Nuvole sull’Europa

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Si avvicina l’appuntamento elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo e, di conseguenza, per capire il reale peso delle diverse famiglie politiche europee, incluso il nuovo gruppo sovranista. In Italia la campagna elettorale è stata sinora quasi esclusivamente ripiegata sulla dimensione casalinga, dedicando pochissimo spazio ai grandi temi che dovrebbero essere discussi al fine di capire come plasmare la nuova Unione europea che tutti, con accenti diversi, dicono di voler cambiare. Poiché giornali e talk show offrono poche occasioni per capire quale sarà – concretamente! – il destino del vecchio continente secondo la politica dello Stivale, l’unica alternativa possibile è andare a scartabellare i programmi dei principali partiti e movimenti in corsa (sul sito del Ministero dell’Interno sono disponibili tutti i simboli e i candidati). I testi dei programmi, quasi tutti pubblicati on line in versione pdf, sono stati scaricati ed il testo riversato in un generatore di “cloud” (in Italiano, nuvola), per capire quali siano i temi maggiormente ricorrenti. I diversi programmi sono risultati spesso di non rapidissima reperibilità, senza una chiara collocazione in home page. Siti generalmente abbastanza caotici, in linea con la moda da navigazione-maremoto del momento: da rimpiangere i vecchi, cari siti-vetrina di qualche anno fa. In un caso (Lega), un programma per le elezioni europee non appare essere stato redatto: sono stati allora inseriti i testi del materiale (manifesti e depliant, prevalentemente) presenti nella sezione “Europee 2019” del sito. Le diverse “nuvole” sono proposte in ordine rigorosamente alfabetico: molta Europa (con orientamenti, ovviamente, molto diversi), un po’ di Italia, di cittadini e di sostenibilità. Poca questione di genere e, paradossalmente, pochi migranti (ci sono gli stranieri, però). Praticamente assenti nelle nuvole anziani, minori e persone con disabilità, proprio quell’anima sociale la cui mancanza è unanimemente rimproverata all’Ue. Non mi sembra, a meno di mia disattenzione, siano state predisposte versioni in linguaggio ETR (easy to read) per le persone con disabilità intellettiva. Buona lettura.

Nel cloud di Europa Verde (qui il programma) spiccano, oltre a “Europa” (enorme), “europea” e “verde” parole come “cittadini”, “sociale”, “emissioni” e “diritti”. Seguono “cambiamenti”, “risorse”, “riduzione”, “ecologica” e “trasformazione”. Insomma, la nuvola verde trasuda spinta ecologista da tutti i pori, tenendo al centro i diritti dei cittadini europei e l’attenzione all’istituzione europea.

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Europa Verde

Per Forza Italia (qui il programma) emergono alcuni dei temi di cui più spesso parla il Presidente Berlusconi e vicini alla storia del partito: “sistema”, “economico”, “imprese”, “sviluppo”, “concorrenza”, “qualità”. Fanno capolino “Cina” e “Russia” accanto a “difesa”, “Europa” (piccolina), “mercato”, “produzioni” e “crescita”. Confermata, pare, l’impronta aziendalista e liberale del partito.

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Forza Italia

Per il partito guidato da Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia (qui il programma), giganteggiano “Europa”, “nostra”, “Italia” e “contrasto”, assieme ad un ricorrente “vogliamo”. Seguono alcuni temi familiari nel discorso politico di FdI come “sostegno”, “tutela”, “Italiani” e “Italiano”, “stranieri”, “sociale”, “famiglia”. Non mancano anche “sicurezza”, “nazionale”, “economia” e “imprese/aziende”.

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Fratelli d’Italia

Per quanto riguarda la Lega Nord, il gioco è ovviamente falsato dalla mancanza di un apposito programma per le elezioni del Parlamento europeo (qui la pagina dedicata alle elezioni europee), ma i temi ricorrenti sono quelli ben presenti nello storytelling del segretario Salvini. Troneggia uno “stop”, dal significato inequivocabile.

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Lega Nord

Il cloud del MoVimento 5 Stelle (qui il programma) abbonda di voci europee: “Europa” (assai presente), “Commissione”, “Parlamento”. Segue “cittadini”, “movimento”e “partiti” mentre, più defilati, compaiono termini come “cambiare”, “politica”, “bisogno” e, curiosamente, “PPE”. Spicca anche il movimento politico polacco “Kukiz”

M5S
M5S

La nuvola del Partito democratico (qui il programma) vede al centro la parola “cittadini”, seguita da “europeo” e “europea”, “sociale”, “sviluppo” e “sicurezza”. Più sullo sfondo temi propri dell’area sociale (“bambini”, “povertà”, “diritti”), con “imprese”, “investimenti”, “sostenibilità” e “sfide” invece in buona evidenza.

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PD

Evidente il binomio Europa-mercato di +Europa (qui il programma): tutte le possibili declinazioni di “Europa” si accompagnano a “libertà”, “sviluppo”, “mercato”, “imprese”, “cittadini”, “mobilità” e “investimenti”. Il resto è pulviscolo.

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+ Europa

Chiude la carrellata La Sinistra (qui il programma), il cui termina maggiormente ricorrente è “diritti”. Seguono “libertà”, “sociale”, “diritto”, “donne”, “garantire”, “movimento” e “solidarietà”. Meno in evidenza “migranti”, “sviluppo” e “pace”. Quasi invisibile “LGTBQI”.

