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Cosa penso dell’agente di polizia sospeso dal servizio

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È stato sospeso dal servizio, a seguito di procedimento disciplinare, l’agente della polizia stradale che ha ripreso col proprio cellulare un extracomunitario in bicicletta, intento ad ascoltare musica con le cuffiette, sulla corsia di emergenza dell’autostrada Torino-Bardonecchia e che ha postato su Facebook il video con i suoi commenti. Lo dico subito: il provvedimento è stato un atto doveroso. E non perché abbia pronunciato insulti, come si legge, contro la Presidente della Camera: non lo ha fatto. Riprende slogan cari alla dialettica politica ma non pronuncia parole ingiuriose avverso la terza carica dello Stato. L’agente dice, infatti: “Risorse della Boldrini, ecco come finirà l’Italia: tutti su una Graziella in autostrada a comandare […]. Voi che amate la Boldrini, voi che avete voluto questa gente di merda in Italia […]. Goditi questo panorama. Voi e tutta la Caserma: guardate qui. Un tipo che pedala sulla Graziella pensando che sia una strada normale, con le cuffiette in testa. Fosse arrivato un camion e gli avesse suonato, manco se ne sarebbe accorto. Condividete signori, condividete“.

Nel ricordare, a fronte di grida circa presunte ingerenze in merito alla sospensione, che il Dipartimento di Pubblica Sicurezza ha dichiarato che le “decisioni sono state prese in totale autonomia per la tutela delle Istituzioni e di chi le rappresenta”, contano nel caso di specie, a mio modo di vedere, tre aspetti. Il primo: invece di filmare l’uomo, l’agente avrebbe dovuto immediatamente fermarlo e procedere secondo il codice della strada, trovandosi di fronte ad una condotta potenzialmente pericolosa. Cosa che in seguito ha comunque fatto ricevendo, peraltro, i ringraziamenti dall’uomo colto in flagrante. Il secondo: nel video egli pronuncia parole esplicitamente razziste. Nel riferirsi a “questa gente di merda” egli caratterizza un intero gruppo di persone, gli immigrati, con parole di evidente denigrazione. Terzo aspetto, altrettanto grave: diffondere quel filmato e rendere pubblico tale atteggiamento ne ha fatto ricadere le conseguenze sulla divisa che indossa.

Del tutto fuori luogo l’indignazione da parte di chi ritiene che sia stato commesso un torto o sia stata limitata la libertà di espressione di un poliziotto. Qui non è in discussione la libera opinione di un agente di Polizia, che ha e deve avere le sue idee, siano esse di carattere politico, sindacale o di altro tipo. E quelle idee deve avere il diritto di esprimerle. Il punto è che chi serve la Repubblica deve utilizzare una prudenza e una misura peculiari nel suo agire quotidiano, durante e al di fuori dell’orario di lavoro. Non casualmente, il codice di comportamento dei dipendenti pubblici del 2013 prevede che “nei rapporti con i destinatari dell’azione amministrativa, il dipendente assicura la piena parità di trattamento a parità di condizioni, astenendosi, altresì, da azioni […] che comportino discriminazioni basate su sesso, nazionalità, origine etnica, caratteristiche genetiche, lingua, religione o credo, convinzioni personali o politiche, appartenenza a una minoranza nazionale, disabilità, condizioni sociali o di salute, età e orientamento sessuale o su altri diversi fattori” mentre, nei rapporti privati, “non assume nessun altro comportamento che possa nuocere all’immagine dell’amministrazione” (disposizioni riprese anche dal Codice di comportamento dei dipendenti del ministero dell’interno del 2015).

Il poliziotto sospeso dal servizio è un razzista? Non lo so. Sappiamo che, malauguratamente, si è comportato come tale, magari in un momento di leggerezza. Tutti commettiamo errori almeno una volta nella vita ed egli avrà l’occasione di spiegare le proprie eventuali ragioni nel contraddittorio con la sua amministrazione. Tuttavia, se il Signor Rossi può esprimersi come vuole, anche grossolanamente, nei confronti di altre persone (rispondendone, eventualmente, nelle sedi opportune ove questo configuri un reato), questo non vale per chi, come recita la Costituzione, si vede affidate funzioni pubbliche, e ha “il dovere di adempierle con disciplina ed onore” (art. 54, Cost.). Un onere ulteriore a difesa della dignità dello Stato e della funzione che esercita. Ciò vale, a maggior ragione, per le forze dell’ordine, che rappresentano un pezzo fondamentale e indefettibile dello Stato democratico. Alle donne e agli uomini che vestono una divisa affidiamo la nostra sicurezza ed è loro dovuta la nostra stima e riconoscenza per il lavoro prezioso – pericoloso e non adeguatamente retribuito – che tutti i giorni compiono, assicurando il rispetto della legge per tutti coloro che si trovano sul suolo della Nazione, di qualsiasi colore, lingua o religione siano. Ecco perché viene loro richiesto, come e più di tutti coloro il cui stipendio è pagato dagli Italiani, un comportamento specchiato: essere, in soldoni, come la moglie di Cesare.

