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Meno e meglio: partiamo dal nuovo Governo

Nuovo giro, nuova corsa. Archiviata l’esperienza del Governo di Enrico Letta, si veleggia verso un assai probabile incarico a Matteo Renzi che, come sembra capire dai giornali, baserà la sua azione su alcuni punti fondamentali: riforma elettorale e istituzionale, scossa all’economia e sburocratizzazione. Con una particolare attenzione a quest’ultimo punto (che investe anche, ma non solo, una corretta ed efficace gestione del processo di revisione della spesa), e tralasciando il solito inevitabile esercizio del totoministri, (ri)avanzo una proposta sull’approccio da tenere sulla costruzione del nuovo Gabinetto, che miri ad una auspicata riduzione del numero delle poltrone e delle strutture amministrative. E, poiché il pesce puzza dalla testa, partirei dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, la cui missione dovrebbe essere quella supportare il Premier all’esercizio dell’attività di direzione della politica generale del Governo. A fronte, invece, di una struttura snella e orientata alla operatività, l’alberello della Presidenza è andato via via costruendo rami sempre più robusti, sviluppando, come per partenogenesi, dipartimenti ed uffici che molto poco hanno a che spartire con la missione propria della struttura. Un esempio? Serve un Dipartimento (e un Ministro) per le Politiche Europee ed una struttura di missione per la risoluzione delle procedure di infrazione Ue a fronte di un Ministero degli Affari Esteri in cui è presente una Direzione Generale per l’Unione Europea?

In questo quadro, il tema delle politiche sociali rappresenta la ghiotta occasione di portare a casa, con un colpo solo, la riduzione delle strutture (leggasi poltrone e costi) e un segnale forte al Paese a favore della unitarietà ed efficacia delle politiche a favore delle persone in maggiore difficoltà. Dal 2001, a fronte del varo del nuovo Ministero del Welfare, le politiche sociali sono state oggetto di particolari attenzioni da parte di tutti i governi: se dal 1987, con il primo Governo Goria, erano sostanzialmente riunite nell’alveo dell’allora Dipartimento Affari Sociali della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal secondo Governo Berlusconi in poi si è assistito ad una moltiplicazione di uffici, spesso sulla base di trasferimenti di competenze allora proprie del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che ben poco avevano a che fare con razionali disegni di razionalizzazione della materia. E, seppure un processo di asciugatura burocratico-organizzativa c’è effettivamente stato nei Governi Monti e Letta, ad oggi ancora abbiamo Dipartimenti per le politiche della famiglia, per le pari opportunità, per l’integrazione, per i giovani e il servizio civile nazionale, per lo sport (assieme ad affari regionali e autonomie), oltre a Direzioni generali del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali in materia di terzo settore, immigrazione, inclusione sociale. Abbiamo, inoltre, un Dipartimento per le economie territoriali ed uno per gli affari regionali. E allora perché non individuare un’unica struttura con un unico Ministro che riporti ad unitarietà tutti i rivoli del sociale oggi dispersi?

La forma a volte è anche sostanza, ed i simboli in politica hanno la loro importanza. Un ministero per le politiche sociali rappresenterebbe, credo, un doppio messaggio: una risposta visibile ai bisogni sociali che abbia come missione fondamentale una politica di riduzione della forbice delle differenze, ed una risposta all’esigenza di contenimento dei costi. Se da tutti è avvertita l’urgenza di una risposta politica forte per contrastare l’emergenza sociale che attraversa larghi strati della società italiana, uno dei prerequisiti va individuato nella (re)istituzione di un’unica struttura, affidata ad un Ministro con portafoglio, che riunisca finalmente tutti i diversi filoni del sociale, mettendo compiutamente a fattor comune tutte le aree delle politiche sociali. Una struttura unica e un unico vertice politico a fronte di una pletora di gabinetti, segreterie, addetti stampa, grands commis. Riorganizzando competenze in modo sistematico e ricomprendendo i diversi segmenti del sociale, si esalterebbe il ruolo di coordinamento ed impulso proprio delle amministrazioni centrali nel nuovo quadro costituzionale di larga deconcentrazione, contribuendo a processi decisionali più corti e meno defatiganti e, soprattutto, a riguadagnare coerenza e senso nei processi a favore dei cittadini. Proviamoci.

