La Sardegna non è Disney World

in un video su facebook il sindaco di milano giuseppe beppe sala

La querelle che si sta sviluppando sul cosiddetto patentino sanitario ha davvero un che di grottesco. Come noto, il Presidente della Sardegna Solinas ha sostenuto di voler attuare misure che assicurino un flusso turistico nel periodo estivo in modo da prevenire possibili recrudescenze del Covid-19. C’è in gioco, come è facilmente intuibile, una fetta importante delle entrate sarde, per le quali il turismo rappresenta, in estate, una voce fondamentale. Allo stesso tempo, è sul piatto la tutela della salute, soprattutto in una regione che, fortunatamente, non ha vissuto le tragiche morti di altre zone d’Italia, Lombardia in testa. Difficile capire come possano tenersi insieme al meglio queste due esigenze, ed appare arduo valutare se l’idea del Presidente sardo sia la migliore da prendere in considerazione. Auspicabilmente, Governo e autorità territoriali addiverranno ad una composizione soddisfacente. È, tuttavia, innegabile che siano state del tutto fuori luogo le conseguenti esternazioni di chi ha ingaggiato battaglia avverso tale decisione, finendo, come il Sindaco di Milano Sala, a pronunciare parole che possono prestarsi a pesantissimi equivoci. “Alcuni presidenti di Regione dicono che per i milanesi ci vuole una patente d’immunità? Io però, e parlo da cittadino più che da primo cittadino, quando poi deciderò dove andare per un weekend o per una vacanza, me ne ricorderò”, ha dichiarato Sala. Il Sindaco di Milano ha anche aggiunto: “Non penso che la Sardegna possa vivere solo di turismo autoctono. Sono i milanesi che, almeno in parte, l’hanno inventata come meta turistica. Non dico che i sardi debbano esserci riconoscenti, ma trattarci da untori, no”. Lasciando da parte l’immancabile cagnara che si è sviluppata sui social network, colpisce che anche un amministratore misurato come Sala possa lasciarsi andare a considerazioni che suonano come un inaccettabile dichiarazione di guerra delle ripicche: se è ben poco opportuno parlare “da cittadino” quando si ricoprono cariche pubbliche così rilevanti, che dovrebbero consigliare la massima prudenza nei comportamenti come nelle affermazioni, appare francamente poco edificante minacciare di passare le ferie altrove. Ognuno è naturalmente libero di investire i propri denari ed il proprio tempo libero come e dove meglio crede, ma se a pronunciare certe parole è il Sindaco di Milano, è ragionevole immaginare che una qualche ripercussione possa subirla l’economia sarda e, in ultima analisi, le famiglie sarde. In secondo luogo, appare lunare la neanche troppo velata denuncia di “razzismo sanitario” verso i cittadini lombardi o chi per loro, mentre si cerca, del tutto comprensibilmente, di coniugare sicurezza e turismo. Quel che, tuttavia, è davvero pericoloso è dare adito – involontariamente, diamolo pacificamente per acquisito – a venature di una qualche forma di superiorità – morale? economica? – verso la popolazione sarda, quasi che si debba con riconoscenza accogliere il turista con bicchierini di mirto e suonando launeddas. Il turista è un gradito ospite, che porta ricchezza e, in cambio, usufruisce di bellezze paesaggistiche e ricchezze enogastronomiche uniche al mondo. Sono probabilmente difficili da reperire prove, a favore o contrarie, dell’invenzione meneghina del turismo sardo, ma quel che è urticante è il retropensiero di molti che pervicacemente continua ad identificare la Sardegna come la terra delle spiagge, una regione da mordere ad agosto per poi fuggire nel tran tran quotidiano. Magari, per chi può, vedendola da lontano su un cabinato che pigramente si porta lungo la costa (beati costoro). Si perpetua, in altre parole, nei messaggi pubblicitari e in tanta – o poca? – politica del turismo, l’immagine di una regione a mezzo servizio, modello Disney World o movida estiva, in cui quel che spesso manca è vivere appieno il territorio. L’economia di una regione è affare complesso, e quella della regione Sardegna, per molti motivi, ha non pochi nodi da sciogliere. In questo quadro, il turismo gioca un ruolo fondamentale e, a dirla tutta, molto potrebbe essere migliorato in termini di servizi ricettivi e di accoglienza, tenendo in debito conto l’amara lezione dello sfacelo ambientale che, in anni non troppo lontani, ha subito parte del territorio, specialmente nel nord dell’isola. Insomma, quel che non appare nei radar è il rispetto dovuto alla cultura sarda, che non si risolve solo nelle acque cristalline o nel porceddu arrosto. La Sardegna ospita con affetto, come ha sempre fatto e continuerà a fare, e riceve in cambio amore che dura negli anni, ma i sardi, che hanno lavorato ovunque duramente nei momenti più difficili della nostra storia, non tollerano, né tollereranno, di essere considerati i camerieri o i raccattapalle d’Italia. L’Italia è una: patti chiari, amicizia lunga.

