Pillole di burocrazia

Sono stato invitato dalla squadra di Nemo, in onda su Rai2, a dire qualcosa sul tema pubblica amministrazione e burocrazia in 90 secondi. Grazie: anche se il tempo era limitatissimo, non capita troppo spesso di dare la parola all’odiato funzionario pubblico. Qui la clip.

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Dirigenza pubblica punto e a capo?

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Con la conclusione della XVII legislatura repubblicana si è ufficialmente aperta una campagna elettorale particolarmente incerta in cui, al momento, non sembra aver ancora trovato posto una discussione articolata sullo stato ed il ruolo della pubblica amministrazione e, in particolare, della dirigenza pubblica. Non appaia insolito: Governo e Parlamento sono stati a lungo impegnati nella faticosa elaborazione dell’ambiziosa riforma della PA intestata alla ministra Madia, con l’adozione della legge 124 del 2015 e la messe di conseguenti decreti attuativi. Se, tuttavia, si centra l’attenzione su quel che a ragione può essere definito il motore della macchina pubblica, ovvero la dirigenza, sarebbe utile che la politica che verrà non si dimentichi della questione. L’intervento sulla dirigenza, azzerato dalla Corte costituzionale per effetto della sentenza n. 251 del 2016, rappresentava, infatti, uno dei pilastri del disegno certamente più ampio dell’operazione a cuore aperto sulla PA. Lo stop della Consulta, evitando seri rischi per l’imparzialità dell’azione amministrativa e l’autonomia della dirigenza stessa, ha, tuttavia, fatto saltare l’opportunità di attualizzare il quadro normativo. L’assoluto protagonismo della figura del dirigente, infatti, nel rapporto con la politica, nel funzionamento dei sistemi di performance, trasparenza e lotta alla corruzione – la cui complessità sta debordando nella concreta ingestibilità – e nel dispiegarsi di una reale semplificazione dei processi, rende evidente l’importanza di alcuni nodi da sciogliere che si crede opportuno siano parte della comune cultura in fatto di burocrazie e che hanno carattere prodromico ad ogni futuro intervento.

Il primo è certamente quello relativo al recupero della serenità della discussione che, nel corso degli ultimi anni, ha visto muovere contro i dirigenti pubblici accuse ed asprezze irricevibili che hanno gravemente danneggiato i rapporti all’interno della cosa pubblica e, cosa assai più grave, invelenito il clima sociale. Riconoscere il ruolo indispensabile della dirigenza pubblica e dei lavoratori pubblici in generale è elemento indefettibile se si vuol compiere una analisi seria e di lungo respiro dei problemi delle amministrazioni e della dirigenza in Italia, che sono molti e complessi da aggredire. La narrazione della riforma della dirigenza, incentrata sull’assalto ai privilegi ed all’inefficienza dei dirigenti pubblici di questo Paese (i “burocrati che remano contro”), condotta con fare arrembante e senza distinguo alcuno, è stato un infelice esempio di tale approccio da accantonare. Recenti prese di posizione sul primo giornale Italiano hanno sostanzialmente identificato le burocrazie come gruppi di golpisti: “Le burocrazie, amministrative e giudiziarie, spadroneggiano. I politici o sono al loro servizio o sono troppo deboli per tenerle a bada. Lasciate a se stesse quelle burocrazie ci preparano un futuro di autarchia e di declino economico e culturale”. Un’atmosfera pre-elettorale plumbea, purtroppo, che non fa ben sperare. Sia chiaro: non che non esistano burocrati e dirigenti inefficienti o inadatti. Ottusi, persino. Ma è la cattiva burocrazia l’avversario da sottomettere, non la burocrazia tout court.

