My dear Mr. Rampini

Federico-Rampini

Caro Rampini,

non è la prima volta che mi capita di scrivere qualche riga indirizzata a illustri opinionisti della carta stampata per ribattere ad esternazioni in materia di lavoro pubblico e PA: l’Italia, d’altronde, è il Paese dei 60 milioni di CT della Nazionale e di luminari del funzionamento delle amministrazioni pubbliche. In ogni caso, come sibilava Humphrey Bogart ne “L’ultima minaccia” (1952), è la stampa, bellezza: libero diritto di critica, conseguente ampio diritto di replica. It’s a free country, come usano dire dalle Sue parti. Spero vorrà allora seguirmi mentre dedico qualche minuto delle mie ferie a fare le pulci ad alcune delle dichiarazioni da Lei rese nel corso della trasmissione “Stasera Italia News”, in onda su Rete 4 lo scorso 3 agosto, che meritano, per diversi motivi, una qualche attenzione.

Veda, caro Rampini, poiché Lei ha parlato di “sabotatori della rinascita Italiana” (modello collaboratori dei nazifascisti, ad occhio e croce) e del “crollo della produttività, già bassissima, di tanti statali, di tanti pubblici dipendenti, che si sono fatti il lockdown a casa col cosiddetto smart working”, vorrei chiederLe conto dei dati e delle evidenze sui quali basa tali affermazioni. Immagino che, prima di sparare ad alzo zero sull’operato di così tante persone, si sarà attentamente documentato prima della trasmissione, consultando con pignoleria le analisi e le percentuali più aggiornate messe a disposizione da università e centri di ricerca pubblici e privati. La mia domanda, dunque, è: quali fonti ha consultato, esattamente? È in grado, egregio dottor Rampini, di citare un qualche studio che possa suffragare tali affermazioni così tranchant? Glisserei, per carità di Patria, sulla lamentata pretesa di spendere i mesi di confinamento a casa da parte dei dipendenti pubblici: probabilmente nelle lontane terre americane in cui Lei spende buona parte del suo tempo non è pervenuta la sconcertante notizia che un atto con forza di legge ha stabilito che, nei mesi di emergenza sanitaria, il lavoro agile fosse la modalità ordinaria di lavoro nella pubblica amministrazione. Non un ghiribizzo di qualche sfaccendato travet, dunque, ma una disposizione del Governo per arginare il diffondersi del contagio. Stranezze tutte italiane, forse.

Ma andiamo oltre. Ho molto poco burocraticamente inarcato un sopracciglio, scuotendomi dal mio usuale stato atarassico, nell’udire il prosieguo del Suo ragionamento, quando, a proposito di smart working (o lavoro intelligente, come da Lei prontamente tradotto), ha sostenuto che “questi (sic!) già non facevano un lavoro intelligente prima, hanno lavorato ancora meno, ancor peggio”, con “tanti di loro che hanno fatto delle vere e proprie ferie a casa”. Al netto del rischio di dover riconoscere delle corpose royalty a Pietro Ichino, che ha avuto modo di precederLa nella propalazione di una simile argomentazione, mi sono chiesto – con una buona dose di impudenza, lo ammetto – come facesse ad essere così dettagliatamente informato circa le modalità con cui centinaia di migliaia di lavoratori pubblici (e privati!) hanno impiegato le ore di lavoro a casa nei mesi del confinamento. La mia personale esperienza è stata oltremodo positiva, e di questo ringrazio chi lavora con me, ma forzatamente circoscritta alla mia cerchia esperienziale. Comprenderà, dunque, il mio sordo stupore nell’apprendere che, pur non vivendo in Italia, Lei ha, tuttavia, “raccolto le lamentele, i pianti, le urla di decine di amici” che sta incontrando nel Bel Paese “per il livello vergognoso cui è precipitata l’improduttività della pubblica amministrazione”. Provo, con una certa audacia, a tradurre: i Suoi venti o trenta (quaranta e lascio?) amici, povere anime ululanti al pari dei protagonisti di una tragedia shakespeariana, rappresentano, a Suo dire, un campione statistico a tutti gli effetti. All right, man.

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Imbarazzo a parte, arriviamo, tuttavia, al climax del Suo intervento. Mentre il dottor Carlo Cottarelli e la padrona di casa, Veronica Gentili, beatamente se la ridacchiavano, ecco l’affondo: “Il lockdown è diventato un alibi per un esercito di lazzaroni, a loro lo stipendio non glielo nega mai nessuno, mentre ci sono milioni di Italiani che in questo momento vivono in un’incertezza tragica. Quelli lì –“quelli lì”? – quando stanno a casa e non fanno un beato niente, lo stipendio lo incassano, quindi va bene cacciare il Presidente dell’INPS, ma poi occorre cacciare a fare pulizia di tutti i dirigenti e quadri che non sono capaci di far lavorare i loro collaboratori”. Caro Rampini, Lei può naturalmente sostenere tutto ed il contrario di tutto, quando e dove vuole. Tuttavia, quel che trovo stupefacente è l’aperto, gratuito disprezzo mostrato verso quelle lavoratrici e quei lavoratori del settore pubblico che, in condizioni difficili e molto spesso con mezzi propri, hanno assicurato la continuità amministrativa pur non potendo recarsi in ufficio. Un furore ideologico testimoniato da un linguaggio sprezzante e, cosa assai più grave, da casistiche da Bar dello Sport. Da inveterato burocrate, ho il brutto vizio di leggere le carte e formulare ipotesi attendibili prima di pronunciarmi: da un giornalista professionista mi aspetterei, parimenti, ragionamenti basati su dati e circostanze documentati, su cui costruire tesi, analizzare i problemi, offrire, se del caso, soluzioni. Urticanti magari, ma solide.

La PA Italiana è un paradiso? Ma niente affatto! I problemi sono molti e radicati, in larga parte derivanti dall’utilizzo spregiudicato che della macchina pubblica ha fatto nel tempo tanta parte della politica, ed è incombenza di tutti, in primis di chi ha responsabilità pubbliche e amministrative, rimboccarsi le maniche e fare di tutto perché, in ultima analisi, cittadini e imprese abbiano i servizi cui hanno diritto. Lei sostiene, peraltro, con fare sbrigativo, che si deve cacciare e fare pulizia dei dirigenti che non sono capaci di far lavorare gli altri: parole rozze, principio sacrosanto. Ma vorrà perdonarmi se nutro più di qualche dubbio sul fatto che tali decisioni vengano prese sulla base dei suoi personalissimi cahiers de doléances. In fondo, caro Rampini, fin qui nulla di nuovo. Molti dipendenti pubblici si saranno offesi o arrabbiati, ma Lei è solo buon ultimo in una lunga schiera di illustri professionisti nel nobile sport dell’insulto contro i lavoratori del settore pubblico. Alimentare odio sociale fa cassa, analizzare problemi complessi e imbastire soluzioni assai meno.