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Il sempreverde pot-pourri sulla dirigenza pubblica: adesso basta

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Fermi tutti: ci risiamo. Riecco i dati OCSE del rapporto “Government at a glance” dopo il terremoto del 2013, quando il Corriere titolava “P.A., dirigenti record. L’Ocse: pagati il triplo in più della media. Con 650mila dollari all’anno, i manager pubblici italiani guadagnano circa tre volte di più dei colleghi nel mondo”. Puntuale, l’organizzazione di Parigi sforna l’edizione 2017 del Rapporto e tocca stavolta a Repubblica strapparsi le vesti: “La resistenza dei dirigenti di Stato, sono i più pagati d’Occidente”, mentre Il Sole 24 Ore la tocca piano: “Pa, il compenso medio dei dirigenti è 350mila euro”. Insomma, un sempreverde. Il Rapporto è corposo ed esaustivo, e andrebbe letto a fondo da chiunque si occupi della cosa pubblica. Tuttavia, molto si potrebbe dire sulla corretta interpretazione di questi dati come, ad esempio, che i contributi sociali a carico del datore di lavoro sono di circa 13 punti più alti della media OCSE, o che le cifre sono espresse al “lordo Stato” e che riguardano 6 soli ministeri ed un pugno di persone su migliaia di dirigenti in servizio. Ma, aldilà della lettura dei dati, e per tacer del fatto che ormai anche i sassi sanno che il tetto vigente in Italia per le retribuzioni del settore pubblico è 240.000 euro (lordi annui), quel che ancora una volta colpisce è come viene data la notizia. Affermare che i dirigenti pubblici guadagnano in media 350.000 euro l’anno equivale a dire che il dirigente medio percepisce circa 30.000 euro al mese. Ci rendiamo conto della enormità di una corbelleria del genere? E delle conseguenze che sparare cifre simili comporta? E senza neppure porsi qualche domanda? Un normale dirigente di seconda fascia (il piccolo tiranno dei ragionieri Fantozzi e Filini, per intenderci) guadagna in media 3.000 euro al mese. Una cifra di tutto rispetto, non c’è dubbio, ma assolutamente parametrata alle mille responsabilità che si accompagnano alla direzione di un ufficio pubblico. Troppo? Quanto dovrebbe guadagnare un dirigente dello Stato? 2000 euro? 1000? O deve lavorare per la gloria imperitura?

La stantia polemica sulle retribuzioni, tuttavia, è poca cosa rispetto all’altro punto che nel pot-pourri del secondo quotidiano Italiano viene servito al lettore: la trasparenza. L’Autore dell’articolo concede che dal 2013 vige il principio della pubblicità dei compensi dei dirigenti pubblici (da assai prima, in realtà) ma versa una sdegnata lacrima nel constatare quel che è successo nel momento in cui si è deciso di estendere l’obbligo di trasparenza anche alle informazioni patrimoniali, quando “sono scoppiate improvvise allergie. Letteralmente incontenibili”. Insomma, sarebbe esplosa quella che Raffaele Cantone, nella sua recente audizione alla Camera, ha definito una “rivolta” di parte della dirigenza. Addirittura, prosegue l’estensore di questo cahier de doléances, qualche scriteriato ha osato fare ricorso, sostenendo che la pubblicazione dei dati sul patrimonio personale (casa, terreni, macchina e motorino, suoi e del coniuge) fosse un’indebita estensione di quanto richiesto alla politica, visto che il tecnico, oltre ad aver superato un concorso pubblico, è letteralmente inchiodato da un nugolo di forme diverse di responsabilità. Macché: “non bastasse, ecco un altro ricorso, stavolta del sindacato al quale si associano pure quattro burocrati, che contesta le linee guida emanate dall’ANAC”. Non sto a ripetere le considerazioni che su Linkiesta ho già espresso sulla vicenda della pubblicità dei dati patrimoniali: la considero una questione di mera propaganda. Tuttavia, onorandomi di essere uno di quegli scombiccherati “quattro burocrati”, appartenenti al sindacato UNADIS che ha ritenuto doveroso, utile e giusto promuovere quel ricorso, vorrei per una sola volta abbandonare quel pudore istituzionale che per noi rappresenta una fondamentale caratteristica e dire chiaro e forte che ne ho abbastanza.

