L’Italia cattivista

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Un Paese che fa integrazione non è più debole degli altri, ma più sicuro degli altri”, ha dichiarato il Ministro degli Interni Minniti. Ed è da qui che vorrei partire, tenendo ben presente che il tema migranti, legato a quello del benessere socio-economico del ceto medio in difficoltà, sarà una delle chiavi di volta della prossima campagna elettorale. E con ragione. È un tema epocale, che investe milioni di persone in Europa e, soprattutto, all’interno dell’Africa, tenendo assieme, da un lato, la fuga dalle guerre e la speranza in un futuro economicamente migliore e, dall’altro, la tenuta dei sistemi sociali e di welfare occidentali e dei diritti umani. È una delle partite complesse della modernità che impattano con forza sull’immaginario collettivo prima ancora che nel quotidiano, che va affrontata seriamente, con una visione di lungo periodo senza umanitarismi di facciata e, al contempo, non dimenticando neppure per un secondo che l’Italia è stata nazione di emigranti. Questa, credo, la base da cui far partire ogni ragionamento solido per politiche sostenibili, che pesino in termini di decenni e non dei pochi mesi che ci separano dalle elezioni. Politiche che, per riprendere le parole di Marco Minniti, non possono che essere di integrazione. Eppure, il quadro che esce dell’Italia di questa estate rovente non è dei più idilliaci. La Penisola, almeno a sfogliare le prime pagine di certa stampa e a dar retta ai social network, sembra investita da una marea nera di rabbia schiumante, di odio per il diverso e di attacchi senza freni agli immigrati, per tacere, naturalmente, degli innumerevoli, inqualificabili insulti rivolti quotidianamente a Laura Boldrini (dei quali, prima o poi, sarà opportuno individuare i mandanti morali). Spunta, insomma, un’Italia spaventata, rancorosa. Un’Italia cattivista che vede mobilitato il bruto digitale (secondo un’efficace definizione di Beppe Severgnini) contro coloro che, sprezzantemente, vengono definiti buonisti. Non voglio entrare nel merito dell’azione politica del Governo e delle forze di opposizione: non sono un esperto di movimenti migratori, di politica internazionale o di geopolitica. Mi limito ad osservare come sembri che un approccio di tipo razionale sia stato totalmente accantonato per lasciare il posto ad un ringhiare scomposto che non dovrebbe trovare cittadinanza in un Paese civile. Traduco: la discussione non si incentra su come gestire in maniera virtuosa il fenomeno migratorio ma trascende nel berciare rumoroso sulla delinquenza degli immigrati ed il loro numero crescente. Parole in libertà. Gli immigrati commettono reati? Certo, alcuni di loro sì, e vanno puniti secondo legge. C’è un’invasione o, per alcuni, un’islamizzazione dell’Italia? I numeri ci dicono di no e sarebbe buona norma ricordare che, fortunatamente, viviamo in uno Stato di diritto, eguale per tutti, qualunque sia la religione, il colore della pelle o la nazionalità. Diciamocelo: cento, mille o diecimila esaltati sui social network non rispecchieranno certamente il sentimento di un Paese, ma desta sconcerto che interminabili sequele di mostruosità siano state tranquillamente sdoganate e possano circolare in rete senza sollevare ondate di sdegno. Il fatto che i migranti vengano apostrofati come “negri” e, con sarcasmo peloso, “risorse”, invocando le camere a gas come soluzione del problema, sono solo eccessi di squilibrati? Forse. Ma il dilagare e la passiva accettazione di un certo linguaggio è certamente parte di un vero e proprio incattivimento delle coscienze cui occorre dare risposte ferme. Le prime debbono essere quelle della politica, in merito ad una gestione rigorosa del dossier migranti che risponda in primo luogo a quei cittadini che, legittimamente, sono timorosi della tenuta del loro benessere e che, allo stesso tempo, tenga conto della dignità e dei diritti di chi cerca una vita migliore, con un approccio che non può che essere multilaterale e non estemporaneo. Le altre, invece, spettano alla società civile e ai mezzi dell’informazione (piattaforme social incluse), che devono respingere con fermezza la deriva razzista che è sempre più evidente e che rischia di trovare un’insperata legittimazione. Il caso di Don Biancalani, parroco del pistoiese, è esemplare: il post con cui mostrava in piscina i migranti che danno una mano in parrocchia e in cui affermava di considerare propri nemici i razzisti e i fascisti ha scatenato feroci reazioni con accuse deliranti di anti-italianità, sino alla sconcertante azione parasquadrista di giovani di belle speranze di Forza Nuova, pronti a “vigilare” sull’operato del parroco. Una risposta ad una provocazione politica, ha dichiarato in televisione uno spericolato giornalista. Non serve troppo sale in zucca per cogliere lo spietato calcolo politico di chi ha speculato su vicende come questa o continua a lucrare su episodi terribili come lo stupro di Rimini compiuto da alcuni criminali, al momento individuati come marocchini, a danno di una turista polacca e una transessuale. I pochi sprazzi di lucidità di molta classe politica su questi aspetti sembrano, al momento, insufficienti a ricondurre il dibattito sui binari di un’analisi ragionata e del confronto civile e temo che far leva sulla paura e sull’ignoranza dei fatti, dei dati e dei numeri sia un fattore troppo potente da contrastare, in questo momento storico. Giudico intellettualmente disonesto, nonché irresponsabile, mettere in relazione l’accoglienza, spacciata per invasione, e i liquami razzisti, quasi ne fossero l’inevitabile effetto. O, ancor peggio, follia terrorista e richiesta dello ius soli: una vera integrazione – sociale ed economica – secondo l’ordinamento giuridico del Paese ospitante è una delle armi più efficaci per combattere il terrorismo dei fanatici religiosi e, allo stesso tempo, una chiave per aumentare il benessere generale interno. Fare appello alla Costituzione, alla legge, ai rudimenti della civiltà europea è, mai come oggi, un dovere civico di tutti. In mancanza, basterebbe dell’elementare buon senso: quello che oggi, però, paurosamente scarseggia.

