Tre lezioni per lo smart working di domani nella PA

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“Fino alla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica da COVID-2019 […] il lavoro agile è la modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nelle pubbliche amministrazioni”: l’art. 87 del decreto-legge n. 18 dello scorso 17 marzo è cristallino nello stabilire una volta per tutte che, causa coronavirus, la PA opera normalmente in smart working. Si tratta, come si è già sottolineato, di una modalità emergenziale che, per ovvi motivi legati allo sforzo di contenimento del contagio, ha messo in cantina l’approccio sin troppo timido che aveva fino a ieri contraddistinto la fase di sperimentazione delle “nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa” (come recitava, in apertura, la direttiva Madia del 2017). Tuttavia, anche se difficilmente si può sostenere di avere a che fare con una forma ortodossa di smart working, dopo alcune settimane è possibile cominciare a far tesoro dell’esperienza, per non trovarsi a reinventare la ruota una volta usciti dalla drammatica situazione attuale. Tre possono essere le lezioni da mandare a memoria per il prossimo futuro.

La prima è la indefettibilità della necessaria strumentazione informatica che deve essere a disposizione del lavoratore. Aver lasciato (quasi) tutti a casa da un giorno all’altro ha reso inevitabile per molti operare col proprio computer e grazie alla rete internet casalinga e, se la gestione dell’emergenza sembra reggere, quest’ultima ha comportato, per taluni, l’impossibilità di accedere ai sistemi di protocollo, alle reti intranet o alle cartelle condivise in locale e la conseguente necessità di continui, laboriosi scambi di file che allungano i tempi di lavorazione dei dossier. Richiamando appena il tema relativo alla sicurezza dei dati, è evidente che una buona prestazione agile riposa, in primo luogo, sulla capillare ed efficiente dotazione informatica in rete. Ma non basta. Serve una ulteriore spinta alla alfabetizzazione informatica dei dipendenti pubblici, particolarmente necessaria alla luce dell’età media molto alta delle amministrazioni (55 anni a fine 2017), e deve potersi contare su una infrastruttura digitale del Paese solida e “a prova di futuro”, come riporta la Strategia Italiana per la banda ultralarga (alzi la mano chi nelle ultime settimane si è trovato in infernali videoconferenze in cui la connessione lasciava a desiderare).

La seconda lezione investe il ruolo e la responsabilità della dirigenza nel condurre efficacemente l’attività quotidiana degli uffici. Nel riconoscere, senza infingimenti, che in non pochi casi lo smart working è stato sinora vissuto come l’ennesimo adempimento, è in agguato una vera e propria trappola cognitiva che induce il dirigente della struttura a credere di dover compiere uno sforzo ulteriore per trovare i compiti da affidare al collaboratore che lavori fuori dall’ufficio, quasi a compensare il beneficio concesso. È un aspetto non trascurabile, che investe l’animus profondo dell’organizzazione del lavoro pubblico, profondamente intrisa di “tornellismo” indotto e che prova due cose: da un lato, lo scarso livello di vicendevole fiducia tra i membri del corpaccione dell’amministrazione pubblica e, dall’altro, la ancora insufficiente comprensione delle potenzialità dello strumento. Le nuove coordinate di lavoro agile, infatti, non intaccano affatto la gestione delle attività e dei carichi di lavoro ma prevedono unicamente che vengano svolti al di fuori delle quattro mura dell’ufficio, scommettendo su autonomia e risultato. Il lavoro in presenza e la socialità sul posto di lavoro restano naturalmente essenziali ma viene richiesto, al contempo, di “mollare gli ormeggi” del proprio bagaglio culturale-percettivo e far leva su un patto fiduciario tra lavoratori. Questo anomalo dilemma del prigioniero ha esito win-win se la dirigenza è capace di rendere evidenti e comunicare efficacemente gli obiettivi cui si tende come squadra e responsabilizzare ogni singolo collaboratore investito del processo per risultati.

La costruzione di una disciplina quotidiana è la terza lezione da apprendere per il successo di questo passaggio organizzativo: i vantaggi che il lavoro agile comporta (evitare spostamenti, trovar spazio per le esigenze della famiglia, etc.) possono trascinare con loro, quale esternalità negativa, una dimensione totalizzante che, nel lungo periodo, può intaccare il valore dello strumento se non si riesce a fissare i paletti di tempi e spazi riservati al lavoro. Se l’efficienza può aumentare in ragione della maggiore concentrazione e minore dispersione di attenzione e tempo che spesso governa uffici “mediterranei” come quelli Italiani, di converso il superlavoro (o overworking) è dietro l’angolo: telefonate, e-mail e videochiamate continue rischiano di travalicare ogni argine alla disconnessione e causare, alla fine, insoddisfazione e perdita di efficienza. Una simile disfunzione, peraltro, potrebbe paradossalmente penalizzare le lavoratrici, tipicamente i soggetti ancora maggiormente gravati dai carichi di cura familiari, ed erodere, quindi, il valore di conciliazione proprio dello strumento.

Cosa ci aspetta, allora? Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano l’adozione di un modello “maturo” di smart working per le imprese può generare un aumento del 15% della produttività per lavoratore, ovvero 13,7 miliardi di euro di benefici complessivi a livello di sistema-Paese. Inoltre, dal punto di vista dei lavoratori, una sola giornata a settimana di modalità lavorativa agile comporta un risparmio medio di 40 ore all’anno di spostamenti e una riduzione di emissioni pari a 135 kg di CO2 all’anno. La PA non fa eccezione: se, tuttavia, si vuole che la macchina pubblica vada di pari passo con la società in cui opera e non la rincorra, virare con decisione per il lavoro agile a tutti i livelli di governo, agendo sul mutamento della cultura organizzativa interna di ministeri, enti, regioni e comuni, è una scelta irrinunciabile. Come? Ad esempio restituendo elasticità allo strumento al netto delle necessarie garanzie dell’istituto, incrementandone la diffusione ben oltre il 10% dei lavoratori e utilizzando tecniche di monitoraggio che ne accompagnino l’evoluzione Sempre secondo l’Osservatorio di Milano, lo smart working è “una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”: siamo ben lontani dall’aver internalizzato un simile approccio, ma lo shock che le pubbliche amministrazioni stanno forzatamente subendo potrà avere impatti positivi in termini di spinta al cambiamento. È un’occasione che non va persa.

Pubblicato su Phastidio

Mettetevi comodi, è ripartita la caccia al burocrate

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Signore e signori, mettevi comodi: è ripartita l’onda lunga della caccia al burocrate. Complice il clima da Covid-19, che ha colpito in modo drammatico l’Italia, riemerge sui mezzi di comunicazione il rancore sordo che tanti covano avverso i travèt nostrani. Nulla di nuovo, per carità: la pubblicistica Italiana conta migliaia e migliaia di pagine avverso i mali della burocrazia, con una serie pressoché infinita di accaniti censori che, quale rimedio per le innumerevoli magagne di cui soffre il Paese, predicano la soluzione finale per tecnocrati e tecnocrazia. Non che non manchino le cose da fare, naturalmente. Come in tutte le democrazie complesse, in Italia sono accresciuti a dismisura i compiti regolatori richiesti alla macchina pubblica, alle prese con una bulimia normativa che, non lo si trascuri, è ormai in gran parte in mano agli esecutivi, con un corto circuito legislativo la cui matassa va dipanata, alla fine della fiera, proprio dai dannati delle scrivanie. Per il resto, Max Weber è ancora di vivissima attualità: la burocrazia ha certamente un alto grado di autoreferenzialità e, soprattutto in Italia, vive ancor troppo, in maniera quasi esasperata, di formalismo adempimentale. Molto è cambiato e molto è in trasformazione. Una delle conseguenze dell’epidemia che ha colpito l’Italia è quella di aver dato una fenomenale scossa agli uffici col lavoro da remoto, l’ormai noto smart working, con tutti i potenziali, positivi riverberi sull’organizzazione pubblica, i cui effetti andranno attentamente valutati per il futuro. Insomma, ben vengano le critiche: il sistema delle amministrazioni pubbliche è un’organizzazione come tutte le altre e se non si trasforma muore.

