Burocrate a chi?

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È stato recentemente presentato, nel corso di un affollato dibattito al Palazzo di Giustizia a Roma, un libro recante un titolo che, di per sé, è una rivendicazione di orgoglio: Burocrate a chi? Riflessioni sulla pubblica amministrazione (Rubbettino Editore, 2018). Il volumetto, agile e destinato anche e soprattutto a un pubblico di non addetti ai lavori, è stato scritto da una “burocrate” di carriera, Paola D’Avena, e si inserisce in un dibattito pubblico troppo spesso partigiano e avvelenato, che vive di luoghi comuni e che manca drammaticamente di respiro lungo. Da questo punto di vista, è certamente degno di nota che sia una pubblica funzionaria, dirigente generale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, a prendere la parola e dire la propria, segno del fatto che se il civil servant parla certamente con i propri atti, non deve rinunciare a far conoscere la propria opinione su temi fondamentali legati ai precetti costituzionali del buon andamento e dell’imparzialità dell’amministrazione. Diciamolo subito: non si è in presenza di una difesa a spada tratta del funzionario pubblico e della macchina amministrativa Italiana, i cui problemi sono molti e radicati. Tuttavia, nell’affrontare alcuni dei temi nodali per la PA, come la dirigenza, la valutazione e i controlli, la comunicazione, il volume offre alcune proposte pratiche di intervento (minimali, le definisce l‘Autrice), mettendo in luce le contraddizioni profonde che possono celarsi dietro ogni riforma dell’amministrazione. Anzi, potrebbe dirsi che le grandi riforme, che si ama periodicamente battezzare come epocali, e che investono in primis la dirigenza, rappresentino non infrequentemente un grande inganno. Chiunque mastichi di amministrazione, come l’Autrice, è ben consapevole che la promulgazione di una legge costituisce solo il primo passo verso la modifica dell’esistente e la produzione di effetti positivi per i cittadini. Mentre la responsabilità della fase di messa in pratica ricade sulla macchina pubblica, che ha il compito di sbrogliare contraddizioni, trovare soluzioni pratiche, spianare la strada alla corretta implementazione delle norme. Non casualmente, il libro, nell’attraversare orizzontalmente le dimensioni più significative della vita dell’amministrazione, tiene ben presente la figura del dirigente e del rapporto fra quest’ultimo e la politica, la cui dinamica, spesso vivace, influenza l’azione amministrativa. Un rapporto che, indispensabile al corretto funzionamento delle amministrazioni (e dello Stato, occorre aggiungere), talvolta si piega e si deforma per adattarsi ad uno scambio al ribasso su cui i due attori decidono di patteggiare: per l’appetito della politica, che naturaliter cerca appoggi solidi all’interno della burocrazia, e per l’opportunismo della dirigenza, che può, dal canto suo, mostrarsi fedele al Principe del momento per perseguire una propria, personale agenda. Per combattere tali patologie, che pure esistono, occorre non dimenticare che la risorsa più importante su cui le organizzazioni pubbliche possono contare resta la risorsa umana e che assume importanza fondamentale adottare tutte quelle misure che permettano alla dirigenza pubblica, che è ontologicamente diversa da quella privata, di operare al meglio anche in situazioni avverse, ovvero in presenza di funzionamenti non virtuosi del sistema. Da questo punto di vista, le pagine di D’Avena mettono a nudo le contraddizioni di un ordinamento affollato di norme e scintillante nel suo formalismo, ma costellato di insidie, di cui il dirigente può sovente essere la prima vittima. Un bagno di realtà, che fa risuonare ancor più forti le parole di Benedetto Croce che, ormai quasi un secolo fa, trattava della perfetta amministrazione, schema astratto che non può trovare rispondenza nel quotidiano. Come tutte le organizzazioni, infatti, anche quella pubblica è un essere vivente, con i suoi acciacchi e i suoi anticorpi. Con i suoi parassiti, persino. Ma per chi crede nel ruolo fondamentale dell’amministrazione pubblica nella vita democratica di un Paese, la consapevolezza di tale condizione è una ragione in più per non smettere di ricercare soluzioni per il migliore funzionamento degli apparati burocratici e per tentare di dar vita ad una discussione seria e profonda, a prescindere dalle maggioranze politiche e dalla mutevolezza delle opinioni pubbliche.