Quel che è assai singolare – imperdonabile, aggiungo – è che Lei, da osservatore internazionale di tante realtà avanzate, abbia clamorosamente mancato di cogliere, anche solo in parte, le potenzialità che questo imprevisto smart working d’emergenza ha esplicitato, permettendo finalmente di immaginare, al pari delle tante e consolidate realtà del settore privato in Italia e nel mondo, una diversa organizzazione del lavoro pubblico. Lei parla di “lazzaroni” (ce ne han dette di peggio, Le assicuro) chiudendo ostinatamente gli occhi di fronte al fatto che in tanti hanno apprezzato modalità nuove di lavoro che, se opportunamente sfruttate, possono rappresentare una delle leve per riorientare in profondità un bene comune indispensabile per il Paese come la nostra amministrazione pubblica. Inutile ripetere cose già dette: ognuno, Lei incluso, potrà documentarsi in merito. Sappia, tuttavia, my dear Mr. Rampini, che le chiacchiere hanno fatto il loro tempo: in molti, ed io per primo, hanno fiducia che si possa e si debba entrare in una agorà nuova per il settore pubblico, che dovrà scuotere alle radici prassi e schemi ormai desueti. Si aggiorni, se può. And so long!

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C’è del marcio in Regione Sicilia, mio buon Orazio?

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La vicenda, riportata dal Corriere della sera, che ha visto protagonista un dirigente della Regione Sicilia e la diatriba sulle ferie d’agosto, merita una seria riflessione, al di là dell’automatica indignazione o delle facili assoluzioni. Non ho naturalmente motivo per non prendere per buona l’urgenza, evidenziata dal collega, di chiudere i dossier relativi ai fondi europei (non ho visto le carte, quindi facciamoci bastare quanto riportato dai giornali), ma è inevitabile porsi qualche domanda. Sembra che sia stato chiesto ai dipendenti di posticipare (non mi pare si sia parlato di rinunce) le ferie estive per chiudere le pratiche urgenti, dato che – si evince da quanto riportato sui quotidiani – tali pratiche non sono state trattate nel periodo di lavoro da remoto forzato. La prima domanda, allora, è: come si è arrivati a questa strozzatura? La richiesta di ferie, dovute e garantite, viene stigmatizzata perché essere stati a casa renderebbe inutile il ristoro che le ferie comportano. Ma lavorare a casa o in ufficio non incide affatto sul diritto a godere di congedo ordinario. Anzi, come è spesso emerso, il lavoro ‘casalingo’ (o smart working d’emergenza) ha portato con sé superlavoro e carichi più gravosi per le donne. Dovrebbe allora dedursi che, secondo la denuncia, i dipendenti regionali di quel settore non abbiano lavorato nei mesi di confinamento, con la conseguenza della deflagrazione dell’urgenza conclamata lamentata sui quotidiani. Alt. Per quel che mi riguarda, e confortato dall’esperienza di molti colleghi, giudico l’esperienza emergenziale, al netto delle tragiche conseguenze, assai positiva: grazie al tanto lavoro portato avanti, ho personalmente avuto conferma che l’organizzazione del lavoro pubblico può essere rivoluzionata con benefici multipli e profondi (non ritorno su aspetti sui quali mi sono già intrattenuto a lungo). Ovviamente, fatta salva la responsabilità e piena disponibilità e capacità di adattamento mostrate dal personale (grazie!), la responsabilità ultima e finale di far marciare le cose, in pace e in guerra, cade in capo alla dirigenza: sono i/le dirigenti a dover gestire il flusso delle attività e, ove si creino ostacoli imprevisti, insormontabili o eccezionali, a doverlo segnalare e a tentare di trovare delle soluzioni. Ecco perché, mettendo nel cassetto la facile indignazione, occorre chiedersi cosa sia effettivamente successo. C’è chi non ha lavorato? Quanti? E perchè? E cosa è stato fatto, nel rispetto delle diverse disposizioni emanate dal Governo in questi mesi, per cambiare le cose? E se non è stato fatto nulla, perché? Si trattava di attività urgenti e indifferibili per le quali poteva prevedersi la presenza? E, in ogni caso, si trattava e si tratta di attività per le quali non era e non è possibile prevedere la gestione da remoto? Insomma, entriamo nel merito delle cose. Capisco sia molto più facile ricorrere alla pancia delle persone e che approfondire costi, inevitabilmente, tempo e fatica. Tuttavia, non ricorriamo alle facili correlazioni dipendenti pubblici tutti rubastipendi o lavoro agile vacanza casalinga. Non rubiamo il mestiere ai professionisti della semplificazione a tutti i costi ma cerchiamo di esser seri. Tutti. Nessuno escluso.

La nuova fase del lavoro agile nella PA

smart-working-coronavirusCon la conversione in legge del decreto-legge n. 34 del 2020 (“decreto rilancio”) e la pubblicazione, lo scorso 24 luglio, della Circolare n. 3/2020 a firma della Ministra Dadone, si apre una nuova fase del lavoro agile nel settore pubblico, archiviando la fase di emergenza acuta dovuta alla grave crisi epidemiologica da Covid-19. Se il decreto-legge n. 18 del 17 marzo (“decreto cura Italia”) aveva stabilito che, sino alla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica, il lavoro agile fosse la modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nella PA, il decreto rilancio (art. 263) ora richiede alle amministrazioni di adeguare la propria operatività alle esigenze dei cittadini e delle imprese connesse al graduale riavvio delle attività produttive e commerciali: a tal fine, fino al 31 dicembre 2020, i pubblici uffici organizzano il lavoro e l’erogazione dei servizi attraverso la flessibilità dell’orario, applicando il lavoro agile al 50 per cento del personale impiegato nelle attività che possono essere svolte in tale modalità. Cessa, inoltre, di avere effetto alla data del 15 settembre la disposizione per la quale veniva limitata la presenza del personale per assicurare esclusivamente le attività indifferibili e che richiedessero necessariamente la presenza sul luogo di lavoro, ponendo ufficialmente termine a quello che è stato definito smart working d’emergenza.

Per i restanti mesi dell’anno, dunque, un dipendente su due torna stabilmente in ufficio, attraverso un mix di flessibilità dell’orario e di lavoro agile e adeguandosi alle vigenti prescrizioni in materia di tutela della salute, posto che il termine dello stato di emergenza resta al momento fissato al prossimo 31 luglio. Le amministrazioni devono dunque prevedere il rientro in servizio anche del personale sinora non adibito a funzioni indifferibili ed urgenti, con l’obbligo di aggiornare la mappatura delle attività che, in base alla dimensione organizzativa e funzionale di ciascun ente, possano essere svolte in modalità agile, e ferma restando la possibilità di utilizzare strumenti informatici propri. Il tema della sicurezza e della salute dei dipendenti, resta fondamentale: deve darsi corso ad un processo di analisi e di individuazione di misure di gestione del rischio anche alla luce del Protocollo quadro per la prevenzione e la sicurezza dei dipendenti pubblici in ordine all’emergenza sanitaria, validato dal Comitato tecnico-scientifico e sottoscritto con le organizzazioni sindacali.