Il secondo riguarda le modalità di reclutamento della dirigenza. L’estrema frammentarietà dei sistemi di selezione della dirigenza pubblica in Italia ha fatto sì che essa, diversamente da prefetti, diplomatici e magistrati (non casualmente la parte ancora non privatizzata del personale pubblico), non abbia saputo dar prova della propria natura di corpo dello Stato, troppo spesso incapace di scrollarsi di dosso un alto grado di autoreferenzialità e di mantenere un corretto rapporto di sana alterità con la politica. Superare l’attuale doppio accesso alla dirigenza, incanalando finalmente l’intero flusso di richiedenti per il tramite della Scuola Nazionale di Amministrazione, costituirebbe una delle leve determinanti per infliggere un colpo mortale al vizio del “particulare” che tanti danni ha fatto alla PA in Italia, magari prevedendo congrui periodi di stage per i neo-dirigenti (almeno un anno) e di servizio obbligatorio all’estero per tutti. Il recupero ed il rilancio dell’esperimento del corso-concorso per la carriera dirigenziale, mai veramente decollato, con gli opportuni correttivi per chi entri per la prima volta nella PA, per chi è già funzionario e per chi acceda a seguito di esperienze nel settore privato, rappresenta senza dubbio una leva per contribuire a (ri)fondare quello spirito di corpo che drammaticamente latita.

L’ultimo elemento investe, infine, natura e ratio della dirigenza stessa. Dopo decenni di ubriacatura neoaziendalista e di superfetazioni di concetti e modalità organizzative trapiantate direttamente nel tessuto molle delle amministrazioni, qualche segnale di ritorno alla peculiarità della funzione pubblica sembra oggi cogliersi, riaggiornandola con le esigenze proprie di una società italiana (e globale) in rapida mutazione. Il tema dell’amministrazione collaborativa, come descritto nella presentazione del recente Annual Report di ForumPA, sembra cogliere questo aspetto, che vede, in concreto, la PA muoversi in un’ottica di garante delle reti di interlocutori e delle transazioni sociali che si snodano, mutevoli, intorno ad essa. Se questo è vero, occorre allora porsi una domanda: che dirigente pubblico si vuole e per far cosa? La banale risposta è che il dirigente pubblico altri non può essere che colei o colui che viene chiamata/o ad esercitare le peculiari funzioni di amministrazione della cosa pubblica: districandosi tra sapere amministrativo-contabile, managerialità e gestione delle risorse umane (qui andrà verificata la carica di potenziale dello smartworking) e capacità di interloquire con i tanti e diversi stakeholder che con la PA hanno a che fare, senza dimenticare il compito fondamentale di intessere con l’Autorità politica di riferimento condizioni e scenari per l’attuazione delle politiche. Ciò richiederebbe che tali responsabilità vengano attribuite a chi sia stato adeguatamente formato, magari attraverso una selezione che rivoluzioni una volta per tutte le modalità sinora troppo nozionistiche di testare i candidati. Ofelè, fa el to mestè, direbbe la saggezza popolare. Eppure, a fronte di una tale ovvietà, negli anni si è di fatto affermato il principio che chiunque possa esercitare il mestiere: la competenza non paga più. E non si tratta solo dell’annosa questione dell’accesso esterno, senza concorso, di soggetti scelti dalla politica, o dell’inusuale numero di magistrati cui vengono affidati uffici e dipartimenti (si è mai visto un dirigente pubblico amministrare la giustizia in un’aula di tribunale?): un progressivo svilimento della funzione ha di fatto comportato un depauperamento del valore del ruolo sociale della dirigenza, il cui capitale reputazionale si è pressoché dissolto nelle pubbliche opinioni e nel comune sentire.

Non è troppo tardi per invertire la rotta. È di tutta evidenza che il miglioramento dell’efficacia ed efficienza di un’organizzazione è un processo che non finisce ma si rinnova continuamente: la “perfetta amministrazione” di cui parla Benedetto Croce, e che Bernardo Mattarella richiama nel suo recentissimo volume su burocrazia e riforme, resta un traguardo mutevole e sfuggente. Tuttavia, all’indomani di uno sforzo riformatore imponente, i cui effetti vedremo nel medio e lungo periodo, recuperare responsabilmente alcune norme di basilare e civile convivenza fra pezzi della Repubblica, adottando accorgimenti mirati per scopi specifici, può far sì che il sistema delle amministrazioni Italiane diventi finalmente un pezzo dello sviluppo di questo Paese. Senza sconti a nessuno. Ma senza pregiudizi.