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La preziosa tutela del dissenso

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Venerdì 9 novembre: una signora di 59 anni, casalinga, con le sporte della spesa, scorge il Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che entra all’Università Lumsa a Roma per partecipare ad un convegno. La donna, dall’altra parte della strada, poggia in terra la spesa e comincia a contestarlo: fischia e urla “ridicolo”, “buffone”. Arrivano alcuni agenti di polizia che – come si vede chiaramente dal video pubblicato su alcuni siti – le impediscono fisicamente di proseguire la sua protesta e la identificano. Giovedì 22 novembre: il Ministro dell’Interno parla a Tortolì, in Ogliastra, in occasione della apertura di una sede di partito davanti alla folla delle grandi occasioni. Marcella Lepori, ex sindaco, e Katia Cerulli, entrambe avvocate, posizionate a 50 metri dal luogo del comizio protestano, con un piccolo gruppo di persone, contro la presenza del leader leghista intonando “Bella ciao”. Alcuni agenti di polizia si qualificano e identificano i contestatori, fotografandoli con il cellulare. Due episodi isolati? Probabilmente. Ma assai preoccupanti. Va detto sin d’ora, a scanso di possibili equivoci: è stata assolutamente censurabile la contestazione contro Matteo Salvini a San Lorenzo a Roma lo scorso 24 ottobre, quando si è cercato di impedirgli fisicamente di recarsi sul luogo della morte di Desirée Mariottini. In quella occasione era lo Stato, nella persona del Ministro dell’Interno, a portare la sua presenza sul luogo in cui una ragazzina aveva perso la vita. Allo stesso tempo, tuttavia, appare davvero poco comprensibile che agenti delle forze dell’ordine, che hanno, naturalmente, il delicatissimo compito di tutelare l’incolumità del Ministro, intervengano in occasione di manifestazioni di democratico dissenso, in cui sono protagoniste, peraltro, delle donne. Se nel quartiere di San Lorenzo a Roma si era in presenza di possibili problemi di protezione dell’incolumità fisica del Ministro, nei due casi ricordati non si registrava alcun pericolo concreto. Si è trattato, più semplicemente, di contestazioni di natura politica, esercitate financo a distanza di sicurezza. Se il quadro è questo, non può che censurarsi sia l’intervento della polizia per impedire la contestazione, di natura non violenta e democratica, sia la successiva identificazione. Si può, naturalmente, essere d’accordo o meno con la protesta in sé. E, magari, non approvare la natura, l’occasione, e le modalità della protesta stessa: vivaddio! Ma è del tutto inaccettabile impedire a cittadini, in possesso del pieno dei loro diritti civili e politici, di contestare un esponente politico, a qualsiasi forza politico-parlamentare ella o egli appartenga. Le forze dell’ordine fanno il loro dovere, è evidente: sarebbe, nondimeno, opportuno capire quali siano le regole di ingaggio cui si attengono coloro che hanno il compito, di grande responsabilità, di tutelare le persone loro affidate e, eventualmente, modificarle. Le aule giudiziarie possono, se del caso, stabilire se la contestazione di turno possa configurare un qualche reato. Ma intervenire quando si esprime, liberamente e a viso scoperto, il democratico dissenso e la libera critica contro un rappresentante delle Istituzioni, beni di tutti i cittadini, non è solamente e palesemente contro la Costituzione Italiana. È contro il normale buon senso.

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La cooperante e il giornalista

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Sulla vicenda di Silvia Romano, giovane cooperante rapita in Kenya, la prima buona notizia è quella relativa al fatto che sia ancora viva. Inutile immaginare lo stato di angoscia e preoccupazione dei genitori e degli amici: l’unico auspicio è che torni presto all’affetto dei suoi cari sana e salva. Si prova certamente grande tristezza – disgusto, sarebbe meglio dire – di fronte all’ondata di ignobili insulti a Silvia sui social network, il cui leitmotiv è il solito: se l’è andata a cercare. Vuoi aiutare i fragili del mondo? Non andare lontano e resta a casa tua, ché il daffare non manca. Come se la voglia di dare debba esser limitata dentro i confini nazionali. Se è inutile tentare di spiegare a costoro i rudimenti della cooperazione internazionale allo sviluppo, ha fatto intanto scalpore un “uno-due” di Massimo Gramellini, giornalista, scrittore e conduttore televisivo, firma notissima della stampa Italiana. La sua rubrica sul Corriere del 22 novembre ha scatenato una valanga di critiche, imputando a Gramellini la colpa di voler gettare su Silvia le medesime accuse di quelli che lui stesso definisce “gabbiani da tastiera”, in particolare per il suo incipit, che recitava: “Ha ragione chi pensa, dice o scrive che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya da una banda di somali avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana della Caritas, invece di andare a rischiare la pelle in un villaggio sperduto nel cuore della foresta. Ed è vero che la sua scelta avventata rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto”. Sostiene Gramellini nella sua replica del giorno seguente (“La riscrivo”) che “i social hanno instaurato la dittatura dell’impulso, che porta a linciare prima di sapere e a sostituire la voglia di capire con quella di colpire. Si tratta di […] persone che, in nome del Bene, arrivano ad augurarti di morire. E hanno talmente fretta di fartelo sapere da non accorgersi nemmeno che su Silvia tu la pensi come loro”. Sono ovviamente da condannare senza appello insulti, minacce e contumelie varie: alle idee si risponde con le idee, ed è una regola aurea assai preziosa in questo periodo in cui i social network possono facilmente veicolare odio, frustrazioni ed eccessi dei quali sembra essersi persa la vergogna. Confesso, tuttavia, che, rileggendo i due scritti, un po’ di disagio lo si prova. Avrò un limitato spirito di indagine critica, sono pronto ad ammetterlo: ma riconoscere “la logica di alcune argomentazioni contro la cooperante per arrivare nelle righe successive a rovesciarle” non mi convince. Si potrebbe dire: si è spiegato male, capita. Forse. Credo, in realtà, che Gramellini si sia spiegato benissimo. Da un lato ha riconosciuto la fondatezza della logica di chi ritiene inutile e dannosa l’azione dei cooperanti. Dall’altro ha condannato – giustamente e condivisibilmente – gli attacchi e gli insulti rivolti a Silvia. Vasi non comunicanti, insomma. Ma c’è di più: parlare di ramanzina e avventatezza e confinando la scelta di Silvia Romano nell’entusiasmo della dimensione giovanile e sognatrice della sua età pare svilire non solo la pienezza del suo agire ma, a ruota, anche la concretezza delle azioni di tante donne e tanti uomini, giovani e meno giovani, che hanno deciso di impegnarsi per la giustizia nel mondo. Suona tronfio, lo so: ma non c’è altro modo di dirlo. E se ho piena stima del Gramellini uomo e professionista, quel fra le righe che traspare, magari involontariamente, dai suoi scritti credo abbia una valenza più ampia. E temo derivi da quanto siano penetrati, pure a forza e non voluti, nel nostro inconscio civile il sostanziale disprezzo per l’altro, il menefreghismo sfrontato per chi sta fuori dell’uscio di casa e l’odio malcelato per quelli che temiamo vogliano accaparrarsi chell che è nuost. E, di conseguenza, il fastidio per coloro che alzino gli occhi oltre gli angusti confini di casa nostra. Probabilmente mi sbaglio. O mi spiego male. In caso, la riscrivo.

