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Marco Travaglio e quel “mongoloide” di troppo

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Le parole, si sa, a volte sono pietre. E fanno male soprattutto quando colpiscono le persone più fragili. È quel che è accaduto qualche giorno fa durante la trasmissione “Otto e mezzo” su La7 quando, nel dibattito fra Marco Travaglio e il deputato e scrittore Gianrico Carofiglio, il direttore del Fatto Quotidiano, vivace polemista, ha denunciato che si vogliano trattare gli elettori del Movimento 5 Stelle come “mongoloidi”. Dibattito politico a parte, che qui certamente non interessa, non si sono fatte attendere le reazioni delle realtà del mondo associativo rappresentativo delle persone con disabilità e delle loro famiglie, come Coordown e Anffas, che hanno fortemente condannato l’episodio. Travaglio, prontamente, si è scusato dalle colonne del Fatto Quotidiano. Tuttavia, nel rivolgersi a Roberto Speziale, presidente dell’Anffas, è riuscito a mettere una toppa ben peggiore del buco: “Caro Speziale (e cari amici dell’Anffas) – scrive Travaglio – come lei stesso riconosce il mio intento era tutt’altro che quello di offendere le persone affette da sindrome di Down e le loro famiglie. Anche perché ne conosco personalmente diverse, e so di avere soltanto da imparare da loro. Nell’enfasi polemica con lo scrittore Gianrico Carofiglio, intendevo fargli notare che stava trattando assurdamente 8 milioni e rotti di elettori dei 5Stelle come altrettanti handicappati mentali che votano senza sapere quello che fannoNon credo che, se avessi detto “lei li scambia tutti per dei matti” o “per dei dementi”, avrei offeso i malati psichiatrici, o le persone affette da demenza, e i loro famigliari. Se però con le mie parole, rivolte a un interlocutore con cui stavo polemizzando e non certo alle persone affette da sindrome di Down, ho involontariamente offeso qualcuno, me ne scuso dal più profondo del cuore”.

Personalmente non ho dubbi che le scuse di Travaglio siano sincere e sono d’altronde convinto che, nell’utilizzare l’espressione che ha fatto inalberare in tanti, non intendesse affatto dare addosso alle persone con sindrome di Down. Ed è proprio questo il punto. Se uno dei giornalisti più conosciuti d’Italia trova tutto sommato normale l’utilizzo di termini che stigmatizzano gravemente le persone con disabilità intellettiva di questo Paese, rincarando la dose con “handicappati mentali” nello scusarsi, significa che la cultura dei diritti per le persone con disabilità in Italia ha ancora una lunga, lunghissima strada da percorrere. Non è una mera questione semantica, sia chiaro. Le parole hanno certamente un loro peso, e non casualmente la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, che l’Italia ha ratificato meno di dieci anni fa, parla, appunto, di “persone” con disabilità. Non di handicappati. Non di diversamente abili. E men che meno di mongoloidi o ritardati. Il focus della Convenzione è sulla persona, che si trova ad avere una disabilità, di qualsiasi natura essa sia. A significare che le persone con disabilità non sono dei malati, ma, come recita la Convenzione stessa, “coloro che presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che in interazione con barriere di diversa natura possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri”. Chiaro come il sole: stessi diritti e stesse opportunità, da garantire anche adattando l’ambiente (fisico e socio-culturale) ai bisogni del singolo cui è necessario fornire il necessario supporto per poter godere degli stessi diritti di cui godono gli altri cittadini. E, soprattutto, evitando ogni forma di esclusione ed emarginazione.

