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Marco Travaglio e quel “mongoloide” di troppo

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Le parole, si sa, a volte sono pietre. E fanno male soprattutto quando colpiscono le persone più fragili. È quel che è accaduto qualche giorno fa durante la trasmissione “Otto e mezzo” su La7 quando, nel dibattito fra Marco Travaglio e il deputato e scrittore Gianrico Carofiglio, il direttore del Fatto Quotidiano, vivace polemista, ha denunciato che si vogliano trattare gli elettori del Movimento 5 Stelle come “mongoloidi”. Dibattito politico a parte, che qui certamente non interessa, non si sono fatte attendere le reazioni delle realtà del mondo associativo rappresentativo delle persone con disabilità e delle loro famiglie, come Coordown e Anffas, che hanno fortemente condannato l’episodio. Travaglio, prontamente, si è scusato dalle colonne del Fatto Quotidiano. Tuttavia, nel rivolgersi a Roberto Speziale, presidente dell’Anffas, è riuscito a mettere una toppa ben peggiore del buco: “Caro Speziale (e cari amici dell’Anffas) – scrive Travaglio – come lei stesso riconosce il mio intento era tutt’altro che quello di offendere le persone affette da sindrome di Down e le loro famiglie. Anche perché ne conosco personalmente diverse, e so di avere soltanto da imparare da loro. Nell’enfasi polemica con lo scrittore Gianrico Carofiglio, intendevo fargli notare che stava trattando assurdamente 8 milioni e rotti di elettori dei 5Stelle come altrettanti handicappati mentali che votano senza sapere quello che fannoNon credo che, se avessi detto “lei li scambia tutti per dei matti” o “per dei dementi”, avrei offeso i malati psichiatrici, o le persone affette da demenza, e i loro famigliari. Se però con le mie parole, rivolte a un interlocutore con cui stavo polemizzando e non certo alle persone affette da sindrome di Down, ho involontariamente offeso qualcuno, me ne scuso dal più profondo del cuore”.

Personalmente non ho dubbi che le scuse di Travaglio siano sincere e sono d’altronde convinto che, nell’utilizzare l’espressione che ha fatto inalberare in tanti, non intendesse affatto dare addosso alle persone con sindrome di Down. Ed è proprio questo il punto. Se uno dei giornalisti più conosciuti d’Italia trova tutto sommato normale l’utilizzo di termini che stigmatizzano gravemente le persone con disabilità intellettiva di questo Paese, rincarando la dose con “handicappati mentali” nello scusarsi, significa che la cultura dei diritti per le persone con disabilità in Italia ha ancora una lunga, lunghissima strada da percorrere. Non è una mera questione semantica, sia chiaro. Le parole hanno certamente un loro peso, e non casualmente la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, che l’Italia ha ratificato meno di dieci anni fa, parla, appunto, di “persone” con disabilità. Non di handicappati. Non di diversamente abili. E men che meno di mongoloidi o ritardati. Il focus della Convenzione è sulla persona, che si trova ad avere una disabilità, di qualsiasi natura essa sia. A significare che le persone con disabilità non sono dei malati, ma, come recita la Convenzione stessa, “coloro che presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che in interazione con barriere di diversa natura possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri”. Chiaro come il sole: stessi diritti e stesse opportunità, da garantire anche adattando l’ambiente (fisico e socio-culturale) ai bisogni del singolo cui è necessario fornire il necessario supporto per poter godere degli stessi diritti di cui godono gli altri cittadini. E, soprattutto, evitando ogni forma di esclusione ed emarginazione.

