. Il punto è un altro: si assiste ad un’interferenza tanto perniciosa quanto inusitata della politica nei confronti di una delle più importanti manifestazioni culturali di questo Paese, che ogni anno attrae nella città toscana decine di migliaia di appassionati di tutte le età e che è ormai fenomeno che fa notizia nei mass media, portando ovvii vantaggi non solo al settore dell’editoria ma al territorio cittadino e dei dintorni. Accade, per esser chiari, che la politica voglia metter becco non solo sulle scelte manageriali di chi organizza la manifestazione ma anche sulla legittimità e opportunità di singoli eventi che, secondo taluni, sarebbero responsabili di propagandare la temutissima teoria gender. Facciamola breve: in prima battuta, la principale preoccupazione di una politica avveduta – opposizione e maggioranza – dovrebbe essere quella di tutelare e promuovere un vero e proprio tesoretto nazionale che, dopo tanti anni di successi e con un’affluenza sempre crescente, sta per raggiungere il livello di saturazione, arrivando a mettere a dura prova la città e i cittadini così come il pubblico pagante: occorre, in altre parole, accompagnare la manifestazione migliorando la fruizione degli spazi fieristici e favorendo la partecipazione ordinata e divertita dei tanti che ogni anno si danno appuntamento a Lucca, sempre più evento anche per famiglie. Lasciamo fuori, per carità, le pur legittime – seppure per molti incomprensibili – dinamiche politiche e convincimenti di parte: l’immenso patrimonio che il fumetto rappresenta è, esso stesso, celebrazione della diversità, di tutte le diversità. Non tutti si son fatti le ossa sfogliando le pagine dei “giornaletti” nostrani, dei comics americani o delle bandes dessinnées franco-belghe, ma basterebbe un ripassino del decano Tex, o delle storie Disney per capire quanto inclusione e promozione delle diversità compongano da sempre la fibra di questo meraviglioso mezzo di comunicazione. Non serve neppure stare a discutere di strampalate teorie che immaginano oscure cospirazioni a danno di bambine e bambini, contro i quali si complottano forzati cambiamenti di orientamento sessuale, magari al servizio di potenti corporazioni o lobby gay: è sufficiente leggere le pagine di “Cinzia” per capire che una persona transessuale è, innanzitutto, una persona, con la sua storia, le sue caratteristiche, le sue preferenze, le sue aspirazioni. Come lo sono le persone omosessuali, le persone con disabilità, le persone la cui pelle è di un colore diverso. Il dono della cosiddetta arte sequenziale è quello di riuscire a raccontare una storia vignetta dopo vignetta, inquadratura dopo inquadratura, accendendo, attraverso la parola e le immagini disegnate, al pari della narrativa o del cinema e del teatro, la fantasia e l’animo dei lettori. Ortolani è riuscito, con la sua arte, a dar vita ad una storia divertente e commovente, rivelandoci che il Re è nudo, ovvero che le persone transessuali sono, troppo spesso, emarginate dalla società, da alcuni temute perché portatrici di qualcosa che si teme e si vuole nascondere e da altri cercate in qualità di giocattolo sessuale. A cosa, allora, bisogna stare attenti? A perpetuare ignoranza e ipocrisia o a abbattere i muri della separazione? Rat-Man ha scelto: flette i muscoli ed è nel vuoto, lui che può.

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La politica ai tempi del colera