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Quer pasticciaccio brutto de Via Ciro er Granne

La vicenda che ha investito l’oramai ex Presidente dell’INPS, Antonio Mastrapasqua, si è conclusa con le dimissioni di quest’ultimo nelle mani del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali. Dopo le notizie sulle presunte irregolarità nella gestione contabile dell’Ospedale Israelitico di Roma, di cui Mastrapasqua è Direttore Generale, è montata sui media e nella pubblica opinione una campagna che ha portato ad una resa senza condizioni di fronte al gelido aut aut del Presidente del Consiglio. La questione, peraltro, non era affatto nuova e si era presentata, nei medesimi termini di opportunità relativamente alla possibilità per un manager di Stato di detenere plurime cariche, ai tempi del Governo Monti. Risolta la grana, si legge sui giornali che si apre il totonomine per la successione all’Istituto, per la quale già cominciano a circolare alcuni nomi illustri. Ecco, se davvero questo fosse lo scenario confermato nelle prossime ore, verrebbe da dire che la politica è preda di un irrefrenabile impulso all’autodistruzione, di una coazione a ripetere quegli stessi atti che, passo dopo passo, hanno inesorabilmente portato a quello che qualcuno, con grande spirito di osservazione, ha definito lo squadrismo inconsapevole all’interno delle Istituzioni.

Con molta franchezza: ma davvero vogliamo credere che Antonio Mastrapasqua – al netto di ogni addebito penale per il quale è da presumersi innocente – sia quel Mazzarino che, tramando ed imbischerando, è riuscito con astuzie e sotterfugi a sistemarsi su seggiole decisive della galassia pubblica? Davvero vogliamo credere che la politica che conta sia stata fatta fessa dall’ennesimo mandarino che amministra e amminestra? O, più semplicemente, Mastrapasqua è parte integrante di un sistema connettivo politico-burocratico nel quale vigono regole non scritte ma religiosamente osservate da tutti i membri di quell’esclusivo club? Occorre, in altri termini, disfarsi di quel velo di ipocrisia che ha ammantato tutta la vicenda e non prendersi in giro: il “caso Mastrapasqua” è, in realtà, di una normalità sin troppo banale e rappresenta emblematicamente uno dei (tanti) motivi che hanno portato negli ultimi decenni all’allontanamento di tanta parte dei cittadini dalla partecipazione alla cosa pubblica, allo strapotere dei partiti nel gestire impropriamente le leve dell’amministrazione pubblica e, in ultima analisi, all’affollarsi di quella platea urlante e scalciante che oggi sale sui banchi del Governo e vomita oscenità sul Presidente della Camera dei deputati e su alcune parlamentari della Repubblica.

Sarebbe pericolosamente ipocrita non dire chiaramente che sono proprio quei meccanismi che governano larga parte del sistema delle nomine pubbliche (e soprattutto di quel che ne consegue, beninteso), e che hanno portato a situazioni indifendibili come quella che ha visto protagonista l’ex Presidente dell’INPS, ad attizzare senza sosta il fuoco del malcontento e della sfiducia da parte di fette importanti dell’opinione pubblica. Il “fenomeno” Grillo, per capirci, non nasce perché quasi nove milioni di cittadini italiani decidono dalla sera alla mattina di mandare #tuttiacasa: nasce perché, complice il peggioramento verticale delle condizioni sociali, un argine è stato sfondato nella indifferenza di tanta, troppa politica.

Sia chiaro: condanno senza attenuanti la deriva a mio giudizio molto pericolosa che la protesta dei sostenitori e degli eletti 5 stelle sta prendendo. Ma la risposta non può solo essere la pur necessaria condanna. La risposta che va data a chi non si sente rappresentato e tutelato è quella di un cambio di marcia, di stile. Reale. Ecco perché, nella vicenda Mastrapasqua, non vorrei sentir parlare di totonomine. Vorrei, invece, sentir parlare di ricerca della persona più competente a gestire un ente pubblico fondamentale per la tenuta sociale del Paese. Vorrei sentire parlare di bandi aperti, pubblici e trasparenti, pubblicati sui quotidiani, che facciano di tutto per garantire l’indipendenza di chi siederà sulla poltrona dell’INPS, un impegno che va seguito a tempo pieno. E lo vorrei per tutte le cariche pubbliche del sistema di enti le cui nomine spettano allo Stato. Una sola cosa e farla bene: è buon senso prima che criterio di governo della cosa pubblica.