Ne ho abbastanza di chi dileggia e taccia di furfantismo chi ha scelto di lavorare per la comunità e per lo Stato e fa del servizio pubblico la sua ragione professionale e di vita. Ne ho abbastanza di continuare a leggere articoli ed editoriali che insinuano, sviliscono, alludono. Che preferiscono soffiare sul fuoco per mero pregiudizio, perché sparare sui dirigenti pubblici è facile e redditizio in termini di like: siamo pochi e mal coesi, lavoriamo con la testa sulla scrivania senza alzare la voce, dato che per noi parlano gli atti. Ne ho abbastanza del fatto che, per certuni, persino il legittimo ricorso alla tutela giurisdizionale di propri interessi, in qualità di cittadini di questa Repubblica, è un atto di lesa maestà. Ne ho abbastanza di chi si riempie la bocca di merito, competenza e valutazione quando è parte integrante di un sistema che calpesta quegli stessi principi, sbandierati quando conviene e rinnegati quando serve. Di chi crede o fa credere che fare il guardone sulla casa di proprietà o l’automobile di quel tal dirigente sia la leva efficace contro la corruzione che appesta questo Paese, come se il burocrate malversatore non vedesse l’ora di convertire il gruzzolo guadagnato disonestamente in una Ferrari Testarossa e farla rombare sotto gli uffici dell’Agenzia delle Entrate. Ne ho abbastanza di chi pensa solo a tagliare retribuzioni e teste senza affrontare il vero nodo di una moderna organizzazione del lavoro, appiattito sul tornellismo mentre là fuori si corre e si fa innovazione. E dei leoni da tastiera, rosi dall’invidia sociale e chiusi nel loro gretto individualismo, che mal sopportano che si possa vincere un concorso pubblico e – udite, udite – avere un posto di lavoro a tempo indeterminato: per costoro è meglio, invece, che muoia Sansone con tutti i Filistei. Ne ho abbastanza del clima asfittico che si è contribuito a creare, per cui tutto quello che pubblico è brutto, sporco e cattivo, e per cui tutto è ridotto a moneta e a percentuali di PIL, considerando la persona poco più di un robottino da far muovere a comando. Ne ho abbastanza, infine, di tutti quelli che in un ufficio pubblico non hanno mai messo piede ma pontificano di massimi sistemi senza sapere un tubo di come funzionano – davvero – le cose.

Ho solo un messaggio per costoro: questo è il lavoro più bello del mondo, e me lo sono guadagnato con le mie forze. Ce lo siamo guadagnato con le nostre forze. C’è tanto da fare per rendere più efficiente la macchina pubblica e chi la fa funzionare: è un processo che non finirà mai, vale per la P.A. come per un’azienda. E lo sappiamo bene noi per primi: siamo servitori dello Stato, non facciamo rivolte né alziamo barricate. Ficcatevelo in testa una volte per tutte. E fatevi una vita.

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Patrimoni dei dirigenti pubblici: parla l’ANAC

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Si complicano i giochi per la pubblicazione dei dati patrimoniali dei dirigenti pubblici, che una recente norma, in ossequio ai principi del FOIA (il cosiddetto Freedom of Information Act, in materia di trasparenza), aveva reso obbligatoria, equiparando i grand commis ai politici. Dopo un ricorso al Tar da parte dei dirigenti del Garante della privacy, accolto con sospensiva, e quello di Unadis, il sindacato dei dirigenti pubblici, arriva la Delibera numero 382 del 12 aprile 2017 dell’ANAC. L’Autorità Nazionale Anticorruzione ha sospeso una sua precedente delibera sulla pubblicazione in attesa che la giustizia amministrativa definisca il giudizio nel merito o in attesa di un intervento legislativo chiarificatore da parte del Parlamento. Dopo il fuoco e fiamme di alcuni quotidiani sulla faccia di bronzo dei dirigenti, poco inclini a svelare le loro ricchezze e protettori di ladri e malviventi (ebbene sì, è stato detto anche questo), l’Autorità guidata da Raffaele Cantone, posta la necessità di evitare alle amministrazioni situazioni di incertezza sulla corretta applicazione delle norme, con conseguente significativo contenzioso, nonché disparità di trattamento fra dirigenti appartenenti ad amministrazioni diverse, ha messo un punto ed è andata a capo. Sia chiaro: l’ANAC non interviene sull’obbligo di legge circa la pubblicazione che, in quanto tale, va rispettato e può, ove ritenuto non conforme al quadro costituzionale, essere contestato nelle sedi giudiziarie. Si limita a fare un passo indietro circa le indicazioni operative in precedenza stabilite dato il quadro di incertezza generato da due giudizi in attesa di definizione davanti il giudice amministrativo.