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Stan Lee, un gigante delle nuvole parlanti

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Stan Lee, the Man, se ne è andato. Il Creatore dell’universo fumettistico della Marvel Comics, che ha dato vita all’Uomo Ragno (sì, si chiamava così quando arrivò in Italia nel 1970) e ad una messe sterminata di personaggi, è morto a quasi 96 anni suonati. Entra a pieno titolo nel Pantheon del fumetto, assieme ai mostri sacri: Lee Falk, Carl Barks, Wilson McCoy, Hergé, Schulz, Bonelli (Sr e Jr), Will Eisner solo per citarne alcuni. Senza tralasciare Jack Kirby e Steve Ditko, artisti potenti e insuperabili, co-creatori con lui di personaggi celeberrimi, al netto delle diatribe sul chi creasse cosa e quanto. Non ci sono sufficienti parole per descrivere cosa Stan Lee abbia significato per milioni di ragazzi in tutto il mondo. Quanto potessero essere prodigiose le sue storie di vita quotidiana, di fantascienza, di magia. Quanto fosse facile identificarsi con i nuovi supereroi con super problemi, che all’inizio degli anni ’60 del secolo scorso portarono una ventata di novità – una vera e propria rivoluzione, sarebbe meglio dire – nell’editoria di settore, surclassando gli eroi della DC Comics, la Distinta Concorrenza, come si usava dire allora. Difficile spiegare come sia nitido il ricordo, per un vecchio nerd incallito, dell’odore di quelle pagine dei fumetti dell’Editoriale Corno, prima a colori e in bianco e nero, poi finalmente tutte a colori. O riuscire a rendere comprensibile ai lettori di oggi (sempre di meno, purtroppo) come la Casa delle Idee riuscisse a trasmettere l’elettrizzante fascino di un mondo lontano, gli Stati Uniti d’America, i cui grattacieli, anche grazie a quei fumetti, abbiamo imparato a (ri)conoscere come le strade sotto casa. Scazzottate, certo: assieme a tanto, tantissimo altro, infilato in un racconto tenuto sotto spandex ma ricolmo di umanità. Molti dei ragazzi che oggi leggono storie Marvel conoscono Stan Lee come il papà dei personaggi del grande schermo, ormai popolarissimi in tutto il mondo. Quel vecchietto baffuto che regolarmente, in ogni film, faceva capolino con un cameo che mandava in visibilio i vecchi lettori, che si davano di gomito. Eppure mai nessun film, nessun blockbuster, nessuna mega produzione potrà mai eguagliare la fisicità disperata dell’Uomo Ragno (sì, l’Uomo Ragno) che solleva un enorme blocco di macerie, lo stupore nel vedere i Fantastici 4 gettarsi senza paura in una misteriosa e terrificante Zona Negativa, Capitan America buttarsi nella mischia solo col suo corpo ed il suo scudo, la vista spettacolare di una Asgard kyrbiana su cui atterra il Dio del Tuono. A naso, un tesoretto di qualche centinaia di storie che rappresentano ancor oggi, a distanza di decine d’anni, un esercizio di stile, di classe, di fuochi d’artificio. Anche di ingenuità, non c’è dubbio: Stan Lee era un figlio dei suoi tempi e, anzi, pochi come lui hanno saputo interpretarne lo spirito attraverso il fumetto. Un fumetto seriale, popolare. Improvvisato persino. Su carta pessima. Ma ribollente, numero dopo numero, di invenzioni, di dinamicità, di pathos. Un’atmosfera tuttora insuperata, che non aveva bisogno di edizioni speciali o copertine in rilievo per far vendere di più. Semplicemente, riusciva a far crescere, albo dopo albo, un universo narrativo coerente in cui far interagire i suoi personaggi: i quali vivevano vicende, spesso drammatiche, in cui i lettori potevano, tutto sommato, riconoscersi. Scorreranno ora fiumi d’inchiostro e abbonderanno i servizi televisivi in cui Stanley Martin Lieber verrà ricordato: pochi sapranno davvero di cosa stanno scrivendo o parlando, pochissimi avranno provato la sensazione di tuffarsi nelle storie Marvel gettati sul letto o stesi su un prato. Restano senza risposte domande fondamentali come, su tutte, se sia più forte Hulk o la Cosa. Ma resterà la magia. E resterà certamente per chi si è sentito, si sente e sempre si sentirà un true believer. So long, Stan. Excelsior!

