Il numero perfetto

Lo scorso 13 novembre è apparso un articolo su Il Messaggero di Roma, a firma di Lorenzo De Cicco, che titolava, con fare altisonante: “Roma, boom di congedi ai comunali: uno su 3 ha parenti «invalidi»” (si noti il termine invalidi posto fra virgolette). Riporta il giornale che “incredibilmente le licenze 104 si moltiplicano: oggi sono quasi 7mila i lavoratori col permesso in tasca, tra vigili urbani, geometri e travet dell’anagrafe. Sempre più dipendenti, sempre più giovani, chiedono e ottengono i congedi che, in teoria (sic!), dovrebbero servire ad assistere un famigliare disabile”. “Si tratta – continua il pezzo – di “licenze (sic!) solitamente appannaggio dei lavoratori più in là con gli anni, alle prese con genitori anziani. Certo, la 104 è accordata anche a chi ha figli con handicap, o altri parenti a carico con infermità gravi, ma in genere è una quota residuale”. Licenze? In teoria? Quote residuali? Andiamo con ordine.

Si provi a partire da un elemento che dovrebbe vedere tutti d’accordo: le misure previste in tema di permessi retribuiti dei dipendenti (pubblici e privati) di cui alla legge 104 del 1992 sono a tutela della persona con grave disabilità, con un meccanismo che mira a garantire una rete minima di sostegno familiare alla persona fragile. Nel caso delle 3 giornate/mese di permessi retribuiti per il lavoratore dipendente che assiste una persona con disabilità (la quale può, essa stessa, usufruire di tali permessi), si tratta, come spiegato altrove, di attività strettamente legate alle esigenze del caso e alla specifica situazione di bisogno. Il diritto deriva dalla pronuncia di una commissione medica ASL, integrata da un medico dell’INPS, che dichiara la necessità di un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale a favore della persona. È noto, peraltro, che il tema della tempestività del processo di riconoscimento sia stato negli anni scorsi oggetto di particolare attenzione e che è da tempo in corso una riflessione, anche in seno all’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità, circa una riforma che si basi sul concetto della funzionalità della persona e non sulla mera residua abilità lavorativa, in linea col modello proprio della Convenzione ONU del 2006 sulla condizione delle persone con disabilità.

Si torni ora alla questione sollevata dall’articolo che pone un problema di numeri, tratti dall’ultimo conto annuale del Comune di Roma, secondo cui, a fronte di circa 23.000 dipendenti capitolini, 6.839 sono titolari di permessi per legge n. 104/92, ovvero il 29% del totale, optando per l’evidenza tranchante che “tra i nuovi arruolati più d’uno, fiutata l’aria in Campidoglio, abbia già iniziato a chiedere licenze per saltare il turno (sic!)”. È utile richiamare qualche dato di sfondo e ricordare che in un Paese come l’Italia, testa di serie in un quadro europeo che vede la quota della popolazione di età pari o superiore ai 65 anni in netto aumento, disabilità e anzianità si interlacciano fortemente per quel che riguarda il bisogno. Il rapporto ISTAT 2019 ci dice, al proposito, che in Italia sono circa 3 milioni e 100 mila (il 5,2% della popolazione) le persone con limitazioni gravi, e che gli anziani sono i più colpiti: quasi 1 milione e mezzo di ultra settantacinquenni (cioè più del 20% in quella fascia di età) si trovano in condizione di disabilità e 990.000 di essi sono donne. È significativo, da questo punto di vista, come il Sole 24 Ore ricordi che l’uso di questi permessi sia in costante crescita anche nel settore privato: andando a consultare gli ultimi dati INPS disponibili, nel periodo 2012-2019 sono state, infatti, erogate ben 3.812.508 prestazioni per benefici 104 ai soli lavoratori dipendenti del settore privato: un numero che dal 2012, in cui in erano 377.378, è salito costantemente sino alle 589.889 prestazioni nel 2019, con un tasso di crescita del 56%.

E Roma? Va rilevato che la Capitale, al pari della regione Lazio, è un territorio di grandi anziani. I dati ISTAT sulla popolazione dicono che a fronte dei 735.000 65enni in Italia, si contano circa 70.500 individui nel Lazio, di cui 50.500 a Roma; sui 537.000 75enni italiani, 49.000 sono nel Lazio, di cui 36.000 a Roma; per i 350.000 85enni, infine, 32.000 risiedono nel Lazio e 23.000 a Roma. Si tenga presente, a mo’ di paragone, che per la Lombardia, che conta quasi il doppio degli abitanti del Lazio, il numero di anziani è sempre relativamente più basso rispetto al Lazio in tutte e tre le categorie. È lecito, dunque, desumere una particolare incidenza sul bisogno alla luce della popolazione anziana residente. A questo, inoltre, si aggiunga che Roma, come e più di altre grandi città, costituisce un vero e proprio catalizzatore di lavoratori pendolari extra-comunali i quali, fortemente impiegati nel settore della pubblica amministrazione, che si concentra evidentemente a Roma (dove trova casa una rete complessa di amministrazioni centrali, strutture regionali e uffici comunali), portano in dote il “carico anziani” del proprio territorio, incidendo in maniera incrementale sulle richieste presentate all’amministrazione comunale: è ragionevole dedurre che Roma Capitale, in tal modo, si faccia carico di una fetta di bisogno esogena, originata al di fuori del territorio del Comune, che proprio sul Comune va a pesare. Infine, non va trascurata la massiccia presenza delle donne, maggiormente coinvolte nelle attività di cura, rispetto agli uomini tra il personale impiegato: ben 16.454 unità rispetto a 7.087, più del doppio.

Sia chiaro: ogni abuso commesso va ricercato, individuato e sanzionato senza sconti, a tutela di chi di quel diritto deve godere. Occorre, tuttavia, chiarirsi: dove si anniderebbero questi abusi? Nelle Commissioni che operano nell’area romana che valutano le domande di riconoscimento della condizione di disabilità? Andrebbero mosse accuse di illecito e truffa che vanno circostanziate e, soprattutto, provate. Nella gestione della pratica del dipendente? Si ignora, forse, che la discrezionalità in materia da parte degli uffici pubblici è assai compressa, limitandosi al controllo di alcuni parametri di base fra cui l’esistenza della certificazione necessaria e la dichiarazione di condizione di referente unico (eccezion fatta per i genitori di figlio disabile in situazione di gravità, che può essere assistito, alternativamente, da entrambi) con assunzione delle conseguenti responsabilità di natura penale da parte del dichiarante. Basterebbe dunque fermarsi qui per capire che una percentuale in sé non può costituire motivo di scandalo, a meno di contestare con fatti e/o notizie di reato quanto fin qui riportato.

Si vada, tuttavia, oltre. Potrebbe costituire abuso, allora, la modalità di fruizione del beneficio, da parte di chi, invece di prestare assistenza, preferisca andarsene al mare o poltrire a letto? Certamente sì. E, è bene precisarlo, se i possibili abusi potrebbero trovarsi in questa fase post-concessoria, è ulteriormente evidente che una denuncia che poggi sul mero numero dei titolari del beneficio non ha alcun senso. Un tema razionale è, allora, quello riferito alla verifica della effettiva prestazione dell’assistenza: posto che, va da sé, sarebbe irrealizzabile – e lunare – il pedinamento di centinaia di migliaia di lavoratori su tutto il territorio nazionale e che, come si è spiegato all’inizio, le modalità di gestione dell’assistenza possono essere le più varie, il tema diventa squisitamente organizzativo sotto due profili. Il primo, scontato, attiene al dovere di informare tempestivamente le competenti autorità ove si abbia concreta e palese evidenza di un comportamento illecito: saranno gli inquirenti a valutarne la fondatezza. Il secondo investe una appropriata conduzione dell’attività amministrativa che contemperi e concili la dovuta fruizione del beneficio, correlato al principio fondamentale di tutela della persona (si noti, a margine, che a Roma la media mensile di giornate fruite è pari a 1,8, a testimoniare che non tutte le giornate cui si ha diritto vengono utilizzate, con un peso sul totale assenze pari al 10,3%).

