Adesso basta, per carità

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No, non è un fenomeno degli ultimi mesi. Il debordare senza senso alcuno della misura da parte di una fetta significativa della rappresentanza politica in questo Paese, anche grazie all’ausilio dei moderni social media, è deflagrato negli ultimi tempi, ma ha radici lontane nel tempo. Non intendo avventurarmi in azzardati paragoni fra prima e seconda (o terza) Repubblica: ogni tempo ha i suoi interpreti ed è giusto che sia così. Eppure la plateale mancanza di moderazione e senso delle Istituzioni mai come negli ultimi tempi dilaga senza che nessuno sia capace di porvi argine. La potentissima spinta alla polarizzazione dei diversi orientamenti politici ha portato alla nascita di vere e proprie fazioni che sembrano aver dimenticato che le squadre giocano su un campo che è ancora proprietà di tutti gli Italiani, in un campionato il cui regolamento si basa su norme e prassi che devono costituire il collante comune di una comunità, aldilà di come la si possa pensare sulle questioni specifiche. Si assiste, invece, esterrefatti, ad un getto continuo di dichiarazioni – scritte e verbali – che lascerebbero attoniti i Padri Costituenti, che pure non se le mandavano a dire. Attacchi a gruppi di minoranze ed ad altri poteri dello Stato, linguaggi in caduta libera, la ricerca parossistica di temi sempre diversi e trattati con fare incendiario, l’assenza di un livello minimo di riconoscimento della legittimità dell’avversario (individuato, volta per volta, in categorie diverse, anche al di fuori dell’agone politico), mutano profondamente il quadro cognitivo generale in cui ci si muove e, purtroppo, sempre più sembrano legittimare l’affacciarsi, nel dibattito pubblico (specie in rete) di affermazioni che in molti, troppi casi, si configurano quali discorsi di odio. In altre parole, sembra si stia smarrendo il senso di appartenenza alla comunità nazionale (e, aggiungerei, europea) in virtù della singolare e continua pretesa, da qualche Legislatura a questa parte, di voler rappresentare, quasi per mandato divino, l’intera popolazione Italiana. La quale, invece, è bene ricordarlo, non solo è naturaliter divisa in famiglie politiche (e meno male!), ma solo in misura parziale ormai decide di deporre il proprio voto nell’urna, col risultato che una buona porzione dei nostri concittadini resta senza contraltare decisionale.

La politica, come ci ricordano gli antichi Greci, ha da sempre significato la nobile arte di articolare con efficacia le diverse attività che si riferiscono alla vita pubblica e agli affari pubblici di una comunità di individui, offrendo soluzioni ai problemi che man mano si presentano. La chiave per la buona politica, la cui vittoria è sempre transeunte, è che, a prescindere da chi detenga la maggioranza pro tempore in un Paese, il complesso delle garanzie per le minoranze costituisce la base fondante di una democrazia, soprattutto in una democrazia complessa come quella contemporanea in cui è aumentato a dismisura il novero degli interessi e delle diverse sotto-comunità di riferimento. Ma non è sufficiente parlare solo di norme scritte. Esiste un complesso di prassi e di consuetudini (chiamiamole, per semplicità, galateo istituzionale) che imporrebbe a chiunque sia investito di responsabilità pubbliche di tenere un comportamento esemplare (la Costituzione parla di disciplina e onore) che esprima un chiaro messaggio: l’onore e l’onere di dover fare sintesi fra sensibilità e opinioni che sono, per forza di cose, distanti ma che, pure, non possono non riconoscersi in un quadro comune di regole base che permettano a tutti di discutere, anche aspramente, senza fratture per la famiglia allargata degli Italiani. Ecco, a me sembra che il gusto corrente per la clava, che segna la volontà, spesso trasversale, di affermare le proprie posizioni senza il pur minimo dubbio o cautela e sfruttando, anzi, la dimensione di acceso ed insanabile contrasto con l’ “altro”, stia portando a conseguenze nefaste per il Paese. Un Paese diviso, manicheo, incattivito, dimentico delle proprie radici, dominato dalle proprie paure e che pare accettare senza reazioni significative la crescita geometrica di episodi di intolleranza, di razzismo, di sessismo. Il timore, che dovrebbe essere presso in seria considerazione dalle classi dirigenti nazionali, è che si rompa la diga della comune decenza e che diventi normale assuefarsi a quel che è e deve essere, invece, inaudito, inconcepibile e inaccettabile in una democrazia. Non saranno certamente le baruffe chiozzotte fra eletti nei talk show o su Twitter a invertire una tendenza simile, sia ben chiaro, tanto che fa capolino la nostalgia canaglia delle Tribune Politiche paludate e dei modi di tempi andati, ormai da tempo sepolti. Quindi no: non è cosa di oggi, e saranno gli studiosi a ripercorrere quest’ultimo quarto di secolo. Ma adesso basta. Basta. Prima che sia troppo tardi e si rovesci la barca Italia su cui stiamo tutti in piedi, stretti stretti, in precario equilibrio. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Pubblicato su Linkiesta

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Live long and prosper

Ho avuto l’occasione di tenere, lo scorso 9 giugno, un discorso ai diplomandi dei master presso l’Università St. John’s a Roma, in qualità di alumnus. Nel discorso ho voluto ricordare i temi della dignità e del rispetto per ogni essere umano che devono informare l’azione di ciascuno di noi e ho citato l’esempio straordinario di Salvatore Cimmino. Di seguito  il testo.

On June 9th I had the opportunity to give a speech at the Rome Commencement Exercises at St. John’s University to the 2019 MA and MBA graduates. As an alumnus, I wanted to underline the issues of dignity and respect for each human being in our everyday activity and I focused on the extraordinaty example by Salvatore Cimmino. The following is my ceremony address.