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I musei, i TAR e la democrazia dei Mandarini

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Un’Italia autodistruttiva: non usa mezzi termini Sylvain Bellenger, direttore francese del Museo di Capodimonte di Napoli, dopo la nuova pronuncia del Consiglio di Stato sulle nomine di direttori stranieri nei musei italiani. La vicenda è nota e rimando per brevità a quanto scritto non molti mesi fa, ricordando, ancora una volta, che nell’introdurre una deroga speciale per il settore cultura – su cui si può tranquillamente essere d’accordo – sarebbe stato sufficiente abrogare contestualmente tutte le norme che ostavano al nuovo corso. Tant’è. È interessante, tuttavia, che sulla questione intervenga stavolta  uno dei direttori stranieri, il quale lamenta la sindrome dell’interpretazione delle leggi in Italia, con la conseguenza, a suo dire, che “l’immagine dell’Italia all’estero è molto danneggiata, appare un Paese buffo, non serio”. Un moment, s’il vous plaît. Nulla quaestio sul fatto che le leggi in Italia siano troppe e scritte male: ma quando Bellenger dice che questo si riflette sul comportamento dei funzionari, che “quando scrivono sono spesso incomprensibili” perché “hanno paura di essere visti come indegni dall’amministrazione se la relazione che stanno scrivendo non è redatta in terza persona”, commette un errore. Veniale, forse, ma pur sempre un errore. Non perché la lingua dei burocrati non sia spesso difficile e, talvolta, per adepti, ma perché, come spesso accade, getta nel frullatore tutto senza distinzione alcuna. Va benissimo la semplificazione, non il semplicismo. Mettetemi al rogo, ma in una società in cui il linguaggio si è disossato e la scrittura è infestata dal “whatsappese”, un denso, grasso e caldo idioma complesso – non necessariamente complicato – è il benvenuto. Se i continui rimandi al tal comma o al tal alinea possono marcare un’ottusa opacità, di cui occorre liberarsi, i processi politico-amministrativi sono una cosina articolata. Non si scappa. E quando si tratta di dar risposte, pareri o prender posizione, occorre essere puntuali sino allo spasimo, pena la puntuale impugnazione o, Dio ce ne scampi, il rilievo di un qualche organo di controllo. Insomma auspicare un ordinamento più semplice ed efficace è una cosa: scaricare il fardello sui soliti Mandarini, la cui cultura addirittura “confisca la democrazia” mi sembra un salto logico azzardato. Forse, immagino, il direttore di Capodimonte si è scontrato con una triste, noiosa, eppur solida realtà, scoprendo – ahimé – che il direttore di un museo non è (solo) un direttore artistico: non organizza soltanto mostre ed eventi, ma è anche un dirigente pubblico e, dunque, deve avere a che fare con tutte quelle faccenducole burocratiche che tutti amabilmente detestiamo ma che servono a far funzionare una struttura. Di colpe i burocrati ne hanno tante: la lista sarebbe lunghissima. Ma se provassimo ad evitare che dirigenti e funzionari debbano troppo spesso indossare la sacra veste dell’esegeta per dar seguito a norme ed indirizzi non infrequentemente confusi, contradditori e financo cervellotici, ne usciremmo tutti più sereni. Probabilmente anche il direttore di Capodimonte.