Il punto del contendere è noto: un decreto del 2016, che sarebbe divenuto efficace proprio in questo periodo, stabiliva che venissero resi noti per i dirigenti pubblici, analogamente ai politici, i dati su proprietà immobiliari (case e terreni), beni mobili iscritti in pubblici registri (auto e moto), azioni e quote di partecipazioni a società, estendendo tale obbligo al coniuge e ai parenti entro il secondo grado. Insomma: obbligo di rendere pubblici con pubblicazione sui siti delle amministrazioni non solo i redditi, ma l’intero patrimonio del singolo dirigente e della sua famiglia. Un obbligo, è bene ricordarlo, già in vigore nei rapporti con le amministrazioni di appartenenza, che da anni detengono i dati in parola, disponibili per lo scrutinio delle competenti autorità in caso di bisogno. Non intendo ritornare sul fatto che in molti hanno baldanzosamente portato avanti una distorta concezione di trasparenza, che omaggia l’assunto che il burocrate sia potenzialmente corrotto e che spetti a lui dimostrare come ha avuto quella casa, quella macchina, quel terreno. Va detto, tuttavia, che la pronuncia dell’ANAC è importante perché segna il punto del funzionamento del sistema che, pur con tutti i nodi da risolvere in quanto a semplificazione e speditezza, non può e non deve conformarsi ai processi mediatici e alle condanne in rete. E funziona, aggiungo, a prescindere dalla rabbia dei cittadini, molto spesso più che comprensibile, che viene cavalcata ad arte e con pochi scrupoli da chi agita le acque seguendo le proprie personali agende. La pronuncia dell’Autorità Anticorruzione impone una pausa di riflessione: la cosa pubblica, a dispetto dei tanti Mr. Wolf nostrani, è complessa. A volte complicata, non c’è dubbio. Ma la sua gestione, così come la risoluzione delle controversie, richiedono passaggi codificati, senza crociate, social o meno. Si pronuncerà un giudice sul merito della questione, mentre saranno le amministrazioni a dover valutare come comportarsi nell’attesa del giudizio. O, come auspica l’ANAC, in attesa di un intervento legislativo che, magari, rimetta mano al peccato originale di aver voluto equiparare burocrazia e politica, assecondando la pancia in luogo della testa. Una riflessione di cui, ne sono certo, potranno trarre giovamento un po’ tutti, haters e crociati inclusi.

È lo Stato di Diritto, bellezza.

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L’agorà elettronica? Calma e gesso

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Ha fatto notizia l’annuncio dell’assessora alla Roma Semplice, Flavia Marzano, sulla rivoluzione digitale che il Movimento 5 Stelle intende promuovere nella Capitale. L’idea è introdurre petizioni popolari on line con la possibilità di illustrarle in aula, l’abolizione del quorum di partecipazione per i referendum comunali con il voto elettronico e l’introduzione del bilancio partecipativo. Attraverso una modifica dello Statuto di Roma Capitale si vuole passare, come è stato sostenuto nella conferenza stampa di qualche giorno fa, da Mafia Capitale alla capitale della democrazia diretta. Come ha dichiarato la Sindaca Raggi sul blog di Beppe Grillo “la democrazia rappresentativa si sta destrutturando e stanno emergendo nuove forme di partecipazione popolare dal basso in tutto il mondo, anche per la difesa dei servizi pubblici locali. Devono essere i cittadini e le comunità locali a governare le città attraverso internet, utilizzando l’intelligenza collettiva. Il web sta rivoluzionando i rapporti esistenti tra cittadini ed istituzioni rendendo attuabile la democrazia diretta, così come applicata ad Atene e nell’antica Grecia”. Le risposte non si sono fatte attendere e, aldilà delle critiche delle opposizioni, Sabino Cassese dalle colonne del Corriere della Sera ha bocciato senza appello la proposta ricordando come Norberto Bobbio sostenesse che il cittadino totale, chiamato a partecipare dalla mattina alla sera alle decisioni della comunità, è non meno minaccioso dello Stato totale. Aldilà delle polemiche e delle schermaglie politiche, tuttavia, la rilevanza del tema richiede di capire meglio come si articolino le proposte grilline.

Per quel che riguarda il bilancio partecipativo, nulla quaestio: la costruzione del bilancio con una consultazione dal basso, mettendo in grado i cittadini di interagire e dialogare con le scelte delle Amministrazioni per modificarle e orientarle, è un’esperienza consolidata in vari paesi, Italia inclusa, e negli stessi municipi romani non sono mancate in anni passate esperienza di questo tipo. Per quel che riguarda l’introduzione di petizioni popolari elettroniche (le petizioni presentate in forma cartacea sono già previste dall’articolo 8 dello Statuto), difficile intravedere obiezioni, anche se l’utilizzo delle tecnologie informatiche per facilitare la presentazione di petizioni da parte dei cittadini potrà rivelarsi di una qualche utilità solo a fronte della capacità (e volontà) delle forze politiche di valutarle e dar loro eventualmente un seguito. Sembrano invece di maggior interesse le proposte tese ad introdurre il voto elettronico (e-voting) per i referendum locali, che si intendono inoltre caratterizzare per la eliminazione del quorum. Una tale modifica potrebbe consentire a gruppi organizzati di cittadini, ancorché poco numerosi, di tentare di incidere sul quadro legislativo locale senza la tagliola del quorum e, conseguentemente, portare alla valutazione della comunità territoriale un ventaglio potenzialmente amplissimo di proposte. Da questo punto di vista la proposta appare certamente legata all’idea di maggior democrazia nei processi decisionali, facendo sì che – potenzialmente – un ampio numero di questioni venga portata al giudizio dei cittadini. Alcune indispensabili cautele, tuttavia, vanno adoperate. Intanto sul voto elettronico che, sebbene molto utile in alcuni casi (si pensi, ad esempio, alle persone impossibilitate a recarsi ai seggi per invalidità, disabilità o malattia), mal si attaglia al profilo del dovere civico che il voto porta con sé, e che richiede un impegno in prima persona da parte del cittadino, che deve recarsi alle urne per compiere la propria scelta democratica. In questo senso numerose sono le osservazioni formulate dalla Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa. Per quel che concerne il referendum senza quorum, inoltre, se permette il dispiegarsi di una serie di istanze dal basso, presenta allo stesso tempo il rischio – potenziale, ma concreto – di intasare uffici comunali e cittadinanza in una consultazione perenne sulle questioni più varie, le quali possono oggettivamente rivestire un interesse trascurabile per la collettività. Da questo punto di vista è bene ricordare che la democrazia rappresentativa, con tutti i suoi difetti, ha il pregio di consentire di delegare le decisioni attraverso il voto, lasciando ai cittadini lo svolgimento delle loro faccende quotidiane. Questo, naturalmente, presenta lo svantaggio di poter alimentare la costruzione di consistenti sacche di potere e di rendere difficoltoso l’esercizio della “sovranità popolare” fra una scadenza elettorale e l’altra.