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President Gempesaw, Fr. Tracey, Deans Fagen and Passerini, faculty, administration, and graduates, buona sera, good evening.

I am truly honored to be here today at St. John’s University Graduate Commencement Exercises in Rome. I’m very happy to be back as the alumni speaker, as you already heard from Fr. Tracey, I received my MA in Government and Politics in 2000, which feels like ages ago! So thank you all for this opportunity.

I must be frank. When I was contacted by the administration here at St. John’s – thank you again, Dr. Gempesaw, Nunzia and Maggie – I immediately said yes. I was touched. Excited. And happy. After all, I had such a good time here, so why not?

The sheer terror came later. I had only one question in my head: what am I going to say? advice? encouragement? directions? Desperation started to overwhelm me: knowing that I was facing the longest 10 minutes of my life. Then, one day, I had an idea. Eureka, someone could say! I will start with a question. And that is exactly what I will do now.

The question, quite simply is the following: are you a Star Trek fan or a Star Wars fan?

Me, I am a Trekker. I have always been fascinated by the future Star Trek offered on TV, at cinemas and in comic books. I do like the Star Wars stuff, of course (now if you could please stop piling up movies, Mr. Lucas…), but the ideals Star Trek put on the table always seemed to me what human beings need to aspire to.

The Star Wars scenario is fun and exciting, but it continuously reminds me of Thomas Hobbes’ homo homini lupus kind of world, where the law comes from the Leviathan: we live in chaos and the best we can do is fight and move forward.

On the other hand, Kirk, Spock and Bones, travelling in space on their 5 years voyage – “to boldly go where no man has gone before” – are part of a multi-planetary organization which accepts and promotes the value of the basic human rights, where dignity of the person is fully respected, and diversity is an enriching element in society. Well, Probably Klingons do not fully agree with those views but, as they say, one step at the time.

Well, now that you are next to embark to your personal voyage to your own “final frontier”, after your hard work to get your MA or your MBA, I would like to urge you to ask yourself one question – and that is the second question in this speech: what are the values that I want to bring with me from now on?

What you have experienced here at St. John’s is something that will be with you during all your life. Many of you are probably believers. Some not. But the common ground we stand on is very clear to me: find your own way in life but never forget what really matters at the end of the day: respect, dignity, humanity.

I know very well we do not live in a perfect world. Far from it. There is a 16-year-old girl from Sweden who is travelling around the globe asking Governments – no, urging Governments – to stop playing with fire and make some serious steps to save this planet, the only one we have. Poverty and inequalities are some of the plagues we have not managed to eradicate yet. And if you skip through the pages of the Agenda 2030, approved by the UN General Assembly in 2015, you will realize how huge are the challenges we face globally. That is why I hope you will do your part in this game.

I hold no secrets for a happy life. Not at all. I only know that if you are here, you are some of the best qualified women and men around. That is a merit, no doubt about it, you have earned what you are about to get. But it is also a responsibility. I would bet that every and each one of you has plans. And you can and will contribute to your communities in your own, personal and invaluable way. Just do not forget to focus on what you are doing and what is the true meaning of what you are doing.

As for me, I have always wanted to work in the public sector. I am fascinated by the process through which an issue on the political agenda is transformed until it becomes a policy. From idea to action. And I have always worked in social policies, on the rights of children, families, women, persons with disabilities. I love that. And I have met so many extraordinary people travelling around the world because of my job but the one who struck me the most is Salvatore Cimmino. Salvatore is Italian, is 54 and when he was 15 he had his left leg amputated because of a tumor. He had many health problems because of his disability. It was not easy. Then, when he was 41, following his doctor’s advice, he began to swim. Now he works out every day and participates to competitions all over the globe: 54 Kms at the NYC Swimming Marathon in 2014 – that is when I met him at a UN meeting – and 60 Kms in the lake Kivu in Congo, just to name a couple. Is this something?

Well, that is where I find meaning in what I do: do my part to protect and promote the rights of the most vulnerable people around and learn from the, if I can. Zygmunt Baumann, who died in 2017, wrote that a society is like a bridge, supported by chains, and that the strength of the bridge comes from how strong is the weakest ring of the weakest chain. If we protect that ring, society will endure. If not, it will crumble.

So, that is my thing: I do not want society to crumble. What is yours? Why have you worked your way out to be here today and listen to someone blabbering about Star Trek?

I do not know what you are going to do tomorrow, and I am wishing you the best, of course. My only piece of advice is this: when you go back home after work, when the weekend finally arrives and you can relax with the ones you love, and at every other important turning point in your life, never stop watching right in the mirror and ask to yourselves: what have I done today to make this world a better world? It is a tough question and there will be times you will not like the answer. But never stop asking.

That is your responsibility. That is our responsibility.

Thank you, grazie.

Live long and prosper!

