Stan Lee, un gigante delle nuvole parlanti

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Stan Lee, the Man, se ne è andato. Il Creatore dell’universo fumettistico della Marvel Comics, che ha dato vita all’Uomo Ragno (sì, si chiamava così quando arrivò in Italia nel 1970) e ad una messe sterminata di personaggi, è morto a quasi 96 anni suonati. Entra a pieno titolo nel Pantheon del fumetto, assieme ai mostri sacri: Lee Falk, Carl Barks, Wilson McCoy, Hergé, Schulz, Bonelli (Sr e Jr), Will Eisner solo per citarne alcuni. Senza tralasciare Jack Kirby e Steve Ditko, artisti potenti e insuperabili, co-creatori con lui di personaggi celeberrimi, al netto delle diatribe sul chi creasse cosa e quanto. Non ci sono sufficienti parole per descrivere cosa Stan Lee abbia significato per milioni di ragazzi in tutto il mondo. Quanto potessero essere prodigiose le sue storie di vita quotidiana, di fantascienza, di magia. Quanto fosse facile identificarsi con i nuovi supereroi con super problemi, che all’inizio degli anni ’60 del secolo scorso portarono una ventata di novità – una vera e propria rivoluzione, sarebbe meglio dire – nell’editoria di settore, surclassando gli eroi della DC Comics, la Distinta Concorrenza, come si usava dire allora. Difficile spiegare come sia nitido il ricordo, per un vecchio nerd incallito, dell’odore di quelle pagine dei fumetti dell’Editoriale Corno, prima a colori e in bianco e nero, poi finalmente tutte a colori. O riuscire a rendere comprensibile ai lettori di oggi (sempre di meno, purtroppo) come la Casa delle Idee riuscisse a trasmettere l’elettrizzante fascino di un mondo lontano, gli Stati Uniti d’America, i cui grattacieli, anche grazie a quei fumetti, abbiamo imparato a (ri)conoscere come le strade sotto casa. Scazzottate, certo: assieme a tanto, tantissimo altro, infilato in un racconto tenuto sotto spandex ma ricolmo di umanità. Molti dei ragazzi che oggi leggono storie Marvel conoscono Stan Lee come il papà dei personaggi del grande schermo, ormai popolarissimi in tutto il mondo. Quel vecchietto baffuto che regolarmente, in ogni film, faceva capolino con un cameo che mandava in visibilio i vecchi lettori, che si davano di gomito. Eppure mai nessun film, nessun blockbuster, nessuna mega produzione potrà mai eguagliare la fisicità disperata dell’Uomo Ragno (sì, l’Uomo Ragno) che solleva un enorme blocco di macerie, lo stupore nel vedere i Fantastici 4 gettarsi senza paura in una misteriosa e terrificante Zona Negativa, Capitan America buttarsi nella mischia solo col suo corpo ed il suo scudo, la vista spettacolare di una Asgard kyrbiana su cui atterra il Dio del Tuono. A naso, un tesoretto di qualche centinaia di storie che rappresentano ancor oggi, a distanza di decine d’anni, un esercizio di stile, di classe, di fuochi d’artificio. Anche di ingenuità, non c’è dubbio: Stan Lee era un figlio dei suoi tempi e, anzi, pochi come lui hanno saputo interpretarne lo spirito attraverso il fumetto. Un fumetto seriale, popolare. Improvvisato persino. Su carta pessima. Ma ribollente, numero dopo numero, di invenzioni, di dinamicità, di pathos. Un’atmosfera tuttora insuperata, che non aveva bisogno di edizioni speciali o copertine in rilievo per far vendere di più. Semplicemente, riusciva a far crescere, albo dopo albo, un universo narrativo coerente in cui far interagire i suoi personaggi: i quali vivevano vicende, spesso drammatiche, in cui i lettori potevano, tutto sommato, riconoscersi. Scorreranno ora fiumi d’inchiostro e abbonderanno i servizi televisivi in cui Stanley Martin Lieber verrà ricordato: pochi sapranno davvero di cosa stanno scrivendo o parlando, pochissimi avranno provato la sensazione di tuffarsi nelle storie Marvel gettati sul letto o stesi su un prato. Restano senza risposte domande fondamentali come, su tutte, se sia più forte Hulk o la Cosa. Ma resterà la magia. E resterà certamente per chi si è sentito, si sente e sempre si sentirà un true believer. So long, Stan. Excelsior!

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No. Nessuna divisione sul 25 aprile

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Sta facendo discutere la proposta lanciata da Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, di reintrodurre la festività nazionale del 4 novembre, l’anniversario della vittoria della I Guerra Mondiale, in quanto sarebbe una data molto più unificante di altre che oggi sono feste nazionali, come il 25 aprile e il 2 giugno, festa della Liberazione e festa della Repubblica Italiana, che sarebbero invece divisive. Nel video su Facebook che lancia l’iniziativa, con l’hashtag #nonpassalostraniero, la presidente di FDI ricorda che “100 anni fa vincemmo la Prima Guerra Mondiale. I nostri Eroi ci fecero liberi e sovrani. 100 anni dopo ricordiamo il loro sacrificio combattendo la stessa battaglia contro i nuovi invasori”. È una legittima propaganda politica, avverso i fenomeni delle migrazioni e della globalizzazione dei mercati, con cui si può essere o meno d’accordo. Ed è vero: la celebrazione della vittoria della Grande Guerra era festa nazionale sino al 1977, quando venne abolita, un po’ per risparmiare, dato il periodo di austerity (anche la parata del 2 giugno era stata cancellata nello stesso anno, per essere poi ripristinata da Ciampi nel 2001), un po’, per chi ricorda quegli anni, perché vittima di una certa cultura antinazionale, quando anche suonare l’inno appariva fuori luogo e sospetto di simpatie autoritarie. Altri tempi. Getto subito la maschera, tuttavia: sono un obiettore di coscienza, e provo una qualche difficoltà nello sperticarmi nel celebrare le morti di milioni di giovani Italiani, mandati a morte come tante pedine in un gioco più grande di loro. Un massacro che mise in ginocchio l’Italia, dando forza alla narrazione della cosiddetta vittoria mutilata sulla mancata cessione di Fiume, e gettò le basi per la creazione delle condizioni che permisero l’avvento del Fascismo. Capiamoci, tuttavia, sul cosa si intenda celebrare. Benedetto XV definì la Grande Guerra come una “inutile strage”, in cui Italiani di ogni parte della penisola, civili e militari, morirono nelle trincee, feriti a morte, asfissiati o, più semplicemente, di stenti. Più che una celebrazione, allora, il ricordo: il ricordo di chi ha perso la vita per un ideale o, spesso, solo perché costretto. Ed un monito: un monito contro la follia della guerra.

