Lavoro agile e obiettivi di sviluppo sostenibile: salute e benessere (SDG 3)

Il lavoro agile o, come è stato battezzato in Italia, smart working, è entrato da tempo, soprattutto a causa della pandemia da Covid-19, nel dibattito nazionale. L’istituto, introdotto dall’art. 14 della legge n. 124 del 2015 per il settore pubblico e successivamente disciplinato dall’art. 18 della legge n. 81 del 2017 per quello privato, configura una modalità di esecuzione dell’attività lavorativa caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro, tale da favorire l’individuo nella conciliazione dei tempi di vita e lavoro e, al contempo, la crescita della produttività del singolo e dell’organizzazione. Non, dunque, mero telelavoro, ma una modalità nuova di lavoro che comprenda forme diverse e complementari di operare, a seconda della missione dell’organizzazione: in presenza, da remoto, in spazi di co-working.

Non mero telelavoro, ma una modalità nuova di lavoro che comprenda forme diverse e complementari di operare, a seconda della missione dell’organizzazione: in presenza, da remoto, in spazi di co-working

Come si è già avuto modo di osservareoccorre interrogarsi sul rapporto tra la natura del lavoro agile e le diverse dimensioni della sostenibilità, che investono aspetti economici, sociali e ambientali: il ricorso massiccio al lavoro da remoto adottato dalla quasi totalità dei Paesi nel pieno dell’emergenza sanitaria ha, infatti, in molti casi comportato un profondo ripensamento del ruolo dell’individuo nella società e dei meccanismi di produzione, sviluppo e partecipazione, nonché del reticolo relazionale e valoriale in essere all’interno delle collettività. Appare, dunque, fondamentale analizzare potenzialità, conseguenze e possibili impatti di una scelta strategica a favore del lavoro agile in relazione al quadro offerto dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e dai diversi obiettivi di sviluppo sostenibile, ove pertinenti.

L’Agenda 2030, come noto, è un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità (le “3 P”) sottoscritto nel 2015 dai 193 Paesi membri dell’ONU e si articola attraverso 17 obiettivi (sustainable development goals, SDGs) e ben 169 target o traguardi, che i Paesi si sono impegnati a raggiungere entro il 2030 e che investono temi rilevanti quali, fra gli altri, la lotta alla povertà, l’eliminazione della fame e il contrasto al cambiamento climatico.

Si pone attenzione, in questo breve scritto, all’obiettivo 3, relativo a salute e benessere, “Assicurare la salute e il benessere per tutti e tutte le età” (Ensure healthy lives and promote well-being for all at all ages), che prevede diversi target legati, ad esempio, alla lotta alla mortalità materna, alla copertura sanitaria universale e al sostegno alla ricerca per vaccini e famaci.

È di tutta evidenza, ci dice il Rapporto ASviS per il 2021, che la pandemia ha condizionato, accanto all’intero complesso degli obiettivi che l’Agenda persegue, il settore della sanità e della salute su diversi fronti (dall’emergenza-urgenza ai temi della cronicità e della prevenzione), esasperando il problema delle disuguaglianze sanitarie in Italia. È, tuttavia, possibile, tra i diversi target dell’obiettivo salute, dare evidenza ad un aspetto di peculiare rilevanza per il tema smart working, sebbene anch’esso fortemente interlacciato con il fenomeno pandemico: il traguardo 3.6, infatti, invita gli Stati aderenti a dimezzare il numero di decessi a livello mondiale e le lesioni da incidenti stradali entro il 2020, con un indicatore relativo al tasso di mortalità.

Secondo l’ISTAT, “dall’analisi giornaliera dei dati di incidentalità si registrano diminuzioni che toccano anche punte del 90% durante il mese di aprile; il decremento degli incidenti stradali è in media di circa il 72% a marzo e dell’83% ad aprile”

