E’ chiedere troppo?

trasparenza lenteNon conosco Giuseppe Busia, quello che Gian Antonio Stella oggi sul Corriere della Sera definisce, beffardo, “il super-burocrate anti-trasparenza”. Non lo conosco e non so se effettivamente verrà destinato a ricoprire il delicato incarico di Segretario Generale a Palazzo Chigi. Quello che trovo, tuttavia, francamente noioso è il tono – sin troppo familiare – dell’articolo di Stella, che pure trovo giornalista preparato e scrupoloso. La vicenda è quella relativa al ricorso pendente innanzi la Corte Costituzionale circa la legittimità della pubblicità dei patrimoni personali dei dirigenti pubblici: se da anni chiunque può consultare in rete quanto guadagni il dirigente Tizio o il direttore Caio, una norma del 2016 prevedeva che anche i patrimoni personali (casa, automobile, motorino del dirigente e del congiunto) dovessero essere pubblicati e resi disponibili a chiunque. Ho già in più sedi spiegato che quel che ho sempre contestato è la ratio perversa della legge: il dirigente è potenzialmente corruttibile (o corrotto) e quindi gli si deve guardare in casa. Mariuolo a prescindere, insomma. Opinione naturalmente contestabile ma rafforzata dal fatto – sempre omesso – che i dati sui patrimoni personali sono da anni comunicati alle amministrazioni e, quindi, a disposizione delle autorità fiscali e di chi debba vegliare su arricchimenti incongrui. Ognuno ha la propria idea sulla questione, ed è giusto così: tuttavia, riportare la vicenda, come fa Stella, sbeffeggiando i lavoratori pubblici per tutto l’articolo, tritando i peggiori luoghi comuni, e dimenticando che Busia e chi – come me, assieme ad altri colleghi – ha ricorso avverso quelle norme ha esercitato un proprio diritto, è cosa che fa cadere le braccia. Abbiamo, fortunatamente, un Giudice delle Leggi che valuterà se la norma sia conforme alla Costituzione o meno: la decisione, in un senso o nell’altro, farà chiarezza. Si abbia la decenza di riconoscere, almeno, che viviamo in uno Stato di diritto. E’ chiedere troppo? 

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Società inclusive e Parlamenti inclusivi: verso la Conferenza ONU sulla disabilità