Siamo tutti uguali ma qualcuno è più uguale degli altri

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Si è tenuta il 31 maggio a Roma, alle ore 10.30, la presentazione delle Considerazioni finali da parte del Governatore delle Banca d’Italia Ignazio Visco, in occasione della diffusione della Relazione annuale sul 2018. Un appuntamento tra i più importanti nell’agenda del Paese che raduna, come è ovvio, esponenti del mondo economico, finanziario, politico e sociale. Ma, trovandoci noi nel Bel Paese, c’è un ma. Palazzo Koch, sede di Banca d’Italia, si trova in Via Nazionale, una delle arterie più importanti della Capitale che, scorrendo accanto al Quirinale, unisce Piazza della Repubblica a Via IV Novembre e al centro città. Strada sempre molto trafficata, area ZTL, con due corsie preferenziali in cui arrancano i bus. Oggi no. Oggi tutto il tratto di preferenziale davanti la sede di Banca d’Italia era allegramente occupato da una sfilza di auto blu, parcheggiate con cura a spina di pesce, che avevano evidentemente accompagnato gli illustri ospiti all’evento. Ripeto: la corsia preferenziale per i bus era occupata da auto blu in divieto di sosta. Tutta la via ovviamente nel caos, con ripercussioni sul traffico su tutto il percorso e nei dintorni. Vigili a tentare di dirigere il via-vai, autisti in attesa, grisaglie e tailleur in entrata e in uscita dal Palazzo. Tutto intorno, cittadini a sacramentare. Una sola domanda: perché? Perché a taluni è consentito fare ciò che al comune cittadino non è consentito fare? Perché – fatte salve le normali esigenze di sicurezza – ad “alte personalità” è concesso bloccare il traffico in spregio alle esigenze di chi va al lavoro, a scuola o, più semplicemente, vuole muoversi nella città per cui paga le tasse? Impossibile ricorrere ad un taxi? Ad un bus? Impossibile arrivare a piedi in pieno centro a Roma? Impossibile – chiedo venia per l’ardire – essere accompagnati e poi essere ripresi in seguito senza schiaffeggiare la cittadinanza? Sarebbe immaginabile una situazione solo lontanamente simile nel nord Europa?

Ma io boh.

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Il caso di Vincent Lambert tra Parigi, Strasburgo e Ginevra

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Continua a far discutere in Francia la vicenda di Vincent Lambert, da circa dieci anni in stato vegetativo a causa di un incidente e sul cui destino sono in profondo conflitto i genitori e gli atri membri della famiglia, inclusa la moglie. Dopo la conferma del Consiglio di Stato francese e della Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo circa la decisione di interrompere idratazione e alimentazione a seguito di diversi pareri di natura medica, i genitori hanno deciso di rivolgersi al Comitato delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, che ha accolto la loro richiesta e ha, di fatto, innescato il meccanismo di contraddittorio con la Francia, chiedendo, al contempo, di non intervenire fino alla fine del contraddittorio stesso. Da ultimo, infine, la Corte d’appello di Parigi ha ordinato la ripresa dei trattamenti vitali, motivando tale decisione con la necessità che la Francia rispetti le richieste del Comitato ONU. Lasciando da parte i delicatissimi aspetti etici della controversia, che investe il “fine vita”, va certamente registrata la novità del ruolo assunto dal Comitato di Ginevra, la cui entrata in scena sta influenzando il corso degli eventi.

Partiamo dall’inizio, tuttavia, per capire meglio cosa stia accadendo dal punto di vista tecnico, cominciando dal ricordare che la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006 è il principale trattato internazionale che tutela e promuove i diritti umani delle persone con disabilità, stabilendo, una volta per tutte, che la disabilità è un aspetto della dimensione umana influenzata dal funzionamento della persona rispetto all’ambiente e alle diverse barriere (fisiche, sociali e culturali) presenti. La Convenzione istituisce, inoltre, un Comitato, con sede a Ginevra, che ha il ruolo di vigilare sull’implementazione della Convenzione nei Paesi che l’hanno ratificata, sia attraverso l’analisi dei rapporti periodici che gli Stati sono tenuti ad inviare, sia, come nel caso in questione, attraverso la ricezione ed esame di “comunicazioni presentate da individui o gruppi di individui o in rappresentanza di individui o gruppi di individui soggetti alla sua giurisdizione che pretendano di essere vittime di violazioni delle disposizioni della Convenzione da parte di quello Stato Parte” (art. 1 del protocollo opzionale alla Convenzione). I genitori di Lambert hanno quindi attivato tale procedura ma, è bene evidenziarlo, nessuna decisione è stata sinora assunta dal Comitato che, al momento, ha evidentemente proceduto alla mera verifica dei requisiti per l’accettazione della richiesta, accertando, tra l’altro, che fossero stati esauriti tutti i mezzi di giurisdizione nazionale e che la richiesta stessa non fosse manifestamente infondata (art. 2 del p.o.). La domanda è quindi stata presa in carico dal Comitato e la Francia avrà la possibilità di presentare le proprie considerazioni entro sei mesi.

Due appaiono i temi fondamentali. Il primo: quali sono gli articoli della Convenzione in base ai quali si discuterà di eventuale violazione della Convenzione stessa? Con tutta probabilità gli articoli 10 (diritto alla vita), 17 (protezione dell’integrità della persona), 25 (diritto alla salute) e 26 (abilitazione e riabilitazione). In particolare, l’art. 25 dispone il divieto di ogni “rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di prestazione di cure e servizi sanitari o di cibo e liquidi in ragione della disabilità”. Siamo in presenza di una simile fattispecie? Il secondo: si profila una possibile frizione fra eventuali raccomandazioni del Comitato ONU e la decisione della Corte Europea di Strasburgo, che aveva respinto l’ennesimo ricorso dei genitori perché il tema in discussione non costituisce violazione dell’articolo 2 (diritto alla vita) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Per la Corte, infatti, non esistendo diffuso consenso tra gli Stati membri del Consiglio d’Europa sul tema del fine vita, occorre riconoscere un ampio margine di apprezzamento ai singoli Stati e, nel caso in esame, il quadro giuridico interno francese sarebbe coerente col dettato dell’articolo 2 della CEDU: nessuna novità costituirebbe, dunque, il ricorso al Comitato ginevrino. Cosa accadrebbe, allora, in caso di parere favorevole al proseguimento de trattamenti di idratazione e alimentazione? Il Comitato, tuttavia, formula esclusivamente suggerimenti e eventuali raccomandazioni (art. 5 del p. o.) che, in quanto tali, non hanno natura vincolante e obbligatoria, pur se, evidentemente, lo Stato che aderisce al trattato dovrebbe, coerentemente, adempiere alle decisioni del Comitato che può, a ragione, essere definito il guardiano della Convenzione.