In questo nuovo quadro, si pongono obbligatoriamente alcune questioni che investono l’idea stessa di lavoro agile e che interessano l’evoluzione dell’organizzazione del lavoro pubblico. Quale sarà, ad esempio, il quantum del tempo che potrà essere dedicato, in questa fase di transizione, al lavoro agile? Pesa, infatti, il rischio di un’inconfessabile voglia di scrivania di quella parte della dirigenza che ha, da sempre, mal tollerato lo smart working, vittima della trappola cognitiva che porta a credere di dover avere a che fare con ulteriori adempimenti per trovare i compiti da affidare al collaboratore che non lavori in sede, e complice, per certuni, la difficoltà di aggiornare schemi organizzativi e culturali tayloristici ormai desueti e sostanzialmente non dissimili da quelli in voga nel XIX secolo. In altre parole, pur con la necessaria cautela che i dati epidemiologici consigliano e ferma l’opportunità che la distribuzione del personale assicuri un adeguato distanziamento interpersonale, non può essere la mera preoccupazione sanitaria a guidare la riorganizzazione sostanziale del lavoro negli uffici pubblici.

Diciamolo chiaramente: in assenza dei drammatici effetti della crisi sanitaria dei mesi scorsi, il lavoro agile sarebbe rimasto a galleggiare in una sempiterna fase sperimentale, limitandosi ad una giornata a settimana per il 10% dei dipendenti, misconosciuto nelle sue effettive potenzialità e vissuto come l’ennesima, fastidiosa gestione di carte. Occorre, invece, avere la capacità di slegare lo smart working dalla situazione contingente ed immaginare un’applicazione integrata allo scopo di modernizzare – rivoluzionare – la cultura amministrativa del Paese. Se le evidenze empiriche hanno mostrato che c’è stata una generale soddisfazione da parte dei dipendenti e che l’applicazione strategica del lavoro agile comporta un incremento della produttività dell’organizzazione, è necessario domandarsi se sia davvero importante fissare delle soglie percentuali di accesso. A tal proposito, il decreto rilancio prevede che entro il 31 gennaio di ogni anno si rediga il Piano organizzativo del lavoro agile (POLA), quale sezione del Piano della Performance, disponendo, per le pertinenti attività, che almeno il 60% dei dipendenti possa avvalersene e definendo le misure organizzative e formative, i requisiti tecnologici e gli strumenti di rilevazione e di verifica periodica dei risultati conseguiti. Sebbene l’ampiezza della percentuale a regime appaia certamente confortante, il rischio è che si tenda ad irregimentare un istituto che, per sua natura, abbisogna di un alto grado di elasticità, a seconda delle esigenze proprie della singola struttura, del singolo dipartimento, del singolo ufficio.

Non si vuole sostenere, naturalmente, che le PA debbano, da un giorno all’altro, dare il “liberi tutti” e non prevedere una cornice adeguata. La gradualità perseguita dalle recenti nome è, da questo punto di vista, apprezzabile: la percezione di essere sempre connessi e il possibile senso di isolamento dall’organizzazione di appartenenza sono esternalità che, nel quadro emergenziale, sono emerse con grande chiarezza, come è risultato evidente, in un recente studio promosso dal CNR, il rischio di limitazione di autonomia per le donne. Tuttavia, se è necessario far tesoro dell’esperienza emergenziale, è fondamentale che la leva principale sia quella organizzativa e culturale, indispensabile per scardinare l’approccio formalistico e adempimentale che ancor oggi è ancor troppo presente nella conduzione delle attività delle pubbliche amministrazioni. La maggiore responsabilizzazione dei dipendenti, l’emersione di un più marcato orientamento al risultato, lo sconvolgimento di quadri procedurali sino ad oggi apparentemente immodificabili segnano la strada da perseguire per cambiare nel profondo la mostra macchina pubblica.

Come ha acutamente osservato Guido Melis, non va temuta l’anarchia al potere: non si sopprimerebbe il centro di direzione lasciando il lavoro amministrativo senza testa, ma quel centro continuerebbe ad agire non tanto in termini gerarchico-burocratici ma come una sorta di motore centrale, una stazione di coordinamento collegata a una pluralità di stazioni decentrate. Non verrà dunque decretata, con tutta probabilità, la morte dell’ufficio, come titola un recente articolo de “L’Economist”, ma, ove ci si soffermi a ricordare che non più di un anno fa il dibattito era dominato dal tema delle impronte digitali per gli accessi, è facile apprezzare la vera e propria rivoluzione copernicana che in materia di PA potrebbe spiegare effetti dirompenti. Alzando lo sguardo, non è però difficile cogliere una malcelata sfiducia nei confronti della prospettiva di sfaldamento del dogma del lavoro in presenza, nel settore pubblico come in quello privato, per molti versi decisamente più avanzato. Come l’esortazione a tornare al lavoro del Sindaco di Milano Beppe Sala ha dimostrato, entrano in gioco due elementi: a) le implicazioni della possibile riorganizzazione della vita delle nostre città, incentrate sul pendolarismo casa-lavoro e su rilevanti interessi immobiliari e della ristorazione, settori a vario titolo colpiti dalla subitanea assenza dei lavoratori, pubblici e privati, a seguito dell’emergenza; e b) la messa in discussione della comfort zone di prassi e comportamenti ritenuti immodificabili e la correlata incertezza legata a un futuro inatteso le cui conseguenze non sono, al momento, valutabili con precisione.

Al di là di tutte le necessarie ed opportune considerazioni legate all’efficientamento del nostro sistema burocratico ed amministrativo, emerge infatti, di tutta evidenza, il timore dell’ignoto, del salto nel buio che comporterebbe ripensare in profondità il nostro quotidiano e, conseguentemente, il significato ultimo delle nostre azioni, dei nostri bisogni, delle nostre aspirazioni: è una prospettiva che, comprensibilmente, atterrisce coloro che non hanno interesse alcuno al cambiamento sociale. Non è un caso, in un simile contesto, che ritorni virale un intervento di Sergio Marchionne tenuto nel 2013 all’Università Bocconi di Milano in cui si stupiva del fatto che in Fiat ad agosto si fosse, inspiegabilmente, in ferie, in un momento di perdite per l’azienda. In termini profondamente diversi, l’allora Presidente dell’Uruguay José Mujica, nel suo memorabile discorso alla Conferenza ONU sullo sviluppo sostenibile del 2012, ricordava come lo sviluppo non possa essere contro la felicità umana ma a favore dell’amore della terra, delle relazioni umane, della cura per i figli, delle amicizie, della necessità di avere l’indispensabile. E, sostenendo che non si viene al mondo soltanto per svilupparci ma per cercare di essere felici (“Perché la vita è corta e se ne va”), poneva a tutti una domanda: “È questo il destino della vita umana?”. Ecco, al pari di Mujica, è forse arrivato il momento di porsi domande alte. Destabilizzanti, forse: ma necessarie. Esercitando senza pregiudizi la nobile arte del dubbio.