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Cosa penso dell’agente di polizia sospeso dal servizio

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È stato sospeso dal servizio, a seguito di procedimento disciplinare, l’agente della polizia stradale che ha ripreso col proprio cellulare un extracomunitario in bicicletta, intento ad ascoltare musica con le cuffiette, sulla corsia di emergenza dell’autostrada Torino-Bardonecchia e che ha postato su Facebook il video con i suoi commenti. Lo dico subito: il provvedimento è stato un atto doveroso. E non perché abbia pronunciato insulti, come si legge, contro la Presidente della Camera: non lo ha fatto. Riprende slogan cari alla dialettica politica ma non pronuncia parole ingiuriose avverso la terza carica dello Stato. L’agente dice, infatti: “Risorse della Boldrini, ecco come finirà l’Italia: tutti su una Graziella in autostrada a comandare […]. Voi che amate la Boldrini, voi che avete voluto questa gente di merda in Italia […]. Goditi questo panorama. Voi e tutta la Caserma: guardate qui. Un tipo che pedala sulla Graziella pensando che sia una strada normale, con le cuffiette in testa. Fosse arrivato un camion e gli avesse suonato, manco se ne sarebbe accorto. Condividete signori, condividete“.

Nel ricordare, a fronte di grida circa presunte ingerenze in merito alla sospensione, che il Dipartimento di Pubblica Sicurezza ha dichiarato che le “decisioni sono state prese in totale autonomia per la tutela delle Istituzioni e di chi le rappresenta”, contano nel caso di specie, a mio modo di vedere, tre aspetti. Il primo: invece di filmare l’uomo, l’agente avrebbe dovuto immediatamente fermarlo e procedere secondo il codice della strada, trovandosi di fronte ad una condotta potenzialmente pericolosa. Cosa che in seguito ha comunque fatto ricevendo, peraltro, i ringraziamenti dall’uomo colto in flagrante. Il secondo: nel video egli pronuncia parole esplicitamente razziste. Nel riferirsi a “questa gente di merda” egli caratterizza un intero gruppo di persone, gli immigrati, con parole di evidente denigrazione. Terzo aspetto, altrettanto grave: diffondere quel filmato e rendere pubblico tale atteggiamento ne ha fatto ricadere le conseguenze sulla divisa che indossa.

Del tutto fuori luogo l’indignazione da parte di chi ritiene che sia stato commesso un torto o sia stata limitata la libertà di espressione di un poliziotto. Qui non è in discussione la libera opinione di un agente di Polizia, che ha e deve avere le sue idee, siano esse di carattere politico, sindacale o di altro tipo. E quelle idee deve avere il diritto di esprimerle. Il punto è che chi serve la Repubblica deve utilizzare una prudenza e una misura peculiari nel suo agire quotidiano, durante e al di fuori dell’orario di lavoro. Non casualmente, il codice di comportamento dei dipendenti pubblici del 2013 prevede che “nei rapporti con i destinatari dell’azione amministrativa, il dipendente assicura la piena parità di trattamento a parità di condizioni, astenendosi, altresì, da azioni […] che comportino discriminazioni basate su sesso, nazionalità, origine etnica, caratteristiche genetiche, lingua, religione o credo, convinzioni personali o politiche, appartenenza a una minoranza nazionale, disabilità, condizioni sociali o di salute, età e orientamento sessuale o su altri diversi fattori” mentre, nei rapporti privati, “non assume nessun altro comportamento che possa nuocere all’immagine dell’amministrazione” (disposizioni riprese anche dal Codice di comportamento dei dipendenti del ministero dell’interno del 2015).

Il poliziotto sospeso dal servizio è un razzista? Non lo so. Sappiamo che, malauguratamente, si è comportato come tale, magari in un momento di leggerezza. Tutti commettiamo errori almeno una volta nella vita ed egli avrà l’occasione di spiegare le proprie eventuali ragioni nel contraddittorio con la sua amministrazione. Tuttavia, se il Signor Rossi può esprimersi come vuole, anche grossolanamente, nei confronti di altre persone (rispondendone, eventualmente, nelle sedi opportune ove questo configuri un reato), questo non vale per chi, come recita la Costituzione, si vede affidate funzioni pubbliche, e ha “il dovere di adempierle con disciplina ed onore” (art. 54, Cost.). Un onere ulteriore a difesa della dignità dello Stato e della funzione che esercita. Ciò vale, a maggior ragione, per le forze dell’ordine, che rappresentano un pezzo fondamentale e indefettibile dello Stato democratico. Alle donne e agli uomini che vestono una divisa affidiamo la nostra sicurezza ed è loro dovuta la nostra stima e riconoscenza per il lavoro prezioso – pericoloso e non adeguatamente retribuito – che tutti i giorni compiono, assicurando il rispetto della legge per tutti coloro che si trovano sul suolo della Nazione, di qualsiasi colore, lingua o religione siano. Ecco perché viene loro richiesto, come e più di tutti coloro il cui stipendio è pagato dagli Italiani, un comportamento specchiato: essere, in soldoni, come la moglie di Cesare.

