A spasso con Daisy

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Quel che è accaduto ed ancora accade in questi giorni a seguito dell’episodio di cui è rimasta vittima Daisy Osakue è assai significativo del clima in cui nell’Italia del 2018 i fatti vengono digeriti e della lente deformante attraverso cui essi sono spesso filtrati, sui media come sui canali social. L’ultima coda della vicenda è – addirittura – una petizione su Change.org in cui si richiede che l’atleta Italiana, discobola e pesista italiana, primatista under 23 del lancio del disco, venga estromessa dagli europei di atletica di Berlino, sostenendo che “senza avere elementi oggettivi si è gettata a capofitto in una strumentalizzazione sul razzismo inesistente, ben supportata per l’occasione dai media mainstream” e che “ha contribuito consapevolmente ad alimentare un falso problema per fini tutt’altro che nobili. Ha fatto prevalere l’interesse del partito a cui è iscritta, quanto un’atleta che ha l’onore di indossare la maglia della nazionale (sic!), dovrebbe tenersi fuori da simili decadenti teatrini, mantenendo perciò un profilo risoluto e super partes”. Mentre Osakue partecipa agli Europei, facciamo ordine e proviamo a ripercorrere i fatti, andando a spasso con Daisy fra gli eventi degli ultimi giorni.

Nella notte del 29 luglio 2018 Daisy Osakue è vittima di un’aggressione a Moncalieri, venendo colpita al volto da un uovo lanciato da un’auto in corsa: medicata all’ospedale oftalmico di Torino, le viene riscontrata un’abrasione alla cornea. Il giorno dopo, intervistata in video da Simone Bauducco del Fatto Quotidiano, racconta la dinamica dell’accaduto: suppone di essere stata scambiata per una prostituta, in quanto in zona sono presenti prostitute nere e si mostra preoccupata per un clima di crescente tensione che avverte in Italia dopo essere tornata dagli Usa, dove studia. Su Repubblica, nel corso di un’altra intervista a cura di Alessandro Contaldo, riportando la stessa ipotesi, aggiunge che, in ogni caso, buoni e cattivi ci sono a prescindere dal colore della pelle e che non è opportuno generalizzare. E, come riporta l’AGIdichiara che l’Italia non è un Paese razzista. Insomma, pur scossa e legittimamente preoccupata, Osakue è misurata e non lascia spazi a strumentalizzazioni o isterie di sorta. Mentre gli inquirenti si mettono al lavoro, partono le dichiarazioni incrociate della politica e i titoli dei media, chi sostenendo la matrice razzista dell’aggressione, chi negandola in radice. Da una parte chi parla di aperta violenza da parte di gruppi neo-nazisti, dall’altra chi, per converso, dichiara che in Italia non esista assolutamente un problema razzismo. Posizioni entrambe frettolose, da calare, comunque, nel clima pesante di fine luglio, dopo il caso della bimba Rom colpita da un fucile ad aria compressa (18 luglio), che ha portato il presidente Mattarella a parlare di “Far West”, e quello di Aprilia, con un marocchino morto dopo essere stato inseguito da persone che lo ritenevano un ladro (28 luglio). Il 31 luglio le prime ipotesi degli inquirenti, che tendono ad escludere l’aggravante razzista. Emerge, per la prima volta, che altre donne ed un pensionato della zona sono stati colpiti da uova da una Doblò in corsa, macchiando loro i vestiti e non procurando, fortunatamente alcun danno, a differenza della pesista azzurra che, a causa delle lesioni all’occhio, rischia di saltare le gare europee.

La mattina del 2 agosto la svolta nelle indagini. Gli autori del gesto vengono individuati dai Carabinieri e denunciati per lesioni dolose e omissione di soccorso. Sono tre ragazzi italiani di Vinovo, La Loggia e Moncalieri, che hanno utilizzato una Fiat Doblò intestata al padre di uno di essi, Roberto De Pascali, consigliere comunale PD a Vinovo. I ragazzi dichiarano di aver lanciato le uova per una goliardata. Il clima a questo punto si accende: aldilà delle contrapposizioni tra le forze politiche, comincia una vera e propria guerriglia social che ha per obiettivo Osakue, anche perché membro dei Giovani democratici locali: “indegna della maglia”, “fosse per me l’avrei cacciata dall’Italia” dato che “tanto di italiano ha solo la maglia”, “barcone, valigia e tornate in Africa“, “non ci sono neri italiani”, sono solo alcuni dei deliri, stavolta dichiaratamente razzisti, rivolti all’atleta. Si condanna il sistema dei media perché, si sostiene, eguale clamore non c’è stato nel caso di Pamela Mastropietro, barbaramente uccisa: una notizia, peraltro, ampiamente trattata su giornali e televisioni. Non manca chi parla di guarigione miracolosa della ragazza dopo l’individuazione dei tre giovani (chissà perché, poi) e rilancia che la goliardata (termine pronunciato dai tre ragazzi lanciatori di uova, è bene ricordarlo) sia stata usata ad arte all’indomani della acclarata insussistenza dell’ipotesi razzista in quanto uno dei tre era figlio di un rappresentante del Partito Democratico. Il fatto che i tre ragazzi piemontesi lanciassero uova per il solo diletto di farlo, secondo taluni, sarebbe, inoltre, la controprova che in Italia non vi sia alcuna traccia di razzismo e che, anzi, l’episodio sia l’esempio di come ormai funzioni una macchina collaudata col compito di fabbricare fake news sul tema, a danno degli Italiani. Arriva, infine, la notizia, rilanciata da alcuni quotidiani, che il padre della Osakue, arrivato in Italia dalla Nigeria più di venti anni fa, abbia avuto in passato problemi con la giustizia: altro motivo, per qualcuno, per innescare ulteriori polemiche sulla cospicua presenza di immigrati che delinquono in Italia, impattando, con chissà quale correlazione, sulla vicenda che ha visto protagonista Daisy.