Quel che non mi convince affatto, tuttavia, è il paragone per contrasto con il 25 aprile, anniversario della liberazione d’Italia dal nazifascismo, o col 2 giugno, perché feste divisive, come ha sostenuto l’on. Francesco Lollobrigida, presidente del gruppo FDI alla Camera, nella conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa assieme a Meloni. Premesso che le celebrazioni di cui si parla non necessariamente si escludono le une con le altre, e che non mi associo alla elezione di una festa nazionale su tutte, suona davvero bizzarra la denuncia che la Liberazione (o la festa della Repubblica!) divida. Ma divide chi da chi? Diciamolo chiaramente: ove si intendesse equiparare chi instaurò una dittatura e fiancheggiò i nazisti, persino aiutandoli a rastrellare gli ebrei Italiani, a chi prese le armi per cacciare i nazifascisti, non ci siamo. Non ci siamo storicamente, politicamente, e civilmente. Chi ha sacrificato la propria vita perché in Italia tornasse e si consolidasse una democrazia, che ha retto momenti drammatici negli ultimi settanta anni e più, va ricordato. Sempre. Anche a fronte dei tanti che cambiarono casacca in una notte. E la difesa dei principi democratici dovrebbe essere patrimonio comune di tutti i membri di una comunità nazionale, indipendentemente dalla loro collocazione lungo l’arco costituzionale, perché parte di un nucleo indefettibile di valori di ciascuno, senza i quali muta il regime dello Stato. Se si ritiene che l’Italia stia oggi cedendo pezzi della propria sovranità rispetto ad altre strutture sovranazionali come l’Unione europea o le Nazioni Unite, e lo si considera un fenomeno dannoso, è perfettamente legittimo portare avanti una battaglia politica in tal senso. È doveroso, persino. Attenzione, però: la discussione su quali forme debba (o possa) assumere il quadro dei rapporti regionali ed internazionali fra Stati nel XXI° secolo nulla ha a che fare con la netta demarcazione di chi allora è stato nel giusto e chi no. Ai morti, tutti i morti, l’umana simpatia. Senza, tuttavia, mai dimenticare la differenza fra chi ha combattuto per la democrazia, l’eguaglianza e la libertà e chi voleva la soppressione di tutto ciò. Nessuno spazio per polemiche ideologiche, qui: regna la Costituzione. A meno di voler ritenere che avesse ragione chi oggi avrebbe impedito proprio questo dibattito. Allora sì che ci si dividerebbe. E meno male.

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Su Roma è tempo di tirare le somme

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Con la sua travolgente elezione al ballottaggio del 19 giugno 2016 (ben 770.564 voti) Virginia Raggi è diventata il più giovane sindaco di Roma della storia e, allo stesso tempo, anche la prima donna a ricoprire tale carica. “Noi dobbiamo oggi avvicinarci all’importante compito che ci attende con senso del dovere e con umiltà nella piena consapevolezza che ricostruire una città in macerie, come quella che ci hanno lasciato, non sarà certamente facile – scandiva la Sindaca nel suo discorso di insediamento – ma ce la possiamo fare. È un obiettivo che il M5S può e vuole raggiungere”. In occasione della due giorni del Movimento a Roma del 20 e 21 ottobre, la Sindaca, in linea col suo esordio, ha ieri dichiarato su Twitter: “Ci hanno lasciato una città e un paese depredati. I barbari sono loro. Noi ci prendiamo l’onore e l’onere di ricostruire dalle loro macerie. E ce li prendiamo con orgoglio. Noi non ci arrendiamo mai”. Sono passati più di due anni dall’insediamento e, chiuso il periodo di prova, particolarmente lungo per chi deve avere a che fare con la Capitale d’Italia, è arrivato il momento di tirare le somme. Diciamolo subito, senza spirito di partigianeria politica: mai come nel governo del territorio conta non tanto la bandiera di appartenenza quanto la capacità di una classe politica di governo di incidere sullo stato delle cose, di dare un segnale, di ridare speranza alla cittadinanza. Ebbene, alla domanda se dal 2016 la situazione di Roma e la vita dei cittadini siano migliorate, la risposta non può che essere negativa. Ove si pensi alla quotidianità di ciascuno di noi, abitanti della Capitale, il saldo di questi ultimi due anni è decisamente in rosso.