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La Sinistra

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Il “caso” social dell’INPS? Una lezione preziosa

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“In linea con quanto previsto dalla netiquette e dalla social media policy della pagina e in considerazione del grande interesse e impatto del reddito di cittadinanza e di altre misure a favore della famiglia, risponderemo solo a commenti inerenti agli aspetti tecnici delle prestazioni erogate da Inps. Cogliamo l’occasione per scusarci con quanti possano essersi sentiti toccati od offesi da alcune nostre risposte”: con questo post la pagina Facebook “Inps per la Famiglia” ha messo la parola fine a una singolare vicenda che ha tenuto banco sui social e sui giornali. La pagina, messa a disposizione dall’Istituto per dialogare con i cittadini, era stata, infatti, letteralmente inondata da commenti, domande, accuse e richieste di aiuto, con un impatto sul gestore della pagina che, evidentemente, non era stato debitamente considerato. Il social media manager della pagina, bersagliato da richieste riguardanti, soprattutto, il reddito di cittadinanza, ha cominciato a rispondere con messaggi via via più pepati, scatenando l’ilarità in rete. Scorrendo il botta e risposta sulla pagina non si può fare a meno di sorridere ma quanto è successo mette sul piatto, senza dubbio, il tema della gestione della comunicazione social delle pubbliche amministrazioni. Potrebbe dirsi, anzi, che ci troviamo davanti ad un caso di scuola, che merita un’analisi attenta per capire quali siano le coordinate entro cui l’azione social pubblica possa o debba muoversi. Intanto, sappiamo che non si parte da zero: è disponibile on line la seconda edizione del volume “Social media e PA, dalla formazione ai consigli per l’uso- Il primo libro in progress della nuova comunicazione pubblica”, aggiornato a gennaio 2018 e realizzato dal Formez. Il libro, liberamente scaricabile, collaziona contributi di docenti ed esperti che, con taglio operativo utile per gli operatori, illustrano le caratteristiche dei principali social, chiarendo opportunità e problemi derivanti da un utilizzo professionale di questi strumenti all’interno delle amministrazioni pubbliche. Scorrendo il volume, che dovrebbe essere lettura obbligatoria per dirigenti e funzionari delle PPAA, indipendentemente se operino o meno nel settore della comunicazione (la PA deve o non deve aprirsi ai cittadini?), emerge, fra i tanti aspetti trattati, quello relativo all’importanza di regole chiare e trasparenti, ovvero perché e come un’amministrazione si pone verso l’utenza in rete attraverso un canale social, la cosiddetta social media policy (SMP): essa, infatti, “consente una corretta gestione del profilo dell’ente sui social network e riduce il rischio di critiche e contenzioso”, così da “rendere chiara e trasparente la fruizione dei social e consente di arginare i problemi che potrebbero nascere con gli utenti e con i dipendenti. Poter far riferimento a principi e criteri stabiliti sin dall’inizio rende più agevole l’uso corretto dei nuovi mezzi di comunicazione e la gestione delle critiche. Aver chiare le regole e comunicarle è un passaggio cruciale in qualsiasi ambito, ancor di più se ci si muove all’interno di processi comunicativi complessi, in cui diventano fondamentali le dinamiche relazionali, il tempo reale e l’interazione costante fra emittente e ricevente”. Insomma, cristallino. L’INPS, da questo punto di vista, fa scuola: da sempre all’avanguardia in materia di ICT, ha pubblicato le regole che si è dato in materia, precisando che “non esistono tempi minimi o massimi di risposta e che le stesse vanno intese come informazioni di primo livello ed elementi di facilitazione all’accesso ad altri canali informativi come contact center, servizio INPS Risponde, Uffici relazioni con il pubblico, ecc. Tali risposte non possono, dunque, sostituire quanto indicato nelle schede informative pubblicate sul portale INPS o essere considerate esaustive”. L’Istituto precisa, inoltre, che “non è possibile, attraverso un social, accedere ai dati dell’utente o alla sua pratica personale. In conseguenza di ciò e per evidenti ragioni di tutela della privacy, non potranno essere trattati casi personali relativi a prestazioni pensionistiche, previdenziali o assistenziali, ma saranno fornite e ribadite informazioni generali di interesse comune che rinviano ai contenuti del sito”. A voler essere fiscali, dunque, ritornando alla vicenda da cui si è partiti, potrebbe dirsi che taluni dei cittadini non abbiano osservato la netiquette dell’Istituto e che, in qualche modo, se la siano cercata. Tutto bene? No, ovviamente non funziona così: anche se alcuni dei frequentatori della pagina non hanno rispettato le regole di accesso ed utilizzo, due aspetti vanno tenuti presenti. Il primo è che il cittadino ha (quasi) sempre ragione e che ha poco senso aspettarsi piena contezza dei rudimenti di cultura digitale quando siamo sostanzialmente all’inizio di una rivoluzione che potrebbe avere esiti al momento imprevedibili: se parliamo di cultura digitale c’è evidente necessità di formazione digitale e, per questo, serve tempo, soprattutto in un Paese tra i più anziani al mondo e nel quale ancora si fatica a percepire l’utilizzo della rete come interazione che di virtuale ha ben poco. Basti pensare, a questo proposito, alla vicenda che ha visto al centro di un utilizzo violento dei social l’ex Presidente della Camera Laura Boldrini. Il secondo punto, di converso, investe la scelta e la formazione di chi, nelle amministrazioni, gestisce i canali social di comunicazione con la cittadinanza. Non si tratta, come è ormai evidente, di un’attività part-time, da seguire solo dopo che si è finito di fare cose più importanti, ma di un’azione amministrativa che qualifica l’ente, il dipartimento o il Comune verso l’esterno. Non si sa esattamente cosa sia accaduto nel caso di specie: quel che è certo è che, ironie a parte, trovarsi a moderare più di diecimila commenti in due giorni non è una passeggiata per nessuno. Molti, peraltro, hanno ottenuto in maniera corretta le informazioni cui avevano bisogno. Questo non può e non deve assolvere un comportamento che, comunque, si è rivelato poco istituzionale e talvolta poco rispettoso dell’utente. Anche un passo falso, tuttavia, è talvolta un passo avanti: quel che appare evidente è che tutte le parti hanno dimostrato di avere qualcosa da imparare e che siamo solo alle prime fasi di un cammino che dovrà necessariamente trasformare in profondità il modo in cui il pubblico serve la collettività. Una lezione di cui far tesoro, insomma. Uno dei grandi problemi dell’amministrazione pubblica (italiana e non solo) è, infatti, quella di vivere una sorta di permanente bipolarismo: dipendenti di un’organizzazione che fa delle regole e della puntuale normazione la sua ragion d’essere da un lato e cittadini che vivono, fuori dagli uffici, ad alta velocità digitale, dall’altro. Comporre questo iato fra due esigenze egualmente importanti rappresenta una delle sfide fondamentali del fare azione pubblica. E, sappiatelo, non sarà a costo zero.

