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Odiatore e funzionario pubblico? Censurabile due volte

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E quattro. Dopo Laura Boldrini, Selvaggia Lucarelli e Myrta Merlino, un’altra donna prende posizione contro gli odiatori del web e passa alle carte bollate: Francesca Barra, giornalista televisiva, mamma separata ed attuale compagna dell’attore Claudio Santamaria, è stata infatti bersagliata sui social network per la sua presunta vita “sregolata”, con attacchi personali alla coppia e, soprattutto ai suoi figli. Tra i tanti Savonarola da tastiera anche un funzionario della Regione Basilicata che sui social, riportano i quotidiani, avrebbe pubblicato insulti verso Barra ed i suoi figli. Bene ha fatto, dunque, la giornalista a non perdere tempo e denunciare il funzionario, come riporta, fra l’altro, Aldo Grasso sul Corriere di domenica 8 ottobre. L’episodio, riprovevole come tanti altri simili episodi che fanno ormai quotidianamente capolino nelle cronache, ha un elemento di novità: a sparare ad alzo zero sarebbe stavolta un pubblico dipendente, il cui lavoro è quello di fornire servizi ed implementare politiche a favore dei cittadini che, con le tasse, ne pagano lo stipendio. Dal canto suo, il funzionario, in perfetto stile Napalm 51, ribatte: “E che ho scritto di male? Sono personaggi pubblici e non possono pretendere di essere esenti da critiche. Il pomeriggio da casa non posso fare quello che voglio? Facebook mi ha bloccato il profilo ma dovrebbe tornare a funzionare, continuerò a dire quello che penso“.

Alt. Mettiamo le cose in chiaro. Il funzionario, al pari di qualsiasi cittadino, è libero di dire o scrivere quel che vuole, scendendo nella pubblica via, parlando da un podio o pubblicando i suoi scritti in rete, purché se ne assuma la piena responsabilità. Qui parla il buon senso e, soprattutto, il codice penale. Non si tratta di una malintesa difesa della libertà di critica o di pensiero: in una società civile insultare per strada o su un social qualcuno espone a conseguenze. Un comportamento ancor più meschino se vengono coinvolte donne o, come in questo caso, dei minori. Egli si difende dicendo di aver dato voce a ciò che pensa dopo il lavoro, al di fuori della sua dimensione pubblica, ma è una difesa che non regge. In linea di principio non c’è nulla di male nell’utilizzare i social network al lavoro, compatibilmente con i doveri del proprio incarico. Anche senza far cenno dell’utilità per ricerche, contatti o aggiornamento di natura professionale, la cosa può essere compatibile con lo svolgimento delle mansioni assegnate: nessuno è un robot e i cinque minuti di pausa sono concessi a chiunque. Il punto è che in questo caso il lavoratore pubblico non esporrebbe motivate ragioni o intratterrebbe relazioni di natura professionale ma rivolgerebbe insulti a terzi, il che rende del tutto inutile rivendicare che lo si faccia in orari extra ufficio. La nostra Costituzione, infatti, ricorda che “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore” (art. 54) e, non casualmente, il codice di comportamento dei pubblici impiegati, che riguarda naturalmente anche la Regione Basilicata, dispone che “il dipendente osserva la Costituzione, servendo la Nazione con disciplina ed onore […], perseguendo l’interesse pubblico senza abusare della posizione o dei poteri di cui è titolare” e che “nei rapporti privati […] non assume nessun altro comportamento che possa nuocere all’immagine dell’amministrazione”.

In soldoni: la casacca di servitore dello Stato non è un mantello che si indossi o smetta a piacimento e i comportamenti fuori dalle mura dell’ufficio sono, nei limiti del rispetto della sfera privata ed in relazione ad altri principi costituzionali, rilevanti ai fini della valutazione della condotta dell’individuo. La parola passa ora alla Regione per i profili disciplinari e, eventualmente, alla magistratura per altri aspetti. Un simile comportamento, tuttavia, è censurabile ben due volte: la prima perché sarebbero stati immotivatamente mossi insulti contro una donna ed i suoi figli, che nulla hanno a che vedere con la legittima libertà di espressione del singolo; la seconda perché si cozza non solo contro i normali principi di civile convivenza ma anche con i doveri di pubblico dipendente, indipendentemente da orari e timbrature, svilendone il ruolo ed esponendo l’intero ente ad un discredito di natura reputazionale. Il web non è un’arena virtuale in cui tutto è permesso e chi serve la comunità deve esserne consapevole quanto e più dei cittadini che con le tasse pagano i servizi cui hanno diritto. Non il diritto di essere insultati, però.