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C’è una notizia – una storia – che è stata sostanzialmente ignorata dai media Italiani e che, al contrario, ci insegna molto sul modo di concepire la comunicazione politica e la politica stessa oggi. In un crescendo di polemiche, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha recentemente apostrofato con rudezza quattro fra le deputate Democratiche più in vista al momento, sostenendo, in una serie di tweet, che sono un “mucchio di comuniste” che odiano Israele e gli USA (“our own Country”, ha scritto Trump) e che dovrebbero tornarsene nei loro Paesi. Le quattro deputate, oramai definite “the squad” (la squadra), sono Alexandria Ocasio-Cortez, la più giovane donna mai eletta nel Congresso, Rashida Tlaib, prima palestinese-americana ad entrare in Parlamento, Ilhan Omar, rifugiata somala e mussulmana arrivata negli USA a 12 anni e naturalizzata americana, e Ayanna Pressley, prima africana-americana del Massachusetts nella House of Representatives. Inutile evidenziare come queste donne e l’attuale Presidente USA rappresentino, da ogni punto di vista, due idee del mondo completamente diverse, se non antitetiche. Tuttavia, l’invito a tornare a casa rivolto alle deputate, che ha suscitato un vespaio di polemiche, ripetuto più e più volte in discorsi pubblici (“you can leave”, è stato il refrain), è qualcosa di unico nel suo genere. Non solo perché, se Omar è naturalizzata americana, le colleghe di partito sono cittadine americane nate sul suolo USA, ma perché simbolo del modo spregiudicato e facinoroso di gestire la lotta politica, alimentata dai social media il cui utilizzo, sempre più spesso, cozza con la necessità di analisi e ragionamento che la complessità della società contemporanea invece richiederebbe. L’episodio che è seguito ai tweet del “go back”, come viene chiamato dai media americani, è esemplificativo: durante un comizio nella Carolina del Nord i sostenitori di Trump hanno cominciato a intonare in corso “send her back” (rispediscila indietro), riferendosi alla deputata Omar, ripetutamente accusata da Trump di essere una sostenitrice di Al Qaida (accusa non suffragata da alcun elemento fattuale e sdegnosamente rispedita al mittente da Omar): il tutto nel compiaciuto silenzio del Presidente, che solo dopo ha detto di disapprovare l’accaduto. Attenzione: non è solo una storia americana. È l’esempio plastico di una dinamica pericolosa per il tessuto democratico delle nostre società che dovrebbe preoccupare anche noi Italiani che, da questo punto di vista, siamo fedeli emuli del format USA. C’è, intanto, il tema della demonizzazione dell’alterità, l’accento quasi ossessivo sul “noi” (“il nostro Paese”) avverso di “loro”, con tutta una ricca e variegata gamma di possibilità di separazione. Aldilà della incredibile manipolazione della realtà nel caso di specie (dove diavolo dovrebbero tornare le deputate americane elette nel Congresso?), nella mediatizzazione spinta della frattura noi/loro è evidente il rifiuto di ogni meccanismo inclusivo, assai familiare anche qui da noi: senza andare troppo in là nel tempo, è sufficiente, infatti, scorrere il profluvio di dichiarazioni relative alla vicenda della SeaWatch3 per capire come il tema dell’identità nazionale sia spesso declinato con modalità parabelliche, quasi vagheggiando una immaginifica purezza della stirpe a fronte degli immani pericoli di un mondo globalizzato. In poche parole, il rifiuto della complessità della contemporaneità.

Non è un caso, ad esempio, che le quattro deputate USA non siano bianche, o che non siano tutte di religione cristiana. E non è un caso che, per riprendere gli eventi che hanno visto protagonista Carola Rackete, le dimensioni del genere della Capitana tedesca e del colore della pelle dei migranti abbiano tenuto banco nelle baruffe social. Molti i casi che rendono palese il fenomeno in Italia: ripetuti episodi di razzismo avverso chi è ritenuto ospite sgradito, attacchi sessisti che degenerano spesso in violenza, l’emarginazione di chi si trova in situazioni di fragilità, discriminazioni avverso le persone omosessuali. Sembra, quasi, il ritorno a una spinta tribale, primordiale, di clan, che si fa forte di suggestioni – del tutto strampalate – di rinnovate comunità di sangue, assediate da donne e uomini che non posseggono le stesse caratteristiche della tribù minacciata la quale, dunque, non può che ricompattarsi per respingere un attacco che mette in pericolo la sua stessa esistenza. Si tratta, come appare con sempre maggiore chiarezza, il disinteresse – se non l’aperto disprezzo – per l’elementare valore della diversità attraverso la totale indifferenza per la conoscenza dell’altro, per l’empatia, per la simpatia, etimologicamente intesa come condivisione di sentimenti, emozioni, dolore. Grazie alla costante semplificazione della realtà, che richiede, invece, regole nuove per governare al meglio la complessità, si mette in atto la delegittimazione dell’avversario, individuato in misura sempre maggiore al di fuori dell’agone politico: una riedizione moderna della categoria del nemico oggettivo. Una lotta senza quartiere che viene spesso alimentata da palesi falsità spacciate per verità e veicolate, in maniera massiccia, da un utilizzo attentamente pianificato della rete che, in un momento storico di crescente analfabetismo funzionale, porta ad una corrosione pericolosissima del dibattito democratico. L’insulto, la denigrazione sistematica, la costante propalazione di bufale (chiamiamole fake news, se volete), la riduzione della discussione politica a mischia da pollaio a ritmo di tweet o slogan non solo mortifica lo spirito di una comunità ma mette a serio rischio la tenuta sostanziale dei diritti e dei doveri dei membri di quella comunità. Basti vedere come la politica nostrana stia gestendo la scioccante vicenda degli affidi di Bibbiano, su cui sta indagando la magistratura: un infinito e desolante ping pong condotto sui social network, aizzando le contrapposte tifoserie, quando occorrerebbe misura e pudore per la delicatezza della questione e riflessioni serie nelle sedi opportune. La responsabilità di ricondurre alla fisiologia la discussione sulle scelte fondamentali della società ricade naturalmente su di tutti ma, in primo luogo, sul sistema dell’informazione, che può scegliere di non alimentare irrazionalmente questa sarabanda permanente, e, soprattutto, su chi riveste responsabilità pubbliche, che deve mettere in conto non solo il suo personale vantaggio ma anche il perseguimento del progresso materiale e sociale della società. Al contrario, tranne poche, lodevoli eccezioni, il rompete le righe arriva dall’alto, col pericolo elevatissimo di gettare benzina giorno dopo giorno sui focolai di pestilenza che ammorbano chi, scientemente o meno, decida di farsi abbindolare e, al contempo, di nauseare definitivamente coloro che ancora sperano in una conduzione non patologica della cosa pubblica. Sì, non siamo soli: ma non è una gran consolazione.