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Marziani brava gente

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La Cassazione ha posto la parola fine alla telenovela giudiziaria che ha visto, suo malgrado, protagonista l’ex senatore del PD e ex Sindaco di Roma Ignazio Marino: innocente. Marino, appreso della pronuncia a lui favorevole, ha scritto di provare sollievo ma di non poter essere allegro, pensando a tutti quelli che hanno sofferto con lui, e per lui, in questi anni. È una reazione pacata, che non ci si aspetterebbe da chi ha provato, con tempo, denaro e fatica, di non aver commesso gli illeciti a lui contestati circa gli ormai famosi scontrini, dopo la condanna a due anni di reclusione avuta nel gennaio del 2018 dalla Corte d’appello di Roma per peculato e falso in merito alla vicenda delle 52 cene per 12.700 euro pagate a spese del Campidoglio. All’epoca della crocefissione del “Marziano” in molti si abbarbicarono su pulpiti improvvisati, moderni Savonarola e stentorei Machiavelli, pronti a sbandierare lucente purezza o indignazione e a liberarsi di un personaggio che molti, nel mondo della politica tradizionale, avevano palesemente sullo stomaco. Ecco, la decisione della Cassazione, con la sua verità giudiziaria, mette in risalto il fatto che in una democrazia matura, o che si presenti come tale, alcuni capisaldi e principi generali vanno sempre tenuti presenti, soprattutto da parte di chi ricopre posizioni di responsabilità pubblica, nelle Istituzioni come nell’informazione. È cosa buona e giusta tenere sempre a mente, ad esempio, che per la nostra Costituzione un cittadino è da presumersi innocente fino al terzo grado di giudizio (“L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”, recita l’articolo 27 della Carta) e che il garantismo non funziona se viene applicato a corrente alternata. Sarebbe, dunque, salutare abitudine sospendere ogni giudizio sino alla conclusione del procedimento cui la persona è sottoposta, ricordando che sono in gioco le vite delle persone. Sconfinando dal campo del diritto, soccorre anche il comune buon senso. Foss’anche per puro istinto di conservazione, la prudenza esigerebbe di andarci molto cauti nelle crociate, non solo perché la presunta colpevolezza dell’infedele di turno è tutta da provare, ma soprattutto perché, come qualcuno ha fatto correttamente fatto notare, “a fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura”. Cautela, quindi, a partire lancia in resta: si corre il rischio di trovarsi catapultati a terra fra la polvere e di rialzarsi, se ci si riesce, soli soletti. La ruota del destino gira, insomma. Tuttavia, l’aspetto forse più eclatante rispetto alla vicenda che riguarda Ignazio Marino è quella relativa alla defenestrazione magno cum sigillo cui venne sottoposto il Sindaco di Roma in carica. Come noto, infatti, nell’ottobre 2015 il Partito democratico ne causò le “spintanee” dimissioni facendo depositare a 26 consiglieri nelle mani di un notaio la volontà di rinunciare allo scranno di Palazzo Senatorio. Le 23 coltellate a Giulio Cesare furono una passeggiata di salute, al confronto. La Consiliatura veniva, quindi, interrotta nel suo naturale decorso per fattori tutti esogeni e il Sindaco della Capitale d’Italia, direttamente eletto dai cittadini, veniva rispedito a casa, insalutato ospite. Non si tratta, è bene chiarirlo, di voler entrare nelle valutazioni strettamente politiche di chicchessia e neppure, va aggiunto, di schierarsi pro o contro il Marino Sindaco, la cui azione quotidiana era ed è liberamente e legittimamente criticabile, dentro e fuori il partito. Anzi, dentro e fuori la politica. Veniva rimproverato all’allegro chirurgo, ad esempio, di non essersi accorto di Mafia Capitale e di non saper gestire le dinamiche politiche e capitoline, mentre, a leggere i giornali, la sua estraneità a taluni circoli veniva percepita come una concreta minaccia dai maneggioni cittadini. La discussione è aperta: ci si accomodi. Il punto che pare però sfuggire a tanti protagonisti della vicenda di allora (sembra passato un secolo!), militanti in tutte le forze politiche e protagonisti dell’informazione, è che il giudizio sull’operato di chi guida una città, perdipiù la Capitale di una delle nazioni più importanti al mondo, non spetta al partito di provenienza o alla maggioranza che lo sostiene. Non spetta ad un Segretario di partito o ad un caminetto di saggi. Non spetta neppure alla piazza che protesta e che porta le arance. Spetta in via esclusiva ai cittadini che lo hanno eletto direttamente e che al termine del mandato, fattasi un’opinione sull’operato dell’amministrazione cittadina, voteranno di conseguenza: è la democrazia, bellezza! Non vale per l’ex Ignazio Marino: annotare questi pochi, banali principi vale come cassetta degli attrezzi per una conduzione non tossica della cosa pubblica. Daje, no?