Oltre le definizioni, tuttavia, c’è una sostanza che traspare dalle parole di Travaglio. Quando, ad esempio, parla di “handicappati mentali che votano senza sapere quello che fanno”, si tira una linea. Una linea tra chi, nel comune sentire, ghettizza le persone con disabilità quali cittadini di serie B, incapaci di autodeterminarsi, poveri infelici sbeffeggiati dal destino cinico e baro, cui guardare con compassione e paternalismo, e chi, invece (in prima fila le persone con disabilità e le loro famiglie) lottano ogni giorno con le unghie ed i denti per difendere i loro diritti e – permettetemi – la loro dignità. Stupirà forse qualcuno sapere che in Italia, a differenza di qualche altro Paese, le persone con disabilità intellettiva votano. E magari, chissà, con maggiore consapevolezza di tante persone senza disabilità. Faccio mie le parole riportate sulla pagina Facebook di Emma’s friends: “Lei lo sa Signor Travaglio che le persone con sindrome di Down votano? Lei lo sa che votano, sapendo quello che fanno? Lo sa che vanno a scuola? Lo sa che molti hanno un lavoro vero? Lo sa che ci sono persone con sindrome di Down che vanno a vivere da sole? Lo sa quanto hanno combattuto insieme con le loro famiglie per non essere chiamati “mongoloidi” e per non sentire nei cortili delle scuole, al bar o nelle piazze quel termine usato per offendere?”. No. Marco Travaglio non lo sa. O non ne è pienamente consapevole. Come tante, troppe persone vittime degli stereotipi. Non è una sua colpa e non credo abbia senso alcuno fare crociate contro di lui. In Italia molto è stato fatto per promuovere i diritti delle persone con disabilità, è bene ricordarlo. Ma molto, moltissimo resta da fare. Facciamo allora sì che questa sia, almeno, l’occasione per fare cultura dei diritti. Per cambiare le teste. Magari cominciando dalle parole.

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Meno e meglio: partiamo dal nuovo Governo

Nuovo giro, nuova corsa. Archiviata l’esperienza del Governo di Enrico Letta, si veleggia verso un assai probabile incarico a Matteo Renzi che, come sembra capire dai giornali, baserà la sua azione su alcuni punti fondamentali: riforma elettorale e istituzionale, scossa all’economia e sburocratizzazione. Con una particolare attenzione a quest’ultimo punto (che investe anche, ma non solo, una corretta ed efficace gestione del processo di revisione della spesa), e tralasciando il solito inevitabile esercizio del totoministri, (ri)avanzo una proposta sull’approccio da tenere sulla costruzione del nuovo Gabinetto, che miri ad una auspicata riduzione del numero delle poltrone e delle strutture amministrative. E, poiché il pesce puzza dalla testa, partirei dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, la cui missione dovrebbe essere quella supportare il Premier all’esercizio dell’attività di direzione della politica generale del Governo. A fronte, invece, di una struttura snella e orientata alla operatività, l’alberello della Presidenza è andato via via costruendo rami sempre più robusti, sviluppando, come per partenogenesi, dipartimenti ed uffici che molto poco hanno a che spartire con la missione propria della struttura. Un esempio? Serve un Dipartimento (e un Ministro) per le Politiche Europee ed una struttura di missione per la risoluzione delle procedure di infrazione Ue a fronte di un Ministero degli Affari Esteri in cui è presente una Direzione Generale per l’Unione Europea?

In questo quadro, il tema delle politiche sociali rappresenta la ghiotta occasione di portare a casa, con un colpo solo, la riduzione delle strutture (leggasi poltrone e costi) e un segnale forte al Paese a favore della unitarietà ed efficacia delle politiche a favore delle persone in maggiore difficoltà. Dal 2001, a fronte del varo del nuovo Ministero del Welfare, le politiche sociali sono state oggetto di particolari attenzioni da parte di tutti i governi: se dal 1987, con il primo Governo Goria, erano sostanzialmente riunite nell’alveo dell’allora Dipartimento Affari Sociali della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal secondo Governo Berlusconi in poi si è assistito ad una moltiplicazione di uffici, spesso sulla base di trasferimenti di competenze allora proprie del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che ben poco avevano a che fare con razionali disegni di razionalizzazione della materia. E, seppure un processo di asciugatura burocratico-organizzativa c’è effettivamente stato nei Governi Monti e Letta, ad oggi ancora abbiamo Dipartimenti per le politiche della famiglia, per le pari opportunità, per l’integrazione, per i giovani e il servizio civile nazionale, per lo sport (assieme ad affari regionali e autonomie), oltre a Direzioni generali del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali in materia di terzo settore, immigrazione, inclusione sociale. Abbiamo, inoltre, un Dipartimento per le economie territoriali ed uno per gli affari regionali. E allora perché non individuare un’unica struttura con un unico Ministro che riporti ad unitarietà tutti i rivoli del sociale oggi dispersi?