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Cosa penso dell’agente di polizia sospeso dal servizio

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È stato sospeso dal servizio, a seguito di procedimento disciplinare, l’agente della polizia stradale che ha ripreso col proprio cellulare un extracomunitario in bicicletta, intento ad ascoltare musica con le cuffiette, sulla corsia di emergenza dell’autostrada Torino-Bardonecchia e che ha postato su Facebook il video con i suoi commenti. Lo dico subito: il provvedimento è stato un atto doveroso. E non perché abbia pronunciato insulti, come si legge, contro la Presidente della Camera: non lo ha fatto. Riprende slogan cari alla dialettica politica ma non pronuncia parole ingiuriose avverso la terza carica dello Stato. L’agente dice, infatti: “Risorse della Boldrini, ecco come finirà l’Italia: tutti su una Graziella in autostrada a comandare […]. Voi che amate la Boldrini, voi che avete voluto questa gente di merda in Italia […]. Goditi questo panorama. Voi e tutta la Caserma: guardate qui. Un tipo che pedala sulla Graziella pensando che sia una strada normale, con le cuffiette in testa. Fosse arrivato un camion e gli avesse suonato, manco se ne sarebbe accorto. Condividete signori, condividete“.

Nel ricordare, a fronte di grida circa presunte ingerenze in merito alla sospensione, che il Dipartimento di Pubblica Sicurezza ha dichiarato che le “decisioni sono state prese in totale autonomia per la tutela delle Istituzioni e di chi le rappresenta”, contano nel caso di specie, a mio modo di vedere, tre aspetti. Il primo: invece di filmare l’uomo, l’agente avrebbe dovuto immediatamente fermarlo e procedere secondo il codice della strada, trovandosi di fronte ad una condotta potenzialmente pericolosa. Cosa che in seguito ha comunque fatto ricevendo, peraltro, i ringraziamenti dall’uomo colto in flagrante. Il secondo: nel video egli pronuncia parole esplicitamente razziste. Nel riferirsi a “questa gente di merda” egli caratterizza un intero gruppo di persone, gli immigrati, con parole di evidente denigrazione. Terzo aspetto, altrettanto grave: diffondere quel filmato e rendere pubblico tale atteggiamento ne ha fatto ricadere le conseguenze sulla divisa che indossa.

Del tutto fuori luogo l’indignazione da parte di chi ritiene che sia stato commesso un torto o sia stata limitata la libertà di espressione di un poliziotto. Qui non è in discussione la libera opinione di un agente di Polizia, che ha e deve avere le sue idee, siano esse di carattere politico, sindacale o di altro tipo. E quelle idee deve avere il diritto di esprimerle. Il punto è che chi serve la Repubblica deve utilizzare una prudenza e una misura peculiari nel suo agire quotidiano, durante e al di fuori dell’orario di lavoro. Non casualmente, il codice di comportamento dei dipendenti pubblici del 2013 prevede che “nei rapporti con i destinatari dell’azione amministrativa, il dipendente assicura la piena parità di trattamento a parità di condizioni, astenendosi, altresì, da azioni […] che comportino discriminazioni basate su sesso, nazionalità, origine etnica, caratteristiche genetiche, lingua, religione o credo, convinzioni personali o politiche, appartenenza a una minoranza nazionale, disabilità, condizioni sociali o di salute, età e orientamento sessuale o su altri diversi fattori” mentre, nei rapporti privati, “non assume nessun altro comportamento che possa nuocere all’immagine dell’amministrazione” (disposizioni riprese anche dal Codice di comportamento dei dipendenti del ministero dell’interno del 2015).

Il poliziotto sospeso dal servizio è un razzista? Non lo so. Sappiamo che, malauguratamente, si è comportato come tale, magari in un momento di leggerezza. Tutti commettiamo errori almeno una volta nella vita ed egli avrà l’occasione di spiegare le proprie eventuali ragioni nel contraddittorio con la sua amministrazione. Tuttavia, se il Signor Rossi può esprimersi come vuole, anche grossolanamente, nei confronti di altre persone (rispondendone, eventualmente, nelle sedi opportune ove questo configuri un reato), questo non vale per chi, come recita la Costituzione, si vede affidate funzioni pubbliche, e ha “il dovere di adempierle con disciplina ed onore” (art. 54, Cost.). Un onere ulteriore a difesa della dignità dello Stato e della funzione che esercita. Ciò vale, a maggior ragione, per le forze dell’ordine, che rappresentano un pezzo fondamentale e indefettibile dello Stato democratico. Alle donne e agli uomini che vestono una divisa affidiamo la nostra sicurezza ed è loro dovuta la nostra stima e riconoscenza per il lavoro prezioso – pericoloso e non adeguatamente retribuito – che tutti i giorni compiono, assicurando il rispetto della legge per tutti coloro che si trovano sul suolo della Nazione, di qualsiasi colore, lingua o religione siano. Ecco perché viene loro richiesto, come e più di tutti coloro il cui stipendio è pagato dagli Italiani, un comportamento specchiato: essere, in soldoni, come la moglie di Cesare.