Ripercorsi fatti e date, possono trarsi diverse conclusioni dalla storia del lancio delle uova. La prima, del tutto ovvia, è che occorre lasciar lavorare gli inquirenti, gli unici a poter contare su prove e fatti certi, sospendendo ogni giudizio sino ai primi risultati delle indagini. Il fatto che i tre ragazzi non fossero apparentemente mossi da motivazioni razziste e che uno di loro sia figlio di un esponente del PD non ha, inoltre, nulla a che vedere con la gravità dell’episodio (la ragazza avrebbe potuto perdere l’uso dell’occhio). Tale specifica circostanza non ha, altresì, relazione alcuna con gli altri, numerosi episodi di cronaca in cui la matrice razzista è evidente (che i social networkamplificano nel dar spazio a una brodaglia di fanatica intolleranza) e sui quali l’attenzione della politica e dell’opinione pubblica dovrebbe essere altissima, dato che la nostra Costituzione democratica non fa distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali. Va aggiunto che la conclamata presenza di episodi di razzismo, che vanno sempre contrastati in ogni sede, non intacca di un millimetro la necessità che chiunque risieda, stabilmente o meno, nel Paese, sia tenuto a rispettare le leggi Italiane: normale buon senso, prima che una questione di legalità. Ancora: banale dirlo, ma le colpe dei padri, anche di quelli che hanno chiuso i loro conti con la giustizia, non ricadono sui figli. Le vicende giudiziarie di Iredia Osakue, quali siano state, appartengono a lui e a lui soltanto e nulla hanno a che fare con la figlia. Si è quindi assistito ad una macchina propagandista intenta a mettere in piedi fake news? Francamente, no. L’episodio si prestava, alla luce dei precedenti casi di aggressioni e ostilità nei confronti di migranti neri, ad una interpretazione che, fortunatamente, si è rivelata, in questo caso, sbagliata. Da qui a dire che vi sia una complessa macchinazione tesa a incolpare artatamente i cittadini Italiani di razzismo per fini poco chiari (senza tirare in ballo Soros e presunti piani di sostituzioni etniche) ce ne corre. E ce ne corre molto. A meno di voler iniziare a dar conto delle sonore bufale, montate ad arte, sui crimini di migranti, come quello, che recentemente ha trovato spazio nelle cronache e sui social, relativamente ad un nigeriano che avrebbe abusato di una minore e picchiato il cuginetto accorso a difenderla: come ha dimostrato David Puente, una notizia palesemente falsa, costruita con perizia e malanimo. Infine, il vero aspetto preoccupante di tutta questa vicenda: la schiumante onda rabbiosa, piena di acrimonia, che si è abbattuta su una ragazza di 23 anni, Italiana, che gareggia per i colori Italiani. C’è da restare sconcertati per come sia ormai lecito dar sfogo alle pulsioni più basse, troppo spesso venate di atteggiamenti dichiaratamente e orgogliosamente fascisti, di cui in altri tempi ci si sarebbe vergognati e che si avrebbe avuto pudore ad esternare, sia pure solo per timore di una condanna sociale. Occorre constatare, con amarezza, che la diga delle decenza sia ormai crollata e che si stia perdendo, gradatamente, il senso di comunità aperta in favore di una identitarietà intollerante, ognuno immerso nella propria, infernale trincea. Il dilagare di un pensiero unico – questo sì – che non ammette diversità, refrattario all’alterità.

Insomma, chi ne esce a testa alta è Daisy Osakue: buoni e cattivi ci sono a prescindere dal colore della pelle, ha detto. È bene far tesoro di queste parole di buon senso.