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Adesso basta, per carità

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No, non è un fenomeno degli ultimi mesi. Il debordare senza senso alcuno della misura da parte di una fetta significativa della rappresentanza politica in questo Paese, anche grazie all’ausilio dei moderni social media, è deflagrato negli ultimi tempi, ma ha radici lontane nel tempo. Non intendo avventurarmi in azzardati paragoni fra prima e seconda (o terza) Repubblica: ogni tempo ha i suoi interpreti ed è giusto che sia così. Eppure la plateale mancanza di moderazione e senso delle Istituzioni mai come negli ultimi tempi dilaga senza che nessuno sia capace di porvi argine. La potentissima spinta alla polarizzazione dei diversi orientamenti politici ha portato alla nascita di vere e proprie fazioni che sembrano aver dimenticato che le squadre giocano su un campo che è ancora proprietà di tutti gli Italiani, in un campionato il cui regolamento si basa su norme e prassi che devono costituire il collante comune di una comunità, aldilà di come la si possa pensare sulle questioni specifiche. Si assiste, invece, esterrefatti, ad un getto continuo di dichiarazioni – scritte e verbali – che lascerebbero attoniti i Padri Costituenti, che pure non se le mandavano a dire. Attacchi a gruppi di minoranze ed ad altri poteri dello Stato, linguaggi in caduta libera, la ricerca parossistica di temi sempre diversi e trattati con fare incendiario, l’assenza di un livello minimo di riconoscimento della legittimità dell’avversario (individuato, volta per volta, in categorie diverse, anche al di fuori dell’agone politico), mutano profondamente il quadro cognitivo generale in cui ci si muove e, purtroppo, sempre più sembrano legittimare l’affacciarsi, nel dibattito pubblico (specie in rete) di affermazioni che in molti, troppi casi, si configurano quali discorsi di odio. In altre parole, sembra si stia smarrendo il senso di appartenenza alla comunità nazionale (e, aggiungerei, europea) in virtù della singolare e continua pretesa, da qualche Legislatura a questa parte, di voler rappresentare, quasi per mandato divino, l’intera popolazione Italiana. La quale, invece, è bene ricordarlo, non solo è naturaliter divisa in famiglie politiche (e meno male!), ma solo in misura parziale ormai decide di deporre il proprio voto nell’urna, col risultato che una buona porzione dei nostri concittadini resta senza contraltare decisionale.

La politica, come ci ricordano gli antichi Greci, ha da sempre significato la nobile arte di articolare con efficacia le diverse attività che si riferiscono alla vita pubblica e agli affari pubblici di una comunità di individui, offrendo soluzioni ai problemi che man mano si presentano. La chiave per la buona politica, la cui vittoria è sempre transeunte, è che, a prescindere da chi detenga la maggioranza pro tempore in un Paese, il complesso delle garanzie per le minoranze costituisce la base fondante di una democrazia, soprattutto in una democrazia complessa come quella contemporanea in cui è aumentato a dismisura il novero degli interessi e delle diverse sotto-comunità di riferimento. Ma non è sufficiente parlare solo di norme scritte. Esiste un complesso di prassi e di consuetudini (chiamiamole, per semplicità, galateo istituzionale) che imporrebbe a chiunque sia investito di responsabilità pubbliche di tenere un comportamento esemplare (la Costituzione parla di disciplina e onore) che esprima un chiaro messaggio: l’onore e l’onere di dover fare sintesi fra sensibilità e opinioni che sono, per forza di cose, distanti ma che, pure, non possono non riconoscersi in un quadro comune di regole base che permettano a tutti di discutere, anche aspramente, senza fratture per la famiglia allargata degli Italiani. Ecco, a me sembra che il gusto corrente per la clava, che segna la volontà, spesso trasversale, di affermare le proprie posizioni senza il pur minimo dubbio o cautela e sfruttando, anzi, la dimensione di acceso ed insanabile contrasto con l’ “altro”, stia portando a conseguenze nefaste per il Paese. Un Paese diviso, manicheo, incattivito, dimentico delle proprie radici, dominato dalle proprie paure e che pare accettare senza reazioni significative la crescita geometrica di episodi di intolleranza, di razzismo, di sessismo. Il timore, che dovrebbe essere presso in seria considerazione dalle classi dirigenti nazionali, è che si rompa la diga della comune decenza e che diventi normale assuefarsi a quel che è e deve essere, invece, inaudito, inconcepibile e inaccettabile in una democrazia. Non saranno certamente le baruffe chiozzotte fra eletti nei talk show o su Twitter a invertire una tendenza simile, sia ben chiaro, tanto che fa capolino la nostalgia canaglia delle Tribune Politiche paludate e dei modi di tempi andati, ormai da tempo sepolti. Quindi no: non è cosa di oggi, e saranno gli studiosi a ripercorrere quest’ultimo quarto di secolo. Ma adesso basta. Basta. Prima che sia troppo tardi e si rovesci la barca Italia su cui stiamo tutti in piedi, stretti stretti, in precario equilibrio. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

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Live long and prosper

Ho avuto l’occasione di tenere, lo scorso 9 giugno, un discorso ai diplomandi dei master presso l’Università St. John’s a Roma, in qualità di alumnus. Nel discorso ho voluto ricordare i temi della dignità e del rispetto per ogni essere umano che devono informare l’azione di ciascuno di noi e ho citato l’esempio straordinario di Salvatore Cimmino. Di seguito  il testo.