Tanti i punti di estrema importanza di una vicenda assai complessa che, tuttavia, potrebbe segnare punti di grande novità per temi di profonda valenza etica e relativi alla tutela dei diritti umani della persona e delle persone con disabilità: non resta che attendere gli sviluppi.

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Nuvole sull’Europa

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Si avvicina l’appuntamento elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo e, di conseguenza, per capire il reale peso delle diverse famiglie politiche europee, incluso il nuovo gruppo sovranista. In Italia la campagna elettorale è stata sinora quasi esclusivamente ripiegata sulla dimensione casalinga, dedicando pochissimo spazio ai grandi temi che dovrebbero essere discussi al fine di capire come plasmare la nuova Unione europea che tutti, con accenti diversi, dicono di voler cambiare. Poiché giornali e talk show offrono poche occasioni per capire quale sarà – concretamente! – il destino del vecchio continente secondo la politica dello Stivale, l’unica alternativa possibile è andare a scartabellare i programmi dei principali partiti e movimenti in corsa (sul sito del Ministero dell’Interno sono disponibili tutti i simboli e i candidati). I testi dei programmi, quasi tutti pubblicati on line in versione pdf, sono stati scaricati ed il testo riversato in un generatore di “cloud” (in Italiano, nuvola), per capire quali siano i temi maggiormente ricorrenti. I diversi programmi sono risultati spesso di non rapidissima reperibilità, senza una chiara collocazione in home page. Siti generalmente abbastanza caotici, in linea con la moda da navigazione-maremoto del momento: da rimpiangere i vecchi, cari siti-vetrina di qualche anno fa. In un caso (Lega), un programma per le elezioni europee non appare essere stato redatto: sono stati allora inseriti i testi del materiale (manifesti e depliant, prevalentemente) presenti nella sezione “Europee 2019” del sito. Le diverse “nuvole” sono proposte in ordine rigorosamente alfabetico: molta Europa (con orientamenti, ovviamente, molto diversi), un po’ di Italia, di cittadini e di sostenibilità. Poca questione di genere e, paradossalmente, pochi migranti (ci sono gli stranieri, però). Praticamente assenti nelle nuvole anziani, minori e persone con disabilità, proprio quell’anima sociale la cui mancanza è unanimemente rimproverata all’Ue. Non mi sembra, a meno di mia disattenzione, siano state predisposte versioni in linguaggio ETR (easy to read) per le persone con disabilità intellettiva. Buona lettura.

Nel cloud di Europa Verde (qui il programma) spiccano, oltre a “Europa” (enorme), “europea” e “verde” parole come “cittadini”, “sociale”, “emissioni” e “diritti”. Seguono “cambiamenti”, “risorse”, “riduzione”, “ecologica” e “trasformazione”. Insomma, la nuvola verde trasuda spinta ecologista da tutti i pori, tenendo al centro i diritti dei cittadini europei e l’attenzione all’istituzione europea.

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Europa Verde

Per Forza Italia (qui il programma) emergono alcuni dei temi di cui più spesso parla il Presidente Berlusconi e vicini alla storia del partito: “sistema”, “economico”, “imprese”, “sviluppo”, “concorrenza”, “qualità”. Fanno capolino “Cina” e “Russia” accanto a “difesa”, “Europa” (piccolina), “mercato”, “produzioni” e “crescita”. Confermata, pare, l’impronta aziendalista e liberale del partito.

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Forza Italia

Per il partito guidato da Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia (qui il programma), giganteggiano “Europa”, “nostra”, “Italia” e “contrasto”, assieme ad un ricorrente “vogliamo”. Seguono alcuni temi familiari nel discorso politico di FdI come “sostegno”, “tutela”, “Italiani” e “Italiano”, “stranieri”, “sociale”, “famiglia”. Non mancano anche “sicurezza”, “nazionale”, “economia” e “imprese/aziende”.

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Fratelli d’Italia

Per quanto riguarda la Lega Nord, il gioco è ovviamente falsato dalla mancanza di un apposito programma per le elezioni del Parlamento europeo (qui la pagina dedicata alle elezioni europee), ma i temi ricorrenti sono quelli ben presenti nello storytelling del segretario Salvini. Troneggia uno “stop”, dal significato inequivocabile.

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Lega Nord

Il cloud del MoVimento 5 Stelle (qui il programma) abbonda di voci europee: “Europa” (assai presente), “Commissione”, “Parlamento”. Segue “cittadini”, “movimento”e “partiti” mentre, più defilati, compaiono termini come “cambiare”, “politica”, “bisogno” e, curiosamente, “PPE”. Spicca anche il movimento politico polacco “Kukiz”

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M5S

La nuvola del Partito democratico (qui il programma) vede al centro la parola “cittadini”, seguita da “europeo” e “europea”, “sociale”, “sviluppo” e “sicurezza”. Più sullo sfondo temi propri dell’area sociale (“bambini”, “povertà”, “diritti”), con “imprese”, “investimenti”, “sostenibilità” e “sfide” invece in buona evidenza.

PD
PD

Evidente il binomio Europa-mercato di +Europa (qui il programma): tutte le possibili declinazioni di “Europa” si accompagnano a “libertà”, “sviluppo”, “mercato”, “imprese”, “cittadini”, “mobilità” e “investimenti”. Il resto è pulviscolo.

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+ Europa

Chiude la carrellata La Sinistra (qui il programma), il cui termina maggiormente ricorrente è “diritti”. Seguono “libertà”, “sociale”, “diritto”, “donne”, “garantire”, “movimento” e “solidarietà”. Meno in evidenza “migranti”, “sviluppo” e “pace”. Quasi invisibile “LGTBQI”.