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Salvate Lucca Comics and Games!

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Si è svolta lo scorso fine settimana la quarta edizione di Lucca Collezionando, la due giorni del fumetto per collezionisti marzolina, che ha accolto i sui visitatori con un week end di gran sole. La manifestazione si è tenuta nel Polo Fiere poco fuori città e ha registrato una più che discreta affluenza di pubblico: spazi ampi, stand forniti e nutritissima area incontri con la celebrazione, fra gli altri, di Max Bunker, creatore di Alan Ford e Kriminal. Da vecchio – vecchissimo – frequentatore di Lucca Comics & Games, l’occasione è utile per qualche riflessione sull’edizione di fine ottobre, ormai evento di assoluta rilevanza nazionale per i settori del fumetto e del gioco.  LC&G vede di anno in anno aumentare l’affluenza di fan e appassionati da tutta Italia, facendo registrare il tutto esaurito in hotel e b&b in città e nei dintorni, per la felicità di albergatori, ristoratori e commercianti. Crescono, però, anche i problemi. Per l’appassionato la visita agli stand e la paziente ricerca del pezzo mancante o, più semplicemente, fare un po’ di ‘window shopping’, diventa una lotta impari contro una massa sempre crescente di visitatori, sempre più simile alle orde di vaganti in ‘The walking dead’. Anche camminare in città, che diventa un’attrazione a cielo aperto fra bellezze architettoniche e strutture dell’evento, assume i caratteri dell’impresa erculea. Lasciamo perdere, poi, sedersi per un aperitivo o una cena in tranquillità: quasi impossibile. L’altra criticità è quella relativa alla sicurezza. Svolgendosi la massima parte della manifestazione entro le mura (una geniale intuizione), la calca umana è tale che in alcuni momenti è persino difficile camminare. Le forze dell’ordine hanno sempre garantito una perfetta organizzazione ma è evidente che i rischi possono essere altissimi. Insomma, il punto è che il tutto potrebbe scoppiare in mano all’amministrazione comunale, retta da Alessandro Tambellini, e a Lucca Crea. A me sembra che l’unica soluzione possa essere quella di delocalizzare parzialmente, mantenendo certamente lo splendido scenario della città dentro le mura ma utilizzando, ad esempio, gli spazi del Polo Fiera, magari dello storico Palazzetto dello Sport (originaria sede della manifestazione) e di altri luoghi che possano prestarsi alla bisogna, mettendo in campo un efficiente servizio navetta per spostarsi. Siamo al limite consentito e, se si vuole salvaguardare una tra le più belle manifestazioni della cultura popolare Italiana, non c’è tempo da perdere.