On June 9th I had the opportunity to give a speech at the Rome Commencement Exercises at St. John’s University to the 2019 MA and MBA graduates. As an alumnus, I wanted to underline the issues of dignity and respect for each human being in our everyday activity and I focused on the extraordinaty example by Salvatore Cimmino. The following is my ceremony address.

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President Gempesaw, Fr. Tracey, Deans Fagen and Passerini, faculty, administration, and graduates, buona sera, good evening.

I am truly honored to be here today at St. John’s University Graduate Commencement Exercises in Rome. I’m very happy to be back as the alumni speaker, as you already heard from Fr. Tracey, I received my MA in Government and Politics in 2000, which feels like ages ago! So thank you all for this opportunity.

I must be frank. When I was contacted by the administration here at St. John’s – thank you again, Dr. Gempesaw, Nunzia and Maggie – I immediately said yes. I was touched. Excited. And happy. After all, I had such a good time here, so why not?

The sheer terror came later. I had only one question in my head: what am I going to say? advice? encouragement? directions? Desperation started to overwhelm me: knowing that I was facing the longest 10 minutes of my life. Then, one day, I had an idea. Eureka, someone could say! I will start with a question. And that is exactly what I will do now.

The question, quite simply is the following: are you a Star Trek fan or a Star Wars fan?

Me, I am a Trekker. I have always been fascinated by the future Star Trek offered on TV, at cinemas and in comic books. I do like the Star Wars stuff, of course (now if you could please stop piling up movies, Mr. Lucas…), but the ideals Star Trek put on the table always seemed to me what human beings need to aspire to.

The Star Wars scenario is fun and exciting, but it continuously reminds me of Thomas Hobbes’ homo homini lupus kind of world, where the law comes from the Leviathan: we live in chaos and the best we can do is fight and move forward.

On the other hand, Kirk, Spock and Bones, travelling in space on their 5 years voyage – “to boldly go where no man has gone before” – are part of a multi-planetary organization which accepts and promotes the value of the basic human rights, where dignity of the person is fully respected, and diversity is an enriching element in society. Well, Probably Klingons do not fully agree with those views but, as they say, one step at the time.

Well, now that you are next to embark to your personal voyage to your own “final frontier”, after your hard work to get your MA or your MBA, I would like to urge you to ask yourself one question – and that is the second question in this speech: what are the values that I want to bring with me from now on?

What you have experienced here at St. John’s is something that will be with you during all your life. Many of you are probably believers. Some not. But the common ground we stand on is very clear to me: find your own way in life but never forget what really matters at the end of the day: respect, dignity, humanity.

I know very well we do not live in a perfect world. Far from it. There is a 16-year-old girl from Sweden who is travelling around the globe asking Governments – no, urging Governments – to stop playing with fire and make some serious steps to save this planet, the only one we have. Poverty and inequalities are some of the plagues we have not managed to eradicate yet. And if you skip through the pages of the Agenda 2030, approved by the UN General Assembly in 2015, you will realize how huge are the challenges we face globally. That is why I hope you will do your part in this game.

I hold no secrets for a happy life. Not at all. I only know that if you are here, you are some of the best qualified women and men around. That is a merit, no doubt about it, you have earned what you are about to get. But it is also a responsibility. I would bet that every and each one of you has plans. And you can and will contribute to your communities in your own, personal and invaluable way. Just do not forget to focus on what you are doing and what is the true meaning of what you are doing.

As for me, I have always wanted to work in the public sector. I am fascinated by the process through which an issue on the political agenda is transformed until it becomes a policy. From idea to action. And I have always worked in social policies, on the rights of children, families, women, persons with disabilities. I love that. And I have met so many extraordinary people travelling around the world because of my job but the one who struck me the most is Salvatore Cimmino. Salvatore is Italian, is 54 and when he was 15 he had his left leg amputated because of a tumor. He had many health problems because of his disability. It was not easy. Then, when he was 41, following his doctor’s advice, he began to swim. Now he works out every day and participates to competitions all over the globe: 54 Kms at the NYC Swimming Marathon in 2014 – that is when I met him at a UN meeting – and 60 Kms in the lake Kivu in Congo, just to name a couple. Is this something?

Well, that is where I find meaning in what I do: do my part to protect and promote the rights of the most vulnerable people around and learn from the, if I can. Zygmunt Baumann, who died in 2017, wrote that a society is like a bridge, supported by chains, and that the strength of the bridge comes from how strong is the weakest ring of the weakest chain. If we protect that ring, society will endure. If not, it will crumble.