Comuni di vetro

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Sono stati resi pubblici i risultati di un monitoraggio condotto dall’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) circa gli accessi effettuati dagli abitanti di 20 grandi Comuni alla sezione “Amministrazione trasparente” dei siti internet municipali: in circa 20 mesi, fra gennaio 2016 e agosto 2017, sono stati registrati quasi 4 milioni di clic di cittadini che sono andati a dare un’occhiata a quelli che una volta erano gli interna corporis dei loro Comuni. Uno su quattro ha navigato la sezione organizzazione, in cerca di compensi e spese, mentre quasi il 60% ha sfruculiato fra i provvedimenti dell’ente, inclusi gare e contratti. Sono dati assai interessanti, che vedono, curiosamente, una latitanza di romani e napoletani, con diffusione di accessi ancora a macchia di leopardo. Raffaele Cantone su La Repubblica di domenica ha espresso un legittimo e condivisibile compiacimento per i passi avanti fatti nel rendere l’amministrazione di prossimità – e non solo quella – una casa di vetro. Ed ha ragione: dove c’è luce, i malintenzionati ci pensano due volte prima di delinquere. Non solo: la trasparenza, accanto alla carica di deterrenza per i reati, ha un enorme potenziale di spinta alla costruzione di fiducia tra amministratori e cittadini. Certo, restano tuttora in piedi le critiche mosse alla pubblicazione – fatta salva la dovuta disponibilità per le amministrazioni – dei dati patrimoniali personali dei dirigenti pubblici (non ci torno), ma il fatto che i cittadini sempre più consultino e utilizzino i dati delle pubbliche amministrazioni in un regime di accesso alle informazioni ormai assai diretto è un fatto certamente positivo per la democrazia del nostro Paese. Un’osservazione, tuttavia,è dovuta: le perplessità di qualcuno circa il regime di trasparenza introdotto dal decreto 33 del 2013 (e dalle modifiche dell’anno scorso) non corrispondono esattamente a quel che evidenzia Cantone. Dice il Presidente dell’ANAC, infatti, che “fra i commenti, per lo più improntati alla diffidenza, ne prevalevano soprattutto due: si sarebbe trattato di un adempimento puramente burocratico, privo di conseguenze, e l’unico risultato sarebbe stato un “voyeurismo digitale”, finalizzato a conoscere gli stipendi di politici e dirigenti”. Posto che una fetta di gogna mediatica (vera o presunta) è fisiologica, e sono convinto verrà superata con la maturazione dell’approccio al sistema, il vero timore era e resta quello della sostenibilità della macchina. Siamo tutti d’accordo che la trasparenza debba essere parte integrante del funzionamento delle amministrazioni: anzi, è un percorso che va continuato con sempre maggiore determinazione e profondità, anche perché le pubbliche amministrazioni, in molti casi, devono ancora rendere la cifra della trasparenza come strategica del loro agire quotidiano, trasformando la propria cultura organizzativa. Non servono santi: serve un insieme di regole che scoraggi la corruzione. Il punto è che chi è chiamato a dar corpo a questi fondamentali compiti deve farlo rispettando il sacro dogma: quello dell’invarianza finanziaria. Recita, infatti, l’articolo 52 del decreto 33 che “dall’attuazione del presente decreto non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le amministrazioni interessate provvedono agli adempimenti previsti con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente”. Insomma, ti arrangi. Non c’entrano nulla Cantone e l’ANAC, sia chiaro. Tutti noi facciamo quel che la legge ci dice di fare, al meglio delle nostre capacità e competenze. È, tuttavia, opportuno che tutti (e in primo luogo noi come cittadini), si sia consapevoli che realizzare e rendere concreta la sacrosanta trasparenza comporta tempo e impegno, dovendo fare, allo tesso tempo, tante altre cose, piccole e grandi, che vanno a comporre la vita quotidiana di un ufficio pubblico. La casa di vetro è un dovere: le mani per pulirla per bene e non lasciare aloni sempre due restano.