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L’Italia è vostra

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Con grandi difficoltà e in mezzo a qualche colpo di scena la Legislatura partita lo scorso 4 marzo sembra avviarsi – il condizionale è d’obbligo – verso la nascita di un governo. Tanti gli scenari ancora possibili, inclusi esecutivi “neutrali” o nuove elezioni: i prossimi giorni saranno decisivi per dipanare le tante questioni sul tappeto. Interessa poco entrare nel merito politico dei temi: l’inedito svolgersi degli eventi, quasi un caso di studio per gli esperti di diritto costituzionale e parlamentare, è in ogni caso nel solco della Costituzione, e tanto basta. Si ricomincia, insomma. Colpisce, tuttavia, un aspetto meta-politico della vicenda in corso, ormai sin troppo familiare: depositato il voto, i cittadini guardano e attendono gli sviluppi, paghi di aver compiuto il proprio dovere civico. La palla è in mano ai partiti, che giocano una loro – legittima – partita tra il detto e il non detto, in uno schema di gioco che ai più può apparire inintelligibile ma che, al contrario, è cristallino per i giocatori in campo. Sono le regole della democrazia rappresentativa: i cittadini delegano la conduzione della cosa pubblica ai loro rappresentanti, pronti a giudicarli nella cabina elettorale alla prossima tornata. Le cose, beninteso, non stanno esattamente così: l’interesse dell’elettore, in caduta libera in termini di partecipazione al voto, scema rapidamente, riattizzandosi, eventualmente, in particolari occasioni. L’informazione, che ha il compito di innervare il gioco democratico, fa i conti con le proprie pecche: in pochi leggono i giornali e le ormai arcinote fake news sono in agguato in rete, fonte preferita cui in tanti si abbeverano per comprendere il mondo che li circonda. Si sa, nei fatti, molto poco delle vere dinamiche della politica, della tecnocrazia, dell’economia e della finanza. Forti o meno, quei poteri frappongono uno schermo difficile da penetrare. E perché farlo, poi? Ecco uno dei grandi pericoli che insidiano una democrazia: la rassegnazione a non poter influire sull’andamento della vita del proprio Paese, l’assunto della sostanziale inutilità del voto e, quindi, l’impotenza del singolo. Ognuno, si sa, segue una propria agenda che raramente viene dichiarata apertamente. Così fan tutti? Stanchi delle continue baruffe chiozzotte, di fronte ai cittadini si stagliano due scelte: ci si adegua e si segue la corrente o ci si abbandona alla sterile protesta contro le élites brutte e cattive. Il risultato: il ritiro nel privato e un Paese che si sbriciola. L’Italia, d’altronde, ha la più bella Costituzione al mondo ma troppo spesso muore di regole e di formalismo in punta di diritto, con la triste consapevolezza che si tratta di mera fictio. Le regole sono scolpite: le cose seguono, però, binari più scorrevoli. Per alcuni, almeno. È una generalizzazione, ovviamente. Sono tante e tanti le donne e gli uomini che fanno il proprio dovere, in tutti campi, ed è ben noto il valore che gli Italiani, soprattutto nei momenti di grande difficoltà, hanno saputo dimostrare, per tacere dell’immensa ricchezza – culturale, artistica, architettonica, storica, enogastronomica – che questo Paese, forse incurante ed inconsapevole, possiede. Ma quella maledetta rassegnazione sembra scritta nel DNA degli Italiani, viziato di gattopardismo, tra Machiavelli e i bravi di manzoniana memoria. L’Italia non si è mai vantata, come orgogliosamente hanno detto e dicono gli Stati Uniti d’America, di essere il più grande Paese al mondo. Ne ha passate troppe. Ma se tanti giovani se ne vanno, se cresce la povertà assoluta, se l’economia sommersa ha dimensioni colossali, se il cancro delle mafie ancora non è stato estirpato e se la corruzione appesta la vita pubblica, non saranno nuove regole o nuove pene a far compiere un’inversione di rotta. Quel che serve è che ciascuno si faccia avanti: e lo faccia quando tutti dicono di non farlo. Nel Paese in cui troppo spesso l’iniziativa del singolo è vista come un disvalore, occorre acquisire piena consapevolezza del fatto che solo innescando il cambiamento nelle piccole cose quotidiane si potrà sperare in una virata decisa. La storia è un pendolo, naturalmente, Quel che andava bene ieri, andrà bene domani, e viceversa. Ma far sì che si recuperi e apprezzi l’importanza del peso che ciascuno ha, della parola di tutti, dell’esempio che si dà alle nuove generazioni, può essere la leva per risalire la china. Non tutto è perduto: i due recenti casi di cronaca che raccontano di giovanissimi che in Sardegna fanno irruzione in una casa per salvare un anziana colta da malore o di studenti nel napoletano che fanno chilometri in bici per andare a casa dell’insegnante che non dava notizie di sé, sfidando l’immobilismo degli adulti e salvandola, fanno sperare. Ma quando si diventa degli stronzi? La Capitale è un implacabile ritratto del momento, assai più ripugnante del dipinto serbato da Dorian Gray: quella che potrebbe fregiarsi del titolo di più bella città al mondo è ormai da anni irriconoscibile. I colpevoli? Non i sindaci, gli amministratori locali, i lavoratori delle tante municipalizzate. Non solo, almeno. Sono i nuovi barbari: i cittadini. Smarriti del senso di comunità. Ben felici di delegare le responsabilità a qualcun altro e pronti a lapidare costui quando si troverà nella impossibilità di contrastare l’incontrastabile. Da questo punto di vista, l’amaro film “L’ora legale” di Ficarra e Picone dice molto di più di una pila di trattati di sociologia. Non chiedete cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese, disse qualcuno. Chiamatela cittadinanza attiva, se volete. Ma non abbandonate nelle mani di nessuno, foss’anche l’uomo della Provvidenza, certificato e bollinato, il destino della vostra terra e della vostra esistenza. Sono solo vostre.