Colpisce, tuttavia, come si passi, senza pudore, dal giudizio severo e l’analisi, pure impietosa, al qualunquismo populista. Sbandierare assiomi nel carezzare il pelo al popolo dei forconi sembra diventato lo sport preferito di molti in uno dei momenti più critici che il Paese vive dal secondo dopoguerra ad oggi. Qualche esempio? Su “il Riformista” del 17 marzo, Piero Sansonetti, in un pezzo dal sobrio titolo “Burocrazia, il male che sta uccidendo chi ha il coronavirus”, si chiede quando ci si deciderà “a fare la guerra alla burocrazia e all’etica dei burocrati che travolge lo spirito di un Paese”. Angelo Panebianco, sul “Corriere della Sera” del 27 marzo, non ha dubbio alcuno: non si pensi, scrive, che “i grandi intralci che la burocrazia pone alle attività economiche siano dovuti solo all’ottusità” (bontà sua), perché il vero motivo per cui “occorrono tempi biblici e una grande quantità di adempimenti per poter aprire un qualunque esercizio economico e poi per poterlo mantenere è che ne viene esaltato il potere discrezionale della burocrazia”. Non si chiede, l’illustre professore, chi e perché ha stabilito quelle procedure, dato che, conclude, “è la storia italiana” che lo dimostra. Amen. Franco Bechis, su “Il Tempo”, nel suo articolo del 28 marzo “Via la burocrazia o si muore”, sostiene che “bisogna mettere via ogni norma, ogni istruzione, ogni baraccone come Inps, Consip e quanto altro” per salvare il Paese: insomma, alla bersagliera, per citare l’immortale Ragionier Fantozzi Ugo. Il 21 marzo Giuliano FoschiniMarco Mensurati e Fabio Tonacci su “La Repubblica” firmano una pagina che denuncia il vergognoso meccanismo da borsa nera per le indispensabili mascherine, mettendo però assieme, chissà perché, “sciacalli e burocrati” (ops!): poco conta che nel pezzo non si trovi evidenza del fatto che si facciano affari insieme, il messaggio è stato lanciato. Dal canto suo Alessandro De Nicola, docente ed editorialista solitamente acuto nelle sue analisi, su “la Stampa” del 28 marzo afferma, in un articolo dal misurato titolo “I burocrati ostacolano la Nazione” (addirittura?), che “appare evidente come le pastoie e la mentalità burocratiche siano il primo peso di cui liberarci per avere una chance di successo”: appare evidente?

Nossignori, non si intende minimizzar nulla o negare che procedure, regole e prassi possono e devono essere cambiate e migliorate. Lo chiedono – pensate – gli stessi burocrati. E neppure ricordare per l’ennesima volta che la cattiva burocrazia va spesso a braccetto con la cattiva politica, che scarica a valle la sua rincorsa al momento e all’annuncio di risultati che tali non sono, tanto c’è chi ci metterà una pezza domani. Siamo tutti donne e uomini di mondo, diamo tutto il pacchetto per acquisito. Il punto è che sorprende – anzi, sgomenta – come sembra si sia sempre più spesso incapaci di formulare un pensiero solido, fondato sulla comprensione del fenomeno su cui si intende offrire la propria opinione o il proprio contributo. Il funzionamento della macchina dello Stato non è cosa semplice, proprio come non è semplice gestire una banca, una compagnia telefonica, un giornale. Anzi, di più. Eppure, il Paese sforna continuamente battaglioni di esperti di pubblica amministrazione, pronti a elargire ricette miracolose infilate sulle baionette. Appare smarrito il piacere dell’approfondimento, persa la capacità di dialogo, pure aspro, ma che vuole arrivare ad una sintesi che porti ad un passo avanti. Regna la voglia di “asfaltare” (che orrore!) il nemico oggettivo per eccellenza, colpevole a prescindere, direbbe il Principe. Non ci si meravigli: l’argine è stato travolto da tempo, con un vero e proprio salto di qualità compiuto dall’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi che, nel dichiarare in un evento pubblico che occorreva aggredire la burocrazia, il “nostro più grande avversario” , arrivava a dire che nella palude Italiana “i funzionari, i dirigenti pubblici, i burocrati ci sguazzano, ma nella palude le famiglie italiane affogano”.

È l’aria che tira: è sufficiente, d’altronde, scorrere sui social network i commenti a prese di posizione come quelle illustrate per inorridire e immedesimarsi seduta stante nel povero Dante Ceccarini, l’esilarante e ingenuo personaggio interpretato da Roberto Benigni in “Johnny Stecchino”che, indotto a prendere il posto del criminale suo sosia, viene seraficamente e continuamente apostrofato da un implacabile concittadino come “Assassino!”. Non ci si può esimere, tuttavia, dal fare due richiami. Il primo richiamo è alla responsabilità di chi si rivolge alle pubbliche opinioni, soprattutto in un momento così delicato per il Paese. Delegittimare, senza fare nomi e cognomi, un’intera categoria di lavoratrici e di lavoratori che, al netto dei mille problemi di cui soffre la nostra burocrazia, fanno andare avanti la carretta non è solo velleitario, ma dannoso. Semplificare per solleticare mortifica chi fa il proprio dovere e lavora con dedizione per le comunità, mina la credibilità delle Istituzioni e ingenera rabbia sociale nei cittadini. Il secondo richiamo è alla ragione, merce sempre più rara oggidì. In questa rinnovata caccia all’untore qualcuno si azzarda a chiedersi perché quel funzionario o quel dirigente si dovrebbe ostinare a mettere i bastoni fra le ruote alla politica, a sabotare astutamente il glorioso flusso degli eventi, a elaborare, nel chiuso del suo polveroso ufficio, ogni possibile, inimmaginabile cavillo per rendere impossibile la vita dei cittadini e affossare definitivamente il Paese? Perché, in nome di Dio? Al netto di tutti i difetti propri della burocrazia pubblica, spacciare l’idea che i civil servant, cittadini Italiani come gli altri, operino scientemente e dolosamente a danno del Paese, soprattutto quando le persone muoiono per il contagio, è semplicemente vergognoso. Mentre da un lato medici, infermieri, operatori della protezione civile e forze dell’ordine sono in prima fila per contrastare il contagio da corona virus e, dall’altro, impiegati, funzionari e dirigenti nei tanti uffici portano avanti, tra mille difficoltà, l’ordinaria amministrazione per far sì che lo Stato non si fermi, certe accuse suonano ingenerosi e lunari. Si affrontino senza peli sulla lingua tutte le crepe che attraversano la nostra (sì, è nostra!) amministrazione, non per punire in nome di un livore giacobino, ma per far crescere al meglio una delle componenti indefettibili del Paese, che ha l’onere e l’onore di servire al meglio cittadini, famiglie e imprese. Sappiate che costa fatica: tanta. E da parte di tutti gli attori in gioco. Se gli opinion maker di casa nostra vorranno tenere a mente queste poche cautele, chi ne trarrà vantaggio sarà il Paese, noi tutti.

Pubblicato su Formiche

Le bozze nel cinema (al tempo del coronavirus)

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La situazione è, purtroppo, nota. L’emergenza impone interventi continui da parte del Governo e l’usuale – impropria – circolazione di decreti in bozza acquisisce ancora maggior rilevanza. Nell’ottica di stemperare la tensione, a cinema chiusi, ho buttato giù e sparato su Twitter una serie di titoli cinematografici nello stile #cinebozze, senza alcun ordine prestabilito. Magari qualcuna va nella social top ten di “Propaganda live”, hai visto mai?