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Consiglio d’Europa, disabilità e crisi economica

Durante la mia tre giorni di lavoro all’interno del Gruppo di Esperti sui diritti delle persone con disabilità presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo ho avuto il piacere di essere intervistato dalla sezione multimedia del Consiglio. Nel podcast si parla del Piano d’Azione sulla disabilità del Consiglio d’Europa, della crisi economica e delle politiche e azioni da svolgere a favore delle persone con disabilità. Tutto in perfetto inglese euroburocratico.

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Meno e meglio: le politiche sociali, ad esempio

Un Governo ci sarà: questa è una delle poche certezze su cui è possibile contare in questa fase convulsa che qualcuno individua come inizio della terza Repubblica. Un Governo c’è sempre, sia esso di legislatura, balneare, traghettatore, del Presidente, di minoranza, di scopo, sfiduciato, dimissionario. E qualsiasi Governo avrà delle cose da fare, in ogni caso. E, poiché sono testardo, ritiro fuori una modesta proposta (si dice così, di solito) che è semplice da attuare, con una qualche razionalità burocratico-organizzativa e che comporta pure qualche risparmiuccio, così da assecondare l’onda lunga del taglia-taglia.

Parto da una premessa quasi banale: una delle sfide più importanti che questa (o la prossima) Legislatura si troverà ad affrontare è senza dubbio la necessità di contrastare gli effetti della crisi economica che ha colpito in primo luogo le famiglie e gli individui che si trovano in condizione di disagio o fragilità: donne e giovani, disoccupati, persone con disabilità e non autosufficienti. Aldilà di disegni di sistema più complessi, è noto che negli ultimi anni è avvenuto un progressivo depauperamento delle risorse destinate alle politiche sociali (qualche segnale di inversione di rotta va registrato per il 2013 per quel che riguarda il Fondo Nazionale Politiche Sociali ed il Fondo per le non autosufficienze), mentre occorre considerate con grande attenzione le conseguenze derivanti dalla introduzione dei principi di federalismo fiscale sulla gestione dei flussi provenienti dal centro. Accanto a questo elemento finanziario, naturalmente tutto politico, non va dimenticato che per affrontare in modo coerente il tema delle politiche sociali rileva un serio problema di dispersione di competenze e funzioni fra corpi amministrativi diversi, che non può non incidere negativamente sul complessivo governo del sistema e la qualità, la coerenza e l’efficacia delle politiche. Manca insomma, a mio modo di vedere, una regia comune, forte, efficace.

Dal 2001, a fronte del varo del nuovo Ministero del Welfare (lavoro, salute, politiche sociali) prevista dal d.lgs. 300 del 1999, le politiche sociali sono state oggetto di particolari ed amorevoli attenzioni da parte dei governi che si sono succeduti. Se sin dal 1987, con il primo Governo Goria, esse erano sostanzialmente riunite nell’alveo dell’allora Dipartimento Affari Sociali della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal secondo Governo Berlusconi in poi si è assistito ad una moltiplicazione di uffici, spesso sulla base di trasferimenti di competenze allora proprie del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che ben poco avevano a che fare con illuminati disegni di razionalizzazione della materia. Ecco, dunque, la nascita dei Dipartimenti presso la Presidenza del Consiglio in materia di Politiche Antidroga, Politiche Giovanili, Politiche per la Famiglia, Attività Sportive, accanto al permanere del Dipartimento per le Pari Opportunità e dell’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile, nonché di alcune direzioni generali all’interno del Ministero del Welfare. Un vero e proprio “boom amministrativo”, sopravvissuto anche alla istituzione del Ministero della Solidarietà Sociale durante il secondo Governo Prodi, successivamente “rimpacchettato” nella XVI legislatura nel ricostituito Ministero del lavoro e delle politiche sociali. È stato, infine, il Governo Monti a procedere ad un qualche significativo accorpamento, prevedendo che le funzioni in materia di politiche sociali fossero sostanzialmente suddivise fra tre ministri (Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione; Ministro del lavoro e politiche sociali con delega alle pari opportunità; Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport) e sei diverse strutture dipartimentali/ministeriali. Un’asciugatura necessaria, ma non sufficiente.

