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Pubblica amministrazione a rischio epic fail?

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Un recente articolo di Francesco Verbaro, ex capo del personale in Funzione Pubblica ed ex Segretario Generale del Ministero del Lavoro, ha posto l’accento su un punto che da troppo tempo osservatori ed analisti trascurano quando si parla della – sempiterna – riforma della pubblica amministrazione: chi vogliamo e per fare cosa? Sono due i problemi che si intersecano e creano effetti perversi, autoalimentandosi. Da un lato, il progressivo e inarrestabile invecchiamento dei dipendenti (solo il 2,7% dei lavoratori pubblici ha meno di 30 anni), reso ancora più drammatico dal blocco delle assunzioni, tuttora percepito quale dogma assoluto in omaggio ai sacerdoti della spending review, sebbene il totale dei dipendenti della PA Italiana sia in diminuzione da anni e perfettamente in linea coi numeri di Francia, Germania o Regno Unito. Dall’altro, il fatto che storicamente il reclutamento per le pubbliche amministrazioni in Italia ha seguito e segue ancor oggi schemi antiquati. Come ricorda Verbaro, “le competenze del personale sono spesso obsolete, per la mancanza di veri piani di riqualificazione e formazione e per la presenza di una percentuale elevata di dipendenti non laureati o comunque con titoli di studio non adeguati. Nessuno parla oggi dei profili e delle competenze delle risorse umane. Ragioniamo solo su quantità e sui costi. In nessuna azienda moderna si farebbe così”.

Un’analisi spietata che, tuttavia, serve ad evidenziare come l’approccio al tema riforma della PA sia ancora di tipo essenzialmente fordista, un tanto al chilo. Nell’immaginario collettivo del Paese è vivo e scalcia il ritratto fantozziano del lavoratore pubblico, un timbro in mano ed una biro nell’altra, la cui unica occupazione è fare ammuina, far girare le carte. Intendiamoci, c’è ancora molto di vero in questo, anche se firma digitale e pec hanno fatto ormai il loro ingresso nella vita del burocrate. Rimane, tuttavia, un’amministrazione pubblica fordista, nelle teste della politica come in quelle della burocrazia, nella lente prevalentemente contabile amministrativa attraverso la quale vengono processati i problemi. La costruzione formalista dei profili dei lavoratori pesa in maniera sproporzionata rispetto alle competenze che sono oggi richieste per competere con l’esterno. Non si tratta, per esser chiari, di riproporre il modello aziendalista per le pubbliche amministrazioni, oramai stantio, ma di rendere la PA interlocutore sempre più affidabile e competente per tutti coloro che con la PA devono o vogliono avere a che fare. C’è un mondo che là fuori corre e che è in continua e velocissima evoluzione. Serve uno sforzo di visione per immaginare una macchina pubblica che, pure nell’imprescindibile rispetto delle regole, corra e non rincorra. Ricorda Verbaro che nei prossimi dieci anni andranno in pensione un milione di dipendenti pubblici: quasi un terzo della forza lavoro delle amministrazioni. È un dato che farà felici i sostenitori di uno Stato leggero ma che, in mancanza di un’attenta pianificazione che accompagni i cambiamenti in essere, segnerà l’inevitabile declino della nostra burocrazia. Qualsiasi organizzazione si basa su un elemento indefettibile: il capitale umano. Se continueremo ad interpretare questa ricchezza solo a peso, senza riflettere su quali linee strategiche investire e, conseguentemente, di quali competenze e di quali profili la PA ha effettivamente bisogno, rischiamo di continuare a perdere posizioni con gli altri Paesi, sia nell’Ue che nel mercato globale. Un epic fail che verrà pagato salato dai cittadini Italiani.

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Dirigenti pubblici, mariuoli a prescindere