La discussione resta, naturalmente, aperta. Si consenta, tuttavia, un’ultima, stringata avvertenza. Quando, in maniera del tutto spregiudicata, fra ammiccamenti e allusioni, si asseconda e caldeggia la cultura del sospetto, che accomuna i “furbetti del cartellino” ai “furbetti della 104”, limitandosi a dare in pasto al pubblico cifre che dovrebbero essere sempre spiegate (per corroborarle o per contestarle), ci si avvia per una china assai pericolosa. Quella della presunzione della colpevolezza che porta con sé, inevitabilmente, la categoria del nemico oggettivo. Ieri i dipendenti pubblici. Oggi chi fra loro si prenda cura delle persone con disabilità. E domani? A chi toccherà?

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Caro Corrado

Caro Corrado,

mi chiamo Alfredo Ferrante, ho 52 anni e faccio il dirigente pubblico in una amministrazione centrale dello Stato. Seguo con una certa assiduità la sua trasmissione, presso la quale, peraltro, ho avuto il piacere di intervenire brevemente qualche anno fa in un paio di occasioni.

Posso dunque definirmi uno spettatore affezionato, con un appuntamento pressoché fisso ogni giovedì sera: devo dire, tuttavia, di aver provato una sincera delusione nell’assistere, nella puntata di Piazzapulita dello scorso 5 novembre, allo scambio fra lei e l’onnipresente Massimo Cacciari, che ha tuonato contro i colleghi dello Stato e del parastato che hanno poco da star tranquilli, posto che la crisi non può pagarla una metà del Paese.

Potrebbe qui aprirsi un’ampia discussione su quale effettivamente sia questa metà del Paese, ma non è questo il punto. La cosa che mi è francamente dispiaciuta è sentirla parlare, in risposta a Cacciari, di coloro che hanno “il culo al caldo, grazie allo stipendio”, e che possono permettersi di aspettare. Mi è dispiaciuto – provo a spiegare – perché mi ha stupito che in una trasmissione televisiva così seguita, solitamente poco urlata, si sia potuto trascendere utilizzando termini francamente inaccettabili.

Voglio essere chiaro: non intendo partire con difese d’ufficio dei dipendenti pubblici o dei dipendenti privati. Come cittadino di questo Paese nutro, come tutte le persone dotate di buon senso, forte preoccupazione per coloro che in questi mesi se la stanno passando male. Malissimo. Sono concittadini che gestiscono ristoranti, lavorano nel turismo, fanno i liberi professionisti, hanno partite IVA. È superfluo dire che se si azzoppa definitivamente l’economia, il conto lo paga il Paese, ovvero tutti noi. E, aggiungo, credo nessun lavoratore dipendente abbia a che dire nel dare un contributo di qualche tipo a sostegno dei lavoratori e delle famiglie in difficoltà, a patto di un’ovvia progressività e generalità della platea.

Detto questo, torno alla questione. Perché mai chi ha avuto la possibilità di lavorare in questi mesi difficili dovrebbe essere apostrofato in tal modo? Perché si presume che aspettino tranquillamente gli eventi per il sol fatto che percepiscono uno stipendio? Forse che i “garantiti” (altro termine che va per la maggiore) non hanno figli, fratelli, amici che stanno soffrendo della crisi? Caro Corrado, mi consenta un’ovvietà: lo tsunami economico e sociale che imperversa da marzo, e che sta purtroppo ora riprendendo con forza, lo causa la pandemia. Non certo le lavoratrici e i lavoratori dipendenti: costoro hanno continuato a lavorare, da remoto o negli uffici, e continuano a farlo. Fanno il proprio dovere e a fronte del loro lavoro ricevono uno stipendio. Si chiama sinallagma.

Dov’è la colpa? Forse che per risollevare il Paese chi ha la possibilità di continuare a lavorare e, magari, di contribuire a far circolare qualche soldo, dovrebbe perdere il proprio lavoro? Essere punito? Penalizzato? Io sono convinto che in una democrazia avanzata lo scopo finale sia aumentare diritti, garanzie e benessere per tutti. Esigere, come richiede la Costituzione, “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” e, al contempo, far sì che nessuno resti indietro. Garantire i diritti di tutti i lavoratori. Aiutare i precari. Creare le condizioni, insomma, perché la nostra sia davvero una Repubblica fondata sul lavoro.

Veda, sono del parere che utilizzare espressioni di questo tipo, che purtroppo abbondano in una rete spesso tossica (in un mio recente articolo ho contato e raccolto un’ottantina di epiteti che quotidianamente possono trovarsi sui social a danno dei lavoratori del settore pubblico, categoria alla quale mi onoro di appartenere), non fa altro che alimentare la grande inquietudine che stiamo vivendo. Si finisce, pur non volendo, con l’offrire a chi si trova ingiustamente penalizzato dagli effetti della diffusione del virus un facile bersaglio verso cui sfogare la propria legittima rabbia. A cosa serve se non a esacerbare il conflitto sociale? Domani a chi toccherà?

Voglio sperare che possa leggere questa lettera e riconsiderare l’utilizzo di certe espressioni. Possiamo e dobbiamo parlare di tutto, senza sconti: ma non priviamo i lavoratori della loro dignità. Esattamente la stessa dignità che è a rischio per coloro cui la pandemia sta portando via tutto e per i quali occorre una mobilitazione senza precedenti.

Con molta cordialità,

Alfredo

Civil servant, incivili digitali

In una situazione grave e complicata per l’Italia, in cui crisi sanitaria e sociale moltiplicano gli effetti nefasti dell’onda lunga della pandemia, c’è chi sembra aver trovato un nuovo obiettivo sul quale riversare le proprie ansie e frustrazioni, rispolverando, in realtà, un grande classico: il dipendente pubblico, causa e principio di ogni male. I social network, in un momento nel quale dovrebbe prevalere la solidarietà nazionale e lo sforzo collettivo, traboccano purtroppo di contumelie, spesso persino fantasiose, avverso chi serve lo Stato. A mo’ di amaro divertissement, ecco, in ordine rigorosamente alfabetico, una sintetica raccolta, assolutamente non esaustiva, di alcuni tra gli affettuosi appellativi rivolti alle lavoratrici e ai lavoratori del settore pubblico (incluso chi scrive questo post) raccolti in questi ultimi mesi. Comprese le variazioni sul tema. Che nulla hanno a che vedere con la legittima e doverosa critica che si intenda muovere alla macchina dello Stato. Qualche domanda va posta: l’agorà digitale può davvero essere considerata un luogo altro rispetto alla quotidianità in carne ed ossa? Ripeterebbero costoro quelle parole di persona, in un consesso civile? Possiamo parlare di discorso d’odio (hate speech)? E, oltretutto, cui prodest? Giudicate voi.

Abbeveratore alla mammella statale
Addivanato
Agit-Prop
Allineato
Anima morta
Arrampicatore (di specchi unti)
Assenteista
Carogna
Casta (kasta)
Comunista (comunistello)
Cooptato
Covidiota
Cuccastipendio
Culo al caldo (o coperto)
Debito pubblico mobile
Deep state
Demagogo
Disumano
Egoista
Fancazzista
Fannullone
Fasciocovid
Fascista
Furbetto (del cartellino)
Garantito (a vita/ipergarantito)
Gentaglia
Grigio funzionario
Hai venduto l’anima allo Stato
Imboscato
Incompetente
Infingardo
Intoccabile
Ladro
Lazzarone (esercito di lazzaroni)
Leccaculo
Leccapiedi
Mafioso
Maledetto
Mangiastipendio
Massacratore
Megalomane
Miserabile moralista
Nemico del popolo
Non paghi le tasse
Non vedi l’ora di fare pizze e cantare sui balconi
Nostro dipendente
Nullafacente
Pagato da Soros
Paperone
Parassita (intestinale)
Piangina
Picciotto
Piddino (pidiota)
Privilegiato
Raccomandato
Radical chic
Sanguisuga
Scagnozzo
Scroccone
Schiavo
Servo
Sfaticato
Sfruttatore
Sinistro
Smartinutile
Socialista
Stai sul gradino più basso della scala di indispensabilità
Stipendiato sicuro
Succhiasoldi
Ti odio
Ti pago
Tifi per il lockdown
Traditore
Tutelato (ipertutelato)
Ultimo fra gli uomini
Zavorra
Zecca di Stato

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Sì, siamo lavoratori dipendenti. E allora?