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Più carne di porco per tutti

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Poteva mancare la stoccatina natalizia al burocrate brutto, sporco e cattivo? No, ça va sans dire. Ed ecco servito al popolo arraggiato in tempo per il cenone della vigilia un bell’articolo divertente e colorito, preparato a quattro mani da Alfonso Celotto e Giuseppe Salvaggiulo per La Stampa. Giornalista del quotidiano torinese il secondo e professore di diritto costituzionale e più volte “gabinettista” il secondo, autore anche di libri di successo sulle vicissitudini del dottor Ciro Amendola, burocrate fino all’osso. La faccio breve, senza dilungarmi in considerazioni articolate, delle quali frega assai poco: l’articolo mi fa inalberare (l’atmosfera natalizia impone moderazione) e non mi piace. E non perché ministri, capi di gabinetto e consulenti vari non abbiano fatto incetta di regalie nei decenni passati. E neppure perché ci sono stati – e magari ci sono – dirigenti pubblici che accettano illecitamente regali che non devono accettare. Non mi piace perché, con la scusa della spiritosa aneddotica, si continua a far carne di porco di tutte quelle colleghe e di tutti quei colleghi che non solo regali non li hanno mai ricevuti e tanto meno accettati e che, magari, a dicembre lavorano a manetta per chiudere pagamenti ed impegni e non far perdere soldi allo Stato. Lavorano invece di accumulare doni: gente strana, questi lavoratori pubblici, nevvero? Non c’è nulla da fare: non si riesce a capire che dare in pasto al pubblico ludibrio tutto e tutti indifferentemente quando si tratta di apparati amministrativi non fa che sprofondare il livello del dibattito. Più livore per tutti: è questo che si vuole ottenere? È questo che serve per far fuori il burocrate? Accomodatevi signori: il palco è tutto vostro.

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Quell’unico problema italiano

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C’era da dubitarne, forse? “La pubblica amministrazione è l’unico problema italiano”: così si sarebbe espresso Romano Prodi, ex Presidente del Consiglio ed ex Presidente della Commissione europea, uno dei protagonisti della recente storia Italiana per il quale nutro, senza retorica, profondo rispetto. La dichiarazione, rilasciata a margine del convegno di presentazione del suo ultimo libro, “Il piano inclinato”, appare senza dubbio stridere con la cifra istituzionale del suo profilo politico e personale. Un paradosso? Non basta: “Il problema è che ci si sta isolando dal mondo» per una “incapacità di prendere le decisioni nei tempi dovuti. Dopo Tangentopoli, la difesa dei funzionari è stata di non prendere più decisioni o di dividere in tappe il procedimento decisionale”, ha detto Prodi, secondo cui “il Paese è paralizzato dall’incapacità di decidere. Il Tar? Se non ci fosse, il nostro sviluppo crescerebbe del 5 per cento”.

Non ho avuto ancora modo di leggere il nuovo libro del Professore, che si occupa di temi fondamentali, come la dimensione dell’uguaglianza e della crescita inclusiva nelle società che subiscono il fortissimo impatto della finanza internazionale e del processo di globalizzazione: aspetti nei quali non può non giocare un ruolo determinante la componente gestionale-amministrativa di un Paese. E proprio perché non credo ci siano dubbi sulla serietà profonda che Prodi impiega nell’analisi di tematiche così attuali e nodali per la comunità internazionale, si fa fatica a capire: l’unico problema italiano? Siamo naturalmente tutti d’accordo che le manchevolezze delle macchine pubbliche sono tante. Non è, tuttavia, solo un problema di casa nostra: è un problema, organizzativo prima che amministrativo, che permea le strutture burocratiche di tutti gli Stati moderni e che Max Weber, fra gli altri, aveva mirabilmente dipinto già un secolo fa. L’efficienza dell’amministrazione pubblica, tanto più se si tratta di un Paese che fa parte delle sette nazioni più avanzate al mondo, è, senza dubbio, un problema che deve trovar posto nell’agenda di tutti i Governi, indipendentemente dal loro colore politico. Se questo è vero, non farà male ricordare che dove c’è uno Stato deve esserci una pubblica amministrazione. Non “può”: “deve”. Se non c’è, non c’è uno Stato. Almeno in attesa di soluzioni migliori. Lo capisco: la burocrazia non è affascinante, non fa tendenza, non è cosa semplice. E non è appealing. Anzi, grazie al tarlo fordista che alberga nelle nostre teste, è poco meno di una iattura, un male necessario che va ridimensionato e rimesso a posto, se non, addirittura, eliminato appena possibile. Detto questo, provo a suggerire di aggiungere al “problema P.A.” qualche altra criticità che affligge questo tormentato Paese: non per ipocrita benaltrismo e per buttarlo in fondo alla lista, croce sul cuore. Ma per amor di verità e cronaca civile.