Nel rapporto “Incidenti stradali” ISTAT e ACI per l’anno 2020, viene rilevato come l’esplosione della pandemia abbia modificato radicalmente le abitudini generali, con rilevantissime ripercussioni sulla mobilità che, con ogni probabilità, potranno protrarsi anche nel prossimo futuro. Secondo l’ISTAT, “dall’analisi giornaliera dei dati di incidentalità si registrano diminuzioni che toccano anche punte del 90% durante il mese di aprile; il decremento degli incidenti stradali è in media di circa il 72% a marzo e dell’83% ad aprile”. Sono dati naturalmente legati al periodo del lockdown, con una diminuzione delle vittime del 62% a marzo e del 74% ad aprile, posto che il tasso di mobilità (ovvero la percentuale di persone che hanno compiuto almeno uno spostamento in giornata, ad eccezione dei tragitti a piedi inferiori ai 5 minuti) è passato dall’85% al 32% mentre la lunghezza media degli spostamenti è diminuita del 40%. Va posta attenzione, tuttavia, al fatto che c’è stato anche un cambio degli orari degli incidenti: normalmente, infatti, il picco di incidentalità si registrava tra le 8 e le 9 del mattino, ma con il lavoro da remoto (e la scuola a distanza, va purtroppo aggiunto) il picco degli incidenti si è spostato tra le 12 e le 14.

Per quanto riguarda il nostro Paese, i dati ISTAT ci dicono che se nel 2015 si registravano 174.539 incidenti con 3.428 morti e 246.920 feriti, nel 2020, con 118.298 incidenti, i morti sono stati 2.395 e i feriti 159.249, con una variazione negativa del numero delle vittime rispetto all’anno precedente pari al 24,5%. Questi dati (che vanno letti anche nella loro connessione con il SDG 11 in materia di trasporto sostenibile) indicano, dunque, che il ricorso allo smart working, seppure con modalità emergenziali dettate dalla necessità di evitare il contatto interpersonale dei lavoratori pubblici e privati per ostacolare la diffusione del contagio, abbia avuto e possa avere un ruolo importante nell’abbassamento del numero di morti e feriti per incidenti stradali. Secondo i dati del Rapporto globale 2020 dell’International Trasport Forum, infatti, dieci paesi hanno raggiunto, in ragione del minor traffico per le misure di confinamento, il più basso numero di morti su strada dal 2018, anno in cui ha avuto inizio la collazione sistematica di dati, e tutti i paesi hanno visto una sensibile diminuzione dei numeri delle vittime con cali sino all’80%.

Sia chiaro: la diminuzione del numero delle persone (e dei veicoli) circolanti su strada ha un impatto che va inserito in un quadro ben più ampio di dimensioni e misure atte a contrastare il fenomeno, quali l’intervento su comportamenti corretti alla guida e la adeguata progettazione di strade, marciapiedi, piste ciclabili, punti di attraversamento sicuri e altre misure di attenuazione del traffico. Proprio fra queste ultime, però, non va trascurato l’effetto di alleggerimento e decongestionamento della rete viaria urbana ed extraurbana che un utilizzo strategico e strutturale, sia per il settore pubblico, sia per quello privato, del lavoro da remoto può avere sul fenomeno delle morti stradali. Si noti, sul punto, che il 2020 ha rappresentato una evidente eccezionalità in termini di comparazione, motivo per cui l’Italia ha deciso di utilizzare, per le proprie misurazioni, il triennio 2017/19 che, purtroppo, non ha segnato miglioramenti particolarmente significativi rispetto al 2015 in termini di raggiungimento del traguardo dell’Agenda 2020: ciò non toglie, in ogni caso, che ogni possibile leva possa e debba essere usata, soprattutto alla luce del fatto che, ricorda l’Organizzazione mondiale della sanità (dati 2015), circa la metà delle vittime della strada a livello globale sono utenti definiti vulnerabili, come pedoni, ciclisti e motociclisti, e che gli incidenti stradali sono costati alla maggior parte dei paesi il 3% del loro PIL (0,7% per l’Italia).

Affrontando, inoltre, il rapporto fra salute e lavoro agile in un’ottica più larga, sono almeno due gli ulteriori aspetti che possono essere evidenziati in relazione ai lavoratori e alle loro famiglie.