La dignità messa da parte: la disabilità ad un concerto stona

arena-verona-concerti-italia

La storia è una di quelle che raccontano molto dello stato in cui questo Paese tuttora versa quando si tratta di assicurare, concretamente ed efficacemente, il pieno godimento dei diritti di cittadinanza alle persone con disabilità. Valentina Tomirotti è una giornalista e blogger mantovana, fan di Coez, un cantante rapper che, ahimè, causa incanutimento, non conoscevo (fortunatamente Wikipedia soccorre anche noi barbogi ignoranti delle mode musicali). Valentina è, inoltre, una persona con disabilità, che si muove su una sedia a rotelle. Lo scorso 26 settembre, dopo aver sborsato 34,50 euro di biglietto, va all’Arena di Verona per assistere al concerto di Coez e, come riporta Clarissa Valia su TPI, si reca al suo posto nel parterre dell’Arena, fila 26. Unico neo: invece di godersi lo spettacolo, dall’altro del suo metro scarso di altezza Valentina ha solo potuto deliziarsi della vista dei fondoschiena degli altri spettatori che, come normalmente accade nei concerti, si sono alzati in piedi per seguire l’esibizione del loro beniamino. Valentina non ci sta e cita in giudizio Arena srl, Fondazione Arena e l’organizzatore dell’evento Vivo Concerti per il danno subito: lo scorso 19 maggio il Tribunale civile di Mantova rigetta l’istanza e la condanna ad un risarcimento per circa 5.000 euro. Il danno oltre la beffa. Ecco, questa incredibile vicenda ci dice tante cose su cui val la pena soffermarsi. Ci dice, in primo luogo, che se una persona con disabilità vuole andare al cinema, a teatro, o a un concerto, deve mettere in conto che quelle sale o arene sono state quasi sempre costruite senza pensare alle esigenze di chi necessita di un accomodamento, un supporto, per far quello che è comunemente garantito agli altri. Quante volte una persona con disabilità motoria in un cinema deve stare da un lato, in corridoio, perché non sono previsti spazi ad hoc? Racconta Valentina che in occasione del concerto, dopo le sue rimostranze, le era stato offerto di spostarla in un corridoio laterale: da un lato, appunto. Messa da una parte, a mo’ di sacco di patate, come l’ospite sgradito della serata. Questa storia ci dice, allora, che quel che è in gioco è non solo e non tanto il diritto di godersi un concerto in santa pace come tutti gli altri spettatori paganti, ma il diritto delle persone con disabilità alla piena ed effettiva partecipazione e inclusione nella società, come recita all’art. 1 la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006, ratificata e resa esecutiva dall’Italia nel 2009. Sanità, scuola, occupazione, vita sociale e politica rappresentano quella serie di domini che costituiscono l’insieme di cui è fatta la normale vita quotidiana di tutti i cittadini, ai quali va garantito di accedervi liberamente. Ove ciò non sia pienamente possibile in maniera autonoma, a causa di una qualche forma di disabilità, occorre fornire quell’accomodamento (la Convenzione parla di “accomodamento ragionevole”) per garantire tale accesso. Lo spiega, peraltro, mirabilmente la nostra Costituzione che, all’art. 3, statuisce che tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione alcuna (eguaglianza formale), e che, soprattutto, è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (eguaglianza sostanziale). Perché allora, per restare al caso degli spettacoli, non prevedere, sempre e ovunque, spazi adatti ad accogliere, senza paternalistiche concessioni o, peggio, odiose segregazioni, le persone con disabilità? È un accomodamento irragionevole? Ma non finisce qui: l’odissea di Valentina pone un ulteriore tema. Il giudice, in merito al danno esistenziale lamentato, spiega che la ricorrente, anche ove impedita nella visione del concerto, avrebbe potuto senz’altro sentirlo: l’eventuale danno, dunque, andrebbe ridotto della metà. E, in ogni caso, evidenzia il giudice, la presenza di maxischermi – “giganti”, si specifica – su cui veniva proiettato il concerto ha reso priva di fondamento anche tale doglianza. Con tutto il rispetto che si deve ad una sentenza di Tribunale, tali considerazioni appaiono sbagliate. Sono sbagliate perché, in primo luogo, non prendono minimamente in considerazione quanto previsto all’art. 1 della legge n. 104 del 1992, che impone di garantire “il pieno rispetto della dignità umana e i diritti di libertà e di autonomia della persona handicappata – un termine che il Legislatore non ha ancora sentito il bisogno di cambiare – e ne promuove la piena integrazione nella famiglia, nella scuola, nel lavoro e nella società”. Dov’è la piena integrazione per Valentina, il cui diritto è stato compresso dal comportamento altrui? La cosa più grave, tuttavia, è che la sentenza trascura del tutto lo spirito ed il dettato della Convenzione ONU del 2006. Non si tiene conto, ad esempio, che è necessario “adottare tutte le misure adeguate ad eliminare la discriminazione sulla base della disabilità da parte di qualsiasi persona, organizzazione o impresa privata” (art. 4) e che si deve “vietare ogni forma di discriminazione fondata sulla disabilità e garantire alle persone con disabilità uguale ed effettiva protezione giuridica contro ogni discriminazione qualunque ne sia il fondamento” (art. 5). Non si mette sul piatto, ancora, che “al fine di consentire alle persone con disabilità di vivere in maniera indipendente e di partecipare pienamente a tutti gli aspetti della vita”, devono essere adottate “misure adeguate a garantire alle persone con disabilità, su base di uguaglianza con gli altri, l’accesso all’ambiente fisico” (art. 9) e, come nel caso di specie, “a luoghi di attività culturali, come teatri, musei, cinema, biblioteche e servizi turistici” (art. 30). Ma quel che non trova evidenza nella sentenza è il fatto che tutti questi diritti, i medesimi diritti di cui godono tutti i cittadini della Repubblica, devono essere goduti dalle persone con disabilità su base di uguaglianza con gli altri, anche attraverso quel supporto o accomodamento che renda efficace e sostanziale tale uguaglianza sulla carta. Non è sufficiente, in altre parole, sostenere che Valentina potesse accedere all’Arena di Verona e vedere il concerto su uno schermo: Valentina, per ovvi motivi, non aveva la possibilità, a differenza degli altri spettatori, di alzarsi in piedi e, conseguentemente, andava tutelato il suo diritto a vedere lo spettacolo dal vivo seduta sulla sua carrozzina, senza la necessità di addivenire a azzardate valutazioni circa le possibili alternative che non rappresentavano una preoccupazione per gli altri partecipanti all’evento: se Valentina non poteva alzarsi in piedi per godere della visione, tale lesione del suo diritto, caratterizzato dalla sua disabilità, meritava un ristoro alla luce della mancata revisione, da parte dell’Arena di Verona, di adeguate alternative atte metterla in grado di poter godere, al pari degli altri, dell’insieme dello spettacolo. Non garantire tale diritto e non riconoscerlo in sede giudiziale comporta, evidentemente, una discriminazione del suo status di cittadina ed un vulnus per la sua dignità ed autonomia individuale: il palese disinteresse della necessità di garantire piena eguaglianza delle condizioni a tutti si è rivelato, una volta ancora, nella manifestazione dello stigma verso chi è portatore di una diversità. Alla fine della fiera, quel che traspare è che fatica a far breccia, anche in un Paese estremamente avanzato in materia di tutela e promozione dei diritti delle persone con disabilità come l’Italia, la consapevolezza che la disabilità è tale in relazione all’ambiente e alle barriere, di natura fisica e sociale, che lo caratterizzano e che possono ostacolare la piena ed effettiva partecipazione nella società delle persone con disabilità su base di uguaglianza con gli altri. A dimostrazione che lavorare per l’eguaglianza sostanziale ai fini della tutela dei diritti di una delle più corpose minoranze del nostro Paese richiede attenzione quotidiana e impegno. Perché quei diritti sono i diritti di tutti, in piedi a saltellare o seduti su una carrozzina.

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Movida? No, grazie: la mattina lavoro

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È il tema del momento: “Non è ancora questo il tempo dei party, delle movide e degli assembramenti vari”, ha detto il Presidente del Consiglio in Parlamento, aggiungendo che “occorre fare attenzione perché esporre sé stessi al contagio significa esporre al contagio anche i propri cari”, chiedendo uno sforzo soprattutto ai giovani che, più di altri, possono aver sofferto il confinamento degli ultimi due mesi. È un comprensibile messaggio di prudenza: tutti i fenomeni di aggregazione, magari senza porre la giusta attenzione all’utilizzo di dispositivi di protezione individuali, potrebbero in questa fase risultare pericolosissimi, proprio nel momento di un rassicurante recupero dal maledetto contagio. È, in fondo, la stessa banale motivazione in base alla quale, almeno per il momento, gli uffici pubblici continuano ad operare, ordinariamente, in modalità di lavoro agile, o smart working. Apriti cielo! In nome della lotta ai bacchettoni e sull’onda dell’indignazione avverso chi intende comprimere il diritto al ritorno alla socialità e al divertimento, è scattata, quasi unanime, la condanna degli opinionisti e del famoso “popolo della rete”. La questione è, in realtà, di una disarmante semplicità. La cautela è doverosa: se giovani (o meno giovani, perché no?) vogliono vedersi per un aperitivo, una cena, o una passeggiata in centro, è sufficiente attrezzarsi di buon senso, evitando di adottare comportamenti che, almeno fin quando le autorità lo diranno, possano favorire la recrudescenza del Covid-19. Starà alle forze dell’ordine e agli stessi esercenti di bar e locali e richiamare tutti al rispetto di queste poche, elementari norme. C’è, tuttavia, un altro aspetto su cui val la pena riflettere, nella speranza che la crisi sanitaria da cui sembra si stia uscendo lasci almeno in eredità una qualche lezione. Quel che comunemente viene definita movida – un termine che ha un significato storicamente importante – è stato rozzamente declinato, nei comportamenti di tanti, nel fare quel che si vuole, dove si vuole, quando si vuole, impippandosene delle esigenze dei loro concittadini. Sono ormai anni che è invalsa l’abitudine, soprattutto nelle città, di concepire il divertimento serale come rumore fine a sé stesso. Non tutti gli “aperitivisti” e i tiratardi si applicano a far casino, naturalmente. Ma, complice il lassismo di molti ristoratori, che per un tavolino all’aperto in più chiudono volentieri un occhio, il legittimo relax di tanti è diventato l’incubo di molti. Di quelli che, per loro sfortuna, devono alzarsi la mattina presto, anche nel fine settimana, per lavorare. E che aspirano – che gente strana, certuni – a poter passare una tranquilla serata in casa e a metter su 7 o 8 ore di sonno. Ebbene, questa elementare regola di civile convivenza è bellamente ignorata dai mattatori della notte. Non si tratta di fare le barricate fra gli Ebenezer Scrooge della penisola e chi vuole ritornare quanto prima alla vida loca. Il punto è che estate o inverno, centro o periferia, non c’è scampo: la norma è lo sballo, il casino, l’alcol, il chiasso. In fondo, non si tratta di null’altro che della trasposizione, in salsa divertimentificio, dell’imperante menefreghismo di coloro i quali – non tutti, ma tanti – campano secondo il dogma del chissenefrega, del tutto incuranti dei basilari doveri derivanti dall’appartenenza ad una comunità. È la ghenga della doppia fila, dell’evasione fiscale, del tifo sguaiato, dei teli in spiaggia ad occupare posti e delle file saltate. Sono quelli che non concepiscono – perché non lo comprendono, nessuno glielo ha mai spiegato – che ci sono cose che semplicemente non si fanno. In molti sostengono che l’esperienza del virus ci renderà tutti migliori. Con un po’ di fiducia, ne consegue, allora, un amichevole consiglio: le sere che verranno, di grazia, non ci rompete le palle.

