L’ordinaria inciviltà della disabilità

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Il Corriere della Sera ha recentemente riportato una di quelle storie che potremmo catalogare come ordinaria inciviltà. Una persona con disabilità, in carrozzina a motore, è rimasta intrappolata per una notte in una stazione ferroviaria, ostaggio delle barriere architettoniche. Antonio Canonica, 60 anni, era partito da Bellinzona nel pomeriggio per Varese ma, una volta arrivato, non è potuto scendere perché il predellino era troppo alto rispetto alla banchina. Vista la pesantezza della sua carrozzina a motore, l’unica soluzione che gli è stata prospettata è stata quella di ritornare in treno fino alla stazione precedente, Induno Olona, e riprendere un convoglio che arrivasse al binario accessibile 3 di Varese che ha l’altezza giusta per le carrozzine. Arrivato in stazione, però, la sorpresa: dovendo cambiare binario, l’ascensore era bloccato e la rampa per i disabili terminava su un cancello chiuso, senza che nessuno avesse le chiavi. Fine dei giochi: armato di coperta e un panino, dopo aver trascorso la notte in stazione, alle 5 del mattino Canonica ha ripreso il primo treno per la Svizzera. Una storia che ha dell’incredibile, vero? No, purtroppo. Anche in un paese come l’Italia, assai avanzato per quel che riguarda il quadro normativo in materia di disabilità, l’obiettivo di realizzare l’inclusione sociale delle persone disabili, come promossa dalla Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità del 2006, resta un risultato difficile da raggiungere. Intendiamoci: rimodellare una società intera a misura di tutti è un’impresa che non finisce mai: hanno un ruolo l’urbanistica, l’architettura, il design industriale, la medicina, il welfare, senza parlare della macchina pubblica che deve attuare concretamente le politiche di inclusione. E l’Italia non è certamente all’anno zero. Ma, come dimostra la disavventura del sessantenne di Bellinzona, lo scoglio da superare, prima di ogni altro impedimento, è quello della visibilità della disabilità nelle nostre comunità. Provo a spiegarmi. C’è un bellissimo volume di Matteo Schianchi, che non mi stanco mai di citare (Storia della disabilità: dal castigo degli dèi alla crisi del welfare, Carocci Editore), che ricorda come nella storia le persone con disabilità siano state sempre nascoste alla vista, chiuse in casa, segregate, allontanate. O, addirittura, derise e perseguitate. La disabilità, per una serie di motivi socio-religiosi, è stata per secoli una condizione relegata in un angolo, priva di dignità e cittadinanza, considerata una maledizione divina, una vergogna o, nel migliore dei casi, qualcosa da compatire. E anche oggi, nelle nostre moderne e civilissime società, l’eredità di questo passato si fa sentire, e parecchio: la mancanza della consapevolezza che la disabilità altro non è che una normale condizione umana, che molti di noi possono trovarsi a vivere in un momento qualsiasi della propria vita, di fatto pone un ostacolo formidabile all’accettazione della disabilità stessa. La quotidianità della disabilità spaventa: se un Alex Zanardi o una Bebe Vio suscitano simpatia ed ammirazione, la fatica giornaliera delle difficoltà nella normalità è un altro paio di maniche. E, conseguentemente, tutta una serie di azioni che tendono a riequilibrare la situazione garantendo la parità di godimento degli inalienabili diritti di cui ogni cittadino gode, come limpidamente sancisce l’articolo 3 della nostra Costituzione sin dal 1947, arranca, spesso si trascina, perde vigore. Non trova, in altre parole, un ambiente favorevole. Capacitante, Si tratta, di fatto, dell’incosciente – nella duplice accezione di inconsapevole e sconsiderato – rifiuto dell’alterità di tante donne e tanti uomini che quotidianamente si trovano ad affrontare situazioni sfibranti. Spesso umilianti. Se ancor oggi c’è bisogno dell’instancabile attivismo di Iacopo Melio, che con il suo #vorreiprendereiltreno ha fatto capire quale sia il significato profondo del diritto alla mobilità e all’accessibilità per chi ha una disabilità, è evidente che la sfida è culturale prima che normativa o economica. Chissà se di questo ed altro parlerà agli Italiani la politica che affila le armi per le prossime elezioni per il Parlamento.