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No. Nessuna divisione sul 25 aprile

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Sta facendo discutere la proposta lanciata da Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, di reintrodurre la festività nazionale del 4 novembre, l’anniversario della vittoria della I Guerra Mondiale, in quanto sarebbe una data molto più unificante di altre che oggi sono feste nazionali, come il 25 aprile e il 2 giugno, festa della Liberazione e festa della Repubblica Italiana, che sarebbero invece divisive. Nel video su Facebook che lancia l’iniziativa, con l’hashtag #nonpassalostraniero, la presidente di FDI ricorda che “100 anni fa vincemmo la Prima Guerra Mondiale. I nostri Eroi ci fecero liberi e sovrani. 100 anni dopo ricordiamo il loro sacrificio combattendo la stessa battaglia contro i nuovi invasori”. È una legittima propaganda politica, avverso i fenomeni delle migrazioni e della globalizzazione dei mercati, con cui si può essere o meno d’accordo. Ed è vero: la celebrazione della vittoria della Grande Guerra era festa nazionale sino al 1977, quando venne abolita, un po’ per risparmiare, dato il periodo di austerity (anche la parata del 2 giugno era stata cancellata nello stesso anno, per essere poi ripristinata da Ciampi nel 2001), un po’, per chi ricorda quegli anni, perché vittima di una certa cultura antinazionale, quando anche suonare l’inno appariva fuori luogo e sospetto di simpatie autoritarie. Altri tempi. Getto subito la maschera, tuttavia: sono un obiettore di coscienza, e provo una qualche difficoltà nello sperticarmi nel celebrare le morti di milioni di giovani Italiani, mandati a morte come tante pedine in un gioco più grande di loro. Un massacro che mise in ginocchio l’Italia, dando forza alla narrazione della cosiddetta vittoria mutilata sulla mancata cessione di Fiume, e gettò le basi per la creazione delle condizioni che permisero l’avvento del Fascismo. Capiamoci, tuttavia, sul cosa si intenda celebrare. Benedetto XV definì la Grande Guerra come una “inutile strage”, in cui Italiani di ogni parte della penisola, civili e militari, morirono nelle trincee, feriti a morte, asfissiati o, più semplicemente, di stenti. Più che una celebrazione, allora, il ricordo: il ricordo di chi ha perso la vita per un ideale o, spesso, solo perché costretto. Ed un monito: un monito contro la follia della guerra.

Quel che non mi convince affatto, tuttavia, è il paragone per contrasto con il 25 aprile, anniversario della liberazione d’Italia dal nazifascismo, o col 2 giugno, perché feste divisive, come ha sostenuto l’on. Francesco Lollobrigida, presidente del gruppo FDI alla Camera, nella conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa assieme a Meloni. Premesso che le celebrazioni di cui si parla non necessariamente si escludono le une con le altre, e che non mi associo alla elezione di una festa nazionale su tutte, suona davvero bizzarra la denuncia che la Liberazione (o la festa della Repubblica!) divida. Ma divide chi da chi? Diciamolo chiaramente: ove si intendesse equiparare chi instaurò una dittatura e fiancheggiò i nazisti, persino aiutandoli a rastrellare gli ebrei Italiani, a chi prese le armi per cacciare i nazifascisti, non ci siamo. Non ci siamo storicamente, politicamente, e civilmente. Chi ha sacrificato la propria vita perché in Italia tornasse e si consolidasse una democrazia, che ha retto momenti drammatici negli ultimi settanta anni e più, va ricordato. Sempre. Anche a fronte dei tanti che cambiarono casacca in una notte. E la difesa dei principi democratici dovrebbe essere patrimonio comune di tutti i membri di una comunità nazionale, indipendentemente dalla loro collocazione lungo l’arco costituzionale, perché parte di un nucleo indefettibile di valori di ciascuno, senza i quali muta il regime dello Stato. Se si ritiene che l’Italia stia oggi cedendo pezzi della propria sovranità rispetto ad altre strutture sovranazionali come l’Unione europea o le Nazioni Unite, e lo si considera un fenomeno dannoso, è perfettamente legittimo portare avanti una battaglia politica in tal senso. È doveroso, persino. Attenzione, però: la discussione su quali forme debba (o possa) assumere il quadro dei rapporti regionali ed internazionali fra Stati nel XXI° secolo nulla ha a che fare con la netta demarcazione di chi allora è stato nel giusto e chi no. Ai morti, tutti i morti, l’umana simpatia. Senza, tuttavia, mai dimenticare la differenza fra chi ha combattuto per la democrazia, l’eguaglianza e la libertà e chi voleva la soppressione di tutto ciò. Nessuno spazio per polemiche ideologiche, qui: regna la Costituzione. A meno di voler ritenere che avesse ragione chi oggi avrebbe impedito proprio questo dibattito. Allora sì che ci si dividerebbe. E meno male.