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Si terrà a New York, dal 12 al 14 giugno, l’undicesima Conferenza delle Nazioni Unite tra gli Stati firmatari della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006. È un appuntamento importante che, nel solco del costante perseguimento della piena inclusione delle persone con disabilità nelle nostre comunità, affronta in ogni edizione le questioni più importanti legate al pieno godimento dei medesimi diritti umani da parte di tutti, tagliando trasversalmente tutti gli ambiti della vita quotidiana delle persone con disabilità. La sessione di quest’anno riveste un interesse del tutto particolare perché si occuperà, fra le altre cose, della partecipazione politica e dell’eguale riconoscimento innanzi la legge per le persone con disabilità, temi cruciali e intimamente legati fra loro. La piena partecipazione dei cittadini alla vita politica segna, infatti, il livello di maturità democratica di una società: escludere o limitare fortemente la possibilità per chicchessia di poter dire la propria nelle scelte fondamentali del proprio Paese, a tutti i livelli di governo, impoverisce drammaticamente il processo decisionale e la bontà stessa delle decisioni assunte. Ecco perché la promozione e la tutela del diritto al voto è elemento fondamentale e decisivo per il rispetto della Convezione ONU che, all’articolo 29, ricorda che le procedure, le strutture e i materiali elettorali debbano essere appropriati, accessibili e semplici da comprendere ed usare per tutti. Si pensi, ad esempio, al dovere di garantire la piena accessibilità ai seggi o all’utilizzo di volantini o manifesti redatti in linguaggio semplice per persone con disabilità intellettiva, mettendo in campo campagne elettorali accessibili per chiunque (così come previsto anche dalla recentissima Strategia del Consiglio d’Europa in materia di disabilità). La partecipazione politica non è limitata, naturalmente, alla fase della formazione di una compiuta opinione di voto ed alla sua espressione, ma investe, al contempo, il tema della possibile esclusione dall’elettorato attivo o passivo in virtù di limitazioni della capacità giuridica della persona legata alla condizione di disabilità mentale o intellettiva, un caso che, purtroppo, non è infrequente in molti paesi del mondo e che si pone in netto contrasto con la Convenzione che richiede, al contrario, che gli Stati garantiscano in ogni modo la libera espressione della volontà delle persone con disabilità in qualità di elettori, senza comprimere la loro sfera personale di autodeterminazione. E non finisce qui. A patto di riuscire a creare un ambiente capacitante per la libera e consapevole espressione del loro voto, le persone con disabilità riescono a venire elette per dar voce alle loro idee ed ai loro convincimenti nelle diverse sedi di rappresentanza? A giudicare dai numeri delle presenze nelle assemblee elettive, l’elettorato passivo non è un argomento che scala l’agenda di molti paesi, considerato che, secondo l’ultimo rapporto mondiale sulla disabilità dell’OMS, il numero delle persone con disabilità nel mondo è di circa un miliardo e che, di converso, le percentuali di presenza nelle aule parlamentari, regionali e locali sono poco più che irrisorie. È dunque assai positivo che il tema venga posto all’ordine del giorno della Conferenza di New York, anche in virtù della particolare attenzione che alla questione pongono diverse organizzazioni internazionali, tra le quali l’OSCE (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), che ha lavorato con determinazione sugli aspetti del libero esercizio dell’elettorato attivo e passivo per le persone con disabilità, producendo, lo scorso anno, una utilissima guida dal titolo “Persons with disabilities and ensuring their right to participate in political and public life”. Ogni sforzo deve quindi essere perseguito nella attuazione delle prescrizioni convenzionali in materia di partecipazione politica, uno dei pilastri per la costruzione di società inclusive e sostenibili, in armonia, peraltro, con la strategia di sviluppo sostenibile dell’ONU che, nel quadro dei diversi obiettivi (o SDGs) che la compongono, al goal 16 prevede (target 16.7) di assicurare entro il 2030 processi decisionali inclusivi, partecipativi e effettivamente rappresentativi a tutti i livelli, rispetto a tutti i gruppi di popolazione, fra cui, naturalmente, le persone con disabilità. Se i Parlamenti sono lo specchio di un Paese, essi dovranno, dunque, essere lo snodo, sia attraverso la composizione dei loro rappresentanti che attraverso la loro azione concreta, per il consolidamento della legittimazione del sistema delle istituzioni pubbliche, attraverso un deciso riorientamento del continuum politico-elettorale (campagne elettorali, voto ed eleggibilità) a favore delle persone con disabilità. Sulla base del semplice fatto che i diritti di tutti devono poter essere goduti da tutti. Indipendentemente da tutto.