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I possibili danni del “caso” Bellomo

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Francesco Bellomo, il Consigliere di Stato e docente finito su giornali e televisioni per le note vicende legate alle presunte pressioni e violenze psicologiche sino allo stalkeraggio esercitate sulle borsiste nei suoi corsi di preparazione al concorso in magistratura, è innocente. È innocente perché, ci ricorda la Costituzione Italiana (art. 27), si è tali sino alla condanna definitiva. Il Consiglio di Stato, per il tramite dell’azione promossa dal suo Presidente, ha avviato la procedura di destituzione del magistrato, mentre almeno due Procure hanno aperto fascicoli per indagare ed appurare i fatti. Il tempo e gli eventuali processi diranno, naturalmente, cosa nel dettaglio sia davvero avvenuto e se si sia di fronte a molestie e a condotte penalmente rilevanti che, ove accertate, andranno sanzionate a norma di legge. Detto questo, Il polverone sollevato dalle rivelazioni di alcune giovani donne, aspiranti magistrate, circa i comportamenti di Bellomo, non può non far sorgere alcuni dubbi che, pure, col diritto penale nulla hanno a che fare. A leggere e a dar credito a quanto riportato su diversi giornali, il clima che si respirava all’interno della Scuola per futuri magistrati “Diritto e scienza” era a dir poco singolare, con la selezione di alcune borsiste che sarebbero state invitate ad adottare un codice di abbigliamento perlomeno discutibile, a non intrattenere rapporti con gli altri corsisti e, addirittura, a sottoporre ad una valutazione di natura superomistica i propri partner. Pur volendo accantonare le lamentate violenze di natura psicologica che si addebitano al magistrato, c’è da restare sbigottiti. In una lettera ai giornali, Bellomo sostiene, rompendo il silenzio, che un dress code è previsto sia per le donne che per gli uomini e che tale codice, “che è riconosciuto dai giuslavoristi come legittimo se liberamente accettato e coerente con le esigenze aziendali, trovava la sua ragion d’essere nel ruolo promozionale che il borsista svolgeva, certamente agevolato da un’immagine attraente (cosiddetto effetto alone)”. Effetto alone? Devo dire che, nella mia sostanziale ingenuità, mi ero fatto la strana idea che la funzione di amministrare la giustizia in nome del popolo fosse il difficile compito in cui si dovessero esercitare il sapere giuridico ed il buon senso, e che poco ci azzeccassero tacchi, gonne o attrattività dei togati. I quali, beninteso, sono donne e uomini come tutti e noi e, come tali, soggetti a vizi e difetti degli esseri umani: ma che l’effetto alone fosse elemento rilevante ai fini della decisione sulla innocenza o colpevolezza di un cittadino è cosa che giunge, francamente, nuova. Quindi, un magistrato eccentrico con un debole per il sesso femminile e che propugna l’idea di una “razza giudicante superiore”?

Forse. Basterebbe, a tal proposito, leggere il suo cv, in cui Bellomo ricorda, a proposito di sé stesso, che “è accreditato alla WAIS (Wechsler Adult Intelligence Scale) di un Q.I. = 188 (media umana = 100) e al test delle matrici progressive di Raven di un punteggio ponderato pari a 201”. Oppure dare ascolto a chi racconta come nel corso delle sue lezioni sostenesse di essere 400 anni avanti allo sviluppo dell’uomo. E, tuttavia, la questione non finisce qui. In primo luogo perché la vicenda assume uno strabordante carattere sessista condito da un immaginario maschile pecoreccio che – poveri noi – si colloca a metà fra i film dei Fratelli Vanzina dei ruggenti anni ’80 e quelli più pruriginosi di Tinto Brass. Ma anche perché, a me sembra, getta un’ombra decisamente sinistra su (alcuni) futuri magistrati. Ci si potrebbe domandare perché si sia accettato di firmare un contratto che, oltre a prevedere minigonne e tacchi a spillo, pare costituisse un vero e proprio totalizzante addestramento di vita. O perché sottoporsi ad una sorta di lavaggio del cervello, quasi da setta consumata. O perché, se tutto questo venisse riscontrato come vero, nessuno dei corsisti, perfettamente al corrente delle vicende, abbia avuto nulla da eccepire. Sono domande che, ovviamente, si basano su fatti riportati dai giornali e, in quanto tali, tutti da dimostrare. Ma che riconducono, in ogni caso, al richiamo dei comportamenti del magistrato, al quale la nostra Carta garantisce l’imprescindibile “autonomia e indipendenza da ogni altro potere“ (art. 104), nonché alla necessaria tutela dell’ordine giudiziario e, di converso, di chi sia chiamato ad essere giudicato. Da questo punto di vista è certamente opportuno che venga fatta chiarezza nel più breve tempo possibile, magari (ri)aprendo, con l’occasione, una riflessione sulla utilità di sottoporre tutti coloro che aspirino ad esercitare pubbliche funzioni – nella magistratura come nelle amministrazioni pubbliche – a test di natura psicologica che ne accertino l’equilibrio e l’assennatezza indispensabili per le decisioni che verranno chiamati a prendere. Nella media umana, si intende.