Il processo di inarrestabile degrado in cui è precipitata quella che nel mondo è nota come la Città Eterna non solo non si è arrestato, ma non ha dato neppure segni di un parziale rallentamento. Mai come in questi ultimi mesi è apparso evidente lo stato di abbandono in cui versa Roma. Troppo facile sparare sull’AMA e sulla raccolta rifiuti: basta farsi un giro a piedi per rimanere sconvolti dai cumuli maleodoranti di monnezza ad ogni angolo con cui piccioni, gabbiani e ratti fanno festa. Il sistema dei mezzi di trasporto pubblico arranca, sempre meno efficiente e, soprattutto, sempre più difficoltoso per i cittadini, specialmente per le categorie più fragili che si avventurano in città. Inutile spargere lacrime sullo stato del manto stradale: parlano le schiene distrutte dei centauri romani e gli ammortizzatori a pezzi delle auto in circolazione. Ha fatto ormai il suo ingresso trionfale a Roma la foresta tropicale, in questo aiutata da un clima impazzito: dove c’erano prati ora c’è un imperversare di arbusti ed erbacce ad altezza uomo di cui nessuno si cura da tempo. Insomma, la sensazione è quella di trovarci in una sorta di città di confine, dell’estrema frontiera in cui la cura dei servizi e dell’ambiente circostante è affare secondario, essendo tutti occupati nella mera sopravvivenza del giorno dopo giorno. E questo sembra si faccia oggi a Roma: sopravvivere. Sopravvivere al traffico, al rumore, ai taxi abusivi, allo scempio del bello. La Capitale d’Italia, una delle metropoli europee, la città forse più conosciuta nel mondo, simbolo dell’Italia e dello stile di vita Italiano, sede del Vaticano e riferimento per la cristianità, langue: e questo non può essere tollerato.

Ma non è tutto qui. A questo insopportabile clima di degrado si aggiunge, purtroppo, un generale imbarbarimento della vita quotidiana e delle relazioni civili. Se Roma è un museo a cielo aperto, con 20 milioni di arrivi e 40 milioni di presenze nell’ultimo anno, il turismo resta del tipo mordi e fuggi, pronto a filare via dal caos romano. Mentre il traffico veicolare strozza e avvelena tutti noi, si continua assurdamente a morire sulle strisce pedonali e in disastri dovuti alla velocità. Il diritto al riposo dei cittadini è sacrificato sull’altare della movida notturna, oramai onnipresente in ogni stagione ed in ogni zona della città, e non si contano le risse notturne finite a bottigliate ed accoltellamenti. Cinema storici, tristemente, chiudono i battenti, rimpiazzati da banche, sale bingo o negozi di paccottiglia. E, se tutt’intorno la situazione precipita, i cittadini non sembrano collaborare: stanchi e arrabbiati, sono – siamo – i perfetti testimoni della solidità della teoria delle finestre rotte, elaborata a partire dal 1969 dalla psicologia sociale americana, secondo cui il disordine urbano ha la malevola capacita di generare comportamenti antisociali da parte della collettività. Ecco, se questa è la condizione in cui versa Roma, che sembra sempre più il laboratorio del rancore sociale denunciato nell’ultimo “Rapporto sulla situazione sociale del Paese” del Censis, una classe politica di governo responsabile dovrebbe farsi quattro conti e non trincerarsi dietro a slogan e scaricabarili sul passato, ma dire, chiaro e tondo, quali siano le soluzioni concrete che vuole mettere in campo per cambiare la vita dei suoi cittadini. E, al contempo, una classe politica di opposizione dovrebbe offrire al dibattito pubblico alternative solide e di prospettiva, senza lasciarsi andare a scaramucce da bar e a lotte interne di potere. Roma – se non si fosse ancora capito – non è una città qualunque e l’improvvisazione finisce regolarmente per cozzare con la millenaria rassegnazione di chi, come diceva il Belli, sa che “l’ommini […] so’ l’istesso che vaghi de caffè ner macinino: ch’uno prima, uno doppo, e un antro appresso, tutti quanti però vanno a un distino”. Serve, per la città e per le comunità diverse che ancora si ostinano a viverci, un pensiero lungo, di prospettiva, che non si limiti all’orizzonte di una consiliatura. Che restituisca a Roma la cifra di grande capitale europea e che, allo stesso tempo, sia capace di dare testimonianza tangibile dell’impegno a favore dei cittadini. Dov’è questo pensiero?

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Burocrati. Burocrati ovunque

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Sembrano lontanissimi in temi in cui Renato Brunetta, allora ministro per la PA nel IV Governo Berlusconi, attaccava i “fannulloni assenteisti che nella Pubblica Amministrazione sono il doppio del settore privato” (2008) e i “poliziotti panzoni”, che non hanno fatto altro che i passacarte, inutili in strada “perché se li mangiano” (2009). Innocue carezze, a confronto delle bordate che Matteo Renzi, prima candidato alla guida del PD e poi Presidente del Consiglio, sparava contro la burocrazia, il “nostro più grande avversario” (2016), lamentando che nella palude Italiana “i funzionari, i dirigenti pubblici, i burocrati ci sguazzano, ma nella palude le famiglie italiane affogano” (2014). Dallo scorso marzo, dopo un periodo di relativa tranquillità, sembra si sia tornati ad un clima tempestoso fra politica e tecnocrazia, con insistenti accuse ai funzionari del Ministero dell’economia e delle finanze di ostacolare l’azione del governo e ai burocrati di remare contro il Paese. Un rapporto burrascoso, quello fra politica e burocrazia, che affonda le radici lontano nel tempo, in una perenne – e, direi, naturale – tensione fra due attori che, sotto il tetto della Costituzione, hanno proprie stelle polari che non sempre e non necessariamente coincidono: la ricerca ed il mantenimento del consenso per gli uni, il rispetto delle norme e delle prassi interne per gli altri. L’avvento della cosiddetta seconda Repubblica e l’affermazione di caratteristiche leaderistiche e del diretto e continuo contatto con gli elettori da parte delle forze politiche e dei Governi ha comportato, tuttavia, un cambio di passo. Un fenomeno non solo Italiano, beninteso, ma del tutto inedito per l’Italia, in cui, a partire dall’utilizzo disinvolto del mezzo televisivo da parte di Silvio Berlusconi, ha preso piede un nuovo rapporto immediato con l’elettorato, in cui lo slogan, la parola d’ordine e la forzata semplificazione dei temi sono le note dominanti.