È il problema delle società complesse, lontane anni luce dalla agorà ateniese, dove gli uomini liberi (e solo loro) si riunivano per prendere assieme le decisioni delle cosa pubblica. La nostra è una società della poliarchia, come ricordava Dahl, e richiede indubbiamente per il singolo un grande sforzo per incidere sulle decisioni che in suo nome vengono prese nelle assemblee rappresentative, con o senza l’ausilio e l’intermediazione di forme partito. Non serve, dunque, dismettere con una semplice scrollata di spalle la proposta grillina che, in ogni caso, risponde ad un’esigenza concreta e su cui è opportuno si apra una discussione seria. Purché si ricordi sempre che in una società in cui il voto si eserciti con un click si realizzerebbe il più totalitario dei regimi, in cui varrebbe tutto ed il contrario di tutto, in un vortice decisionale (meglio, decisionista) che costituirebbe l’esatto opposto della democrazia, che, in ultima analisi, richiede ponderazione e tempi adeguati. Web o non web.

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Il burocrate, Mazzarino d’Italia

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In un recente articolo sul Corriere della Sera Angelo Panebianco ha recensito il volume “I Signori del tempo perso”, di Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri, i quali indagano sulle cause delle inefficienze burocratiche in Italia e sui possibili rimedi. In attesa di leggere il libro, che si annuncia di sicuro interesse, rilevano le riflessioni di Panebianco sul quadro della macchina dello Stato. Egli è uomo di rara cultura ed esperienza, con una produzione accademica sterminata, e le sue osservazioni non vanno prese sottogamba. Tuttavia, a me pare che si muova, pur nella necessaria sintesi giornalistica, con assunti che molto sanno di dogmatico. Inutile negare le tante patologie della nostra burocrazia: a testimoniare i problemi seri che affliggono le nostre amministrazioni basterebbero i continui scandali dei furbetti del cartellino, sintomo di un profondo corto circuito burocratico. Non sono però d’accordo con Panebianco quando, ad esempio, dipinge una politica debole nelle mani della burocrazia che fa e disfa: è certamente vero che la politica, per note ragioni storico-politiche, attraversa oggi una crisi che pare inarrestabile, ma sembra un azzardo descriverla come inerme preda dei satrapi statali, moderni Mazzarino. Sembra invece evidente che molta politica – mai generalizzare – abbia a cuore quasi esclusivamente il proprio particulare utilizzando in maniera assai spregiudicata le amministrazioni pubbliche, lì trovando spesso, purtroppo, chi è più che disposto ad accompagnarsi amorevolmente con essa. Un altro aspetto che mi vede in disaccordo con l’analisi di Panebianco è quello circa il fallimento della riforma Madia sulla dirigenza pubblica, che si dice essere stata “fermata da un fuoco di sbarramento che ha coinvolto i potentissimi Capi di Gabinetto, i veri reggitori dello Stato, molto più importanti dei ministri”. Osservo, sul punto, che la riforma è stata bloccata dalla Corte Costituzionale per aspetti apparentemente formali ma di sostanza, dopo che il Consiglio di Stato, pur dando luce verde, aveva messo in fila un impressionante numero di critiche. E aggiungo che se è vero che la dirigenza si è mobilitata contro gli aspetti più critici della riforma, i capi di gabinetto non sono dirigenti pubblici, ma fiduciari dei ministri, da questi cercati e corteggiati, in gran parte provenienti dalle magistrature amministrative e, più recentemente, dalle tecnocrazie delle aule parlamentari. Aldilà di tali obiezioni, non posso non contestare l’assertività di affermazioni quali “il paese è finito in mano a una burocrazia al tempo stesso irriformabile e inefficiente” o che burocrati e giudici continuano, “impuniti, impunibili, inattaccabili, a mal amministrare come sempre hanno fatto”. Si tratta di assunti di fede che i tanti impiegati, funzionari e dirigenti pubblici che fanno il proprio dovere in condizioni spesso complicate hanno il dovere di rimandare al mittente. Ci ridurremmo, altrimenti, agli strali da bar dello sport, accanto ai professori universitari tutti baroni, agli imprenditori tutti corrotti e ai giornalisti tutti prezzolati. Serve una riforma? Sì, serve disperatamente, e molte parti della Madia erano certamente utili. E serve, come osserva l’Autore dell’articolo, ricordando quanto illustrato da Giavazzi e Barbieri, per combattere la corruzione, ridurre l’ipertrofia della regolazione burocratica e, in ultima analisi, rendere migliore la vita dei cittadini. Serve, allo stesso modo, una politica che, interpretando le esigenze degli Italiani, metta mano con giudizio nelle piaghe degli uffici pubblici Italiani, ricordando sempre che i pubblici dipendenti sono al servizio della Nazione, innanzitutto. Il Professor Panebianco sa bene che la burocrazia è necessaria, nello Stato come nelle organizzazioni private. Si tratta, naturalmente, di renderla un ausilio all’organizzazione e ai suoi utenti piuttosto che un ostacolo, e non c’è dubbio che fette di Stato percepiscano la loro esistenza come diritto che prevale sui servizi da erogare alla collettività. Sparare a palle incatenate contro la PA eccita, si sa. Ma serve a poco. E ha stancato, francamente. Lo Stato è roba di noi cittadini, in fondo. Non facciamo i Tafazzi.