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L’ordinaria inciviltà della disabilità

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Il Corriere della Sera ha recentemente riportato una di quelle storie che potremmo catalogare come ordinaria inciviltà. Una persona con disabilità, in carrozzina a motore, è rimasta intrappolata per una notte in una stazione ferroviaria, ostaggio delle barriere architettoniche. Antonio Canonica, 60 anni, era partito da Bellinzona nel pomeriggio per Varese ma, una volta arrivato, non è potuto scendere perché il predellino era troppo alto rispetto alla banchina. Vista la pesantezza della sua carrozzina a motore, l’unica soluzione che gli è stata prospettata è stata quella di ritornare in treno fino alla stazione precedente, Induno Olona, e riprendere un convoglio che arrivasse al binario accessibile 3 di Varese che ha l’altezza giusta per le carrozzine. Arrivato in stazione, però, la sorpresa: dovendo cambiare binario, l’ascensore era bloccato e la rampa per i disabili terminava su un cancello chiuso, senza che nessuno avesse le chiavi. Fine dei giochi: armato di coperta e un panino, dopo aver trascorso la notte in stazione, alle 5 del mattino Canonica ha ripreso il primo treno per la Svizzera. Una storia che ha dell’incredibile, vero? No, purtroppo. Anche in un paese come l’Italia, assai avanzato per quel che riguarda il quadro normativo in materia di disabilità, l’obiettivo di realizzare l’inclusione sociale delle persone disabili, come promossa dalla Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità del 2006, resta un risultato difficile da raggiungere. Intendiamoci: rimodellare una società intera a misura di tutti è un’impresa che non finisce mai: hanno un ruolo l’urbanistica, l’architettura, il design industriale, la medicina, il welfare, senza parlare della macchina pubblica che deve attuare concretamente le politiche di inclusione. E l’Italia non è certamente all’anno zero. Ma, come dimostra la disavventura del sessantenne di Bellinzona, lo scoglio da superare, prima di ogni altro impedimento, è quello della visibilità della disabilità nelle nostre comunità. Provo a spiegarmi. C’è un bellissimo volume di Matteo Schianchi, che non mi stanco mai di citare (Storia della disabilità: dal castigo degli dèi alla crisi del welfare, Carocci Editore), che ricorda come nella storia le persone con disabilità siano state sempre nascoste alla vista, chiuse in casa, segregate, allontanate. O, addirittura, derise e perseguitate. La disabilità, per una serie di motivi socio-religiosi, è stata per secoli una condizione relegata in un angolo, priva di dignità e cittadinanza, considerata una maledizione divina, una vergogna o, nel migliore dei casi, qualcosa da compatire. E anche oggi, nelle nostre moderne e civilissime società, l’eredità di questo passato si fa sentire, e parecchio: la mancanza della consapevolezza che la disabilità altro non è che una normale condizione umana, che molti di noi possono trovarsi a vivere in un momento qualsiasi della propria vita, di fatto pone un ostacolo formidabile all’accettazione della disabilità stessa. La quotidianità della disabilità spaventa: se un Alex Zanardi o una Bebe Vio suscitano simpatia ed ammirazione, la fatica giornaliera delle difficoltà nella normalità è un altro paio di maniche. E, conseguentemente, tutta una serie di azioni che tendono a riequilibrare la situazione garantendo la parità di godimento degli inalienabili diritti di cui ogni cittadino gode, come limpidamente sancisce l’articolo 3 della nostra Costituzione sin dal 1947, arranca, spesso si trascina, perde vigore. Non trova, in altre parole, un ambiente favorevole. Capacitante, Si tratta, di fatto, dell’incosciente – nella duplice accezione di inconsapevole e sconsiderato – rifiuto dell’alterità di tante donne e tanti uomini che quotidianamente si trovano ad affrontare situazioni sfibranti. Spesso umilianti. Se ancor oggi c’è bisogno dell’instancabile attivismo di Iacopo Melio, che con il suo #vorreiprendereiltreno ha fatto capire quale sia il significato profondo del diritto alla mobilità e all’accessibilità per chi ha una disabilità, è evidente che la sfida è culturale prima che normativa o economica. Chissà se di questo ed altro parlerà agli Italiani la politica che affila le armi per le prossime elezioni per il Parlamento.

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I possibili danni del “caso” Bellomo

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Francesco Bellomo, il Consigliere di Stato e docente finito su giornali e televisioni per le note vicende legate alle presunte pressioni e violenze psicologiche sino allo stalkeraggio esercitate sulle borsiste nei suoi corsi di preparazione al concorso in magistratura, è innocente. È innocente perché, ci ricorda la Costituzione Italiana (art. 27), si è tali sino alla condanna definitiva. Il Consiglio di Stato, per il tramite dell’azione promossa dal suo Presidente, ha avviato la procedura di destituzione del magistrato, mentre almeno due Procure hanno aperto fascicoli per indagare ed appurare i fatti. Il tempo e gli eventuali processi diranno, naturalmente, cosa nel dettaglio sia davvero avvenuto e se si sia di fronte a molestie e a condotte penalmente rilevanti che, ove accertate, andranno sanzionate a norma di legge. Detto questo, Il polverone sollevato dalle rivelazioni di alcune giovani donne, aspiranti magistrate, circa i comportamenti di Bellomo, non può non far sorgere alcuni dubbi che, pure, col diritto penale nulla hanno a che fare. A leggere e a dar credito a quanto riportato su diversi giornali, il clima che si respirava all’interno della Scuola per futuri magistrati “Diritto e scienza” era a dir poco singolare, con la selezione di alcune borsiste che sarebbero state invitate ad adottare un codice di abbigliamento perlomeno discutibile, a non intrattenere rapporti con gli altri corsisti e, addirittura, a sottoporre ad una valutazione di natura superomistica i propri partner. Pur volendo accantonare le lamentate violenze di natura psicologica che si addebitano al magistrato, c’è da restare sbigottiti. In una lettera ai giornali, Bellomo sostiene, rompendo il silenzio, che un dress code è previsto sia per le donne che per gli uomini e che tale codice, “che è riconosciuto dai giuslavoristi come legittimo se liberamente accettato e coerente con le esigenze aziendali, trovava la sua ragion d’essere nel ruolo promozionale che il borsista svolgeva, certamente agevolato da un’immagine attraente (cosiddetto effetto alone)”. Effetto alone? Devo dire che, nella mia sostanziale ingenuità, mi ero fatto la strana idea che la funzione di amministrare la giustizia in nome del popolo fosse il difficile compito in cui si dovessero esercitare il sapere giuridico ed il buon senso, e che poco ci azzeccassero tacchi, gonne o attrattività dei togati. I quali, beninteso, sono donne e uomini come tutti e noi e, come tali, soggetti a vizi e difetti degli esseri umani: ma che l’effetto alone fosse elemento rilevante ai fini della decisione sulla innocenza o colpevolezza di un cittadino è cosa che giunge, francamente, nuova. Quindi, un magistrato eccentrico con un debole per il sesso femminile e che propugna l’idea di una “razza giudicante superiore”?