  • Bozzilla
  • Tre bozze sopra il cielo
  • Ti amo in tutte le bozze del mondo
  • Quella bozza di un giorno da cani
  • Hitch lui si che capisce le bozze
  • Henry – Bozza di sangue
  • Habemus bozzam
  • La seconda tragica bozza
  • Il miracolo della 34a bozza
  • Il collezionista di bozze
  • La bozza violenta della legge
  • Le 12 bozze di Asterix (omaggio a Uderzo)
  • La 25a bozza
  • Last action draft – L’ultima grande bozza (solo per intenditori)
  • Ladri di bozze
  • Bozza profonda (VM18)
  • La piccola bozza degli orrori 
  • La bozza ti fa bella
  • La bozza è finita
  • La meglio bozza
  • La la bozza
  • JFK – Una bozza ancora aperta
  • Tutte le bozze del Presidente
  • Tre uomini e una bozza 
  • La bozza esplosiva (questa viene direttamente dagli anni ’80)
  • La bozza da un altro mondo
  • La bozza verrà distrutta all’alba
  • I bozzoni di Navarone
  • La bozza e la bestia
  • La bozza di Chen terrorizza anche l’occidente
  • Bozze spaziali
  • L’esercito delle 12 bozze
  • La bozza fuggente
  • E le bozze stanno a guardare
  • Le 400 bozze
  • La bozza è bella
  • Occhio, malocchio, bozza e finocchio
  • Fino all’ultima bozza
  • Fa’ la bozza giusta
  • Mamma ho perso la bozza
  • Bozzissima me
  • Quella sporca ultima bozza
  • C’è bozza per te
  • I predatori della bozza perduta
  • Mission imbozzible

Lo smart working d’emergenza c’è, finalmente. E dopo?

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L’emergenza dettata dal diffondersi del Covid-19 sta producendo effetti rilevantissimi nelle amministrazioni pubbliche italiane, le quali, come disposto dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri dell’11 marzo, “fatte salve le attività strettamente funzionali alla gestione dell’emergenza […], assicurano lo svolgimento in via ordinaria delle prestazioni lavorative in forma agile del proprio personale dipendente, anche in deroga agli accordi individuali e agli obblighi informativi” previsti dalla legge 81 del 2017, e “individuano le attività indifferibili da rendere in presenza”, con efficacia sino al 25 marzo. Già dallo scorso 2 marzo il Governo aveva rotto gli indugi e, allo scopo di evitare la prossimità dei lavoratori e combattere la diffusione del contagio, con decreto-legge aveva stabilito la fine della fase sperimentale del lavoro agile nelle amministrazioni pubbliche, inaugurato nel 2015 dalla “legge Madia”. Dopo un susseguirsi di ulteriori interventi nei giorni seguenti, ministeri, regioni e organismi pubblici si erano mossi per adeguarsi alle nuove prescrizioni, spesso in ordine sparso e con disposizioni non sempre coerenti (come riassunto qui). La successiva decisione dell’11 marzo rappresenta un significativo salto di qualità: non solo lo smart working entra a pieno titolo nel sistema dell’organizzazione del lavoro pubblico ma, almeno fino al 25 marzo, diviene la modalità ordinaria di svolgimento delle attività nelle amministrazioni italiane. La nuova, recentissima direttiva della Ministra per la PA del 12 marzo interviene, subito dopo, “per fornire nuovi indirizzi operativi […] al fine di garantire uniformità e coerenza di comportamenti del datore di lavoro per la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori” e ribadisce l’ordinario ricorso alla prestazione lavorativa in modalità agile, limitando la presenza del personale negli uffici ai soli casi in cui la presenza fisica sia indispensabile, adottando forme di rotazione dei dipendenti per garantire un contingente minimo e assicurando prioritariamente la presenza del personale con qualifica dirigenziale, in funzione del proprio ruolo di coordinamento.

Quindi (quasi) tutti al lavoro da remoto, senza soglie massime, con modalità semplificate e temporanee di accesso alla misura per ogni categoria di inquadramento e di tipologia di rapporto di lavoro, anche nei casi in cui, a fronte dell’indisponibilità o insufficienza di dotazione informatica, il dipendente si renda disponibile ad utilizzare il proprio computer. Resta in ufficio, insomma, solo un numero minimo di lavoratori con la prioritaria presenza dei dirigenti, in funzione del loro compito di coordinamento, ancor più delicato nel presente frangente. Per quelle attività che, per loro natura, non possono essere oggetto di lavoro agile, si adottano strumenti alternativi come la rotazione, la fruizione di congedo, banca ore o istituti analoghi, nonché di ferie pregresse. Si tratta, in parole povere, di uno smart working d’emergenza, che irrompe negli uffici per contribuire, attraverso il distanziamento sociale, a vincere in fretta la battaglia contro il virus, ed è del tutto evidente come una spinta così subitanea e massiccia in favore del lavoro agile, dettata dalla situazione contingente, possa sollevare più di una difficoltà di applicazione. Aldilà di questi aspetti, tuttavia, quel che rileva è che ci si trova innanzi ad un formidabile shock che scuote alle fondamenta la cultura diffusa di tante amministrazioni. È un elemento tutto sommato positivo: l’eccessiva prudenza e, in alcuni casi, la malcelata sfiducia da parte di molti circa natura e potenzialità dello strumento ne avevano con tutta probabilità limitato non solo la diffusione ma, soprattutto, la necessaria internalizzazione nella cultura organizzativa degli uffici. La timidezza nell’utilizzo del lavoro agile, di solito limitato ad una giornata a settimana, ha in qualche modo caratterizzato lo strumento, fino a ieri, come una parentesi eccezionale della normale conduzione delle attività, senza incidere nel tessuto organizzativo profondo delle strutture, e faticando ad essere apprezzato, in particolare, da parte della dirigenza, infastidita da un potenziale, ulteriore adempimento cui far fronte in termini di nuova e faticosa relazione a distanza coi collaboratori.

Nessuna sorpresa, in realtà: dopo anni di crociate a favore del tornellismo e della presenza in ufficio in risposta alla pancia rumoreggiante di buona parte dell’opinione pubblica, è comprensibile la difficoltà di calare ed integrare lo smart working in un ambiente la cui cultura organizzativa è impregnata di controllo e ancor troppo aliena al rapporto di vicendevole fiducia che dovrebbe esserne alla base. Eppure, condizioni come quelle attuali possono, nella loro drammaticità, indurre a modifiche profonde nei comportamenti che, con un po’ di fortuna, produrranno nelle teste effetti duraturi nel tempo: passata la buriana, ci si dovrà misurare con un pensiero lungo circa cosa sia, come funziona e come potrebbe funzionare la pubblica amministrazione. Si scoprirà forse, arginata l’epidemia, che il Diavolo non è così brutto come lo si dipinge e che il tanto detestato apparato pubblico è riuscito ad adattarsi, al netto degli scossoni, ad una nuova gestione del tempo e del lavoro che, naturaliter, vira al risultato. Se lo smart working è stato principalmente introdotto come leva per la – sacrosanta – conciliazione dei tempi di vita e professionali, lavorare senza il vincolo della presenza oraria, con modalità non ingessate e con esigenze variamente modulabili nel corso della settimana lavorativa, può avere effetti notevoli nell’intaccare sensibilmente l’approccio adempimentale di cui ancora è intrisa tanta azione amministrativa. Ciò non significa, ovviamente, che non debbano rispettarsi scrupolosamente i vincoli, i termini e le procedure stabilite a tutela e garanzia dell’imparzialità dell’azione amministrativa, o che debba perdersi di vista la fondamentale importanza del lavoro vis-à-vis, ma che potrà emergere, con maggior chiarezza, il risultato cui tendere, vero fulcro di una filiera burocratica efficiente.