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Più carne di porco per tutti

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Poteva mancare la stoccatina natalizia al burocrate brutto, sporco e cattivo? No, ça va sans dire. Ed ecco servito al popolo arraggiato in tempo per il cenone della vigilia un bell’articolo divertente e colorito, preparato a quattro mani da Alfonso Celotto e Giuseppe Salvaggiulo per La Stampa. Giornalista del quotidiano torinese il secondo e professore di diritto costituzionale e più volte “gabinettista” il secondo, autore anche di libri di successo sulle vicissitudini del dottor Ciro Amendola, burocrate fino all’osso. La faccio breve, senza dilungarmi in considerazioni articolate, delle quali frega assai poco: l’articolo mi fa inalberare (l’atmosfera natalizia impone moderazione) e non mi piace. E non perché ministri, capi di gabinetto e consulenti vari non abbiano fatto incetta di regalie nei decenni passati. E neppure perché ci sono stati – e magari ci sono – dirigenti pubblici che accettano illecitamente regali che non devono accettare. Non mi piace perché, con la scusa della spiritosa aneddotica, si continua a far carne di porco di tutte quelle colleghe e di tutti quei colleghi che non solo regali non li hanno mai ricevuti e tanto meno accettati e che, magari, a dicembre lavorano a manetta per chiudere pagamenti ed impegni e non far perdere soldi allo Stato. Lavorano invece di accumulare doni: gente strana, questi lavoratori pubblici, nevvero? Non c’è nulla da fare: non si riesce a capire che dare in pasto al pubblico ludibrio tutto e tutti indifferentemente quando si tratta di apparati amministrativi non fa che sprofondare il livello del dibattito. Più livore per tutti: è questo che si vuole ottenere? È questo che serve per far fuori il burocrate? Accomodatevi signori: il palco è tutto vostro.

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Perché Gomorra fa quel che deve fare

arton665-0173cSono rimbalzate rumorosamente sui media in questi giorni le riserve espresse da alcuni magistrati circa la rappresentazione della camorra nella serie Gomorra, in onda su Sky e giunta alla sua terza stagione. Giuseppe Borrelli, procuratore aggiunto antimafia e capo della DDA di Napoli e Catanzaro, nel corso di un incontro con alcuni studenti ha sostenuto che la serie televisiva offre una rappresentazione folkloristica dei clan, pericolosa perché distoglie l’attenzione dall’attuale configurazione della camorra, che non è più solo omicidi, estorsioni e traffici illeciti, ma esprime propri rappresentanti in regioni, province e comuni. Federico Cafiero De Raho, capo della Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, ha detto che raffigurare la camorra come fosse un’associazione come tante altre non fotografa la realtà, dato che la camorra è fatta soprattutto di violenza. Anche Nicola Gratteri, procuratore capo a Catanzaro, ha espresso le sue perplessità, affermando che se davanti alle scuole ci sono ragazzi che si muovono, si vestono e usano le stesse espressioni dei personaggi il messaggio non è positivo, e che occorre inserire qualcosa di alternativo, un messaggio che i criminali non sono invincibili e forti. Marco D’Amore, che interpreta il personaggio di Ciro di Marzio, denunciando il rischio di censura, ha dal canto suo replicato sul Corriere della Sera che gli attori partecipano da artisti e da cittadini a tratteggiare uno dei profili possibili del nostro paese, con l’intento di rendere incredibile e meraviglioso il racconto cinematografico e, allo stesso tempo, partecipare ad un fortissimo atto di denuncia che è partito dall’operato di Roberto Saviano.

Insomma: Gomorra sì o Gomorra no? Meglio esser chiari: le parole di chi è in prima fila per combattere il fenomeno mafioso in Italia pesano, e pesano assai. Quel che credo conti davvero, tuttavia, è la percezione del pubblico e come viene metabolizzata la rappresentazione del mondo criminale attraverso gli schemi cognitivi dello spettatore. E a cosa assiste lo spettatore? Assiste, a mio modo di vedere, alla rappresentazione, cruda e senza filtri, dell’assenza di ogni umanità. In questo non mi trovo d’accordo con chi, come Gratteri, pensa che la fiction corra il rischio di umanizzare e rendere simpatici boss e manovalanza camorristica: al contrario, ne ritrae l’assoluta mancanza di empatia o di sentimento proprio dell’essere umano. Anche quei pochi sprazzi di amore, affetto o amicizia che fanno raramente capolino nella narrazione vengono immediatamente spazzati via senza esitare: padri e madri, mogli e mariti, figlie e figli sono al massimo ostacoli verso la conquista di un potere effimero e cafone, precario quanto vuoto, devoto ai canoni elementari delle regole del Sistema. Allo stesso tempo, ha certamente ragione Giovanni Belardelli quando sul Corriere della Sera parla di assenza di qualsivoglia parvenza dello Stato: forze dell’ordine, magistrati e Istituzioni appaiono fugacemente, restano sullo sfondo nell’universo camorrista di Gomorra. Una rappresentazione inverosimile e che dunque, sostiene, Belardelli, azzoppa la tesi che Gomorra sia in primo luogo atto di denuncia. Eppure, la mancanza di ogni riferimento allo Stato e la raffigurazione desolante che si fa dell’ambiente in cui si muovono i personaggi è assolutamente terrificante: nessuna indulgenza, nulla di eroico. Nessun valore assume importanza se non la bieca violenza, la triste solitudine di tutti, nessuno escluso, il terrore dietro l’angolo, la fede usata come ninnolo senza riverbero alcuno nella vita di ognuno. È lo schifo elevato a quotidianità quello che gli sceneggiatori mettono in mostra, in questo apprendendo molto bene la lezione di Saviano, ed esponendo senza veli l’abisso di nulla che le mafie rappresentano per questo Paese.