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When sustainability gets along with disability

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The new and still not widely known perspective of the UN Agenda 2030 basically lies on common sense: there is a push, trough the 17 sustainable development goals, or SDGs, adopted by the UN General Assembly on September 2015, towards a global horizon of peace and human rights, by defeating, inter alia, extreme poverty. Italy has been part of the deal and on March 2018 set up a National Commission for Sustainable Development (SD), chaired by the Prime Minister, with the task of implementing the UN Agenda and the Italian national strategy for SD. In order for Italy to effectively participate in the process, now involving all countries (not only the so called developed countries), it is crystal clear that an effort of internal coordination and reorientation of national policies is required. However, another element is going to have an impact on the Agenda’s challenges and needs to be part of governmental action. For the first time the disability dimension is explicitly mentioned into the UN commitments for SD: we have moved, in other words, to recognize once and for all that the objective of a sustainable, inclusive society cannot be achieved without taking into account the role of persons with disabilities (PwDs) who, according to the 2011 WHO World Report on Disability, are around 1 billion people. That is a fundamental factor of global action on SD based on the fact that poverty and disability are phenomena which go together and that the frequent condition of multi-discrimination suffered by PwDs in the world – disability dimension horizontally cuts gender, work, participation to society and politics, and so on – can hinder the success of the UN vision on SD. The forgetfulness of disability in previous UN actions for sustainability – as in the Millennium Development Goals (2000/2015) – was de facto canceled by the adoption of the UN Convention on the rights of persons with disabilities (UNCRPD) in 2006, which Italy ratified in 2009. The Convention clearly states the right of PwDs to inclusion in the community and to the full enjoyment of human rights on an equal basis with others. SDGs, however, include, at least in five of them (education, jobs, anti-discrimination, transportation and urban spaces, proper collection of statistical data), disability as a factor of success for the path to sustainable development. That echoes what Zygmunt Bauman had said about the solidity of a society: like a bridge, society is as strong as the weakest (more fragile, that sounds definitely better) ring of the chains that supports it. The common challenge for the SDGs and the UNCRPD is to make PwDs full actors of communities – social, political and economic actors. Italy too has to face that challenge: not only in the light of the steps forward which, as all developed countries, it has to make for the promotion of the rights of PwDs, but also because the UN Committee of Geneva that monitors the implementation of UNCRD into the State Parties put down in 2016 a series of recommendations for Italy and, in so doing, clearly linked both disability and sustainability in order to comply with international obligations. That means that Italy, while implementing SDGs on womens’ rights, on the fight to discrimination or access to accessible and safe transportation (to list but a few) will have to take into proper consideration the relevant articles of the UNCRPD. Disability and sustainability, therefore, do not exclude each other. They need to be interrelated for the success of the two general strategies. Again, common sense. But that common sense needs also political vision and capability of the administrative structures if we want to put in place an inclusive and sustainable society. For the year 2030 and beyond.