La forma a volte è anche sostanza, ed i simboli in politica hanno la loro importanza. Un ministero per le politiche sociali rappresenterebbe, credo, un doppio messaggio: una risposta visibile ai bisogni sociali che abbia come missione fondamentale una politica di riduzione della forbice delle differenze, ed una risposta all’esigenza di contenimento dei costi. Se da tutti è avvertita l’urgenza di una risposta politica forte per contrastare l’emergenza sociale che attraversa larghi strati della società italiana, uno dei prerequisiti va individuato nella (re)istituzione di un’unica struttura, affidata ad un Ministro con portafoglio, che riunisca finalmente tutti i diversi filoni del sociale, mettendo compiutamente a fattor comune tutte le aree delle politiche sociali. Una struttura unica e un unico vertice politico a fronte di una pletora di gabinetti, segreterie, addetti stampa, grands commis. Riorganizzando competenze in modo sistematico e ricomprendendo i diversi segmenti del sociale, si esalterebbe il ruolo di coordinamento ed impulso proprio delle amministrazioni centrali nel nuovo quadro costituzionale di larga deconcentrazione, contribuendo a processi decisionali più corti e meno defatiganti e, soprattutto, a riguadagnare coerenza e senso nei processi a favore dei cittadini. Proviamoci.

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Quer pasticciaccio brutto de Via Ciro er Granne

La vicenda che ha investito l’oramai ex Presidente dell’INPS, Antonio Mastrapasqua, si è conclusa con le dimissioni di quest’ultimo nelle mani del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali. Dopo le notizie sulle presunte irregolarità nella gestione contabile dell’Ospedale Israelitico di Roma, di cui Mastrapasqua è Direttore Generale, è montata sui media e nella pubblica opinione una campagna che ha portato ad una resa senza condizioni di fronte al gelido aut aut del Presidente del Consiglio. La questione, peraltro, non era affatto nuova e si era presentata, nei medesimi termini di opportunità relativamente alla possibilità per un manager di Stato di detenere plurime cariche, ai tempi del Governo Monti. Risolta la grana, si legge sui giornali che si apre il totonomine per la successione all’Istituto, per la quale già cominciano a circolare alcuni nomi illustri. Ecco, se davvero questo fosse lo scenario confermato nelle prossime ore, verrebbe da dire che la politica è preda di un irrefrenabile impulso all’autodistruzione, di una coazione a ripetere quegli stessi atti che, passo dopo passo, hanno inesorabilmente portato a quello che qualcuno, con grande spirito di osservazione, ha definito lo squadrismo inconsapevole all’interno delle Istituzioni.

Con molta franchezza: ma davvero vogliamo credere che Antonio Mastrapasqua – al netto di ogni addebito penale per il quale è da presumersi innocente – sia quel Mazzarino che, tramando ed imbischerando, è riuscito con astuzie e sotterfugi a sistemarsi su seggiole decisive della galassia pubblica? Davvero vogliamo credere che la politica che conta sia stata fatta fessa dall’ennesimo mandarino che amministra e amminestra? O, più semplicemente, Mastrapasqua è parte integrante di un sistema connettivo politico-burocratico nel quale vigono regole non scritte ma religiosamente osservate da tutti i membri di quell’esclusivo club? Occorre, in altri termini, disfarsi di quel velo di ipocrisia che ha ammantato tutta la vicenda e non prendersi in giro: il “caso Mastrapasqua” è, in realtà, di una normalità sin troppo banale e rappresenta emblematicamente uno dei (tanti) motivi che hanno portato negli ultimi decenni all’allontanamento di tanta parte dei cittadini dalla partecipazione alla cosa pubblica, allo strapotere dei partiti nel gestire impropriamente le leve dell’amministrazione pubblica e, in ultima analisi, all’affollarsi di quella platea urlante e scalciante che oggi sale sui banchi del Governo e vomita oscenità sul Presidente della Camera dei deputati e su alcune parlamentari della Repubblica.

Sarebbe pericolosamente ipocrita non dire chiaramente che sono proprio quei meccanismi che governano larga parte del sistema delle nomine pubbliche (e soprattutto di quel che ne consegue, beninteso), e che hanno portato a situazioni indifendibili come quella che ha visto protagonista l’ex Presidente dell’INPS, ad attizzare senza sosta il fuoco del malcontento e della sfiducia da parte di fette importanti dell’opinione pubblica. Il “fenomeno” Grillo, per capirci, non nasce perché quasi nove milioni di cittadini italiani decidono dalla sera alla mattina di mandare #tuttiacasa: nasce perché, complice il peggioramento verticale delle condizioni sociali, un argine è stato sfondato nella indifferenza di tanta, troppa politica.