Sinistra
La Sinistra

Il “caso” social dell’INPS? Una lezione preziosa

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“In linea con quanto previsto dalla netiquette e dalla social media policy della pagina e in considerazione del grande interesse e impatto del reddito di cittadinanza e di altre misure a favore della famiglia, risponderemo solo a commenti inerenti agli aspetti tecnici delle prestazioni erogate da Inps. Cogliamo l’occasione per scusarci con quanti possano essersi sentiti toccati od offesi da alcune nostre risposte”: con questo post la pagina Facebook “Inps per la Famiglia” ha messo la parola fine a una singolare vicenda che ha tenuto banco sui social e sui giornali. La pagina, messa a disposizione dall’Istituto per dialogare con i cittadini, era stata, infatti, letteralmente inondata da commenti, domande, accuse e richieste di aiuto, con un impatto sul gestore della pagina che, evidentemente, non era stato debitamente considerato. Il social media manager della pagina, bersagliato da richieste riguardanti, soprattutto, il reddito di cittadinanza, ha cominciato a rispondere con messaggi via via più pepati, scatenando l’ilarità in rete. Scorrendo il botta e risposta sulla pagina non si può fare a meno di sorridere ma quanto è successo mette sul piatto, senza dubbio, il tema della gestione della comunicazione social delle pubbliche amministrazioni. Potrebbe dirsi, anzi, che ci troviamo davanti ad un caso di scuola, che merita un’analisi attenta per capire quali siano le coordinate entro cui l’azione social pubblica possa o debba muoversi. Intanto, sappiamo che non si parte da zero: è disponibile on line la seconda edizione del volume “Social media e PA, dalla formazione ai consigli per l’uso- Il primo libro in progress della nuova comunicazione pubblica”, aggiornato a gennaio 2018 e realizzato dal Formez. Il libro, liberamente scaricabile, collaziona contributi di docenti ed esperti che, con taglio operativo utile per gli operatori, illustrano le caratteristiche dei principali social, chiarendo opportunità e problemi derivanti da un utilizzo professionale di questi strumenti all’interno delle amministrazioni pubbliche. Scorrendo il volume, che dovrebbe essere lettura obbligatoria per dirigenti e funzionari delle PPAA, indipendentemente se operino o meno nel settore della comunicazione (la PA deve o non deve aprirsi ai cittadini?), emerge, fra i tanti aspetti trattati, quello relativo all’importanza di regole chiare e trasparenti, ovvero perché e come un’amministrazione si pone verso l’utenza in rete attraverso un canale social, la cosiddetta social media policy (SMP): essa, infatti, “consente una corretta gestione del profilo dell’ente sui social network e riduce il rischio di critiche e contenzioso”, così da “rendere chiara e trasparente la fruizione dei social e consente di arginare i problemi che potrebbero nascere con gli utenti e con i dipendenti. Poter far riferimento a principi e criteri stabiliti sin dall’inizio rende più agevole l’uso corretto dei nuovi mezzi di comunicazione e la gestione delle critiche. Aver chiare le regole e comunicarle è un passaggio cruciale in qualsiasi ambito, ancor di più se ci si muove all’interno di processi comunicativi complessi, in cui diventano fondamentali le dinamiche relazionali, il tempo reale e l’interazione costante fra emittente e ricevente”. Insomma, cristallino. L’INPS, da questo punto di vista, fa scuola: da sempre all’avanguardia in materia di ICT, ha pubblicato le regole che si è dato in materia, precisando che “non esistono tempi minimi o massimi di risposta e che le stesse vanno intese come informazioni di primo livello ed elementi di facilitazione all’accesso ad altri canali informativi come contact center, servizio INPS Risponde, Uffici relazioni con il pubblico, ecc. Tali risposte non possono, dunque, sostituire quanto indicato nelle schede informative pubblicate sul portale INPS o essere considerate esaustive”. L’Istituto precisa, inoltre, che “non è possibile, attraverso un social, accedere ai dati dell’utente o alla sua pratica personale. In conseguenza di ciò e per evidenti ragioni di tutela della privacy, non potranno essere trattati casi personali relativi a prestazioni pensionistiche, previdenziali o assistenziali, ma saranno fornite e ribadite informazioni generali di interesse comune che rinviano ai contenuti del sito”. A voler essere fiscali, dunque, ritornando alla vicenda da cui si è partiti, potrebbe dirsi che taluni dei cittadini non abbiano osservato la netiquette dell’Istituto e che, in qualche modo, se la siano cercata. Tutto bene? No, ovviamente non funziona così: anche se alcuni dei frequentatori della pagina non hanno rispettato le regole di accesso ed utilizzo, due aspetti vanno tenuti presenti. Il primo è che il cittadino ha (quasi) sempre ragione e che ha poco senso aspettarsi piena contezza dei rudimenti di cultura digitale quando siamo sostanzialmente all’inizio di una rivoluzione che potrebbe avere esiti al momento imprevedibili: se parliamo di cultura digitale c’è evidente necessità di formazione digitale e, per questo, serve tempo, soprattutto in un Paese tra i più anziani al mondo e nel quale ancora si fatica a percepire l’utilizzo della rete come interazione che di virtuale ha ben poco. Basti pensare, a questo proposito, alla vicenda che ha visto al centro di un utilizzo violento dei social l’ex Presidente della Camera Laura Boldrini. Il secondo punto, di converso, investe la scelta e la formazione di chi, nelle amministrazioni, gestisce i canali social di comunicazione con la cittadinanza. Non si tratta, come è ormai evidente, di un’attività part-time, da seguire solo dopo che si è finito di fare cose più importanti, ma di un’azione amministrativa che qualifica l’ente, il dipartimento o il Comune verso l’esterno. Non si sa esattamente cosa sia accaduto nel caso di specie: quel che è certo è che, ironie a parte, trovarsi a moderare più di diecimila commenti in due giorni non è una passeggiata per nessuno. Molti, peraltro, hanno ottenuto in maniera corretta le informazioni cui avevano bisogno. Questo non può e non deve assolvere un comportamento che, comunque, si è rivelato poco istituzionale e talvolta poco rispettoso dell’utente. Anche un passo falso, tuttavia, è talvolta un passo avanti: quel che appare evidente è che tutte le parti hanno dimostrato di avere qualcosa da imparare e che siamo solo alle prime fasi di un cammino che dovrà necessariamente trasformare in profondità il modo in cui il pubblico serve la collettività. Una lezione di cui far tesoro, insomma. Uno dei grandi problemi dell’amministrazione pubblica (italiana e non solo) è, infatti, quella di vivere una sorta di permanente bipolarismo: dipendenti di un’organizzazione che fa delle regole e della puntuale normazione la sua ragion d’essere da un lato e cittadini che vivono, fuori dagli uffici, ad alta velocità digitale, dall’altro. Comporre questo iato fra due esigenze egualmente importanti rappresenta una delle sfide fondamentali del fare azione pubblica. E, sappiatelo, non sarà a costo zero.