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Il sempreverde pot-pourri sulla dirigenza pubblica: adesso basta

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Fermi tutti: ci risiamo. Riecco i dati OCSE del rapporto “Government at a glance” dopo il terremoto del 2013, quando il Corriere titolava “P.A., dirigenti record. L’Ocse: pagati il triplo in più della media. Con 650mila dollari all’anno, i manager pubblici italiani guadagnano circa tre volte di più dei colleghi nel mondo”. Puntuale, l’organizzazione di Parigi sforna l’edizione 2017 del Rapporto e tocca stavolta a Repubblica strapparsi le vesti: “La resistenza dei dirigenti di Stato, sono i più pagati d’Occidente”, mentre Il Sole 24 Ore la tocca piano: “Pa, il compenso medio dei dirigenti è 350mila euro”. Insomma, un sempreverde. Il Rapporto è corposo ed esaustivo, e andrebbe letto a fondo da chiunque si occupi della cosa pubblica. Tuttavia, molto si potrebbe dire sulla corretta interpretazione di questi dati come, ad esempio, che i contributi sociali a carico del datore di lavoro sono di circa 13 punti più alti della media OCSE, o che le cifre sono espresse al “lordo Stato” e che riguardano 6 soli ministeri ed un pugno di persone su migliaia di dirigenti in servizio. Ma, aldilà della lettura dei dati, e per tacer del fatto che ormai anche i sassi sanno che il tetto vigente in Italia per le retribuzioni del settore pubblico è 240.000 euro (lordi annui), quel che ancora una volta colpisce è come viene data la notizia. Affermare che i dirigenti pubblici guadagnano in media 350.000 euro l’anno equivale a dire che il dirigente medio percepisce circa 30.000 euro al mese. Ci rendiamo conto della enormità di una corbelleria del genere? E delle conseguenze che sparare cifre simili comporta? E senza neppure porsi qualche domanda? Un normale dirigente di seconda fascia (il piccolo tiranno dei ragionieri Fantozzi e Filini, per intenderci) guadagna in media 3.000 euro al mese. Una cifra di tutto rispetto, non c’è dubbio, ma assolutamente parametrata alle mille responsabilità che si accompagnano alla direzione di un ufficio pubblico. Troppo? Quanto dovrebbe guadagnare un dirigente dello Stato? 2000 euro? 1000? O deve lavorare per la gloria imperitura?

La stantia polemica sulle retribuzioni, tuttavia, è poca cosa rispetto all’altro punto che nel pot-pourri del secondo quotidiano Italiano viene servito al lettore: la trasparenza. L’Autore dell’articolo concede che dal 2013 vige il principio della pubblicità dei compensi dei dirigenti pubblici (da assai prima, in realtà) ma versa una sdegnata lacrima nel constatare quel che è successo nel momento in cui si è deciso di estendere l’obbligo di trasparenza anche alle informazioni patrimoniali, quando “sono scoppiate improvvise allergie. Letteralmente incontenibili”. Insomma, sarebbe esplosa quella che Raffaele Cantone, nella sua recente audizione alla Camera, ha definito una “rivolta” di parte della dirigenza. Addirittura, prosegue l’estensore di questo cahier de doléances, qualche scriteriato ha osato fare ricorso, sostenendo che la pubblicazione dei dati sul patrimonio personale (casa, terreni, macchina e motorino, suoi e del coniuge) fosse un’indebita estensione di quanto richiesto alla politica, visto che il tecnico, oltre ad aver superato un concorso pubblico, è letteralmente inchiodato da un nugolo di forme diverse di responsabilità. Macché: “non bastasse, ecco un altro ricorso, stavolta del sindacato al quale si associano pure quattro burocrati, che contesta le linee guida emanate dall’ANAC”. Non sto a ripetere le considerazioni che su Linkiesta ho già espresso sulla vicenda della pubblicità dei dati patrimoniali: la considero una questione di mera propaganda. Tuttavia, onorandomi di essere uno di quegli scombiccherati “quattro burocrati”, appartenenti al sindacato UNADIS che ha ritenuto doveroso, utile e giusto promuovere quel ricorso, vorrei per una sola volta abbandonare quel pudore istituzionale che per noi rappresenta una fondamentale caratteristica e dire chiaro e forte che ne ho abbastanza.