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Ci risiamo, i soliti dirigenti che si nascondono dalla luce dei riflettori e che tramano nelle segrete stanze, stavolta avverso il sacro totem della trasparenza! Dopo la recente pronuncia del TAR del Lazio che ha bloccato la pubblicazione di alcuni dati relativi ai patrimoni dei dirigenti in servizio presso il Garante della Privacy, si levano le critiche contro i burocrati che remano contro e, come tanti piccoli Scrooge, chiudono a chiave le loro privatissime casseforti. Prima di dare inizio ai roghi, proviamo però a fare un po’ d’ordine. Partiamo col ricordare che un decreto del Governo dello scorso anno, nel modificare una norma del 2013 sulla trasparenza totale (il cosiddetto FOIA, Freedom of Information Act), ha aggiunto una serie di notizie che i dirigenti pubblici vengono obbligati a fornire e pubblicare. E’ noto che da anni sono consultabili sui siti istituzionali delle amministrazioni le retribuzioni e gli emolumenti di dirigenti, cosa sacrosanta e in tempi non sospetti caldeggiata dalla Associazione dei dirigenti ex allievi della Scuola Nazionale di Amministrazione. Ora, tuttavia, si chiede che – analogamente ai politici – vengano pubblicati i dati su proprietà immobiliari (case e terreni), beni mobili iscritti in pubblici registri (auto e moto), azioni e quote di partecipazioni a società, estendendo tale obbligo al coniuge e ai parenti entro il secondo grado. Traduco: non ci si limita ai redditi, ma si rende pubblico il patrimonio del singolo dirigente e della sua famiglia. Senza far cenno alla costruzione astrusa della norma, che fa addirittura riferimento alle spese sostenute per la campagna elettorale (operando un richiamo agli eletti senza un minimo di aggiustamenti), e mentre il sindacato Unadis annuncia una battaglia legale avverso questi ulteriori obblighi, partono gli strali contro i mandarini, utilizzando un argomento apparentemente efficace ma, a mio parere, devastante: chi ricopre incarichi pubblici deve far sapere non solo quanto guadagna ma anche a quanto ammonta il proprio patrimonio perché, in caso di possibili arricchimenti non confacenti ai suoi introiti, si potrebbero configurare casi di corruzione. Ebbene, pongo una serie di obiezioni. La prima: il dirigente non è un politico, ha vinto un concorso pubblico ed è sottoposto ad una interminabile lista di controlli di carattere amministrativo, penale, contabile, organizzativo e chi più ne ha più ne metta. La seconda: far passare una tesi del genere significa dare come assunto il fatto che il burocrate è potenzialmente corrotto e che spetti a lui dimostrare come ha avuto quella casa, ottenuto quella macchina, acquistato quel terreno. Mariuoli a prescindere, avrebbe detto qualcuno. E nel Paese in cui la seconda casa e le proprietà familiari sono dei feticci, sembra un vero cortocircuito logico. La terza, infine: è davvero necessario ingolosire eventuali malintenzionati che potrebbero farsi i conti in tasca e pensare a facili e immediati guadagni grazie alla pubblica ostensione dei patrimoni di un cittadino? Aggiungo un elemento, a scanso di equivoci. Le informazioni patrimoniali sui cui si sta scatenando la zuffa sono in realtà già fornite dai dirigenti da anni: periodicamente, infatti, si dà contro dei propri beni mobili ed immobili e tali informazioni vengono custodite dalle amministrazioni in caso di richieste di controlli o verifiche da parte delle competenti autorità. Ora, è ben comprensibile che dare addosso al dirigente pubblico sia ormai uno sport nazionale e che troppo spesso l’utilizzo preventivo della materia grigia sia esercizio faticoso, soprattutto nell’era dei social network. Ma se persino l’ANAC, che dubito essere un covo di pericolosi complottisti, ha espresso in ben due occasioni fortissimi dubbi su una tale estensione degli obblighi informativi, probabilmente qualcosa che non quadra c’è. Se, tuttavia, la scelta è quella di promuovere il consolidamento di una società di guardoni, invocherei, almeno, un equo trattamento. Vogliamo mettere sul piatto i patrimoni dei dirigenti pubblici e delle loro famiglie (e persino dei funzionari incaricati di posizioni organizzative)? Bene. Si faccia allora altrettanto per gli avvocati, i medici, i commercialisti, i parrucchieri, i giornalisti, i bancari e i maghi della finanza, i macellai e i salumieri, gli accademici e i magistrati, gli ambulanti e i palazzinari, i calciatori e gli antiquari. Se lo scopo è quello della prevenzione della corruzione, si sollevi il velo su tutte le componenti della società. Personalmente, il tutto suona un po’ orwelliano, con una visione sinistra delle nostre comunità. Siamo davvero sicuri di volerci incamminare su questa strada?

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Furbetti del cartellino: repetita iuvant