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Quer pasticciaccio brutto de Via Arenula

bonafede-mafiaC’è decisamente maretta ai piani alti di Via Arenula a Roma, nelle stanze che contano al Ministero della Giustizia: le vicende che, da ultimo, hanno recentemente interessato alcune nomine nel ministero meritano un’analisi dal punto di vista istituzionale e di funzionamento della macchina. La scintilla nasce, come noto, dalla scarcerazione e messa ai domiciliari lo scorso mese di aprile di alcuni detenuti sino a quel momento in regime di carcere duro (cosiddetto 41-bis) da parte dei giudici incaricati di valutarne lo stato di salute. La scarcerazione, è stato sostenuto, seguiva la mancata risposta da parte del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) del ministero circa l’individuazione di strutture alternative e sorvegliate cui destinare i detenuti per mafia in 41-bis. Si capirà se tale esito sia stato conforme alla legge o se fosse stato opportuno, invece, disporre un trasferimento in una struttura sanitaria sorvegliata. Sta di fatto che, anche a seguito delle vivaci polemiche sollevate dalla trasmissione “Non è l’arena” su La7, il 2 maggio il capo del DAP Francesco Basentini – al quale erano state già rivolte accuse per la cattiva gestione delle rivolte carcerarie di qualche settimane prima – si dimette, sostituito da Dino Petralia. Nel corso della successiva puntata del 3 maggio di “Non è l’arena”, nel pieno della bufera mediatica, un nuovo scoop: telefona in trasmissione Nino di Matteo, notissimo magistrato oggi componente del Consiglio Superiore della Magistratura, che racconta – riferendo, in maniera assai poco ortodossa, interlocuzioni riservate – che nel 2018 gli era stato proposto dall’allora neo Ministro Alfonso Bonafede di dirigere il DAP. Sostiene, inoltre, Di Matteo che alcune informative avevano dato notizia dell’inquietudine di capimafia rispetto alla sua possibile nomina e che il Ministro aveva pochi giorni dopo cambiato idea, offrendogli il posto che fu di Falcone presso il Dipartimento degli Affari Penali. Interviene in trasmissione, pochi minuti dopo, lo stesso Ministro della Giustizia che si dice esterrefatto di quanto dichiarato e nega che la sua scelta possa essere stata condizionata da quelle informative, cosa che ripeterà in Parlamento l’11 maggio. Insomma, un vero e proprio cortocircuito fra poteri dello Stato che, aldilà delle polemiche di natura politica, che qui non interessano, impongono qualche riflessione. Non sono infatti mancate, anche in questo caso, le polemiche avverso la burocrazia, cui addossare il possibile disguido che ha impedito di dare velocemente risposta ai quesiti dei giudici di sorveglianza, rendendo più difficile il lavoro dei magistrati e facilitando quanto accaduto: i soliti burocrati, insomma. Posto che i fatti saranno acclarati in dettaglio da chi di dovere, forse sorprenderà qualcuno sapere che l’ex capo del DAP era, in realtà, un magistrato. Così come l’attuale capo del DAP. E così come la stragrande maggioranza di coloro i quali, posti fuori ruolo per la durata del loro incarico, ricoprono posizioni dirigenziali all’interno del Ministero della Giustizia, occupandosi della gestione amministrativa degli uffici e delle strutture assegnate. È lecita, allora, una domanda: perché affidare strutture amministrative ad un magistrato? L’esempio del DAP è calzante: su quella struttura grava l’impegno di gestire l’enorme complessità – amministrativa, contabile, di personale – delle carceri Italiane, un gravame da far tremare i polsi e che poco ha a che fare, è del tutto evidente, con la funzione giurisdizionale. Tale funzione è, invece, riservata dalla Costituzione ai giudici, soggetti solo alla legge. Ed è un bene che sia così: nessun economista, sociologo o amministratore pubblico si sognerebbe di amministrare giustizia in un tribunale o di esercitare le funzioni di pubblico ministero. Una bizzarria che la nostra Carta e la legge non consentono. E allora perché vale il contrario? Sia chiaro: qui nessuno intende attaccare i giudici. Il loro lavoro è prezioso ed indispensabile per il corretto svolgersi della dinamica sociale, ed è notorio che in molti sono costretti a compiere il loro dovere in regime di protezione, a causa delle minacce ricevute e del pericolo di vita i cui incorrono per svolgere la loro attività. I nomi di Falcone e Borsellino, fra i tanti, troppi magistrati caduti, ne sono testimoni. Qui si pone un tema più generale che attiene al corretto funzionamento delle istituzioni, per il quale dovrebbe sempre valere il semplice principio per cui a ciascuno spetti di svolgere il lavoro per cui sia competente, quello per il quale ha studiato e si è formato. Senza sollevare in alcun modo casi personali, è ragionevole immaginare che, dal punto di vista delle professionalità possedute, un dirigente amministrativo possa ottenere risultati dignitosi nel gestire strutture che, per essere governate, abbisognano senza meno di rudimenti in materia di diritto amministrativo, contabilità di Stato, management pubblico e, perché no, capacità relazionali e di squadra. A meno, naturalmente, di ritenere che le normali regole di specializzazione professionale non si applichino, quasi per innata disposizione, ai magistrati. Non casualmente Sabino Cassese ha recentemente parlato di “magistratizzazione” del Ministero della Giustizia, aggiungendo che “i magistrati sono scelti per giudicare ma vengono assegnati a compiti amministrativi per cui non sono idonei perché non addestrati, né specializzati a questa funzione”. Se si aggiunge, en passant, l’aspetto tutt’altro che banale della singolare commistione fra potere esecutivo e giudiziario, appare chiaro che ci si trova di fronte ad una anomalia assoluta che dovrebbe preoccupare politica e pubbliche opinioni, sia per l’inusuale assegnazione a funzioni amministrative, sia per la contestuale scopertura di posizioni giudicanti nel sistema giudiziario. Il fenomeno delle carriere parallele per i magistrati destinati a funzioni extragiudiziarie appare, infatti, alla luce delle scoperture di organico e della notoria lunghezza dei tempi dei processi, un tema che dovrebbe entrare nell’agenda di ogni Governo, quale che sia la maggioranza che lo sostiene. In questo quadro, non può allora non provocare sconcerto leggere le intercettazioni delle conversazioni fra Luca Palamara, ex pm sotto inchiesta a Perugia per corruzione, e Fulvio Baldi, capo di Gabinetto del Ministro Bonafede, recentemente dimessosi (anche Baldi, naturalmente, è un giudice): dalla lettura degli scambi, che non hanno naturalmente alcuna rilevanza penale, pare emergere quello che ha tutto l’aspetto di un vero e proprio mercato delle vacche delle nomine, in base al quale si dispone di posizioni da dirigente e dirigente generale nel Ministero della Giustizia, da “assegnare” sulla base dell’appartenenza correntizia in spregio al principio per cui nelle pubbliche amministrazioni il conferimento degli incarichi dirigenziali avviene sulla base di interpelli aperti e competitivi, a seguito dei quali affidare la posizione alla persona più adatta. Sperabilmente. Una patologia che non deve riferirsi alla fisiologia, evidentemente: la quale, nondimeno, rappresenta una vera e propria invasione di campo che riemerge periodicamente in tutta la sua attualità e che, seppur limitata nei numeri rispetto all’insieme dei giudici in servizio oggi in Italia, deve destare l’attenzione di chiunque abbia a cuore il corretto funzionamento della macchina dello Stato.

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La fase 2 della PA: molte cantilene ma (ancora) poca visione

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È finalmente partita, fra qualche confusione e con legittima prudenza, la cosiddetta fase 2 della strategia di uscita dalla vera e propria ibernazione in cui il Paese è stato indotto per contrastare la diffusione del contagio da Covid-19. Le previsioni economiche per i prossimi mesi sono di quelle da far tremare i polsi e le conseguenze sociali con ogni probabilità impatteranno trasversalmente su tutta la popolazione, colpendo più duramente, come sempre accade, le categorie più fragili ed esposte. Uno scenario che deve preoccupare tutti e nel quale deve rientrare un serio discorso che investa ruolo e funzionamento della pubblica amministrazione, sia per il contributo che è chiamata a dare nel momento presente, sia, ancor più, quale attore determinante nello scenario post-coronavirus. Da questo punto di vista, il tema sul piatto di Governo e Parlamento sembra essere quello di rendere più efficiente ed efficace l’azione pubblica, per assecondare e accompagnare, ora e domani, le dinamiche di una società complessa e matura come quella Italiana. In parole povere: semplificare l’agire della macchina pubblica – a tutti i livelli di governo – a servizio della politica e dei cittadini, poter contare su personale adeguatamente formato e aggiornato, fare sì che la burocrazia, attraverso la funzione propria di assicurare l’imparzialità dell’azione amministrativa e di erogazione di servizi, sia sempre più reattiva avverso le molteplici sfide che si presentano e si presenteranno in futuro. In questo quadro, sono due gli aspetti, fra loro strettamente correlati, per costruire una visione condivisa su cui investire, proprio ora che a tutti verrà richiesto di darsi da fare: ripensare l’organizzazione del lavoro pubblico e rendere più veloce, al netto delle necessarie fasi procedurali, l’azione pubblica.