Due sono i punti su cui sarà bene riflettere sin d’ora, proprio mentre si vive l’emergenza. Il primo è che il lavoro agile è efficace se si punta senza esitazione sulla (ri)costruzione del capitale fiduciario tra i lavoratori e tra di essi e l’amministrazione: è una scommessa che, in massima parte, ricade sulla responsabilità della dirigenza, per una ripresa di senso circa la missione e dei compiti da assolvere e la motivazione di squadra indispensabile al risultato da raggiungere. E che richiede, allo stesso tempo, di liberarsi del retroterra punitivo che ha animato tanta parte della “riformite” degli ultimi vent’anni. Il secondo aspetto investe la necessità di abbandonare la familiare comfort zone dell’agire quotidiano. Non si tratta di un mero passaggio tecnologico, come erroneamente potrebbe pensarsi, che rappresenta un fluidificante dell’agire amministrativo: è una sfida culturale complessa che abbisogna dell’impegno concreto e continuo dei vertici politici e amministrativi al più alto livello. Siamo in ballo e sono al momento sul tavolo questioni ben più importanti dell’organizzazione del lavoro pubblico. È palese come il valore dell’azione pubblica emerga specialmente nelle situazioni di crisi ed è opportuno ricordare che, pure a fronte delle critiche, spesso fondate, le tanto bistrattate burocrazie hanno contribuito ad impedire che, in tanti momenti della storia recente, si andasse a gambe all’aria. Ciò non significa che non si debba cambiare in profondità: le lezioni che potranno trarsi saranno utili per immaginare, già da oggi, come potranno cambiare le cose domani. In meglio.

Pubblicato su Linkiesta

Gli impatti del virus sull’organizzazione del lavoro pubblico: è il momento di scegliere

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Inutile nasconderselo: a causa dell’epidemia dell’ormai noto “coronavirus”, l’Italia sta vivendo una situazione di emergenza che ha pochi precedenti. È ormai chiaro che gli impatti attesi saranno amplissimi: oltre all’aspetto epidemiologico e sanitario e alla primaria preoccupazione per la salute dei cittadini, ci si comincia a render conto delle conseguenze economiche, lavorative e sociali della crisi, che chiama tutti ad un imperativo senso di responsabilità per arrestare la diffusione del Covid-19, anche e soprattutto nei comportamenti individuali adottati quotidianamente. È chiaro il messaggio che proviene dalla comunità scientifica e dalle Autorità: limitare al massimo le occasioni di socialità e prossimità onde impedire il diffondersi del contagio. Conseguenti sono state, sinora, le misure adottate dal Governo, estese a tutto il territorio nazionale e non solo alle “zone rosse” (purtroppo in aumento), quali, ad esempio, la chiusura delle scuole e delle università e, per quanto riguarda i lavoratori, la spinta ad utilizzare modalità lavorative da remoto attraverso forme di lavoro agile (o smart working).

Già dal 25 febbraio, infatti, con direttiva n. 1 del 2020 della Ministra per la PA Dadone, si erano date indicazioni ai pubblici uffici al fine di evitare al massimo riunioni o viaggi di missione, ponendo l’accento sul privilegiare modalità flessibili di svolgimento della prestazione lavorativa, favorendo i lavoratori portatori di patologie che li rendono maggiormente esposti al contagio, quelli che si avvalgano di servizi pubblici di trasporto per raggiungere la sede lavorativa, e quelli sui quali gravi la cura dei figli a seguito dell’eventuale contrazione dei servizi dell’asilo nido e della scuola dell’infanzia. Le amministrazioni venivano invitate, altresì, a potenziare il ricorso al lavoro agile, con modalità semplificate e temporanee di accesso. Con Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 1 marzo è stato in seguito disposto che la modalità di lavoro agile di cui alla legge 22 maggio 2017, n. 81, “può essere applicata, per la durata dello stato di emergenza […] dai datori di lavoro a ogni rapporto di lavoro subordinato […], anche in assenza degli accordi individuali ivi previsti”. Successivamente, col decreto-legge n. 9 del 2 marzo, è stata prevista la possibilità di incrementare sino al 50% i quantitativi massimi delle convenzioni-quadro di Consip S.p.A. per la fornitura di computer portatili e tablet, al fine di coprire la dotazione necessaria per i lavoratori del settore pubblico in modalità remota.

Lo stesso decreto, inoltre, ha disposto (art. 18, co. 5) la fine della fase sperimentale del lavoro agile nelle pubbliche amministrazioni, introdotta, su base volontaria e con l’obiettivo di coinvolgere, entro tre anni, almeno il 10 per cento dei dipendenti, dalla legge 7 agosto 2015, n. 124, l’arcinota “Legge Madia”. Dopo ben 5 anni di sperimentazione delle “nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa”, già disciplinate dalla direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3 del 2017, il lavoro agile, in ragione dell’emergenza presente, diviene quindi modalità di lavoro propria del settore pubblico, al pari del lavoro in presenza. Una modalità decisamente rivoluzionaria per le amministrazioni, che impone una decisa sterzata verso attività slegate dal complesso di parafernalia tipici dell’azione amministrava fatto di cartellino, presenza alla scrivania e procedure ben definite, in un quadro pre-crisi in crescita ma che il recente Rapporto Annuale di Forum PA definiva ancora assai limitato in termini di diffusione e di “digestione” da parte delle strutture, chiamando in causa “la cultura manageriale di quei dirigenti che dovrebbero favorire il passaggio dal meccanismo del controllo a una relazione fra capo e collaboratore basata sulla fiducia”. Il dado è ormai tratto e il 4 marzo, mentre viene adottato il Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri che dispone la sospensione in tutta Italia delle attività didattiche negli istituti scolastici e nelle università dal 5 al 15 marzo, la Ministra Dadone emana la circolare n. 1 del 2020 con cui si spinge con maggiore decisone per l’adozione di modalità di lavoro agile nelle pubbliche amministrazioni Italiane e si stabilisce, fra l’altro, anche alla luce dell’emergenza in corso, a) il progressivo superamento del telelavoro e il ricorso prioritario al lavoro agile; b) il ricorso a videoconferenza e conferenze telefoniche al posto di riunioni; c) il ricorso a modalità flessibili anche per il lavoratore che utilizzi propri dispositivi, a fronte dell’indisponibilità da parte dell’amministrazione, con uso del cloud per l’accesso condiviso a dati, informazioni e documenti.