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Il caso rilanciato dai quotidiani sul nugolo di furbetti nell’ospedale napoletano Loreto Mare ha davvero del clamoroso: 94 indagati e 55 arresti con video ripresi dai Carabinieri che lasciano esterrefatti. Poco da dire, se i fatti venissero provati – e a vedere certe immagini si stenta a credere che non lo saranno – costoro vanno perseguiti penalmente per truffa allo Stato. E immediatamente, per i casi conclamati, si avviino i necessari procedimenti disciplinari, indipendentemente dalle decisioni della magistratura. La bella impresa, peraltro, sale agli onori delle cronache lo stesso giorno dell’annuncio del Governo circa l’approvazione, in via preliminare, del decreto di riforma del testo unico del pubblico impiego, che contiene, fra l’altro, l’introduzione di disposizioni in materia di responsabilità disciplinare dei pubblici dipendenti, finalizzate ad accelerare e rendere concreta e certa nei tempi l’azione disciplinare. Insomma, le famose norme contro i furbetti del cartellino. Tempismo perfetto! Su fattacci del genere molto è stato già detto, e mi scuso se ripeterò riflessioni fatte in altre occasioni, ma repetita iuvant (forse). Inutile criticare l’azione del Governo, che pure, come osservato da taluni, potrebbe sul punto presentare alcune pecche in termini di funzionamento ed efficacia concreta. A fronte dei tanti, troppi episodi di malcostume, un intervento dal punto di vista politico si imponeva e si impone, anche a salvaguardia di chi lavora onestamente nelle strutture pubbliche. Tuttavia, due puntualizzazioni appaiono opportune. Ancora una volta, è facile vedere dai filmati che la strisciatura avviene con macchina a muro: non ci sono, dunque, i tornelli. Basterebbe sistemarli agli ingressi ed il gioco è fatto: ad ogni strisciata corrisponde un ingresso ed un’uscita, non si scappa. Il fenomeno crollerebbe a zero o giù di lì. Senza dimenticare che passare il tesserino con registrazione automatica ha anche il significato, in un posto di lavoro sano, di un’autonoma gestione del proprio tempo, in armonia con le esigenze della struttura. Gestire le proprie ore in relazione al risultato serve anche a svecchiare modi di interpretare la PA ormai desueti e polverosi. E proprio qui casca il classico asino: una volta sicuri che non si bari sulla presenza, chi verifica che il dipendente lavori? E magari in modo efficace? Ecco, ancora ed ancora, il tema che resta da sempre sullo sfondo: come riorganizzare il modo di operare delle amministrazioni mentre fuori il mondo del lavoro cambia a velocità impressionanti? Come coniugare il necessario rispetto delle regole burocratiche (servono, signori miei…) con la fluidità dei processi? E, soprattutto, come avere a disposizione risorse umane preparate, motivate, adeguatamente formate per compiti specifici e che, per dirla con un tecnicismo, stiano sul pezzo? Qui siamo in mare aperto: molto ricade sulla dirigenza che, oltre a vestire i panni di un Montalbano ed indagare per i corridoi, deve essere capace – ed in questo capacitata a farlo – ad agire come gestore di donne e uomini che, val la pena ripeterlo, non sono robottini ma persone con inclinazioni, attitudini e proprie modalità relazionali. Naturalmente, per capacitare la dirigenza serve anche un ecosistema capacitante, che parte dalla politica e scende dritto dritto negli uffici. Insomma, premere il classico bottone a monte non assicura un risultato a valle, se non si ficca il naso nella black box che sta nel mezzo. E se in un ospedale, in un Comune o in un qualsiasi ufficio pubblico si verificano episodi di una tale gravità, significa che sono ormai saltati tutti i sistemi di relazioni reciproche, di coesione della struttura, di appartenenza allo Stato. Siamo oltre la truffa e la corruzione: siamo al disfacimento del comune sentire. Un’analisi seria di questi aspetti ancora va messa sul tavolo e rappresenterebbe, questa sì, la riforma epocale della PA che tutti aspettiamo.