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Cristian Movio, Luca Scatà e le idee della Repubblica italiana

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Secondo il Bild – notizia riportata in Italia dal Corriere della Sera – i due agenti della Polizia di Stato che hanno fermato e ucciso Anis Amri, il terrorista assassino che a Berlino aveva ammazzato dodici persone, non meritano di ricevere l’onorificenza che il Governo Tedesco sembra avesse in animo di conferire loro. Il motivo? Le opinioni che i due avrebbero espresso sui loro profili social, che vanno dall’esaltazione di Mussolini a commenti razzisti contro gli immigrati. In soldoni, apologia di fascismo, cosa su cui i Tedeschi non fanno sconti. Ove queste notizie corrispondessero al vero, roba difficile da digerire. Imbarazzante, certamente. Se così fosse, dovremmo tutti porci qualche domanda. Cominciando dal chiederci, in primo luogo, se sia ammissibile e tollerabile che le pagine dei social media siano inondate da deliri fascisti e razzisti, lanciati e rilanciati quasi con noncuranza. Qualcosa si sta muovendo per arginare il fenomeno, ma ancora troppo poco, evidentemente. Se una società sana non può che rifiutare derive di questo tipo, diventa ancor più grave che dei servitori dello Stato, per di più appartenenti alle forze dell’ordine, possano esprimere in libertà certe opinioni senza conseguenze. Sia chiaro: Cristian Movio e Luca Scatà devono ricevere sempre e comunque la gratitudine dei loro concittadini, per aver compiuto il loro dovere a rischio della vita. Ed hanno il diritto, come tutti gli Italiani, a dar voce in piena libertà alle loro opinioni, tutelate dall’articolo 21 della nostra Costituzione. Può, però, un civil servant, impegnato nella difesa delle Istituzioni democratiche, sostenere idee che sono in aperto contrasto con la Carta fondamentale del Paese? La risposta, evidentemente, è no. Par di capire che i profili dei due ragazzi siano stati oscurati e non siano più consultabili: la tutela della loro sicurezza personale assume, ovviamente, carattere imperativo. Occorre, tuttavia, fare uno sforzo ed astrarsi dal caso specifico che riguarda Cristian e Luca e porsi seriamente il problema della fibra democratica di chi ha la funzione fondamentale di tutelare l’ordine pubblico e la sicurezza dello Stato. Mai generalizzare, certamente. Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e tutte le donne e gli uomini che hanno il compito di difendere le Istituzioni sono una ricchezza di questo Paese: basti citare gli sforzi compiuti in ogni occasione, dalla lotta al terrorismo, al contrasto alle mafie, all’aiuto nelle situazioni di disastro ed emergenza. C’è da essere orgogliosi delle nostre divise. Per indossarle, però, occorre sposare fedelmente la Repubblica. Non contano le idee politiche, tutte legittime se di casa nell’alveo del dibattito democratico. Pulsioni antisistema, tuttavia, che inneggino a ideologie totalitarie o alla supremazia razziale vanno non solo condannate, ma isolate ed espulse. A tutela delle stesse forze di sicurezza e, dunque, del Paese. Su certe cose la Germania non scherza. Dovremmo far sul serio anche noi.