Ne ho abbastanza di chi dileggia e taccia di furfantismo chi ha scelto di lavorare per la comunità e per lo Stato e fa del servizio pubblico la sua ragione professionale e di vita. Ne ho abbastanza di continuare a leggere articoli ed editoriali che insinuano, sviliscono, alludono. Che preferiscono soffiare sul fuoco per mero pregiudizio, perché sparare sui dirigenti pubblici è facile e redditizio in termini di like: siamo pochi e mal coesi, lavoriamo con la testa sulla scrivania senza alzare la voce, dato che per noi parlano gli atti. Ne ho abbastanza del fatto che, per certuni, persino il legittimo ricorso alla tutela giurisdizionale di propri interessi, in qualità di cittadini di questa Repubblica, è un atto di lesa maestà. Ne ho abbastanza di chi si riempie la bocca di merito, competenza e valutazione quando è parte integrante di un sistema che calpesta quegli stessi principi, sbandierati quando conviene e rinnegati quando serve. Di chi crede o fa credere che fare il guardone sulla casa di proprietà o l’automobile di quel tal dirigente sia la leva efficace contro la corruzione che appesta questo Paese, come se il burocrate malversatore non vedesse l’ora di convertire il gruzzolo guadagnato disonestamente in una Ferrari Testarossa e farla rombare sotto gli uffici dell’Agenzia delle Entrate. Ne ho abbastanza di chi pensa solo a tagliare retribuzioni e teste senza affrontare il vero nodo di una moderna organizzazione del lavoro, appiattito sul tornellismo mentre là fuori si corre e si fa innovazione. E dei leoni da tastiera, rosi dall’invidia sociale e chiusi nel loro gretto individualismo, che mal sopportano che si possa vincere un concorso pubblico e – udite, udite – avere un posto di lavoro a tempo indeterminato: per costoro è meglio, invece, che muoia Sansone con tutti i Filistei. Ne ho abbastanza del clima asfittico che si è contribuito a creare, per cui tutto quello che pubblico è brutto, sporco e cattivo, e per cui tutto è ridotto a moneta e a percentuali di PIL, considerando la persona poco più di un robottino da far muovere a comando. Ne ho abbastanza, infine, di tutti quelli che in un ufficio pubblico non hanno mai messo piede ma pontificano di massimi sistemi senza sapere un tubo di come funzionano – davvero – le cose.

Ho solo un messaggio per costoro: questo è il lavoro più bello del mondo, e me lo sono guadagnato con le mie forze. Ce lo siamo guadagnato con le nostre forze. C’è tanto da fare per rendere più efficiente la macchina pubblica e chi la fa funzionare: è un processo che non finirà mai, vale per la P.A. come per un’azienda. E lo sappiamo bene noi per primi: siamo servitori dello Stato, non facciamo rivolte né alziamo barricate. Ficcatevelo in testa una volte per tutte. E fatevi una vita.

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Pubblica amministrazione a rischio epic fail?

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Un recente articolo di Francesco Verbaro, ex capo del personale in Funzione Pubblica ed ex Segretario Generale del Ministero del Lavoro, ha posto l’accento su un punto che da troppo tempo osservatori ed analisti trascurano quando si parla della – sempiterna – riforma della pubblica amministrazione: chi vogliamo e per fare cosa? Sono due i problemi che si intersecano e creano effetti perversi, autoalimentandosi. Da un lato, il progressivo e inarrestabile invecchiamento dei dipendenti (solo il 2,7% dei lavoratori pubblici ha meno di 30 anni), reso ancora più drammatico dal blocco delle assunzioni, tuttora percepito quale dogma assoluto in omaggio ai sacerdoti della spending review, sebbene il totale dei dipendenti della PA Italiana sia in diminuzione da anni e perfettamente in linea coi numeri di Francia, Germania o Regno Unito. Dall’altro, il fatto che storicamente il reclutamento per le pubbliche amministrazioni in Italia ha seguito e segue ancor oggi schemi antiquati. Come ricorda Verbaro, “le competenze del personale sono spesso obsolete, per la mancanza di veri piani di riqualificazione e formazione e per la presenza di una percentuale elevata di dipendenti non laureati o comunque con titoli di studio non adeguati. Nessuno parla oggi dei profili e delle competenze delle risorse umane. Ragioniamo solo su quantità e sui costi. In nessuna azienda moderna si farebbe così”.