È il via libera: a ruota, le diverse amministrazioni centrali (limitiamoci a queste), presso le quali già erano in essere diposizioni relative alla disciplina dello smart working, adottano speditamente gli atti amministrativi conseguenti per adeguarsi alla straordinarietà della situazione, prevedendo modalità semplificate di accesso ma attraverso determinazioni, tuttavia, non sempre coerenti. Presso la Presidenza del Consiglio dei ministri viene prevista, il 4 marzo, l’autorizzazione a prestare lavoro agile per un numero di giornate mensili non superiore a 10, sostanzialmente raddoppiando quanto sino a quel momento previsto. Con comunicazioni del 4 marzo e, successivamente, del 6 marzo, il Ministero dell’economia e delle finanze, individua, fino a nuova disposizione, un numero massimo di 15 giornate mensili in lavoro agile, favorendo i dipendenti affetti da patologie croniche o con multimorbilità ovvero con stati di immunodepressione congenita o acquisita, quelli  maggiormente esposti al contagio e quelli con particolari esigenze di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, anche in relazione ai provvedimenti di chiusura di asili nido, scuole dell’infanzia, scuole primarie e secondarie di primo grado. L’Agenzia per la coesione territoriale, il 5 marzo, opta per dare priorità, sino al 22 marzo, a chi sia portatore di patologie, si avvalga dei mezzi pubblici per raggiungere la sede lavorativa, su cui gravi la cura dei figli a seguito della contrazione dei servizi scolastici o abbia necessità di prestare assistenza a familiari per particolari patologie, anche non rientranti nella casistica relativa alle legge l04 del 1992. Il Ministero della Giustizia, con direttiva del 4 marzo, nell’individuare le attività delocalizzabili, mira a favorire, in ordine di priorità, ma senza limiti numerici di accesso, coloro che siano affetti da patologie tali da esporli ad un maggiore rischio di contagio, lavoratori con figli in condizioni di disabilità grave, lavoratrici nei tre anni successivi alla conclusione del congedo di maternità, dipendenti sui quali grava la cura dei figli minori, anche in conseguenza della sospensione o contrazione dei servizi degli asili nido, della scuola per l’infanzia e della scuola primaria di primo grado e, infine, dipendenti che raggiungano la sede di lavoro con mezzi pubblici, percorrendo una distanza di almeno cinque chilometri. Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, con decreti del 2 marzo e, successivamente, del 5 marzo, prevede, sino al 31 marzo, un numero di giornate lavorative non superiore a dieci per ciascun lavoratore autorizzato, rivedibile sulla base dell’evoluzione dell’emergenza epidemiologica, favorendo, in particolare, i portatori di patologie che li rendono maggiormente esposti al contagio, chi ha soggiornato o è transitato, a partire dal quattordicesimo giorno antecedente il 2 marzo, nelle cosiddette “zone rosse”, nonché coloro su cui gravi la cura dei figli di minore età, nei limiti di durata del periodo di sospensione dei servizi e delle attività didattiche. Il Ministero dello sviluppo economico, con nota del 6 marzo, non pone limiti per l’attivazione dell’accesso, indicando, tuttavia, priorità per il i lavoratori con patologie che li rendono più esposti al contagio, per quelli conviventi con familiare affetto da patologie a rischio, per gli ultrasessantacinquenni, per coloro che debbano provvedere alla cura e custodia dei figli minori a seguito della chiusura delle scuole e per i lavoratori con disabilità, anche cognitiva. È facoltà del responsabile degli uffici prevedere rotazioni in caso vi siano impatti negativi sull’organizzazione del lavoro.

Fermiamoci qui: è evidente come, sotto l’ombrello delle indicazioni generali fornite dal Dipartimento della funzione pubblica, le diverse amministrazioni si siano attrezzate, con immediata reattività, per far fronte all’emergenza attraverso il potenziamento dello smart working, inteso, in questo frangente di straordinarietà, come un modo per ridurre la compresenza dei lavoratori nelle sedi di lavoro e limitare, così, il diffondersi del contagio. La particolarità della situazione giustifica, evidentemente, la spiccata creatività con cui le diverse strutture hanno inteso disciplinare l’ampliamento del lavoro agile, pur contemplando, in modo poco comprensibile, non solo criteri preferenziali spesso diversi ma, in più, un numero di giornate dedicate al remoto assolutamente variabile e improntato a una ratio che non è facile scorgere. Serve, tuttavia, a questo punto, fare ordine in tavola. Sappiamo che la fine della sperimentazione del lavoro agile nel settore pubblico è stata decretata sulla base dell’emergenza: è stata una decisione di buon senso, puntando a utilizzare una leva importante per limitare la presenza negli uffici. Ed è evidente che il valore aggiunto in termini di ripensamento organizzativo che l’adozione dello smart working potenzialmente comporta lascia in questa fase il passo alla primaria esigenza di evitare, per quanto possibile, ogni fenomeno aggregativo. Ebbene, se il quadro generale è quello illustrato e l’urgenza è quella di evitare i luoghi affollati e i contatti ravvicinati mantenendo la distanza di almeno un metro (come recitano testualmente le ormai note raccomandazioni del Ministero della salute), allora occorre convenire che le misure sin oggi adottate sono poco più di un pannicello caldo. La gravità della situazione, le cui conseguenze sono ancora in parte poco prevedibili, impone, senza mezzi termini, di sgombrare gli uffici pubblici. Gli accorgimenti sinora previsti, approntati con grande sforzo e sotto una pressione difficilmente immaginabile per far fronte all’emergenza sanitaria attraverso la spinta all’utilizzo del lavoro agile sono, purtroppo, insufficienti. Quale il senso di chiudere scuole e università se lavoratori in tutto il Paese continuano in gran numero a condividere stanze e open space per ore e ore al giorno? Diciamolo chiaramente: non si tratta più di dare priorità a categorie di individui o ampliare il numero di giornate lavorabili da remoto su base volontaria, ma di impedire, ora e subito, la prossimità delle persone in un momento critico per arrestare la diffusione del contagio.

Gli eventi hanno scavalcato, impetuosi, le misure immaginate, nate già obsolete: l’emergenza richiede, senza troppi giri di parole, atti straordinari. Si prendano decisioni drastiche, draconiane: tutti a lavorare lontano dalle quattro mura degli uffici, con una presenza nelle sedi delle tante amministrazioni ridotta al minimo assolutamente necessario per le funzionalità che richiedano la presenza fisica, dirigenti in primo luogo. La macchina dello Stato non si ferma e le attività ordinarie possono continuare adattandosi in fretta. Lo si decida ora e per il tempo necessario, consapevoli della eccezionalità della misura e del dovere di fare subito tutto quel che sia opportuno per contribuire a bloccare l’epidemia. Quando il peggio sarà passato, avremo magari imparato una volta per tutte, grazie ad una terapia shock, che l’organizzazione del lavoro pubblico può e deve cambiare in profondità, che possono salvaguardarsi con efficacia le esigenze di conciliazione fra lavoro e vita privata e che le relazioni di fiducia potranno finalmente prendere il posto dell’esasperato formalismo che ancora governa troppa parte dei nostri regolatori e delle nostre burocrazie. Domani, però: oggi preme fare presto, ed essere, una volta tanto, smart.