Se la strada è oggi quella di una risposta politica forte per contrastare efficacemente l’emergenza sociale che attraversa larghi strati della società italiana, uno dei prerequisiti va individuato nella (re)istituzione di un’unica struttura, affidata ad un Ministro con portafoglio, che riunisca finalmente tutti i diversi filoni del sociale, mettendo compiutamente a fattor comune tutte le aree delle politiche sociali come le pari opportunità, l’associazionismo e il volontariato, la lotta alla tossicodipendenza, l’immigrazione, le politiche giovanili e familiari, e così via. Una struttura unica e un unico vertice politico a fronte di una pletora di gabinetti, segreterie, addetti stampa, grands commis. Riorganizzando competenze in modo sistematico e ricomprendendo i diversi segmenti del sociale, si esalterebbe il ruolo di coordinamento ed impulso proprio delle amministrazioni centrali nel nuovo quadro costituzionale di larga deconcentrazione, contribuendo a processi decisionali più corti e meno defatiganti e, soprattutto, a riguadagnare coerenza e senso nei processi. Ed anzi, una scelta – anche questa, tutta politica – di (ri)dar vita un unico Dipartimento presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, improntato a criteri di agilità e intersettorialità, risponderebbe alla duplice esigenza di restituire alla Presidenza quel carattere di supporto alla attività di direzione della politica generale del Governo da parte del Presidente del Consiglio, troppo spesso appesantita da funzioni assai poco congruenti con tale visione e, al contempo, di dar corpo all’indispensabile ruolo di equilibrio e coordinamento che la Presidenza può autorevolmente esercitare non solo nei confronti delle amministrazioni nazionali ma, alla luce della riforma del Titolo V della Costituzione, delle regioni. Ad un patto, però: che questo disegno si accompagni al più ampio ripensamento della Presidenza del Consiglio che, da feudo dorato cresciuto a dismisura nell’ultimo ventennio, ritorni ad essere un nucleo compatto e snello con funzioni e competenze di supporto al Premier. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

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La puttana

Non sono fra quelli che danno addosso alla Sanità italiana che, con tutti i suoi difetti, garantisce ancora un servizio di livello a tutte le cittadine e a tutti i cittadini. E questo anche grazie all’impegno di medici e infermieri, che lavorano spesso in situazioni difficilissime. Ed è esattamente il motivo per il quale di fronte a quanto è accaduto e soprattutto di fronte a queste parole inumane la reazione dello Stato deve essere veloce e senza tentennamenti: “Quella puttana non si è voluta riprendere e noi lo abbiamo preso in culo”. Ecco, la puttana in questione era Antonia, una neonata appena deceduta dopo il parto, e chi lo stava prendendo in quel posto erano i medici che tentavano di “apparare” le cartelle mediche.

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Zona rossa di vergogna

Il Comune di Roma ha organizzato una due giorni di dibattito e riflessione sul tema welfare e famiglia: interventi, discussioni, folla per parlare dei problemi del fare comunità. Mi sapeva tanto di passerella, ma ogni momento di confronto in questa fase della vita del Paese è bene accetta. C’è anche chi protesta, e pure animatamente: è un loro diritto. Poi qualche decerebrato esplode dei fumogeni e tira uova: non so quanti fossero, ma sembra un gruppo isolato. Premesso che la violenza, anche espressa con lanci di uova, è sempre e comunque condannabile e non appartiene alla cultura di chi sta sui territori a lavorare con i più deboli e discriminati, leggo di centinaia di agenti in assetto antisommossa con scudi e manganelli che hanno bloccato l’accesso a viale Manzoni, dove si trova l’Antonianum, sede del convegno. L’intera zona tra il Colosseo e via Emanuele Filiberto a Roma praticamente bloccata e trasformata in zona rossa. Tutto il mio rispetto per le forze dell’ordine, senza discussione. Ma  mi chiedo: in un momento in cui l’Italia vive un momento di crisi e tensione sociale fortissima, è davvero necessario militarizzare questo tipo di situazioni? Non servirebbe prima di tutto un profondo respiro da parte di tutti coloro che hanno responsabilità di governo a tutti i livelli per far pausa e magari evitare di lanciare messaggi che spaventano, disorientano e aumentano il senso di impotenza che sta impadronendosi di una larga fetta di Italiani? E che poi si arrivi a trarre in arresto chi nel sociale opera da anni con l’accusa di essere armato di una fionda (!) è un qualcosa che non solo fa restare a bocca aperta ma che ben segnala i rischi che stiamo correndo. Claudio Tosi, il “violento” Claudio Tosi, io lo conosco e ho avuto modo di apprezzarne la serietà quando ho coordinato l’ufficio che al Ministero del Welfare si occupa di volontariato: la sua immediata assoluzione perché il fatto non sussiste non mi sorprende affatto. Adesso al “violento” Tosi due scusarelle gliele vogliamo fare? Portebbe essere un primo passo per riprendere il cammino della normalità.