Per quanto riguarda il primo punto, si sono recentemente spesi fiumi d’inchiostro sull’esplosione del lavoro agile nella PA: si è già scritto che lo smart working d’emergenza ha senza dubbio dato un salutare scossone alla gestione quotidiana degli uffici pubblici, confermando che, grazie all’utilizzo delle tecnologie informatiche, una parte importante del lavoro giornaliero può essere resa da esterno, con una serie di evidenti benefici per l’ambiente e per il lavoratore. Se si sarà capaci di rendere strategica la forma agile di prestazione lavorativa, senza frettolose marce indietro e resistendo alla irrefrenabile voglia di scrivania che già si agita nei cuori di molti riottosi al cambiamento, si pianterà un paletto essenziale nel campo della trasformazione dell’organizzazione del lavoro della nostra amministrazione pubblica. È, certamente, una condizione necessaria ma non sufficiente: un cambio di paradigma culturale di questa magnitudine richiede, come disposto dalla recente circolare n. 3 del 2020 della Ministra per la pubblica amministrazione, di “mettere a regime e rendere sistematiche le misure adottate nella fase emergenziale, al fine di rendere il lavoro agile lo strumento primario nell’ottica del potenziamento dell’efficacia e dell’efficienza dell’azione amministrativa”. È fondamentale, ad esempio, formare lavoratori e dirigenza e far sì che quest’ultima, su cui ricade l’onere della quotidiana spinta trasformativa, sia adeguatamente supportata attraverso un insieme minimo di regole chiare, evitando l’errore di voler a tutti i costi ingabbiare e regolamentare ogni minimo aspetto della prestazione lavorativa che, una volta per tutte, dà evidenza al risultato e non al controllo orario, con caratteristiche elastiche e adattabili alla bisogna. Senza voler costringere lo smart working nelle strette maglie dell’organizzazione simil-fordista, sarà allora sufficiente che si declinino le attività escluse dalla modalità agile, che si preveda una sufficiente connotazione della fattispecie nei contratti nazionali e integrativi e che sia attentamente considerata la sicurezza minima del lavoro da remoto, integrando la prestazione resa in modalità agile nelle attività di monitoraggio degli obiettivi.

Passando al secondo aspetto essenziale per immaginare la PA post emergenziale e ripensarne l’organizzazione, è evidente che si rende necessario scomporre e ricomporre la stessa azione amministrativa. È sufficiente sfogliare un qualsiasi quotidiano o ascoltare le dichiarazione di molti tra gli esponenti dei partiti e dei movimenti politici per cogliere il mantra della fase 2: semplificare i processi, sconfiggere la burocrazia, liberarsi dagli ostacoli che potrebbero rallentare la ripresa. Il caso del ponte di Genova è, da questo punto di vista, assolutamente esemplare: aver derogato al complesso di norme del codice degli appalti ha portato alla rapida conclusione dei lavori, sanando la dolorosa ferita del crollo del 2018. Ci si chiede allora da più parti se le regole che disciplinano l’agire della PA – negli appalti e, per estensione, in generale – siano troppo numerose o efficaci, e come avere a disposizione un’amministrazione più semplice e più veloce. Mettendo da parte le lamentele di prammatica sulla burocrazia, recitate a mo’ di stanca cantilena senza la piena complessità dei temi di cui si discute, è opportuno mettere in chiaro da subito che viviamo di una ineliminabile complessità: sin da quando lo Stato contemporaneo ha ritenuto opportuno occuparsi non esclusivamente di ordine pubblico e sicurezza delle frontiere, l’esigenza di regolamentare la complessa rete di attività, relazioni e dinamiche sociali, giuridiche e economiche è aumentata esponenzialmente. Tuttavia, se è velleitario pretendere che un ampio spettro di norme, che inevitabilmente debbono essere connotate da un altro grado di tecnicismo, sia facilmente digeribile da chiunque, altra faccenda è che il Legislatore intervenga cum grano salis, con approccio organico e non estemporaneo che, a valle, complica la vita per chi sia chiamato ad applicare o interpretare le disposizioni normative. Cattiva qualità di redazione delle leggi e numero abnorme delle stesse contribuiscono a creare un groviglio che spetta poi al burocrate, novello esegeta, districare nel suo agire quotidiano: la necessaria discrezionalità di cui il dipendente pubblico deve godere è direttamente correlata all’attività di ricostruzione di un quadro ordinamentale spesso confuso e frastagliato ed è strumento indispensabile per tentare di trovare la strada giusta da seguire nei diversi dossier. Inutile negare, poi, che l’incertezza sul da farsi e la pluralità di responsabilità che scandisce minuto per minuto l’azione amministrativa possono rallentare le procedure e, talvolta, servire da facile scudo per chi voglia farsi paravento del blob normativo, scaricando a valle i ritardi a danno dei cittadini.

Il Parlamento può decidere di eliminare alcuni controlli, ridurre i tempi, generalizzare il silenzio-assenso: il ventaglio di opzioni sul tavolo è amplissimo e spetta alla politica compiere le scelte del caso. Le modalità di regolazione dell’attività dei pubblici poteri, purché in aderenza ai principi costituzionali in materia, non sono scolpite nella pietra e possono cambiare al mutare delle esigenze della società, cui la PA è servente. Attenzione, però: sarebbe pericoloso scaricare per intero sulle spalle degli amministratori pubblici l’onere di gestire una semplificazione tagliata con l’accetta che, nella concreta attuazione, potrebbe paradossalmente gestire maggiore complicazione, rimproverando magari al funzionario di non volersi addossare qualche rischio. Gestire la cosa pubblica non vuol dire sedersi ad una tavolo da poker: la posta è il diritto dei cittadini a risposte veloci e solide e tutte le parti in causa devono assumersi le proprie responsabilità, senza inutili, vicendevoli scaricabarile tra politica e burocrazia e evitando di alimentare lo scontro sociale, oggi più che mai. È richiesta una visione di lungo periodo, non (esclusivamente) condizionata da obiettivi di respiro corto. Rimbocchiamoci le maniche ora.

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I tre requisiti per immaginare la PA post emergenza

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Pare avvicinarsi, fra molte incertezze, la “fase 2” dell’emergenza sanitaria dettata dall’epidemia da COVID-19: mentre altri Paesi europei procedono a passi spediti verso un’apparente normalizzazione, la situazione Italiana soffre di una confusione di fondo in cui le voci del Governo, delle regioni e dei diversi stakeholder si affastellano, tutti proclamando la necessarietà della condivisione e unanimità delle scelte fondamentali ma, spesso, marciando fra spintoni e dispetti. Tutti concordano, almeno, sulla gravità del passaggio storico, e sulle conseguenze sociali, economiche e – si aggiunga – psicologiche, dell’impatto dell’epidemia: è sufficiente leggere, a tale proposito, le recenti riflessioni di Muhammad Yunus per rendersi conto della portata storica del momento che si attraversa. Se questo è il contesto, una delle priorità è rimettere sui binari la macchina pubblica del Paese che, mai come oggi, ha sulle spalle la responsabilità di operare quale infrastruttura necessaria e indispensabile per cittadini, famiglie e imprese. Non solo la burocrazia deve essere in grado di perseguire l’ordinario, ma è essenziale, al contempo, sostenere lo sforzo ulteriore a favore di chi ha subito conseguenze pesantissime dal punto di vista lavorativo e sociale a seguito dell’emergenza da Coronavirus.

A dare ascolto ai principali di mezzi di comunicazione, c’è però poco da stare allegri: Raffaella Saporito, docente di SDA Bocconi, ha cercato quali e quanti articoli della stampa italiana contenessero la parola “burocrazia” tra la metà di marzo e la metà di aprile, trovando 5520 interventi, oltre la metà dei quali collegano il tema burocrazia al Coronavirus,  “L’impressione”, scrive Saporito, “è che non ci sia niente di nuovo in questa nuova ondata di insofferenza anti-burocratica, se non la miccia: una straordinaria emergenza sanitaria, già diventata economica e sociale, che acuisce il bisogno di istituzioni pubbliche e ne rende più visibili i limiti”, dato che “quando i bisogni aumentano, ma le risorse scarseggiano, la tolleranza verso le inadeguatezze delle amministrazioni crolla e alimenta un discorso pubblico di discredito verso una PA incompetente o addirittura malevola e capricciosa”. Si è già tentato di descrivere come quando si parli di burocrazia la confusione regni sovrana e che la continua e pervicace commistione di piani fra politica e tecnostruttura sia un formidabile ostacolo ad affrontare, col pensiero lungo che merita, il tema di rendere sempre più adeguata alle sfide del tempo presente la macchina pubblica, composta – elemento non secondario – dalle tante pubbliche amministrazioni ai diversi livelli di governo. Eppure, le drammatiche conseguenze dell’emergenza epidemiologica e l’incertezza della gestione del futuro possono e devono costituire una spinta formidabile per coniugare almeno le basi di una strategia per la PA del dopo virus.