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Due donne, un solo mondo

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Fanno capolino sui quotidiani due notizie che hanno molto in comune e che in qualche modo trattano, entrambe, di una forma di disabilità. Anzi, per meglio dire, parlano di due persone, due donne. Una con disabilità, l’altra senza. La prima notizia riguarda Éléonore Laloux, trentaquattrenne con sindrome di Down, candidata alle elezioni municipali che si terranno a marzo ad Arras, in Francia, 160 chilometri a Nord di Parigi. La seconda racconta, invece, di Asia Valente, 23 anni, modella e influencer di Benevento, una dei partecipanti al “Grande Fratello Vip” che, per rimbrottare un altro concorrente che l’aveva spaventata, lo ha apostrofato con un eloquente “sei un Down”. Il paragone è di per sé impietoso e la si potrebbe anche finir qui, ma qualche riflessione è, tuttavia, opportuna. Da una parte una ragazza con disabilità che, come racconta Stefano Montefiori sul Corriere della Sera, lavora, vive in modo autonomo ed è portavoce dell’associazione “Les amis d’Éléonore” fondata dai genitori per tutelare i diritti delle persone con sindrome di Down. Se eletta, porterà avanti un programma che non si limita a promuovere i diritti delle persone con disabilità, ma si estende a temi ambientalisti, con richieste di più piste ciclabili, più fondi per la pulizia della città e una maggiore attenzione agli spazi riservati ai cani. Dall’altra, una ragazza, assai giovane, apparentemente very important person, che ha utilizzato un termine riguardante la disabilità (in questo caso intellettiva) come sinonimo di persona stupida: un atteggiamento offensivo e discriminatorio verso le persone con disabilità, come ha ben evidenziato l’attivista Iacopo Melio in una petizione lanciata su Change.org. Se questi sono i fatti, ha, tuttavia, poco senso prendersela con una ragazza di 23 anni alla quale, come a tutti i giovanissimi, è concesso dire qualche castroneria, anche così urticante. Non è l’unica, d’altronde: neanche due anni fa fu Marco Travaglio, nel polemizzare in una trasmissione televisiva, a inciampare nella denuncia che si volessero trattare gli elettori di una parte politica come “mongoloidi”. Il punto è, con tutta probabilità, rendersi conto che quelle parole sono le stesse che tanti, troppi utilizzano nella vita di tutti i giorni. È un segnale di come ancora alligni nella nostra cultura una sorta di atavica molla denigratoria per il diverso, la cui differenza ci allontana, ci spaventa, ci allontana. Ed ecco allora rispuntare puntualmente quel rosario di termini stigmatizzanti che sono finalizzati a marcare una differenza, a piantare nelle teste e nelle coscienze quei paletti del rassicurante confine fra “noi” e “loro”. Inutile e illusorio condannare una certa modalità di fare televisione: chi vuole, farà ricorso al telecomando. Non ci si può sottrarre, tuttavia, al dovere di contrapporre alle tante, piccole e grandi manifestazioni di degrado sociale il richiamo ai valori di eguaglianza, inclusione e parità di diritti per tutti. Non mancano, anche nel mondo dello spettacolo, le dimostrazioni che le cose possono cambiare: il recente sceneggiato Rai “Ognuno è perfetto” ha portato sul piccolo schermo, con delicatezza e senza facili paternalismi, una storia che ha visto come protagonisti persone con Trisomia 21, rompendo lo schema dell’invisibilità delle persone con disabilità nel mondo del cinema e della televisione. “Prima di tutto siamo esseri umani”, ha detto Éléonore, aggiungendo che vuole “più vita e più rispetto”. Nessuna assolutoria lapidazione social, allora: si utilizzi questa occasione per spiegare, ancora una volta, la bellezza della diversità. Perche le parole cambiano, e cambiano le persone. E se cambiano le persone, arriva il rispetto. Persino nella “casa”.

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Col coronavirus scoppia anche l’ageismo

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L’emergenza coronavirus nella Penisola ha portato con sé una serie di rilevanti conseguenze: l’ovvia preoccupazione per la salute pubblica, delle generose porzioni di pseudoisteria collettiva, molte discussioni sul ruolo della politica e della comunicazione nel gestire la situazione. Le prossime settimane saranno decisive per capire se le misure adottate a livello territoriale e nazionale siano state efficaci ma già da ora è possibile annoverare tra i tanti effetti del diffondersi del contagio un elemento che sembra passato inosservato ai più. Sui media e – tanto per cambiare – sui social network sono stati frequenti commenti dai quali sembrava trasparire una sorta di (magra) consolazione perché la maggior parte dei decessi registrati sino ad oggi hanno riguardato persone anziane. È scattato, di fatto, un meccanismo di rassicurazione collettiva secondo cui il terribile virus risulta fatale solo per i nostri vecchi, senza colpire, sostanzialmente, la parte sana della società, quella in salute e produttiva. Un sospiro di sollievo per molti, una pesante discriminazione per chi si trovi in là negli anni, la più ampia minoranza del Paese. Basti pensare che secondo gli ultimi dati Istat, siamo di fronte ad uno storico aumento della popolazione anziana, cresciuta di oltre mezzo milione dal 2015 a oggi: l’Italia, uno dei Paesi più anziani al mondo, conta quasi 14 milioni di persone ultra sessantacinquenni e si prevede che nel 2050 le persone anziane, che raggiungeranno i due miliardi, saranno l’assoluta maggioranza degli abitanti dei Paesi sviluppati. Aldilà di tutte le evidenti problematiche in termini di impatti sanitari e di welfare, che rendono palese come la questione dell’invecchiamento della popolazione rappresenti uno dei dossier epocali per il pianeta, è lecito affermare che ci si trovi davanti ad un classico caso di ageismo, fenomeno secondo il quale l’età assume carattere di stereotipo e la discriminazione si realizza nei confronti di individui o gruppi in base alla loro età avanzata. Al pari del razzismo o del sessismo, che prendono di mira determinate categorie di individui per il colore della pelle o il genere, l’ageismo si manifesta attraverso atteggiamenti pregiudizievoli, politiche o pratiche discriminatorie che creano o perpetuano credenze stereotipate avverso le persone anziane. È un termine ancora poco diffuso nella lingua Italiana, che la Treccani definisce come “forma di pregiudizio e svalorizzazione ai danni di un individuo, in ragione della sua età, in particolare [..] verso le persone anziane”. Eppure è un atteggiamento assai comune nelle nostre società, profondamente cambiate dalla metà del secolo scorso e ormai di fatto ritagliate su misura per individui in età produttiva, consumatori attivi, scattanti e in salute. La diffusione del virus non ha fatto altro che rendere manifesto il radicato retropensiero di taluni, per il quale la morte di un anziano è un prezzo tutto sommato accettabile, in quanto le potenziali vittime sono individui il cui valore specifico è inferiore a quello dei veri protagonisti della società contemporanea. Sentimento inconscio o meno, è emerso con chiarezza un carico pregiudizievole contro chi, nell’immaginario collettivo, è privo di ogni prospettiva nel futuro, è restio al cambiamento, rappresenta un peso da mantenere e assistere ed un danno per il lavoro dei giovani e degli adulti. Una categoria, magari, da privare del diritto del voto, essendo ormai attestata, secondo qualcuno, sulla conservazione che danneggia e frena lo sviluppo della comunità cui appartengono. Un vero e proprio paradosso, alla luce del fatto che le persone anziane assolvono esigenze economiche significative attraverso forme di lavoro non retribuito (ad esempio grazie ad attività di volontariato o all’assistenza gratuita per i nipoti) e in quanto attori economici, consumatori sempre più longevi. Il Rapporto ONU sull’invecchiamento della popolazione del 2015 evidenzia, fra l’altro, l’urgenza di eliminare ogni discriminazione in base all’età e promuovere e proteggere i diritti e la dignità delle persone anziane e facilitare la loro più ampia partecipazione nella società, anche alla luce della realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030. La spersonalizzazione degli individui anziani, tra i gruppi sociali che più facilmente rischiano di essere lasciati indietro, rappresenta una discriminazione latente, spesso accettata con rassegnazione dalle stesse persone anziane, che vivono con passiva rassegnazione la loro condizione indotta di minorità. Gli impatti che l’epidemia di coronavirus ha causato sono e saranno diversi e con conseguenze ancora da valutare: evitiamo, almeno, di cadere preda di discriminazione odiose. Gli anziani, dopotutto, saremo noi.