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Quei cani di statali

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Quando sembra si sia toccato il fondo del barile, c’è sempre spazio per un lampo di genio. E si comincia a scavare. È il caso della trovata di Alberto Forchielli, noto imprenditore ed esperto di economia e di affari internazionali, spesso ospite di trasmissioni radiofoniche e televisive. Nella puntata di “24 mattino” del 7 febbraio, seguitissimo appuntamento mattutino di Radio 24 condotto da Alessandro Milan, ha proposto la sua personalissima ricetta contro l’assenteismo degli statali: “Ho io la soluzione contro l’assenteismo. Gli statali andrebbero microchippati come i cani“. Nulla di nuovo sotto il sole, potrebbe sembrare. Basta farsi un giro in tv o sui social media per vedere quale sia da tempo il clima ed il comune sentire contro i dipendenti pubblici. Non sono critiche che piovono dal cielo, beninteso, ma reazioni di pancia alle storture che le nostre pubbliche amministrazioni presentano, al pari di tutte le burocrazie pubbliche del pianeta. Inutile, purtroppo, attendersi un ragionamento di sistema: il randello, per di più brandito da coloro che potremmo definire degli influencer, solletica i più. Non val la pena, per non imbarcarsi in un reciproco annoiarsi, rientrare per l’ennesima volta nel merito di come possano o meno presentarsi e interpretare i dati sulle assenze o nella inutile dicotomia pubblico/privato. E neppure osservare – mestamente – che la diffusa frustrazione dei leoni da tastiera porta al paradosso che la massima felicità corrisponda al fatto che tutti i lavoratori debbano star peggio: il dipendente pubblico è naturalmente, per definizione, un privilegiato. Ora, se il punto è dare un taglio all’odioso fenomeno dei rubagalline che timbrano e vanno al bar, basta mettere dei tornelli in luogo delle macchinette a muro: i furbetti spariranno. Problema risolto. Altra questione è far sì che il dipendente presente alla scrivania lavori. Come? Qualcuno, grazie alla epocale riforma di turno, se ne occuperà. Se si sostiene, invece, che gli assenteisti truffatori sono tanto più insopportabili perché pagati con denaro pubblico, si deve concordare al 100% ed aggiungere che vanno mandati a casa senza perder tempo. Senza illudersi, però, che tagliando teste aumenterà magicamente l’efficienza della macchina pubblica. Aldilà delle solite, noiosissime questioni, il punto che più dovrebbe interessare, tuttavia, è che non si trovi preoccupante l’avvenuto sdoganamento di certi linguaggi verso una parte di cittadine e cittadini Italiani che, nella stragrande maggioranza, fanno il loro lavoro con coscienza, né più né meno degli altri Italiani dipendenti privati che lavorano nelle banche, nelle compagnie telefoniche, nei diversi settori dell’industria. Far passare senza ribattere che ai lavoratori pubblici vada impiantato un microchip, come ad un cane, non può essere visto solo come una – grottesca – provocazione. Dileggiare e, soprattutto, disumanizzare le persone, ridotte al rango di animali, insinuando che una intera categoria sia, per il sol fatto di operare nel pubblico, colpevole è un approccio degno del miglior regime orwelliano. Siamo, si direbbe, in piena post-verità. La vicenda, anzi, al pari delle tante altre che costellano il dibattito pubblico ed in rete su questi temi, ricade appieno nella categoria ormai nota dell’hate speech, delle affermazioni che, implicitamente o esplicitamente, incitano all’odio. Il famoso “popolo della rete” ama far polpette di chiunque, e gli “statali“ (ma chi sono, poi, questi statali?) sono un boccone ghiotto. Va pretesa, però, la dovuta responsabilità da parte di chi abbia l’opportunità ed il privilegio di rivolgersi al grande pubblico. Altrimenti è un tutti contro tutti che mina alle basi il tessuto civile del Paese: burocrati lassisti contro politici ladri, contro giornalisti venduti, contro imprenditori che lavorano col nero. Ecco, giocare al massacro fa indignare, anche se non sembra più di moda. A volte, tuttavia, ci si riesce ancora. Ci si deve riuscire.

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Aggiornamento dell’8 febbraio: dopo la pubblicazione del post, caso vuole che su “Il Messaggero” appaia un articolo che apre come segue: “In Belgio l’era dei furbetti da cartellino si avvia al tramonto. Otto dipendenti di una società hanno accettato di farsi impiantare un chip elettronico: ha le dimensioni di un chicco di riso e alloggia comodamente nella mano. I nuovi minotauri aziendali, metà uomo e metà badge, adesso posso “timbrare” e accedere ai loro computer senza l’ausilio di tessere o pennette“. Caro Big Brother, benvenuto.

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Tre gambe per il dopo voto

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A fronte del grande spazio riservato sui mezzi di comunicazione tradizionali, è assai probabile che in molti abbiano seguito e seguano con un certo distacco le vicende legate alla pronuncia della Corte Costituzionale sulla legge elettorale. Per non pochi Italiani il dibattito che incendia l’agone politico circa quando andare a elezioni è vissuto con assai scarso coinvolgimento: quelle formule alchemiche che regolano le norme elettorali, certamente fondamentali per decidere chi entra e chi resta fuori nel giro che conta, sono solitamente incomprensibili per i più, interessati a ricevere dalla politica risposte ai problemi concreti. In ogni caso, dato che siamo ancora in tempo in vista dello scontro alle urne, potrebbe trovar spazio un sommesso avvertimento, pacatamente e serenamente, come amava ricordare il Veltroni made in Crozza. I programmi della politica, per avere speranza di portare ad un qualche risultato, devono reggersi su alcune gambe.