In un’ideale classifica dei prerequisiti di sistema per la PA del dopo virus, al terzo posto si piazza il cessare le ostilità da parte di tanta parte delle classi dirigenti del Paese e di buona parte del mondo dell’informazione, così da dismettere, una volta per tutte, stereotipi e slogan in materia di cosa pubblica che solletichino la pancia di chi vede, purtroppo, aumentare il proprio disagio e ragionare, invece, in termini di fatti, cifre e circostanze. È arrivato il momento di bonificare il dibattito pubblico, da sempre sporcato da ignoranza o malafede circa chi siano e cosa facciano i civil servant e fare ogni sforzo per entrare nel merito dei diversi problemi. Ostinarsi a parlare di pubblica amministrazione unicamente per i famosi “furbetti del cartellino”, per i fantomatici stipendi da sceicchi dei dirigenti o, ancora, per propalare la vulgata del fannullone menefreghista potrà continuare fare audience ma non sposta di un millimetro le questioni che contano. Replicare ad nauseam gli stessi, identici articoli di denuncia o i medesimi servizi televisivi che mettono alla berlina le patologie proprie di qualsiasi organizzazione complessa ha fatto il suo tempo: la vicenda del celebre “uomo in mutande” del Comune di Sanremo, dichiarato innocente dopo essere stato sbattuto in prima pagina per mesi, dovrebbe servire da utile memento a molti. Per dirlo chiaro: la critica, aspra e senza guanti bianchi, è legittima e, anzi, doverosa. Sia, allo stesso tempo, onesta.

Al secondo posto, di converso, deve trovar posto lo sforzo fondamentale delle amministrazioni pubbliche di premere l’acceleratore sulla leva organizzativa per procedere nella trasformazione del proprio schema cognitivo e comportamentale, mettendo definitivamente in piedi un cambio di paradigma ormai maturo. Favorire l’iniziativa individuale, affiancare alle necessarie griglie procedurali e gerarchiche nuove modalità di lavoro che privilegino il raggiungimento del risultato in un’ottica di crescita dell’organizzazione sono solo alcune degli interventi la cui responsabilità finale non può che ricadere sulla dirigenza pubblica, lavorando, evidentemente, sull’ambito interpersonale, relazionale e cognitivo. Un compito, invero, arduo per chi è il prodotto di una cultura il cui peccato originale è l’adempimentizzazione. Da questo punto di vista, come già osservato, è ad esempio necessario che resti traccia della vera e propria valanga costituita dallo smart working d’emergenza che si è abbattuta con violenza sugli uffici pubblici e che ha sostanzialmente stravolto tempi, relazioni e prassi interne, intaccandone l’impianto spesso sclerotico. È evidente che, a quadro normativo vigente, gli spazi di movimento creativo da parte dell’individuo e dell’organizzazione nel suo complesso sono limitati da un reticolo di norme accumulate negli anni che hanno mirato, da un lato, a scandire ogni passaggio del quotidiano amministrativo e a perpetuare l’occupazione di ogni spazio di discrezionalità con previsioni di dettaglio e contribuendo ad alimentare, con l’ossessione del controllo, quella che taluno chiama amministrazione difensiva; dall’altra, a rendere enormemente complesso il fluire dell’agire pubblico, con tempi che la pubblica opinione trova indigesti, soprattutto in presenza di emergenze come quella attuale.

In cima sul podio sale, ovviamente, la classe politica e di governo. Nell’incessante dinamica fra politica e burocrazia, alla prima spetta non solo l’individuazione degli obiettivi da perseguire durante il mandato pro tempore di governo ma, in prima istanza, la responsabilità di costruire la visione del tipo di amministrazione di cui si vuole dotare il Paese. Volendo semplificare, si potrebbe dire che dagli anni ’90 ad oggi l’approccio verso la PA, dopo la sbornia aziendalista, è stato sostanzialmente quello della riduzione dei costi (tagli lineari e blocco del ricambio del personale) senza intervenire sulla trasformazione profonda della macchina, quasi dando per scontato che la strategia da adottare fosse quella della limitazione del danno e coglierne, al massimo, i frutti elettorali. Va detto, con rammarico, che molta politica ha fallito, per mera miopia, disinteresse o espresso pregiudizio ideologico, nella missione di investire su uno dei principali beni del patrimonio del Paese, riuscendo troppo spesso a dar vita a una serie di presunte “riforme epocali” il cui pensiero dominante era esplicito: il sospetto. Paradossalmente, poi, ad una amministrazione messa a dieta ferrea e militarmente imbrigliata sono stati attribuiti, via via, compiti sempre maggiori, grazie ad una ipernormazione bulimica (sempre più a cura dell’esecutivo), salvo poi lamentare che la burocrazia non riuscisse a tirar fuori dal cappello, come per magia, gli output desiderati un secondo dopo. Un cortocircuito perverso da cui non si riesce ancora ad uscire, a meno di stipulare un nuovo patto in cui entrambi gli attori esplicitino, fino in fondo e senza riserve, le proprie responsabilità di fronte alla comunità di cittadini.

Come ha scritto Yunus, “il coronavirus ha cambiato radicalmente il contesto delle cose e i dati spiccioli. Ha spalancato davanti ai nostri occhi possibilità temerarie che non erano mai state prese in considerazione in precedenza. All’improvviso, eccoci di fronte a una tabula rasa. Possiamo andare in qualsiasi direzione vorremo. Che incredibile libertà di scelta!”. Questo vale per l’economia e vale, allo stesso tempo, per il settore pubblico: l’economia, sostiene il Premio Nobel bengalese, è uno strumento di cui servirsi, che occorre continuare a progettare e riconfigurare finché non renderà tutti felici. Ecco, burocrazia e strutture pubbliche sempre più efficienti e, soprattutto, al passo coi tempi forse non faranno necessariamente felici gli Italiani, ma potranno rendere la vita più semplice a tutti, burocrati inclusi. La palla è in campo.

Pubblicato su Linkiesta

Mamma, ho perso un DPCM!

 

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Si parla molto, finalmente, di lavoro agile (o smart working) per il settore pubblico, che il Governo, a mo’ di leva per contribuire a contrastare l’emergenza coronavirus, ha spinto con decisione attraverso una pluralità di interventi normativi. A bene seguire, tuttavia, il tortuoso svolgersi di decreti-legge, decreti del Presidente del Consiglio dei ministri (DPCM) e circolari, si smarrisce il filo e si perde traccia di cosa serve a cosa. Cominciamo.

Il DPCM 11 marzo 2020 prevedeva, fra le misure di contrasto al contagio, che le pubbliche amministrazioni assicurassero lo svolgimento in via ordinaria delle prestazioni lavorative in forma agile del proprio personale dipendente, anche in deroga agli accordi individuali e agli obblighi informativi, individuano le attività indifferibili da rendere in presenza (art. 1, co. 6), con effetto sino al 25 marzo successivo.

Con decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, il Governo stabiliva (art. 87, co. 1) che “fino alla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica da COVID-2019 […] il lavoro agile è la modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nelle pubbliche amministrazioni”, dopo aver chiuso, il 2 marzo, la fase sperimentale dello smart working.
Conseguentemente, disponeva il decreto alla successiva lettera a), le PA “limitano la presenza del personale negli uffici per assicurare esclusivamente le attività che ritengono indifferibili e che richiedono necessariamente la presenza sul luogo di lavoro, anche in ragione della gestione dell’emergenza”.
Fino al 31 luglio, dunque, la regola generale stabilita il 17 marzo vuole che i pubblici dipendenti lavorino, di norma, da remoto.