Nulla di tragico: è il nuovo volto della politica che, in tutto il mondo, mira alla mobilitazione permanente del proprio elettorato attraverso i mezzi di comunicazione del momento: ieri la televisione, oggi i social network. Cosa c’entra tutto ciò con la burocrazia, ci si chiederà. È presto detto. Suscitare alte aspettative nell’elettorato comporta la necessità di risultati immediati ma, una volta al Governo, appare chiaro che i cambiamenti desiderati non possono avverarsi con uno schiocco di dita. È ciò, naturalmente, al netto di tutte le inefficienze di cui la macchina pubblica Italiana, al pari di ogni apparato burocratico al mondo, soffre: anzianità dei dipendenti, farraginosità delle procedure, confusione dei ruoli. Approvare una legge è solo il primo passo: segue la parte fondamentale, quella dell’implementazione, che avrà tempi ed esiti assai diversi a seconda delle condizioni di partenza, fra le quali spicca la bontà della legge che, data l’urgenza di fare il proprio ingresso in società, può mancare di un concreto e realistico studio di fattibilità. Non raramente, inoltre, risente delle necessarie stringenze del compromesso politico e stenta, di conseguenza, a offrire indirizzi chiari e univoci. Ed è proprio qui – occhio! – che entrano in gioco i burocrati. Sono coloro a cui spetta dar corpo ai desiderata della politica e mutarli in azioni, politiche, procedimenti che producano quell’effetto che la politica stessa aveva in mente. Posto che i tempi di realizzazione non sono quelli degli annunci ma quelli dettati dall’ordinamento, inclusi i necessari passaggi di controllo terzo, e che il risultato finale che esce dalla black box è solitamente e sensibilmente diverso dalle originarie intenzioni del legislatore (tranquilli, funziona così ovunque), è immediata e naturale la caccia all’untore: il maledetto burocrate. Se il coniglio non esce dal cappello, la colpa è di quel polveroso mezzemaniche che – chissà perché, poi – mette i bastoni fra le ruote e, oscuro e malvagio demiurgo, sabota astutamente il normale flusso degli eventi. Ebbene: ci sta. Il rapporto di odio e amore fra politica e burocrazia è parte integrante delle dinamiche delle moderne democrazie e, aldilà delle dichiarazioni roboanti, nella quotidiana attività si stempera in una leale collaborazione. Tumultuosa, magari: ma che nella generalità dei casi funziona.

Occorre, però, non superare il livello di guardia. Se si arriva a minacciare purghe od epurazioni, identificando i burocrati come nemici del Governo e del popolo stesso, tali minacce vanno rispedite al mittente con sdegno. Non per la personale conservazione della cadrega, ma per la garanzia del basilare principio della imparzialità dell’azione amministrativa che, nel dar seguito alle indicazioni del vertice politico, non può non tener conto del quadro normativo, che mira a tutelare, prima di tutto, l’eguale diritto dei cittadini ad una PA che non operi sulla base di favoritismi o personalizzazioni. Non solo. Se burocrati e burocrazie sembrano dominare oggi gran parte del dibattito pubblico, servirebbe quantomeno riportare la discussione nei binari della correttezza semantica, dal leitmotiv dei burocrati europei (in cui, criticabili quanto si vuole, vengono ricompresi Commissari europei che sono quanto di più politico ci sia) al continuo pasticciaccio sui burocrati nostrani, che ha recentemente spinto il Presidente del Consiglio di Stato a definire errore da matita blu quello di confondere continuamente la dirigenza amministrativa, che resta a garanzia della continuità, con i magistrati amministrativi e i consiglieri parlamentari che ricoprono ruoli negli Uffici di diretta collaborazione e che, per loro natura, sono fiduciari e rimuovibili. In poche parole: inutile intavolare discussioni se si confondono i termini di base di una questione. E, infine: ridiamo, per carità di Patria, diritto di cittadinanza ai competenti. La competenza acquisita col lo studio, il lavoro e con l’esperienza, fino a prova contraria, è merce preziosa per un Paese, in tutti i campi. Il diffuso e ostentato disprezzo per il sapere burocratico (amministrativo, contabile e manageriale), identificato come fastidioso latinorum da gettare alle ortiche, può essere di qualche utilità per la propaganda politica, ma costituisce un danno enorme per la credibilità del sistema Paese. Non che le tecnocrazie debbano essere immuni da critiche. Anzi, è bene ed è salutare che prenda piede una discussione pubblica seria sui tanti ed importanti nodi da sciogliere, come la valutazione, i controlli, i servizi. Lo chiedono, in verità, gli stessi servitori dello Stato che fanno il loro dovere non di rado in situazioni complicate. Ma è responsabilità della (buona) politica far leva sulla (buona) burocrazia, condannando senza appello pulsioni da rivoluzione culturale maoista e tenendo ben presente che siamo tutti sulla stessa barca, e che tutti si deve remare nella stessa direzione. Parafrasando un celebre film di qualche anno fa, politica e burocrazia possono probabilmente definirsi quasi amici, e devono forzatamente tenersi per mano, ma un clima di guerra continua non serve a nessuno. Tantomeno agli Italiani.