Tutto ciò non toglie dal tavolo taluni aspetti di quel che i giudici impegnati nel contrasto alla camorra sostengono: la penetrazione nella vita pubblica e politica da parte delle organizzazioni mafiose, in particolare, rappresenta uno dei più gravi colpi al cuore del Paese, zavorrato da criminalità e corruzione. Non possiamo, tuttavia, fare addebiti ad una serie televisiva, che, se coglie forse aspetti parziali dei fenomeni mafiosi, fa quel che deve fare: interpretare la realtà, in questo caso senza patinature o sconti. C’è un elemento, tuttavia, che appare davvero doloroso, ovvero la possibile emulazione di cui parla Gratteri: se c’è chi mette in atto comportamenti che mutua dalla serie televisiva, senza coglierne la negatività ed anzi dando ai personaggi una patente di figura da prendere ad esempio, c’è di che preoccuparsi. E parecchio. Certo, anche dopo l’uscita di Pulp Fiction di Quentin Tarantino i criminali da strada impugnavano pistole di traverso e mimavano movenze e battute dei personaggi. Altra roba, altro registro, neanche a dirlo. Ma il problema in questo caso non è una serie televisiva o un film: è la tragica mancanza della cultura della legalità nel Paese, anche e soprattutto nelle regioni in cui le mafie nascono e hanno le loro basi operative, ramificandosi ormai ovunque, dentro e fuori i confini nazionali. Gomorra non dichiara di voler dare esempio civico o fare scuola di legalità: non è il compito che si è dato. Vuole offrire uno spaccato dell’orrore, umano e civile, che le organizzazioni mafiose rappresentano. Il resto spetta allo Stato. Anzi, alla Repubblica: le Istituzioni tutte, le parti sociali e le organizzazioni della società civile, l’impresa e l’informazione, i cittadini. E partendo dalla scuola e dai luoghi di aggregazione sociale (sostenendoli e, dove serve, creandoli) per dire che il nostro è, con tutti i difetti, uno Stato di diritto in cui la legge esiste ed è uguale per tutti.

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Marco Travaglio e quel “mongoloide” di troppo

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Le parole, si sa, a volte sono pietre. E fanno male soprattutto quando colpiscono le persone più fragili. È quel che è accaduto qualche giorno fa durante la trasmissione “Otto e mezzo” su La7 quando, nel dibattito fra Marco Travaglio e il deputato e scrittore Gianrico Carofiglio, il direttore del Fatto Quotidiano, vivace polemista, ha denunciato che si vogliano trattare gli elettori del Movimento 5 Stelle come “mongoloidi”. Dibattito politico a parte, che qui certamente non interessa, non si sono fatte attendere le reazioni delle realtà del mondo associativo rappresentativo delle persone con disabilità e delle loro famiglie, come Coordown e Anffas, che hanno fortemente condannato l’episodio. Travaglio, prontamente, si è scusato dalle colonne del Fatto Quotidiano. Tuttavia, nel rivolgersi a Roberto Speziale, presidente dell’Anffas, è riuscito a mettere una toppa ben peggiore del buco: “Caro Speziale (e cari amici dell’Anffas) – scrive Travaglio – come lei stesso riconosce il mio intento era tutt’altro che quello di offendere le persone affette da sindrome di Down e le loro famiglie. Anche perché ne conosco personalmente diverse, e so di avere soltanto da imparare da loro. Nell’enfasi polemica con lo scrittore Gianrico Carofiglio, intendevo fargli notare che stava trattando assurdamente 8 milioni e rotti di elettori dei 5Stelle come altrettanti handicappati mentali che votano senza sapere quello che fannoNon credo che, se avessi detto “lei li scambia tutti per dei matti” o “per dei dementi”, avrei offeso i malati psichiatrici, o le persone affette da demenza, e i loro famigliari. Se però con le mie parole, rivolte a un interlocutore con cui stavo polemizzando e non certo alle persone affette da sindrome di Down, ho involontariamente offeso qualcuno, me ne scuso dal più profondo del cuore”.