Il successivo decreto-legge n. 19 del 25 marzo 2020, otto giorni dopo, all’art. 1, rubricato “Misure urgenti per evitare la diffusione del COVID-19”, disponeva (co. 1) che “per contenere e contrastare i rischi sanitari derivanti dalla diffusione del virus COVID-19, su specifiche parti del territorio nazionale ovvero, occorrendo, sulla totalità di esso, possono essere adottate, secondo quanto previsto dal presente decreto, una o più misure tra quelle di cui al comma 2, per periodi predeterminati, ciascuno di durata non superiore a trenta giorni, reiterabili e modificabili anche più volte fino al 31 luglio 2020, termine dello stato di emergenza dichiarato con delibera del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020”.
Fra queste misure di contrasto al contagio rileva “la limitazione della presenza fisica dei dipendenti negli uffici delle amministrazioni pubbliche, fatte comunque salve le attività indifferibili e l’erogazione dei servizi essenziali prioritariamente mediante il ricorso a modalità di lavoro agile (lettera s) nonché la “predisposizione di modalità di lavoro agile, anche in deroga alla disciplina vigente (lettera ff).
Per quel che riguarda l’attuazione delle misure di contenimento (art. 2), tali misure sono adottate (comma 1) con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta dei competenti ministri.
In altre parole, posto che sino al 31 luglio i pubblici dipendenti lavoreranno da remoto, possono adottarsi dei DPCM che stabiliscano, a partire dal 25 marzo e di mese in mese, le misure specifiche sul punto, in particolare circa le attività indifferibili e l’erogazione dei servizi essenziali prioritariamente mediante il ricorso a modalità di lavoro agile.

È il successivo DPCM del 1 aprile a riportare le disposizioni attuative del decreto-legge n. 19 del 25 marzo, nulla disponendo specificamente in materia di lavoro agile dei pubblici dipendenti e prevedendo all’art. 1 che l’efficacia delle disposizioni dei DPCM dell’8, 9, 11 e 22 marzo venga prorogata fino al 13 aprile 2020 (Pasquetta). Fra questi, il DPCM dell’11 marzo prevedeva che le PA assicurano lo svolgimento in via ordinaria delle prestazioni lavorative in forma agile del proprio personale dipendente con effetto sino al 25 marzo successivo.
Deve dunque ritenersi che il DPCM del 1 aprile abbia prorogato sino al 13 aprile gli effetti del DPCM dell’11 marzo (i cui effetti terminavano il 25 marzo) con particolare riferimento al fatto che i dipendenti pubblici lavorino da remoto, già codificato dall’intervenuto decreto-legge del 17 marzo?

Il DPCM del 10 aprile 2020, al pari del DPCM del 1 aprile, ha poi disciplinato (art. 1, co. 1) ulteriori disposizioni attuative del decreto-legge 25 marzo 2020, n. 19, e, specificando che rimane fermo “quanto previsto dall’art. 87 del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, per i datori di lavoro pubblici” (lettera gg), all’art. 8, co. 1, precisa che le disposizioni del decreto sono efficaci fino al 3 maggio 2020 e che cessano di produrre effetti i precedenti DPCM dell’8 marzo, del 9 marzo, dell’11 marzo, del 22 marzo e del 1 aprile.
Ergo: il DPCM del 10 aprile si richiamerebbe direttamente alle disposizioni generali del decreto-legge del 17 marzo, non disponendo nessuna misura specifica in materia di lavoro agile nella PA, ed estendendo la sua validità sino al 3 maggio.
Deve dunque ritenersi che il DPCM del 10 aprile estenda sino al 3 maggio le disposizioni del DPCM 1 aprile in materia di lavoro agile per le PA che, a sua volta, implicitamente richiamava il DPCM dell’11 marzo che poteva, tuttavia, ritenersi surclassato dalla disposizione relativa ai DPCM a cadenza mensile del decreto-legge 25 marzo?

Io, onestamente, mi sono perso.

Burocrazia for dummies (spiegata facile facile)

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Parafrasando Mao Zedong, grande effettivamente è la confusione sotto il cielo d’Italia durante queste difficili, maledette settimane: Stato contro regioni, regioni contro sindaci, sindaci contro ministri, scienziati contro politici, cittadini contro runner. Non tutto è perduto, fortunatamente: a salvaguardare l’unità nazionale viene in soccorso un antico, solidale sentire comune: tutti contro i burocrati. Squilla la fanfara della caccia allo “statale” che, soprattutto nella tempesta perfetta che l’emergenza sanitaria sta causando, si ostina a remare contro e frenare la ripartenza di un Paese con le gomme a terra: ogni intervento pubblico è inevitabilmente condito con una spolveratina di damnatio della burocrazia che appesta la vita pubblica. Roba seria, se persino Roberto Burioni, oggi una delle voci più ascoltate dalle pubbliche opinioni e dai decisori della politica, nel commentare la controversa vicenda delle dimissioni di Mauro Ferrari dal Consiglio europeo per la ricerca, commenta, sprezzante, che “l’Europa ha perso uno scienziato di altissimo livello, si tenga i burocrati”.

Burocrazia è la parolina magica, il prezzemolino di ogni pubblica, dolorosa arringa. Per capire meglio, val la pena partire dall’esempio offerto dai recenti scritti di due popolari giornalisti che, lancia in resta, hanno denunciato il profluvio di articoli e commi del “decreto liquidità” approvato dal Governo per sostenere l’economia italiana sotto scacco per le immani conseguenze dell’imperversare del Covid-19. Mattia Feltri e Gian Antonio Stella lamentano, infatti, che la cervellotica complessità normativa sia non solo incomprensibile ai più ma, in ultima analisi, inefficace rispetto agli obiettivi. “È piuttosto sconfortante – scrive Feltri su La Stampa – lo squilibrio fra i tempi dell’urgenza e la quantità degli emendamenti” (“Italoburocrati”, 7 aprile), mentre Stella, sinceramente preoccupato, sul Corriere (“Siate semplici”, 8 aprile) si danna al pensiero che “le più generose aperture, i più volenterosi obiettivi, rischiano di impantanarsi in un testo che si srotola per cento pagine in 37.157 parole, il quadruplo di quelle usate dai padri costituenti per la nostra Carta”. Entrambi, unendosi al coro dei cittadini vessati dal Moloch pubblico, puntano il dito contro l’Avversario, l’Oppositore, l’Antico Serpente, l’Angelo della Morte, il Caduto: il maledetto burocrate. Tutto chiaro? Cominciamo.

Capitolo 1: burocrati, burocrati ovunque. I Commissari europei? Burocrati. Gli scienziati europei che sfiduciano il loro Presidente? Burocrati. I ministri che firmano decreti indigesti? Burocrati. I medici che gestiscono l’emergenza? Burocrati. I Sindaci che emanano ordinanze? Burocrati. I Ministri che varano circolari? Burocrati. I dirigenti della squadra di calcio che vendono i giocatori? Burocrati. Si smarrisce del tutto il nucleo semantico della parola che, usata ormai come mero spregio e con altezzoso disdegno, va bene per chiunque. È l’insulto finale, un gradino al di sopra dello strangolatore di Boston. Inutile ragionare: il riflesso pavloviano non ammette tentennamenti o repliche. Tuttavia, piaccia o meno, i burocrati sono fra noi: sono nello Stato, nelle compagnie telefoniche, nelle banche, nelle società fornitrici di servizi essenziali, persino nel terzo settore. Sono quelli che oliano la macchina e che, a tutti i livelli e con compiti diversi, aiutano a spingere la carretta. Occorre rassegnarsi.

Capitolo 2: sono i burocrati a scrivere le leggi a loro uso e consumo. I funzionari e i dirigenti amministrativi, a tutti i livelli di governo, applicano quanto approvato dal decisore politico: lo spiega, mirabilmente, Sabino Cassese. Un ruolo lo hanno, naturalmente, anche i tecnici dei ministeri, alla luce del fatto che la decretazione degli esecutivi la fa ormai da padrone, essenzialmente per due motivi: da un lato la qualità di buona parte della rappresentanza politica è da anni in caduta libera e, con essa, la capacità di immaginare, elaborare e produrre leggi e riforme di ampio respiro; dall’altro, una società sempre più complessa richiede una regolazione complessa, altamente specifica, che esige la competenza dei tecnici. Le strutture burocratiche forniscono, ovviamente, il dovuto contributo alla loro Autorità politica di rifermento ma la responsabilità di sfornare e impiattare le porzioni spetta agli uffici legislativi e di gabinetto, retti da personale fiduciario della politica (solitamente preparatissimi esponenti delle magistrature amministrative e contabili) non appartenente alla struttura: tutto meno che burocrati.

Capitolo 3: di quelle leggi non si capisce un tubo, che peste vi colga. Sì, talvolta è così. E se non si capisce un tubo è perché questioni complesse vanno disciplinate in maniera complessa e adeguata alla bisogna. Spetta a chi di dovere tradurre per i non addetti. Tutti sanno per caso come funziona un motore a scoppio o una tomografia assiale computerizzata? Ci si inalbera col meccanico o col medico specialista? Solitamente si accettano i loro vaticini, magari borbottando, perché si conviene che quel che conta è la competenza in quel settore. Allo stesso modo, la tecnica legislativa è materia per specialisti: i tortuosi richiami che fanno venire l’orticaria a Feltri e Stella – e non solo a loro – sono necessari perché la norma deve dire, con estrema precisione, quel che deve per vivere all’interno di un ordinamento ampio, stratificato e oltremodo esteso, che risponde alle esigenze di una molteplicità di diritti e interessi. A meno di ricorrere ad un Salomone che, in nome della sua indubitabile sapienza, decida caso per caso tagliando a fette le questioni. Piace a tutti? A nessuno, probabilmente. E anche il dannato burocrate fatica non poco a interpretare il linguaggio sacerdotale della tecnica legislativa: d’altronde, come recita un popolarissimo mantra, è pagato profumatamente per farlo.