Forse. Basterebbe, a tal proposito, leggere il suo cv, in cui Bellomo ricorda, a proposito di sé stesso, che “è accreditato alla WAIS (Wechsler Adult Intelligence Scale) di un Q.I. = 188 (media umana = 100) e al test delle matrici progressive di Raven di un punteggio ponderato pari a 201”. Oppure dare ascolto a chi racconta come nel corso delle sue lezioni sostenesse di essere 400 anni avanti allo sviluppo dell’uomo. E, tuttavia, la questione non finisce qui. In primo luogo perché la vicenda assume uno strabordante carattere sessista condito da un immaginario maschile pecoreccio che – poveri noi – si colloca a metà fra i film dei Fratelli Vanzina dei ruggenti anni ’80 e quelli più pruriginosi di Tinto Brass. Ma anche perché, a me sembra, getta un’ombra decisamente sinistra su (alcuni) futuri magistrati. Ci si potrebbe domandare perché si sia accettato di firmare un contratto che, oltre a prevedere minigonne e tacchi a spillo, pare costituisse un vero e proprio totalizzante addestramento di vita. O perché sottoporsi ad una sorta di lavaggio del cervello, quasi da setta consumata. O perché, se tutto questo venisse riscontrato come vero, nessuno dei corsisti, perfettamente al corrente delle vicende, abbia avuto nulla da eccepire. Sono domande che, ovviamente, si basano su fatti riportati dai giornali e, in quanto tali, tutti da dimostrare. Ma che riconducono, in ogni caso, al richiamo dei comportamenti del magistrato, al quale la nostra Carta garantisce l’imprescindibile “autonomia e indipendenza da ogni altro potere“ (art. 104), nonché alla necessaria tutela dell’ordine giudiziario e, di converso, di chi sia chiamato ad essere giudicato. Da questo punto di vista è certamente opportuno che venga fatta chiarezza nel più breve tempo possibile, magari (ri)aprendo, con l’occasione, una riflessione sulla utilità di sottoporre tutti coloro che aspirino ad esercitare pubbliche funzioni – nella magistratura come nelle amministrazioni pubbliche – a test di natura psicologica che ne accertino l’equilibrio e l’assennatezza indispensabili per le decisioni che verranno chiamati a prendere. Nella media umana, si intende.

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Più carne di porco per tutti

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Poteva mancare la stoccatina natalizia al burocrate brutto, sporco e cattivo? No, ça va sans dire. Ed ecco servito al popolo arraggiato in tempo per il cenone della vigilia un bell’articolo divertente e colorito, preparato a quattro mani da Alfonso Celotto e Giuseppe Salvaggiulo per La Stampa. Giornalista del quotidiano torinese il secondo e professore di diritto costituzionale e più volte “gabinettista” il secondo, autore anche di libri di successo sulle vicissitudini del dottor Ciro Amendola, burocrate fino all’osso. La faccio breve, senza dilungarmi in considerazioni articolate, delle quali frega assai poco: l’articolo mi fa inalberare (l’atmosfera natalizia impone moderazione) e non mi piace. E non perché ministri, capi di gabinetto e consulenti vari non abbiano fatto incetta di regalie nei decenni passati. E neppure perché ci sono stati – e magari ci sono – dirigenti pubblici che accettano illecitamente regali che non devono accettare. Non mi piace perché, con la scusa della spiritosa aneddotica, si continua a far carne di porco di tutte quelle colleghe e di tutti quei colleghi che non solo regali non li hanno mai ricevuti e tanto meno accettati e che, magari, a dicembre lavorano a manetta per chiudere pagamenti ed impegni e non far perdere soldi allo Stato. Lavorano invece di accumulare doni: gente strana, questi lavoratori pubblici, nevvero? Non c’è nulla da fare: non si riesce a capire che dare in pasto al pubblico ludibrio tutto e tutti indifferentemente quando si tratta di apparati amministrativi non fa che sprofondare il livello del dibattito. Più livore per tutti: è questo che si vuole ottenere? È questo che serve per far fuori il burocrate? Accomodatevi signori: il palco è tutto vostro.