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Un fine settimana con gli haters: benvenuti nel Medioevo social

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Ha concluso i suoi lavori la Commissione “Jo Cox” sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, presieduta da Laura Boldrini e composta da parlamentari di tutti gli schieramenti, accademici ed esperti, nata sulla scia dell’azione svolta dal Consiglio d’Europa su tali questioni. L’organismo, intitolato alla deputata britannica uccisa da un esaltato neonazista il 16 giugno 2016, ha approvato una relazione finale contenente 56 raccomandazioni che mirano a prevenire e a contrastare le campagne d’odio sui media e sui social network contro le donne, gli immigrati, i rom/sinti, le diverse fedi, le persone con disabilità e le persone LGBTI, attraverso l’informazione e la formazione scolastica, la raccolta dei dati, la responsabilizzazione di tutti gli attori e l’adeguata sanzione dei messaggi di odio, il cosiddetto hate speech. Qualche dato di sfondo in ordine sparso? Un Italiano su tre pensa che una donna che lavora non possa seguire i figli al pari di una che non lavora; uno su quattro pensa che l’omosessualità sia una malattia e ha dubbi che una persona omosessuale possa efficacemente fare politica; gli Italiani ignorano quanti siano gli immigrati nel Paese: credono siano il 30% della popolazione mentre sono l’8%, quasi quattro volte di meno; altrettanto scioccanti i dati sulle violenze subite dalle donne, le maggiori destinatarie dell’odio on line, e dalle persone omosessuali, anche alla luce del fatto che, secondo l’Agenzia Europea sui diritti fondamentali, l’Italia ha il triste primato di essere il Paese più omofobo dell’Ue. Chapeau!

Un lavoro prezioso e utile, quello della Commissione, dunque. Eppure, secondo alcuni le azioni proposte sarebbero figlie del pensiero unico che vuole limitare e censurare la libertà di espressione dei cittadini, imbavagliando il dissenso e istituendo un reato di pensiero in un novello regime orwelliano. In altre parole, è chi cerca di arginare l’odio a fomentare odio. Stabilendo un’equazione a mio giudizio fallace tra libertà di espressione e licenza di aggressione, c’è chi sostiene che dare addosso alle persone per le loro idee politiche, per il colore della loro pelle o, ancora, per il loro orientamento sessuale, rientrerebbe in ogni caso nel diritto di libera manifestazione del proprio pensiero. E contrastare questo approccio sarebbe la vera molla che scatena l’odio in rete. Personalmente sono in profondo disaccordo con questa impostazione ma, spinto da curiosità, ho deciso di impiegare un intero fine settimana tentando di interloquire su Twitter con gli haters nostrani. La ricerca è stata semplice: è bastato digitare qualche termine come “negri”, “duce”, “gender”, “froci”, “golpe” e, ovviamente, “Boldrini”, per iniziare un viaggio nel ventre oscuro della rete rabbiosa e cospirazionista. Chi ha tempo e voglia potrà ripercorrere le discussioni sul mio profilo @alfredoferrante, ma quella che segue è una mia personalissima raccolta del meglio del meglio.

Cominciamo con “rastrellamenti, pulizia etnica e fosse comuni” per i “negri utili solo nelle piantagioni”, le “risorse” che “comprano un IPhone e sono vestiti meglio di noi” e che vanno rimandati “nelle boscaglie”. Qualcuno si domanda se sia meglio usare un mitra o la dinamite per “spazzare tutti questi sporchi negri” mentre, come da perfetta vulgata complottista, agli immigrati è garantita l’immunità per i reati e vengono concessi diritti negati agli Italiani, sprofondati nella povertà. Illuminante, da questo punto di vista, la lunga conversazione con chi afferma che vengono dati almeno 1500 euro a migrante e che, a ripetuta domanda di citarne la fonte ufficiale, ne è incapace. Per un altro utente la televisione ha detto che Save the Children impiega il 99% delle donazioni per affittare barche per salvare “negri adulti invasori”: “chi se ne frega” dei dati o del bilancio della ONG, la mia domanda di una fonte è “un’interpretazione ideologica”. Sempre meglio di chi scrive che sono le OMG (sic!) a favorire l’invasione in Italia da parte degli africani, ovviamente orchestrata da cupole global-finanziarie che hanno il nostro Governo a libro paga. E Roma? Va trattata con una “bella pulizia etnica”, dice una signorina, la quale, alle mie obiezioni sul significato dell’espressione, replica che in rete “si dicono tante cose”. Non manca il fanatismo religioso: c’è chi denuncia che i “golpisti filo islamici” hanno tolto i crocefissi dalle scuole e chi, con la foto di Hitler sul profilo, ha la soluzione nella produzione di sapone, stile campo di sterminio. Non c’è dialogo: vengo bloccato in quanto “segugio collaborazionista”. Non si contano, da questo punto di vista, i nostalgici del fascismo, “amato perché amò il popolo”, di “marce su Roma”, di Birkenau, del fatto che “almeno con il Duce il lavoro c’era, come c’era la sicurezza e la dignità”, dato che “siamo da 70 anni in mano alle merde comuniste”. C’è anche un’incontenibile voglia di pistola: si deve “sparare in bocca ai dirigenti Rai” (!) e ci vuole il porto d’armi perché ”dobbiamo difenderci”. Qualcuno vuole “sparare in fronte” ai migranti, mentre una signora dal grilletto facile, che freme per “sparare in testa” al cattivo clandestino, mi dice che devo star zitto, in quanto “buonista sapientino” che fa giri di parole e che è più razzista di lei: pronta a sparare persino a me in caso di guerra (sic!). Un’altra gentile signora auspica un golpe per scongiurare la scomparsa dell’Italia ed è più che disposta ad usare la sua arma. C’è, infine, chi guarda al futuro, osservando che “possono cambiare 100 volte nome ma fra 1000 anni saranno sempre froci” e qualcosina ci scappa, fortunatamente, anche per i dirigenti pubblici: corrotti, corruttori, collusi, paperoni e, naturalmente, nullafacenti. Chi scrive si crogiola, manco a dirlo, nei suoi privilegi.

