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Zona rossa di vergogna

Il Comune di Roma ha organizzato una due giorni di dibattito e riflessione sul tema welfare e famiglia: interventi, discussioni, folla per parlare dei problemi del fare comunità. Mi sapeva tanto di passerella, ma ogni momento di confronto in questa fase della vita del Paese è bene accetta. C’è anche chi protesta, e pure animatamente: è un loro diritto. Poi qualche decerebrato esplode dei fumogeni e tira uova: non so quanti fossero, ma sembra un gruppo isolato. Premesso che la violenza, anche espressa con lanci di uova, è sempre e comunque condannabile e non appartiene alla cultura di chi sta sui territori a lavorare con i più deboli e discriminati, leggo di centinaia di agenti in assetto antisommossa con scudi e manganelli che hanno bloccato l’accesso a viale Manzoni, dove si trova l’Antonianum, sede del convegno. L’intera zona tra il Colosseo e via Emanuele Filiberto a Roma praticamente bloccata e trasformata in zona rossa. Tutto il mio rispetto per le forze dell’ordine, senza discussione. Ma  mi chiedo: in un momento in cui l’Italia vive un momento di crisi e tensione sociale fortissima, è davvero necessario militarizzare questo tipo di situazioni? Non servirebbe prima di tutto un profondo respiro da parte di tutti coloro che hanno responsabilità di governo a tutti i livelli per far pausa e magari evitare di lanciare messaggi che spaventano, disorientano e aumentano il senso di impotenza che sta impadronendosi di una larga fetta di Italiani? E che poi si arrivi a trarre in arresto chi nel sociale opera da anni con l’accusa di essere armato di una fionda (!) è un qualcosa che non solo fa restare a bocca aperta ma che ben segnala i rischi che stiamo correndo. Claudio Tosi, il “violento” Claudio Tosi, io lo conosco e ho avuto modo di apprezzarne la serietà quando ho coordinato l’ufficio che al Ministero del Welfare si occupa di volontariato: la sua immediata assoluzione perché il fatto non sussiste non mi sorprende affatto. Adesso al “violento” Tosi due scusarelle gliele vogliamo fare? Portebbe essere un primo passo per riprendere il cammino della normalità.

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E se per una volta?

E se per una volta si facesse la cosa giusta al momento giusto? La mia è una proposta assai parziale, viziata dal mio passato di obiettore di coscienza al servizio militare obbligatorio, ma sinceramente scevra da qualsiasi pregiudizio verso le Forze Armate di un Paese democratico. E però, in tempi di spending review e, soprattutto, in un momento grave per l’Italia, in cui la terra continua a tremare, cosa accadrebbe mai se la parata del 2 giugno, Festa della Repubblica, vedesse sfilare i volontari delle migliaia di associazioni italiane, i giovani del servizio civile nazionale e le forze della protezione civile territoriale? Ecco, così, tanto per.

Aggiornamento: alla luce dei commenti ricevuti qui e per posta elettronica  (grazie) e soprattutto del clamore che ha suscitato la valanga di richieste di cancellare la parata del 2 giugno, mi sento stimolato a proseguire questo post che si concludeva con una retorica domanda relativa alle conseguenze di una parata al 100% solidale e solidaristica, fatta di volontari e membri del servizio civile nazionale. Devo esprimere il mio profondo disagio per le tante, troppe invettive dirette al Presidente della Repubblica, al quale, accanto al legittimo invito a considerare l’annullamento della manifestazione del 2 giugno, sono arrivati, sui social network e su Twitter in particolare, veri e propri insulti e contumelie, mostrando del microblogging il lato peggiore, quello di dar sfogo al più sfacciato ed insopportabile populismo abbaiato. Sia chiaro: Napolitano, che stimo e che ringrazio per il lavoro egregio che ha compiuto a servizo del Paese non è intoccabile ed esente da critiche. Ma queste siano sempre costruttive e sensate, senza mai dimenticare che Egli rappresenta l’unità della Nazione e la Repubblica nel suo insieme. E poi, fatemelo dire: quanta ingratitudine per chi si è trovato a gestire una situazione fra le più difficili e complesse del dopoguerra!