So, that is my thing: I do not want society to crumble. What is yours? Why have you worked your way out to be here today and listen to someone blabbering about Star Trek?

I do not know what you are going to do tomorrow, and I am wishing you the best, of course. My only piece of advice is this: when you go back home after work, when the weekend finally arrives and you can relax with the ones you love, and at every other important turning point in your life, never stop watching right in the mirror and ask to yourselves: what have I done today to make this world a better world? It is a tough question and there will be times you will not like the answer. But never stop asking.

That is your responsibility. That is our responsibility.

Thank you, grazie.

Live long and prosper!

Siamo tutti uguali ma qualcuno è più uguale degli altri

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Si è tenuta il 31 maggio a Roma, alle ore 10.30, la presentazione delle Considerazioni finali da parte del Governatore delle Banca d’Italia Ignazio Visco, in occasione della diffusione della Relazione annuale sul 2018. Un appuntamento tra i più importanti nell’agenda del Paese che raduna, come è ovvio, esponenti del mondo economico, finanziario, politico e sociale. Ma, trovandoci noi nel Bel Paese, c’è un ma. Palazzo Koch, sede di Banca d’Italia, si trova in Via Nazionale, una delle arterie più importanti della Capitale che, scorrendo accanto al Quirinale, unisce Piazza della Repubblica a Via IV Novembre e al centro città. Strada sempre molto trafficata, area ZTL, con due corsie preferenziali in cui arrancano i bus. Oggi no. Oggi tutto il tratto di preferenziale davanti la sede di Banca d’Italia era allegramente occupato da una sfilza di auto blu, parcheggiate con cura a spina di pesce, che avevano evidentemente accompagnato gli illustri ospiti all’evento. Ripeto: la corsia preferenziale per i bus era occupata da auto blu in divieto di sosta. Tutta la via ovviamente nel caos, con ripercussioni sul traffico su tutto il percorso e nei dintorni. Vigili a tentare di dirigere il via-vai, autisti in attesa, grisaglie e tailleur in entrata e in uscita dal Palazzo. Tutto intorno, cittadini a sacramentare. Una sola domanda: perché? Perché a taluni è consentito fare ciò che al comune cittadino non è consentito fare? Perché – fatte salve le normali esigenze di sicurezza – ad “alte personalità” è concesso bloccare il traffico in spregio alle esigenze di chi va al lavoro, a scuola o, più semplicemente, vuole muoversi nella città per cui paga le tasse? Impossibile ricorrere ad un taxi? Ad un bus? Impossibile arrivare a piedi in pieno centro a Roma? Impossibile – chiedo venia per l’ardire – essere accompagnati e poi essere ripresi in seguito senza schiaffeggiare la cittadinanza? Sarebbe immaginabile una situazione solo lontanamente simile nel nord Europa?

Ma io boh.

Pubblicato su Facebook

Il caso di Vincent Lambert tra Parigi, Strasburgo e Ginevra

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Continua a far discutere in Francia la vicenda di Vincent Lambert, da circa dieci anni in stato vegetativo a causa di un incidente e sul cui destino sono in profondo conflitto i genitori e gli atri membri della famiglia, inclusa la moglie. Dopo la conferma del Consiglio di Stato francese e della Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo circa la decisione di interrompere idratazione e alimentazione a seguito di diversi pareri di natura medica, i genitori hanno deciso di rivolgersi al Comitato delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, che ha accolto la loro richiesta e ha, di fatto, innescato il meccanismo di contraddittorio con la Francia, chiedendo, al contempo, di non intervenire fino alla fine del contraddittorio stesso. Da ultimo, infine, la Corte d’appello di Parigi ha ordinato la ripresa dei trattamenti vitali, motivando tale decisione con la necessità che la Francia rispetti le richieste del Comitato ONU. Lasciando da parte i delicatissimi aspetti etici della controversia, che investe il “fine vita”, va certamente registrata la novità del ruolo assunto dal Comitato di Ginevra, la cui entrata in scena sta influenzando il corso degli eventi.

Partiamo dall’inizio, tuttavia, per capire meglio cosa stia accadendo dal punto di vista tecnico, cominciando dal ricordare che la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006 è il principale trattato internazionale che tutela e promuove i diritti umani delle persone con disabilità, stabilendo, una volta per tutte, che la disabilità è un aspetto della dimensione umana influenzata dal funzionamento della persona rispetto all’ambiente e alle diverse barriere (fisiche, sociali e culturali) presenti. La Convenzione istituisce, inoltre, un Comitato, con sede a Ginevra, che ha il ruolo di vigilare sull’implementazione della Convenzione nei Paesi che l’hanno ratificata, sia attraverso l’analisi dei rapporti periodici che gli Stati sono tenuti ad inviare, sia, come nel caso in questione, attraverso la ricezione ed esame di “comunicazioni presentate da individui o gruppi di individui o in rappresentanza di individui o gruppi di individui soggetti alla sua giurisdizione che pretendano di essere vittime di violazioni delle disposizioni della Convenzione da parte di quello Stato Parte” (art. 1 del protocollo opzionale alla Convenzione). I genitori di Lambert hanno quindi attivato tale procedura ma, è bene evidenziarlo, nessuna decisione è stata sinora assunta dal Comitato che, al momento, ha evidentemente proceduto alla mera verifica dei requisiti per l’accettazione della richiesta, accertando, tra l’altro, che fossero stati esauriti tutti i mezzi di giurisdizione nazionale e che la richiesta stessa non fosse manifestamente infondata (art. 2 del p.o.). La domanda è quindi stata presa in carico dal Comitato e la Francia avrà la possibilità di presentare le proprie considerazioni entro sei mesi.