Pubblicato su Formiche

Marziani brava gente

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La Cassazione ha posto la parola fine alla telenovela giudiziaria che ha visto, suo malgrado, protagonista l’ex senatore del PD e ex Sindaco di Roma Ignazio Marino: innocente. Marino, appreso della pronuncia a lui favorevole, ha scritto di provare sollievo ma di non poter essere allegro, pensando a tutti quelli che hanno sofferto con lui, e per lui, in questi anni. È una reazione pacata, che non ci si aspetterebbe da chi ha provato, con tempo, denaro e fatica, di non aver commesso gli illeciti a lui contestati circa gli ormai famosi scontrini, dopo la condanna a due anni di reclusione avuta nel gennaio del 2018 dalla Corte d’appello di Roma per peculato e falso in merito alla vicenda delle 52 cene per 12.700 euro pagate a spese del Campidoglio. All’epoca della crocefissione del “Marziano” in molti si abbarbicarono su pulpiti improvvisati, moderni Savonarola e stentorei Machiavelli, pronti a sbandierare lucente purezza o indignazione e a liberarsi di un personaggio che molti, nel mondo della politica tradizionale, avevano palesemente sullo stomaco. Ecco, la decisione della Cassazione, con la sua verità giudiziaria, mette in risalto il fatto che in una democrazia matura, o che si presenti come tale, alcuni capisaldi e principi generali vanno sempre tenuti presenti, soprattutto da parte di chi ricopre posizioni di responsabilità pubblica, nelle Istituzioni come nell’informazione. È cosa buona e giusta tenere sempre a mente, ad esempio, che per la nostra Costituzione un cittadino è da presumersi innocente fino al terzo grado di giudizio (“L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”, recita l’articolo 27 della Carta) e che il garantismo non funziona se viene applicato a corrente alternata. Sarebbe, dunque, salutare abitudine sospendere ogni giudizio sino alla conclusione del procedimento cui la persona è sottoposta, ricordando che sono in gioco le vite delle persone. Sconfinando dal campo del diritto, soccorre anche il comune buon senso. Foss’anche per puro istinto di conservazione, la prudenza esigerebbe di andarci molto cauti nelle crociate, non solo perché la presunta colpevolezza dell’infedele di turno è tutta da provare, ma soprattutto perché, come qualcuno ha fatto correttamente fatto notare, “a fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura”. Cautela, quindi, a partire lancia in resta: si corre il rischio di trovarsi catapultati a terra fra la polvere e di rialzarsi, se ci si riesce, soli soletti. La ruota del destino gira, insomma. Tuttavia, l’aspetto forse più eclatante rispetto alla vicenda che riguarda Ignazio Marino è quella relativa alla defenestrazione magno cum sigillo cui venne sottoposto il Sindaco di Roma in carica. Come noto, infatti, nell’ottobre 2015 il Partito democratico ne causò le “spintanee” dimissioni facendo depositare a 26 consiglieri nelle mani di un notaio la volontà di rinunciare allo scranno di Palazzo Senatorio. Le 23 coltellate a Giulio Cesare furono una passeggiata di salute, al confronto. La Consiliatura veniva, quindi, interrotta nel suo naturale decorso per fattori tutti esogeni e il Sindaco della Capitale d’Italia, direttamente eletto dai cittadini, veniva rispedito a casa, insalutato ospite. Non si tratta, è bene chiarirlo, di voler entrare nelle valutazioni strettamente politiche di chicchessia e neppure, va aggiunto, di schierarsi pro o contro il Marino Sindaco, la cui azione quotidiana era ed è liberamente e legittimamente criticabile, dentro e fuori il partito. Anzi, dentro e fuori la politica. Veniva rimproverato all’allegro chirurgo, ad esempio, di non essersi accorto di Mafia Capitale e di non saper gestire le dinamiche politiche e capitoline, mentre, a leggere i giornali, la sua estraneità a taluni circoli veniva percepita come una concreta minaccia dai maneggioni cittadini. La discussione è aperta: ci si accomodi. Il punto che pare però sfuggire a tanti protagonisti della vicenda di allora (sembra passato un secolo!), militanti in tutte le forze politiche e protagonisti dell’informazione, è che il giudizio sull’operato di chi guida una città, perdipiù la Capitale di una delle nazioni più importanti al mondo, non spetta al partito di provenienza o alla maggioranza che lo sostiene. Non spetta ad un Segretario di partito o ad un caminetto di saggi. Non spetta neppure alla piazza che protesta e che porta le arance. Spetta in via esclusiva ai cittadini che lo hanno eletto direttamente e che al termine del mandato, fattasi un’opinione sull’operato dell’amministrazione cittadina, voteranno di conseguenza: è la democrazia, bellezza! Non vale per l’ex Ignazio Marino: annotare questi pochi, banali principi vale come cassetta degli attrezzi per una conduzione non tossica della cosa pubblica. Daje, no?