Ora, è ben comprensibile che a fronte di una tragedia come quella che si sta consumando in Emilia si avverta l’esigenza di devolvere ogni risorsa disponibile alle donne e agli uomini in difficoltà. E ci mancherebbe: i denari debbono arrivare ed arrivare immediatamente. Non credo, però, che inveire contro il Capo dello Stato perché annulli una manifestazione che – criticabilissima nella sua celebrazione ancora troppo militareggiante – vuole ricordare la Repubblica Italiana, abbia davvero senso e sia di utilità a chi oggi soffre. E non perchè dubito che sia competenza del Capo dello Stato: chi magnifica oggi il Forlani che annullò la manifestazione dopo il terribile terremoto del Friuli dovrebbe ricordarsi che fu atto del Ministro della Difesa e, quindi, del Governo. Ma soprattutto perché proprio nei momenti più terribili una comunità ha il bisogno di ritrovarsi assieme attorno ai suoi valori fondanti, anche attraverso una parata. E sta proprio qua il senso della proposta che facevo all’inizio di questo articolo tormentato: farla dando spazio a chi ogni giorno invera con la propria azione i principi di solidarietà che sono parte importante della nostra Costituzione. Senza abbaiare.

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Contro l’Alzheimer sociale

E’ un dibattito che merita una attenzione tutta particolare quello lanciato da Vita sulla proposta di un servizio civile universale, obbligatorio per tutti. La questione è semplice: dopo la lunga battaglia dell’obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio, che ha portato tantissimi giovani uomini a fare una scelta di espressa rinuncia alle armi, nel 2001 il Legislatore ha voluto istituire il servizio civile nazionale, sulla scorta dell’abolizione della temuta “naja”. E’ una storia affascinante che, grazie alla determinazione di tanti giovani non violenti, fra i quali ho l’onore di mettermi, ha portato la Corte Costituzionale a dichiarare che il dovere costituzionale di difesa della Patria può essere assolto anche attraverso forme che non prevedano l’utilizzo delle armi, segnando un momento alto di progresso civile nel Paese (qua un sunto delle principali vicende dal 1972 ad oggi).

La legge 64 del 2001 sostanzialmente offre a giovani donne ed uomini la possibilità di partecipare ai bandi che vengono appositamente disposti ogni anno per un servizio civile nell’ambito dei servizi socio-sanitari, assistenziali, culturali, ambientali e così via, mentre gli enti di servizio civile sono le amministrazioni pubbliche, le associazioni non governative (ONG) e le associazioni no profit che operano negli ambiti specificati. Ora, posto che non ho mai amato troppo la definizione di “volontari del servizio civile”, preferendo riservare tale termine ai volontari delle associazioni di cui tratta la legge 266 del 1991, ho sempre ammirato ed ammiro coloro che investono un anno della loro vita a favore della comunità. Da questo punto di vista, il tema assume una valenza tutta particolare in un periodo di profonda crisi in cui le difficoltà economiche rischiano di incidere pericolosamente sul collante sociale e familiare nelle società. Oggi perché i giovani dedicano un anno della loro vita al servizio civile? Per i soldi? Beh, una “paghetta” mensile fa comodo, perché di questo sostanzialmente si parla, ma non mi sembra il fattore determinante.

Entrano in gioco, a mio modo di vedere, due elementi complementari: un fattore “ideale” di servizio agli altri e alla comunità, che ricalca in qualche modo le aspirazioni di chi rifiutava di prendere le armi e voleva pur tuttavia servire lo Stato in altro modo, da una parte; la voglia di fare esperienza, di mettersi in gioco e di entrare in una prima palestra del mondo del lavoro, la cui ricerca è divenuta oggi il mantra asfissiante per tutti, giovani o meno giovani, dall’altra. Se questo è vero, l’auspicio del Manifesto per un servizio civile universale potrebbe avere effetti doppiamente positivi. Per le comunità, che si avvalgono di un contributo fresco, di entusiamo e di volontà di fare il proprio magari a favore dei più deboli e fragili. E per i giovani e le giovani che, nel fare una esperienza di lavoro, la legano ad una dimensione fors’anche più importante, quella della partecipazione civica. Insomma, forse sarà esagerato affermare che, come ha dichiarato l’economista Giacomo Vaciago,  il servizio civile obbligatorio sarà la nuova fabbrica degli italiani, ma così male non mi sembra possa fare. Anzi, magari sarebbe un potente antidoto a quello che Guido Ceronetti sul Corriere ha definito “una specie di Alzheimer che incombe su giovani senza memoria viva”. Se non si fosse capito, aderisco.

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Quando il funzionario è oscuro

Possiamo liquidarla come la proverbiale caduta di stile, e probabilmente non ci va letto nulla di più che la (certamente legittima) delusione e contrarietà per un provvedimento che non si approva. L’effetto, tuttavia, è amaro.