Personalmente non ho dubbi che le scuse di Travaglio siano sincere e sono d’altronde convinto che, nell’utilizzare l’espressione che ha fatto inalberare in tanti, non intendesse affatto dare addosso alle persone con sindrome di Down. Ed è proprio questo il punto. Se uno dei giornalisti più conosciuti d’Italia trova tutto sommato normale l’utilizzo di termini che stigmatizzano gravemente le persone con disabilità intellettiva di questo Paese, rincarando la dose con “handicappati mentali” nello scusarsi, significa che la cultura dei diritti per le persone con disabilità in Italia ha ancora una lunga, lunghissima strada da percorrere. Non è una mera questione semantica, sia chiaro. Le parole hanno certamente un loro peso, e non casualmente la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, che l’Italia ha ratificato meno di dieci anni fa, parla, appunto, di “persone” con disabilità. Non di handicappati. Non di diversamente abili. E men che meno di mongoloidi o ritardati. Il focus della Convenzione è sulla persona, che si trova ad avere una disabilità, di qualsiasi natura essa sia. A significare che le persone con disabilità non sono dei malati, ma, come recita la Convenzione stessa, “coloro che presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che in interazione con barriere di diversa natura possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri”. Chiaro come il sole: stessi diritti e stesse opportunità, da garantire anche adattando l’ambiente (fisico e socio-culturale) ai bisogni del singolo cui è necessario fornire il necessario supporto per poter godere degli stessi diritti di cui godono gli altri cittadini. E, soprattutto, evitando ogni forma di esclusione ed emarginazione.

Oltre le definizioni, tuttavia, c’è una sostanza che traspare dalle parole di Travaglio. Quando, ad esempio, parla di “handicappati mentali che votano senza sapere quello che fanno”, si tira una linea. Una linea tra chi, nel comune sentire, ghettizza le persone con disabilità quali cittadini di serie B, incapaci di autodeterminarsi, poveri infelici sbeffeggiati dal destino cinico e baro, cui guardare con compassione e paternalismo, e chi, invece (in prima fila le persone con disabilità e le loro famiglie) lottano ogni giorno con le unghie ed i denti per difendere i loro diritti e – permettetemi – la loro dignità. Stupirà forse qualcuno sapere che in Italia, a differenza di qualche altro Paese, le persone con disabilità intellettiva votano. E magari, chissà, con maggiore consapevolezza di tante persone senza disabilità. Faccio mie le parole riportate sulla pagina Facebook di Emma’s friends: “Lei lo sa Signor Travaglio che le persone con sindrome di Down votano? Lei lo sa che votano, sapendo quello che fanno? Lo sa che vanno a scuola? Lo sa che molti hanno un lavoro vero? Lo sa che ci sono persone con sindrome di Down che vanno a vivere da sole? Lo sa quanto hanno combattuto insieme con le loro famiglie per non essere chiamati “mongoloidi” e per non sentire nei cortili delle scuole, al bar o nelle piazze quel termine usato per offendere?”. No. Marco Travaglio non lo sa. O non ne è pienamente consapevole. Come tante, troppe persone vittime degli stereotipi. Non è una sua colpa e non credo abbia senso alcuno fare crociate contro di lui. In Italia molto è stato fatto per promuovere i diritti delle persone con disabilità, è bene ricordarlo. Ma molto, moltissimo resta da fare. Facciamo allora sì che questa sia, almeno, l’occasione per fare cultura dei diritti. Per cambiare le teste. Magari cominciando dalle parole.

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Cosa penso dell’agente di polizia sospeso dal servizio

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È stato sospeso dal servizio, a seguito di procedimento disciplinare, l’agente della polizia stradale che ha ripreso col proprio cellulare un extracomunitario in bicicletta, intento ad ascoltare musica con le cuffiette, sulla corsia di emergenza dell’autostrada Torino-Bardonecchia e che ha postato su Facebook il video con i suoi commenti. Lo dico subito: il provvedimento è stato un atto doveroso. E non perché abbia pronunciato insulti, come si legge, contro la Presidente della Camera: non lo ha fatto. Riprende slogan cari alla dialettica politica ma non pronuncia parole ingiuriose avverso la terza carica dello Stato. L’agente dice, infatti: “Risorse della Boldrini, ecco come finirà l’Italia: tutti su una Graziella in autostrada a comandare […]. Voi che amate la Boldrini, voi che avete voluto questa gente di merda in Italia […]. Goditi questo panorama. Voi e tutta la Caserma: guardate qui. Un tipo che pedala sulla Graziella pensando che sia una strada normale, con le cuffiette in testa. Fosse arrivato un camion e gli avesse suonato, manco se ne sarebbe accorto. Condividete signori, condividete“.

Nel ricordare, a fronte di grida circa presunte ingerenze in merito alla sospensione, che il Dipartimento di Pubblica Sicurezza ha dichiarato che le “decisioni sono state prese in totale autonomia per la tutela delle Istituzioni e di chi le rappresenta”, contano nel caso di specie, a mio modo di vedere, tre aspetti. Il primo: invece di filmare l’uomo, l’agente avrebbe dovuto immediatamente fermarlo e procedere secondo il codice della strada, trovandosi di fronte ad una condotta potenzialmente pericolosa. Cosa che in seguito ha comunque fatto ricevendo, peraltro, i ringraziamenti dall’uomo colto in flagrante. Il secondo: nel video egli pronuncia parole esplicitamente razziste. Nel riferirsi a “questa gente di merda” egli caratterizza un intero gruppo di persone, gli immigrati, con parole di evidente denigrazione. Terzo aspetto, altrettanto grave: diffondere quel filmato e rendere pubblico tale atteggiamento ne ha fatto ricadere le conseguenze sulla divisa che indossa.