In questa velocissima carrellata horror merita il podio il tale che prende di mira Laura Boldrini, bersaglio prediletto di moltissimi utenti. Nell’accusarla di voler togliere l’Italia agli Italiani, le augura senza troppi giri di parole uno stupro di gruppo quale punizione. Così, pubblicamente. Alle mie richieste di chiarimento, cade dalle nuvole, sorpreso, sostenendo che, “visto come sta riducendo noi Italiani”, era un suo “pensiero istintivo”. Che “in Italia c’è la libertà di pensiero” e che, in fondo, non dovrei prendermela così tanto perché “siamo su un social”. Un’incredibile e sconfortante inconsapevolezza del peso di parole terribili affidate alla rete, come se, in quel mare telematico, potessero perdere tutta la loro carica di odio e disprezzo sessista. Forse l’esempio più calzante di una narrazione altra, di un’alienazione elettronica di casa in una specie di mondo parallelo in cui si svolgono eventi oscuri che “loro” nascondono alle masse. Fatto di vaccini che uccidono implacabilmente, di invasioni islamiche pianificate a tavolino e di estinzione del popolo Italiano ad opera dell’Europa delle banche, di politici traditori e Governi abusivi che sputano ogni giorno sulla Costituzione, di complotti “gender” in cui la tutela di genere viene artatamente spacciata per un progetto di confusione dei sessi dei bambini e delle bambine, di forni per ebrei e pistolettate per i migranti, di cifre immaginarie e dati inventati, persino di scie chimiche e Terre piatte. Insomma, di ciance deliranti spacciate per Verità (“condividete!”): un vero e proprio fake world in cui la diversità non è ammessa e in cui l’unico metodo di risoluzione delle controversie è la violenza, almeno professata. Incapaci di reggere un confronto su temi epocali come le migrazioni o il contemperamento di diritti e doveri nelle società complesse, non ammettono tolleranza alcuna: furiose ondate di livore, frustrazione e ignoranza crassa – assunta a medaglia da sfoggiare, naturalmente – si abbattono su tutto quel che deragli da una realtà immaginaria di legge e ordine, di giustizia sommaria e veloce, di ortodossia sessuale e religiosa. Un piccolo mondo antico cui si aggrappano disperatamente e che temono possa crollare o essere contaminato.

Senza scomodare Umberto Eco, è evidente che non sono i social network a creare l’odio in rete, costituendo un megafono che garantisce diritto di tribuna a chiunque. Dopo un fine settimana infernale, a costoro vorrei solo dire che sono liberi di aderire a tutte le teorie o ideologie che vogliono, anche le più strampalate, dai Folletti Verdi alla Terra Cava. E di professare le idee più aberranti, quelle che rigettano le conquiste moderne e contemporanee in materia di diritti politici, civili e umani. La nostra Costituzione garantisce a tutti la libertà di manifestazione del pensiero, persino il più controverso: questa libertà, però, si arresta quando quelle idee assumono veste di minaccia o incitamento alla denigrazione e alla violenza contro una persona o gruppi di persone in ragione delle loro caratteristiche (sesso, colore della pelle, idee politiche o religiose). È questo lo snodo che appare incomprensibile a chi urla “giù le mani dalla nostra libertà” ed è questo che, invece, dovrebbe essere patrimonio comune di tutti coloro che, aldilà delle appartenenze politiche, delle fedi, delle idee, facciano parte della comunità democratica e costituzionale. Sarebbe auspicabile che tutti gli operatori interessati e, soprattutto, la politica, avviino un dibattito serio e partecipato sul tema, proponendo soluzioni responsabili e lavorando sulle cause della fabbrica dell’odio, approfittando del lavoro della Commissione Cox. È forse chieder troppo?

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Il sempreverde pot-pourri sulla dirigenza pubblica: adesso basta

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Fermi tutti: ci risiamo. Riecco i dati OCSE del rapporto “Government at a glance” dopo il terremoto del 2013, quando il Corriere titolava “P.A., dirigenti record. L’Ocse: pagati il triplo in più della media. Con 650mila dollari all’anno, i manager pubblici italiani guadagnano circa tre volte di più dei colleghi nel mondo”. Puntuale, l’organizzazione di Parigi sforna l’edizione 2017 del Rapporto e tocca stavolta a Repubblica strapparsi le vesti: “La resistenza dei dirigenti di Stato, sono i più pagati d’Occidente”, mentre Il Sole 24 Ore la tocca piano: “Pa, il compenso medio dei dirigenti è 350mila euro”. Insomma, un sempreverde. Il Rapporto è corposo ed esaustivo, e andrebbe letto a fondo da chiunque si occupi della cosa pubblica. Tuttavia, molto si potrebbe dire sulla corretta interpretazione di questi dati come, ad esempio, che i contributi sociali a carico del datore di lavoro sono di circa 13 punti più alti della media OCSE, o che le cifre sono espresse al “lordo Stato” e che riguardano 6 soli ministeri ed un pugno di persone su migliaia di dirigenti in servizio. Ma, aldilà della lettura dei dati, e per tacer del fatto che ormai anche i sassi sanno che il tetto vigente in Italia per le retribuzioni del settore pubblico è 240.000 euro (lordi annui), quel che ancora una volta colpisce è come viene data la notizia. Affermare che i dirigenti pubblici guadagnano in media 350.000 euro l’anno equivale a dire che il dirigente medio percepisce circa 30.000 euro al mese. Ci rendiamo conto della enormità di una corbelleria del genere? E delle conseguenze che sparare cifre simili comporta? E senza neppure porsi qualche domanda? Un normale dirigente di seconda fascia (il piccolo tiranno dei ragionieri Fantozzi e Filini, per intenderci) guadagna in media 3.000 euro al mese. Una cifra di tutto rispetto, non c’è dubbio, ma assolutamente parametrata alle mille responsabilità che si accompagnano alla direzione di un ufficio pubblico. Troppo? Quanto dovrebbe guadagnare un dirigente dello Stato? 2000 euro? 1000? O deve lavorare per la gloria imperitura?