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Il complicato quadro delle politiche a favore delle persone con disabilità

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I recenti interventi del Governo, nel quadro delle iniziative di contrasto alla pandemia da Covid-19 e ai suoi perniciosi effetti sociali ed economici, hanno interessato anche il mondo della disabilità. Con il “decreto rilancio” sono state ad esempio aumentate le risorse del Fondo per le non autosufficienze, portato a 661 milioni di euro, una parte dei quali va a costituire un fondino per la vita indipendente, e del Fondo per il “Dopo di noi”, che arriva a 78 milioni. È stato, inoltre, istituito il “Fondo di sostegno per le strutture semiresidenziali per persone con disabilità” (che si va ad aggiungere al già esistente fondo di sostegno ai caregiver) e viene dato avvio al Reddito di Emergenza (REM), destinato ai nuclei familiari in condizioni di necessità economica in conseguenza dell’emergenza epidemiologica, compatibile con la presenza di componenti titolari dell’assegno ordinario di invalidità. Insomma, uno sforzo notevole che, come ha evidenziato l’Ufficio di Palazzo Chigi che si occupa delle politiche a favore delle persone con disabilità, ha capitalizzato complessivamente circa 805 milioni di euro.

Al netto dell’evidente importanza di tali provvedimenti, ci sono alcuni aspetti che, alzando lo sguardo verso un quadro generale più ampio, necessitano di analisi. Il primo attiene al proliferare di fondi dedicati alla disabilità che, di fatto, contribuiscono a settorializzare un quadro d’azione che dovrebbe, invece, puntare alla coerenza e alla piena interdipendenza degli interventi. La parcellizzazione in compartimenti, seppure con ormai stabili iniezioni monetarie, rischia di mettere in ombra, infatti, un approccio mainstreaming e trasversale che attiene alle politiche a favore delle persone con disabilità, che devono far leva, in maniera interconnessa, sui diversi “spezzoni” della vita quotidiana (dalla scuola, al lavoro, alla partecipazione sociale e politica) che mirino, tutti, alla finalità della piena inclusione nelle società. Il secondo aspetto investe il fatto che in materia di politiche sociali vige in Italia un federalismo di fatto, con la programmazione degli interventi costituzionalmente riservata alle regioni e l’istituzione dei livelli essenziali delle prestazioni rimessi in capo allo Stato. In assenza della puntuale definizione di questi ultimi, la gestione dei fondi nazionali a riparto è oggetto di contrattazione con le regioni, che li utilizzano secondo l’accordo con lo Stato e le esigenze e i bisogni a livello regionale e locale. Si tratta di uno snodo fondamentale: gestire e ripartire una pluralità di fondi spalmati su diciannove diversi sistemi regionali, con norme, prassi e sistemi informativi propri (non partecipano all’esercizio Trento e Bolzano), rende assai complicato attuare appieno quello che dovrebbe essere il compito fondamentale del livello nazionale, ovvero monitorare l’utilizzo delle risorse, valutarne l’efficacia in termini immediati e di impatto e intervenire, conseguentemente, sulle politiche di welfare sociale per aggiustare il tiro.

Questo elementare ciclo virtuoso soffre di impedimenti diversi: l’analisi spesso di natura formale e cartolare degli interventi e delle politiche portati avanti dalle regioni, la mancanza di figure con competenze specifiche nel campo della valutazione, la forte richiesta in termini di tempo e risorse del processo che si infrange contro le altre, giornaliere incombenze degli uffici. Inutile evidenziare che l’esercizio riveste particolare utilità sia a monte, per il decisore politico avveduto (nazionale o regionale) che può godere degli elementi informativi utili a intervenire in sede politica e legislativa, sia a valle, per gli effetti delle politiche sui destinatari. Al netto dei molti passi avanti compiuti negli ultimi dieci e più anni (si pensi all’evoluzione dinamica delle finalità del fondo non autosufficienze e alla adozione del Piano nazionale per la non autosufficienza nel 2019) e della attesa, recente istituzione di un Ufficio autonomo in materia di politiche a favore delle persone con disabilità a Palazzo Chigi con funzioni generali di coordinamento e a diretto servizio del Presidente del Consiglio dei ministri, il quadro generale sembra ancora poco ritagliato sulla prospettiva di sistema tesa all’obiettivo della piena inclusione delle persone con disabilità e troppo chino sui singoli interventi settoriali, tra i quali si fatica a cogliere un’effettiva interconnessione.

Incide, su questo grave deficit, la naturale ritrosia delle amministrazioni a cedere pezzi di sovranità e la correlata spinta delle autorità politiche a intestarsi iniziative e relative bandierine, magari a scapito di una seria, previa analisi di fattibilità. Una criticità alla quale solo parzialmente è riuscita ad ovviare l’ormai decennale attività dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità che, a fronte dell’adozione di ben due piani d’azione nazionali (2013 e 2017), ha sofferto della spinta centrifuga dei diversi attori pubblici che ne fanno parte. L’attenzione alle somme a disposizione per gli interventi a favore delle persone con disabilità non deve far dimenticare, in altre parole, che l’opportuno e necessario incremento dei fondi e l’indicazione di nuove, corrispondenti finalità: a) non obbligatoriamente si inseriscono in una programmazione condivisa che tenga conto di un approccio olistico e interistituzionale al tema, b) non sempre comportano un’analisi di impatto della regolamentazione ex ante ed ex post e c) non coincidono, necessariamente, con un aumento dell’articolazione e della qualità dei servizi a favore dei destinatari ultimi, soprattutto in un quadro territorialmente frastagliato dove la spesa sociale pro capite oscilla drammaticamente fra il nord e il sud del Paese. Con particolare riferimento a quest’ultimo punto, la rivendicazione della politica a stanziare somme, magari allocate su una pluralità di tavoli, è sembrata negli anni rispondere a pur giuste sollecitazioni e alle necessità del momento contingente ma senza contare su solide basi conoscitive o prospettiche di cambiamento del sistema, che storicamente ha visto la prevalenza dell’erogazione monetaria a scapito dello sviluppo di servizi.