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Di vittime, di magliette e di sinapsi non funzionanti

Beh, a me Twitter ha catturato: dove Facebook ha fallito, il cinguettare mi ha conquistato. E quei pochi caratteri, che molti hanno criticato, riescono talvolta a stimolare piccoli sprazzi di grande ironia e profondità, che la sintesi impreziosisce. Talvolta no. E’ il caso, a mio avviso, di un messaggio lanciato stamane su Twitter da Luca Telese, bravo giornalista della carta stampata e conduttore televisivo a La7, che, collegando Festa del Lavoro e riforma Fornero, ha scritto:  “Ieri, il primo maggio: la #Fornero ha osservato un minuto di silenzio in ricordo delle sue vittime”. Chiaro l’intento provocatorio, sbagliato però, a mio modo di vedere, il riferimento alle “sue vittime”. Il Ministro con la sua riforma avrebbe provocato delle vittime? E come? O quando? O sono vittime in senso lato? Evidentemente sì, a leggere le repliche di Telese. Certo che, letta in connessione col triste fenomeno delle morti sul lavoro ricordato e condannato proprio il primo maggio, la cosa stona non poco. Tutti ricorderanno l’episodio della maglietta cimiteriale che ha visto protagonista una signora che manifestava davanti Montecitorio e Oliviero Diliberto: in quel caso come in questo giusto e sacrosanto il diritto di critica, meno l’assoluta mancanza di senso della misura. Questi esempi credo ci mostrino che esiste un collegamento evidente fra una situazione sociale esplosiva, che vede lavoratori, famiglie e soggetti deboli in gravissime difficoltà (si giudichino naturalmente come si vuole le politiche messe in atto da questo Governo) e una tendenza a lasciar andare le redini ed a (stra)parlare, dando spazio a un sopra le righe generalizzato che rischia di dar fuoco alle polveri. E questo collegamento va gestito, pena il liberi tutti. Alla mia replica in rete è seguito un breve scambio di battute condito da toni forse poco eleganti (“ti sono saltate le sinapsi”), ma tant’è: il punto, mi pare, è che anche nel cinguettare occorre fare attenzione perchè le parole pesano sempre, e tanto, anche se espresse in soli 140 caratteri, e sono convinto che chi ha il merito di godere di un largo ascolto presso la pubblica opinione dovrebbe tenerlo sempre a mente. A patto che le sinapsi non saltino, naturalmente.

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Prima di tutto mi scuso per il disturbo

Lavorando da anni nel settore delle politiche sociali vi assicuro che ho ricevuto, per lavoro e privatamente, centinaia di lettere e di e-mail di persone che chiedono aiuto, che sono in difficoltà, che non ce la fanno a tirare avanti. Sono persone sole, cui la pensione non basta, o famiglie in cui vivono persone con disabilità, o mamme sole, che da precarie devono far fronte alle spese che crescono, crescono, crescono. E sono persone che “sono stanche, tanto stanche”, per riprendere una frase che una coppia di gentiori anziani di una figlia non autosufficiente mi hanno scritto tempo fa. E a volte non ce la fai, è troppo leggere di come la vita possa accanirsi e allora alzi un muro, fai il tuo lavoro, rispondi sempre (anche alle e-mail) con accuratezza, anche se purtroppo spesso non puoi dare soluzioni, ma cerchi di non farti coinvolgere, perché non ti va di stare male. Poi ti arrivano delle lettere come quelle di Maria (nome di fantasia), una giovane donna che, con una dignità che ammutolisce, dipinge un quadro familiare in cui c’è una mamma con l’Alzheimer. Una famiglia di lavoro, di vita normale, che si adatta a vivere con una malattia terribile e che non chiede nulla di speciale, se non che non venga intaccato quel poco che consente loro di condurre una vita decente. E come comincia questa lettera alle istituzioni? Dicendo: “Per prima cosa mi scuso per essermi permessa di disturbarLa“. Ecco, Maria mi ha dato il permesso di condividere questa lettera, nella quale ho voluto omettere quasiasi riferimento di riconoscibilità, anche se a lei non importava. Perché dalla lettura di queste righe si capiscono davvero tante cose.