Si può e si deve criticare Greta Thunberg. Denigrarla no

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Durante la trasmissione di Radio 1 Rai “Un giorno da pecora”, Maria Giovanna Maglie, scrittrice e opinionista, ha detto che se Greta Thunberg, la sedicenne svedese diventata un simbolo delle proteste per il clima in tutto il mondo, non fosse malata (in quanto affetta da Sindrome di Asperger) la metterebbe sotto con la macchina. In seguito, ha dichiarato su Twitter che la sua era una battuta, pronunciata in una trasmissione di satira e scherzo e che “l’esercito del politically correct è sempre incinta”. Le parole della Maglie seguono di poco quelle della nota cantante Rita Pavone che, sempre su Twitter, aveva scritto che “quella bimba con le treccine” la metteva a disagio, paragonandola ad un personaggio da film horror. La Pavone ha dichiarato, poi, che non sapeva della condizione di Greta e che si dispiaceva di quel che aveva scritto. Una premessa: visto che non pare ci si trovi nel campo dello spirito o dell’arguzia, che dovrebbero suscitare divertimento o riso, qualche considerazione va fatta, foss’anche solo perché non ci si senta legittimati a poter dire tutto e il contrario di tutto senza affrontarne le conseguenze. Si potrà essere o meno d’accordo con la battaglia che Greta sta conducendo e considerarla futile, sciocca, infantile o, persino, sbagliata. Si può concordare o meno sulla esistenza degli impatti della sfrenata antropizzazione sull’ambiente, sebbene appaia difficile ignorare la necessità di assicurare uno sviluppo sostenibile al pianeta e alle generazioni che verranno. È, inoltre, legittimo considerare con sufficienza le ragazze e i ragazzi che hanno sentito l’esigenza di scendere nelle piazze per gridare al mondo di non perdere più tempo nella cura dell’ecosistema. Ci sta: esplicitare dissenso è la base dei nostri sistemi democratici. Sfugge, tuttavia, quale sia l’aspetto di critica nel dichiarare di voler investire una minorenne. Una minorenne con disabilità. Una minorenne con disabilità che lotta per le sue idee, forte di un ambiente circostante che, evidentemente, invece di emarginarla, la supporta e la incoraggia ad affermare con ogni mezzo le sue convinzioni. No, la battuta non fa ridere. E non perché le persone con disabilità non possano essere criticate: l’inclusione passa anche attraverso il poter non essere d’accordo con chi abbia una qualche forma di disabilità e che, anzi, non sia considerato un o una intoccabile per via della sua condizione. Non fa ridere perché la polemica si riduce a una forma di bullismo mediatico di cui i media e la rete, purtroppo, abbondano e che prevede, come regola costante, quella di individuare la condizione di disabilità come peccato originale e come forma di deminutio rispetto alla partecipazione alla vita quotidiana delle nostre comunità. La critica è tale se va di pari passo con il rispetto dell’interlocutore. Da questo punto di vista, è elemento assai rivelatore considerare Greta una malata, una persona non sana, a dimostrazione di come sia ancora fortemente radicata la convinzione che la disabilità si esaurisca nella malattia. Forse la Signora Maglie potrebbe sfogliare la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità che, all’articolo 1, dichiara lo scopo di “promuovere, proteggere e garantire il pieno ed uguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità” e “il rispetto per la loro intrinseca dignità”, precisando che “per persone con disabilità si intendono coloro che presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che in interazione con barriere di diversa natura possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri”. Ecco, finché permarranno barriere, fisiche come culturali, che ghettizzeranno le persone con disabilità in una situazione di eterna minorità, tutti noi saremo più poveri. Battute a parte.

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Elezioni europee e sistema Italia: piccolo vademecum