Capitolo 4: tecnica normativa sì, ma con giudizio. Tutto bene, allora, Madama la Marchesa? No, affatto. Se la tecnica legislativa è affare complesso per specialisti, non è necessario aggravare la situazione. Per intenderci: una cosa è la stesura di un insieme di norme che rispondono a specifici, avvertiti bisogni e che devono, ai fini della certezza delle diverse fattispecie, utilizzare un determinato linguaggio, al pari di una diagnosi medica. Altra cosa è, invece, la modalità con cui il Legislatore (diretto o delegato, nazionale o regionale) interviene per regolare quel tal caso. Disciplinare in maniera compiuta e puntuale serve a delimitare la fattispecie e fissare i confini per la successiva interpretazione e applicazione della norma. Al contrario, intervenire ripetutamente, in modo frammentato e incoerente, a seconda del vento che tira, da parte di un estensore che manca di visione e di respiro lungo, contribuisce a dar vita ad un affastellamento di norme che, tra cancellazioni incerte, rimandi in cortocircuito e mano malferma, aumenta la confusione a danno di cittadini, imprese e gli stessi burocrati, i quali si trovano sulla scrivania normative da decrittare il cui linguaggio si presta a molteplici e contrastanti interpretazioni. E, ciliegina sulla torta, l’incertezza del funzionario aumenta esponenzialmente a causa della spada di Damocle fatta dal coacervo di responsabilità contabili, penali, amministrative, civili e di performance che pendono, inesorabili, sul suo capo.

Insomma, se proprio si vogliono perseguitare i burocrati, almeno li si crocefigga per i loro peccati, non per quelli altrui. Dal Leviatano, per ora, è tutto.

Pubblicato su Formiche

Tre lezioni per lo smart working di domani nella PA

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“Fino alla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica da COVID-2019 […] il lavoro agile è la modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nelle pubbliche amministrazioni”: l’art. 87 del decreto-legge n. 18 dello scorso 17 marzo è cristallino nello stabilire una volta per tutte che, causa coronavirus, la PA opera normalmente in smart working. Si tratta, come si è già sottolineato, di una modalità emergenziale che, per ovvi motivi legati allo sforzo di contenimento del contagio, ha messo in cantina l’approccio sin troppo timido che aveva fino a ieri contraddistinto la fase di sperimentazione delle “nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa” (come recitava, in apertura, la direttiva Madia del 2017). Tuttavia, anche se difficilmente si può sostenere di avere a che fare con una forma ortodossa di smart working, dopo alcune settimane è possibile cominciare a far tesoro dell’esperienza, per non trovarsi a reinventare la ruota una volta usciti dalla drammatica situazione attuale. Tre possono essere le lezioni da mandare a memoria per il prossimo futuro.

La prima è la indefettibilità della necessaria strumentazione informatica che deve essere a disposizione del lavoratore. Aver lasciato (quasi) tutti a casa da un giorno all’altro ha reso inevitabile per molti operare col proprio computer e grazie alla rete internet casalinga e, se la gestione dell’emergenza sembra reggere, quest’ultima ha comportato, per taluni, l’impossibilità di accedere ai sistemi di protocollo, alle reti intranet o alle cartelle condivise in locale e la conseguente necessità di continui, laboriosi scambi di file che allungano i tempi di lavorazione dei dossier. Richiamando appena il tema relativo alla sicurezza dei dati, è evidente che una buona prestazione agile riposa, in primo luogo, sulla capillare ed efficiente dotazione informatica in rete. Ma non basta. Serve una ulteriore spinta alla alfabetizzazione informatica dei dipendenti pubblici, particolarmente necessaria alla luce dell’età media molto alta delle amministrazioni (55 anni a fine 2017), e deve potersi contare su una infrastruttura digitale del Paese solida e “a prova di futuro”, come riporta la Strategia Italiana per la banda ultralarga (alzi la mano chi nelle ultime settimane si è trovato in infernali videoconferenze in cui la connessione lasciava a desiderare).

La seconda lezione investe il ruolo e la responsabilità della dirigenza nel condurre efficacemente l’attività quotidiana degli uffici. Nel riconoscere, senza infingimenti, che in non pochi casi lo smart working è stato sinora vissuto come l’ennesimo adempimento, è in agguato una vera e propria trappola cognitiva che induce il dirigente della struttura a credere di dover compiere uno sforzo ulteriore per trovare i compiti da affidare al collaboratore che lavori fuori dall’ufficio, quasi a compensare il beneficio concesso. È un aspetto non trascurabile, che investe l’animus profondo dell’organizzazione del lavoro pubblico, profondamente intrisa di “tornellismo” indotto e che prova due cose: da un lato, lo scarso livello di vicendevole fiducia tra i membri del corpaccione dell’amministrazione pubblica e, dall’altro, la ancora insufficiente comprensione delle potenzialità dello strumento. Le nuove coordinate di lavoro agile, infatti, non intaccano affatto la gestione delle attività e dei carichi di lavoro ma prevedono unicamente che vengano svolti al di fuori delle quattro mura dell’ufficio, scommettendo su autonomia e risultato. Il lavoro in presenza e la socialità sul posto di lavoro restano naturalmente essenziali ma viene richiesto, al contempo, di “mollare gli ormeggi” del proprio bagaglio culturale-percettivo e far leva su un patto fiduciario tra lavoratori. Questo anomalo dilemma del prigioniero ha esito win-win se la dirigenza è capace di rendere evidenti e comunicare efficacemente gli obiettivi cui si tende come squadra e responsabilizzare ogni singolo collaboratore investito del processo per risultati.

La costruzione di una disciplina quotidiana è la terza lezione da apprendere per il successo di questo passaggio organizzativo: i vantaggi che il lavoro agile comporta (evitare spostamenti, trovar spazio per le esigenze della famiglia, etc.) possono trascinare con loro, quale esternalità negativa, una dimensione totalizzante che, nel lungo periodo, può intaccare il valore dello strumento se non si riesce a fissare i paletti di tempi e spazi riservati al lavoro. Se l’efficienza può aumentare in ragione della maggiore concentrazione e minore dispersione di attenzione e tempo che spesso governa uffici “mediterranei” come quelli Italiani, di converso il superlavoro (o overworking) è dietro l’angolo: telefonate, e-mail e videochiamate continue rischiano di travalicare ogni argine alla disconnessione e causare, alla fine, insoddisfazione e perdita di efficienza. Una simile disfunzione, peraltro, potrebbe paradossalmente penalizzare le lavoratrici, tipicamente i soggetti ancora maggiormente gravati dai carichi di cura familiari, ed erodere, quindi, il valore di conciliazione proprio dello strumento.

Cosa ci aspetta, allora? Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano l’adozione di un modello “maturo” di smart working per le imprese può generare un aumento del 15% della produttività per lavoratore, ovvero 13,7 miliardi di euro di benefici complessivi a livello di sistema-Paese. Inoltre, dal punto di vista dei lavoratori, una sola giornata a settimana di modalità lavorativa agile comporta un risparmio medio di 40 ore all’anno di spostamenti e una riduzione di emissioni pari a 135 kg di CO2 all’anno. La PA non fa eccezione: se, tuttavia, si vuole che la macchina pubblica vada di pari passo con la società in cui opera e non la rincorra, virare con decisione per il lavoro agile a tutti i livelli di governo, agendo sul mutamento della cultura organizzativa interna di ministeri, enti, regioni e comuni, è una scelta irrinunciabile. Come? Ad esempio restituendo elasticità allo strumento al netto delle necessarie garanzie dell’istituto, incrementandone la diffusione ben oltre il 10% dei lavoratori e utilizzando tecniche di monitoraggio che ne accompagnino l’evoluzione Sempre secondo l’Osservatorio di Milano, lo smart working è “una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”: siamo ben lontani dall’aver internalizzato un simile approccio, ma lo shock che le pubbliche amministrazioni stanno forzatamente subendo potrà avere impatti positivi in termini di spinta al cambiamento. È un’occasione che non va persa.