Come recita l’introduzione del secondo Programma d’Azione biennale in materia di disabilità, elaborato dall’Osservatorio nazionale e adottato con D.P.R. 12 ottobre 2017, “garanzia di successo per il Programma d’Azione, dunque, non può che essere il lavoro di riduzione delle diseguaglianze territoriali che tanto incidono sulle opportunità di vita delle persone con disabilità e che, troppo spesso sono state invocate come ragione per ritardare, se non evitare, innovazione e cambiamento nel sistema di riconoscimento della disabilità, nell’organizzazione dei servizi in generale, nella realizzazione di politiche pienamente rispettose dei diritti delle persone con disabilità”. Ecco perché quanto messo a disposizione da Roma dovrebbe avere, in una relazione dialettica con le regioni, titolari della funzione di programmazione, e con i Comuni, enti erogatori dei servizi, una preminente funzione di leva di cambiamento sistemico e di omogeneizzazione dei servizi stessi, al fine di contrastare quelle diseguaglianze territoriali che conducono a inaccettabili disparità nelle opportunità per le persone con disabilità. Una leva che, certamente, sarà tanto più incisiva quanto più sarà attraente il tesoretto messo a disposizione. Si tratta, tuttavia, di un’azione che non comporta, di per sé, una correlazione diretta coi risultati desiderati, ma che richiede una costante attività di co-gestione con i livelli subnazionali, su base di leale collaborazione, che veda, da parte dell’Amministrazione centrale, un’azione strutturale di analisi e monitoraggio delle politiche che, anche sulla base delle indicazioni che provengano dalla riflessione dell’Osservatorio nazionale, sede naturale di interlocuzione fra tutti gli attori e stakeholder del settore, guidi e imprima impulso agli interventi in materia.

Perché il meccanismo funzioni, quindi, non è sufficiente provvedere a incrementare gli stanziamenti che portino, magari, a scelte di natura prevalentemente additiva o riparativa, ma che le scelte politiche, a tutti i livelli di governo, siano partecipate e sostenute da una solida azione di analisi dal centro. Altro fattore trasformativo resta, naturalmente, l’indispensabile committment politico: da questo punto di vista, aver ricondotto, grazie al decreto-legge n. 86 del 2018, la titolarità del coordinamento nazionale e la Presidenza dell’Osservatorio in capo alla figura del Presidente del Consiglio potrebbe certamente consolidare quelle condizioni politico-istituzionali necessarie a dar corpo trasversale agli interventi legislativi e di politiche che richiede la prospettiva della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006. In un clima reso complicato dall’emergenza epidemiologica, le carte sono sul tavolo: la partita entra ora nel vivo e sarà, senza dubbio, impegnativa.

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Se la disabilità viene ancora utilizzata come clava nella lotta politica

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È evidente: un consumato presenzialista e oculato manager di sé stesso e della propria immagine come Vittorio Sgarbi mira del tutto legittimamente ad apparire. E certamente calza a pennello per lui il celebre aforisma di Oscar Wilde secondo il quale “c’è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé”. Anche stavolta occorre, dunque, parlare di Vittorio Sgarbi: non per le sue recenti performance nell’aula di Montecitorio ma per quanto affermato nel corso della trasmissione “Stasera Italia speciale”, andata in onda venerdì 10 luglio su Retequattro. Nella discussione in studio si dibatte, fra le altre cose, del ruolo del Movimento 5 stelle e di chi siano in Italia dei veri leader politici e Sgarbi conclude un suo intervento chiedendo che i grillini “se ne vadano, liberino lo Stato dalla loro presenza ingiustificata. Non hanno un’ideologia, un principio, un’idea, una coerenza”, affermando che “perlomeno Salvini sta in posizioni regolari, di una politica che è fatta di scelte e orientamenti, e non di gente disorientata e disabile mentalmente come sono questi”. Non conta, meglio chiarirlo immediatamente, la diatriba politica: chiunque di noi è fortunatamente libero di sostenere qualunque leader, qualsiasi idea, il governo o la coalizione che più ritiene valida. Quel che è grave – anzi, gravissimo – che ancora una volta si utilizzi la condizione di disabilità come arma di lotta politica e di denigrazione dell’avversario, peraltro senza reazione alcuna da parte della conduttrice della trasmissione o degli altri presenti in studio e in collegamento. Si brandisce, in altre parole, la disabilità come strumento di svilimento dell’altro che è dichiarato, conseguentemente, incapace, inutile, non in grado di ricoprire il ruolo che, invece, riveste o aspira a rivestire. È il marchio dell’infermità, ancor più infamante se di natura intellettiva o mentale, perché titolo valido di espulsione dal consesso civile. Sono gli eterni fanciulli, la cui devianza minaccia di perturbare l’ordine sociale gestito dagli adulti che, al massimo, possono esercitare un paternalistico controllo. Sgarbi non è certamente solo in questo desolante deserto culturale e civile, preceduto, solo per citare alcuni esempi, dall’allora vice presidente del Senato della Repubblica Maurizio Gasparri che nel 2016, a margine della manifestazione del Family Day, dichiarava alla trasmissione “Le Iene” che non si trattasse certo dell’Handicappato Day. E dal direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, che, in una trasmissione televisiva, denunciava che si volessero trattare gli elettori del Movimento 5 Stelle come “mongoloidi”. Quello dello stigma avverso le persone con disabilità è una ingombrante presenza che, ancor oggi, le società contemporanee fanno fatica a contrastare, avendo tuttora incorporate le tossine del passato e dei precedenti regimi dell’eliminazione, dell’abbandono, della segregazione e della discriminazione, così come individuati dalla ricerca scientifica di settore. Inutile qui richiamare, a beneficio dei tonitruanti opinionisti della televisione e dei social media, che, sulla base della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006, la disabilità è una mera condizione umana determinata e definita dalle barriere, fisiche e culturali, che sono presenti nella società di appartenenza. O che, nella riflessione più avanzata del modello sociale della disabilità, quel che va posto al centro è la persona e i suoi diritti, che vanno protetti e promossi per garantirne la piena inclusione sociale, economica, lavorativa e politica, al pari degli altri cittadini: semplicemente non capirebbero. Ciò che conta è queste odiose derive vadano ogni volta e puntualmente evidenziate, richiamate, sottolineate e che non passi il ripugnante principio della spersonalizzazione delle persone con disabilità, cui deve essere invece garantita, come recita la nostra Costituzione, pari dignità sociale senza distinzione – fra l’altro – di condizioni personali e sociali. Se questo è il quadro, paradossalmente occorre dunque ringraziare l’on. Sgarbi che, con le sue parole, ricorda a tutti quanto sia ancora lunga la battaglia culturale per una società inclusiva. Ed è bene non dimenticarlo.