Le pesanti, necessarie misure adottate dal Governo contro la brusca impennata dell’epidemia da Covid-19 stanno causando gravi difficoltà a una larga parte di cittadini: esercenti della ristorazione, commercianti, liberi professionisti, partite IVA. Chiunque abbia un po’ di sale in zucca capisce che occorre tutelare, in fretta e adeguatamente, chi venga danneggiato dalle conseguenze sociali ed economiche della diffusione del virus. Per due motivi: perché sono cittadini Italiani al pari di tutti gli altri e perché il danno all’economia alla fine colpirà chiunque, indipendentemente dalla posizione lavorativa e reddituale. Non i ricchi e i super ricchi, evidentemente: c’est la vie. Eppure, molti soffiano sul fuoco, propalando la vergognosa – e pericolosa – idea che qualcuno la deve pagare: i dipendenti pubblici e privati. La colpa delle disuguaglianze crescenti, dicono, non è della pandemia ma di coloro che hanno un imperdonabile peccato originale: avere un posto di lavoro dipendente a tempo indeterminato. Quel posto che molti di coloro che ora lanciano strali avverso i dipendenti non hanno mai avuto interesse a cercare. Magari lo hanno disprezzato. Ci sta: ognuno nella vita fa le proprie scelte. Eppure avere un lavoro dipendente presso una pubblica amministrazione o un’azienda è oggi una macchia indelebile. Un’ignominia. Perché ci sono alcuni che sostengono che i dipendenti pubblici (o privati, cambia poco) se ne fregano dei loro concittadini che se la passano male, sono indifferenti alle difficoltà di amici e parenti, hanno “il culo al caldo”. Sono i garantiti, i privilegiati, che aspettano in panciolle il prossimo lockdown. È un malumore sotterraneo, fomentato da irresponsabili che, per palese incomprensione delle dinamiche sociali e del sentire umano o, peggio, per calcolo spregiudicato, sparano nel mucchio. Sono pochi: una minoranza rumorosa e spregiudicata. Ma da non sottovalutare, anche perché, grazie ai social network, sono le posizioni estreme che vengono malauguratamente amplificate. Per costoro una parte dei cittadini Italiani non meritano la patente di esseri umani ma solo la messa all’indice.

Beh, sapete che c’è? Basta.

Lo dico a chiare lettere: nessuno tifa per il lockdown, che sarebbe un disastro. Nessuno odia le partite IVA, i ristoratori, i gestori delle palestre o i liberi professionisti. Nessuno desidera lo schianto altrui. È una scandalosa menzogna alla quale bisogna reagire sempre e in ogni dove. Ribadendo che l’Italia è una e che se noi si lavora facendo il nostro dovere, oggi come ieri, consapevoli del momento drammatico, siamo pronti a difendere chi se la passi male e a contribuire in ogni modo a dare una mano. Non presumete di sapere ciò che pensiamo o sentiamo: smettetela. Chi spinge per il conflitto tra cittadini deve essere contestato e smentito: civilmente e argomentando, ma non tacendo di fronte a pericolose teorie che minino il tessuto civile del Paese Va tutelata la dignità di tutti i lavoratori. Auspicando interventi adeguati per sostenere chi subisce ripercussioni durante la crisi, perché possa avere ogni aiuto oggi e messo in condizione di ripartire domani per continuare a contribuire all’economia dell’Italia e al benessere generale. Allo stesso tempo, questo attacco ai lavoratori dipendenti, che hanno l’opportunità e la fortuna di poter continuare a lavorare, deve finire. Voglio rubare e usare le parole di un messaggio che ho ricevuto da un “privilegiato”, un lavoratore cui qualcuno vorrebbe togliere il suo diritto ad essere cittadino.

Le sue parole sono le seguenti: “Caro dott. Ferrante, sono tutti bravi a soffiare sul fuoco, a stigmatizzare il prossimo, a generare un nemico. Rabbrividisco nel leggere il termine “privilegiato” quando si parla di dipendenti pubblici. Qual è la colpa? Aver studiato? Aver sofferto e fatto sacrifici per vincere un concorso? Sinceramente non vedo il privilegio. Io vedo solo l’onore di servire lo Stato, di lavorare perché tutti stiano meglio. Quando ancora leggo che certi utenti invidiosi sperano nei licenziamenti di massa e/o nella mancata erogazione degli stipendi, mi prende lo sconforto e mi chiedo, ma perché devo lavorare così tanto? Perché devo sfinirmi? Se poi arriva il primo pinco pallino a buttarmi fango addosso ed a sminuire la mia voglia di fare bene e del bene (nel mio piccolo)? L’unica risposta che trovo è: perché mi sento realizzato perché mi sembra di poter cambiare qualcosa (…). Le magagne e i problemi nella PA ci sono, non lo nego, ma ci sono anche persone che si spezzano la schiena e non è giusto che vengano umiliate dal primo utente anonimo. Scusi lo sfogo in privato, ma la ritengo una persona comprensiva, con la quale si può dialogare ed alla quale sta a cuore quello che fa. Grazie per le parole che spende per difendere la P.A. e chi ne fa parte. Un dipendente pubblico sconfortato”.

Meglio di così non avrei saputo scriverlo.

I tre punti da chiarire per sgombrare il tavolo del dibattito sullo smart working.

Nell’estate del 2019 uno dei punti maggiormente qualificanti dell’agenda di Governo in materia di pubblica amministrazione, incentrato sulla verifica dell’osservanza dell’orario di lavoro, era quello relativo alla messa in opera di “sistemi di verifica biometrica dell’identità e di videosorveglianza degli accessi” (art. 2, co. 1, l. 19 giugno 2019, n. 56): l’introduzione delle impronte digitali nell’accesso agli uffici, cavallo di battaglia dell’allora Ministra Bongiorno, era il naturale punto di approdo di una tradizionale concezione parafordista dell’attività amministrativa, fortemente proceduralizzata e incastonata, nell’immaginario collettivo, nel totem della presenza alla scrivania dell’anonimo travet. Nel giro di pochi mesi, l’impatto della pandemia da coronavirus ha drasticamente stravolto ogni usuale riferimento del discorso sul lavoro pubblico che, al netto dei tanti problemi che lo affliggono, appare ormai inestricabilmente legato all’affermarsi di nuove forme di organizzazione e gestione. Lo sconquasso in termini organizzativi interni provocato dallo smart working emergenziale, introdotto dal Governo nei mesi della cosiddetta prima ondata dell’epidemia, ha favorito l’affaccio di una vera e propria rivoluzione copernicana in materia di lavoro nella macchina pubblica che, tuttavia, nel suo incedere impetuoso, sconta alcuni vizi di fondo nel discorso pubblico in corso, dei quali occorre acquisire piena consapevolezza se si desidera contribuire a imprimere un cambiamento apprezzabile nella cultura interna delle nostre amministrazioni pubbliche, discernendo opportunità, ostacoli e possibili esternalità negative.