Sia chiaro: condanno senza attenuanti la deriva a mio giudizio molto pericolosa che la protesta dei sostenitori e degli eletti 5 stelle sta prendendo. Ma la risposta non può solo essere la pur necessaria condanna. La risposta che va data a chi non si sente rappresentato e tutelato è quella di un cambio di marcia, di stile. Reale. Ecco perché, nella vicenda Mastrapasqua, non vorrei sentir parlare di totonomine. Vorrei, invece, sentir parlare di ricerca della persona più competente a gestire un ente pubblico fondamentale per la tenuta sociale del Paese. Vorrei sentire parlare di bandi aperti, pubblici e trasparenti, pubblicati sui quotidiani, che facciano di tutto per garantire l’indipendenza di chi siederà sulla poltrona dell’INPS, un impegno che va seguito a tempo pieno. E lo vorrei per tutte le cariche pubbliche del sistema di enti le cui nomine spettano allo Stato. Una sola cosa e farla bene: è buon senso prima che criterio di governo della cosa pubblica.

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Consiglio d’Europa, disabilità e crisi economica

Durante la mia tre giorni di lavoro all’interno del Gruppo di Esperti sui diritti delle persone con disabilità presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo ho avuto il piacere di essere intervistato dalla sezione multimedia del Consiglio. Nel podcast si parla del Piano d’Azione sulla disabilità del Consiglio d’Europa, della crisi economica e delle politiche e azioni da svolgere a favore delle persone con disabilità. Tutto in perfetto inglese euroburocratico.

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Meno e meglio: le politiche sociali, ad esempio

Un Governo ci sarà: questa è una delle poche certezze su cui è possibile contare in questa fase convulsa che qualcuno individua come inizio della terza Repubblica. Un Governo c’è sempre, sia esso di legislatura, balneare, traghettatore, del Presidente, di minoranza, di scopo, sfiduciato, dimissionario. E qualsiasi Governo avrà delle cose da fare, in ogni caso. E, poiché sono testardo, ritiro fuori una modesta proposta (si dice così, di solito) che è semplice da attuare, con una qualche razionalità burocratico-organizzativa e che comporta pure qualche risparmiuccio, così da assecondare l’onda lunga del taglia-taglia.

Parto da una premessa quasi banale: una delle sfide più importanti che questa (o la prossima) Legislatura si troverà ad affrontare è senza dubbio la necessità di contrastare gli effetti della crisi economica che ha colpito in primo luogo le famiglie e gli individui che si trovano in condizione di disagio o fragilità: donne e giovani, disoccupati, persone con disabilità e non autosufficienti. Aldilà di disegni di sistema più complessi, è noto che negli ultimi anni è avvenuto un progressivo depauperamento delle risorse destinate alle politiche sociali (qualche segnale di inversione di rotta va registrato per il 2013 per quel che riguarda il Fondo Nazionale Politiche Sociali ed il Fondo per le non autosufficienze), mentre occorre considerate con grande attenzione le conseguenze derivanti dalla introduzione dei principi di federalismo fiscale sulla gestione dei flussi provenienti dal centro. Accanto a questo elemento finanziario, naturalmente tutto politico, non va dimenticato che per affrontare in modo coerente il tema delle politiche sociali rileva un serio problema di dispersione di competenze e funzioni fra corpi amministrativi diversi, che non può non incidere negativamente sul complessivo governo del sistema e la qualità, la coerenza e l’efficacia delle politiche. Manca insomma, a mio modo di vedere, una regia comune, forte, efficace.