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Perché Gomorra fa quel che deve fare

arton665-0173cSono rimbalzate rumorosamente sui media in questi giorni le riserve espresse da alcuni magistrati circa la rappresentazione della camorra nella serie Gomorra, in onda su Sky e giunta alla sua terza stagione. Giuseppe Borrelli, procuratore aggiunto antimafia e capo della DDA di Napoli e Catanzaro, nel corso di un incontro con alcuni studenti ha sostenuto che la serie televisiva offre una rappresentazione folkloristica dei clan, pericolosa perché distoglie l’attenzione dall’attuale configurazione della camorra, che non è più solo omicidi, estorsioni e traffici illeciti, ma esprime propri rappresentanti in regioni, province e comuni. Federico Cafiero De Raho, capo della Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, ha detto che raffigurare la camorra come fosse un’associazione come tante altre non fotografa la realtà, dato che la camorra è fatta soprattutto di violenza. Anche Nicola Gratteri, procuratore capo a Catanzaro, ha espresso le sue perplessità, affermando che se davanti alle scuole ci sono ragazzi che si muovono, si vestono e usano le stesse espressioni dei personaggi il messaggio non è positivo, e che occorre inserire qualcosa di alternativo, un messaggio che i criminali non sono invincibili e forti. Marco D’Amore, che interpreta il personaggio di Ciro di Marzio, denunciando il rischio di censura, ha dal canto suo replicato sul Corriere della Sera che gli attori partecipano da artisti e da cittadini a tratteggiare uno dei profili possibili del nostro paese, con l’intento di rendere incredibile e meraviglioso il racconto cinematografico e, allo stesso tempo, partecipare ad un fortissimo atto di denuncia che è partito dall’operato di Roberto Saviano.

Insomma: Gomorra sì o Gomorra no? Meglio esser chiari: le parole di chi è in prima fila per combattere il fenomeno mafioso in Italia pesano, e pesano assai. Quel che credo conti davvero, tuttavia, è la percezione del pubblico e come viene metabolizzata la rappresentazione del mondo criminale attraverso gli schemi cognitivi dello spettatore. E a cosa assiste lo spettatore? Assiste, a mio modo di vedere, alla rappresentazione, cruda e senza filtri, dell’assenza di ogni umanità. In questo non mi trovo d’accordo con chi, come Gratteri, pensa che la fiction corra il rischio di umanizzare e rendere simpatici boss e manovalanza camorristica: al contrario, ne ritrae l’assoluta mancanza di empatia o di sentimento proprio dell’essere umano. Anche quei pochi sprazzi di amore, affetto o amicizia che fanno raramente capolino nella narrazione vengono immediatamente spazzati via senza esitare: padri e madri, mogli e mariti, figlie e figli sono al massimo ostacoli verso la conquista di un potere effimero e cafone, precario quanto vuoto, devoto ai canoni elementari delle regole del Sistema. Allo stesso tempo, ha certamente ragione Giovanni Belardelli quando sul Corriere della Sera parla di assenza di qualsivoglia parvenza dello Stato: forze dell’ordine, magistrati e Istituzioni appaiono fugacemente, restano sullo sfondo nell’universo camorrista di Gomorra. Una rappresentazione inverosimile e che dunque, sostiene, Belardelli, azzoppa la tesi che Gomorra sia in primo luogo atto di denuncia. Eppure, la mancanza di ogni riferimento allo Stato e la raffigurazione desolante che si fa dell’ambiente in cui si muovono i personaggi è assolutamente terrificante: nessuna indulgenza, nulla di eroico. Nessun valore assume importanza se non la bieca violenza, la triste solitudine di tutti, nessuno escluso, il terrore dietro l’angolo, la fede usata come ninnolo senza riverbero alcuno nella vita di ognuno. È lo schifo elevato a quotidianità quello che gli sceneggiatori mettono in mostra, in questo apprendendo molto bene la lezione di Saviano, ed esponendo senza veli l’abisso di nulla che le mafie rappresentano per questo Paese.

Tutto ciò non toglie dal tavolo taluni aspetti di quel che i giudici impegnati nel contrasto alla camorra sostengono: la penetrazione nella vita pubblica e politica da parte delle organizzazioni mafiose, in particolare, rappresenta uno dei più gravi colpi al cuore del Paese, zavorrato da criminalità e corruzione. Non possiamo, tuttavia, fare addebiti ad una serie televisiva, che, se coglie forse aspetti parziali dei fenomeni mafiosi, fa quel che deve fare: interpretare la realtà, in questo caso senza patinature o sconti. C’è un elemento, tuttavia, che appare davvero doloroso, ovvero la possibile emulazione di cui parla Gratteri: se c’è chi mette in atto comportamenti che mutua dalla serie televisiva, senza coglierne la negatività ed anzi dando ai personaggi una patente di figura da prendere ad esempio, c’è di che preoccuparsi. E parecchio. Certo, anche dopo l’uscita di Pulp Fiction di Quentin Tarantino i criminali da strada impugnavano pistole di traverso e mimavano movenze e battute dei personaggi. Altra roba, altro registro, neanche a dirlo. Ma il problema in questo caso non è una serie televisiva o un film: è la tragica mancanza della cultura della legalità nel Paese, anche e soprattutto nelle regioni in cui le mafie nascono e hanno le loro basi operative, ramificandosi ormai ovunque, dentro e fuori i confini nazionali. Gomorra non dichiara di voler dare esempio civico o fare scuola di legalità: non è il compito che si è dato. Vuole offrire uno spaccato dell’orrore, umano e civile, che le organizzazioni mafiose rappresentano. Il resto spetta allo Stato. Anzi, alla Repubblica: le Istituzioni tutte, le parti sociali e le organizzazioni della società civile, l’impresa e l’informazione, i cittadini. E partendo dalla scuola e dai luoghi di aggregazione sociale (sostenendoli e, dove serve, creandoli) per dire che il nostro è, con tutti i difetti, uno Stato di diritto in cui la legge esiste ed è uguale per tutti.