La stantia polemica sulle retribuzioni, tuttavia, è poca cosa rispetto all’altro punto che nel pot-pourri del secondo quotidiano Italiano viene servito al lettore: la trasparenza. L’Autore dell’articolo concede che dal 2013 vige il principio della pubblicità dei compensi dei dirigenti pubblici (da assai prima, in realtà) ma versa una sdegnata lacrima nel constatare quel che è successo nel momento in cui si è deciso di estendere l’obbligo di trasparenza anche alle informazioni patrimoniali, quando “sono scoppiate improvvise allergie. Letteralmente incontenibili”. Insomma, sarebbe esplosa quella che Raffaele Cantone, nella sua recente audizione alla Camera, ha definito una “rivolta” di parte della dirigenza. Addirittura, prosegue l’estensore di questo cahier de doléances, qualche scriteriato ha osato fare ricorso, sostenendo che la pubblicazione dei dati sul patrimonio personale (casa, terreni, macchina e motorino, suoi e del coniuge) fosse un’indebita estensione di quanto richiesto alla politica, visto che il tecnico, oltre ad aver superato un concorso pubblico, è letteralmente inchiodato da un nugolo di forme diverse di responsabilità. Macché: “non bastasse, ecco un altro ricorso, stavolta del sindacato al quale si associano pure quattro burocrati, che contesta le linee guida emanate dall’ANAC”. Non sto a ripetere le considerazioni che su Linkiesta ho già espresso sulla vicenda della pubblicità dei dati patrimoniali: la considero una questione di mera propaganda. Tuttavia, onorandomi di essere uno di quegli scombiccherati “quattro burocrati”, appartenenti al sindacato UNADIS che ha ritenuto doveroso, utile e giusto promuovere quel ricorso, vorrei per una sola volta abbandonare quel pudore istituzionale che per noi rappresenta una fondamentale caratteristica e dire chiaro e forte che ne ho abbastanza.

Ne ho abbastanza di chi dileggia e taccia di furfantismo chi ha scelto di lavorare per la comunità e per lo Stato e fa del servizio pubblico la sua ragione professionale e di vita. Ne ho abbastanza di continuare a leggere articoli ed editoriali che insinuano, sviliscono, alludono. Che preferiscono soffiare sul fuoco per mero pregiudizio, perché sparare sui dirigenti pubblici è facile e redditizio in termini di like: siamo pochi e mal coesi, lavoriamo con la testa sulla scrivania senza alzare la voce, dato che per noi parlano gli atti. Ne ho abbastanza del fatto che, per certuni, persino il legittimo ricorso alla tutela giurisdizionale di propri interessi, in qualità di cittadini di questa Repubblica, è un atto di lesa maestà. Ne ho abbastanza di chi si riempie la bocca di merito, competenza e valutazione quando è parte integrante di un sistema che calpesta quegli stessi principi, sbandierati quando conviene e rinnegati quando serve. Di chi crede o fa credere che fare il guardone sulla casa di proprietà o l’automobile di quel tal dirigente sia la leva efficace contro la corruzione che appesta questo Paese, come se il burocrate malversatore non vedesse l’ora di convertire il gruzzolo guadagnato disonestamente in una Ferrari Testarossa e farla rombare sotto gli uffici dell’Agenzia delle Entrate. Ne ho abbastanza di chi pensa solo a tagliare retribuzioni e teste senza affrontare il vero nodo di una moderna organizzazione del lavoro, appiattito sul tornellismo mentre là fuori si corre e si fa innovazione. E dei leoni da tastiera, rosi dall’invidia sociale e chiusi nel loro gretto individualismo, che mal sopportano che si possa vincere un concorso pubblico e – udite, udite – avere un posto di lavoro a tempo indeterminato: per costoro è meglio, invece, che muoia Sansone con tutti i Filistei. Ne ho abbastanza del clima asfittico che si è contribuito a creare, per cui tutto quello che pubblico è brutto, sporco e cattivo, e per cui tutto è ridotto a moneta e a percentuali di PIL, considerando la persona poco più di un robottino da far muovere a comando. Ne ho abbastanza, infine, di tutti quelli che in un ufficio pubblico non hanno mai messo piede ma pontificano di massimi sistemi senza sapere un tubo di come funzionano – davvero – le cose.

Ho solo un messaggio per costoro: questo è il lavoro più bello del mondo, e me lo sono guadagnato con le mie forze. Ce lo siamo guadagnato con le nostre forze. C’è tanto da fare per rendere più efficiente la macchina pubblica e chi la fa funzionare: è un processo che non finirà mai, vale per la P.A. come per un’azienda. E lo sappiamo bene noi per primi: siamo servitori dello Stato, non facciamo rivolte né alziamo barricate. Ficcatevelo in testa una volte per tutte. E fatevi una vita.