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Su Roma è tempo di tirare le somme

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Con la sua travolgente elezione al ballottaggio del 19 giugno 2016 (ben 770.564 voti) Virginia Raggi è diventata il più giovane sindaco di Roma della storia e, allo stesso tempo, anche la prima donna a ricoprire tale carica. “Noi dobbiamo oggi avvicinarci all’importante compito che ci attende con senso del dovere e con umiltà nella piena consapevolezza che ricostruire una città in macerie, come quella che ci hanno lasciato, non sarà certamente facile – scandiva la Sindaca nel suo discorso di insediamento – ma ce la possiamo fare. È un obiettivo che il M5S può e vuole raggiungere”. In occasione della due giorni del Movimento a Roma del 20 e 21 ottobre, la Sindaca, in linea col suo esordio, ha ieri dichiarato su Twitter: “Ci hanno lasciato una città e un paese depredati. I barbari sono loro. Noi ci prendiamo l’onore e l’onere di ricostruire dalle loro macerie. E ce li prendiamo con orgoglio. Noi non ci arrendiamo mai”. Sono passati più di due anni dall’insediamento e, chiuso il periodo di prova, particolarmente lungo per chi deve avere a che fare con la Capitale d’Italia, è arrivato il momento di tirare le somme. Diciamolo subito, senza spirito di partigianeria politica: mai come nel governo del territorio conta non tanto la bandiera di appartenenza quanto la capacità di una classe politica di governo di incidere sullo stato delle cose, di dare un segnale, di ridare speranza alla cittadinanza. Ebbene, alla domanda se dal 2016 la situazione di Roma e la vita dei cittadini siano migliorate, la risposta non può che essere negativa. Ove si pensi alla quotidianità di ciascuno di noi, abitanti della Capitale, il saldo di questi ultimi due anni è decisamente in rosso.

Il processo di inarrestabile degrado in cui è precipitata quella che nel mondo è nota come la Città Eterna non solo non si è arrestato, ma non ha dato neppure segni di un parziale rallentamento. Mai come in questi ultimi mesi è apparso evidente lo stato di abbandono in cui versa Roma. Troppo facile sparare sull’AMA e sulla raccolta rifiuti: basta farsi un giro a piedi per rimanere sconvolti dai cumuli maleodoranti di monnezza ad ogni angolo con cui piccioni, gabbiani e ratti fanno festa. Il sistema dei mezzi di trasporto pubblico arranca, sempre meno efficiente e, soprattutto, sempre più difficoltoso per i cittadini, specialmente per le categorie più fragili che si avventurano in città. Inutile spargere lacrime sullo stato del manto stradale: parlano le schiene distrutte dei centauri romani e gli ammortizzatori a pezzi delle auto in circolazione. Ha fatto ormai il suo ingresso trionfale a Roma la foresta tropicale, in questo aiutata da un clima impazzito: dove c’erano prati ora c’è un imperversare di arbusti ed erbacce ad altezza uomo di cui nessuno si cura da tempo. Insomma, la sensazione è quella di trovarci in una sorta di città di confine, dell’estrema frontiera in cui la cura dei servizi e dell’ambiente circostante è affare secondario, essendo tutti occupati nella mera sopravvivenza del giorno dopo giorno. E questo sembra si faccia oggi a Roma: sopravvivere. Sopravvivere al traffico, al rumore, ai taxi abusivi, allo scempio del bello. La Capitale d’Italia, una delle metropoli europee, la città forse più conosciuta nel mondo, simbolo dell’Italia e dello stile di vita Italiano, sede del Vaticano e riferimento per la cristianità, langue: e questo non può essere tollerato.