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Marco Travaglio e quel “mongoloide” di troppo

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Le parole, si sa, a volte sono pietre. E fanno male soprattutto quando colpiscono le persone più fragili. È quel che è accaduto qualche giorno fa durante la trasmissione “Otto e mezzo” su La7 quando, nel dibattito fra Marco Travaglio e il deputato e scrittore Gianrico Carofiglio, il direttore del Fatto Quotidiano, vivace polemista, ha denunciato che si vogliano trattare gli elettori del Movimento 5 Stelle come “mongoloidi”. Dibattito politico a parte, che qui certamente non interessa, non si sono fatte attendere le reazioni delle realtà del mondo associativo rappresentativo delle persone con disabilità e delle loro famiglie, come Coordown e Anffas, che hanno fortemente condannato l’episodio. Travaglio, prontamente, si è scusato dalle colonne del Fatto Quotidiano. Tuttavia, nel rivolgersi a Roberto Speziale, presidente dell’Anffas, è riuscito a mettere una toppa ben peggiore del buco: “Caro Speziale (e cari amici dell’Anffas) – scrive Travaglio – come lei stesso riconosce il mio intento era tutt’altro che quello di offendere le persone affette da sindrome di Down e le loro famiglie. Anche perché ne conosco personalmente diverse, e so di avere soltanto da imparare da loro. Nell’enfasi polemica con lo scrittore Gianrico Carofiglio, intendevo fargli notare che stava trattando assurdamente 8 milioni e rotti di elettori dei 5Stelle come altrettanti handicappati mentali che votano senza sapere quello che fannoNon credo che, se avessi detto “lei li scambia tutti per dei matti” o “per dei dementi”, avrei offeso i malati psichiatrici, o le persone affette da demenza, e i loro famigliari. Se però con le mie parole, rivolte a un interlocutore con cui stavo polemizzando e non certo alle persone affette da sindrome di Down, ho involontariamente offeso qualcuno, me ne scuso dal più profondo del cuore”.

Personalmente non ho dubbi che le scuse di Travaglio siano sincere e sono d’altronde convinto che, nell’utilizzare l’espressione che ha fatto inalberare in tanti, non intendesse affatto dare addosso alle persone con sindrome di Down. Ed è proprio questo il punto. Se uno dei giornalisti più conosciuti d’Italia trova tutto sommato normale l’utilizzo di termini che stigmatizzano gravemente le persone con disabilità intellettiva di questo Paese, rincarando la dose con “handicappati mentali” nello scusarsi, significa che la cultura dei diritti per le persone con disabilità in Italia ha ancora una lunga, lunghissima strada da percorrere. Non è una mera questione semantica, sia chiaro. Le parole hanno certamente un loro peso, e non casualmente la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, che l’Italia ha ratificato meno di dieci anni fa, parla, appunto, di “persone” con disabilità. Non di handicappati. Non di diversamente abili. E men che meno di mongoloidi o ritardati. Il focus della Convenzione è sulla persona, che si trova ad avere una disabilità, di qualsiasi natura essa sia. A significare che le persone con disabilità non sono dei malati, ma, come recita la Convenzione stessa, “coloro che presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che in interazione con barriere di diversa natura possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri”. Chiaro come il sole: stessi diritti e stesse opportunità, da garantire anche adattando l’ambiente (fisico e socio-culturale) ai bisogni del singolo cui è necessario fornire il necessario supporto per poter godere degli stessi diritti di cui godono gli altri cittadini. E, soprattutto, evitando ogni forma di esclusione ed emarginazione.

Oltre le definizioni, tuttavia, c’è una sostanza che traspare dalle parole di Travaglio. Quando, ad esempio, parla di “handicappati mentali che votano senza sapere quello che fanno”, si tira una linea. Una linea tra chi, nel comune sentire, ghettizza le persone con disabilità quali cittadini di serie B, incapaci di autodeterminarsi, poveri infelici sbeffeggiati dal destino cinico e baro, cui guardare con compassione e paternalismo, e chi, invece (in prima fila le persone con disabilità e le loro famiglie) lottano ogni giorno con le unghie ed i denti per difendere i loro diritti e – permettetemi – la loro dignità. Stupirà forse qualcuno sapere che in Italia, a differenza di qualche altro Paese, le persone con disabilità intellettiva votano. E magari, chissà, con maggiore consapevolezza di tante persone senza disabilità. Faccio mie le parole riportate sulla pagina Facebook di Emma’s friends: “Lei lo sa Signor Travaglio che le persone con sindrome di Down votano? Lei lo sa che votano, sapendo quello che fanno? Lo sa che vanno a scuola? Lo sa che molti hanno un lavoro vero? Lo sa che ci sono persone con sindrome di Down che vanno a vivere da sole? Lo sa quanto hanno combattuto insieme con le loro famiglie per non essere chiamati “mongoloidi” e per non sentire nei cortili delle scuole, al bar o nelle piazze quel termine usato per offendere?”. No. Marco Travaglio non lo sa. O non ne è pienamente consapevole. Come tante, troppe persone vittime degli stereotipi. Non è una sua colpa e non credo abbia senso alcuno fare crociate contro di lui. In Italia molto è stato fatto per promuovere i diritti delle persone con disabilità, è bene ricordarlo. Ma molto, moltissimo resta da fare. Facciamo allora sì che questa sia, almeno, l’occasione per fare cultura dei diritti. Per cambiare le teste. Magari cominciando dalle parole.