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Mancano ormai poco più di due mesi alle elezioni per il Parlamento europeo, che si annunciano tra le più significative – e combattute – degli ultimi anni. Sembra evidente, infatti, che attorno alle urne del vecchio continente si consumerà lo scontro fra il movimento sovranista, che intende allentare i vincoli dell’Ue per muoversi, piuttosto, in un’ottica intergovernativa, e i fautori della prosecuzione e del consolidamento del processo comunitario, sebbene riveduto e corretto. Aldilà del dibattito politico, nel quale, tuttavia, sarebbe bene che le due proposte alternative fossero esplicitate concretamente e nel dettaglio, accantonando gli slogan, appare importante che le elezioni siano affrontate nel modo migliore possibile dal Paese nel suo insieme. Proviamo a spiegare. Il contesto in cui a Bruxelles vengono negoziate e formate le diverse posizioni a livello comunitario è complesso e variegato. Entrano in gioco la Commissione, guardiana dei Trattati (pur con le sue quote nazionali), il Consiglio, in cui si rispecchiano i governi, e il Parlamento, oltre alle altre Istituzioni e alle tante lobby di diversa estrazione che gravitano nella capitale belga: partecipare efficacemente ad un simile processo richiede che la rappresentanza del Paese sia articolata e strutturata, con una presenza ed un lavorio che, come si usa dire, facciano sistema (si pensi, ad esempio, alla storica sottorappresentazione Italiana a livello di END, gli esperti nazionali distaccati) così da dar forza alle posizioni da portare avanti e, soprattutto, per dare e rafforzare l’immagine di un Paese che, sulle proprie proposte, riesce a muoversi con coerenza e continuità, giocando strategicamente tutte le proprie carte. In poche parole: il suo peso specifico e la sua autorevolezza. In questo quadro, uno degli anelli più delicati è, ovviamente, quello della scelta dei candidati al Parlamento europeo, in tempi non lontanissimi spesso visto come parcheggio di lusso in attesa di più prestigiosi incarichi nazionali. Oggi, fortunatamente, le cose sono in larga parte cambiate ma, quale summa di consigli non richiesti, tre sono gli aspetti che sarebbe cosa buona e giusta prendere in considerazione da parte delle forze politiche che si apprestano a presentare le liste per approdare a Bruxelles. Il primo, apparentemente banale, riguarda la conoscenza delle lingue. Se Inglese e Francese sono le lingue di lavoro dell’Unione (assieme al Tedesco, con più di qualche resistenza), la prima resta ad oggi la lingua veicolare per eccellenza e una conoscenza non superficiale è assolutamente richiesta. È noto che ai parlamentari è permesso esprimersi nella propria lingua madre in aula ma, sviluppandosi le vere discussioni fuori dall’emiciclo, essere in grado di interloquire efficacemente con alleati e avversari diviene fondamentale. Purché sia chiaro che se il livello è quello del genere “the pen is on the table” non ci siamo. Il secondo elemento investe l’adeguata familiarità col sistema comunitario. Essere a conoscenza dei ruoli, delle funzioni e delle competenze delle diverse Istituzioni è fondamentale per affrontare al meglio i diversi compiti che, come per il parlamentare nostrano, gravano sull’ufficio del membro dell’assemblea europea, tenendo conto che, come si sa, il processo legislativo comunitario differisce sensibilmente da quello classico in essere all’interno degli Stati membri, con Commissione, Consiglio e Parlamento che, a diverso titolo, vi partecipano. Qualche secchione in più non fa male, in questo caso, anche per non perder troppo tempo a farsi le ossa. L’ultimo consiglio attiene, infine, alla scelta di esclusività che deve necessariamente accompagnare il mandato di parlamentare europeo. Non si tratta solo di scegliere il seggio europeo come unica occupazione, dismettendo eventuali altri incarichi elettivi (pure ormai in un regime piuttosto severo di incompatibilità), ma di dedicarsi a tempo pieno al lavoro a Bruxelles, riservandovi le necessarie energie e non considerandolo come un’attività part-time di cui occuparsi qualche giorno al mese. Ha poco senso parlare di collegio di riferimento, in questo caso, e la regola principale da seguire è la seguente: avuta la bicicletta, si pedala. Questa lista non esaustiva non ha la pretesa di costituire il paniere dei requisiti per il patentino del perfetto europarlamentare, ovviamente. Sono elementi necessari ma non certamente sufficienti: in politica contano le idee e la convinzione di portarle avanti, oltre ai voti che si riescano a raggranellare. Pur tuttavia, essere in possesso di quelle indispensabili conoscenze e di quegli strumenti che permettano di far bene e al meglio il proprio lavoro quotidiano è parte di quel nucleo minimo di competenze che non dovrebbero mancare nella “cassetta degli attrezzi” di chi si appresti di essere protagonista del processo democratico europeo, ovunque esso possa dirigersi. Ne van di mezzo, alla fine dei giochi, la forza e la reputazione del Paese ed il suo interesse nazionale.