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Salvate Lucca Comics and Games!

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Si è svolta lo scorso fine settimana la quarta edizione di Lucca Collezionando, la due giorni del fumetto per collezionisti marzolina, che ha accolto i sui visitatori con un week end di gran sole. La manifestazione si è tenuta nel Polo Fiere poco fuori città e ha registrato una più che discreta affluenza di pubblico: spazi ampi, stand forniti e nutritissima area incontri con la celebrazione, fra gli altri, di Max Bunker, creatore di Alan Ford e Kriminal. Da vecchio – vecchissimo – frequentatore di Lucca Comics & Games, l’occasione è utile per qualche riflessione sull’edizione di fine ottobre, ormai evento di assoluta rilevanza nazionale per i settori del fumetto e del gioco.  LC&G vede di anno in anno aumentare l’affluenza di fan e appassionati da tutta Italia, facendo registrare il tutto esaurito in hotel e b&b in città e nei dintorni, per la felicità di albergatori, ristoratori e commercianti. Crescono, però, anche i problemi. Per l’appassionato la visita agli stand e la paziente ricerca del pezzo mancante o, più semplicemente, fare un po’ di ‘window shopping’, diventa una lotta impari contro una massa sempre crescente di visitatori, sempre più simile alle orde di vaganti in ‘The walking dead’. Anche camminare in città, che diventa un’attrazione a cielo aperto fra bellezze architettoniche e strutture dell’evento, assume i caratteri dell’impresa erculea. Lasciamo perdere, poi, sedersi per un aperitivo o una cena in tranquillità: quasi impossibile. L’altra criticità è quella relativa alla sicurezza. Svolgendosi la massima parte della manifestazione entro le mura (una geniale intuizione), la calca umana è tale che in alcuni momenti è persino difficile camminare. Le forze dell’ordine hanno sempre garantito una perfetta organizzazione ma è evidente che i rischi possono essere altissimi. Insomma, il punto è che il tutto potrebbe scoppiare in mano all’amministrazione comunale, retta da Alessandro Tambellini, e a Lucca Crea. A me sembra che l’unica soluzione possa essere quella di delocalizzare parzialmente, mantenendo certamente lo splendido scenario della città dentro le mura ma utilizzando, ad esempio, gli spazi del Polo Fiera, magari dello storico Palazzetto dello Sport (originaria sede della manifestazione) e di altri luoghi che possano prestarsi alla bisogna, mettendo in campo un efficiente servizio navetta per spostarsi. Siamo al limite consentito e, se si vuole salvaguardare una tra le più belle manifestazioni della cultura popolare Italiana, non c’è tempo da perdere.

Si può e si deve criticare Greta Thunberg. Denigrarla no

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Durante la trasmissione di Radio 1 Rai “Un giorno da pecora”, Maria Giovanna Maglie, scrittrice e opinionista, ha detto che se Greta Thunberg, la sedicenne svedese diventata un simbolo delle proteste per il clima in tutto il mondo, non fosse malata (in quanto affetta da Sindrome di Asperger) la metterebbe sotto con la macchina. In seguito, ha dichiarato su Twitter che la sua era una battuta, pronunciata in una trasmissione di satira e scherzo e che “l’esercito del politically correct è sempre incinta”. Le parole della Maglie seguono di poco quelle della nota cantante Rita Pavone che, sempre su Twitter, aveva scritto che “quella bimba con le treccine” la metteva a disagio, paragonandola ad un personaggio da film horror. La Pavone ha dichiarato, poi, che non sapeva della condizione di Greta e che si dispiaceva di quel che aveva scritto. Una premessa: visto che non pare ci si trovi nel campo dello spirito o dell’arguzia, che dovrebbero suscitare divertimento o riso, qualche considerazione va fatta, foss’anche solo perché non ci si senta legittimati a poter dire tutto e il contrario di tutto senza affrontarne le conseguenze. Si potrà essere o meno d’accordo con la battaglia che Greta sta conducendo e considerarla futile, sciocca, infantile o, persino, sbagliata. Si può concordare o meno sulla esistenza degli impatti della sfrenata antropizzazione sull’ambiente, sebbene appaia difficile ignorare la necessità di assicurare uno sviluppo sostenibile al pianeta e alle generazioni che verranno. È, inoltre, legittimo considerare con sufficienza le ragazze e i ragazzi che hanno sentito l’esigenza di scendere nelle piazze per gridare al mondo di non perdere più tempo nella cura dell’ecosistema. Ci sta: esplicitare dissenso è la base dei nostri sistemi democratici. Sfugge, tuttavia, quale sia l’aspetto di critica nel dichiarare di voler investire una minorenne. Una minorenne con disabilità. Una minorenne con disabilità che lotta per le sue idee, forte di un ambiente circostante che, evidentemente, invece di emarginarla, la supporta e la incoraggia ad affermare con ogni mezzo le sue convinzioni. No, la battuta non fa ridere. E non perché le persone con disabilità non possano essere criticate: l’inclusione passa anche attraverso il poter non essere d’accordo con chi abbia una qualche forma di disabilità e che, anzi, non sia considerato un o una intoccabile per via della sua condizione. Non fa ridere perché la polemica si riduce a una forma di bullismo mediatico di cui i media e la rete, purtroppo, abbondano e che prevede, come regola costante, quella di individuare la condizione di disabilità come peccato originale e come forma di deminutio rispetto alla partecipazione alla vita quotidiana delle nostre comunità. La critica è tale se va di pari passo con il rispetto dell’interlocutore. Da questo punto di vista, è elemento assai rivelatore considerare Greta una malata, una persona non sana, a dimostrazione di come sia ancora fortemente radicata la convinzione che la disabilità si esaurisca nella malattia. Forse la Signora Maglie potrebbe sfogliare la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità che, all’articolo 1, dichiara lo scopo di “promuovere, proteggere e garantire il pieno ed uguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità” e “il rispetto per la loro intrinseca dignità”, precisando che “per persone con disabilità si intendono coloro che presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che in interazione con barriere di diversa natura possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri”. Ecco, finché permarranno barriere, fisiche come culturali, che ghettizzeranno le persone con disabilità in una situazione di eterna minorità, tutti noi saremo più poveri. Battute a parte.