Tutto parte dalla recente soppressione, da parte del Governo, della Agenzia del Terzo Settore, che ha provocato una levata di scudi da parte della gran parte delle organizzazioni non profit italiane. Ragioni di contenimento della spesa da un lato, motivazioni legate alla valorizzazione del settore dall’altro, hanno visto prevalere l’intenzione dell’esecutivo di eliminare l’organismo e di delegarne le funzioni al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Ebbene, aldilà delle valutazioni di merito, tutte egualmente degne di considerazione, colpisce un passaggio di un articolo pubblicato sul sito di VITA, quando dice che “il governo ha proceduto per la sua strada mandando così segnali inquietanti al Paese delle buone pratiche e della cittadinanza attiva, ritenendo sufficiente avere con esso un ruolo strumentale e di mero controllo. Per questo, infatti, basta l’Agenzia per le entrate e qualche oscuro funzionario dentro un ministero“. Ora, prendetela come difesa corporativa d’ufficio o come insofferenza ad un certo modo di stereotipare a tutti i costi, ma perché dover svilire quei funzionari e dirigenti cui verranno passate le funzioni prima proprie dell’Agenzia? Essi faranno, come sempre, il loro dovere secondo le previsioni di legge. Saranno bravi o meno bravi nel farlo, e saranno oggetto di giudizio diretto da parte della comunità del Terzo Settore che, con ogni diritto, punterà loro gli occhi addosso. Ma definire “oscuro” il travet di turno che, a parità di risorse, gestirà il dossier, non fa altro che perpetuare l’eco di un atteggiamento pregiudiziale che spero abbia fatto il suo tempo, oltre che sbagliare bersaglio. Il diritto di critica è sacrosanto, ma almeno in questo caso i mezzemaniche lasciamoli perdere.

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It’s a long way to the top

…if you wanna rock ‘n’ roll, cantavano gli AC/DC. Epperò di strada da fare in Italia per arrivare in cima ce n’è tanta anche in tema di trasparenza, come ricorda oggi Sergio Rizzo sul Corsera in materia di redditi e patrimoni per chi lavori nella macchina pubblica, richiamando il “caso” Malinconico. Se questo è sacrosanto, è altrettanto vero che la trasparenza è requisito necessario (seppur non sufficiente) per il corretto ed equo funzionamento di una società complessa nel suo insieme: attore pubblico, imprese, non profit. E allora, con una punta di cattiveria, ricordo come un ente non profit tra i maggiori e più importanti in Italia, dopo aver meritoriamente ricercato sui giornali la figura del proprio Direttore Generale, abbia poi calato una cortina di silenzio sulle procedure e gli esiti successivi. Si dirà: hai partecipato, non sei stato selezionato e ti brucia, sei un rosicone. Vero. Poiché, tuttavia, come ricorda Elio (oggi sono in vena musicale) non sono “proprio il primo della lista ma neppure l’ultimo degli stronzi”, pur restandoci basitello, non me la son presa più di tanto per lo scarto.

Quello che mi ha davvero sorpreso, però, è che nessuno abbia ritenuto utile, giusto o –  passatemi il termine – etico dar conto ai concorrenti ed al pubblico di riferimento (simpatizzanti, sostenitori, pubblica opinione) di come e da chi i vari curricula siano stati esaminati, di come e perché sia stato escluso Caio e di come e perché sia stato scelto Tizio. Nessuna critica alla qualità della scelta, di ottimo livello: si tratta, tuttavia, di dare un messaggio e il messaggio pervenuto non è stato dei migliori. E, aggiungo, non avrebbero fatto danni due pulciosissime ed ipocrite righe agli esclusi con un “grazie lo stesso, non ci servi”, come accade normalmente in tutte le selezioni di personale nell’Europa civile. Ecco, probabilmente gli aderenti ad una organizzazione sono interessati non solo ai risultati che si portano a casa ma anche a come vengono gestite le cose in cucina. E questo è soprattutto vero per le organizzazioni che posseggono, perché guadagnato sul campo, prezioso capitale reputazionale, che non va sprecato. Neanche in queste occasioni.

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Uno alla volta, per carità!