Per prima cosa mi scuso per essermi permessa di disturbarLa. Non la conosco personalmente e non sa quanto mi costi scriverLe per una questione così delicata e personale ma purtroppo, per quanto cerchi di far lavorare il mio ingegno, non trovo armi diverse da questa con cui lottare. Sì, in questo momento non saprei cos’altro fare se non richiamare l’attenzione di chi, per esperienza e competenza, impersona le Istituzioni. Anzi, è l’Istituzione.

Mi presento: sono Maria, 30 anni e, da come si evince dall’oggetto di cui sopra, l’argomento di questa lettera non sono io ma mia madre. Mia madre, 66 enne, è affetta da morbo di Alzheimer da diversi anni ormai, anche se la diagnosi risale soltanto al 2008. Credo non serva sottolineare il dolore, la sofferenza che la vita ha riservato a mio padre e a me. Sono figlia unica e la famiglia di origine di entrambi i miei genitori risiede ad una quarantina di chilometri da […]. Abbiamo cominciato a lottare contro la malattia molti anni fa, credo una decina almeno. Non abbiamo chiesto mai aiuto a nessuno, abbiamo cercato di far fronte ai problemi da soli nonostante le ovvie difficoltà. Tuttavia, nell’ultimo anno, mia madre è molto peggiorata. Pur non cucinando e non svolgendo le attività di casa da moltissimi anni ormai, purtroppo ora non è più nemmeno in grado di badare a se stessa. Non sa cosa mangiare senza che qualcuno le presenti la pietanza in tavola, non sa distinguere i farmaci che deve quotidianamente assumere, non sa scegliere un paio di scarpe da ginnastica da un paio di ciabatte, il pigiama da un tailleur. Non sa lavarsi da sola. Non distingue il mattino dalla sera, un medico da un paziente, un paio di slip dal pannolone. Già, dal pannolone. Pochi giorni fa lo ha lanciato fuori dalla finestra, al posto di metterlo nell’apposito cestino. Nonostante sul cestino vi sia l’apposita etichetta che ricorda a cosa serve…il cestino.

Sono ripetitiva, ridondante, e di questo me ne scuso. La mia vita è ormai costellata soltanto da frasi ripetute. Ripetute fino alla nausea, con la speranza che nel cervello di chi il cervello, purtroppo, non ce l’ha più, si fissi qualche concetto-base. Non mi dilungo oltre, non voglio rovinarLe la giornata. Non è colpa Sua, non è colpa di nessuno. Ma ci sentiamo soli, abbandonati da tutto e da tutti.

Nonostante la reticenza di mio padre, nel giugno scorso sono riuscita a convincerlo a presentare domanda di invalidità civile, con l’obiettivo di ottenere poche centinaia di euro al mese per poter far fronte più “serenamente” al disastro che è la nostra vita. Non siamo “poveri”. Siamo quel ceto medio che negli ultimi anni sta inesorabilmente correndo verso il basso. Papà, con una buona pensione, con i risparmi di una vita fatta di lavoro, lavoro e poco altro oltre la famiglia, anzi, null’altro oltre a mia madre e me. Nessun vizio, niente carte, niente bar, alcool o fumo, una sola grande passione, coltivare nel weekend le piante e i fiori nel fazzoletto che è il nostro giardino. Non può assistere mia madre 7 giorni su sette, 24 ore su 24. Non può e non deve. Non possiamo lottare da soli contro un male che non sta distruggendo soltanto mia madre, ma anche e soprattutto chi le sta vicino.

Contestualmente alla domanda di riconoscimento di invalidità civile, abbiamo chiesto l’inserimento di mia madre in un centro diurno, specializzato per i malati di Alzheimer. Mia madre si trova benissimo, sono ormai più di 7 mesi che lo frequenta per 5 giorni la settimana dalle ore 9 alle ore 18. Costo? 28 euro al giorno che, mensilmente raggiunge le 600 euro. Obiettivo? 1. Sollevare mio padre da un impegno che lo ferisce e non gli permette di vivere. 2. Aiutare mia madre ad essere serena, permetterle di vivere la vita che è in grado di vivere e che noi non possiamo garantirle. Non è stato facile convincere mio padre che questa era ed è la soluzione migliore. Per lui e per lei. Sensi di colpa? Molti. Impotenza. Incapacità di gestire la persona che più ami al mondo, nei momenti di sconforto arrivare ad odiare lei, la vita e chi ha permesso che questo accadesse.