Del tutto fuori luogo l’indignazione da parte di chi ritiene che sia stato commesso un torto o sia stata limitata la libertà di espressione di un poliziotto. Qui non è in discussione la libera opinione di un agente di Polizia, che ha e deve avere le sue idee, siano esse di carattere politico, sindacale o di altro tipo. E quelle idee deve avere il diritto di esprimerle. Il punto è che chi serve la Repubblica deve utilizzare una prudenza e una misura peculiari nel suo agire quotidiano, durante e al di fuori dell’orario di lavoro. Non casualmente, il codice di comportamento dei dipendenti pubblici del 2013 prevede che “nei rapporti con i destinatari dell’azione amministrativa, il dipendente assicura la piena parità di trattamento a parità di condizioni, astenendosi, altresì, da azioni […] che comportino discriminazioni basate su sesso, nazionalità, origine etnica, caratteristiche genetiche, lingua, religione o credo, convinzioni personali o politiche, appartenenza a una minoranza nazionale, disabilità, condizioni sociali o di salute, età e orientamento sessuale o su altri diversi fattori” mentre, nei rapporti privati, “non assume nessun altro comportamento che possa nuocere all’immagine dell’amministrazione” (disposizioni riprese anche dal Codice di comportamento dei dipendenti del ministero dell’interno del 2015).

Il poliziotto sospeso dal servizio è un razzista? Non lo so. Sappiamo che, malauguratamente, si è comportato come tale, magari in un momento di leggerezza. Tutti commettiamo errori almeno una volta nella vita ed egli avrà l’occasione di spiegare le proprie eventuali ragioni nel contraddittorio con la sua amministrazione. Tuttavia, se il Signor Rossi può esprimersi come vuole, anche grossolanamente, nei confronti di altre persone (rispondendone, eventualmente, nelle sedi opportune ove questo configuri un reato), questo non vale per chi, come recita la Costituzione, si vede affidate funzioni pubbliche, e ha “il dovere di adempierle con disciplina ed onore” (art. 54, Cost.). Un onere ulteriore a difesa della dignità dello Stato e della funzione che esercita. Ciò vale, a maggior ragione, per le forze dell’ordine, che rappresentano un pezzo fondamentale e indefettibile dello Stato democratico. Alle donne e agli uomini che vestono una divisa affidiamo la nostra sicurezza ed è loro dovuta la nostra stima e riconoscenza per il lavoro prezioso – pericoloso e non adeguatamente retribuito – che tutti i giorni compiono, assicurando il rispetto della legge per tutti coloro che si trovano sul suolo della Nazione, di qualsiasi colore, lingua o religione siano. Ecco perché viene loro richiesto, come e più di tutti coloro il cui stipendio è pagato dagli Italiani, un comportamento specchiato: essere, in soldoni, come la moglie di Cesare.

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Il sempreverde pot-pourri sulla dirigenza pubblica: adesso basta

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Fermi tutti: ci risiamo. Riecco i dati OCSE del rapporto “Government at a glance” dopo il terremoto del 2013, quando il Corriere titolava “P.A., dirigenti record. L’Ocse: pagati il triplo in più della media. Con 650mila dollari all’anno, i manager pubblici italiani guadagnano circa tre volte di più dei colleghi nel mondo”. Puntuale, l’organizzazione di Parigi sforna l’edizione 2017 del Rapporto e tocca stavolta a Repubblica strapparsi le vesti: “La resistenza dei dirigenti di Stato, sono i più pagati d’Occidente”, mentre Il Sole 24 Ore la tocca piano: “Pa, il compenso medio dei dirigenti è 350mila euro”. Insomma, un sempreverde. Il Rapporto è corposo ed esaustivo, e andrebbe letto a fondo da chiunque si occupi della cosa pubblica. Tuttavia, molto si potrebbe dire sulla corretta interpretazione di questi dati come, ad esempio, che i contributi sociali a carico del datore di lavoro sono di circa 13 punti più alti della media OCSE, o che le cifre sono espresse al “lordo Stato” e che riguardano 6 soli ministeri ed un pugno di persone su migliaia di dirigenti in servizio. Ma, aldilà della lettura dei dati, e per tacer del fatto che ormai anche i sassi sanno che il tetto vigente in Italia per le retribuzioni del settore pubblico è 240.000 euro (lordi annui), quel che ancora una volta colpisce è come viene data la notizia. Affermare che i dirigenti pubblici guadagnano in media 350.000 euro l’anno equivale a dire che il dirigente medio percepisce circa 30.000 euro al mese. Ci rendiamo conto della enormità di una corbelleria del genere? E delle conseguenze che sparare cifre simili comporta? E senza neppure porsi qualche domanda? Un normale dirigente di seconda fascia (il piccolo tiranno dei ragionieri Fantozzi e Filini, per intenderci) guadagna in media 3.000 euro al mese. Una cifra di tutto rispetto, non c’è dubbio, ma assolutamente parametrata alle mille responsabilità che si accompagnano alla direzione di un ufficio pubblico. Troppo? Quanto dovrebbe guadagnare un dirigente dello Stato? 2000 euro? 1000? O deve lavorare per la gloria imperitura?