La prima è fatta di buone idee e di proposte solide: inutile far proclami per propositi irrealizzabili. C’è sempre uno iato – anche notevole – fra una proposta e la sua concreta realizzazione finale, che sconta la famosa scatola nera in cui vengono frullate le politiche pubbliche. Tuttavia, l’irresponsabilità sfrenata può fare di quello iato un crepaccio in cui rischiare di precipitare. La seconda gamba sono, conseguentemente, delle forze politiche responsabili che, sulla base di proposte serie, riescano a condurle in porto seguendo due coordinate indispensabili: non perdere (troppo) tempo a farsi la guerra spasimando per un passaggio televisivo, affidandosi alla defatigante ripetizione di slogan e frasi fatte (su questo Donald Trump sta dando efficacissime lezioni di comunicazione, eventualmente rivolgersi lì), e saper parlare delle loro proposte al Paese, tenendo dentro quei pezzi di società su cui le politiche impatteranno. I sindacati, innanzitutto, e penso alla recente Via Crucis della riforma della Pubblica Amministrazione, condotta in solitaria avverso qualsiasi suggerimento o monito. Ma non solo. C’è necessità di farsi esegeti accorti, mutando i linguaggi e riguadagnando la capacità di spiegare i cosa, i come, i perché. Su questo Matteo Renzi, surclassando Berlusconi, ha fatto scuola, anche se non così bene hanno fatto altri rappresentanti del suo Governo. La terza – e ultima – gamba è sapersi servire in modo corretto delle strutture amministrative che devono tradurre quelle idee in pratica. Inutile qui riprendere temi noti e abbondantemente sviscerati sul perché la pubblica amministrazione (meglio, le pubbliche amministrazioni) funzionino come funzionano: eccellenze e carrozzoni; donne e uomini che danno l’anima e furbetti del cartellino; isole tecnologiche e montagne di carte. Il punto non è l’ennesima riforma, ma ricostruire un corretto rapporto fra la politica legittimata dal voto e la burocrazia che ha il compito di supportarla nella costruzione di scenari di lungo respiro e farlo con una visione che non si limiti alla gestione dell’oggi. Val la pena ricordarlo perché ad ogni cambio di Governo, e a maggior ragione con una nuova Legislatura, riparte una piccola grande rivoluzione organizzativa che dall’empìreo della politica si riverbera giù giù lungo tutta la filiera amministrativa.

Non siamo (ancora) allo spoil system, ci mancherebbe. Ma l’assestamento che segue una nuova configurazione del vertice politico di fatto rallenta, e in alcuni casi blocca, l’azione amministrativa, che molto spesso non può che attendere il nuovo quadro che verrà data. Nulla di patologico, ma una pratica da disbrigare velocemente e con le idee chiare. E senza partigianerie. Le decisioni vanno messe in opera, e per farlo non servono annunci, primi cento giorni o no. Men che mai servono i fideles. Giusto per ricordarcelo quando sarà il momento.

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Dopo lo stop della Consulta alla riforma PA usciamo dall’angolo