Dal 2001, a fronte del varo del nuovo Ministero del Welfare (lavoro, salute, politiche sociali) prevista dal d.lgs. 300 del 1999, le politiche sociali sono state oggetto di particolari ed amorevoli attenzioni da parte dei governi che si sono succeduti. Se sin dal 1987, con il primo Governo Goria, esse erano sostanzialmente riunite nell’alveo dell’allora Dipartimento Affari Sociali della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal secondo Governo Berlusconi in poi si è assistito ad una moltiplicazione di uffici, spesso sulla base di trasferimenti di competenze allora proprie del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che ben poco avevano a che fare con illuminati disegni di razionalizzazione della materia. Ecco, dunque, la nascita dei Dipartimenti presso la Presidenza del Consiglio in materia di Politiche Antidroga, Politiche Giovanili, Politiche per la Famiglia, Attività Sportive, accanto al permanere del Dipartimento per le Pari Opportunità e dell’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile, nonché di alcune direzioni generali all’interno del Ministero del Welfare. Un vero e proprio “boom amministrativo”, sopravvissuto anche alla istituzione del Ministero della Solidarietà Sociale durante il secondo Governo Prodi, successivamente “rimpacchettato” nella XVI legislatura nel ricostituito Ministero del lavoro e delle politiche sociali. È stato, infine, il Governo Monti a procedere ad un qualche significativo accorpamento, prevedendo che le funzioni in materia di politiche sociali fossero sostanzialmente suddivise fra tre ministri (Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione; Ministro del lavoro e politiche sociali con delega alle pari opportunità; Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport) e sei diverse strutture dipartimentali/ministeriali. Un’asciugatura necessaria, ma non sufficiente.

Se la strada è oggi quella di una risposta politica forte per contrastare efficacemente l’emergenza sociale che attraversa larghi strati della società italiana, uno dei prerequisiti va individuato nella (re)istituzione di un’unica struttura, affidata ad un Ministro con portafoglio, che riunisca finalmente tutti i diversi filoni del sociale, mettendo compiutamente a fattor comune tutte le aree delle politiche sociali come le pari opportunità, l’associazionismo e il volontariato, la lotta alla tossicodipendenza, l’immigrazione, le politiche giovanili e familiari, e così via. Una struttura unica e un unico vertice politico a fronte di una pletora di gabinetti, segreterie, addetti stampa, grands commis. Riorganizzando competenze in modo sistematico e ricomprendendo i diversi segmenti del sociale, si esalterebbe il ruolo di coordinamento ed impulso proprio delle amministrazioni centrali nel nuovo quadro costituzionale di larga deconcentrazione, contribuendo a processi decisionali più corti e meno defatiganti e, soprattutto, a riguadagnare coerenza e senso nei processi. Ed anzi, una scelta – anche questa, tutta politica – di (ri)dar vita un unico Dipartimento presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, improntato a criteri di agilità e intersettorialità, risponderebbe alla duplice esigenza di restituire alla Presidenza quel carattere di supporto alla attività di direzione della politica generale del Governo da parte del Presidente del Consiglio, troppo spesso appesantita da funzioni assai poco congruenti con tale visione e, al contempo, di dar corpo all’indispensabile ruolo di equilibrio e coordinamento che la Presidenza può autorevolmente esercitare non solo nei confronti delle amministrazioni nazionali ma, alla luce della riforma del Titolo V della Costituzione, delle regioni. Ad un patto, però: che questo disegno si accompagni al più ampio ripensamento della Presidenza del Consiglio che, da feudo dorato cresciuto a dismisura nell’ultimo ventennio, ritorni ad essere un nucleo compatto e snello con funzioni e competenze di supporto al Premier. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

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La puttana

Non sono fra quelli che danno addosso alla Sanità italiana che, con tutti i suoi difetti, garantisce ancora un servizio di livello a tutte le cittadine e a tutti i cittadini. E questo anche grazie all’impegno di medici e infermieri, che lavorano spesso in situazioni difficilissime. Ed è esattamente il motivo per il quale di fronte a quanto è accaduto e soprattutto di fronte a queste parole inumane la reazione dello Stato deve essere veloce e senza tentennamenti: “Quella puttana non si è voluta riprendere e noi lo abbiamo preso in culo”. Ecco, la puttana in questione era Antonia, una neonata appena deceduta dopo il parto, e chi lo stava prendendo in quel posto erano i medici che tentavano di “apparare” le cartelle mediche.