Azzardo qualche ulteriore candidatura. Le mafie: che attanagliano tante regioni d’Italia, condannando troppi giovani alla miseria e alla morte e le comunità locali a sottostare ad un regime di violenza e sopraffazione. La corruzione: che sembra esserci attaccata addosso come una malattia della pelle che non riusciamo a debellare, a braccetto col nepotismo, l’indifferenza al senso di comunità e all’insofferenza per il bene pubblico. La condizione delle donne: ancora condannate a intollerabili disparità salariali e vittime di crimini le cui cause affondano nell’idea marcia di maschio che alberga in troppe zucche vuote. Il disastro edilizio e idrogeologico: che ha reso il suolo della penisola un campo di battaglia con morti e feriti, devastando le coste ed il territorio di un Paese baciato dalla Dea Bendata. L’evasione fiscale: una vera e propria piaga che costa 270 miliardi di euro, il 18% del PIL nazionale e che si alimenta del nostro solipsismo. La lista è lunga, le soluzioni complicate, i tempi incerti, la volontà di darsi da fare impalpabile. Eppure, sapete cosa? L’Italia non è solo questo. Anche grazie a quella maledetta pubblica amministrazione che, con le sue mille contraddizioni, a fatica e talvolta malvolentieri, spinge la carretta. Proprio lei, l’unico problema italiano.

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Odiatore e funzionario pubblico? Censurabile due volte

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E quattro. Dopo Laura Boldrini, Selvaggia Lucarelli e Myrta Merlino, un’altra donna prende posizione contro gli odiatori del web e passa alle carte bollate: Francesca Barra, giornalista televisiva, mamma separata ed attuale compagna dell’attore Claudio Santamaria, è stata infatti bersagliata sui social network per la sua presunta vita “sregolata”, con attacchi personali alla coppia e, soprattutto ai suoi figli. Tra i tanti Savonarola da tastiera anche un funzionario della Regione Basilicata che sui social, riportano i quotidiani, avrebbe pubblicato insulti verso Barra ed i suoi figli. Bene ha fatto, dunque, la giornalista a non perdere tempo e denunciare il funzionario, come riporta, fra l’altro, Aldo Grasso sul Corriere di domenica 8 ottobre. L’episodio, riprovevole come tanti altri simili episodi che fanno ormai quotidianamente capolino nelle cronache, ha un elemento di novità: a sparare ad alzo zero sarebbe stavolta un pubblico dipendente, il cui lavoro è quello di fornire servizi ed implementare politiche a favore dei cittadini che, con le tasse, ne pagano lo stipendio. Dal canto suo, il funzionario, in perfetto stile Napalm 51, ribatte: “E che ho scritto di male? Sono personaggi pubblici e non possono pretendere di essere esenti da critiche. Il pomeriggio da casa non posso fare quello che voglio? Facebook mi ha bloccato il profilo ma dovrebbe tornare a funzionare, continuerò a dire quello che penso“.