Dal canto mio, sono all’Università (Dottoranda di Ricerca) tutto il giorno, torno tardi la sera. Lavo, cucino, pulisco casa e accudisco mamma la mattina, la sera e nel weekend. Non posso continuare a non vivere. Ho bisogno di aiuto. Come potrà ben capire, nessuno pretende o chiede che qualcuno si sostituisca a noi. Vorremmo solo ciò che credo ci spetti, in una situazione tanto drammatica. 

Torniamo alla richiesta di invalidità civile: visita medica? 5 agosto, ore 13.30, con me presente. Domanda del Medico: “che moneta c’è in Italia? “. Risposta di mia madre: “la lira”. Domanda del Medico: “Quanto costa un litro di latte?”. Risposta: “Maria, quanto costa un litro di latte?”. Se avessero chiesto “cos’è il latte” credo non avrebbe saputo rispondere. Dopo non so nemmeno io quante rocambolesche peripezie, una ventina di giorni fa abbiamo ricevuto il primo assegno di indennità di accompagnamento. Certo, non è la soluzione ai problemi che costellano da dieci anni almeno la vita di questa mia famiglia, ma sicuramente rende mio padre più “sereno” nel fronteggiare gli anni che passano.

Sa una cosa? Non passa giorno, e lo giuro su quello che ho di più caro nella vita, ossia la mia vita, senza che senta la voce di mio padre, rotta dalle lacrime che gli rigano il viso, chiedermi scusa per avermi rovinato la vita. Lui che la vita me l’ha regalata poche manciate di anni fa e continua a farlo ogni giorno. Una sensazione orribile, che mi rende incapace quasi di respirare. Ed ogni giorno, si domanda cosa ne sarà del nostro futuro se dovesse ammalarsi anche lui. Avremmo potuto chiedere un sostegno economico già diversi anni fa, e non l’abbiamo fatto. Perché? Perché ritenevamo di potercela ancora fare. Perché mio padre è abituato a dare e a non chiedere mai nulla.

Ed ora?

Il solo pensiero che questo possa essere tolto alla mia famiglia, non tanto a me quanto a mio padre e mia madre mi sconforta. Solitudine e abbandono.

Sa, avere in casa un malato di Alzheimer, così giovane, non equivale ad avere 1,6 figli. Equivale ad averne almeno 16, di figli. Mia madre non è autonoma, non può vivere da sola. Non può restare un minuto da sola. Non più. Non sa lavarsi, non sa alimentarsi, non sa guidare, non si orienta, nemmeno in casa. Ed è scontrosa, irrequieta. Deambula da sola? Sì certo. Non è in carrozzina, fortunatamente o sfortunatamente, dipende dai punti di vista. Ma se per deambulare si intende essere in grado di muoversi e sapere dove si è diretti, beh, allora mia madre non sa nemmeno deambulare. Forse allora, il verbo giusto è vagabondare: sì, sa vagabondare. Forse, ad oggi, è l’unica cosa che sa fare, da sola.

Detto questo, ciò che sono a chiederLe è che il Governo, il Consiglio dei Ministri, i Tecnici, i Legislatori, sì insomma,Voi, abbiate a valutare attentamente la materia. Sono consapevole che questo nostro Stato versa in condizioni preoccupanti, e non mi lamento se non avrò mai un posto di lavoro a tempo indeterminato, non mi lamento se dovrò fare sacrifici, se le tasse aumenteranno, se spendo 5 euro al giorno solo per raggiungere l’università che dista 23 km da casa mia. Non mi lamento se non potrò sostituire l’automobile che ha già 13 anni.

Vi prego, però, vi prego, non siate Voi, Voi che avete il gravoso compito di tutelare i Cittadini, ad impedire a chi è già stato sfortunato nella vita di poter vivere quel che gli resta con dignità. Tassate, tassate, ma non applicate l’ISEE all’indennità di accompagnamento. Alla luce di tutto ciò che è stato documentato, alla luce di tutto quello che mi sono permessa di scriverLe e, soprattutto, per tutto ciò che ho omesso di dirLe e che lascio alla Sua immaginazione.

Mi scuso se Le sono sembrata invadente, stupida o semplicemente disperata. Nel ringraziarLa per l’attenzione, colgo l’occasione per porgerLe i miei più sentiti saluti.

Maria

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