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Quei cani di statali

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Quando sembra si sia toccato il fondo del barile, c’è sempre spazio per un lampo di genio. E si comincia a scavare. È il caso della trovata di Alberto Forchielli, noto imprenditore ed esperto di economia e di affari internazionali, spesso ospite di trasmissioni radiofoniche e televisive. Nella puntata di “24 mattino” del 7 febbraio, seguitissimo appuntamento mattutino di Radio 24 condotto da Alessandro Milan, ha proposto la sua personalissima ricetta contro l’assenteismo degli statali: “Ho io la soluzione contro l’assenteismo. Gli statali andrebbero microchippati come i cani“. Nulla di nuovo sotto il sole, potrebbe sembrare. Basta farsi un giro in tv o sui social media per vedere quale sia da tempo il clima ed il comune sentire contro i dipendenti pubblici. Non sono critiche che piovono dal cielo, beninteso, ma reazioni di pancia alle storture che le nostre pubbliche amministrazioni presentano, al pari di tutte le burocrazie pubbliche del pianeta. Inutile, purtroppo, attendersi un ragionamento di sistema: il randello, per di più brandito da coloro che potremmo definire degli influencer, solletica i più. Non val la pena, per non imbarcarsi in un reciproco annoiarsi, rientrare per l’ennesima volta nel merito di come possano o meno presentarsi e interpretare i dati sulle assenze o nella inutile dicotomia pubblico/privato. E neppure osservare – mestamente – che la diffusa frustrazione dei leoni da tastiera porta al paradosso che la massima felicità corrisponda al fatto che tutti i lavoratori debbano star peggio: il dipendente pubblico è naturalmente, per definizione, un privilegiato. Ora, se il punto è dare un taglio all’odioso fenomeno dei rubagalline che timbrano e vanno al bar, basta mettere dei tornelli in luogo delle macchinette a muro: i furbetti spariranno. Problema risolto. Altra questione è far sì che il dipendente presente alla scrivania lavori. Come? Qualcuno, grazie alla epocale riforma di turno, se ne occuperà. Se si sostiene, invece, che gli assenteisti truffatori sono tanto più insopportabili perché pagati con denaro pubblico, si deve concordare al 100% ed aggiungere che vanno mandati a casa senza perder tempo. Senza illudersi, però, che tagliando teste aumenterà magicamente l’efficienza della macchina pubblica. Aldilà delle solite, noiosissime questioni, il punto che più dovrebbe interessare, tuttavia, è che non si trovi preoccupante l’avvenuto sdoganamento di certi linguaggi verso una parte di cittadine e cittadini Italiani che, nella stragrande maggioranza, fanno il loro lavoro con coscienza, né più né meno degli altri Italiani dipendenti privati che lavorano nelle banche, nelle compagnie telefoniche, nei diversi settori dell’industria. Far passare senza ribattere che ai lavoratori pubblici vada impiantato un microchip, come ad un cane, non può essere visto solo come una – grottesca – provocazione. Dileggiare e, soprattutto, disumanizzare le persone, ridotte al rango di animali, insinuando che una intera categoria sia, per il sol fatto di operare nel pubblico, colpevole è un approccio degno del miglior regime orwelliano. Siamo, si direbbe, in piena post-verità. La vicenda, anzi, al pari delle tante altre che costellano il dibattito pubblico ed in rete su questi temi, ricade appieno nella categoria ormai nota dell’hate speech, delle affermazioni che, implicitamente o esplicitamente, incitano all’odio. Il famoso “popolo della rete” ama far polpette di chiunque, e gli “statali“ (ma chi sono, poi, questi statali?) sono un boccone ghiotto. Va pretesa, però, la dovuta responsabilità da parte di chi abbia l’opportunità ed il privilegio di rivolgersi al grande pubblico. Altrimenti è un tutti contro tutti che mina alle basi il tessuto civile del Paese: burocrati lassisti contro politici ladri, contro giornalisti venduti, contro imprenditori che lavorano col nero. Ecco, giocare al massacro fa indignare, anche se non sembra più di moda. A volte, tuttavia, ci si riesce ancora. Ci si deve riuscire.

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Aggiornamento dell’8 febbraio: dopo la pubblicazione del post, caso vuole che su “Il Messaggero” appaia un articolo che apre come segue: “In Belgio l’era dei furbetti da cartellino si avvia al tramonto. Otto dipendenti di una società hanno accettato di farsi impiantare un chip elettronico: ha le dimensioni di un chicco di riso e alloggia comodamente nella mano. I nuovi minotauri aziendali, metà uomo e metà badge, adesso posso “timbrare” e accedere ai loro computer senza l’ausilio di tessere o pennette“. Caro Big Brother, benvenuto.