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La proposta Bongiorno sui test psicologici per i giudici: perché no?

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La ministra della Pubblica Amministrazione, Giulia Bongiorno, ha recentemente espresso la volontà di voler riformare il percorso di accesso alla magistraturaintroducendo dei test psicologici (o psicoattitudinali) per stabilire se l’aspirante giudice, oltre ad una adeguata preparazione giuridica, abbia quelle particolari qualità che sono connesse all’esercizio della professione. Il tema non è nuovo: già l’ex Presidente Cossiga, ed esempio, propose nel 2003, provocando durissime reazioni dell’allora Capo dello Stato Scalfaro, di sottoporre i candidati al concorso in magistratura ad un preventivo esame psichiatrico e psico-attitudinale, sostenendo, nella relazione al disegno di legge, che “l’esercizio delle funzioni di magistrato dell’ordine giudiziario, giudice e pubblico ministero incide così profondamente e talvolta irreversibilmente su i diritti della persona e sulla sua stessa vita psichico-fisica che particolare equilibrio mentale e specifiche attitudini psichiche debbono essere richieste per la assunzione della qualità di magistrato e per la permanenza nella carriera”. Siamo di fronte, insomma, a un sempreverde che riemerge periodicamente, scatenando le opposte tifoserie. Lasciando da parte partigianerie e pregiudizi, per sviluppare un ragionamento sul punto è opportuno soffermarsi brevemente sulle modalità di selezione degli aspiranti magistrati e, per estensione, di chi voglia ricoprire ruoli di alta amministrazione e direzione all’interno del sistema pubblico. Per il concorso in magistratura, bandito sulla base di linee programmatiche del Ministero di Giustizia, d’intesa con il Consiglio Superiore della Magistratura, sono previste tre prove scritte in diritto civile, diritto amministrativo e diritto penale, cui si aggiungono ben diciotto materie alla prova orale. Si tratta, come è evidente, di un concorso particolarmente difficile, per il quale è richiesta una approfondita e accurata preparazione giuridica. Allo stesso modo, il novero dei concorsi pubblici per accedere alle pubbliche amministrazioni segue sostanzialmente lo stesso schema di massima, aggiungendo molto spesso una prova preselettiva (che comprende anche test logico-attitudinali e matematici) e la conoscenza della lingua inglese. Tale schema prevede la conoscenza di un nucleo più o meno ampio di materie di riferimento (giuridiche, economiche o amministrativo-contabili) che sono pertinenti alle funzioni da svolgere. Si tratta, dunque, di una modalità di selezione prevalentemente basata sulla conoscenza delle nozioni indispensabili a svolgere determinati compiti, al netto di alcuni novità tese, come nel caso del concorso per dirigenti pubblici organizzato dalla Scuola Nazionale dell’Amministrazione, ad imprimere un carattere maggiormente pratico e manageriale alle prove. Il sapere tecnico è una componente indispensabile ed indefettibile di qualsiasi professione: è inimmaginabile – e preoccupante – un giudice che non padroneggi il diritto penale, un dirigente pubblico che non sappia impostare un decreto di pagamento, un funzionario pubblico che ignori le norme sul procedimento amministrativo. Il punto, tuttavia, è un altro: la perfetta conoscenza del proprio latinorum è sufficiente perché la donna o l’uomo che svolge quella determinata funzione lo faccia al meglio, garantendo, conseguentemente, l’interesse pubblico? La risposta è: molto probabilmente sì, ma non necessariamente e non sempre. Amministrare, ci dice il Devoto-Oli, significa curare enti, attività o beni in modo da garantirne l’efficienza ed il rendimento, ma anche distribuire con oculatezza: entrano in gioco, dunque, elementi che debbono aggiungersi ed integrare il patrimonio della conoscenza, soprattutto quando l’azione del singolo possa avere ripercussioni sostanziali sulla vita degli individui, come accade, con tutta evidenza, per il giudice e per il pubblico amministratore. La questione si riferisce, in altre parole, alle modalità attraverso le quali la conoscenza viene concretamente applicata. Non si tratta, va chiarito, di minare l’autorevolezza o la competenza di chicchessia. È ragionevole tuttavia, interrogarsi su come far sì che le indispensabili funzioni pubbliche professionali proprie di una democrazia siano implementate al meglio, a tutela del sistema come dei cittadini. Ed appare ispirato a comune buon senso l’auspicio che per tali funzioni sia opportuno (necessario, con tutta probabilità) possedere e coltivare doti di equilibrio e relazionali che vanno a completare la preparazione di settore. Chi conosce la dedizione dei tanti servitori dello Stato, uomini e donne, è consapevole che molti mettono quotidianamente in campo un ampio spettro di capacità personali, conoscenza dei dossier e attitudini proprie, affinate on the job. Ma è sempre così? E come fare perché non si affidi la cura delle questioni pubbliche alla ventura che qualcuno squaderni le giuste capacità? Esiste, evidentemente, il tema di come assicurare, per quanto umanamente possibile, che vengano selezionate le persone giuste e che tale selezione non venga costretta al profilo esclusivamente nozionistico proprio del concorso pubblico. Lo Stato, con tutte le sue pecche ed i suoi innumerevoli difetti, funziona: perché non percorrere strade che permettano di farlo funzionare al meglio? Empatia, capacità relazionali, equilibrio, dinamicità, immaginazione sono aspetti che, soprattutto in una società aperta, moderna e policentrica, non possono non essere presi in considerazione. Come, con quali strumenti e attraverso quali garanzie sono le vere sfide. Qui siamo in campo aperto e occorre affrontare la questione con la serietà che merita. Sta agli esperti e alla politica proporre e valutare, ascoltando i diretti interessati, avendo, tuttavia, ciascuno a cuore la migliore tutela del bene comune.

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LA PA? Una casa di vetro, non un peep show

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La Corte costituzionale ha posto la parola fine alla lunga querelle sulla disponibilità in rete dei dati patrimoniali dei dirigenti pubblici: con una recentissima sentenza la Corte ha, infatti, dichiarato costituzionalmente illegittima la disposizione che estendeva a tutti i dirigenti pubblici gli stessi obblighi di pubblicazione previsti per i titolari di incarichi politici, con particolare riferimento ai dati patrimoniali ricavabili dalla dichiarazione dei redditi e da apposite attestazioni sui diritti reali sui beni immobili e mobili iscritti in pubblici registri, sulle azioni di società e sulle quote di partecipazione a società, estendendo tale notizia anche ai beni posseduti dal coniuge non separato e ai parenti entro il secondo grado. Avverso tale obbligo avevano dato battaglia alcuni dirigenti del Garante per la Privacy e UNADIS, il sindacato nazionale dei dirigenti pubblici, contestando, in soldoni, che l’assunto non dichiarato della norma, introdotta nel quadro della attuazione del quadro FOIA (o accessibilità totale degli interna corporis della macchina pubblica), fosse quello che il burocrate è potenzialmente corrotto e che, conseguentemente, spettasse a lui dimostrare come ha avuto quella casa, ottenuto quella macchina, acquistato quel terreno. Mariuoli a prescindere. La logica che aveva spinto il Legislatore ad introdurre la noma contestata, mettendo sullo stesso piano politici e burocrati, era chiara: poiché l’impegno dichiarato è quello della lotta alla corruzione, il cui principale puntello è la trasparenza assoluta, occorreva che il cittadino sapesse, in qualsiasi momento, lo stato della situazione reddituale e patrimoniale di chi operasse, in determinate posizioni, per la macchina pubblica, verificando l’eventuale presenza di guadagni sproporzionati e potenzialmente illeciti rispetto alla retribuzione. Pure a dispetto del fatto che quei dati venivano e vengono comunicati annualmente dal singolo alla propria amministrazione, che li custodisce, pronti alla bisogna. Ebbene, aldilà dello spirito orwelliano che ha guidato gli ideatori della disposizione, si potrebbe obiettare, da chiunque sia dotato di senso comune, che il malversatore di turno ben difficilmente metterebbe a disposizione nel proprio 730 la Ferrari o il villone illecitamente acquisiti. Buon senso a parte, ci ha pensato la Corte a mettere in fila ben più solidi argomenti demolitori della norma, ritenendo, intanto, che la pubblicazione di quantità massicce di dati senza chiara distinzione tra ruolo, responsabilità e carica ricoperta dei dirigenti non agevola la trasparenza, anche a fini anticorruttivi, ma rischia, anzi, di generare “opacità per confusione” oltre che di stimolare forme di ricerca tendenti unicamente a soddisfare mere curiosità: voyeurismo di cittadinanza, insomma.