E’ stato approvato in via definitiva il c.d. Milleproroghe, il mostro legislativo che ha preso il posto delle vecchie leggi finanziarie delle precedenti legislature fatte di centinaia e centinaia di commi e che per il comune cittadino (al pari, va detto, di molti altri provvedimenti legislativi) è semplicemente incomprensibile. Poco decifrabile anche per gli addetti ai lavori, pena un certosino lavoro di collazione e di taglia e incolla delle norme sparse in ogni dove, il decreto aveva sollevato i dubbi del Quirinale, in particolar modo perché trattava (e tratta) dell’universo mondo, tradendo la sua originaria ratio di introdurre proroghe di termini previste da disposizioni legislative e spingendo il Presidente della Repubblica a ricordare a tutti la reale natura della decretazione d’urgenza.

Fra i diversi interventi, solleva una qualche curiosità la nuova sperimentazione relativa alla carta acquisti, un intervento su cui sono state espresse posizioni alquanto divergenti. E’ intervenuto criticamente Tito Boeri, sollevando alcune questioni, in particolare relativamente  al fatto che lo Stato assegnerà la carta acquisti ad enti caritativi, i quali daranno la carta ai cittadini destinatari. Il tema è complesso, ma, per quel che mi riguarda, devo dire che trovo curioso l’utilizzo del termine “ente caritativo”, così come introdotto dall’articolo 2-quater del testo. Cos’è un ente caritativo? Ad occhio, associazioni senza scopo di lucro. Ma quali? Le ONLUS? E quali ONLUS? Le fondazioni? Gli enti ecclesiastici? Alle norme di dettaglio provvederà un successivo decreto, ma il problema è anche e soprattutto semantico.

La carità col Terzo Settore (perché di questo si parla) non c’entra nulla: la forza degli enti del Terzo Settore, e fra questi delle associazioni di volontariato in particolare, è quella di essere antenna sul territorio che rileva prima di altri i bisogni, e la volontà di lavorare assieme al settore pubblico per pianificare gli interventi sulla base di quei bisogni, con e per le persone. E’, in altre parole, la simpatia, intesa nel suo significato etimologico di condivisione, con coloro che esprimono delle necessità, ed è cosa decisamente più complessa e più avanzata della carità. Mi pare, insomma, che continui quella ambiguità già espressa nel Libro Bianco sul futuro del modello sociale del 2009, dove si accostavano cultura del dono e della solidarietà e carità. Le parole, urlava qualcuno, sono importanti!

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Mille proroghe, almeno due sciocchezze

Continua al Senato la corsa per la conversione in legge del decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225, il c.d. Milleproroghe, la zona cesarini legislatva di fine anno. Leggo oggi che il lupo perde il pelo ma non il vizio: un paio di emendamenti dei senatori Esposito e Latronico puntano nuovamente, dopo le ripetute polemiche degli scorsi mesi, a spostare la CONSOB a Milano. Tutto l’arco politico della Regione Lazio (Polverini, Zingaretti, Alemanno) contrario, ma il partito centrifugo (verso il Nord) non molla. A che pro?

Ancora. All’articolo 2 (Proroghe onerose di termini) si prevede da una parte la prosecuzione del 5×1000 per l’anno 2011 e, dall’altra una quota di 100 mln, nell’ambito della somma complessiva di 400 mln, “destinata ad interventi in tema di sclerosi amiotrofica per ricerca e assistenza domiciliare dei malati ai sensi dell’articolo 1, comma 1264, della legge 27 dicembre 2006, n. 296”. Ebbene, ad oggi, e fatte salve modifiche in sede di conversione, questa ulteriore ripartizione rischia di rivelarsi tecnicamente inapplicabile. In primo luogo, infatti, si legano i 100 mln per la SLA alle procedure individuate per il 5 per 1000 (“a valere su tale importo”, recita la norma), il che significa seguire i lunghi tempi legati al riparto che segue le indicazioni dei contribuenti, nonché la destinazione alle ONLUS ed agli enti individuati preventivamente per l’anno 2011. In secondo luogo, inoltre, ed in modo quasi schizofrenico, gli interventi per la SLA sono da intendersi “ai sensi dell’articolo 1, comma 1264, della legge 27 dicembre 2006, n. 296”, ovvero ai sensi della norma che ha istituito il Fondo nazionale per le non autosufficienze (FNA), che per il 2011 non ha, ad oggi, una nuova dotazione.

Insomma, 5 per 1000 o FNA? Welfare e Salute? E attraverso quale indicazione tecnica? Si rischierebbe, addirittura, di non sapere come utilizzare quei fondi e, in ogni caso, di provocare una sorta di lotta fra poveri fra le associazioni dei malati di SLA e delle loro famiglie e il mondo delle ONLUS e del volontariato destinatario delle risorse del 5 per 1000. Urgono emendamenti. Stavolta sensati.

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