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Zona rossa di vergogna

Il Comune di Roma ha organizzato una due giorni di dibattito e riflessione sul tema welfare e famiglia: interventi, discussioni, folla per parlare dei problemi del fare comunità. Mi sapeva tanto di passerella, ma ogni momento di confronto in questa fase della vita del Paese è bene accetta. C’è anche chi protesta, e pure animatamente: è un loro diritto. Poi qualche decerebrato esplode dei fumogeni e tira uova: non so quanti fossero, ma sembra un gruppo isolato. Premesso che la violenza, anche espressa con lanci di uova, è sempre e comunque condannabile e non appartiene alla cultura di chi sta sui territori a lavorare con i più deboli e discriminati, leggo di centinaia di agenti in assetto antisommossa con scudi e manganelli che hanno bloccato l’accesso a viale Manzoni, dove si trova l’Antonianum, sede del convegno. L’intera zona tra il Colosseo e via Emanuele Filiberto a Roma praticamente bloccata e trasformata in zona rossa. Tutto il mio rispetto per le forze dell’ordine, senza discussione. Ma  mi chiedo: in un momento in cui l’Italia vive un momento di crisi e tensione sociale fortissima, è davvero necessario militarizzare questo tipo di situazioni? Non servirebbe prima di tutto un profondo respiro da parte di tutti coloro che hanno responsabilità di governo a tutti i livelli per far pausa e magari evitare di lanciare messaggi che spaventano, disorientano e aumentano il senso di impotenza che sta impadronendosi di una larga fetta di Italiani? E che poi si arrivi a trarre in arresto chi nel sociale opera da anni con l’accusa di essere armato di una fionda (!) è un qualcosa che non solo fa restare a bocca aperta ma che ben segnala i rischi che stiamo correndo. Claudio Tosi, il “violento” Claudio Tosi, io lo conosco e ho avuto modo di apprezzarne la serietà quando ho coordinato l’ufficio che al Ministero del Welfare si occupa di volontariato: la sua immediata assoluzione perché il fatto non sussiste non mi sorprende affatto. Adesso al “violento” Tosi due scusarelle gliele vogliamo fare? Portebbe essere un primo passo per riprendere il cammino della normalità.

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Di vittime, di magliette e di sinapsi non funzionanti

Beh, a me Twitter ha catturato: dove Facebook ha fallito, il cinguettare mi ha conquistato. E quei pochi caratteri, che molti hanno criticato, riescono talvolta a stimolare piccoli sprazzi di grande ironia e profondità, che la sintesi impreziosisce. Talvolta no. E’ il caso, a mio avviso, di un messaggio lanciato stamane su Twitter da Luca Telese, bravo giornalista della carta stampata e conduttore televisivo a La7, che, collegando Festa del Lavoro e riforma Fornero, ha scritto:  “Ieri, il primo maggio: la #Fornero ha osservato un minuto di silenzio in ricordo delle sue vittime”. Chiaro l’intento provocatorio, sbagliato però, a mio modo di vedere, il riferimento alle “sue vittime”. Il Ministro con la sua riforma avrebbe provocato delle vittime? E come? O quando? O sono vittime in senso lato? Evidentemente sì, a leggere le repliche di Telese. Certo che, letta in connessione col triste fenomeno delle morti sul lavoro ricordato e condannato proprio il primo maggio, la cosa stona non poco. Tutti ricorderanno l’episodio della maglietta cimiteriale che ha visto protagonista una signora che manifestava davanti Montecitorio e Oliviero Diliberto: in quel caso come in questo giusto e sacrosanto il diritto di critica, meno l’assoluta mancanza di senso della misura. Questi esempi credo ci mostrino che esiste un collegamento evidente fra una situazione sociale esplosiva, che vede lavoratori, famiglie e soggetti deboli in gravissime difficoltà (si giudichino naturalmente come si vuole le politiche messe in atto da questo Governo) e una tendenza a lasciar andare le redini ed a (stra)parlare, dando spazio a un sopra le righe generalizzato che rischia di dar fuoco alle polveri. E questo collegamento va gestito, pena il liberi tutti. Alla mia replica in rete è seguito un breve scambio di battute condito da toni forse poco eleganti (“ti sono saltate le sinapsi”), ma tant’è: il punto, mi pare, è che anche nel cinguettare occorre fare attenzione perchè le parole pesano sempre, e tanto, anche se espresse in soli 140 caratteri, e sono convinto che chi ha il merito di godere di un largo ascolto presso la pubblica opinione dovrebbe tenerlo sempre a mente. A patto che le sinapsi non saltino, naturalmente.

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