Il primo inciampo investe la facile confusione che ancora sopravvive fra telelavoro e lavoro agile, sebbene nettamente distinti dal punto di vista pratico e concettuale. È bene, allora, ribadire che il telelavoro implica il trasferimento, più o meno permanente, dell’attività quotidiana fra le mura domestiche grazie alle tecnologie informatiche ed è generalmente accompagnato dalla rilevazione della presenza al computer secondo fasce orarie predeterminate, mentre il lavoro agile decostruisce non solo l’elemento spaziale (il lavoratore può operare in qualsiasi luogo, non solamente a casa) ma anche quello temporale, permettendo una gestione del proprio orario, pur garantendo il rispetto del limite massimo di ore lavorative giornaliere e settimanali stabilito dalla legge e dai contratti collettivi. Una forma matura di smart working, in estrema sintesi, prevede un equilibrato mix di presenza/remoto che, tenendo fermo l’obiettivo di conciliazione dei tempi di vita privata e professionale, contribuisca a promuovere una cultura dell’organizzazione del lavoro per obiettivi e risultati con marcata responsabilizzazione del lavoratore rispetto al suo apporto lavorativo. Si tratta, come è stato fatto notare, di una potente leva di cambiamento che, se opportunamente utilizzata, può stimolare processi profondi i cui esiti, in termini di riorganizzazione lavorativa e financo sociale, sono ancora poco visibili: orientamento al risultato dell’attività amministrativa, riconquista di senso da parte dei lavoratori, ripresa di spazi per le esigenze familiari, di cura e del tempo libero, formidabile spinta trasformativa sugli stili di leadership della dirigenza che non può non rimettersi in gioco per coordinare con efficacia le persone indipendentemente dalla loro presenza fisica alla scrivania.

Il secondo aspetto di cui tener conto è che il dibattito in corso è ancora fortemente viziato dalla pandemia. Si è parlato di lavoro agile d’emergenza introdotto, per il settore pubblico come per quello privato, allo scopo di limitare il contatto interpersonale e, conseguentemente, il diffondersi del contagio. Lo svolgimento dell’attività lavorativa dipendente si è dunque forzatamente svolto, per mesi, da casa, spesso in mancanza di adeguate dotazioni informatiche, scontando talvolta inevitabili disfunzioni ma continuando, tuttavia, a far marciare l’attività anche in un periodo difficilissimo per il Paese. Ciò nonostante, permane, in tante parti del dibattito pubblico, una spinta a richiedere a “tornare negli uffici” quale soluzione non solo alla presunta piena ripresa delle attività, ma anche alla rianimazione dei centri urbani, che si teme si riducano a scheletri abbandonati. Non è, peraltro, improbabile vedere in controluce, a fronte di reazioni simili, una certa qual voglia di restaurazione dell’ordine naturale delle cose dettata dal timore di mutamenti troppo repentini dello status quo che mettano a repentaglio equilibri consolidati: un punto che meriterebbe un’analisi maggiormente approfondita. Quali che siano le motivazioni, ecco, puntuale, il susseguirsi di posizioni oltranziste di non pochi protagonisti della politica e di opinionisti dell’informazione televisiva e della carta stampata che propalano lo scandalo degli smart worker a casa a stipendio pieno, causa dell’impoverimento di ristoranti ed esercizi commerciali e della desertificazione delle città, proprio quando, per il settore pubblico, è stato previsto, a partire dal 2021, un regime di lavoro agile che interessi almeno il 60% del personale che sia adibito ad attività remotizzabili Le principali conseguenze di una simile, malconcia propaganda sono due: ignorare scientemente e colpevolmente le enormi potenzialità di cambiamento sociale, economico e ambientale che possono accompagnare il mutar pelle all’organizzazione tradizionale del lavoro e favorire irresponsabilmente tensioni sociali fra lavoratori dipendenti e non dipendenti.

Il terzo elemento, in modo strettamente correlato al precedente, riguarda l’oggettivo emergere di forti diseguaglianze che la crisi economica, terribile prodotto dell’emergenza sanitaria ed epidemiologica, sta portando alla luce. Una pletora di attività – basti pensare al settore del turismo e della ristorazione – ha subito e subisce pesantissime ripercussioni che colpiscono i lavoratori e investono le famiglie. L’assegnazione del Premio Nobel al World Food Programme delle Nazioni Unite – un riconoscimento ai “burocrati dell’ONU”, potrebbe osservarsi – segna proprio il tentativo di porre un argine alle devastanti conseguenze a danno dei paesi più poveri, come ha ben argomentato Vandana Shiva in una sua recente intervista. Attenzione, tuttavia, al salto logico: è la pandemia a causare queste drammatiche diseguaglianze, non certo coloro che possono usufruire del regime di lavoro agile in quanto dipendenti, privati o pubblici. La tempesta perfetta che ha travolto tanti lavoratori, in primis gli autonomi, è un dramma per il Paese intero dato che, ove non si riuscisse a porre rimedio allo tsunami in corso, nessuno ne uscirà in piedi, ed è obiettivo primario della politica mettere in campo le opportune misure di contrasto al possibile disastro. Metter contro chi ha potuto continuare a lavorare, garantendo continuità e usufruendo del lavoro agile in mezzo a tante oggettive difficoltà, e chi, a causa della crisi, ha visto praticamente azzerato il proprio volume di attività, è, dunque, un’intollerabile, ipocrita scelleratezza. Suggerire che i lavoratori dipendenti, e in particolare i dipendenti pubblici, abbiano “voglia di lockdown” è segno del profondo disconoscimento del valore del tessuto condiviso proprio di una comunità sociale e dello stigma avverso una categoria di persone e atteggiamento che merita la più netta disapprovazione.

Pretendere chiarezza e sgombrare il campo da equivoci e malintesi sono passaggi essenziali a che si possa sviluppare un dibattito serio e di lungo respiro su nuove forme organizzazioni del lavoro, che lo smart working può aiutare a definire e, con uno sforzo di visione, immaginare per il futuro. Servono, soprattutto, ad affrontare senza riserve le criticità e le difficoltà che il processo di trasformazione può portare con sé: i mesi passati di lavoro agile nel settore pubblico hanno generato speranze ed attese ma, allo stesso tempo, hanno messo a nudo problemi profondi e portato alla luce non poche resistenze, rendendo evidente che la trasformazione è efficiente in quanto comporti vantaggi per l’organizzazione, per i lavoratori e, soprattutto, per i cittadini. Riportando tutti con i piedi per terra, peraltro, nel futuro post-pandemia il lavoro in presenza (per le forze dell’ordine, per il settore sanitario e per il sistema integrato di educazione e di istruzione) non potrà che riassumere la sua indispensabile preponderanza, limitando fortemente, com’è stato rilevato, il numero dei lavoratori agili pubblici. Si prospettano, in realtà, cambiamenti che innerveranno la dimensione planetaria del lavoro e che, paradossalmente, potranno avere rilevanza e ricadute negative limitate per il settore pubblico, i cui obiettivi e la cui ragion d’essere è correlata a funzioni statali in gran parte indispensabili e irrinunciabili: alzando lo sguardo, va raccolto il monito lanciato da Miguel Gotor, per il quale trasformazioni incontrollate possono aumentare “la frustrazione dell’emarginato, la cui posizione sociale è ormai così atomizzata e disarticolata da non essere in grado di organizzare una reazione”, in un clima di progressiva e definitiva atomizzazione del valore lavoro che potrebbe far crescere le diseguaglianze e radicalizzare i processi di disarticolazione sociale. Entrano in gioco dimensioni trasformative lunghe e l’opportunità – la necessità – di ripensare e rivedere più di un aspetto di un sistema socio-economico che non da ora viene messo in discussione. Una partita complessa, in cui la politica non può far mancare la propria voce, in primo luogo per evitare di alimentare irresponsabili tensioni sociali.