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Un Paese a prova di virus

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© Natangelo 

L’emergenza legata alla diffusione del Covid-19, l’ormai arcinoto coronavirus, sta mettendo a dura prova il nostro Paese. Quasi si assista ad uno di quei film da filone apocalittico in cui l’epidemia di turno dilaga senza tregua, molti Italiani seguono preoccupati le notizie del progresso del virus, al momento con focolai relativamente limitati ma con una crescente attenzione delle regioni limitrofe a Lombardia e Veneto. È possibile rendersi conto, in questa vicenda arrivata da lontano, di come sia fondamentale la tenuta sociale delle comunità, banco di prova della resilienza del sistema. Sta certamente al mondo della sanità e della ricerca indagare il fenomeno e proporre le soluzioni più adeguate a livello clinico: mai come ora occorre lasciar spazio agli esperti e seguire le loro indicazioni mediche. Da questo punto di vista, i comunicati e le pagine dedicate del sito del Ministero della salute sono il punto di riferimento obbligato per chi voglia informarsi, senza affidarsi a voci o sensazionalismi veicolati dalla rete. È però altrettanto cruciale il lavoro delle Istituzioni, che hanno il delicatissimo compito di evitare pericolosi sfilacciamenti e dare a tutti il senso dell’unità e del lavoro a vantaggio della popolazione. La costituzione di una cabina di regia al più alto livello, la cooperazione fra tutti i livelli di governo e la nomina di un commissario straordinario nella figura del capo del Dipartimento della protezione civile, struttura pubblica con una storia di eccellenza, sono stati passi corretti. È doveroso, oggi, evitare le frizioni della politica o, quanto meno, lasciarle sottotraccia per evitare di disorientare i cittadini, componendo in fretta le differenze. Se la tutela della salute è, costituzionalmente, materia di legislazione concorrente fra Stato e Regioni, allo Stato spetta, in ogni caso, la legislazione esclusiva in materia di ordine pubblico e profilassi internazionale: trovare una sintesi veloce e funzionale ai problemi da affrontare è un paletto indispensabile per reggere l’urto di una situazione in continuo mutamento e che potrà avere conseguenze al momento difficilmente prevedibili, con pesanti impatti sull’economia nazionale. Potrà esserci una ulteriore diffusione del virus? In questa fase transitoria non è escluso attendersi un’espansione in altre zone del Paese, soprattutto ove le misure di contenimento non si rivelino totalmente efficaci. E se l’OMS comincia a parlare di pandemia, siamo informati che la maggior parte delle persone colpite dal coronavirus fortunatamente guarisce, data la bassa mortalità di una sindrome che è, tuttavia, altamente contagiosa. Il decreto-legge approvato dal Governo il 23 febbraio è intervenuto per prevenire e contrastare l’ulteriore trasmissione del virus, prevedendo che le autorità competenti siano tenute ad adottare ogni misura di contenimento adeguata e proporzionata all’evolversi della situazione epidemiologica. Nei casi di estrema necessità ed urgenza, inoltre, le misure potranno essere adottate dalle autorità regionali o locali, e il Prefetto ne assicura l’esecuzione avvalendosi delle forze di polizia e, ove occorra, delle forze armate. Ne constateremo a breve l’efficacia. Ulteriori misure potranno essere adottate? Dipenderà dagli sviluppi. A rigor di logica, se è evidente che la socialità è un potente veicolo del virus, le misure conseguenti sono ovvie: limitare al massimo le occasioni di compresenza delle persone per il periodo necessario ad arrestare la diffusione e, per quanto possibile, contenere il virus stesso, così come suggerisce la virologa Ilaria Capua. C’è, naturalmente, una doppia difficoltà cui far fronte. La prima: chiudere aziende e ministeri (favorendo, come già sta avvenendo, il lavoro da remoto), negozi non essenziali, palestre, ristorazione e strutture recettive significa, di fatto, chiudere un territorio, desertificandolo, con effetti pesantissimi anche dal punto di vista psicologico sulle persone. Seconda: qualsiasi misura adottata – il Presidente del Consiglio ha parlato di misure draconiane – deve essere comunicata e spiegata in tempo reale e con attenzione, mettendo in luce la proporzionalità e la correlazione dell’intervento all’effetto desiderato, evitando, così, di innescare irrazionali fughe in avanti della cittadinanza. In questo frangente è fondamentale, neanche a dirlo, l’assunzione individuale di responsabilità per quel che riguarda la condotta dei singoli. Il Sindaco di Milano Sala è stato ruvidamente chiaro su questo, ricordando che le regole adottate per contenere il contagio non si discutono ma si applicano, invitando tutti ad evitare comportamenti sconsiderati, come quello di accaparrare i beni nei supermercati, e a stare vicini ai più fragili. Esemplare, da questo punto di vista, la grottesca vicenda dei prezzi saliti alle stelle su alcune piattaforme di vendita on line per mascherine e disinfettanti, su cui sta indagando la magistratura. Calma e gesso, insomma. In questa fase evitare che scoppi il panico o si alimentino psicosi di massa è di primaria importanza e tutti possono – devono – fare la propria parte, inclusa l’informazione, che ha il delicatissimo compito di dare notizie senza dipingere forzatamente scenari da catastrofe annunciata. Attenzione: tutto ciò non significa che l’epidemia vada sottovalutata. Affatto. Vanno adottate tutte le cautele del caso, ispirate al banale principio di precauzione, sul filo della salvaguardia della tenuta sociale, consapevoli che tante donne e uomini, professionisti del Servizio Sanitario Nazionale e della nostra macchina pubblica, sono al lavoro. Le Istituzioni, e la politica cui, pro tempore, le stesse sono affidate, diano l’esempio di virtù costituzionale, cogliendo l’occasione per far sì che, in un momento di crisi, si pongano le basi per ricostruire la fiducia nelle classi dirigente di questo Paese. Un benvenuto effetto (in)desiderato del virus.