Un’analisi spietata che, tuttavia, serve ad evidenziare come l’approccio al tema riforma della PA sia ancora di tipo essenzialmente fordista, un tanto al chilo. Nell’immaginario collettivo del Paese è vivo e scalcia il ritratto fantozziano del lavoratore pubblico, un timbro in mano ed una biro nell’altra, la cui unica occupazione è fare ammuina, far girare le carte. Intendiamoci, c’è ancora molto di vero in questo, anche se firma digitale e pec hanno fatto ormai il loro ingresso nella vita del burocrate. Rimane, tuttavia, un’amministrazione pubblica fordista, nelle teste della politica come in quelle della burocrazia, nella lente prevalentemente contabile amministrativa attraverso la quale vengono processati i problemi. La costruzione formalista dei profili dei lavoratori pesa in maniera sproporzionata rispetto alle competenze che sono oggi richieste per competere con l’esterno. Non si tratta, per esser chiari, di riproporre il modello aziendalista per le pubbliche amministrazioni, oramai stantio, ma di rendere la PA interlocutore sempre più affidabile e competente per tutti coloro che con la PA devono o vogliono avere a che fare. C’è un mondo che là fuori corre e che è in continua e velocissima evoluzione. Serve uno sforzo di visione per immaginare una macchina pubblica che, pure nell’imprescindibile rispetto delle regole, corra e non rincorra. Ricorda Verbaro che nei prossimi dieci anni andranno in pensione un milione di dipendenti pubblici: quasi un terzo della forza lavoro delle amministrazioni. È un dato che farà felici i sostenitori di uno Stato leggero ma che, in mancanza di un’attenta pianificazione che accompagni i cambiamenti in essere, segnerà l’inevitabile declino della nostra burocrazia. Qualsiasi organizzazione si basa su un elemento indefettibile: il capitale umano. Se continueremo ad interpretare questa ricchezza solo a peso, senza riflettere su quali linee strategiche investire e, conseguentemente, di quali competenze e di quali profili la PA ha effettivamente bisogno, rischiamo di continuare a perdere posizioni con gli altri Paesi, sia nell’Ue che nel mercato globale. Un epic fail che verrà pagato salato dai cittadini Italiani.

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Dirigenti pubblici, mariuoli a prescindere

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Ci risiamo, i soliti dirigenti che si nascondono dalla luce dei riflettori e che tramano nelle segrete stanze, stavolta avverso il sacro totem della trasparenza! Dopo la recente pronuncia del TAR del Lazio che ha bloccato la pubblicazione di alcuni dati relativi ai patrimoni dei dirigenti in servizio presso il Garante della Privacy, si levano le critiche contro i burocrati che remano contro e, come tanti piccoli Scrooge, chiudono a chiave le loro privatissime casseforti. Prima di dare inizio ai roghi, proviamo però a fare un po’ d’ordine. Partiamo col ricordare che un decreto del Governo dello scorso anno, nel modificare una norma del 2013 sulla trasparenza totale (il cosiddetto FOIA, Freedom of Information Act), ha aggiunto una serie di notizie che i dirigenti pubblici vengono obbligati a fornire e pubblicare. E’ noto che da anni sono consultabili sui siti istituzionali delle amministrazioni le retribuzioni e gli emolumenti di dirigenti, cosa sacrosanta e in tempi non sospetti caldeggiata dalla Associazione dei dirigenti ex allievi della Scuola Nazionale di Amministrazione. Ora, tuttavia, si chiede che – analogamente ai politici – vengano pubblicati i dati su proprietà immobiliari (case e terreni), beni mobili iscritti in pubblici registri (auto e moto), azioni e quote di partecipazioni a società, estendendo tale obbligo al coniuge e ai parenti entro il secondo grado. Traduco: non ci si limita ai redditi, ma si rende pubblico il patrimonio del singolo dirigente e della sua famiglia. Senza far cenno alla costruzione astrusa della norma, che fa addirittura riferimento alle spese sostenute per la campagna elettorale (operando un richiamo agli eletti senza un minimo di aggiustamenti), e mentre il sindacato Unadis annuncia una battaglia legale avverso questi ulteriori obblighi, partono gli strali contro i mandarini, utilizzando un argomento apparentemente efficace ma, a mio parere, devastante: chi ricopre incarichi pubblici deve far sapere non solo quanto guadagna ma anche a quanto ammonta il proprio patrimonio perché, in caso di possibili arricchimenti non confacenti ai suoi introiti, si potrebbero configurare casi di corruzione. Ebbene, pongo una serie di obiezioni. La prima: il dirigente non è un politico, ha vinto un concorso pubblico ed è sottoposto ad una interminabile lista di controlli di carattere amministrativo, penale, contabile, organizzativo e chi più ne ha più ne metta. La seconda: far passare una tesi del genere significa dare come assunto il fatto che il burocrate è potenzialmente corrotto e che spetti a lui dimostrare come ha avuto quella casa, ottenuto quella macchina, acquistato quel terreno. Mariuoli a prescindere, avrebbe detto qualcuno. E nel Paese in cui la seconda casa e le proprietà familiari sono dei feticci, sembra un vero cortocircuito logico. La terza, infine: è davvero necessario ingolosire eventuali malintenzionati che potrebbero farsi i conti in tasca e pensare a facili e immediati guadagni grazie alla pubblica ostensione dei patrimoni di un cittadino? Aggiungo un elemento, a scanso di equivoci. Le informazioni patrimoniali sui cui si sta scatenando la zuffa sono in realtà già fornite dai dirigenti da anni: periodicamente, infatti, si dà contro dei propri beni mobili ed immobili e tali informazioni vengono custodite dalle amministrazioni in caso di richieste di controlli o verifiche da parte delle competenti autorità. Ora, è ben comprensibile che dare addosso al dirigente pubblico sia ormai uno sport nazionale e che troppo spesso l’utilizzo preventivo della materia grigia sia esercizio faticoso, soprattutto nell’era dei social network. Ma se persino l’ANAC, che dubito essere un covo di pericolosi complottisti, ha espresso in ben due occasioni fortissimi dubbi su una tale estensione degli obblighi informativi, probabilmente qualcosa che non quadra c’è. Se, tuttavia, la scelta è quella di promuovere il consolidamento di una società di guardoni, invocherei, almeno, un equo trattamento. Vogliamo mettere sul piatto i patrimoni dei dirigenti pubblici e delle loro famiglie (e persino dei funzionari incaricati di posizioni organizzative)? Bene. Si faccia allora altrettanto per gli avvocati, i medici, i commercialisti, i parrucchieri, i giornalisti, i bancari e i maghi della finanza, i macellai e i salumieri, gli accademici e i magistrati, gli ambulanti e i palazzinari, i calciatori e gli antiquari. Se lo scopo è quello della prevenzione della corruzione, si sollevi il velo su tutte le componenti della società. Personalmente, il tutto suona un po’ orwelliano, con una visione sinistra delle nostre comunità. Siamo davvero sicuri di volerci incamminare su questa strada?