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No, Pasquale Tridico non è un genio del male

Mare in tempesta all’INPS per il “caso Tridico”. Ha aperto le danze Repubblicadenunciando che il Presidente dell’Istituto “si alza la paga con effetto retroattivo”, per di più in piena estate, seguita a ruota dal Sole 24 Ore, che scrive come l’aumento di stipendio sia “una pagina nera nell’emergenza Covid”, anzi “un blitz agostano come nelle peggiori occasioni dei premi alla famigerata vecchia casta”. Rotta la diga, la questione è tracimata a valanga nell’arena politica e sui social network, dove il polverone non accenna a calare. Sia consentito dire che per noi vecchi arnesi dell’Amministrazione, con i gomiti delle giacche ormai consunti e un pelo smaliziati, la vicenda fa sorridere. Per vari motivi. Il primo attiene allo stipendio del Presidente del più grande Istituto previdenziale d’Europa che, vivaddio, non può non percepire emolumenti coerenti con il ruolo: inutile persino parlarne. Il secondo investe la questione della retroattività degli arretrati per il Presidente INPS (e INAIL): come spiegato dall’Istituto in un comunicato stampa e ribadito dallo stesso Tridico, il decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze del 7 agosto 2020 stabiliva, fra l’altro, che tali arretrati spettassero dalla nomina, mentre i Collegi dei Sindaci dei due Istituti hanno correttamente richiamato una disposizione secondo cui occorre richiamarsi alla data dell’insediamento del CDA, avvenuta un anno dopo la nomina. Il sistema, in altre parole, ha funzionato, e sono stati gli stessi organi di controllo ad intervenire, in linea con i loro compiti istituzionali, per correggere in corsa il problema (sulla cui natura, in tutta onestà e in punta di buon senso, ci sarebbe anche da discutere). Il terzo, poi, riguarda il fatto che non è il Presidente dell’INPS a decidere quanto guadagnare e da quando: basta leggersi il famigerato decreto interministeriale e i suoi “visti” (quelli, per intenderci, che fanno venire l’orticaria ai tanti censori dell’amministrazione pubblica e del suo latinorum) per capire quali siano le norme che governano il processo e l’iter seguito e concludere che assai difficilmente Tridico possa aver indossato le scarne vesti di Cattivik, il genio del male, tramando a suo piacimento. Sgombrato il tavolo dallo sciocchezzaio del giorno, la cosa che, tuttavia, ancora una volta balza all’occhio è la poca attenzione con cui certe questioni vengono affrontate, preferendo, evidentemente, gridare allo scandalo per acchiappare lettori, voti, like. Il giornalismo ha il diritto/dovere di scrivere ciò che vuole, come vuole e quando vuole, sempre e comunque. E la politica suona la musica che preferisce e che pensa più aggradi ai propri elettori, gli unici a poter giudicare. Ma perché mescolare questioni tecnico-amministrative con profili politici e mediatici che dovrebbero restare, invece, ben distinti? Come si fa a legare l’adeguamento di uno stipendio alle condizioni di tanti lavoratori oggi oggettivamente in difficoltà? A che scopo anche solo suggerire che il vertice INPS abbia intrallazzato per raddoppiarsi lo stipendio? È certamente lecito e doveroso criticare l’operato dell’INPS e del suo vertice, così come è parte integrante del dibattito democratico la critica politica, pure aspra, agli indirizzi delle maggioranze di Governo: sono aspetti vitali di un sano dibattito pubblico, al quale la stampa partecipa come attore cui spetta un ruolo fondamentale in una democrazia. Serve, però, grande cautela e responsabilità da parte di tutti: perché, una volta cessate le ostilità, quel che resta è la solita avversione verso tutto ciò che è pubblico, servitori dello Stato in primo luogo, alimentando la sfiducia verso la macchina pubblica e, non meno importante, verso la politica. Esiste la buona e la cattiva burocrazia (eccome), così come esiste la buona e la cattiva politica. Facciamo, per favore, lo sforzo di non dimenticarlo mai. Il costo di una delegittimazione indiscriminata sarebbe insopportabilmente alto, persino per un Paese di lungo e accidentato corso come il nostro.

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Un terzo degli insegnanti rifiutano il test sierologico? Fatti (veri) e numeri (incerti)

Mentre l’allegro suono della campanella inesorabilmente si avvicina, sono palpabili le preoccupazioni di cittadini, operatori e famiglie perché Governo e regioni pongano in essere tutti gli opportuni accorgimenti per una ripresa sicura delle attività scolastiche: non casualmente, hanno ricordato alcune scienziate sul Corriere della Sera, il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, durante il lancio della campagna “Save the future”, ha parlato di catastrofe generazionale, ricordando che la priorità di tutti i Governi è quello di riaprire le scuole. Comprensibile, quindi, alla luce delle esigenze di sicurezza, il momento di particolare inquietudine che politica e informazione stanno attraversando, anche per la pressione delle opinioni pubbliche che attendono decisioni certe e il più possibile rapide. In questo quadro assai complicato e in continuo fermento ha fatto capolino una notizia assai curiosa, rilanciata, fra gli altri, dai siti del Corriere della Sera e di TGCom24, secondo cui, sulla base di indicazioni fornite dal Ministero dell’istruzione relativamente ad una campagna di screening del corpo docente dal 24 agosto al 7 settembre, un terzo degli insegnanti in Italia si sarebbe rifiutato di effettuare i test sierologici per entrare in sicurezza in classe. La notizia, scarna e senza troppi dettagli, viene ripresa su Twitter da autorevoli commentatori come Carlo Cottarelli (“Cari insegnanti […], il Corriere dice che un terzo di voi non vuole fare i test sierologici. Non so se è vero ma, se lo è, ripensateci per favore”) o Antonio Polito del Corriere (“Un insegnante su tre non vuole fare il test sierologico. Un alunno su tre rischierà di portare il virus a casa”) e comincia a diventare virale sui social network, dove le reazioni indignate contro gli insegnanti non tardano a farsi sentire. Un qualche dubbio, tuttavia, inizia a prender corpo: possibile che in quattro e quattr’otto gli oltre ottocentomila insegnanti Italiani siano stati contattati uno per uno e sia stata loro richiesta la disponibilità a effettuare il test? Sono state acquisite tutte le risposte? Processate? E come? Ma, soprattutto: da chi? Arriva in soccorso Twitter dove, lanciata la richiesta, giunge puntuale la risposta (grazie, fra i tanti, a @Anglod3, @aelledesign, @marco_beccaria e @paoloaccardi), rimandando ad una dichiarazione rilasciata a Open Online dal vicesegretario della FIMMG (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale), Domenico Crisarà, secondo cui molti docenti si rifiutano di fare i test sierologici sul Coronavirus prima di tornare in classe. Lo studio di Crisarà, che è medico e opera in Veneto, riporta il pezzo, assicura aperture straordinarie dedicate unicamente all’attività di screening per i docenti, che vengono chiamati direttamente a casa dalla segreteria dello studio per fissare l’appuntamento: “Non che mi aspettassi grande entusiasmo – ha dichiarato Crisarà – ma nemmeno che un terzo degli insegnanti si rifiutasse. E non mi sembra normale che una categoria come quella dei docenti, che dovrebbe essere intellettualmente superiore, non si renda conto che così facendo si ledono dei diritti costituzionali fondamentali della Costituzione, come quello alla salute e all’istruzione”. Tra un clic e l’altro, ecco l’approdo alla dichiarazione rilasciata il 25 agosto all’Adnkronos da parte del Segretario nazionale della FIMMG, Silvestro Scotti, che specifica: “è una nostra iniziativa, utile per organizzare il lavoro e inserire i test. Personalmente, per esempio, dedico a questa attività una seduta fuori dall’orario di studio, con i dovuti distanziamenti. La mia segretaria ha già chiamato tutti. E il 30% ha rifiutato”. Traduzione: i medici della FIMMG si attivano per effettuare i test sierologici nell’ambito di una iniziativa che, partita il 24 agosto, si concluderà solo due settimane dopo. Dopo 48/72 ore, sulla base delle esperienze registrate da due studi medici, viene letteralmente fabbricata la notizia che il 33% degli insegnanti Italiani, a spanne 280.000 individui, si è rifiutato di fare il test. Una non-notizia, dunque, da ogni punto di vista, lanciata da Agenzie di stampa e ripresa da testate nazionali (buon’ultima Repubblica) e notiziari televisivi che preferiscono evidentemente solleticare, come accade sempre più spesso, la pancia del Paese, a scapito di una accurata verifica delle fonti e della solidità delle informazioni offerte alle opinioni pubbliche. Tutto a posto? Quando ormai, dopo ore di bufera mediatica, appare chiaro che il dato ha una valenza prossima allo zero, arriva, raggelante, la risposta di Antonio Polito ad un utente che su Twitter richiamava l’opportunità dell’onere della prova circa la fondatezza della notizia data: “L’onere della prova spetta agli insegnanti: fate il test e avrete fatto il fact checking, dimostrando che il dato era falso. Io ne gioierò (sic!)”. Fine. Applausi. Sipario.