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L’ONU, l’Italia e il razzismo: facciamo chiarezza

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Sono rimbalzate con enorme eco sui giornali e sui media le parole che il neo Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, ha pronunciato sull’Italia aprendo la 39a sessione del Consiglio dei diritti umani. Secondo Bachelet, infatti, il Governo Italiano ha impedito l’azione delle navi delle ONG nel Mediterraneo, con conseguenze devastanti per molte persone che già si trovavano in stato di vulnerabilità, e ha annunciato che verrà inviato uno staff in Italia per accertare il lamentato brusco innalzamento di atti di violenza e razzismo contro migranti, persone di ascendenza Africana e Rom. Visto il profluvio di reazioni e dichiarazioni che sono seguite, unite alla manifesta scarsa conoscenza di molti dei meccanismi onusiani, appare utile fare un minimo di chiarezza sull’accaduto, partendo dal fatto che, a dispetto di tanti roboanti titoloni a caratteri cubitali e reazioni indignate sui social networknon è affatto vero che l’ “ONU” abbia detto che gli Italiani sono razzisti. L’Alto Commissario è un organo, istituito dalla risoluzione 48/141 del 7 gennaio 1994 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il cui mandato si svolge nell’ambito del controllo dell’Assemblea stessa e del Segretario Generale del palazzo di vetro, ed ha il compito, nel rispetto della sovranità e della giurisdizione degli Stati membri, di promuovere il rispetto universale di tutti i diritti umani. Un organo delle Nazioni Unite, dunque, i cui fondi sono soggetti al placet dell’Assemblea Generale, che ha evidenziato un “brusco innalzamento di atti di violenza e razzismo” (“the reported sharp increase in acts of violence and racism against migrants, persons of African descent and Roma”, per citare le parole esatte) in Italia, come è peraltro per chiunque facile desumere dalla lettura dei quotidiani: cosa assai diversa, quindi, dall’affermare che l’ONU abbia dato dei razzisti agli Italiani o che l’Italia sia un paese razzista. Sgombrato il campo da equivoci, dunque, la domanda che occorre porsi è se le parole della Bachelet siano state opportune e pronunciate all’interno delle proprie competenze. Va premesso, per dare una risposta, che l’Alto Commissario può ben disporre visite in un Paese per verificare il (mancato) rispetto dei diritti umani, ma tali interventi sono codificati, prevedendosi su espressa indicazione dell’Assemblea di NY oppure, se periodiche, riferite a situazioni determinate e precedentemente individuate. Possono, inoltre, verificarsi anche visite o missioni “spot”, di breve durata, in presenza di catastrofi umanitarie repentine. Ebbene, non pare – vista anche la vaghezza di quanto dichiarato – che la visita per l’Italia ricada in una di queste fattispecie e non appare chiaro se vi siano stati contatti precedenti a livello diplomatico, come è usuale fare in casi del genere (questo vale anche per l’Austria e la Germania, nominate dalla Bachelet). Va ricordato, inoltre, che per l’Italia esiste un regime di standing invitation, ovvero la massima apertura a visite di questo tipo che, tuttavia, seguono precise procedure formali dettate dalle prassi diplomatiche. A meno di successivi chiarimenti, pare di potersi quindi dire che la neo Commissaria, pena forse la mancanza di esperienza, abbia fatto il passo più lungo della gamba per quanto riguarda il rispetto delle ferree logiche che regolano i rapporti fra ONU e i propri Stati membri. Detto questo, è necessario, a questo punto, essere molto chiari. Se è lecito affermare che possa essere stato compiuto dall’Alto Commissario un faux pas, questo non esonera l’Italia da due precisi doveri. Il primo: non nascondere la testa sotto la sabbia e negare, contro ogni evidenza empirica, che siano stati registrati atti di razzismo avverso migranti, che appare davvero difficile declassare a goliardate, come pure qualcuno si ostina a fare. Il secondo: quello di difendere fermamente – come ben ha fatto il Ministro degli Affari Esteri Moavero – le posizioni Italiane nelle sedi adeguate e nelle modalità proprie di un corretto interloquire internazionale, senza remore nell’avanzare eventuali contestazioni ma senza chiusure a scrutini di qualsiasi natura e, perchè no, chiedendo che eguale  e opportuno zelo sia mostrato nei confronti di quei Paesi in cui le violazioni dei diritti umani sono manifeste e quotidiane. In poche parole: l’Italia deve svolgere, sempre e comunque, con dignità e a testa alta il proprio ruolo sullo scenario internazionale, mettendo i puntini sulle “i” ove necessario, ma senza nascondersi dietro un dito. E, soprattutto, ricordando sempre che si è parte di un complesso sistema di rapporti, come quello delle Nazioni Unite, pur perfettibile sotto tanti punti di vista, che non va delegittimato ma, semmai, rafforzato nella propria missione di dialogo fra i popoli e di promozione e protezione dei diritti umani, vera cartina di tornasole del progresso dell’umanità. insomma, calma e gesso, ragazzi.

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Perché non serve la leva obbligatoria per formare cittadini

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La recente proposta lanciata dal Ministro e vice premier Salvini circa la possibile reintroduzione del servizio militare e civile obbligatorio, sia pure per alcuni mesi, ha smosso le acque di un agosto politico già parecchio agitato. Dopo un comizio tenuto a Lesina, in provincia di Foggia, Matteo Salvini ha chiesto su Twitter ai propri follower se fossero d’accordo su “reintrodurre il servizio militare e civile per ricordare ai nostri ragazzi che, oltre ai diritti, esistono anche i doveri”. Lo confesso: da obiettore di coscienza (servizio civile anno 1992/93) ho una visione senza dubbio parziale sulla questione. Ricordo ancora i sorrisini di scherno alla presentazione della domanda presso il Distretto Militare e la parola usata più di una volta per irridere me e gli altri ragazzi in servizio: disertore. Altri tempi. Mi sembra, tuttavia, che l’esigenza di contesto messa in campo dal Ministro dell’Interno non sia campata per aria: il richiamo ai diritti e ai doveri è parte della nostra Costituzione democratica che ai cittadini richiede, da un lato, di contribuire in modi diversi alla vita pubblica e, dall’altro, garantisce loro un quadro ricco di diritti. La vera domanda da porsi, rispetto al tema, è se nel 2018 il servizio militare (e civile) obbligatorio sia la leva – passatemi il gioco di parole – per porre in atto tali fondamentali principi.