Alt. Mettiamo le cose in chiaro. Il funzionario, al pari di qualsiasi cittadino, è libero di dire o scrivere quel che vuole, scendendo nella pubblica via, parlando da un podio o pubblicando i suoi scritti in rete, purché se ne assuma la piena responsabilità. Qui parla il buon senso e, soprattutto, il codice penale. Non si tratta di una malintesa difesa della libertà di critica o di pensiero: in una società civile insultare per strada o su un social qualcuno espone a conseguenze. Un comportamento ancor più meschino se vengono coinvolte donne o, come in questo caso, dei minori. Egli si difende dicendo di aver dato voce a ciò che pensa dopo il lavoro, al di fuori della sua dimensione pubblica, ma è una difesa che non regge. In linea di principio non c’è nulla di male nell’utilizzare i social network al lavoro, compatibilmente con i doveri del proprio incarico. Anche senza far cenno dell’utilità per ricerche, contatti o aggiornamento di natura professionale, la cosa può essere compatibile con lo svolgimento delle mansioni assegnate: nessuno è un robot e i cinque minuti di pausa sono concessi a chiunque. Il punto è che in questo caso il lavoratore pubblico non esporrebbe motivate ragioni o intratterrebbe relazioni di natura professionale ma rivolgerebbe insulti a terzi, il che rende del tutto inutile rivendicare che lo si faccia in orari extra ufficio. La nostra Costituzione, infatti, ricorda che “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore” (art. 54) e, non casualmente, il codice di comportamento dei pubblici impiegati, che riguarda naturalmente anche la Regione Basilicata, dispone che “il dipendente osserva la Costituzione, servendo la Nazione con disciplina ed onore […], perseguendo l’interesse pubblico senza abusare della posizione o dei poteri di cui è titolare” e che “nei rapporti privati […] non assume nessun altro comportamento che possa nuocere all’immagine dell’amministrazione”.

In soldoni: la casacca di servitore dello Stato non è un mantello che si indossi o smetta a piacimento e i comportamenti fuori dalle mura dell’ufficio sono, nei limiti del rispetto della sfera privata ed in relazione ad altri principi costituzionali, rilevanti ai fini della valutazione della condotta dell’individuo. La parola passa ora alla Regione per i profili disciplinari e, eventualmente, alla magistratura per altri aspetti. Un simile comportamento, tuttavia, è censurabile ben due volte: la prima perché sarebbero stati immotivatamente mossi insulti contro una donna ed i suoi figli, che nulla hanno a che vedere con la legittima libertà di espressione del singolo; la seconda perché si cozza non solo contro i normali principi di civile convivenza ma anche con i doveri di pubblico dipendente, indipendentemente da orari e timbrature, svilendone il ruolo ed esponendo l’intero ente ad un discredito di natura reputazionale. Il web non è un’arena virtuale in cui tutto è permesso e chi serve la comunità deve esserne consapevole quanto e più dei cittadini che con le tasse pagano i servizi cui hanno diritto. Non il diritto di essere insultati, però.

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Cosa penso dell’agente di polizia sospeso dal servizio

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È stato sospeso dal servizio, a seguito di procedimento disciplinare, l’agente della polizia stradale che ha ripreso col proprio cellulare un extracomunitario in bicicletta, intento ad ascoltare musica con le cuffiette, sulla corsia di emergenza dell’autostrada Torino-Bardonecchia e che ha postato su Facebook il video con i suoi commenti. Lo dico subito: il provvedimento è stato un atto doveroso. E non perché abbia pronunciato insulti, come si legge, contro la Presidente della Camera: non lo ha fatto. Riprende slogan cari alla dialettica politica ma non pronuncia parole ingiuriose avverso la terza carica dello Stato. L’agente dice, infatti: “Risorse della Boldrini, ecco come finirà l’Italia: tutti su una Graziella in autostrada a comandare […]. Voi che amate la Boldrini, voi che avete voluto questa gente di merda in Italia […]. Goditi questo panorama. Voi e tutta la Caserma: guardate qui. Un tipo che pedala sulla Graziella pensando che sia una strada normale, con le cuffiette in testa. Fosse arrivato un camion e gli avesse suonato, manco se ne sarebbe accorto. Condividete signori, condividete“.