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Il favoloso mondo di Flavio

Ha tenuto banco nei giorni scorsi la tenzone in piena regola fra il Sindaco del Comune sardo di Arzachena, Roberto Ragnedda, e l’imprenditore Flavio Briatore a seguito dell’ordinanza comunale del 17 agosto intervenuta in materia di discoteche, sale da ballo e locali assimilati destinati all’intrattenimento. Briatore, proprietario, fra l’altro, del locale Billionarie, sito nel territorio del Comune, ha tuonato contro una decisione che, a suo dire, penalizza l’industria del divertimento in Sardegna, definendo, nel corso di un collegamento con un divertito Nicola Porro, il Sindaco un “piccolo arrogante Napoleone” e “testa di ca***”, che “pensa che la fortuna del mondo sia Arzachena, che nessuno sa dove ca*** sia, la conosce lui e due pecore”. Lasciando per il momento da parte le eleganti esternazioni dell’imprenditore nato in provincia di Cuneo e residente a Montecarlo, va precisato, per amor di contesto, che il Sindaco non ha fatto che recepire, parola per parola, quanto fissato dall’ordinanza del Ministero della salute del 16 agosto 2020, recante “Ulteriori misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19”, e dall’ordinanza della Regione Sardegna di stessa data. Egli, inoltre, richiamando le norme vigenti in materia di inquinamento acustico e tutela della quiete pubblica, ha vietato qualsiasi forma di diffusione della musica dal vivo e/o riprodotta all’esterno di tutte le attività di pubblici esercizi oltre le ore 24.00 e all’interno degli stessi oltre le ore 01.00 del mattino. Sono indicazioni che, evidentemente urticanti per gli amanti della movida ad ogni costo e per i libertariani ultraortodossi, appaiono di buon senso e che saranno in ogni caso oggetto di valutazione da parte degli abitanti del Comune, unici giudici dell’attività politica e amministrativa del Sindaco e della sua Giunta. Chiarito il quadro in cui ha preso le mosse il can-can mediatico, la vicenda presenta, tuttavia, aspetti più generali che meritano una riflessione – assai scivolosa – legata all’immagine stessa della Sardegna, scolpita, in tanta parte dell’immaginario collettivo, come la terra delle spiagge e del divertimento, meta estiva e agostana per eccellenza che è, incredibilmente, di fatto assente dall’orizzonte per il resto dell’anno. Quando Briatore, scandalizzato, denuncia che le barche ormeggiate in zona se ne sarebbero tutte andate perché il turista (quasi assumendone l’idea platonica) non resta “in un paese dove c’è il silenzio assoluto”, rivela chiaramente la concezione di turismo di cui egli è l’alfiere: il favoloso mondo di Flavio Briatore è la punta di diamante, potrebbe dirsi, di quel pezzo dell’industria del divertimento convulso che si limita a promuovere un mordi e fuggi, ritagliato nel tempo e nello spazio, che si muove nei non luoghi creati per un’offerta per la quale il reale interscambio con luoghi e persone semplicemente è un elemento non interessante. È bene chiarire che gli imprenditori del turismo in Sardegna non sono affatto tutti così: ci mancherebbe. Tuttavia, con tutto il rispetto dovuto alle attività di resort e locali esclusivi come il Billionaire, mete ambite di una ben specifica fetta di clientela, esse spesso comportano, in nome della celebrazione dell’uniformità dello svago, uguale in Gallura come a Montecarlo, la negazione di quella interlocuzione con il territorio che dovrebbe essere parte integrante di ogni viaggio, soprattutto in una terra incredibilmente ricca di bellezze naturali, di cultura e di varietà enogastronomica. È evidente che sono tante le dimensioni che incidono sull’industria del turismo in Sardegna, a partire dall’annosa questione della continuità territoriale con il resto d’Italia. Attenzione, tuttavia, a considerare le parole di volgare disprezzo per la città di Arzachena e per il suo territorio pronunciate da Briatore come una voce del sen fuggita: esse, al contrario, sono la chiara manifestazione di come viene interpretato l’assalto all’isola, le cui coste, per dirne una, sono da sempre nel mirino della speculazione edilizia. Sia chiaro: ognuno è libero di intraprendere investendo le proprie risorse dove e come vuole, così come ciascuno spende le proprie vacanze come preferisce, sborsando i propri denari a piacimento per il divertimento che predilige. Certo, sarebbe illuminante – e presuntuoso, lo riconosco – chiedere ai facoltosi ospiti del Billionaire se hanno mai camminato nella gola di Gorroppu, visitato un’azienda vinicola del Mandrolisai, passeggiato per Bosa sino al Castello o percorso il sentiero scosceso per giungere a Cala Luna. O, ancora, visitato il sito archeologico di Monte Prama. Insomma, la domanda da porsi, aldilà della malcreanza di Briatore, è se questo tipo di divertimentificio fatto di stagioni di trenta giorni sia, nel lungo periodo, di effettivo vantaggio per il tessuto economico e sociale sardo e per la promozione di quel che l’isola è in grado di offrire. Io credo di no. La qual cosa, ovviamente, conta quel che conta e non sposta di un millimetro la necessità di intervenire per consentire alla Sardegna tutta di poter sfruttare l’enorme potenziale a disposizione, d’estate come d’inverno. Perché la Sardegna farà anche divertire, fortunatamente: vivere quest’isola, tuttavia, è davvero un’altra cosa.

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Per un lavoro agile come leva per la trasformazione sostenibile delle nostre società

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Negli ultimi mesi, complice il lockdown forzato causa pandemia, si è fatto strada nel dibattito pubblico il tema del lavoro agile, o smart working: un’esperienza avanzata in molte realtà del settore privato ma ancora allo stato embrionale nella P.A., il lavoro agile è divenuto in poco tempo un argomento familiare per molti Italiani che, come spesso accade, si sono diligentemente divisi in fazioni pro o contro questa nuova formula di organizzazione del lavoro.

Smartworking come leva di cambiamento

L’obbligata permanenza in casa ha rappresentato un elemento esogeno e distorsivo delle modalità con cui gestire il lavoro non in presenza, comportando elementi di stress psicologico e aumento di carico di lavoro e cura, soprattutto per le donne, come ha evidenziato, fra gli altri, una recente ricerca del CNR. Tuttavia, al netto di un quadro di gravissima crisi sanitaria e socio-economica, i cui effetti stanno solo ora pienamente dispiegandosi, va colta l’opportunità di analizzare le diverse dimensioni di un fenomeno che sembra destinato a sopravvivere all’emergenza sanitaria. Molta della discussione sviluppatasi si è focalizzata sul contributo che lo smart working – che, è bene ricordarlo, non va ricondotto alla fattispecie del telelavoro – possa dare in termini di spinta al riorientamento al risultato della macchina pubblica: un regime integrato di presenza e remoto sembra condurre naturaliter alla maggiore autonomia e responsabilizzazione dei lavoratori e non lascia alibi alla dirigenza che deve mettere in campo doti organizzative e manageriali al fine di coordinare con efficacia le persone indipendentemente dalla loro presenza alla scrivania. È evidente che sono molti gli aspetti ancora da declinare, soprattutto nel settore pubblico, ma sembra potersi affermare con una certa ragionevolezza che l’elasticità propria dello strumento possa essere una leva efficace per il progressivo abbandono dell’ottica meramente formalista e adempimentale della PA Italiana.

Quale normalità?