Due appaiono i temi fondamentali. Il primo: quali sono gli articoli della Convenzione in base ai quali si discuterà di eventuale violazione della Convenzione stessa? Con tutta probabilità gli articoli 10 (diritto alla vita), 17 (protezione dell’integrità della persona), 25 (diritto alla salute) e 26 (abilitazione e riabilitazione). In particolare, l’art. 25 dispone il divieto di ogni “rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di prestazione di cure e servizi sanitari o di cibo e liquidi in ragione della disabilità”. Siamo in presenza di una simile fattispecie? Il secondo: si profila una possibile frizione fra eventuali raccomandazioni del Comitato ONU e la decisione della Corte Europea di Strasburgo, che aveva respinto l’ennesimo ricorso dei genitori perché il tema in discussione non costituisce violazione dell’articolo 2 (diritto alla vita) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Per la Corte, infatti, non esistendo diffuso consenso tra gli Stati membri del Consiglio d’Europa sul tema del fine vita, occorre riconoscere un ampio margine di apprezzamento ai singoli Stati e, nel caso in esame, il quadro giuridico interno francese sarebbe coerente col dettato dell’articolo 2 della CEDU: nessuna novità costituirebbe, dunque, il ricorso al Comitato ginevrino. Cosa accadrebbe, allora, in caso di parere favorevole al proseguimento de trattamenti di idratazione e alimentazione? Il Comitato, tuttavia, formula esclusivamente suggerimenti e eventuali raccomandazioni (art. 5 del p. o.) che, in quanto tali, non hanno natura vincolante e obbligatoria, pur se, evidentemente, lo Stato che aderisce al trattato dovrebbe, coerentemente, adempiere alle decisioni del Comitato che può, a ragione, essere definito il guardiano della Convenzione.

Tanti i punti di estrema importanza di una vicenda assai complessa che, tuttavia, potrebbe segnare punti di grande novità per temi di profonda valenza etica e relativi alla tutela dei diritti umani della persona e delle persone con disabilità: non resta che attendere gli sviluppi.

Pubblicato su Linkiesta

Nuvole sull’Europa

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Si avvicina l’appuntamento elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo e, di conseguenza, per capire il reale peso delle diverse famiglie politiche europee, incluso il nuovo gruppo sovranista. In Italia la campagna elettorale è stata sinora quasi esclusivamente ripiegata sulla dimensione casalinga, dedicando pochissimo spazio ai grandi temi che dovrebbero essere discussi al fine di capire come plasmare la nuova Unione europea che tutti, con accenti diversi, dicono di voler cambiare. Poiché giornali e talk show offrono poche occasioni per capire quale sarà – concretamente! – il destino del vecchio continente secondo la politica dello Stivale, l’unica alternativa possibile è andare a scartabellare i programmi dei principali partiti e movimenti in corsa (sul sito del Ministero dell’Interno sono disponibili tutti i simboli e i candidati). I testi dei programmi, quasi tutti pubblicati on line in versione pdf, sono stati scaricati ed il testo riversato in un generatore di “cloud” (in Italiano, nuvola), per capire quali siano i temi maggiormente ricorrenti. I diversi programmi sono risultati spesso di non rapidissima reperibilità, senza una chiara collocazione in home page. Siti generalmente abbastanza caotici, in linea con la moda da navigazione-maremoto del momento: da rimpiangere i vecchi, cari siti-vetrina di qualche anno fa. In un caso (Lega), un programma per le elezioni europee non appare essere stato redatto: sono stati allora inseriti i testi del materiale (manifesti e depliant, prevalentemente) presenti nella sezione “Europee 2019” del sito. Le diverse “nuvole” sono proposte in ordine rigorosamente alfabetico: molta Europa (con orientamenti, ovviamente, molto diversi), un po’ di Italia, di cittadini e di sostenibilità. Poca questione di genere e, paradossalmente, pochi migranti (ci sono gli stranieri, però). Praticamente assenti nelle nuvole anziani, minori e persone con disabilità, proprio quell’anima sociale la cui mancanza è unanimemente rimproverata all’Ue. Non mi sembra, a meno di mia disattenzione, siano state predisposte versioni in linguaggio ETR (easy to read) per le persone con disabilità intellettiva. Buona lettura.