La stantia polemica sulle retribuzioni, tuttavia, è poca cosa rispetto all’altro punto che nel pot-pourri del secondo quotidiano Italiano viene servito al lettore: la trasparenza. L’Autore dell’articolo concede che dal 2013 vige il principio della pubblicità dei compensi dei dirigenti pubblici (da assai prima, in realtà) ma versa una sdegnata lacrima nel constatare quel che è successo nel momento in cui si è deciso di estendere l’obbligo di trasparenza anche alle informazioni patrimoniali, quando “sono scoppiate improvvise allergie. Letteralmente incontenibili”. Insomma, sarebbe esplosa quella che Raffaele Cantone, nella sua recente audizione alla Camera, ha definito una “rivolta” di parte della dirigenza. Addirittura, prosegue l’estensore di questo cahier de doléances, qualche scriteriato ha osato fare ricorso, sostenendo che la pubblicazione dei dati sul patrimonio personale (casa, terreni, macchina e motorino, suoi e del coniuge) fosse un’indebita estensione di quanto richiesto alla politica, visto che il tecnico, oltre ad aver superato un concorso pubblico, è letteralmente inchiodato da un nugolo di forme diverse di responsabilità. Macché: “non bastasse, ecco un altro ricorso, stavolta del sindacato al quale si associano pure quattro burocrati, che contesta le linee guida emanate dall’ANAC”. Non sto a ripetere le considerazioni che su Linkiesta ho già espresso sulla vicenda della pubblicità dei dati patrimoniali: la considero una questione di mera propaganda. Tuttavia, onorandomi di essere uno di quegli scombiccherati “quattro burocrati”, appartenenti al sindacato UNADIS che ha ritenuto doveroso, utile e giusto promuovere quel ricorso, vorrei per una sola volta abbandonare quel pudore istituzionale che per noi rappresenta una fondamentale caratteristica e dire chiaro e forte che ne ho abbastanza.

Ne ho abbastanza di chi dileggia e taccia di furfantismo chi ha scelto di lavorare per la comunità e per lo Stato e fa del servizio pubblico la sua ragione professionale e di vita. Ne ho abbastanza di continuare a leggere articoli ed editoriali che insinuano, sviliscono, alludono. Che preferiscono soffiare sul fuoco per mero pregiudizio, perché sparare sui dirigenti pubblici è facile e redditizio in termini di like: siamo pochi e mal coesi, lavoriamo con la testa sulla scrivania senza alzare la voce, dato che per noi parlano gli atti. Ne ho abbastanza del fatto che, per certuni, persino il legittimo ricorso alla tutela giurisdizionale di propri interessi, in qualità di cittadini di questa Repubblica, è un atto di lesa maestà. Ne ho abbastanza di chi si riempie la bocca di merito, competenza e valutazione quando è parte integrante di un sistema che calpesta quegli stessi principi, sbandierati quando conviene e rinnegati quando serve. Di chi crede o fa credere che fare il guardone sulla casa di proprietà o l’automobile di quel tal dirigente sia la leva efficace contro la corruzione che appesta questo Paese, come se il burocrate malversatore non vedesse l’ora di convertire il gruzzolo guadagnato disonestamente in una Ferrari Testarossa e farla rombare sotto gli uffici dell’Agenzia delle Entrate. Ne ho abbastanza di chi pensa solo a tagliare retribuzioni e teste senza affrontare il vero nodo di una moderna organizzazione del lavoro, appiattito sul tornellismo mentre là fuori si corre e si fa innovazione. E dei leoni da tastiera, rosi dall’invidia sociale e chiusi nel loro gretto individualismo, che mal sopportano che si possa vincere un concorso pubblico e – udite, udite – avere un posto di lavoro a tempo indeterminato: per costoro è meglio, invece, che muoia Sansone con tutti i Filistei. Ne ho abbastanza del clima asfittico che si è contribuito a creare, per cui tutto quello che pubblico è brutto, sporco e cattivo, e per cui tutto è ridotto a moneta e a percentuali di PIL, considerando la persona poco più di un robottino da far muovere a comando. Ne ho abbastanza, infine, di tutti quelli che in un ufficio pubblico non hanno mai messo piede ma pontificano di massimi sistemi senza sapere un tubo di come funzionano – davvero – le cose.