Per provare a dare una risposta, occorre prima ricordare il lungo cammino che l’obiezione di coscienza al servizio militare ha compiuto nel nostro Paese: a fronte dei primi, sparuti episodi di rifiuto di prestare servizio, principalmente per motivi religiosi, pagati con la galera, sono seguiti tanti giovani che hanno sostenuto il diritto a servire la Patria senza imbracciare le armi. Di lì, la legge 772 del 1972, accompagnata da una serie di pronunce della Corte Costituzionale, che ha formalizzato il principio secondo cui la difesa della Patria, quale “sacro dovere del cittadino” (art. 52 della Costituzione), potesse essere adempiuta anche attraverso la possibilità di prestare servizio civile non armato. La breccia aperta dalla legge – e la corposa giurisprudenza della Corte- ha così permesso una ulteriore evoluzione del quadro normativo che ha preso due strade parallele: l’abolizione della leva obbligatoria (legge Martino del 2004) e la progressiva codificazione di un servizio civile volontario per ragazze e ragazzi, sfociato in quello che viene oggi definito servizio civile universale. Le forze armate hanno, conseguentemente, assunto sempre più la caratteristica di corpi professionali, atte anche ad intervenire con successo in quadri internazionali complessi e capaci di guadagnarsi sul campo la stima dei Paesi alleati e delle popolazioni locali. Il servizio civile, d’altro canto, da ultimo grazie all’approvazione del decreto legislativo 40 del 2017, ha assunto carattere universale, aperto – potenzialmente – a tutti i giovani fra i 18 e i 28 anni che vogliano mettersi alla prova, in Italia e all’estero, per un periodo massimo di un anno nei diversi campi – fra gli altri – dell’assistenza, della protezione civile, della tutela del patrimonio storico artistico, culturale e ambientale, del turismo sostenibile e sociale, della promozione e tutela dei diritti umani, della promozione della cultura italiana all’estero e sostegno alle comunità di italiani all’estero. Un campo d’applicazione, come si vede, vastissimo, che ha attratto negli anni un numero crescente di giovani. Se questa è la situazione odierna, si comprende come la proposta di ridar vita ad un servizio militare di leva sia stata accolta freddamente dalla Ministra della Difesa, in considerazione della sostanziale poca utilità di una coscrizione di massa rispetto alle esigenze di alta specializzazione delle attuali forze armate.

Ciò non significa, naturalmente, che il tema di trovare modalità attraverso le quali permettere ai giovani di fare esperienze di crescita civile non sia fondamentale: non è, tuttavia, l’obbligatorietà del servizio militare o civile che può rispondere a tale esigenza. La costruzione della cittadinanza passa attraverso un reticolo complesso di esperienze, fra le quali la famiglia e la scuola sono certamente le più importanti. Aggiungo che l’obbligatorietà, in una società profondamente cambiata rispetto solo a pochi decenni fa, dona alla questione quel saporaccio di Stato Etico che mal si attaglia alla complessità di oggi, in un mondo iperconnesso che annulla le distanze ed in cui le invasioni del Nemico dall’Est non sono più un imminente pericolo e le minacce ai regimi democratici vengono combattute, in primo luogo, attraverso le azioni di intelligence. Senza scomodare visioni distopiche e terrificanti come quella di Paul Verhoeven nel suo “Starship troopers” del 1997 (tratto dal romanzo “Fanteria dello spazio” del 1959 di Robert A. Heinlein), in cui solo chi prestasse servizio militare poteva ambire allo status di cittadino, credo che lavorare con sempre maggior decisione sul servizio civile volontario universale, mirando all’obiettivo di soddisfare tutte le richieste che pervengano (ancora con un’alta percentuale di mancato inserimento, specie al Sud, per raggiunti limiti di posti a disposizione), possa costituire una delle chiavi più efficaci – non l’unica, certamente – per il passaggio dall’adolescenza alla adultità, contribuendo a fare affacciare i nostri figli a mansioni di responsabilità, verso le Istituzioni della Repubblica come a favore delle categorie più fragili, favorendo l’integrazione dei giovani stranieri regolarmente soggiornanti in Italia, anch’essi candidabili, e, perché no, tentando di dare una mano verso la difficile entrata nel mondo del lavoro, altra emergenza nazionale. Non è un’impresa di poco momento, è evidente, anche perché richiede fondi adeguati e grande impegno, sia politico che amministrativo. Ma è un tema che non può che essere eminentemente trasversale e che dovrebbe stare a cuore di tutte le forze politiche, a dispetto dei diversi orientamenti. E per il quale occorre, soprattutto, avere grande fiducia nei giovani: attendono solo di essere messi alla prova.

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I burocrati e i paliatoni a prescindere