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Furbetti del cartellino: repetita iuvant

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Il caso rilanciato dai quotidiani sul nugolo di furbetti nell’ospedale napoletano Loreto Mare ha davvero del clamoroso: 94 indagati e 55 arresti con video ripresi dai Carabinieri che lasciano esterrefatti. Poco da dire, se i fatti venissero provati – e a vedere certe immagini si stenta a credere che non lo saranno – costoro vanno perseguiti penalmente per truffa allo Stato. E immediatamente, per i casi conclamati, si avviino i necessari procedimenti disciplinari, indipendentemente dalle decisioni della magistratura. La bella impresa, peraltro, sale agli onori delle cronache lo stesso giorno dell’annuncio del Governo circa l’approvazione, in via preliminare, del decreto di riforma del testo unico del pubblico impiego, che contiene, fra l’altro, l’introduzione di disposizioni in materia di responsabilità disciplinare dei pubblici dipendenti, finalizzate ad accelerare e rendere concreta e certa nei tempi l’azione disciplinare. Insomma, le famose norme contro i furbetti del cartellino. Tempismo perfetto! Su fattacci del genere molto è stato già detto, e mi scuso se ripeterò riflessioni fatte in altre occasioni, ma repetita iuvant (forse). Inutile criticare l’azione del Governo, che pure, come osservato da taluni, potrebbe sul punto presentare alcune pecche in termini di funzionamento ed efficacia concreta. A fronte dei tanti, troppi episodi di malcostume, un intervento dal punto di vista politico si imponeva e si impone, anche a salvaguardia di chi lavora onestamente nelle strutture pubbliche. Tuttavia, due puntualizzazioni appaiono opportune. Ancora una volta, è facile vedere dai filmati che la strisciatura avviene con macchina a muro: non ci sono, dunque, i tornelli. Basterebbe sistemarli agli ingressi ed il gioco è fatto: ad ogni strisciata corrisponde un ingresso ed un’uscita, non si scappa. Il fenomeno crollerebbe a zero o giù di lì. Senza dimenticare che passare il tesserino con registrazione automatica ha anche il significato, in un posto di lavoro sano, di un’autonoma gestione del proprio tempo, in armonia con le esigenze della struttura. Gestire le proprie ore in relazione al risultato serve anche a svecchiare modi di interpretare la PA ormai desueti e polverosi. E proprio qui casca il classico asino: una volta sicuri che non si bari sulla presenza, chi verifica che il dipendente lavori? E magari in modo efficace? Ecco, ancora ed ancora, il tema che resta da sempre sullo sfondo: come riorganizzare il modo di operare delle amministrazioni mentre fuori il mondo del lavoro cambia a velocità impressionanti? Come coniugare il necessario rispetto delle regole burocratiche (servono, signori miei…) con la fluidità dei processi? E, soprattutto, come avere a disposizione risorse umane preparate, motivate, adeguatamente formate per compiti specifici e che, per dirla con un tecnicismo, stiano sul pezzo? Qui siamo in mare aperto: molto ricade sulla dirigenza che, oltre a vestire i panni di un Montalbano ed indagare per i corridoi, deve essere capace – ed in questo capacitata a farlo – ad agire come gestore di donne e uomini che, val la pena ripeterlo, non sono robottini ma persone con inclinazioni, attitudini e proprie modalità relazionali. Naturalmente, per capacitare la dirigenza serve anche un ecosistema capacitante, che parte dalla politica e scende dritto dritto negli uffici. Insomma, premere il classico bottone a monte non assicura un risultato a valle, se non si ficca il naso nella black box che sta nel mezzo. E se in un ospedale, in un Comune o in un qualsiasi ufficio pubblico si verificano episodi di una tale gravità, significa che sono ormai saltati tutti i sistemi di relazioni reciproche, di coesione della struttura, di appartenenza allo Stato. Siamo oltre la truffa e la corruzione: siamo al disfacimento del comune sentire. Un’analisi seria di questi aspetti ancora va messa sul tavolo e rappresenterebbe, questa sì, la riforma epocale della PA che tutti aspettiamo.