Ho solo un messaggio per costoro: questo è il lavoro più bello del mondo, e me lo sono guadagnato con le mie forze. Ce lo siamo guadagnato con le nostre forze. C’è tanto da fare per rendere più efficiente la macchina pubblica e chi la fa funzionare: è un processo che non finirà mai, vale per la P.A. come per un’azienda. E lo sappiamo bene noi per primi: siamo servitori dello Stato, non facciamo rivolte né alziamo barricate. Ficcatevelo in testa una volte per tutte. E fatevi una vita.

Pubblicato su Linkiesta

Patrimoni dei dirigenti pubblici: parla l’ANAC

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Si complicano i giochi per la pubblicazione dei dati patrimoniali dei dirigenti pubblici, che una recente norma, in ossequio ai principi del FOIA (il cosiddetto Freedom of Information Act, in materia di trasparenza), aveva reso obbligatoria, equiparando i grand commis ai politici. Dopo un ricorso al Tar da parte dei dirigenti del Garante della privacy, accolto con sospensiva, e quello di Unadis, il sindacato dei dirigenti pubblici, arriva la Delibera numero 382 del 12 aprile 2017 dell’ANAC. L’Autorità Nazionale Anticorruzione ha sospeso una sua precedente delibera sulla pubblicazione in attesa che la giustizia amministrativa definisca il giudizio nel merito o in attesa di un intervento legislativo chiarificatore da parte del Parlamento. Dopo il fuoco e fiamme di alcuni quotidiani sulla faccia di bronzo dei dirigenti, poco inclini a svelare le loro ricchezze e protettori di ladri e malviventi (ebbene sì, è stato detto anche questo), l’Autorità guidata da Raffaele Cantone, posta la necessità di evitare alle amministrazioni situazioni di incertezza sulla corretta applicazione delle norme, con conseguente significativo contenzioso, nonché disparità di trattamento fra dirigenti appartenenti ad amministrazioni diverse, ha messo un punto ed è andata a capo. Sia chiaro: l’ANAC non interviene sull’obbligo di legge circa la pubblicazione che, in quanto tale, va rispettato e può, ove ritenuto non conforme al quadro costituzionale, essere contestato nelle sedi giudiziarie. Si limita a fare un passo indietro circa le indicazioni operative in precedenza stabilite dato il quadro di incertezza generato da due giudizi in attesa di definizione davanti il giudice amministrativo.

Il punto del contendere è noto: un decreto del 2016, che sarebbe divenuto efficace proprio in questo periodo, stabiliva che venissero resi noti per i dirigenti pubblici, analogamente ai politici, i dati su proprietà immobiliari (case e terreni), beni mobili iscritti in pubblici registri (auto e moto), azioni e quote di partecipazioni a società, estendendo tale obbligo al coniuge e ai parenti entro il secondo grado. Insomma: obbligo di rendere pubblici con pubblicazione sui siti delle amministrazioni non solo i redditi, ma l’intero patrimonio del singolo dirigente e della sua famiglia. Un obbligo, è bene ricordarlo, già in vigore nei rapporti con le amministrazioni di appartenenza, che da anni detengono i dati in parola, disponibili per lo scrutinio delle competenti autorità in caso di bisogno. Non intendo ritornare sul fatto che in molti hanno baldanzosamente portato avanti una distorta concezione di trasparenza, che omaggia l’assunto che il burocrate sia potenzialmente corrotto e che spetti a lui dimostrare come ha avuto quella casa, quella macchina, quel terreno. Va detto, tuttavia, che la pronuncia dell’ANAC è importante perché segna il punto del funzionamento del sistema che, pur con tutti i nodi da risolvere in quanto a semplificazione e speditezza, non può e non deve conformarsi ai processi mediatici e alle condanne in rete. E funziona, aggiungo, a prescindere dalla rabbia dei cittadini, molto spesso più che comprensibile, che viene cavalcata ad arte e con pochi scrupoli da chi agita le acque seguendo le proprie personali agende. La pronuncia dell’Autorità Anticorruzione impone una pausa di riflessione: la cosa pubblica, a dispetto dei tanti Mr. Wolf nostrani, è complessa. A volte complicata, non c’è dubbio. Ma la sua gestione, così come la risoluzione delle controversie, richiedono passaggi codificati, senza crociate, social o meno. Si pronuncerà un giudice sul merito della questione, mentre saranno le amministrazioni a dover valutare come comportarsi nell’attesa del giudizio. O, come auspica l’ANAC, in attesa di un intervento legislativo che, magari, rimetta mano al peccato originale di aver voluto equiparare burocrazia e politica, assecondando la pancia in luogo della testa. Una riflessione di cui, ne sono certo, potranno trarre giovamento un po’ tutti, haters e crociati inclusi.

È lo Stato di Diritto, bellezza.

Pubblicato su Formiche