Il punto di partenza dei giudici è la manifesta irragionevolezza del bilanciamento operato dalla legge tra due diritti: la riservatezza dei dati personali da un lato, il libero accesso ai dati e alle informazioni detenuti dalle pubbliche amministrazioni da parte del cittadino dall’altro. Nell’estendere gli obblighi di pubblicazione dei dati patrimoniali alla totalità dei circa 140.000 dirigenti pubblici (e, se consenzienti, ai loro coniugi e parenti entro il secondo grado: moltiplichiamo, per difetto, per tre), il Parlamento ha così violato il principio di proporzionalità, di cui all’articolo 3 della Costituzione, non individuando una modalità che meno sacrifichi i due diritti a confronto. Se è vero, dice la Corte, che la strada da percorrere è quella della trasformazione della PA in una “casa di vetro”, l’accesso alle informazioni deve però essere legato all’esercizio di un controllo sul corretto perseguimento delle funzioni istituzionali e su un impiego virtuoso delle risorse pubbliche. In ciò risiede, infatti, la pubblicità dei compensi di qualsiasi natura connessi all’assunzione della carica nonché per le spese relative ai viaggi di servizio e alle missioni pagate con fondi pubblici, il cui obbligo di pubblicazione resta naturalmente in piedi. Ma il punto vero è un altro. La pubblicazione dei dati patrimoniali non può essere sempre giustificata, a differenza dagli incarichi di natura politica, dalla necessità di render conto ai cittadini di ogni aspetto della propria condizione economica e sociale allo scopo di mantenere saldo, durante il mandato, il rapporto di fiducia su cui si è formato il consenso popolare che ha condotto alla elezione. È questo l’argomento fondamentale della pronuncia della Consulta, dato che “i destinatari originari di questi obblighi di trasparenza sono titolari di incarichi che trovano la loro giustificazione ultima nel consenso popolare, ciò che spiega la ratio di tali obblighi: consentire ai cittadini di verificare se i componenti degli organi di rappresentanza politica e di governo di livello statale, regionale e locale, a partire dal momento dell’assunzione della carica, beneficino di incrementi reddituali e patrimoniali, anche per il tramite del coniuge o dei parenti stretti, e se tali incrementi siano coerenti rispetto alle remunerazioni percepite per i vari incarichi”. Insomma, una cosa è la politica, la cui legittimazione nasce dal voto, un’altra sono i dirigenti, burocrati di professione, che hanno superato un concorso pubblico.

Esiste, tuttavia, secondo la Corte, un livello di tutela minima delle esigenze di trasparenza amministrativa che impedisce che si proceda alla cancellazione sic et simpliciter della norma, la quale, invece, può applicarsi ai dirigenti apicali delle amministrazioni statali (direttori generali, segretari generali e capi dipartimento previsti dall’art. 19, co. 3 e 4, del decreto legislativo n. 165 del 2001), per i quali sono ragionevoli, per i giudici, gli obblighi di pubblicazione imposti dalla disposizione esaminata. Tali dirigenti apicali, infatti, non solo sono in numero notevolmente ridotto rispetto al totale dei dirigenti pubblici, ma sono titolari di compiti particolarmente significativi, oltre che di nomina sostanzialmente politica: si rende manifesta, dicono i giudici a tale proposito, lo svolgimento di attività di collegamento con gli organi di decisione politica, con i quali si presuppone l’esistenza di un rapporto fiduciario. Questa è la parte che meno convince della decisione, sia perché, per legge, la qualifica dirigenziale è unica, sebbene articolata, in due fasce, sia perché, essendo anche gli apicali dirigenti di ruolo, non si comprende, in principio, la loro esclusione dalla tutela della riservatezza. Colpisce anche l’assimilazione di segretari generali e capi dipartimento, soggetti a meccanismo di spolis system, coi dirigenti di prima fascia, che ne sono, invece, esclusi. Avrebbe avuto maggior rilievo, probabilmente, riservare tale eccezione ai soli apicali in quota esterna, di nomina politica per eccellenza, che la legge individua nel 10 per cento della dotazione organica: in quel caso, infatti, appare vieppiù determinante l’attrazione nella sfera della politica, trattandosi di scelta squisitamente intuitu personae rivolta a persona estranea alla pubblica amministrazione. Spetterà ora al Parlamento ridisegnare, individuando le opportune diversificazioni e per tutte le pubbliche amministrazioni, il quadro complessivo dei destinatari degli obblighi di trasparenza e delle modalità con cui questi devono essere attuati, nel rispetto del principio di proporzionalità che tuteli la riservatezza degli interessati. Qui, intanto, la conclusione è una, e una sola: ve l’avevamo detto.

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