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L’amore nascosto

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Il tema dei diritti – sociali, civili, umani – delle persone è vasto quanto complesso, intersecando tutte le dimensioni dell’essere umano a partire dal genere, dall’età, e dalle condizioni socio-economiche. In questo complicato e affascinante mare magnum dei diritti, c’è un aspetto che raramente viene trattato con la dignità che merita e che, tuttavia, è assolutamente determinante per la vita delle persone interessate: esso investe, infatti, la sfera dell’affettività e della sessualità per le persone con disabilità, in particolare per le persone con disabilità intellettiva. A questo proposito Coordown, il Coordinamento nazionale delle associazioni delle persone con sindrome di Down, ha recentemente lanciato “Ora Parlo Io!”, la prima indagine nazionale sulla sessualità e l’affettività delle persone con sindrome di Down, che ha coinvolto 650 intervistati di tutte le età e che dimostra la rilevanza del tema dell’amore e del sesso nella loro quotidianità. I dati rilevano che si tratta di esperienze fortemente desiderate ma in larga parte insoddisfatte a causa dei tanti condizionamenti sociali e culturali, nonché, spesso, per l’affettuosa barriera costituita dagli stessi familiari: i risultati dicono, infatti, che i pensieri e le aspirazioni degli intervistati sono distanti da quel che pensano i genitori e dalla percezione che del tema ha la società. Colpisce, riporta Coordown, che in molti non abbiano risposto alle domande riguardanti il desiderio di fare l’amore e di avere figli: un evidente segnale d’allarme sulla necessità di non prendere sotto gamba il tema dell’educazione sentimentale e sessuale, dalla famiglia fino alle istituzioni. Quella dell’affettività e della sessualità delle persone con disabilità è una questione che aleggia, quasi eterea, nei dibattiti e dei documenti circa il godimento dei diritti e la piena inclusione nella società ma resta ancora marginale nella discussione generale. Fu l’indimenticato Franco Bomprezzi – manco a dirlo – ad affrontare il tema senza mezzi termini per la prima volta sul principale quotidiano italiano, ricordando che “l’amore, ma anche l’approccio sessuale, parte dallo sguardo, e gli sguardi che toccano le persone disabili spesso feriscono, quasi uccidono. Nella società dell’esaltazione del corpo perfetto è difficile superare la barriera rappresentata da una sedia a rotelle, o da una camminata incerta, o da un modo di parlare rallentato da un deficit o da una spasticità, o dalla cecità. La discriminazione sessuale è evidente, forte, crudele, cinica. Colpisce equamente giovani e meno giovani”. Bomprezzi, anche ricorrendo alla propria, preziosa esperienza personale aveva voluto portare alla luce una questione fondamentale per la dimensione psicofisica dell’essere umano, con o senza disabilità, che, purtroppo, per profondi condizionamenti culturali ancora presenti nella nostra società, non trovano adeguato spazio nel dibattito pubblico. In quel fondamentale articolo allargava, inoltre, il campo non dimenticando di menzionare la “frontiera ancora più complessa, e racchiusa spesso nel silenzio muto della famiglia” della sessualità delle persone con disabilità intellettiva e “la doppia discriminazione che unisce disabilità e omosessualità, maschile e femminile: una realtà che ovviamente esiste, nelle proporzioni analoghe a quelle esistenti e conclamate oggi nella nostra società apparentemente meno omofoba di un tempo. Eppure qui è più difficile, quasi impossibile rivelarsi, fare outing”. Ecco perché c’è bisogno di rendere esplicito quel che pensano le persone con disabilità, quali sono i loro desideri e quali le barriere che impediscano loro di vivere con pienezza una vita affettiva e sessuale, magari con i problemi di tutti gli altri. D’altronde, la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, pur non parlando esplicitamente di diritto alla sessualità (nel testo non si ritrova mai la parola “amore”), dispone espressamente, in materia di famiglia (art. 23), l’obbligo per gli Stati di implementare misure appropriate per eliminare la discriminazione in tutte le questioni riguardanti matrimonio, famiglia, genitorialità e relazioni personali e richiede sia riconosciuto il diritto delle persone con disabilità di decidere liberamente e responsabilmente riguardo al numero dei figli e all’intervallo tra le nascite e di avere accesso in modo appropriato, secondo l’età, alle informazioni in materia di procreazione e pianificazione familiare, fornendo i mezzi necessari ad esercitare tali diritti. C’è, tuttavia, ancora pudore e ritrosia nel parlare apertamente e senza troppi peli sulla lingua di amore e sesso per coloro che una cultura dominante ancora drammaticamente impreparata a gestire le tante diversità si ostina a considerare una sorta di eterni fanciulli. In molti si fatica ad accettare, superando un’irrazionalità ancestrale, che corpi non allineati e pensieri ed emozioni fuori dai binari possano aspirare a condurre la propria vita sentimentale e sessuale come, con chi e quando vogliano. E se passi avanti sono stati fatti, per taluni la strada è ancora assai accidentata. Paolo Sorrentino ha immaginato, in alcune scene del suo sceneggiato “The new Pope”, il ruolo di una giovane donna, interpretata da Ludivine Sagnier, che, dietro pagamento da parte delle famiglie, accompagnava sessualmente alcuni giovani con disabilità, nascosti al mondo e lasciati alla loro solitudine, echeggiando la figura dell’assistente per la sana sessualità e il benessere psico-fisico delle persone con disabilità, o assistente sessuale, come recitava un disegno di legge di iniziativa parlamentare presentato nel 2014. Difficile dire se questa sia una strada da perseguire e in che modo: improprio e presuntuoso arrogarsi il diritto di conoscere ed interpretare necessità ed aspirazioni così profonde ed intime di un’altra persona. Fondamentale, tuttavia, che la discussione circa l’amore, in tutte le sue sfaccettature, che riguarda le persone con disabilità esca dal cono d’ombra in cui è ancora relegato e entri, a pieno titolo, fra gli aspetti di cui tener conto nel percorso per garantire piena inclusione e cittadinanza a tutte e a tutti.

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Liliana Segre non la sopporto. E va bene così

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Liliana Segre non la sopporto. E anche voi, ragazzi, non vi fate fregare da questi personaggi che cercano solo pubblicità”: queste le parole che, a leggere i quotidiani, avrebbe pronunciato un’insegnante di inglese di una scuola media di Firenze, qualche giorno fa, ai propri alunni, i quali hanno informato i genitori che, attraverso una chat di classe, hanno deciso di protestare con la dirigenza dell’istituto. Scatterebbe, a questo punto, un procedimento di sospensione urgente dall’insegnamento, promosso dal preside della scuola media e sostenuto da una lettera firmata da ben 78 docenti dell’Istituto Comprensivo Coverciano, che “esprimono la loro totale ed estremamente indignata distanza dalle parole espresse dall’insegnante”, che avrebbe definito la senatrice Segre “persona troppo mediatica”, esprimendo solidarietà alla senatrice. Gli stessi docenti “si ritengono offesi e non ammettono alcuna giustificazione di quanto detto dalla collega”, per il cui comportamento hanno chiesto alla dirigenza che “vengano prese tutte le misure possibili per sanzionare questo tipo di intervento” in classe. Non c’è neppure da discuterne: le affermazioni della professoressa, se vere, sono da respingere in toto, non foss’altro per la loro evidente infondatezza. Dire che Liliana Segre cerchi pubblicità cozza col semplice, innegabile che fatto che, per motivazioni profonde che ella ha ben spiegato, ha aspettato decenni prima di raccontare le atrocità che lei e tanti altri esseri umani hanno subito a causa del meticoloso piano di sterminio del regime nazionalsocialista a danno delle persone di religione ebraica, oltre che di tutti coloro che ricadessero, per dirla con Hannah Arendt, nella ossessiva categoria del nemico oggettivo. Il punto, in questa vicenda, è un altro: l’insegnante fiorentina ha espresso un’opinione balzana e che ha correttamente suscitato fortissime critiche ma non ha certamente propagandato teorie negazioniste o che incitano all’odio conto gli ebrei o altri gruppi di persone. Per quanto urticanti, le parole della professoressa ricadono, evidentemente, nella libertà di opinione costituzionalmente garantita e non limitata dalle norme dell’ordinamento che mirano a sanzionare “chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”, come recita la legge Mancino del 1993. Appare, allora, del tutto incongrua la pretesa di sospendere dall’insegnamento la docente sull’onda dell’indignazione. Esistono – e meno male – norme specifiche che si occupano del corretto comportamento del personale docente che “conforma la sua condotta al dovere costituzionale di servire la Repubblica con impegno e responsabilità” secondo una serie di obblighi e doveri per la cui violazione sono previste sanzioni correlate alla gravità del fatto compiuto. Tanto per dire, si elencano i casi in cui sia prevista la sospensione dal servizio: ad esempio per assenza ingiustificata dal servizio fino a 10 giorni o arbitrario abbandono dello stesso, o per svolgimento di altre attività lavorative durante lo stato di malattia o di infortunio o, ancora, per manifestazioni ingiuriose nei confronti dell’istituzione, tenuto conto del rispetto della libertà di pensiero e di espressione. Fattispecie gravi, per la cui recidiva è previsto un periodo più lungo di sospensione sino ad arrivare al licenziamento. Si tratta, in parole povere, dell’applicazione dell’intuitivo principio della proporzionalità della sanzione rispetto al fatto. Ebbene, appare davvero singolare che – allo stato di quanto è possibile conoscere al momento – a fronte di opinioni espresse, criticabili quanto si vuole ma non ricadenti nei casi previsti per applicare la sanzione della sospensione, si sbandieri la necessità di irrogare la medesima senza alcuna base normativa, regolamentare e di contratto collettivo. Oggettiva, persino. È un caso che, indipendentemente dal palese disaccordo con quanto esternato agli studenti, illustra con efficacia un certo sbandamento di cui è facile cader preda, calpestando diritto e buon senso. Le parole pesano, sempre: la professoressa si assume, naturalmente, la responsabilità di quanto ha detto e le critiche che ne sono seguite non possono certo sorprenderla. Ma alle parole, se e quando legittime, pur se con le stesse ci si trovi in profondo disaccordo, si ribatte con la parola. Non con la censura. E men che mai con minacce di rappresaglia campate per aria. Non ci troviamo, fortunatamente, sul set di Frankenstein dove la folla urlante, armata di torce e forconi, brama la testa della sventurata creatura. Siamo in uno Stato di diritto: faremmo bene a ricordarcelo sempre.

Pubblicato su Linkiesta