Un aspetto ancora marginale sembra essere, tuttavia, quello legato alla sostenibilità e all’impulso trasformativo dell’adozione in pianta stabile di strategie di lavoro agile. Sono note le prese di posizione tese a richiedere di “rientrare in ufficio”: le parole del Sindaco di Milano Beppe Sala o del giuslavorista Pietro Ichino hanno dato voce alla necessità di dismettere lo smart working d’emergenza e tornare, per così dire, alla normalità. I motivi di questa decisa reazione sono molti e non esclusivamente relativi alla vulgata che i servizi ai cittadini subiscano impatti negativi in termini di qualità. La denuncia investe il crollo delle entrate della ristorazione, specialmente nelle grandi città come Roma, e la preoccupazione degli investitori immobiliari per la progressiva scomparsa dalle scrivanie dei travet pubblici e privati. Se a tutto ciò si aggiunge che, soprattutto per quel che riguarda il cosiddetto middle management, prende corpo una pressione per impiegare strumenti legati all’autorevolezza della gestione in luogo dell’autorità, non è difficile comprendere come lo scossone ancora in atto sia profondamente indigesto per molti. Ma, sarebbe da chiedersi, cos’è la normalità? E davvero si era tutti così soddisfatti della situazione ante Covid, tanto da ingranare bruscamente la retromarcia?

Quali riflessioni sul lungo periodo?

È del tutto assente dalla discussione pubblica più ampia una riflessione sul ruolo di un approccio di lungo periodo alla modifica dell’ottica para-fordista del lavoro nella trasformazione sostenibile della società e, in ultima battuta, nel miglioramento del livello di benessere comune, che rappresenta, come individuato nel rapporto annuale sul Benessere equo e sostenibile (BES), l’insieme degli aspetti che concorrono alla qualità della vita dei cittadini sulla base della multidimensionalità del benessere. Un primo aspetto è quello della conciliazione fra i tempi di vita privata e lavorativa: una volta scardinata la correlazione diretta fra output e presenza sul luogo di lavoro, prende piede un potente processo di destrutturazione della suddivisione del tempo che può avere effetti positivi sulle relazioni sociali e familiari. Come ha rilevato l’Istat, “il tempo del lavoro retribuito è un tempo obbligato che condiziona la vita delle persone, definendo per differenza l’ammontare del tempo di cui si può disporre liberamente per prendersi cura di sé, della propria famiglia”. Non solo: esso “condiziona la gestione dei tempi di vita degli occupati ma anche delle loro famiglie, poiché è nell’ambito familiare che avviene più spesso l’organizzazione e la negoziazione fra il tempo di lavoro e gli altri tempi della vita quotidiana”. Altrettanto importanti sono la possibilità di ricostruire un quotidiano in termini di tempo libero e di riaggiustamento di abitudini e stili di vita, influenzati, ad esempio, dagli spostamenti per recarsi al lavoro. Da questo punto di vista, è intuitivo che ridurre il volume di spostamenti ha conseguenze positive sia sulla qualità dell’ambiente urbano, sia sul benessere delle persone: sempre l’Istat ha rilevato (dati 2017) che tra gli occupati il 73,7% usa esclusivamente mezzi privati per i propri spostamenti, il 7,0% soltanto mezzi pubblici e il 4,1% mezzi sia pubblici sia privati, mentre sono aumentati i flussi diretti fuori dal comune di residenza, in particolare per chi deve raggiungere il luogo di lavoro. Perché, allora, non tentare di rappresentare una nuova visione della città, una città intelligente (una smart city) con robuste fondamenta di connessione digitale e che, come auspicato, “faccia da hub di una rete di luoghi/villaggi/borghi di dimensioni ridotte dove le attività intellettuali si possono svolgere usando le nuove tecnologie del digitale, lasciando al centro cittadino solo le funzioni politiche e di rappresentanza”?

La vera scommessa è reinterpretare l’organizzazione della società

Ipotesi fantasiose? Forse. Quel che, tuttavia, guadagna spazio è la scommessa di reinterpretare l’organizzazione stessa di una società: senza voler qui intavolare una discussione circa l’irrazionalità di taluni meccanismi indotti propri del sistema di produzione e consumo capitalistico, non va dimenticato che taluni modelli sociali ed economici dati per acquisiti sembrano attagliarsi solo a chi è in grado (per età, per condizione personale e occupazionale, per genere) di seguirli senza indugio, tagliando fuori chi non stia, invece, al passo, perché entità non produttiva. In materia di tutela e promozione dei diritti delle persone più fragili (persone con disabilità, anziani, minori, donne svantaggiate, migranti), questi sembrano, infatti, essere recepiti in un’ottica più riparativa che in un quadro di integrazione sistemica. Si colgono i segnali, fors’ancora deboli e sotto traccia, di una pacata tensione rivoluzionaria che si alimenta dal basso, proprio mentre grandi realtà globali come Google, Twitter e Facebook decidono di proseguire il lavoro da remoto anche a prescindere dagli strascichi della pandemia, tanto che quando l’emergenza sanitaria sarà finita, secondo la Harvard Business School un lavoratore su sei continuerà a lavorare da casa o in regime di co-working almeno due giorni a settimana. È probabilmente prematuro parlare di società post-Covid in cui la “telepresenza” sostituirà o si alternerà alla presenza fisica. O di nuove fughe dalle città che possano revitalizzare le aree interne del Paese, stimolando un riequilibrio città/campagna. O, addirittura, di southliving, un ritorno al Sud del Paese in cerca di condizioni materiali e di vita migliori grazie alle possibilità offerte dal lavoro agile. Quel che appare chiaro, in ogni caso, è che tornare indietro significherebbe, per buona parte del settore pubblico e privato del Paese, non aver tratto, in modo imperdonabile, nessun insegnamento da quanto accaduto.

Verso un cambiamento sostenibile

Ci si deve riferire, evidentemente, alle attività che possano essere svolte da remoto (che un recente approfondimento ha stimato riferibili, per il settore pubblico, a circa 500.000 individui e su cui sarebbe oltremodo auspicabile una puntuale riflessione), ma è evidente la diretta relazione con le più recenti riflessioni materia di sviluppo sostenibile e, in particolare, con alcuni degli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) individuati dalle Nazioni Unite nell’Agenda 2030. Si pensi all’obiettivo 3 in materia di salute e benessere per tutti ad ogni età, con particolare riferimento ai target in materia di riduzioni di morti e feriti per incidenti stradali e per inquinamento; all’obiettivo 5 in materia di eguaglianza di genere e empowerment delle donne e delle ragazze con particolare riferimento alle misure di conciliazione lavoro-famiglia; all’obiettivo 8 in materia di lavoro dignitoso e crescita economica; o, ancora, all’obiettivo 11 in materia di città e comunità sostenibili, con particolare riferimento ai target di urbanizzazione sostenibile, riduzione dell’impatto ambientale pro capite, collegamenti tra aree urbane e periferiche e rurali. Insomma, in un’estate che per molti è un periodo di workation (neologismo derivato dalla fusione di work e vacation), andrebbe colta l’occasione per avviare un ragionamento non partigiano che coinvolga la politica, l’impresa, la tecnocrazie, l’informazione e la società civile organizzata per compiere, assieme, uno sforzo di immaginazione, al di là del contingente e oltre le necessità e le tensioni dell’oggi, e tentare di concepire, sin da ora, come sviluppare le relazioni umane e lavorative nei prossimi decenni e magari riannodare l’idea del lavoro a una concezione più complessa della mera controprestazione in denaro.

È una disarticolazione lontana. Pericolosa, persino. Ma che può contribuire a superare la visione meccanicistica dell’homo eoconomicus e accettare, una volta per tutte, che le ragioni alla base dell’azione umana, anche in campo lavorativo, abbiano a che fare con motivazioni profonde e tese, perché no, alla elementare ricerca della felicità.