Published (in Italian) on Formiche

Sostenibilità fa rima con disabilità

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La grande e ancor troppo misconosciuta nuova prospettiva dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite è quella, sostanzialmente, del buon senso: c’è la spinta, attraverso i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (noti come sustainable development goals, o SDGs) approvati dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel settembre del 2015, verso la costruzione di un nuovo orizzonte globale di pace e diritti umani, sconfiggendo, una volte per tutte, la povertà assoluta. L’Italia non è restata a guardare e, grazie ad una direttiva dello scorso marzo, ha istituito una Commissione Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile, guidata dal Presidente del Consiglio, che ha il compito di attuare l’Agenda ONU e la Strategia Nazionale Italiana per lo sviluppo sostenibile. Perché l’Italia possa partecipare efficacemente al processo che, a differenza dei precedenti Obiettivi del Millennio (2000-2015), interessa stavolta tutti i paesi del pianeta e non solo quelli in via di sviluppo, è evidente che sarà necessario un enorme sforzo di coordinamento interno e di orientamento delle politiche nazionali in armonia con i principi espressi negli obiettivi dell’ONU. C’è, tuttavia, un secondo aspetto che rende peculiare la sfida dell’Agenda e che deve informare l’azione dei governi, in particolare quello Italiano. Una delle grandi novità dei SDGs è che per la prima volta la dimensione della disabilità viene espressamente fatta propria dalla strategia ONU in materia di sviluppo sostenibile: si passa, in altre parole, all’esplicito riconoscimento che l’obiettivo di una società sostenibile – perché inclusiva – non può essere raggiunto se non si prende in considerazione il ruolo delle persone con disabilità che, secondo il rapporto mondiale dell’OMS sulla disabilità del 2011, sono circa un miliardo. È un elemento di valore aggiunto che parte dalla constatazione che povertà e disabilità sono fenomeni che si rafforzano mutualmente e che la frequente condizione di multidiscriminazione cui sono soggette le persone con disabilità nel mondo (la dimensione disabilità interseca quella del genere, dell’occupazione, degli ostacoli ad una effettiva partecipazione alla vita sociale e politica, solo per fare qualche esempio) può impedire il successo dell’ambizioso programma delle Nazioni Unite. La “dimenticanza” della disabilità da parte dell’ONU nelle precedenti azioni globali a favore dello sviluppo sostenibile era, di fatto, stata già sanata grazie all’adozione della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (UNCRPD, 2006), che l’Italia ha ratificato nel 2009. La Convenzione, infatti, sancisce in modo inequivocabile il diritto per le persone con disabilità ad una effettiva inclusione nella società e al pieno godimento dei propri diritti umani, al pari di tutti gli altri cittadini. Tuttavia, i SDGs includono espressamente, in almeno 5 di essi (istruzione, occupazione, lotta contro la discriminazione, trasporti e spazi urbani, adeguata collazione di dati statistici), la disabilità come fattore di successo per il percorso verso uno sviluppo sostenibile. Si riprende, insomma, il concetto espresso qualche anno fa da Zygmunt Bauman, secondo cui la robustezza di una società, al pari di quella di un ponte, si misura dalla forza dell’anello più debole (meglio, fragile) delle catene che lo sorreggono: la sfida, comune ai SDGs e alla Convenzione del 2006, è quella di rendere le donne e gli uomini con disabilità attori a tutto tondo(sociali, politici, economici) delle comunità. È una sfida che interessa anche l’Italia: non solo per i passi avanti che, al pari di tutti i Paesi sviluppati, deve compiere sulla promozione dei diritti delle persone con disabilità, ma anche perché il Comitato di Ginevra che monitora l’attuazione della Convenzione all’interno dei diversi paesi, nel formulare nel 2016 una serie di raccomandazioni sulla implementazione della Convenzione in Italia, ha espressamente legato le due dimensioni delle disabilità e dello sviluppo sostenibile ai fini dell’assolvimento degli obblighi per il nostro Paese. Ciò significa che l’Italia, nell’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile in materia di promozione dei diritti delle donne, della lotta alla discriminazione o per l’accesso a sistemi di trasporto accessibili e sicuri (per citarne alcuni) dovrà tenere in considerazione i corrispondenti articoli della Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità. Disabilità e sostenibilità, insomma, non solo non si escludono, ma devono interrelarsi per il successo delle rispettivi strategie, che sono interdipendenti. Buon senso, insomma, che abbisogna, tuttavia, di visione politica e operatività delle strutture se vogliamo che la nostra sia davvero una società inclusiva e sostenibile, per il 2030 e oltre.