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Quei cani di statali

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Quando sembra si sia toccato il fondo del barile, c’è sempre spazio per un lampo di genio. E si comincia a scavare. È il caso della trovata di Alberto Forchielli, noto imprenditore ed esperto di economia e di affari internazionali, spesso ospite di trasmissioni radiofoniche e televisive. Nella puntata di “24 mattino” del 7 febbraio, seguitissimo appuntamento mattutino di Radio 24 condotto da Alessandro Milan, ha proposto la sua personalissima ricetta contro l’assenteismo degli statali: “Ho io la soluzione contro l’assenteismo. Gli statali andrebbero microchippati come i cani“. Nulla di nuovo sotto il sole, potrebbe sembrare. Basta farsi un giro in tv o sui social media per vedere quale sia da tempo il clima ed il comune sentire contro i dipendenti pubblici. Non sono critiche che piovono dal cielo, beninteso, ma reazioni di pancia alle storture che le nostre pubbliche amministrazioni presentano, al pari di tutte le burocrazie pubbliche del pianeta. Inutile, purtroppo, attendersi un ragionamento di sistema: il randello, per di più brandito da coloro che potremmo definire degli influencer, solletica i più. Non val la pena, per non imbarcarsi in un reciproco annoiarsi, rientrare per l’ennesima volta nel merito di come possano o meno presentarsi e interpretare i dati sulle assenze o nella inutile dicotomia pubblico/privato. E neppure osservare – mestamente – che la diffusa frustrazione dei leoni da tastiera porta al paradosso che la massima felicità corrisponda al fatto che tutti i lavoratori debbano star peggio: il dipendente pubblico è naturalmente, per definizione, un privilegiato. Ora, se il punto è dare un taglio all’odioso fenomeno dei rubagalline che timbrano e vanno al bar, basta mettere dei tornelli in luogo delle macchinette a muro: i furbetti spariranno. Problema risolto. Altra questione è far sì che il dipendente presente alla scrivania lavori. Come? Qualcuno, grazie alla epocale riforma di turno, se ne occuperà. Se si sostiene, invece, che gli assenteisti truffatori sono tanto più insopportabili perché pagati con denaro pubblico, si deve concordare al 100% ed aggiungere che vanno mandati a casa senza perder tempo. Senza illudersi, però, che tagliando teste aumenterà magicamente l’efficienza della macchina pubblica. Aldilà delle solite, noiosissime questioni, il punto che più dovrebbe interessare, tuttavia, è che non si trovi preoccupante l’avvenuto sdoganamento di certi linguaggi verso una parte di cittadine e cittadini Italiani che, nella stragrande maggioranza, fanno il loro lavoro con coscienza, né più né meno degli altri Italiani dipendenti privati che lavorano nelle banche, nelle compagnie telefoniche, nei diversi settori dell’industria. Far passare senza ribattere che ai lavoratori pubblici vada impiantato un microchip, come ad un cane, non può essere visto solo come una – grottesca – provocazione. Dileggiare e, soprattutto, disumanizzare le persone, ridotte al rango di animali, insinuando che una intera categoria sia, per il sol fatto di operare nel pubblico, colpevole è un approccio degno del miglior regime orwelliano. Siamo, si direbbe, in piena post-verità. La vicenda, anzi, al pari delle tante altre che costellano il dibattito pubblico ed in rete su questi temi, ricade appieno nella categoria ormai nota dell’hate speech, delle affermazioni che, implicitamente o esplicitamente, incitano all’odio. Il famoso “popolo della rete” ama far polpette di chiunque, e gli “statali“ (ma chi sono, poi, questi statali?) sono un boccone ghiotto. Va pretesa, però, la dovuta responsabilità da parte di chi abbia l’opportunità ed il privilegio di rivolgersi al grande pubblico. Altrimenti è un tutti contro tutti che mina alle basi il tessuto civile del Paese: burocrati lassisti contro politici ladri, contro giornalisti venduti, contro imprenditori che lavorano col nero. Ecco, giocare al massacro fa indignare, anche se non sembra più di moda. A volte, tuttavia, ci si riesce ancora. Ci si deve riuscire.