L’ormai celebre sentenza numero 251 della Corte Costituzionale è arrivata come uno tsunami a travolgere parti importanti della fase attuativa della riforma della pubblica amministrazione varata lo scorso anno dal Governo, incidendo, in particolare, sull’emanando decreto sulla dirigenza pubblica, entrato in Consiglio dei Ministri lo scorso 24 novembre. Il fatto è noto: la Corte ha accolto il ricorso della Regione Veneto con cui si chiedeva in luogo di un mero parere delle regioni sulle norme di riforma una vera e propria intesa. Che succede ora? La Corte ha chiarito che le pronunce di illegittimità sono circoscritte alle disposizioni di delegazione della legge madre (la legge n. 124 del 2015, oggetto del ricorso) e non si estendono alle relative disposizioni attuative. Nel caso di impugnazione dei decreti delegati, si dovrà quindi accertare l’effettiva lesione delle competenze regionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestare al fine di assicurare il rispetto del principio di leale collaborazione. Traducendo: la Corte non entra nel merito della riforma, ma dice che i decreti approvati dovranno essere riscritti prevedendo un’intesa in luogo del parere. Il cartellino rosso pone ora una serie di questioni sul tappeto che richiedono uno sforzo di visione comune, in primo luogo evitando di farsi trascinare nella discussione tutta politica in vista del prossimo referendum. Le norme di riforma sulla PA sono state elaborate a Costituzione vigente e appare davvero poco utile legare le possibili soluzioni all’impasse alle urne. Questo vale in primo luogo per il Governo, che sembra voler utilizzare la vicenda per sostenere le ragioni del “sì” alla riforma quando si dice che la sentenza dimostra come si sia “circondati da burocrazia opprimente”. Ma vale allo stesso modo per le opposizioni e per coloro i quali, magari sollevati dal possibile affossamento della riforma, ne approfittano per spingere per il “no” criticando il passo falso del Governo. Una cosa è riscrivere parti importanti della Carta, altra è legiferare con l’obiettivo – condiviso o meno – di rendere più efficiente la macchina pubblica e i suoi vertici amministrativi. La domanda oggi è relativa alla sorte dei decreti non ancora approvati, come quello sulla dirigenza. È evidente che in questo caso la dimensione tecnica muta in politica. La riforma della dirigenza è stata sempre presentata dal Governo come perno per la modernizzazione delle nostre amministrazioni e, di conseguenza, del Paese tutto e lo “schiaffo” della Consulta pone un serio problema all’esecutivo. Se a questo si aggiunge che la delega è scaduta il 27 novembre, appare davvero complicato capire cosa potrà accadere, soprattutto a pochi giorni dal referendum il cui esito – malauguratamente – appare oramai decisivo per la vita del Governo. Chi brinda per la possibile fine dalla riforma della dirigenza, tuttavia, commette un grave errore. Sebbene possano ravvisarsi molteplici e serie critiche alle disposizioni sulla dirigenza, sarebbe da irresponsabili non riconoscere che una riforma era ed è necessaria. Le esigenze profonde di rendere la dirigenza pubblica più mobile, autonoma ed efficiente restano sul piatto e, se è in primo luogo necessario ed opportuno intervenire soprattutto sulla dimensione organizzativa, l’introduzione di un ruolo unico della dirigenza della Repubblica è un punto da anni sostenuto da molte parti della dirigenza stessa. Ecco perché lo stop del Giudice delle Leggi può essere l’occasione per porre mano, in maniera consapevole e condivisa, al testo del decreto sulla dirigenza, ascoltando chi ha posto nel tempo critiche tese a migliorare la riforma, non penalizzando inutilmente chi fa il proprio lavoro con gli strumenti a disposizione, ma mirando a creare quel mercato vero delle competenze pubbliche che vada a vantaggio dei servizi per i cittadini. Non cogliere questa opportunità servirà solo a rafforzare sterili steccati fra politica e burocrazia, dando voce a reciproche delegittimazioni che vanno a detrimento dello sviluppo del nostro Paese. È un errore che davvero non possiamo permetterci.

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Dirigenti idonei (ma non troppo)