Pubblicato su Phastidio

Mettetevi comodi, è ripartita la caccia al burocrate

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Signore e signori, mettevi comodi: è ripartita l’onda lunga della caccia al burocrate. Complice il clima da Covid-19, che ha colpito in modo drammatico l’Italia, riemerge sui mezzi di comunicazione il rancore sordo che tanti covano avverso i travèt nostrani. Nulla di nuovo, per carità: la pubblicistica Italiana conta migliaia e migliaia di pagine avverso i mali della burocrazia, con una serie pressoché infinita di accaniti censori che, quale rimedio per le innumerevoli magagne di cui soffre il Paese, predicano la soluzione finale per tecnocrati e tecnocrazia. Non che non manchino le cose da fare, naturalmente. Come in tutte le democrazie complesse, in Italia sono accresciuti a dismisura i compiti regolatori richiesti alla macchina pubblica, alle prese con una bulimia normativa che, non lo si trascuri, è ormai in gran parte in mano agli esecutivi, con un corto circuito legislativo la cui matassa va dipanata, alla fine della fiera, proprio dai dannati delle scrivanie. Per il resto, Max Weber è ancora di vivissima attualità: la burocrazia ha certamente un alto grado di autoreferenzialità e, soprattutto in Italia, vive ancor troppo, in maniera quasi esasperata, di formalismo adempimentale. Molto è cambiato e molto è in trasformazione. Una delle conseguenze dell’epidemia che ha colpito l’Italia è quella di aver dato una fenomenale scossa agli uffici col lavoro da remoto, l’ormai noto smart working, con tutti i potenziali, positivi riverberi sull’organizzazione pubblica, i cui effetti andranno attentamente valutati per il futuro. Insomma, ben vengano le critiche: il sistema delle amministrazioni pubbliche è un’organizzazione come tutte le altre e se non si trasforma muore.

Colpisce, tuttavia, come si passi, senza pudore, dal giudizio severo e l’analisi, pure impietosa, al qualunquismo populista. Sbandierare assiomi nel carezzare il pelo al popolo dei forconi sembra diventato lo sport preferito di molti in uno dei momenti più critici che il Paese vive dal secondo dopoguerra ad oggi. Qualche esempio? Su “il Riformista” del 17 marzo, Piero Sansonetti, in un pezzo dal sobrio titolo “Burocrazia, il male che sta uccidendo chi ha il coronavirus”, si chiede quando ci si deciderà “a fare la guerra alla burocrazia e all’etica dei burocrati che travolge lo spirito di un Paese”. Angelo Panebianco, sul “Corriere della Sera” del 27 marzo, non ha dubbio alcuno: non si pensi, scrive, che “i grandi intralci che la burocrazia pone alle attività economiche siano dovuti solo all’ottusità” (bontà sua), perché il vero motivo per cui “occorrono tempi biblici e una grande quantità di adempimenti per poter aprire un qualunque esercizio economico e poi per poterlo mantenere è che ne viene esaltato il potere discrezionale della burocrazia”. Non si chiede, l’illustre professore, chi e perché ha stabilito quelle procedure, dato che, conclude, “è la storia italiana” che lo dimostra. Amen. Franco Bechis, su “Il Tempo”, nel suo articolo del 28 marzo “Via la burocrazia o si muore”, sostiene che “bisogna mettere via ogni norma, ogni istruzione, ogni baraccone come Inps, Consip e quanto altro” per salvare il Paese: insomma, alla bersagliera, per citare l’immortale Ragionier Fantozzi Ugo. Il 21 marzo Giuliano FoschiniMarco Mensurati e Fabio Tonacci su “La Repubblica” firmano una pagina che denuncia il vergognoso meccanismo da borsa nera per le indispensabili mascherine, mettendo però assieme, chissà perché, “sciacalli e burocrati” (ops!): poco conta che nel pezzo non si trovi evidenza del fatto che si facciano affari insieme, il messaggio è stato lanciato. Dal canto suo Alessandro De Nicola, docente ed editorialista solitamente acuto nelle sue analisi, su “la Stampa” del 28 marzo afferma, in un articolo dal misurato titolo “I burocrati ostacolano la Nazione” (addirittura?), che “appare evidente come le pastoie e la mentalità burocratiche siano il primo peso di cui liberarci per avere una chance di successo”: appare evidente?

Nossignori, non si intende minimizzar nulla o negare che procedure, regole e prassi possono e devono essere cambiate e migliorate. Lo chiedono – pensate – gli stessi burocrati. E neppure ricordare per l’ennesima volta che la cattiva burocrazia va spesso a braccetto con la cattiva politica, che scarica a valle la sua rincorsa al momento e all’annuncio di risultati che tali non sono, tanto c’è chi ci metterà una pezza domani. Siamo tutti donne e uomini di mondo, diamo tutto il pacchetto per acquisito. Il punto è che sorprende – anzi, sgomenta – come sembra si sia sempre più spesso incapaci di formulare un pensiero solido, fondato sulla comprensione del fenomeno su cui si intende offrire la propria opinione o il proprio contributo. Il funzionamento della macchina dello Stato non è cosa semplice, proprio come non è semplice gestire una banca, una compagnia telefonica, un giornale. Anzi, di più. Eppure, il Paese sforna continuamente battaglioni di esperti di pubblica amministrazione, pronti a elargire ricette miracolose infilate sulle baionette. Appare smarrito il piacere dell’approfondimento, persa la capacità di dialogo, pure aspro, ma che vuole arrivare ad una sintesi che porti ad un passo avanti. Regna la voglia di “asfaltare” (che orrore!) il nemico oggettivo per eccellenza, colpevole a prescindere, direbbe il Principe. Non ci si meravigli: l’argine è stato travolto da tempo, con un vero e proprio salto di qualità compiuto dall’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi che, nel dichiarare in un evento pubblico che occorreva aggredire la burocrazia, il “nostro più grande avversario” , arrivava a dire che nella palude Italiana “i funzionari, i dirigenti pubblici, i burocrati ci sguazzano, ma nella palude le famiglie italiane affogano”.

È l’aria che tira: è sufficiente, d’altronde, scorrere sui social network i commenti a prese di posizione come quelle illustrate per inorridire e immedesimarsi seduta stante nel povero Dante Ceccarini, l’esilarante e ingenuo personaggio interpretato da Roberto Benigni in “Johnny Stecchino”che, indotto a prendere il posto del criminale suo sosia, viene seraficamente e continuamente apostrofato da un implacabile concittadino come “Assassino!”. Non ci si può esimere, tuttavia, dal fare due richiami. Il primo richiamo è alla responsabilità di chi si rivolge alle pubbliche opinioni, soprattutto in un momento così delicato per il Paese. Delegittimare, senza fare nomi e cognomi, un’intera categoria di lavoratrici e di lavoratori che, al netto dei mille problemi di cui soffre la nostra burocrazia, fanno andare avanti la carretta non è solo velleitario, ma dannoso. Semplificare per solleticare mortifica chi fa il proprio dovere e lavora con dedizione per le comunità, mina la credibilità delle Istituzioni e ingenera rabbia sociale nei cittadini. Il secondo richiamo è alla ragione, merce sempre più rara oggidì. In questa rinnovata caccia all’untore qualcuno si azzarda a chiedersi perché quel funzionario o quel dirigente si dovrebbe ostinare a mettere i bastoni fra le ruote alla politica, a sabotare astutamente il glorioso flusso degli eventi, a elaborare, nel chiuso del suo polveroso ufficio, ogni possibile, inimmaginabile cavillo per rendere impossibile la vita dei cittadini e affossare definitivamente il Paese? Perché, in nome di Dio? Al netto di tutti i difetti propri della burocrazia pubblica, spacciare l’idea che i civil servant, cittadini Italiani come gli altri, operino scientemente e dolosamente a danno del Paese, soprattutto quando le persone muoiono per il contagio, è semplicemente vergognoso. Mentre da un lato medici, infermieri, operatori della protezione civile e forze dell’ordine sono in prima fila per contrastare il contagio da corona virus e, dall’altro, impiegati, funzionari e dirigenti nei tanti uffici portano avanti, tra mille difficoltà, l’ordinaria amministrazione per far sì che lo Stato non si fermi, certe accuse suonano ingenerosi e lunari. Si affrontino senza peli sulla lingua tutte le crepe che attraversano la nostra (sì, è nostra!) amministrazione, non per punire in nome di un livore giacobino, ma per far crescere al meglio una delle componenti indefettibili del Paese, che ha l’onere e l’onore di servire al meglio cittadini, famiglie e imprese. Sappiate che costa fatica: tanta. E da parte di tutti gli attori in gioco. Se gli opinion maker di casa nostra vorranno tenere a mente queste poche cautele, chi ne trarrà vantaggio sarà il Paese, noi tutti.

Pubblicato su Formiche