Ma non è tutto qui. A questo insopportabile clima di degrado si aggiunge, purtroppo, un generale imbarbarimento della vita quotidiana e delle relazioni civili. Se Roma è un museo a cielo aperto, con 20 milioni di arrivi e 40 milioni di presenze nell’ultimo anno, il turismo resta del tipo mordi e fuggi, pronto a filare via dal caos romano. Mentre il traffico veicolare strozza e avvelena tutti noi, si continua assurdamente a morire sulle strisce pedonali e in disastri dovuti alla velocità. Il diritto al riposo dei cittadini è sacrificato sull’altare della movida notturna, oramai onnipresente in ogni stagione ed in ogni zona della città, e non si contano le risse notturne finite a bottigliate ed accoltellamenti. Cinema storici, tristemente, chiudono i battenti, rimpiazzati da banche, sale bingo o negozi di paccottiglia. E, se tutt’intorno la situazione precipita, i cittadini non sembrano collaborare: stanchi e arrabbiati, sono – siamo – i perfetti testimoni della solidità della teoria delle finestre rotte, elaborata a partire dal 1969 dalla psicologia sociale americana, secondo cui il disordine urbano ha la malevola capacita di generare comportamenti antisociali da parte della collettività. Ecco, se questa è la condizione in cui versa Roma, che sembra sempre più il laboratorio del rancore sociale denunciato nell’ultimo “Rapporto sulla situazione sociale del Paese” del Censis, una classe politica di governo responsabile dovrebbe farsi quattro conti e non trincerarsi dietro a slogan e scaricabarili sul passato, ma dire, chiaro e tondo, quali siano le soluzioni concrete che vuole mettere in campo per cambiare la vita dei suoi cittadini. E, al contempo, una classe politica di opposizione dovrebbe offrire al dibattito pubblico alternative solide e di prospettiva, senza lasciarsi andare a scaramucce da bar e a lotte interne di potere. Roma – se non si fosse ancora capito – non è una città qualunque e l’improvvisazione finisce regolarmente per cozzare con la millenaria rassegnazione di chi, come diceva il Belli, sa che “l’ommini […] so’ l’istesso che vaghi de caffè ner macinino: ch’uno prima, uno doppo, e un antro appresso, tutti quanti però vanno a un distino”. Serve, per la città e per le comunità diverse che ancora si ostinano a viverci, un pensiero lungo, di prospettiva, che non si limiti all’orizzonte di una consiliatura. Che restituisca a Roma la cifra di grande capitale europea e che, allo stesso tempo, sia capace di dare testimonianza tangibile dell’impegno a favore dei cittadini. Dov’è questo pensiero?

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Burocrati. Burocrati ovunque

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Sembrano lontanissimi in temi in cui Renato Brunetta, allora ministro per la PA nel IV Governo Berlusconi, attaccava i “fannulloni assenteisti che nella Pubblica Amministrazione sono il doppio del settore privato” (2008) e i “poliziotti panzoni”, che non hanno fatto altro che i passacarte, inutili in strada “perché se li mangiano” (2009). Innocue carezze, a confronto delle bordate che Matteo Renzi, prima candidato alla guida del PD e poi Presidente del Consiglio, sparava contro la burocrazia, il “nostro più grande avversario” (2016), lamentando che nella palude Italiana “i funzionari, i dirigenti pubblici, i burocrati ci sguazzano, ma nella palude le famiglie italiane affogano” (2014). Dallo scorso marzo, dopo un periodo di relativa tranquillità, sembra si sia tornati ad un clima tempestoso fra politica e tecnocrazia, con insistenti accuse ai funzionari del Ministero dell’economia e delle finanze di ostacolare l’azione del governo e ai burocrati di remare contro il Paese. Un rapporto burrascoso, quello fra politica e burocrazia, che affonda le radici lontano nel tempo, in una perenne – e, direi, naturale – tensione fra due attori che, sotto il tetto della Costituzione, hanno proprie stelle polari che non sempre e non necessariamente coincidono: la ricerca ed il mantenimento del consenso per gli uni, il rispetto delle norme e delle prassi interne per gli altri. L’avvento della cosiddetta seconda Repubblica e l’affermazione di caratteristiche leaderistiche e del diretto e continuo contatto con gli elettori da parte delle forze politiche e dei Governi ha comportato, tuttavia, un cambio di passo. Un fenomeno non solo Italiano, beninteso, ma del tutto inedito per l’Italia, in cui, a partire dall’utilizzo disinvolto del mezzo televisivo da parte di Silvio Berlusconi, ha preso piede un nuovo rapporto immediato con l’elettorato, in cui lo slogan, la parola d’ordine e la forzata semplificazione dei temi sono le note dominanti.