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Fra le tante novità previste dalla riforma della Pubblica Amministrazione targata Madia è rinvenibile un deciso cambio di rotta circa le ormai note graduatorie di idonei, attraverso la definizione di limiti assoluti e percentuali, in relazione al numero dei posti banditi, per gli idonei non vincitori, e la riduzione dei termini di validità delle graduatorie. In altre parole, mentre in passato il Legislatore, nell’ottica della salvaguardia del principio costituzionale di buon andamento della PA e del contenimento dei costi per la collettività, aveva stabilito e costantemente confermato, sin dal 2008, che fosse buona norma attingere dalle graduatorie degli idonei prima di bandire nuovi concorsi, la riforma dello scorso anno tende, al contrario, a chiudere la partita e a cambiare marcia puntando sulle future selezioni. Senza entrare nei tecnicismi giuridici (rimando ad un pregevole scritto di Lucia Tria, svolto quest’anno alla Camera dei deputati), credo vi sia la necessità di far chiarezza e districare un pasticcio che rischia di dar luogo a contraddizioni e a palesi ingiustizie. Intanto, ma chi sono questi idonei? L’idoneo, in sostanza, è chi, pur avendo superato le prove concorsuali, non rientra nel numero dei posti al momento disponibili e banditi: ha, dunque, le carte in regola per accedere ma si trova indietro nella graduatoria. Costoro, ci dice la giurisprudenza, hanno una legittima aspettativa ad essere chiamati, mentre le amministrazioni godono, in ogni caso, di ampia discrezionalità che, in un quadro di tagli progressivi e di stabilizzazioni di precariato pubblico (cui si è aggiunto il tema della ricollocazione del personale delle Province), ha limitato grandemente il cosiddetto scorrimento delle graduatorie. Peraltro, il tema assume rilievo assai maggiore con la prossima riforma della dirigenza pubblica, che, pur fra tante criticità, sembra finalmente privilegiare l’accesso alla dirigenza tramite il corso-concorso bandito dalla Scuola Nazionale dell’Amministrazione: il decreto prossimo al varo, nell’eliminare ogni proroga di validità per le graduatorie oggi esistenti, dispone, infatti, che le graduatorie finali del concorso di accesso al corso-concorso, nonché del concorso per l’accesso alla dirigenza, sono limitate ai vincitori, e non comprendono idonei. Il principio, condivisibile o meno, cambia completamente le carte in tavola e pone oggettivamente l’esigenza di non lasciare in mezzo al guado chi non sia stato ancora assunto. In parole povere, se fino a ieri, seppur con molta fatica e riluttanza, le amministrazioni hanno attinto alle graduatorie dei dirigenti idonei, da domani chi non sia stato ancora chiamato resterà definitivamente fuori gioco, perdendo completamente la sua aspettativa di ricoprire un incarico per il quale sia stato positivamente valutato. Si tratta, in altre parole, di evitare una palese discriminazione fra chi sino a ieri ha goduto di un diritto garantito dall’ordinamento e di chi, in procinto di salpare, si vede togliere la scaletta di bordo mentre ancora si trova ai primi scalini. E non si tratta, sia ben chiaro, della mera salvaguardia di situazioni personali, ma dell’opportunità di reclutare figure già selezionate senza imbarcarsi in ulteriori e costose procedure selettive, con vantaggi in termini di costi e di tempi. La vicenda idonei è, tutto sommato, lo specchio di come, in materia di politiche di reclutamento pubblico, sia stata carente la volontà di capire di chi effettivamente si avesse bisogno in relazione alle funzioni pubbliche da implementare. In un quadro di perenne blocco delle assunzioni e di comportamenti non sempre trasparenti da parte dell’attore pubblico (superfluo richiamare l’uso disinvolto che è stato sempre fatto dell’istituto della cosiddetta dirigenza a chiamata diretta), credo servano chiarezza e buon senso, volti innanzitutto a contemperare i fondamentali principi di efficacia ed efficienza dell’azione amministrativa e la necessità di far tesoro del potenziale già selezionato e disponibile a costo zero. Ad oggi esistono gli strumenti per chiudere una volta per tutte la tormentata vicenda delle graduatorie, ad esempio attraverso convenzioni fra amministrazioni diverse, così che il ministero A possa attingere, in caso di bisogno, dalle graduatorie ancora aperte del ministero B. Da domani si cambia? È cosa buona e giusta: invece della ghigliottina, tuttavia, si usi il cesello, evitando il rischio di ricadere nel perenne vizio di gettare il bambino con l’acqua sporca. Tempo e denaro sono risorse fondamentali in ogni organizzazione, e la Pubblica Amministrazione non fa eccezione: evitiamo di sprecarle ulteriormente.

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Le osservazioni del Consiglio di Stato sul decreto dirigenti. E ora?

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Era uno dei tasselli mancanti per il definitivo approdo della riforma Madia sui dirigenti pubblici: il parere reso dal Consiglio di Stato sullo schema di decreto legislativo in materia di revisione della disciplina della dirigenza pubblica, pur dando una formale luce verde al governo, pone una lunghissima serie di “condizioni e osservazioni”, financo estendendosi alla legge madre dell’agosto del 2015. I giudici di Palazzo Spada, infatti, nell’offrire un esaustivo excursus su come la dirigenza pubblica sia stata oggetto di numerose riforme nelle ultime decadi, in ben 114 pagine non risparmiano osservazioni critiche alle previsioni del governo, mirando alla concreta fattibilità della riforma.

Il testo, complesso e articolato, merita un’analisi attenta e ponderata dei vari elementi messi in luce. Tuttavia, qualche aspetto generale, utile a stimolare una riflessione condivisa, può essere evidenziato sin d’ora, a partire da una premessa importante. Il Consiglio, infatti, ricorda un’apparente ovvietà riaffermando che politica e burocrazia non sono nemici l’un contro l’altro armati, ma hanno il dovere di collaborare al fine di raggiungere l’obiettivo del pubblico interesse, ognuno nell’ambito delle sue prerogative costituzionali, dato “un modello composito di regolazione dei rapporti tra politica e amministrazione: i dirigenti esercitano le proprie funzioni amministrative in modo imparziale per il perseguimento efficace ed efficiente degli obiettivi che i politici, nell’esercizio dell’attività di indirizzo, pongono in attuazione degli scopi di interesse pubblico definiti dal legislatore […]. La Costituzione delinea una relazione tra organi politici e dirigenziali che si struttura secondo la logica non della separazione o sovrapposizione delle funzioni ma secondo quella della complementarietà e differenziazione funzionale dei compiti. I politici e i dirigenti esercitano un’attività diversa ma coordinata verso risultati comuni”. Repetita iuvant, insomma.