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Ancora sull’espulsione di Sgarbi da Montecitorio: precisazioni di uno scandalizzato signore

CAMERA, ESAME DELLE NORME SULLA RIDUZIONE DEL NUMERO DEI PARLAMENTARI

Come non di rado accade, Vittorio Sgarbi si è reso recentemente protagonista di una colorita vicenda che ha avuto luogo nell’aula di Montecitorio, nel corso del dibattito nella seduta del 25 giugno, nella quale era all’ordine del giorno il seguito della discussione del disegno di legge S. 1786. In quell’occasione, l’on. Sgarbi era intervenuto richiamando, fra l’altro, quanto emerso dalle intercettazioni che hanno visto protagonista l’ex presidente dell’ANM Palamara, richiedendo, fra gli applausi di una parte dell’Emiciclo, l’istituzione di “una Commissione parlamentare per la nuova Tangentopoli dei magistrati”. Come ho ricordato in un mio breve articolo per Linkiesta, a seguito dell’intervento dell’on. Giusi Bartolozzi, che, nel ribattere alle parole del collega d’aula, aveva preso la difesa della categoria dei magistrati, Sgarbi aveva rumorosamente protestato, rivolgendo – riporta testualmente lo stenografico della seduta – “ripetuti insulti all’indirizzo della deputata Bartolozzi e della Presidenza”, quali, si legge nel resoconto, “tr***” e “vaf*******” (sic!). Successivamente Sgarbi, in una lettera pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” del 2 luglio, reagiva a quanto scritto da Michele Serra e Corrado Augias in merito all’episodio, denunciando “le prediche moralistiche di alcuni bigotti opinionisti che, ignorando l’uso della provocazione nell’arte, nella letteratura e nello spettacolo del nostro tempo, si esibiscono in patetici rimbrotti scrivendo cose false e tristi malignità”. Legittime scaramucce. Nella stessa lettera, tuttavia, egli richiamava “uno scandalizzato signore che scrive, come molti, il falso, attribuendomi quello che non risulta dalla registrazione audio-visiva dell’aula di Montecitorio, cioè di aver insultato la deputata Bartolozzi”. Ebbene, lo ammetto: quello scandalizzato signore sono io. Accadeva, infatti, che Augias ritenesse opportuno pubblicare, il 1 luglio, una mia lettera che poneva l’accento non tanto e non solo su quanto accaduto (passaggio a mio modo di vedere censurabile da ogni punto di vista), quanto sul ruolo dell’informazione radiotelevisiva nel dare continuo risalto alle frequenti intemperanze del Nostro. Ed è quantomai bizzarro che Sgarbi affermi che io abbia scritto il falso, dato che l’impietoso resoconto stenografico della giornata ha riportato fedelmente le sue parole. Egli è naturalmente libero di dichiarare, assumendosene la responsabilità, ciò che vuole, sebbene in questo caso palesemente contraddetto da un atto ufficiale della Camera dei deputati: ma è davvero strabiliante che perseveri nel mescolare le carte in tavola, facendo intendere che la sua espulsione, decisa dalla Presidente di turno Carfagna dopo ben due richiami verbali, sia stata un mezzo per censurare la denuncia di taluni comportamenti illegittimi da parte di esponenti della magistratura ordinaria e la conseguente richiesta di una commissione parlamentare in materia. Ciò è manifestamente contrario agli eventi, che danno evidenza del fatto che egli abbia potuto tranquillamente compiere e concludere il suo intervento. E ci mancherebbe: condivisibili o meno, tali dichiarazioni – repetita iuvant – rientrano pienamente nelle prerogative proprie del mandato parlamentare. In realtà, l’espulsione è derivata dal comportamento sopra le righe (utilizziamo un eufemismo) dello Sgarbi, che ha continuato a protestare vivacemente ignorando i richiami della Presidenza. Personalmente, rispondo di quel che ho scritto e non posso che confermarlo: il comportamento del deputato Sgarbi, che ha successivamente negato le offese (“Alla Bartolozzi mi sono limitato a dire sei ridicola”), è stato inappropriato e non consono sia nei confronti di una collega deputata, sia verso l’Istituzione di cui fa parte. Egli potrà vantare, a suo dire, “le tante lezioni di arte, anche in televisione, che hanno allargato la platea degli appassionati”, ma in nulla ciò incide sullo svolgimento degli accadimenti, che sono ben chiari, a meno di clamorose smentite dell’operato dei funzionari parlamentari incaricati di riportare fedelmente, parola per parola, quanto pronunciato nel corso del dibattito parlamentare. E tutto egli può sostenere: meno che “questo signor Ferrante” abbia scritto il falso, con buona pace di Raffaello e Caravaggio. E della buona creanza.

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Lavoro agile, informazione picaresca