Nulla di tragico: è il nuovo volto della politica che, in tutto il mondo, mira alla mobilitazione permanente del proprio elettorato attraverso i mezzi di comunicazione del momento: ieri la televisione, oggi i social network. Cosa c’entra tutto ciò con la burocrazia, ci si chiederà. È presto detto. Suscitare alte aspettative nell’elettorato comporta la necessità di risultati immediati ma, una volta al Governo, appare chiaro che i cambiamenti desiderati non possono avverarsi con uno schiocco di dita. È ciò, naturalmente, al netto di tutte le inefficienze di cui la macchina pubblica Italiana, al pari di ogni apparato burocratico al mondo, soffre: anzianità dei dipendenti, farraginosità delle procedure, confusione dei ruoli. Approvare una legge è solo il primo passo: segue la parte fondamentale, quella dell’implementazione, che avrà tempi ed esiti assai diversi a seconda delle condizioni di partenza, fra le quali spicca la bontà della legge che, data l’urgenza di fare il proprio ingresso in società, può mancare di un concreto e realistico studio di fattibilità. Non raramente, inoltre, risente delle necessarie stringenze del compromesso politico e stenta, di conseguenza, a offrire indirizzi chiari e univoci. Ed è proprio qui – occhio! – che entrano in gioco i burocrati. Sono coloro a cui spetta dar corpo ai desiderata della politica e mutarli in azioni, politiche, procedimenti che producano quell’effetto che la politica stessa aveva in mente. Posto che i tempi di realizzazione non sono quelli degli annunci ma quelli dettati dall’ordinamento, inclusi i necessari passaggi di controllo terzo, e che il risultato finale che esce dalla black box è solitamente e sensibilmente diverso dalle originarie intenzioni del legislatore (tranquilli, funziona così ovunque), è immediata e naturale la caccia all’untore: il maledetto burocrate. Se il coniglio non esce dal cappello, la colpa è di quel polveroso mezzemaniche che – chissà perché, poi – mette i bastoni fra le ruote e, oscuro e malvagio demiurgo, sabota astutamente il normale flusso degli eventi. Ebbene: ci sta. Il rapporto di odio e amore fra politica e burocrazia è parte integrante delle dinamiche delle moderne democrazie e, aldilà delle dichiarazioni roboanti, nella quotidiana attività si stempera in una leale collaborazione. Tumultuosa, magari: ma che nella generalità dei casi funziona.

Occorre, però, non superare il livello di guardia. Se si arriva a minacciare purghe od epurazioni, identificando i burocrati come nemici del Governo e del popolo stesso, tali minacce vanno rispedite al mittente con sdegno. Non per la personale conservazione della cadrega, ma per la garanzia del basilare principio della imparzialità dell’azione amministrativa che, nel dar seguito alle indicazioni del vertice politico, non può non tener conto del quadro normativo, che mira a tutelare, prima di tutto, l’eguale diritto dei cittadini ad una PA che non operi sulla base di favoritismi o personalizzazioni. Non solo. Se burocrati e burocrazie sembrano dominare oggi gran parte del dibattito pubblico, servirebbe quantomeno riportare la discussione nei binari della correttezza semantica, dal leitmotiv dei burocrati europei (in cui, criticabili quanto si vuole, vengono ricompresi Commissari europei che sono quanto di più politico ci sia) al continuo pasticciaccio sui burocrati nostrani, che ha recentemente spinto il Presidente del Consiglio di Stato a definire errore da matita blu quello di confondere continuamente la dirigenza amministrativa, che resta a garanzia della continuità, con i magistrati amministrativi e i consiglieri parlamentari che ricoprono ruoli negli Uffici di diretta collaborazione e che, per loro natura, sono fiduciari e rimuovibili. In poche parole: inutile intavolare discussioni se si confondono i termini di base di una questione. E, infine: ridiamo, per carità di Patria, diritto di cittadinanza ai competenti. La competenza acquisita col lo studio, il lavoro e con l’esperienza, fino a prova contraria, è merce preziosa per un Paese, in tutti i campi. Il diffuso e ostentato disprezzo per il sapere burocratico (amministrativo, contabile e manageriale), identificato come fastidioso latinorum da gettare alle ortiche, può essere di qualche utilità per la propaganda politica, ma costituisce un danno enorme per la credibilità del sistema Paese. Non che le tecnocrazie debbano essere immuni da critiche. Anzi, è bene ed è salutare che prenda piede una discussione pubblica seria sui tanti ed importanti nodi da sciogliere, come la valutazione, i controlli, i servizi. Lo chiedono, in verità, gli stessi servitori dello Stato che fanno il loro dovere non di rado in situazioni complicate. Ma è responsabilità della (buona) politica far leva sulla (buona) burocrazia, condannando senza appello pulsioni da rivoluzione culturale maoista e tenendo ben presente che siamo tutti sulla stessa barca, e che tutti si deve remare nella stessa direzione. Parafrasando un celebre film di qualche anno fa, politica e burocrazia possono probabilmente definirsi quasi amici, e devono forzatamente tenersi per mano, ma un clima di guerra continua non serve a nessuno. Tantomeno agli Italiani.