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Lamiere blu dipinte di blu

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Roma, serata del 14 luglio 2017. Mentre si attenua la canicola, a Palazzo Farnese, incantevole sede romana dell’Ambasciata di Francia in Italia, ha luogo l’usuale celebrazione della festa della Repubblica francese. Al pari di analoghe celebrazioni, l’occasione è solenne e mondana allo stesso tempo, il party in cui non si può non farsi vedere: si festeggia la “grandeur de la France”, si discute di politica internazionale e nostrana, si intrecciano relazioni, si beve champagne. Insomma, la Roma che conta c’è e, a leggere le cronache locali, la politica della Capitale si presenta in gran pompa per alzare i calici con i nostri cugini d’Oltralpe. Doverosa e opportuna presenza: non ci piove. Purtroppo, come spesso accade, il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Nell’epoca dei social network nulla sfugge al probo cittadino e la foto pubblicata sulla pagina Facebook di “Roma fa schifo” e qui riprodotta è impietosa: gli illustri ospiti arrivano in massa dritti dritti in pieno centro di Roma con le auto blu e parcheggiano a pochi metri dall’ambasciata, proprio in Campo de’ Fiori, sede dell’ormai decaduto mercato e meravigliosa isola pedonale nella quale troneggia la severa statua di Giordano Bruno, il quale, buon per lui, in quella piazza è abituato a vederne di tutti i colori. Insomma, plus ça change, plus c’est la même chose. Qualcuno potrebbe obiettare che al comune cittadino non sia consentito transitare – e men che mai parcheggiare – nella piazza gioiello le cui origini affondano nel XV secolo. O evidenziare che le legittime esigenze di sicurezza di alcune personalità difficilmente giustifichino il triste spettacolo dell’invasione di lamiere blu nella piazza. O chiedersi, forse, come mai le poche centinaia di metri che separano i Palazzi romani dalla sede dell’ambasciata francese non possano essere percorse a piedi. Difficile rispondere. In un momento di sbandierata difficoltà per il Paese, con una rabbia sociale a livelli di guardia, di sempiterna spending review invocata da tutti i Governi, e della conclamata difficoltà di una politica che in gran parte fa fatica a misurare la distanza con le esigenze quotidiane dei cittadini, l’exploit del 14 sera appare davvero inspiegabile per chi sia dotato di medio buon senso. Nessun neopauperismo di maniera, per carità. Forse, semplicemente, il sintomo di un tafazzismo che lascia esterrefatti. Rectius: incazzati.

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Fascisti dell’Illinois? No, grazie

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Proprio mentre si discute in maniera accesa in Parlamento sulla proposta di legge del deputato del Partito Democratico Emanuele Fiano circa l’introduzione del reato di propaganda del regime fascista e nazifascista, hanno fatto capolino sui media due episodi “a tema”, l’uno più eclatante dell’altro. Ha fatto scalpore la vicenda dello stabilimento balneare ‘Punta Canna’ di Chioggia in cui, come testimoniato da Paolo Berizzi di Repubblica, il gestore, da tempo ed in tutta libertà, aveva dato libero sfogo alla sua frenesia autarchica tappezzando l’arenile di immagini e slogan del Ventennio e coccolando gli avventori con virili discorsi via megafono sulle sue idee apertamente razziste e omofobe. In 24 ore, dopo l’indignazione seguita alla pubblicazione dell’articolo, è intervenuta la Digos per acquisire tutti gli elementi di indagine. Meno chiasso ha fatto – finora – un’azione apertamente squadrista compiuta da militanti di CasaPound sul lido di Ostia, a Roma. Guidati dal candidato del partito al Municipio, Luca Marsella, un gruppo di appartenenti al movimento, bardati in rosso, ha cacciato dall’arenile romano i venditori di ciarabattole che per quattro spiccioli arrancano sotto il sole, moderni schiavi di padroncini che sfruttano miseria e disperazione. Due vicende incredibili che stanno a testimoniare non tanto l’intolleranza e l’insofferenza alle regole democratiche di una pur esigua minoranza, ma il fatto che nel 2017, nell’Italia che ha vissuto il regime mussoliniano e che ha saputo risollevarsi dalla tragedia bellica voluta dal fascismo sino a divenire uno dei paesi fondatori delle Comunità europee, possano venire tollerati atti, dichiarazioni e comportamenti apertamente antidemocratici. In una parola, fascisti: e come tali incompatibili coi valori della Costituzione.

Ma come è potuto accadere che l’attività del gestore dello stabilimento di Chioggia potesse continuare bellamente senza timore di ripercussioni? Da quanto andava avanti? E come è possibile che appartenenti ad un partito politico, sia pure assolutamente minoritario, possano cacciare dal suolo pubblico quei disperati che sono le prime vittime di un circuito malavitoso di sfruttamento e contraffazione di merci? In pieno giorno, sostituendosi alle forze dell’ordine e senza che nessuno protestasse: a quale indesiderabile toccherà la prossima volta? E secondo quale parametro? Nel Paese in cui solo un mese fa si sono presentate alle elezioni locali formazioni politiche che ostentavano apertamente simboli e slogan del regime fascista non c’è, purtroppo, da stupirsi. Senza riesumare polemiche circa i mancati conti dell’Italia con la propria storia, occorre allora che il dibattito sulla proposta di legge Fiano sia serio e partecipato. L’articolo unico della proposta mira ad introdurre nel codice penale il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista, individuando fra le condotte rilevanti la propaganda di immagini, contenuti, simbologie e gestualità propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista o delle relative ideologie, anche solo con la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni che raffigurino persone, immagini o simboli chiaramente riferiti a questi partiti o ideologie. Costituisce aggravante del delitto la propaganda commessa con strumenti telematici o informatici. Orbene, la proposta Fiano è una legge liberticida o semplicemente fuori dalla storia, come opposto da alcuni partiti politici?