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L’Italia è vostra

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Con grandi difficoltà e in mezzo a qualche colpo di scena la Legislatura partita lo scorso 4 marzo sembra avviarsi – il condizionale è d’obbligo – verso la nascita di un governo. Tanti gli scenari ancora possibili, inclusi esecutivi “neutrali” o nuove elezioni: i prossimi giorni saranno decisivi per dipanare le tante questioni sul tappeto. Interessa poco entrare nel merito politico dei temi: l’inedito svolgersi degli eventi, quasi un caso di studio per gli esperti di diritto costituzionale e parlamentare, è in ogni caso nel solco della Costituzione, e tanto basta. Si ricomincia, insomma. Colpisce, tuttavia, un aspetto meta-politico della vicenda in corso, ormai sin troppo familiare: depositato il voto, i cittadini guardano e attendono gli sviluppi, paghi di aver compiuto il proprio dovere civico. La palla è in mano ai partiti, che giocano una loro – legittima – partita tra il detto e il non detto, in uno schema di gioco che ai più può apparire inintelligibile ma che, al contrario, è cristallino per i giocatori in campo. Sono le regole della democrazia rappresentativa: i cittadini delegano la conduzione della cosa pubblica ai loro rappresentanti, pronti a giudicarli nella cabina elettorale alla prossima tornata. Le cose, beninteso, non stanno esattamente così: l’interesse dell’elettore, in caduta libera in termini di partecipazione al voto, scema rapidamente, riattizzandosi, eventualmente, in particolari occasioni. L’informazione, che ha il compito di innervare il gioco democratico, fa i conti con le proprie pecche: in pochi leggono i giornali e le ormai arcinote fake news sono in agguato in rete, fonte preferita cui in tanti si abbeverano per comprendere il mondo che li circonda. Si sa, nei fatti, molto poco delle vere dinamiche della politica, della tecnocrazia, dell’economia e della finanza. Forti o meno, quei poteri frappongono uno schermo difficile da penetrare. E perché farlo, poi? Ecco uno dei grandi pericoli che insidiano una democrazia: la rassegnazione a non poter influire sull’andamento della vita del proprio Paese, l’assunto della sostanziale inutilità del voto e, quindi, l’impotenza del singolo. Ognuno, si sa, segue una propria agenda che raramente viene dichiarata apertamente. Così fan tutti? Stanchi delle continue baruffe chiozzotte, di fronte ai cittadini si stagliano due scelte: ci si adegua e si segue la corrente o ci si abbandona alla sterile protesta contro le élites brutte e cattive. Il risultato: il ritiro nel privato e un Paese che si sbriciola. L’Italia, d’altronde, ha la più bella Costituzione al mondo ma troppo spesso muore di regole e di formalismo in punta di diritto, con la triste consapevolezza che si tratta di mera fictio. Le regole sono scolpite: le cose seguono, però, binari più scorrevoli. Per alcuni, almeno. È una generalizzazione, ovviamente. Sono tante e tanti le donne e gli uomini che fanno il proprio dovere, in tutti campi, ed è ben noto il valore che gli Italiani, soprattutto nei momenti di grande difficoltà, hanno saputo dimostrare, per tacere dell’immensa ricchezza – culturale, artistica, architettonica, storica, enogastronomica – che questo Paese, forse incurante ed inconsapevole, possiede. Ma quella maledetta rassegnazione sembra scritta nel DNA degli Italiani, viziato di gattopardismo, tra Machiavelli e i bravi di manzoniana memoria. L’Italia non si è mai vantata, come orgogliosamente hanno detto e dicono gli Stati Uniti d’America, di essere il più grande Paese al mondo. Ne ha passate troppe. Ma se tanti giovani se ne vanno, se cresce la povertà assoluta, se l’economia sommersa ha dimensioni colossali, se il cancro delle mafie ancora non è stato estirpato e se la corruzione appesta la vita pubblica, non saranno nuove regole o nuove pene a far compiere un’inversione di rotta. Quel che serve è che ciascuno si faccia avanti: e lo faccia quando tutti dicono di non farlo. Nel Paese in cui troppo spesso l’iniziativa del singolo è vista come un disvalore, occorre acquisire piena consapevolezza del fatto che solo innescando il cambiamento nelle piccole cose quotidiane si potrà sperare in una virata decisa. La storia è un pendolo, naturalmente, Quel che andava bene ieri, andrà bene domani, e viceversa. Ma far sì che si recuperi e apprezzi l’importanza del peso che ciascuno ha, della parola di tutti, dell’esempio che si dà alle nuove generazioni, può essere la leva per risalire la china. Non tutto è perduto: i due recenti casi di cronaca che raccontano di giovanissimi che in Sardegna fanno irruzione in una casa per salvare un anziana colta da malore o di studenti nel napoletano che fanno chilometri in bici per andare a casa dell’insegnante che non dava notizie di sé, sfidando l’immobilismo degli adulti e salvandola, fanno sperare. Ma quando si diventa degli stronzi? La Capitale è un implacabile ritratto del momento, assai più ripugnante del dipinto serbato da Dorian Gray: quella che potrebbe fregiarsi del titolo di più bella città al mondo è ormai da anni irriconoscibile. I colpevoli? Non i sindaci, gli amministratori locali, i lavoratori delle tante municipalizzate. Non solo, almeno. Sono i nuovi barbari: i cittadini. Smarriti del senso di comunità. Ben felici di delegare le responsabilità a qualcun altro e pronti a lapidare costui quando si troverà nella impossibilità di contrastare l’incontrastabile. Da questo punto di vista, l’amaro film “L’ora legale” di Ficarra e Picone dice molto di più di una pila di trattati di sociologia. Non chiedete cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese, disse qualcuno. Chiamatela cittadinanza attiva, se volete. Ma non abbandonate nelle mani di nessuno, foss’anche l’uomo della Provvidenza, certificato e bollinato, il destino della vostra terra e della vostra esistenza. Sono solo vostre.

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I veri poteri forti in Italia. Almeno pare