Nel ricordare, a fronte di grida circa presunte ingerenze in merito alla sospensione, che il Dipartimento di Pubblica Sicurezza ha dichiarato che le “decisioni sono state prese in totale autonomia per la tutela delle Istituzioni e di chi le rappresenta”, contano nel caso di specie, a mio modo di vedere, tre aspetti. Il primo: invece di filmare l’uomo, l’agente avrebbe dovuto immediatamente fermarlo e procedere secondo il codice della strada, trovandosi di fronte ad una condotta potenzialmente pericolosa. Cosa che in seguito ha comunque fatto ricevendo, peraltro, i ringraziamenti dall’uomo colto in flagrante. Il secondo: nel video egli pronuncia parole esplicitamente razziste. Nel riferirsi a “questa gente di merda” egli caratterizza un intero gruppo di persone, gli immigrati, con parole di evidente denigrazione. Terzo aspetto, altrettanto grave: diffondere quel filmato e rendere pubblico tale atteggiamento ne ha fatto ricadere le conseguenze sulla divisa che indossa.

Del tutto fuori luogo l’indignazione da parte di chi ritiene che sia stato commesso un torto o sia stata limitata la libertà di espressione di un poliziotto. Qui non è in discussione la libera opinione di un agente di Polizia, che ha e deve avere le sue idee, siano esse di carattere politico, sindacale o di altro tipo. E quelle idee deve avere il diritto di esprimerle. Il punto è che chi serve la Repubblica deve utilizzare una prudenza e una misura peculiari nel suo agire quotidiano, durante e al di fuori dell’orario di lavoro. Non casualmente, il codice di comportamento dei dipendenti pubblici del 2013 prevede che “nei rapporti con i destinatari dell’azione amministrativa, il dipendente assicura la piena parità di trattamento a parità di condizioni, astenendosi, altresì, da azioni […] che comportino discriminazioni basate su sesso, nazionalità, origine etnica, caratteristiche genetiche, lingua, religione o credo, convinzioni personali o politiche, appartenenza a una minoranza nazionale, disabilità, condizioni sociali o di salute, età e orientamento sessuale o su altri diversi fattori” mentre, nei rapporti privati, “non assume nessun altro comportamento che possa nuocere all’immagine dell’amministrazione” (disposizioni riprese anche dal Codice di comportamento dei dipendenti del ministero dell’interno del 2015).

Il poliziotto sospeso dal servizio è un razzista? Non lo so. Sappiamo che, malauguratamente, si è comportato come tale, magari in un momento di leggerezza. Tutti commettiamo errori almeno una volta nella vita ed egli avrà l’occasione di spiegare le proprie eventuali ragioni nel contraddittorio con la sua amministrazione. Tuttavia, se il Signor Rossi può esprimersi come vuole, anche grossolanamente, nei confronti di altre persone (rispondendone, eventualmente, nelle sedi opportune ove questo configuri un reato), questo non vale per chi, come recita la Costituzione, si vede affidate funzioni pubbliche, e ha “il dovere di adempierle con disciplina ed onore” (art. 54, Cost.). Un onere ulteriore a difesa della dignità dello Stato e della funzione che esercita. Ciò vale, a maggior ragione, per le forze dell’ordine, che rappresentano un pezzo fondamentale e indefettibile dello Stato democratico. Alle donne e agli uomini che vestono una divisa affidiamo la nostra sicurezza ed è loro dovuta la nostra stima e riconoscenza per il lavoro prezioso – pericoloso e non adeguatamente retribuito – che tutti i giorni compiono, assicurando il rispetto della legge per tutti coloro che si trovano sul suolo della Nazione, di qualsiasi colore, lingua o religione siano. Ecco perché viene loro richiesto, come e più di tutti coloro il cui stipendio è pagato dagli Italiani, un comportamento specchiato: essere, in soldoni, come la moglie di Cesare.

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