Nel cloud di Europa Verde (qui il programma) spiccano, oltre a “Europa” (enorme), “europea” e “verde” parole come “cittadini”, “sociale”, “emissioni” e “diritti”. Seguono “cambiamenti”, “risorse”, “riduzione”, “ecologica” e “trasformazione”. Insomma, la nuvola verde trasuda spinta ecologista da tutti i pori, tenendo al centro i diritti dei cittadini europei e l’attenzione all’istituzione europea.

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Europa Verde

Per Forza Italia (qui il programma) emergono alcuni dei temi di cui più spesso parla il Presidente Berlusconi e vicini alla storia del partito: “sistema”, “economico”, “imprese”, “sviluppo”, “concorrenza”, “qualità”. Fanno capolino “Cina” e “Russia” accanto a “difesa”, “Europa” (piccolina), “mercato”, “produzioni” e “crescita”. Confermata, pare, l’impronta aziendalista e liberale del partito.

FI
Forza Italia

Per il partito guidato da Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia (qui il programma), giganteggiano “Europa”, “nostra”, “Italia” e “contrasto”, assieme ad un ricorrente “vogliamo”. Seguono alcuni temi familiari nel discorso politico di FdI come “sostegno”, “tutela”, “Italiani” e “Italiano”, “stranieri”, “sociale”, “famiglia”. Non mancano anche “sicurezza”, “nazionale”, “economia” e “imprese/aziende”.

FDI
Fratelli d’Italia

Per quanto riguarda la Lega Nord, il gioco è ovviamente falsato dalla mancanza di un apposito programma per le elezioni del Parlamento europeo (qui la pagina dedicata alle elezioni europee), ma i temi ricorrenti sono quelli ben presenti nello storytelling del segretario Salvini. Troneggia uno “stop”, dal significato inequivocabile.

Lega
Lega Nord

Il cloud del MoVimento 5 Stelle (qui il programma) abbonda di voci europee: “Europa” (assai presente), “Commissione”, “Parlamento”. Segue “cittadini”, “movimento”e “partiti” mentre, più defilati, compaiono termini come “cambiare”, “politica”, “bisogno” e, curiosamente, “PPE”. Spicca anche il movimento politico polacco “Kukiz”

M5S
M5S

La nuvola del Partito democratico (qui il programma) vede al centro la parola “cittadini”, seguita da “europeo” e “europea”, “sociale”, “sviluppo” e “sicurezza”. Più sullo sfondo temi propri dell’area sociale (“bambini”, “povertà”, “diritti”), con “imprese”, “investimenti”, “sostenibilità” e “sfide” invece in buona evidenza.

PD
PD

Evidente il binomio Europa-mercato di +Europa (qui il programma): tutte le possibili declinazioni di “Europa” si accompagnano a “libertà”, “sviluppo”, “mercato”, “imprese”, “cittadini”, “mobilità” e “investimenti”. Il resto è pulviscolo.

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+ Europa

Chiude la carrellata La Sinistra (qui il programma), il cui termina maggiormente ricorrente è “diritti”. Seguono “libertà”, “sociale”, “diritto”, “donne”, “garantire”, “movimento” e “solidarietà”. Meno in evidenza “migranti”, “sviluppo” e “pace”. Quasi invisibile “LGTBQI”.