Pubblicato su Linkiesta 

L’ONU, l’Italia e il razzismo: facciamo chiarezza

bachelet

Sono rimbalzate con enorme eco sui giornali e sui media le parole che il neo Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, ha pronunciato sull’Italia aprendo la 39a sessione del Consiglio dei diritti umani. Secondo Bachelet, infatti, il Governo Italiano ha impedito l’azione delle navi delle ONG nel Mediterraneo, con conseguenze devastanti per molte persone che già si trovavano in stato di vulnerabilità, e ha annunciato che verrà inviato uno staff in Italia per accertare il lamentato brusco innalzamento di atti di violenza e razzismo contro migranti, persone di ascendenza Africana e Rom. Visto il profluvio di reazioni e dichiarazioni che sono seguite, unite alla manifesta scarsa conoscenza di molti dei meccanismi onusiani, appare utile fare un minimo di chiarezza sull’accaduto, partendo dal fatto che, a dispetto di tanti roboanti titoloni a caratteri cubitali e reazioni indignate sui social networknon è affatto vero che l’ “ONU” abbia detto che gli Italiani sono razzisti. L’Alto Commissario è un organo, istituito dalla risoluzione 48/141 del 7 gennaio 1994 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il cui mandato si svolge nell’ambito del controllo dell’Assemblea stessa e del Segretario Generale del palazzo di vetro, ed ha il compito, nel rispetto della sovranità e della giurisdizione degli Stati membri, di promuovere il rispetto universale di tutti i diritti umani. Un organo delle Nazioni Unite, dunque, i cui fondi sono soggetti al placet dell’Assemblea Generale, che ha evidenziato un “brusco innalzamento di atti di violenza e razzismo” (“the reported sharp increase in acts of violence and racism against migrants, persons of African descent and Roma”, per citare le parole esatte) in Italia, come è peraltro per chiunque facile desumere dalla lettura dei quotidiani: cosa assai diversa, quindi, dall’affermare che l’ONU abbia dato dei razzisti agli Italiani o che l’Italia sia un paese razzista. Sgombrato il campo da equivoci, dunque, la domanda che occorre porsi è se le parole della Bachelet siano state opportune e pronunciate all’interno delle proprie competenze. Va premesso, per dare una risposta, che l’Alto Commissario può ben disporre visite in un Paese per verificare il (mancato) rispetto dei diritti umani, ma tali interventi sono codificati, prevedendosi su espressa indicazione dell’Assemblea di NY oppure, se periodiche, riferite a situazioni determinate e precedentemente individuate. Possono, inoltre, verificarsi anche visite o missioni “spot”, di breve durata, in presenza di catastrofi umanitarie repentine. Ebbene, non pare – vista anche la vaghezza di quanto dichiarato – che la visita per l’Italia ricada in una di queste fattispecie e non appare chiaro se vi siano stati contatti precedenti a livello diplomatico, come è usuale fare in casi del genere (questo vale anche per l’Austria e la Germania, nominate dalla Bachelet). Va ricordato, inoltre, che per l’Italia esiste un regime di standing invitation, ovvero la massima apertura a visite di questo tipo che, tuttavia, seguono precise procedure formali dettate dalle prassi diplomatiche. A meno di successivi chiarimenti, pare di potersi quindi dire che la neo Commissaria, pena forse la mancanza di esperienza, abbia fatto il passo più lungo della gamba per quanto riguarda il rispetto delle ferree logiche che regolano i rapporti fra ONU e i propri Stati membri. Detto questo, è necessario, a questo punto, essere molto chiari. Se è lecito affermare che possa essere stato compiuto dall’Alto Commissario un faux pas, questo non esonera l’Italia da due precisi doveri. Il primo: non nascondere la testa sotto la sabbia e negare, contro ogni evidenza empirica, che siano stati registrati atti di razzismo avverso migranti, che appare davvero difficile declassare a goliardate, come pure qualcuno si ostina a fare. Il secondo: quello di difendere fermamente – come ben ha fatto il Ministro degli Affari Esteri Moavero – le posizioni Italiane nelle sedi adeguate e nelle modalità proprie di un corretto interloquire internazionale, senza remore nell’avanzare eventuali contestazioni ma senza chiusure a scrutini di qualsiasi natura e, perchè no, chiedendo che eguale  e opportuno zelo sia mostrato nei confronti di quei Paesi in cui le violazioni dei diritti umani sono manifeste e quotidiane. In poche parole: l’Italia deve svolgere, sempre e comunque, con dignità e a testa alta il proprio ruolo sullo scenario internazionale, mettendo i puntini sulle “i” ove necessario, ma senza nascondersi dietro un dito. E, soprattutto, ricordando sempre che si è parte di un complesso sistema di rapporti, come quello delle Nazioni Unite, pur perfettibile sotto tanti punti di vista, che non va delegittimato ma, semmai, rafforzato nella propria missione di dialogo fra i popoli e di promozione e protezione dei diritti umani, vera cartina di tornasole del progresso dell’umanità. insomma, calma e gesso, ragazzi.

Pubblicato su Formiche