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Giovanni Panebianco è stato recentemente individuato quale nuovo segretario generale del Ministero dei beni e delle attività culturali (il MIBAC, oggi orfano della “T” del turismo), delicato ruolo di cerniera fra il vertice politico e le diverse Direzioni Generali in cui si articola il ministero stesso. L’articolo 6 del decreto legislativo 300 del 1999, che disciplina l’organizzazione dei ministeri, ci dice, infatti, che “il segretario generale opera alle dirette dipendenze del ministro. Assicura il coordinamento dell’azione amministrativa; provvede all’istruttoria per l’elaborazione degli indirizzi e dei programmi di competenza del ministro; coordina gli uffici e le attività del ministero; vigila sulla loro efficienza e rendimento e ne riferisce periodicamente al ministro”. Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera dell’8 agosto prende maliziosamente in giro il CV di Panebianco, a suo dire troppo lungo e dettagliato e, scomodando nel suo pezzo anche il Principe della Risata, si domanda cosa ci azzecchi col ministero, visto che della “cultura” egli non trova traccia nel curriculum. Alt, fermi tutti. Se è da apprezzare, senza retorica alcuna, il lavoro di Stella, che è professionista preparato e arguto, un mastino a scavare e portare alla luce magagne e malversazioni, il Nostro prende qui una sonora cantonata. Si potrebbe obiettare alla firma del Corriere che, ove il curriculum fosse stato troppo sintetico, si sarebbe con tutta probabilità abbattuta la condanna sul burocrate che nasconde e trama nelle segrete stanze. In realtà, il punto è un altro. La figura del segretario generale in un ministero, come spiega bene e senza fronzoli la legge, è di alto coordinamento politico-amministrativo: si tratta, per metterla giù semplice, di un guardiano dello scorrere liscio delle complesse attività della struttura, attento a che esse siano, inoltre, in linea con la direzione politica del dicastero. In altre parole: per svolgere funzioni di questo tipo al MIBAC non serve necessariamente un cattedratico di storia dell’arte, così come non serve un agronomo al ministero dell’agricoltura o un ingegnere alle infrastrutture e ai trasporti. Di tecnici ed esperti di settore sono zeppi gli uffici (o ne erano zeppi, visto il progressivo dissanguamento del personale pubblico): al vertice dell’amministrazione serve qualcuno che faccia marciare la macchina e che sappia oliare gli ingranaggi del motore, garantendo al ministro che vada nella giusta direzione. Vil razza dannata, quella dei burocrati, si sa: se, tuttavia, fosse consentito offrire a Stella un consiglio non richiesto, sarebbe quello di non farsi beffe – sia pur bonarie – della “vita di burocrate” del mezzemaniche di turno a prescindere (per replicare con Totò), ma di verificarne l’operato a posteriori e sottoporre a critica, anche dura, le cose fatte e gli atti prodotti, cosa ormai alla portata di chiunque visto il regime di amplissima trasparenza cui giustamente devono soggiacere i pubblici uffici. Gli amministratori pubblici vengono pagati anche per ricevere paliatoni, sia chiaro: ma li si faccia almeno sbagliare in santa pace, prima.

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A spasso con Daisy

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Quel che è accaduto ed ancora accade in questi giorni a seguito dell’episodio di cui è rimasta vittima Daisy Osakue è assai significativo del clima in cui nell’Italia del 2018 i fatti vengono digeriti e della lente deformante attraverso cui essi sono spesso filtrati, sui media come sui canali social. L’ultima coda della vicenda è – addirittura – una petizione su Change.org in cui si richiede che l’atleta Italiana, discobola e pesista italiana, primatista under 23 del lancio del disco, venga estromessa dagli europei di atletica di Berlino, sostenendo che “senza avere elementi oggettivi si è gettata a capofitto in una strumentalizzazione sul razzismo inesistente, ben supportata per l’occasione dai media mainstream” e che “ha contribuito consapevolmente ad alimentare un falso problema per fini tutt’altro che nobili. Ha fatto prevalere l’interesse del partito a cui è iscritta, quanto un’atleta che ha l’onore di indossare la maglia della nazionale (sic!), dovrebbe tenersi fuori da simili decadenti teatrini, mantenendo perciò un profilo risoluto e super partes”. Mentre Osakue partecipa agli Europei, facciamo ordine e proviamo a ripercorrere i fatti, andando a spasso con Daisy fra gli eventi degli ultimi giorni.

Nella notte del 29 luglio 2018 Daisy Osakue è vittima di un’aggressione a Moncalieri, venendo colpita al volto da un uovo lanciato da un’auto in corsa: medicata all’ospedale oftalmico di Torino, le viene riscontrata un’abrasione alla cornea. Il giorno dopo, intervistata in video da Simone Bauducco del Fatto Quotidiano, racconta la dinamica dell’accaduto: suppone di essere stata scambiata per una prostituta, in quanto in zona sono presenti prostitute nere e si mostra preoccupata per un clima di crescente tensione che avverte in Italia dopo essere tornata dagli Usa, dove studia. Su Repubblica, nel corso di un’altra intervista a cura di Alessandro Contaldo, riportando la stessa ipotesi, aggiunge che, in ogni caso, buoni e cattivi ci sono a prescindere dal colore della pelle e che non è opportuno generalizzare. E, come riporta l’AGIdichiara che l’Italia non è un Paese razzista. Insomma, pur scossa e legittimamente preoccupata, Osakue è misurata e non lascia spazi a strumentalizzazioni o isterie di sorta. Mentre gli inquirenti si mettono al lavoro, partono le dichiarazioni incrociate della politica e i titoli dei media, chi sostenendo la matrice razzista dell’aggressione, chi negandola in radice. Da una parte chi parla di aperta violenza da parte di gruppi neo-nazisti, dall’altra chi, per converso, dichiara che in Italia non esista assolutamente un problema razzismo. Posizioni entrambe frettolose, da calare, comunque, nel clima pesante di fine luglio, dopo il caso della bimba Rom colpita da un fucile ad aria compressa (18 luglio), che ha portato il presidente Mattarella a parlare di “Far West”, e quello di Aprilia, con un marocchino morto dopo essere stato inseguito da persone che lo ritenevano un ladro (28 luglio). Il 31 luglio le prime ipotesi degli inquirenti, che tendono ad escludere l’aggravante razzista. Emerge, per la prima volta, che altre donne ed un pensionato della zona sono stati colpiti da uova da una Doblò in corsa, macchiando loro i vestiti e non procurando, fortunatamente alcun danno, a differenza della pesista azzurra che, a causa delle lesioni all’occhio, rischia di saltare le gare europee.