Sinistra
La Sinistra

Il “caso” social dell’INPS? Una lezione preziosa

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“In linea con quanto previsto dalla netiquette e dalla social media policy della pagina e in considerazione del grande interesse e impatto del reddito di cittadinanza e di altre misure a favore della famiglia, risponderemo solo a commenti inerenti agli aspetti tecnici delle prestazioni erogate da Inps. Cogliamo l’occasione per scusarci con quanti possano essersi sentiti toccati od offesi da alcune nostre risposte”: con questo post la pagina Facebook “Inps per la Famiglia” ha messo la parola fine a una singolare vicenda che ha tenuto banco sui social e sui giornali. La pagina, messa a disposizione dall’Istituto per dialogare con i cittadini, era stata, infatti, letteralmente inondata da commenti, domande, accuse e richieste di aiuto, con un impatto sul gestore della pagina che, evidentemente, non era stato debitamente considerato. Il social media manager della pagina, bersagliato da richieste riguardanti, soprattutto, il reddito di cittadinanza, ha cominciato a rispondere con messaggi via via più pepati, scatenando l’ilarità in rete. Scorrendo il botta e risposta sulla pagina non si può fare a meno di sorridere ma quanto è successo mette sul piatto, senza dubbio, il tema della gestione della comunicazione social delle pubbliche amministrazioni. Potrebbe dirsi, anzi, che ci troviamo davanti ad un caso di scuola, che merita un’analisi attenta per capire quali siano le coordinate entro cui l’azione social pubblica possa o debba muoversi. Intanto, sappiamo che non si parte da zero: è disponibile on line la seconda edizione del volume “Social media e PA, dalla formazione ai consigli per l’uso- Il primo libro in progress della nuova comunicazione pubblica”, aggiornato a gennaio 2018 e realizzato dal Formez. Il libro, liberamente scaricabile, collaziona contributi di docenti ed esperti che, con taglio operativo utile per gli operatori, illustrano le caratteristiche dei principali social, chiarendo opportunità e problemi derivanti da un utilizzo professionale di questi strumenti all’interno delle amministrazioni pubbliche. Scorrendo il volume, che dovrebbe essere lettura obbligatoria per dirigenti e funzionari delle PPAA, indipendentemente se operino o meno nel settore della comunicazione (la PA deve o non deve aprirsi ai cittadini?), emerge, fra i tanti aspetti trattati, quello relativo all’importanza di regole chiare e trasparenti, ovvero perché e come un’amministrazione si pone verso l’utenza in rete attraverso un canale social, la cosiddetta social media policy (SMP): essa, infatti, “consente una corretta gestione del profilo dell’ente sui social network e riduce il rischio di critiche e contenzioso”, così da “rendere chiara e trasparente la fruizione dei social e consente di arginare i problemi che potrebbero nascere con gli utenti e con i dipendenti. Poter far riferimento a principi e criteri stabiliti sin dall’inizio rende più agevole l’uso corretto dei nuovi mezzi di comunicazione e la gestione delle critiche. Aver chiare le regole e comunicarle è un passaggio cruciale in qualsiasi ambito, ancor di più se ci si muove all’interno di processi comunicativi complessi, in cui diventano fondamentali le dinamiche relazionali, il tempo reale e l’interazione costante fra emittente e ricevente”. Insomma, cristallino. L’INPS, da questo punto di vista, fa scuola: da sempre all’avanguardia in materia di ICT, ha pubblicato le regole che si è dato in materia, precisando che “non esistono tempi minimi o massimi di risposta e che le stesse vanno intese come informazioni di primo livello ed elementi di facilitazione all’accesso ad altri canali informativi come contact center, servizio INPS Risponde, Uffici relazioni con il pubblico, ecc. Tali risposte non possono, dunque, sostituire quanto indicato nelle schede informative pubblicate sul portale INPS o essere considerate esaustive”. L’Istituto precisa, inoltre, che “non è possibile, attraverso un social, accedere ai dati dell’utente o alla sua pratica personale. In conseguenza di ciò e per evidenti ragioni di tutela della privacy, non potranno essere trattati casi personali relativi a prestazioni pensionistiche, previdenziali o assistenziali, ma saranno fornite e ribadite informazioni generali di interesse comune che rinviano ai contenuti del sito”. A voler essere fiscali, dunque, ritornando alla vicenda da cui si è partiti, potrebbe dirsi che taluni dei cittadini non abbiano osservato la netiquette dell’Istituto e che, in qualche modo, se la siano cercata. Tutto bene? No, ovviamente non funziona così: anche se alcuni dei frequentatori della pagina non hanno rispettato le regole di accesso ed utilizzo, due aspetti vanno tenuti presenti. Il primo è che il cittadino ha (quasi) sempre ragione e che ha poco senso aspettarsi piena contezza dei rudimenti di cultura digitale quando siamo sostanzialmente all’inizio di una rivoluzione che potrebbe avere esiti al momento imprevedibili: se parliamo di cultura digitale c’è evidente necessità di formazione digitale e, per questo, serve tempo, soprattutto in un Paese tra i più anziani al mondo e nel quale ancora si fatica a percepire l’utilizzo della rete come interazione che di virtuale ha ben poco. Basti pensare, a questo proposito, alla vicenda che ha visto al centro di un utilizzo violento dei social l’ex Presidente della Camera Laura Boldrini. Il secondo punto, di converso, investe la scelta e la formazione di chi, nelle amministrazioni, gestisce i canali social di comunicazione con la cittadinanza. Non si tratta, come è ormai evidente, di un’attività part-time, da seguire solo dopo che si è finito di fare cose più importanti, ma di un’azione amministrativa che qualifica l’ente, il dipartimento o il Comune verso l’esterno. Non si sa esattamente cosa sia accaduto nel caso di specie: quel che è certo è che, ironie a parte, trovarsi a moderare più di diecimila commenti in due giorni non è una passeggiata per nessuno. Molti, peraltro, hanno ottenuto in maniera corretta le informazioni cui avevano bisogno. Questo non può e non deve assolvere un comportamento che, comunque, si è rivelato poco istituzionale e talvolta poco rispettoso dell’utente. Anche un passo falso, tuttavia, è talvolta un passo avanti: quel che appare evidente è che tutte le parti hanno dimostrato di avere qualcosa da imparare e che siamo solo alle prime fasi di un cammino che dovrà necessariamente trasformare in profondità il modo in cui il pubblico serve la collettività. Una lezione di cui far tesoro, insomma. Uno dei grandi problemi dell’amministrazione pubblica (italiana e non solo) è, infatti, quella di vivere una sorta di permanente bipolarismo: dipendenti di un’organizzazione che fa delle regole e della puntuale normazione la sua ragion d’essere da un lato e cittadini che vivono, fuori dagli uffici, ad alta velocità digitale, dall’altro. Comporre questo iato fra due esigenze egualmente importanti rappresenta una delle sfide fondamentali del fare azione pubblica. E, sappiatelo, non sarà a costo zero.

Pubblicato su Formiche