Il tema certamente esiste e va posto: io sono certo che la fibra democratica di una comunità nazionale debba trovare la sua forza nella libera e più ampia circolazione delle idee, anche quelle su cui esista il massimo disaccordo. Tuttavia, la libertà di manifestazione del pensiero, costituzionalmente garantita (art. 21, Cost.), non può calpestare il principio di eguaglianza scolpito nell’art. 3 della nostra Carta, secondo cui tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E quel “pensiero” che inneggi a idee razziste, omofobe o all’utilizzo della violenza come mezzo di risoluzione delle controversie politiche non può trovare diritto di cittadinanza o di tribuna, se non in sede scientifica. Apriamo poi un dibattito sui perché certe idee possano attecchire in alcuni contesti sociali o fra alcuni individui: è quanto mai opportuno. Basta tener presente che non siamo a Chicago, dove i Nazisti dell’Illinois potevano manifestare difesi dalla polizia le loro idee sulla supremazia della razza ariana. Siamo in Italia, nel Paese in cui un gruppo di sgherri fascisti ha ammazzato nel 1924 il deputato Giacomo Matteotti, la cui frase ancora riecheggia alta: il fascismo non è un’opinione, è un crimine.

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TAR o caro!

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La ormai nota vicenda delle nomine di alcuni direttori stranieri di musei italiani, bloccate dal Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio, ha dato il la alla più ampia diatriba circa l’operato dei giudici amministrativi: i TAR sono dei “Signor No”? Occorre cambiarli, come ha dichiarato il Segretario del Partito Democratico a più riprese? Sono, in sostanza, un ostacolo allo sviluppo del Paese? Tralasciando la specifica questione legata alle nomine, sulla quale ben difficilmente il TAR del Lazio avrebbe potuto pronunciarsi diversamente, alla luce delle disposizioni Italiane circa la cittadinanza dei dirigenti pubblici, può essere utile inquadrare il tema in maniera più ampia, lasciando sullo sfondo tifoserie e partigianerie varie, ma interrogandosi sul funzionamento del sistema. Intanto: ma a che serve il giudice amministrativo? Non si tratta di un casellante che abbassa o alza la sbarra, vietando o scomunicando a piacere, ma è colui o colei che giudica sui ricorsi, proposti contro atti amministrativi delle pubbliche amministrazioni, da privati che si ritengano lesi in un proprio interesse legittimo. Ci si rivolge al TAR in primo grado e, eventualmente, al Consiglio di Stato in secondo grado. Due sono, dunque, gli elementi da evidenziare. Il primo: come ricorda la Costituzione (art. 103), ci troviamo in un ambito giurisdizionale che mira a tutelare il cittadino che lamenti una lesione da parte delle pubbliche autorità. Il secondo: il giudice amministrativo si pronuncia sempre e solo a seguito di un ricorso da parte di un cittadino (a parte la funzione consultiva del Consiglio di Stato per il Governo, naturalmente). Non si tratta, quindi, di consessi di spiritati che si pronunciano ad capocchiam su qualsiasi cosa balzi loro in mente, ma di magistrati, vincitori di pubblico concorso, che rispondono alle sollecitazioni dei privati nei confronti di possibili comportamenti della P.A. non rispondenti a dettami di legge.

Il Presidente del Consiglio di Stato, Alessandro Pajno, riecheggiando quanto sostenuto dall’Associazione dei Giudici Amministrativi, ha ricordato che “non tutte le leggi sono ben fatte […]. C’è un problema di chiarezza, ma anche delle scelte di indirizzo generale che deve fare la politica. Il giudice amministrativo si occupa solo di atti e di provvedimenti. Che talvolta riguardano l’attuazione di scelte politiche. Il rischio è che il dibattito sulla giurisdizione sia la prosecuzione del dibattito politico”. Insomma, il giudice amministrativo si occupa della tutela giurisdizionale nei confronti dell’esercizio del potere pubblico, senza sconfinare in analisi e valutazioni politiche o metagiuridiche. La politica, dal canto suo, scriva poche e chiare leggi, limitando, conseguentemente, attività non lineari della P.A. e, a ruota, le rivendicazioni dei cittadini. Allora, “cambiare i TAR”, cosa significa in concreto? Intervenire sui collegi e/o sull’organizzazione? Limitare i casi in cui il giudice amministrativo possa pronunciarsi? Cambiare la Costituzione? È evidente che la questione non è così semplice come possa sembrare da alcune pagine di giornali e che sono in gioco interessi costituzionalmente protetti, per tacer del fatto che – recita l’art. 101 della nostra Carta – i giudici sono soggetti soltanto alla legge. Questo non significa, beninteso, che i magistrati non sbaglino. O che le sentenze non siano criticabili. Se il sistema prevede diversi gradi di giudizio, nonché l’eventuale ricorso a sedi sovranazionali, è esattamente in quanto i magistrati sono donne e uomini e, in quanto tali, potenzialmente fallaci. Sono, altresì, criticabili le sentenze, sulle quali è perfettamente legittimo esprimere opinioni, possibilmente non a corrente alternata. È certamente condivisibile quanto, ancora, sostiene Pajno: “talvolta si confonde il medico con la malattia. Si pensa che sia meglio intervenire sulla giustizia amministrativa, mentre la malattia sta soprattutto nella complicazione delle leggi, nella loro farraginosità, nella mancanza di qualità dell’amministrazione e talvolta nella difficoltà delle imprese ad accettare le regole di concorrenza negli appalti. Queste sono le vere patologie che andrebbero curate a monte”. Nessuno è esente da pecche: il sistema dei pubblici poteri in Italia non è esattamente il Paradiso in terra.