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“Vai in ufficio un solo giorno a settimana, ci stai dieci ore o più e maturi il massimo di straordinario al mese”: questo l’incipit dell’articolo a firma di Monica Guerzoni apparso lo scorso 30 giugno sul Corriere della Sera dal titolo “Smart working, dipendenti di Palazzo Chigi presentano ricorso contro il Premier”. L’articolo richiamava l’attenzione su un ricorso mosso dai dipendenti della Presidenza del Consiglio dei ministri avverso Giuseppe Conte perché non sarebbero state negoziate le modalità di lavoro agile e sarebbero stati sospesi gli straordinari. Apriti cielo! Sui quotidiani e in rete si è gridato allo scandalo per i soliti “garantiti” che, non paghi di conservare cadrega e talleri nell’emergenza, pretendono impunemente gli straordinari ordendo nel loro latinorum il solito espediente all’italiana. Peccato che le cose, come spesso accade quando si parla di cosa pubblica, non stessero esattamente così. Non solo si trattava di un ricorso di taluni sindacati della Presidenza e non della totalità dei dipendenti di Palazzo Chigi (d’accordo, peccato veniale), ma nulla c’entravano straordinari e lavoro agile: il ricorso riguarda, in realtà, l’applicazione dell’istituto della cosiddetta protrazione che, nel contratto integrativo per la Presidenza, prevede per i dipendenti un orario maggiorato e che, per motivi legati all’emergenza sanitaria, era stato sospeso nei giorni di presenza fisica. Deciderà un giudice sulla questione che attiene, in ogni caso, alla dinamica, pure talvolta turbolenta, dei rapporti fra parte datoriale e sindacati che, del tutto legittimamente, possono decidere di far valere le proprie ragioni nelle sedi appropriate. Quel che colpisce, nella vicenda, è la reazione, tutta pavloviana, di certa fetta dell’informazione – e, a ruota, del cosiddetto “popolo della rete” – ad una circostanza le cui basi informative, con ogni evidenza, non erano state adeguatamente approfondite. Un messaggio distorto ha dato la stura all’usuale attacco ai dipendenti pubblici, con un riflesso condizionato che rivela quanto si agiti nella pancia del Paese quando si tratta di lavoro pubblico. Ancora una volta, è bene esser chiari: non si intende difendere per partito preso la macchina pubblica, i dipendenti e le modalità di funzionamento della pubblica amministrazione. I problemi che affliggono i tanti pezzi delle amministrazioni di Stato, enti, regioni e comuni sono molti e diversificati e attengono a dimensioni complesse dell’azione amministrativa, sulle quali scarseggiano, purtroppo, riflessioni di lungo respiro. Nulla di nuovo, inutile qui tornarci sopra. Quel che è davvero intollerabile è che, sull’onda delle aprioristiche denunce dell’efficacia del lavoro agile nel periodo emergenziale, alimentate dalla polemica “vacanziera” lanciata da Pietro Ichino, si conducano campagne che sono contro la storia prima che contro i lavoratori. È sotto gli occhi di tutti che la spallata introdotta dallo smart working di emergenza nella PA abbia scosso alla radice equilibri consolidati, mettendo in discussione, forse per la prima volta, prassi e modalità organizzative obsolete e non di rado poco efficienti, ingabbiate in una regolazione di dettaglio che rende spesso defatigante qualsiasi iniziativa di creatività. Lo sconquasso provocato dall’epidemia da Covid-19 ha destabilizzato un’intera cultura interna, spostando d’un fiato il piano della discussione dalle impronte digitali per l’accesso agli uffici pubblici ad un approccio tutto per risultati, indipendentemente dalla collocazione fisica della lavoratrice e del lavoratore. Allo stesso tempo, a fronte di risultati spesso inaspettati, sono dietro l’angolo rischi che è doveroso sin d’ora affrontare, come indica, con efficacia, Beppe Severgnini, evidenziando le ricadute negative di un lavoro agile senza paletti. È il momento, insomma, di ragionare assennatamente su un efficace mix di presenza e remoto, salvaguardando il balzo in avanti compiuto nelle teste di molti e convincendo chi, nelle stesse amministrazioni, trova difficoltà nell’adattarsi ad un sistema che richiede flessibilità e affidamento su in rinnovato patto fiduciario tra lavoratori e fra di loro e i cittadini. Il terremoto in atto, tuttavia, pare non piacere a molti – è interessante tentare di capire i perché – e ogni occasione sembra ghiotta per avvelenare i pozzi di un dibattito che fatica ad escludere posizioni pregiudizialmente ostili o che, come nel caso del Sindaco di Milano Beppe Sala, rischia di sviare la discussione sulla presunta desertificazione dei centri urbani senza affrontare, al contrario, il ben più impegnativo tema della riorganizzazione della vita delle nostre città a seguito dell’adozione di nuovi modelli organizzativi del lavoro, privato e pubblico. Ecco, all’interno del complicato ginepraio che aspetta chi dovrà trattare di lavoro agile nei prossimi mesi, all’informazione spetta il delicato compito di dar spazio a tutte le opinioni, anche le più diverse, ma – auspicabilmente – senza desolanti partigianerie e, soprattutto, offrendo un quadro fattuale che non depisti il lettore. Non pare una richiesta irragionevole.

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Quanto è facile la strada della notorietà

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Se questo è un parlamentare

0261e8c6ae4c62e8b5cf13df1fa44478Inutile, in tutta franchezza, sorprendersi dell’ennesima bagarre scatenata da Vittorio Sgarbi, che solo poche settimane fa aveva addirittura richiesto l’arresto di Silvia Romano, finalmente rientrata in Itala dopo un lungo sequestro, per concorso esterno in associazione terroristica. Dopo le dichiarazioni alla Camera dei deputati contro “la criminalità di magistrati che fanno l’opposto del loro lavoro”, l’impietoso resoconto stenografico d’aula del 25 giugno scorso riporta in dettaglio come egli abbia dato in escandescenze, insultando ripetutamente l’on. Giusi Bartolozzi, che aveva preso la parola e difeso la categoria dei magistrati, e la Presidente di turno Mara Carfagna, la quale, dopo due richiami verbali, ha espulso Sgarbi il quale, rifiutandosi di allontanarsi, è stato portato via di peso da alcuni commessi. Il solito, eccessivo comportamento di un polemista dichiarato? “Qui di eccessivo c’è solo il fatto che l’esponente più importante della cultura italiana presente in Parlamento, un critico tradotto in tutto il mondo, sia stato portato via di peso da quattro commessi, impedendomi di votare. Pensi se l’avessero fatto con Croce o Montale”: questa la strabiliante risposta alle domande poste da Concetto Vecchio su Repubblica. Non solo. Alla condanna del Presidente della Camera Roberto Fico, Sgarbi ha replicato, riportano i quotidiani, negando le offese (“Alla Bartolozzi mi sono limitato a dire sei ridicola”) e denunciando una strumentalizzazione: “Le persone e i deputati non si dividono per sessi, e io non ho detto nulla di diverso da quello che avrei detto a un deputato maschio”. Ma non finisce qui: sono immediatamente scattati in piedi, a tempo di record, i difensori della schietta, virile franchezza che si oppone all’imperante pensiero unico che imbavaglia chi, senza ipocrisie o manie da molliccio politicamente corretto, dice le cose come stanno. Senza senso alcuno del ridicolo sostengono, costoro, che Sgarbi sia stato cacciato dall’aula per aver osato muovere accuse a quello che è ormai noto alle cronache come il “sistema Palamara”. Ed è ben curioso, perché la critica alla magistratura è un refrain del “marchio” Sgarbi che, per sette anni, dal 1992 al 1999, da deputato della Repubblica ha avuto modo di esternare liberamente dagli schermi televisivi, con una personale striscia quotidiana senza contraddittorio in onda su Canale 5, tornando più e più volte sul tema. A dispetto della levata di scudi, la lettura dello svolgimento della seduta mostra inequivocabilmente come Vittorio Sgarbi avesse tranquillamente concluso il suo intervento, applaudito da parte dell’emiciclo, e che solo dopo aver apostrofato con l’appellativo di “tr***” (sic!) l’on. Bartolozzi, intervenuta successivamente, si è arrivati all’espulsione dall’aula. Meglio, dunque, sgombrare il tavolo da pelosi (e penosi) equivoci: criticare la magistratura, pure coi toni poco condivisibili da sempre utilizzati dal Nostro, è attività che rientra appieno nelle prerogative proprie del mandato parlamentare, in base al quale, come recita la Costituzione, l’on Sgarbi rappresenta la Nazione, esercitando le sue funzioni senza vincolo di mandato. Sebbene, come ricorda Openpolis, con un sonoro 80% di assenze in Parlamento. Tutto legittimo, naturalmente: ogni parlamentare espleta i propri doveri come e meglio crede, avendo come unici giudici naturali il proprio partito o movimento, che deciderà se ricandidarlo, e i cittadini, che valuteranno se votarlo o meno. Vista l’assidua frequentazione degli scranni parlamentari e i ripetuti mandati presso enti locali, è di tutta evidenza che l’ondivago iperattivismo in politica e le reiterate, violente intemperanze di Sgarbi non costituiscono un problema. Anzi. Eppure, dopo questo ennesimo episodio che, assieme all’indecente sessismo, svilisce un Parlamento di fibra già cagionevole, non può tacersi un’urticante verità: questo arrabbiato personaggio, aduso alla violenza verbale e alla villania esercitati comunque e ovunque, non è mai stato solo nella sua compulsiva crociata. Esempio vivente della fondatezza dell’espressione latina nomen omen (nel nome il destino), Sgarbi è stato cresciuto con amore negli anni da chi, nella televisione e nei partiti politici, ha riso alle sue intemperanze, coccolato le sue deliranti invettive, spianato la strada per lui in Parlamento, che pure, da consumato presenzialista, ha potuto frequentare assai poco. È stato affettuosamente allevato e costantemente ricercato da quell’informazione radiotelevisiva che si è tappata le orecchie pur di raggranellare qualche punto in più di audience e ammassare denari per la pubblicità, gettando alle ortiche non solo dignità e deontologia professionale ma il rispetto per gli spettatori. Ed è stato portato in palmo di mano da quella politica che, incurante di tutto, ha sempre confidato, leccandosi i baffi, nella popolarità dello Sgarbi televisivo per raccogliere voti, derubricando i continui eccessi del proprio eletto come mere eccentricità, tuttavia sempre utili per i propri obiettivi. Inutile sorprendersi, si diceva all’inizio. Indignarsi sì, però. Si deve. Non tanto e non solo di Sgarbi, oculato curatore della sua immagine e oggi, ormai, prigioniero di sé stesso e costretto a interpretare all’infinito la propria parte. Ci si deve indignare per l’assuefazione alla parola ostile, per il disprezzo verso la donna, per lo scandaloso interesse dei media, per lo spietato cinismo di tanta politica. E per chiunque abbia, nel tempo, applaudito alle innumerevoli esibizioni da consumato attore e sghignazzato ai suoi odiosi, urlati insulti. Lo avete cresciuto voi. E ve lo meritate, Vittorio Sgarbi! Non il Parlamento. Non il Paese. Non chi crede nella disintossicazione di un discorso pubblico avvelenato. Non noi.