La possibilità per il lavoratore di riacquistare, nello svolgimento della propria attività lavorativa, nuovi spazi di autonomia, responsabilità e senso del proprio lavoro comporta senza dubbio ricadute positive sul benessere generale

In primo luogo, la possibilità per il lavoratore di riacquistare, nello svolgimento della propria attività lavorativa, nuovi spazi di autonomia, responsabilità e senso del proprio lavoro comporta senza dubbio ricadute positive sul benessere generale, potendo redistribuire, a favore della vita privata e della famiglia, porzioni di tempo che vengono altrimenti ingabbiate nel rigido orario da cartellino. Sempre l’ISTAT ricorda, nella sua indagine del 2019 su “I tempi della vita quotidiana”, che il tempo del lavoro retribuito, per sua natura obbligato, condiziona la vita degli individui e delle loro famiglie, definendo per differenza l’ammontare del tempo di cui si può disporre liberamente. Conseguentemente, una più ampia disponibilità del proprio tempo in modalità smart può contribuire a riorganizzare e ricostruire un quotidiano in termini di tempo libero e abitudini e stili di vita, con impatti positivi sul benessere personale (individuale e familiare) e, al tempo stesso, organizzativo sul luogo di lavoro.

In secondo luogo, la disarticolazione della rigida strutturazione spazio-temporale del lavoro può venire incontro alle necessità di cura, personale e familiare. Si pensi ai lavoratori fragili, come le persone con disabilità o chi si trovi in particolari condizioni di salute, o, ancora, alle necessità di cura all’interno di nuclei familiari in cui siano presenti membri con particolari bisogni che possano essere soddisfatti da familiari caregiver. Anche in tali casi, la maggior disponibilità di tempo e la facoltà di svolgere la propria attività lavorativa non necessariamente legata al numero di ore da spendere all’interno della struttura ma in termini di risultato da offrire, può permettere enormi vantaggi per quel che riguarda la salute degli individui, siano essi lavoratori o familiari dei lavoratori, e dell’insieme familiare nel suo complesso.

Non va, tuttavia, sottaciuto il tema relativo alla salute e sicurezza delle persone in regime di lavoro agile che è emerso, in particolar modo, durante la fase del lockdown: perdita di socialità, overworking, non adeguata postazione e strumentazione di lavoro, eccessivo carico di cura sulle donne lavoratrici. A tale ultimo proposito, è stato ipotizzato che il lavoro a distanza potrebbe paradossalmente “contribuire a cristallizzare una divisione tradizionale dei ruoli all’interno delle famiglie, con effetti controversi, tanto in termini di benessere, quanto di produttività e quindi di prospettive di sviluppo professionale delle donne. A conferma di ciò, molti studi hanno mostrato che durante il lockdown, le responsabilità domestiche e di cura delle donne sono aumentate e ciò ha riguardato anche quelle che hanno continuato a lavorare da remoto”.

Sul punto va, tuttavia, osservato che tali aspetti, strettamente correlati alla particolarità della situazione vissuta in costanza di confinamento nel periodo più acuto dell’emergenza sanitaria ed epidemiologica, non appartengono – o non dovrebbero appartenere – a regimi strutturati e maturi di smart working, con un mix equilibrato di presenza/remoto e in un quadro di regole, legislative e/o contrattuali, adeguate. È interessante, a tale proposito, fare riferimento ad un recente caso studio longitudinale condotto da INAIL rispetto allo svolgimento di lavoro agile nel periodo pre-pandemico e durante la pandemia, che rivela un mutamento delle risposte fornite dai lavoratori rispetto al periodo emergenziale: viene evidenziata la necessità di migliorare la programmazione del lavoro e delle procedure attraverso, ad esempio, la possibilità di implementare momenti di raccordo e coordinamento, di tutelare maggiormente il diritto alla disconnessione attraverso il rispetto della fascia oraria lavorativa e la tutela delle festività, sebbene non si registrino variazioni sensibili rispetto allo stato di salute generale (fisica e mentale).

È possibile affermare, in conclusione, che il lavoro agile può, attuato in forma strategica dalle organizzazioni pubbliche e private, offrire un contributo al raggiungimento dell’obiettivo 3 dell’Agenda 2020: ne andrà, certamente, valutato in maniera più completa l’impatto generale e strutturale man mano che, sperabilmente, ci si allontani dalla fase pandemica tuttora in atto in Italia e a livello globale.

Pubblicato su TechEconomy2030

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