È altrettanto doveroso ricordare, tuttavia, la commistione che è esistita in passato e che in gran parte continua oggi, fra funzione giurisdizionale e amministrazione attiva. In parole povere: la presenza assai significativa di magistrati amministrativi, corteggiatissimi dalla politica, all’interno dei Gabinetti e degli Uffici Legislativi dei ministeri quanto ha inciso sulla costruzione di provvedimenti normativi e sulla conseguente litigiosità sugli stessi? E quanto è opportuno che chi è chiamato a giudicare dell’operato della P.A. sia, in momenti diversi, protagonista nella gestazione e formulazione di quelle norme che potrà in un secondo momento valutare indossando la toga? Tutti colpevoli allora, persino il cittadino cui prudono le mani e corre innanzi al TAR per ogni piccola magagna? No, per nulla. È un sistema complesso, fatto di regole e di tutele il cui funzionamento va migliorato: tutto è perfettibile. Senza strabismi pelosi, tuttavia. Se il sistema funziona correttamente, è un formidabile lubrificante per i diritti dei cittadini, per il funzionamento della macchina pubblica, a garanzia di chi fa impresa. Senza frettolosi tratti di penna e, soprattutto, senza le solite, velenose polemiche da cortile: quel sistema siamo noi.

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L’apocalisse del Tar, i musei e i troppi Savonarola

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A leggere i titoli dei giornali e i commenti del famigerato “popolo del web”, siamo all’apocalisse: pronunciandosi qualche giorno fa sulle ormai famose nomine di direttori stranieri di musei Italiani, ancora una volta il TAR del Lazio ha detto no, confermando, secondo taluni, la sua vocazione a bloccare, a mo’ di capriccio, il libero svolgersi delle umane attività. Ma cosa è successo davvero? Cominciamo col dire che i direttori stranieri sono stati selezionati in virtù di una norma speciale del 2014 che prevedeva per i poli museali e gli istituti della cultura statali di rilevante interesse nazionale, che costituiscono uffici di livello dirigenziale, la possibilità di incaricare, con procedure di selezione pubblica, per una durata da tre a cinque anni, persone di particolare e comprovata qualificazione professionale in materia di tutela e valorizzazione dei beni culturali. Si tratta, per capire, di un contingente di esperti in quota esterna, cioè non vincitori di pubblico concorso, ma selezionati sul mercato, derogando espressamente alle quote di esterni previste per legge, i famosi “19 comma 6”, per i sacerdoti del burocratese. Procedura aperta anche agli interni, i quali, però hanno ceduto il passo ai loro colleghi dall’estero. Fin qui nulla o quasi di male: sul fatto che la cura dei beni artistici e culturali non sia vincolata ad un passaporto non si può che essere d’accordo. Tuttavia, ci si è dimenticati che la legge che regola in Italia il pubblico impiego prevede, per i dirigenti pubblici, la cittadinanza italiana. La stessa normativa che è stata derogata da una legge del 2014 prevede, infatti, che “i cittadini degli Stati membri dell’Unione europea possono accedere ai posti di lavoro presso le amministrazioni pubbliche che non implicano esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri, ovvero non attengono alla tutela dell’interesse nazionale” (art. 38 del decreto legislativo 165 del 2001).

Insomma, se l’intento era aprire al mondo la direzione dei musei, bastava definire una deroga più ampia, cosa assolutamente possibile e legittima. Altro che sadismo burocratico, come ha scritto sprezzantemente il primo quotidiano nazionale. Rimandando alla paziente disamina del testo della sentenza per altri importanti aspetti individuati dai giudici (ma qualcuno dei tuonatori di questi giorni l’avrà poi letta?), aggiungo un paio di considerazioni. Ben vengano esperti dall’estero, ricordandosi però che il direttore di un museo non è (solo) un direttore artistico. Non organizza soltanto mostre ed eventi, ma è anche un dirigente pubblico e, dunque, deve avere a che fare con tutte quelle incombenze burocratiche che i più detestano ma che servono a far funzionare una struttura, interfacciandosi, tanto per fare un esempio, con i sindacati e e gestendo eventuali procedimenti disciplinari. Si tratta di competenze che, piaccia o non piaccia, occorre possedere. Ma, cosa più importante, c’è da restare ancora una volta basiti da reazioni assai scomposte da parte di chi rappresenta le Istituzioni e che dovrebbe, sempre e comunque, adoperare ogni prudenza nel commentare gli atti di altri poteri dello Stato, in particolar modo quando si tratta di sentenze, che si gradiscono a corrente alternata. Non c’è dubbio che i giudici amministrativi offrano spesso versioni diverse su questioni analoghe, ma appare davvero paradossale che si dia addosso e si chieda l’abolizione dell’organo che ha il compito di tutelare la legalità nell’interesse dei cittadini, giudicando sulla legittimità dell’azione delle amministrazioni. Un atteggiamento tafazziano, verrebbe da dire.

Insomma, prima di stracciarsi le vesti e invocare la chiusura di quel tribunale o la destituzione di quel burocrate, inviterei i Savonarola nostrani a fare un bel respiro, rileggersi la Costituzione e contare fino a dieci. Poi ricordarsi che – fortunatamente – viviamo in uno Stato di Diritto e dopo, e solo allora, esternare ed interloquire. Chissà se questo maledetto clima asfittico in cui si è voluto relegare le Istituzioni di questo Paese si svelenirà un poco. Solo un poco.

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