Pubblicato su TechEconomy2030

My dear Mr. Rampini

Federico-Rampini

Caro Rampini,

non è la prima volta che mi capita di scrivere qualche riga indirizzata a illustri opinionisti della carta stampata per ribattere ad esternazioni in materia di lavoro pubblico e PA: l’Italia, d’altronde, è il Paese dei 60 milioni di CT della Nazionale e di luminari del funzionamento delle amministrazioni pubbliche. In ogni caso, come sibilava Humphrey Bogart ne “L’ultima minaccia” (1952), è la stampa, bellezza: libero diritto di critica, conseguente ampio diritto di replica. It’s a free country, come usano dire dalle Sue parti. Spero vorrà allora seguirmi mentre dedico qualche minuto delle mie ferie a fare le pulci ad alcune delle dichiarazioni da Lei rese nel corso della trasmissione “Stasera Italia News”, in onda su Rete 4 lo scorso 3 agosto, che meritano, per diversi motivi, una qualche attenzione.

Veda, caro Rampini, poiché Lei ha parlato di “sabotatori della rinascita Italiana” (modello collaboratori dei nazifascisti, ad occhio e croce) e del “crollo della produttività, già bassissima, di tanti statali, di tanti pubblici dipendenti, che si sono fatti il lockdown a casa col cosiddetto smart working”, vorrei chiederLe conto dei dati e delle evidenze sui quali basa tali affermazioni. Immagino che, prima di sparare ad alzo zero sull’operato di così tante persone, si sarà attentamente documentato prima della trasmissione, consultando con pignoleria le analisi e le percentuali più aggiornate messe a disposizione da università e centri di ricerca pubblici e privati. La mia domanda, dunque, è: quali fonti ha consultato, esattamente? È in grado, egregio dottor Rampini, di citare un qualche studio che possa suffragare tali affermazioni così tranchant? Glisserei, per carità di Patria, sulla lamentata pretesa di spendere i mesi di confinamento a casa da parte dei dipendenti pubblici: probabilmente nelle lontane terre americane in cui Lei spende buona parte del suo tempo non è pervenuta la sconcertante notizia che un atto con forza di legge ha stabilito che, nei mesi di emergenza sanitaria, il lavoro agile fosse la modalità ordinaria di lavoro nella pubblica amministrazione. Non un ghiribizzo di qualche sfaccendato travet, dunque, ma una disposizione del Governo per arginare il diffondersi del contagio. Stranezze tutte italiane, forse.

Ma andiamo oltre. Ho molto poco burocraticamente inarcato un sopracciglio, scuotendomi dal mio usuale stato atarassico, nell’udire il prosieguo del Suo ragionamento, quando, a proposito di smart working (o lavoro intelligente, come da Lei prontamente tradotto), ha sostenuto che “questi (sic!) già non facevano un lavoro intelligente prima, hanno lavorato ancora meno, ancor peggio”, con “tanti di loro che hanno fatto delle vere e proprie ferie a casa”. Al netto del rischio di dover riconoscere delle corpose royalty a Pietro Ichino, che ha avuto modo di precederLa nella propalazione di una simile argomentazione, mi sono chiesto – con una buona dose di impudenza, lo ammetto – come facesse ad essere così dettagliatamente informato circa le modalità con cui centinaia di migliaia di lavoratori pubblici (e privati!) hanno impiegato le ore di lavoro a casa nei mesi del confinamento. La mia personale esperienza è stata oltremodo positiva, e di questo ringrazio chi lavora con me, ma forzatamente circoscritta alla mia cerchia esperienziale. Comprenderà, dunque, il mio sordo stupore nell’apprendere che, pur non vivendo in Italia, Lei ha, tuttavia, “raccolto le lamentele, i pianti, le urla di decine di amici” che sta incontrando nel Bel Paese “per il livello vergognoso cui è precipitata l’improduttività della pubblica amministrazione”. Provo, con una certa audacia, a tradurre: i Suoi venti o trenta (quaranta e lascio?) amici, povere anime ululanti al pari dei protagonisti di una tragedia shakespeariana, rappresentano, a Suo dire, un campione statistico a tutti gli effetti. All right, man.

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Imbarazzo a parte, arriviamo, tuttavia, al climax del Suo intervento. Mentre il dottor Carlo Cottarelli e la padrona di casa, Veronica Gentili, beatamente se la ridacchiavano, ecco l’affondo: “Il lockdown è diventato un alibi per un esercito di lazzaroni, a loro lo stipendio non glielo nega mai nessuno, mentre ci sono milioni di Italiani che in questo momento vivono in un’incertezza tragica. Quelli lì –“quelli lì”? – quando stanno a casa e non fanno un beato niente, lo stipendio lo incassano, quindi va bene cacciare il Presidente dell’INPS, ma poi occorre cacciare a fare pulizia di tutti i dirigenti e quadri che non sono capaci di far lavorare i loro collaboratori”. Caro Rampini, Lei può naturalmente sostenere tutto ed il contrario di tutto, quando e dove vuole. Tuttavia, quel che trovo stupefacente è l’aperto, gratuito disprezzo mostrato verso quelle lavoratrici e quei lavoratori del settore pubblico che, in condizioni difficili e molto spesso con mezzi propri, hanno assicurato la continuità amministrativa pur non potendo recarsi in ufficio. Un furore ideologico testimoniato da un linguaggio sprezzante e, cosa assai più grave, da casistiche da Bar dello Sport. Da inveterato burocrate, ho il brutto vizio di leggere le carte e formulare ipotesi attendibili prima di pronunciarmi: da un giornalista professionista mi aspetterei, parimenti, ragionamenti basati su dati e circostanze documentati, su cui costruire tesi, analizzare i problemi, offrire, se del caso, soluzioni. Urticanti magari, ma solide.

La PA Italiana è un paradiso? Ma niente affatto! I problemi sono molti e radicati, in larga parte derivanti dall’utilizzo spregiudicato che della macchina pubblica ha fatto nel tempo tanta parte della politica, ed è incombenza di tutti, in primis di chi ha responsabilità pubbliche e amministrative, rimboccarsi le maniche e fare di tutto perché, in ultima analisi, cittadini e imprese abbiano i servizi cui hanno diritto. Lei sostiene, peraltro, con fare sbrigativo, che si deve cacciare e fare pulizia dei dirigenti che non sono capaci di far lavorare gli altri: parole rozze, principio sacrosanto. Ma vorrà perdonarmi se nutro più di qualche dubbio sul fatto che tali decisioni vengano prese sulla base dei suoi personalissimi cahiers de doléances. In fondo, caro Rampini, fin qui nulla di nuovo. Molti dipendenti pubblici si saranno offesi o arrabbiati, ma Lei è solo buon ultimo in una lunga schiera di illustri professionisti nel nobile sport dell’insulto contro i lavoratori del settore pubblico. Alimentare odio sociale fa cassa, analizzare problemi complessi e imbastire soluzioni assai meno.

Quel che è assai singolare – imperdonabile, aggiungo – è che Lei, da osservatore internazionale di tante realtà avanzate, abbia clamorosamente mancato di cogliere, anche solo in parte, le potenzialità che questo imprevisto smart working d’emergenza ha esplicitato, permettendo finalmente di immaginare, al pari delle tante e consolidate realtà del settore privato in Italia e nel mondo, una diversa organizzazione del lavoro pubblico. Lei parla di “lazzaroni” (ce ne han dette di peggio, Le assicuro) chiudendo ostinatamente gli occhi di fronte al fatto che in tanti hanno apprezzato modalità nuove di lavoro che, se opportunamente sfruttate, possono rappresentare una delle leve per riorientare in profondità un bene comune indispensabile per il Paese come la nostra amministrazione pubblica. Inutile ripetere cose già dette: ognuno, Lei incluso, potrà documentarsi in merito. Sappia, tuttavia, my dear Mr. Rampini, che le chiacchiere hanno fatto il loro tempo: in molti, ed io per primo, hanno fiducia che si possa e si debba entrare in una agorà nuova per il settore pubblico, che dovrà scuotere alle radici prassi e schemi ormai desueti. Si aggiorni, se può. And so long!

Pubblicato su Linkiesta