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Quella pacchia infinita dei dirigenti pubblici

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L’ennesimo cannoneggiamento agostano sui dirigenti pubblici segna, per i lettori più attenti dei quotidiani, uno spartiacque in quella che il Corsera, che ospita l’intervento, in home page definisce “guerra di trincea”. Marca, in altri termini, il progressivo abbandono di ogni remora e spirito critico sulla questione, nell’imminenza dell’emanazione del prossimo decreto Madia sulla dirigenza. Intendiamoci, Sergio Rizzo, autore dell’articolo, è uno che legge, studia e coi numeri ci sa fare: fa il suo mestiere di watchdog dell’informazione, indispensabile nelle nostre società complesse dove la stampa ha il dovere di fare le pulci a chiunque. Nel farle ai dirigenti pubblici, tuttavia, molto giornalismo prende troppo spesso clamorose cantonate e sembra distinguersi per una furia iconoclasta che poco ha a che vedere con la ricerca della verità.

Due aspetti devono destare, a mio modo di vedere, preoccupazione per come viene affrontata, su buona parte dei media, la questione relativa alla riforma della pubblica amministrazione e, in particolare, della dirigenza pubblica. Il primo è la magnifica ossessione con cui si dipinge a tinte fosche la nostra macchina pubblica e le malefatte dei dirigenti, neanche venissero spiati minuto per minuto come nel bellissimo film ambientato nella Germania dell’Est “Le vite degli altri”. Non un dubbio o un’incertezza circa i responsabili di un sistema che, si dà per scontato, non funziona: siamo alla categoria del nemico oggettivo. ben delineato da Hannah Arendt nel 1948. Basta prendere ad esempio la Presidenza del Consiglio dei Ministri, dove, secondo l’articolo, “per i dirigenti pubblici, è la vera pacchia. La pacchia delle porte girevoli, dietro il paravento dell’indipendenza dalla politica. La pacchia di stipendi super, frutto di valutazioni super per tutti”. Tutti. Insomma nessuno si salva. E dire che sulla Presidenza del Consiglio molto ci sarebbe da raccontare, a partire dall’ipertrofia degli ultimi venti anni, voluta fortissimamente da una politica che ne ha ampliato a dismisura compiti e funzioni, in ciò affatto contrastata dalla dirigenza. Il peccato originale, tuttavia, pesa sulle spalle dei dirigenti pubblici: tutti i dirigenti, inclusi, manco a dirlo, quelli del Ministero dell’Economia. Il bello è che per arrivare a far mazzo di questa ghenga di profittatori del bene pubblico, si fanno, finalmente, dei nomi. Ben cinque nomi su novecentoquarantasei (conti riportati nell’articolo). Ebbene, fra quei cinque spunta chi dirigente di ruolo non è mai stato, trattandosi, invece, di personale chiamato dalla politica con incarichi fiduciari. Ops!

Riemerge, dunque, l’altro tema relativo al rapporto politica-amministrazione. Il rischio che molti, sindacati e associazioni di dirigenti, hanno cercato di portare all’attenzione della pubblica opinione è che si arrivi ad una vera e propria precarizzazione della dirigenza, rendendola di fatto soggetta alla politica. Riporta l’articolo che “gli oppositori […] paventano rischi di incostituzionalità: l’articolo 97 della Costituzione non stabilisce forse l’imparzialità dell’amministrazione? E insistono che con il ruolo unico da cui pescheranno i ministri il dirigente finirà assoggettato alla politica”. No, non c’entra nulla il ruolo unico, voluto dagli stessi dirigenti da sempre. Il punto – repetita iuvant – è che da questo enorme calderone dei dirigenti della Repubblica si viene espulsi (rectius, licenziati) solo perché un incarico non viene dato.A discrezione. E non basta. Se un pericolo del genere esiste, concede l’articolo, nessun problema: “come se non fosse mai esistito il rischio di una commistione fra politica e amministrazione”. Insomma, muoia Sansone con tutti i Filistei sembra lo slogan, e chi se ne importa della Costituzione. Delle due l’una, tuttavia: o la dirigenza deve essere autonoma (non indipendente) dalla politica, e allora si lavori per ricostruire la trama dei rapporti che deve essere alla base del corretto funzionamento della macchina; o si vuole una dirigenza fedele esecutrice della politica, ed allora ci si risparmi lo strazio e si applichi ad ogni dirigente un bottoncino rosso sulla schiena: si pigi “enter” e via.

Il pressoché totale sprofondamento di ogni ragionamento critico, di voglia di discutere seriamente sui temi, senza disconoscere le tante, troppe crepe che attraversano la nostra macchina pubblica, è sconfortante. La riforma in corso ha molti aspetti di indubbia utilità, talaltri poco convincenti e alcuni, infine, di criticità fortissima. Coloro che hanno a cuore un’Amministrazione Pubblica di servizio, che sia parte delle forze vive di questo Paese, continueranno a dire la propria opinione, senza “soffiare sul fuoco”, ma tentando in ogni di tenere accesa la speranza di un pubblico dibattere su questioni che interessano tutti noi. Magari proprio contro chi, stavolta sul serio, si esercita a “soffiare sul fuoco” della tenuta del Paese. E buon Ferragosto a tutti.

Pubblicato su Linkiesta

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