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Elezioni europee e sistema Italia: piccolo vademecum

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Mancano ormai poco più di due mesi alle elezioni per il Parlamento europeo, che si annunciano tra le più significative – e combattute – degli ultimi anni. Sembra evidente, infatti, che attorno alle urne del vecchio continente si consumerà lo scontro fra il movimento sovranista, che intende allentare i vincoli dell’Ue per muoversi, piuttosto, in un’ottica intergovernativa, e i fautori della prosecuzione e del consolidamento del processo comunitario, sebbene riveduto e corretto. Aldilà del dibattito politico, nel quale, tuttavia, sarebbe bene che le due proposte alternative fossero esplicitate concretamente e nel dettaglio, accantonando gli slogan, appare importante che le elezioni siano affrontate nel modo migliore possibile dal Paese nel suo insieme. Proviamo a spiegare. Il contesto in cui a Bruxelles vengono negoziate e formate le diverse posizioni a livello comunitario è complesso e variegato. Entrano in gioco la Commissione, guardiana dei Trattati (pur con le sue quote nazionali), il Consiglio, in cui si rispecchiano i governi, e il Parlamento, oltre alle altre Istituzioni e alle tante lobby di diversa estrazione che gravitano nella capitale belga: partecipare efficacemente ad un simile processo richiede che la rappresentanza del Paese sia articolata e strutturata, con una presenza ed un lavorio che, come si usa dire, facciano sistema (si pensi, ad esempio, alla storica sottorappresentazione Italiana a livello di END, gli esperti nazionali distaccati) così da dar forza alle posizioni da portare avanti e, soprattutto, per dare e rafforzare l’immagine di un Paese che, sulle proprie proposte, riesce a muoversi con coerenza e continuità, giocando strategicamente tutte le proprie carte. In poche parole: il suo peso specifico e la sua autorevolezza. In questo quadro, uno degli anelli più delicati è, ovviamente, quello della scelta dei candidati al Parlamento europeo, in tempi non lontanissimi spesso visto come parcheggio di lusso in attesa di più prestigiosi incarichi nazionali. Oggi, fortunatamente, le cose sono in larga parte cambiate ma, quale summa di consigli non richiesti, tre sono gli aspetti che sarebbe cosa buona e giusta prendere in considerazione da parte delle forze politiche che si apprestano a presentare le liste per approdare a Bruxelles. Il primo, apparentemente banale, riguarda la conoscenza delle lingue. Se Inglese e Francese sono le lingue di lavoro dell’Unione (assieme al Tedesco, con più di qualche resistenza), la prima resta ad oggi la lingua veicolare per eccellenza e una conoscenza non superficiale è assolutamente richiesta. È noto che ai parlamentari è permesso esprimersi nella propria lingua madre in aula ma, sviluppandosi le vere discussioni fuori dall’emiciclo, essere in grado di interloquire efficacemente con alleati e avversari diviene fondamentale. Purché sia chiaro che se il livello è quello del genere “the pen is on the table” non ci siamo. Il secondo elemento investe l’adeguata familiarità col sistema comunitario. Essere a conoscenza dei ruoli, delle funzioni e delle competenze delle diverse Istituzioni è fondamentale per affrontare al meglio i diversi compiti che, come per il parlamentare nostrano, gravano sull’ufficio del membro dell’assemblea europea, tenendo conto che, come si sa, il processo legislativo comunitario differisce sensibilmente da quello classico in essere all’interno degli Stati membri, con Commissione, Consiglio e Parlamento che, a diverso titolo, vi partecipano. Qualche secchione in più non fa male, in questo caso, anche per non perder troppo tempo a farsi le ossa. L’ultimo consiglio attiene, infine, alla scelta di esclusività che deve necessariamente accompagnare il mandato di parlamentare europeo. Non si tratta solo di scegliere il seggio europeo come unica occupazione, dismettendo eventuali altri incarichi elettivi (pure ormai in un regime piuttosto severo di incompatibilità), ma di dedicarsi a tempo pieno al lavoro a Bruxelles, riservandovi le necessarie energie e non considerandolo come un’attività part-time di cui occuparsi qualche giorno al mese. Ha poco senso parlare di collegio di riferimento, in questo caso, e la regola principale da seguire è la seguente: avuta la bicicletta, si pedala. Questa lista non esaustiva non ha la pretesa di costituire il paniere dei requisiti per il patentino del perfetto europarlamentare, ovviamente. Sono elementi necessari ma non certamente sufficienti: in politica contano le idee e la convinzione di portarle avanti, oltre ai voti che si riescano a raggranellare. Pur tuttavia, essere in possesso di quelle indispensabili conoscenze e di quegli strumenti che permettano di far bene e al meglio il proprio lavoro quotidiano è parte di quel nucleo minimo di competenze che non dovrebbero mancare nella “cassetta degli attrezzi” di chi si appresti di essere protagonista del processo democratico europeo, ovunque esso possa dirigersi. Ne van di mezzo, alla fine dei giochi, la forza e la reputazione del Paese ed il suo interesse nazionale.

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