La mattina del 2 agosto la svolta nelle indagini. Gli autori del gesto vengono individuati dai Carabinieri e denunciati per lesioni dolose e omissione di soccorso. Sono tre ragazzi italiani di Vinovo, La Loggia e Moncalieri, che hanno utilizzato una Fiat Doblò intestata al padre di uno di essi, Roberto De Pascali, consigliere comunale PD a Vinovo. I ragazzi dichiarano di aver lanciato le uova per una goliardata. Il clima a questo punto si accende: aldilà delle contrapposizioni tra le forze politiche, comincia una vera e propria guerriglia social che ha per obiettivo Osakue, anche perché membro dei Giovani democratici locali: “indegna della maglia”, “fosse per me l’avrei cacciata dall’Italia” dato che “tanto di italiano ha solo la maglia”, “barcone, valigia e tornate in Africa“, “non ci sono neri italiani”, sono solo alcuni dei deliri, stavolta dichiaratamente razzisti, rivolti all’atleta. Si condanna il sistema dei media perché, si sostiene, eguale clamore non c’è stato nel caso di Pamela Mastropietro, barbaramente uccisa: una notizia, peraltro, ampiamente trattata su giornali e televisioni. Non manca chi parla di guarigione miracolosa della ragazza dopo l’individuazione dei tre giovani (chissà perché, poi) e rilancia che la goliardata (termine pronunciato dai tre ragazzi lanciatori di uova, è bene ricordarlo) sia stata usata ad arte all’indomani della acclarata insussistenza dell’ipotesi razzista in quanto uno dei tre era figlio di un rappresentante del Partito Democratico. Il fatto che i tre ragazzi piemontesi lanciassero uova per il solo diletto di farlo, secondo taluni, sarebbe, inoltre, la controprova che in Italia non vi sia alcuna traccia di razzismo e che, anzi, l’episodio sia l’esempio di come ormai funzioni una macchina collaudata col compito di fabbricare fake news sul tema, a danno degli Italiani. Arriva, infine, la notizia, rilanciata da alcuni quotidiani, che il padre della Osakue, arrivato in Italia dalla Nigeria più di venti anni fa, abbia avuto in passato problemi con la giustizia: altro motivo, per qualcuno, per innescare ulteriori polemiche sulla cospicua presenza di immigrati che delinquono in Italia, impattando, con chissà quale correlazione, sulla vicenda che ha visto protagonista Daisy.

Ripercorsi fatti e date, possono trarsi diverse conclusioni dalla storia del lancio delle uova. La prima, del tutto ovvia, è che occorre lasciar lavorare gli inquirenti, gli unici a poter contare su prove e fatti certi, sospendendo ogni giudizio sino ai primi risultati delle indagini. Il fatto che i tre ragazzi non fossero apparentemente mossi da motivazioni razziste e che uno di loro sia figlio di un esponente del PD non ha, inoltre, nulla a che vedere con la gravità dell’episodio (la ragazza avrebbe potuto perdere l’uso dell’occhio). Tale specifica circostanza non ha, altresì, relazione alcuna con gli altri, numerosi episodi di cronaca in cui la matrice razzista è evidente (che i social networkamplificano nel dar spazio a una brodaglia di fanatica intolleranza) e sui quali l’attenzione della politica e dell’opinione pubblica dovrebbe essere altissima, dato che la nostra Costituzione democratica non fa distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali. Va aggiunto che la conclamata presenza di episodi di razzismo, che vanno sempre contrastati in ogni sede, non intacca di un millimetro la necessità che chiunque risieda, stabilmente o meno, nel Paese, sia tenuto a rispettare le leggi Italiane: normale buon senso, prima che una questione di legalità. Ancora: banale dirlo, ma le colpe dei padri, anche di quelli che hanno chiuso i loro conti con la giustizia, non ricadono sui figli. Le vicende giudiziarie di Iredia Osakue, quali siano state, appartengono a lui e a lui soltanto e nulla hanno a che fare con la figlia. Si è quindi assistito ad una macchina propagandista intenta a mettere in piedi fake news? Francamente, no. L’episodio si prestava, alla luce dei precedenti casi di aggressioni e ostilità nei confronti di migranti neri, ad una interpretazione che, fortunatamente, si è rivelata, in questo caso, sbagliata. Da qui a dire che vi sia una complessa macchinazione tesa a incolpare artatamente i cittadini Italiani di razzismo per fini poco chiari (senza tirare in ballo Soros e presunti piani di sostituzioni etniche) ce ne corre. E ce ne corre molto. A meno di voler iniziare a dar conto delle sonore bufale, montate ad arte, sui crimini di migranti, come quello, che recentemente ha trovato spazio nelle cronache e sui social, relativamente ad un nigeriano che avrebbe abusato di una minore e picchiato il cuginetto accorso a difenderla: come ha dimostrato David Puente, una notizia palesemente falsa, costruita con perizia e malanimo. Infine, il vero aspetto preoccupante di tutta questa vicenda: la schiumante onda rabbiosa, piena di acrimonia, che si è abbattuta su una ragazza di 23 anni, Italiana, che gareggia per i colori Italiani. C’è da restare sconcertati per come sia ormai lecito dar sfogo alle pulsioni più basse, troppo spesso venate di atteggiamenti dichiaratamente e orgogliosamente fascisti, di cui in altri tempi ci si sarebbe vergognati e che si avrebbe avuto pudore ad esternare, sia pure solo per timore di una condanna sociale. Occorre constatare, con amarezza, che la diga delle decenza sia ormai crollata e che si stia perdendo, gradatamente, il senso di comunità aperta in favore di una identitarietà intollerante, ognuno immerso nella propria, infernale trincea. Il dilagare di un pensiero unico – questo sì – che non ammette diversità, refrattario all’alterità.

Insomma, chi ne esce a testa alta è Daisy Osakue: buoni e cattivi ci sono a prescindere dal colore della pelle, ha detto. È bene far tesoro di queste parole di buon senso.

Pubblicato su Linkiesta