Pubblicato su Formiche

Cosa penso dell’agente di polizia sospeso dal servizio

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È stato sospeso dal servizio, a seguito di procedimento disciplinare, l’agente della polizia stradale che ha ripreso col proprio cellulare un extracomunitario in bicicletta, intento ad ascoltare musica con le cuffiette, sulla corsia di emergenza dell’autostrada Torino-Bardonecchia e che ha postato su Facebook il video con i suoi commenti. Lo dico subito: il provvedimento è stato un atto doveroso. E non perché abbia pronunciato insulti, come si legge, contro la Presidente della Camera: non lo ha fatto. Riprende slogan cari alla dialettica politica ma non pronuncia parole ingiuriose avverso la terza carica dello Stato. L’agente dice, infatti: “Risorse della Boldrini, ecco come finirà l’Italia: tutti su una Graziella in autostrada a comandare […]. Voi che amate la Boldrini, voi che avete voluto questa gente di merda in Italia […]. Goditi questo panorama. Voi e tutta la Caserma: guardate qui. Un tipo che pedala sulla Graziella pensando che sia una strada normale, con le cuffiette in testa. Fosse arrivato un camion e gli avesse suonato, manco se ne sarebbe accorto. Condividete signori, condividete“.

Nel ricordare, a fronte di grida circa presunte ingerenze in merito alla sospensione, che il Dipartimento di Pubblica Sicurezza ha dichiarato che le “decisioni sono state prese in totale autonomia per la tutela delle Istituzioni e di chi le rappresenta”, contano nel caso di specie, a mio modo di vedere, tre aspetti. Il primo: invece di filmare l’uomo, l’agente avrebbe dovuto immediatamente fermarlo e procedere secondo il codice della strada, trovandosi di fronte ad una condotta potenzialmente pericolosa. Cosa che in seguito ha comunque fatto ricevendo, peraltro, i ringraziamenti dall’uomo colto in flagrante. Il secondo: nel video egli pronuncia parole esplicitamente razziste. Nel riferirsi a “questa gente di merda” egli caratterizza un intero gruppo di persone, gli immigrati, con parole di evidente denigrazione. Terzo aspetto, altrettanto grave: diffondere quel filmato e rendere pubblico tale atteggiamento ne ha fatto ricadere le conseguenze sulla divisa che indossa.

Del tutto fuori luogo l’indignazione da parte di chi ritiene che sia stato commesso un torto o sia stata limitata la libertà di espressione di un poliziotto. Qui non è in discussione la libera opinione di un agente di Polizia, che ha e deve avere le sue idee, siano esse di carattere politico, sindacale o di altro tipo. E quelle idee deve avere il diritto di esprimerle. Il punto è che chi serve la Repubblica deve utilizzare una prudenza e una misura peculiari nel suo agire quotidiano, durante e al di fuori dell’orario di lavoro. Non casualmente, il codice di comportamento dei dipendenti pubblici del 2013 prevede che “nei rapporti con i destinatari dell’azione amministrativa, il dipendente assicura la piena parità di trattamento a parità di condizioni, astenendosi, altresì, da azioni […] che comportino discriminazioni basate su sesso, nazionalità, origine etnica, caratteristiche genetiche, lingua, religione o credo, convinzioni personali o politiche, appartenenza a una minoranza nazionale, disabilità, condizioni sociali o di salute, età e orientamento sessuale o su altri diversi fattori” mentre, nei rapporti privati, “non assume nessun altro comportamento che possa nuocere all’immagine dell’amministrazione” (disposizioni riprese anche dal Codice di comportamento dei dipendenti del ministero dell’interno del 2015).

Il poliziotto sospeso dal servizio è un razzista? Non lo so. Sappiamo che, malauguratamente, si è comportato come tale, magari in un momento di leggerezza. Tutti commettiamo errori almeno una volta nella vita ed egli avrà l’occasione di spiegare le proprie eventuali ragioni nel contraddittorio con la sua amministrazione. Tuttavia, se il Signor Rossi può esprimersi come vuole, anche grossolanamente, nei confronti di altre persone (rispondendone, eventualmente, nelle sedi opportune ove questo configuri un reato), questo non vale per chi, come recita la Costituzione, si vede affidate funzioni pubbliche, e ha “il dovere di adempierle con disciplina ed onore” (art. 54, Cost.). Un onere ulteriore a difesa della dignità dello Stato e della funzione che esercita. Ciò vale, a maggior ragione, per le forze dell’ordine, che rappresentano un pezzo fondamentale e indefettibile dello Stato democratico. Alle donne e agli uomini che vestono una divisa affidiamo la nostra sicurezza ed è loro dovuta la nostra stima e riconoscenza per il lavoro prezioso – pericoloso e non adeguatamente retribuito – che tutti i giorni compiono, assicurando il rispetto della legge per tutti coloro che si trovano sul suolo della Nazione, di qualsiasi colore, lingua o religione siano. Ecco perché viene loro richiesto, come e più di tutti coloro il cui stipendio è pagato dagli Italiani, un comportamento specchiato: essere, in soldoni, come la moglie di Cesare.

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