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Angelo Panebianco, noto politologo, è intervenuto a gamba tesa sul Corriere del 30 aprile avverso quelli che identifica come i veri poteri forti del Paese: burocrati e magistrati. Secondo Panebianco, in particolare, “le tecnostrutture […] possono convivere pacificamente solo con gruppi ed esponenti politici disposti ad inginocchiarsi in loro presenza e a baciare l’anello”. A fronte di un indebolimento della politica dopo la caduta del Muro e Mani Pulite, infatti, la palla sarebbe ormai in mano alle burocrazie ministeriali, senza le quali nulla si muove ed ogni riforma è destinata a perire (i maliziosi vi leggeranno la riforma della dirigenza del Governo di Matteo Renzi, affondata un secondo prima dell’approdo). E alle magistrature che, causa i paraocchi del formalismo giuridico, con le loro sentenze condizionano la vita democratica e condannano l’Italia alla marginalità economica internazionale. E’ un tema caro a Panebianco: legittimo e utile che lo riformuli sul primo quotidiano del Paese. Da burocrate di trincea, tuttavia, continuo testardamente a restare in disaccordo. Egli non parla certamente del sesso degli angeli: non sarebbe serio negare che vi siano dirigenti apicali che hanno una loro specifica agenda e che apparecchiano le tavole a loro piacimento in base alle proprie esigenze di potere e, talvolta, di privilegio. Essi vanno contrastati con ogni mezzo. Allo stesso modo, è ben possibile che vestano la toga magistrati che si fanno guidare dalle ideologie e che non riescono a cogliere le tante implicazioni socio-economiche che le loro pronunce comportano: costoro non contribuiscono al corretto svolgersi delle dinamiche del Paese e al suo benessere. Tuttavia, la battaglia che i tanti Panebianco portano da tempo avanti ha la pecca di offrire una versione manichea che coglie alcuni aspetti veritieri ma che, adagiata la polvere della pugna, presenta una visione scombinata di come funzionano le cose. Non me ne voglia il professore, che stimo senza retorica alcuna, ma il troppo astrattismo ha il serio limite di non afferrare appieno la realtà. La cattedra, evidentemente, permette una visione limitata che andrebbe integrata con chi sta sul pezzo, con quelle che Giulio Napolitano, lo scorso 17 aprile, sempre sul Corriere, ha chiamato le voci di dentro, di “chi prova, cioè, a far funzionare le amministrazioni ogni giorno in condizioni sempre più difficili”. Sia chiaro: non reputo né utile né necessario operare difese d’ufficio della burocrazia e delle tante colleghe e dei tanti colleghi che assolvono ai loro compiti pur prendendo da anni sonore legnate mediatiche. E tanto meno della magistratura. A far sentire le “voci di dentro” ci pensano sindacati e associazioni. C’è un elemento che, tuttavia, che va svelato, trattandosi – questo sì – di una bugia e, al contempo, di uno stereotipo. Alla politica debole non ho mai creduto, prima, seconda o terza Repubblica che dir si voglia. Anzi, se poniamo lo sguardo agli ultimi dieci anni, l’esperienza sul campo porta a dire che la politica – o, almeno, una certa politica – ha costantemente tentato di governare l’amministrazione attraverso una “sua” dirigenza, forzando la mano con tentativi di riforma che avrebbero, secondo molti, messo a seria prova il principio dell’imparzialità amministrativa e, di conseguenza, i diritti dei cittadini. Il politico schiavo della burocrazia è una mera fiction. Anzi, un’idea fissa che non si riesce a scalzare e che va si tanto in tanto ad arricchire il vaso di Pandora delle malefatte della macchina pubblica, ormai scoperchiato a favore della cittadinanza indignata. Sarebbe utile, una volta di più, ricordare che politica e amministrazioni dello Stato non sono due entità astratte che vivono in due regni separati e guerreggianti, con la Terra di Mezzo in cui ne pagano le conseguenze i poveri sudditi: sono fondamentali pezzi della Repubblica che hanno il dovere di lavorare assieme e che, incredibilmente, perlopiù lo fanno, pur fra frizioni e diffidenze. Come politologi e costituzionalisti ben sanno, aldilà delle regole scritte si sviluppa una gestione del quotidiano le cui dinamiche dipendono da tanti fattori, esogeni ed endogeni, non ultimi il clima nel Paese e le personalità degli attori. Senza dimenticare che non è la (sola) conoscenza tecnica che serve al politico (se c’è, meglio), ma la visione e la forza (politica, parlamentare, di alleanza sociale) di far quello che reputa giusto e utile. Due disinteressati consigli, allora. Il primo: opportuno denunciare le storture, ma si facciano nomi e cognomi. Basta sparare ad altezza d’uomo: serve solo a solleticare la pancia degli arrabbiati. Il secondo: se la smettessimo far roteare le mazze e imparassimo a separare la patologia e la fisiologia sarebbe già un bel passo avanti verso la messa a regime del Paese. Che, non dimentichiamolo, è cosa di tutte e di tutti.

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Pillole di burocrazia

Sono stato invitato dalla squadra di Nemo, in onda su Rai2, a dire qualcosa sul tema pubblica amministrazione e burocrazia in 90 secondi. Grazie: anche se il tempo era limitatissimo, non capita troppo spesso di dare la parola all’odiato funzionario pubblico. Qui la clip.

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Roma, movida

Corriere della Sera, Roma.

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