Quali, allora, i punti salienti? Intanto un colpo al mito delle nozze coi fichi secchi. Se “il legislatore delegante e conseguentemente il governo intendono approvare una riforma così radicale con il principio della invarianza di spesa”, dicono i giudici del collegio speciale, si deve segnalare “come tale principio sia uno di quelli in cui più si riscontrano le difficoltà connesse alla fattibilità concreta della riforma. Non è sufficiente prevedere nuove regole di disciplina se poi non si prende in adeguata considerazione la fase di attuazione della riforma stessa e l’impiego di risorse finanziarie e umane che essa può richiedere”. Il sistema di valutazione, poi, pietra angolare di ogni organizzazione moderna: secondo il Consiglio “lo schema di decreto legislativo in esame [è] privo di regole relative a tale sistema, che pure ne dovrebbe costituire parte essenziale”, tanto che “la sua omissione rischia di comprometterne l’attuazione e, quindi, il raggiungimento delle stesse finalità prefissate dallo stesso legislatore”. Non è questione di poco conto, dato che uno dei punti critici dell’impianto di riforma, a detta di molti commentatori, è aver slegato la valutazione del dirigente dal suo mantenimento in servizio, aprendo la strada ad una pericolosa precarizzazione della dirigenza che potrà risentire in modo stringente dell’influenza diretta della sfera politica, con rilevanti ricadute sul principio della imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione.

Non solo: avendo previsto una decadenza dal ruolo unico della dirigenza (leggi: avvio al licenziamento) per il dirigente al quale non venga rinnovato un incarico per mera inerzia del nominante, il Consiglio auspica che “il legislatore delegato potrebbe, nondimeno, anche per evitare possibili declaratorie di incostituzionalità della norma, circondare la previsione da un più forte sistema di garanzie” per il dirigente. In parole povere, quello su cui sindacati e associazioni di dirigenti si sono sgolati per circa due anni, nel mezzo della tempesta mediatica che, quasi come un’epidemia di febbre gialla, ha contagiato parti importanti della stampa, delle televisioni e delle opinioni pubbliche, tutte coalizzate contro i dirigenti pubblici, le cui infinite colpe si riassumevano, sostanzialmente, nel godere dell’inaccettabile privilegio di un lavoro a tempo indeterminato. Non può non rilevare, allora, come i giudici amministrativi ricordino che “nel diritto privato la regolazione del lavoro dirigenziale si fonda su un legame fiduciario tra datore di lavoro e dirigente che fa sì che il relativo rapporto non sia assistito da garanzie di stabilità. Nel diritto pubblico tale regolazione ha avuto una complessa e lunga evoluzione, il cui approdo finale è stata la costruzione di un modello diverso da quello privatistico al fine di assicurare il rispetto [dei] principi costituzionali che presiedono alla differenziazione funzionale tra attività gestionali e politiche”.

Senza entrare in ulteriori dettagli, basti sapere che quasi ogni aspetto del decreto viene investito da una serie di critiche – costruttive, certamente – del Consiglio: funzionamento della Scuola Nazionale di Amministrazione, organizzazione e funzionamento delle commissioni della dirigenza pubblica, mancanza di motivazione in relazione alla scelta di Tizio o Caio, mancanza di adeguata ricognizione delle competenze interne prima di procedere a nominare, con aggravio di spesa, un dirigente in quota esterna, fino a rilevare come manchi “un meccanismo che garantisca che gli organi di indirizzo politico predetermino in modo idoneo e tempestivo gli obiettivi che i dirigenti devono poi concretamente attuare nel rispetto dei principi costituzionali di imparzialità e buon andamento”. Insomma, forse esagerano quei quotidiani che hanno parlato di un decreto smontato pezzo per pezzo da Palazzo Spada, ma una riflessione comune a questo punto si impone. E si impone, credo, una presa d’atto del governo del fatto che le tante osservazioni ricevute – attendiamo ora i pareri delle Camere – sono esattamente nel solco delle proposte avanzate dai sindacati e le associazioni dei dirigenti. Con un solo ed unico scopo: far funzionare la riforma e dare alla dirigenza quegli strumenti per fare di più e fare di meglio, a vantaggio del Paese e dei cittadini, senza inutili e controproducenti difese corporative fini a sé stesse. Non è tardi: porsi in ascolto e adottare quei correttivi che spingano per una modernizzazione della nostra macchina pubblica e che, soprattutto, riportino sul binario giusto la delicata relazione fra politica e dirigenza, in quadro di piena legittimità costituzionale e – non guasta mai – di buon senso, non solo eviterà costosi e infiniti ricorsi giudiziari, ma sarà l’occasione per costruire quelle condizioni per fare sempre più delle nostre amministrazioni una delle leve per far correre di più il Paese. È un gioco in cui vincono tutti: un’occasione da non sprecare.

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