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Aggiornamento dell’8 febbraio: dopo la pubblicazione del post, caso vuole che su “Il Messaggero” appaia un articolo che apre come segue: “In Belgio l’era dei furbetti da cartellino si avvia al tramonto. Otto dipendenti di una società hanno accettato di farsi impiantare un chip elettronico: ha le dimensioni di un chicco di riso e alloggia comodamente nella mano. I nuovi minotauri aziendali, metà uomo e metà badge, adesso posso “timbrare” e accedere ai loro computer senza l’ausilio di tessere o pennette“. Caro Big Brother, benvenuto.

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Tre gambe per il dopo voto

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A fronte del grande spazio riservato sui mezzi di comunicazione tradizionali, è assai probabile che in molti abbiano seguito e seguano con un certo distacco le vicende legate alla pronuncia della Corte Costituzionale sulla legge elettorale. Per non pochi Italiani il dibattito che incendia l’agone politico circa quando andare a elezioni è vissuto con assai scarso coinvolgimento: quelle formule alchemiche che regolano le norme elettorali, certamente fondamentali per decidere chi entra e chi resta fuori nel giro che conta, sono solitamente incomprensibili per i più, interessati a ricevere dalla politica risposte ai problemi concreti. In ogni caso, dato che siamo ancora in tempo in vista dello scontro alle urne, potrebbe trovar spazio un sommesso avvertimento, pacatamente e serenamente, come amava ricordare il Veltroni made in Crozza. I programmi della politica, per avere speranza di portare ad un qualche risultato, devono reggersi su alcune gambe.

La prima è fatta di buone idee e di proposte solide: inutile far proclami per propositi irrealizzabili. C’è sempre uno iato – anche notevole – fra una proposta e la sua concreta realizzazione finale, che sconta la famosa scatola nera in cui vengono frullate le politiche pubbliche. Tuttavia, l’irresponsabilità sfrenata può fare di quello iato un crepaccio in cui rischiare di precipitare. La seconda gamba sono, conseguentemente, delle forze politiche responsabili che, sulla base di proposte serie, riescano a condurle in porto seguendo due coordinate indispensabili: non perdere (troppo) tempo a farsi la guerra spasimando per un passaggio televisivo, affidandosi alla defatigante ripetizione di slogan e frasi fatte (su questo Donald Trump sta dando efficacissime lezioni di comunicazione, eventualmente rivolgersi lì), e saper parlare delle loro proposte al Paese, tenendo dentro quei pezzi di società su cui le politiche impatteranno. I sindacati, innanzitutto, e penso alla recente Via Crucis della riforma della Pubblica Amministrazione, condotta in solitaria avverso qualsiasi suggerimento o monito. Ma non solo. C’è necessità di farsi esegeti accorti, mutando i linguaggi e riguadagnando la capacità di spiegare i cosa, i come, i perché. Su questo Matteo Renzi, surclassando Berlusconi, ha fatto scuola, anche se non così bene hanno fatto altri rappresentanti del suo Governo. La terza – e ultima – gamba è sapersi servire in modo corretto delle strutture amministrative che devono tradurre quelle idee in pratica. Inutile qui riprendere temi noti e abbondantemente sviscerati sul perché la pubblica amministrazione (meglio, le pubbliche amministrazioni) funzionino come funzionano: eccellenze e carrozzoni; donne e uomini che danno l’anima e furbetti del cartellino; isole tecnologiche e montagne di carte. Il punto non è l’ennesima riforma, ma ricostruire un corretto rapporto fra la politica legittimata dal voto e la burocrazia che ha il compito di supportarla nella costruzione di scenari di lungo respiro e farlo con una visione che non si limiti alla gestione dell’oggi. Val la pena ricordarlo perché ad ogni cambio di Governo, e a maggior ragione con una nuova Legislatura, riparte una piccola grande rivoluzione organizzativa che dall’empìreo della politica si riverbera giù giù lungo tutta la filiera amministrativa.

Non siamo (ancora) allo spoil system, ci mancherebbe. Ma l’assestamento che segue una nuova configurazione del vertice politico di fatto rallenta, e in alcuni casi blocca, l’azione amministrativa, che molto spesso non può che attendere il nuovo quadro che verrà data. Nulla di patologico, ma una pratica da disbrigare velocemente e con le idee chiare. E senza partigianerie. Le decisioni vanno messe in opera, e per farlo non servono annunci, primi cento giorni o no. Men che mai servono i fideles. Giusto per ricordarcelo quando sarà il momento.

Pubblicato su Formiche

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