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Un errore, normale

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Tiene banco da giorni, su tutti i mezzi di comunicazione, la notizia del drammatico incidente che ha coinvolto Alex Zanardi, ancora in condizioni serissime presso il reparto di emergenza dell’Ospedale Santa Maria delle Scotte di Siena. Dalle prime risultanze sembra che quanto accaduto sia riconducibile ad una tragica fatalità, come le tante che, purtroppo, accadono sulle nostre strade. Immediata la solidarietà all’uomo e al campione, spesso, tuttavia, non tenendo in debito conto l’opportunità di non sventolarla sui social media e dimenticandosi di professare, invece, un silenzio rispettoso del dolore della famiglia e degli amici. Funziona così, si sa. Non è mancata, allo stesso tempo, la fastidiosa presenza dei soliti, sparuti odiatori, che rimproverano a Zanardi di non aver accettato la sua disabilità: come ricordava Umberto Eco, la loro effimera popolarità esonda, per pochi minuti, dal baretto dello sport in cui sarebbero normalmente limitate le loro vili esternazioni. Nel solito, insopportabile circo mediatico risuonano, insomma, i due opposti conformismi che presiedono il mondo dell’immaginario di riferimento circa le persone con disabilità. Quello che potrebbe essere definito come l’omaggio al “super-disabile”, la persona che, tipicamente nello sport, ha dimostrato che la disabilità non è necessariamente un limite e che la forza di volontà e la grinta sono elementi fondamentali per affermarsi, indipendentemente dalle condizioni personali. Nulla da eccepire naturalmente. Anche se una prospettiva del genere rischia di deformare il campo visivo di riferimento, spettacolarizzando il tema della disabilità e portando, magari, a chiedersi come mai, al netto dell’attenzione mediatica, le condizioni quotidiane di tante donne e uomini con disabilità risultino, ancor oggi, del tutto insoddisfacenti in termini di inclusione e partecipazione alla vita delle comunità di riferimento. Sia chiaro: persone come Alex Zanardi, aldilà della personale ammirazione, hanno enormemente contribuito alla lotta allo stigma avverso le persone con disabilità. Quel che stona, talvolta, è il velo di ipocrisia che ammanta il discorso pubblico, tutto rivolto all’eccezionalità da vendere e poco incline ad essere infastidito dalla quotidiana, noiosa normalità di chi lotta faticosamente contro una asfissiante cappa di discriminazione. All’altro capo del filo ci sono, immancabili, gli hater: forse, più semplicemente, coloro per i quali l’orologio della storia si è fermato. Sono coloro che, poveri di animo e di visione, concepiscono il mondo a compartimenti stagni, diviso in razze, sesso o condizioni personali, per i quali le persone con disabilità devono accontentarsi di sovvenzioni e paternalistico pietismo, senza disturbare i manovratori. I normali. Manca, insomma, fra i due estremi, quella banale considerazione della assoluta normalità. La stessa che ha efficacemente tratteggiato Mauro Biani nella sua vignetta su ‘La Repubblica’ del 20 giugno: “un errore, normale”. L’ordinarietà della tragedia, al pari dell’ordinarietà della quotidianità. Il caso ha voluto che sulla statale 146 tra Pienza e San Quirico d’Orcia si incrociassero le vite di due esseri umani: non per l’eccessiva velocità o per un maledetto telefonino ma per le insondabili vicende dell’esistenza. Occorrerebbe allora riportare questa storia, come le tante storie di strada che troppo spesso fanno purtroppo capolino sui giornali, al silenzio. All’attesa composta e alla speranza che per Alex Zanardi non sia stata l’ultima corsa. Per la persona che ha saputo mordere la vita e per la sua famiglia. E appuntandoci che l’esempio dei campioni serve, innanzi tutto, a svegliare le coscienze della società per far sì che tutti i suoi membri, disabilità o meno, vedano garantiti appieno i loro diritti di cittadinanza al pari di tutti gli altri. Nella scuola, nella sanità, nel lavoro, nella politica, nel tempo libero. Per non voltare pagina, un secondo dopo, come nel peggiore dei Truman Show. Forza Alex!