Oltre le definizioni, tuttavia, c’è una sostanza che traspare dalle parole di Travaglio. Quando, ad esempio, parla di “handicappati mentali che votano senza sapere quello che fanno”, si tira una linea. Una linea tra chi, nel comune sentire, ghettizza le persone con disabilità quali cittadini di serie B, incapaci di autodeterminarsi, poveri infelici sbeffeggiati dal destino cinico e baro, cui guardare con compassione e paternalismo, e chi, invece (in prima fila le persone con disabilità e le loro famiglie) lottano ogni giorno con le unghie ed i denti per difendere i loro diritti e – permettetemi – la loro dignità. Stupirà forse qualcuno sapere che in Italia, a differenza di qualche altro Paese, le persone con disabilità intellettiva votano. E magari, chissà, con maggiore consapevolezza di tante persone senza disabilità. Faccio mie le parole riportate sulla pagina Facebook di Emma’s friends: “Lei lo sa Signor Travaglio che le persone con sindrome di Down votano? Lei lo sa che votano, sapendo quello che fanno? Lo sa che vanno a scuola? Lo sa che molti hanno un lavoro vero? Lo sa che ci sono persone con sindrome di Down che vanno a vivere da sole? Lo sa quanto hanno combattuto insieme con le loro famiglie per non essere chiamati “mongoloidi” e per non sentire nei cortili delle scuole, al bar o nelle piazze quel termine usato per offendere?”. No. Marco Travaglio non lo sa. O non ne è pienamente consapevole. Come tante, troppe persone vittime degli stereotipi. Non è una sua colpa e non credo abbia senso alcuno fare crociate contro di lui. In Italia molto è stato fatto per promuovere i diritti delle persone con disabilità, è bene ricordarlo. Ma molto, moltissimo resta da fare. Facciamo allora sì che questa sia, almeno, l’occasione per fare cultura dei diritti. Per cambiare le teste. Magari cominciando dalle parole.

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Maledetti burocrati a “Otto e mezzo”

Qui il video della puntata di “Otto e mezzo” su La7 in cui sono stato ospite di Lilli Gruber per parlare di burocrazia e dirigenza pubblica, assieme a Francesco Giavazzi e Valerio Onida. Grazie davvero a Gruber e alla sua squadra per l’invito e per la discussione: quando si parla di Pubblica Amministrazione la parola d’ordine è una sola: spiegare. O almeno provarci.

Ottoemezzo

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La satira di Striscia e il fisco: non tutto è un gioco

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Dalle schermaglie alla guerra: fuoco alle polveri al conflitto fra l’Agenzia delle Entrate e Striscia la Notizia, il programma satirico Mediaset di Antonio Ricci, che da mesi manda in onda una serie di servizi nei quali molti cittadini denunciano casi di presunta vessazione ai loro danni da parte di funzionari e dirigenti dell’agenzia relativamente ad accertamenti del valore catastale di terreni ed immobili. Nell’edizione del 1 maggio, Repubblica ospita una nota a cura della trasmissione in cui si ribatte ai comunicati stampa delle Entrate dicendo che “è piuttosto l’Agenzia ad aver organizzato una campagna contro i contribuenti al solo scopo di far cassa facilmente” e che è la stessa Agenzia a diffamare la trasmissione, che si vorrebbe imbavagliare a danno della libertà di informazione. Premetto doverosamente che non sono un esperto di fisco: personalmente mi affido ad un professionista persino per la mia dichiarazione dei redditi e, pur tenendo le mie carte ordinate, spero di non ricevere richieste di accertamento alle quali avrei con tutta probabilità difficoltà a rispondere senza l’aiuto di qualche esperto.

Tuttavia, il nodo della questione non mi pare la messa in discussione della libertà di stampa, pure a beneficio di una trasmissione che fa satira, ma le modalità con cui essa viene esercitata. Può l’Agenzia delle Entrate commettere errori? Sì, certo, e mi meraviglierei del contrario: dice un vecchio adagio che solo chi fa sbaglia. È corretto – ed anzi auspicabile – che gli organi di informazione diano voce ai cittadini che lamentano presunte ingiustizie, in omaggio, peraltro, al principio che la malversazione non è mai presunta ma vada accertata da parte dell’autorità pubblica. Quello che, però, stona nella vicenda è l’applicazione al contrario di questo principio. Basta scorrere i servizi trasmessi da Striscia e vedere che i sottopancia parlano di “estorsione legalizzata” o “rapine in corso”, dando per acclarato che l’operato di funzionari e dirigenti sia mirato, consapevolmente e strategicamente, al danno del contribuente. Il messaggio che emerge mi pare chiaro: un organismo dello Stato ha come missione quella di derubare i cittadini Italiani, in modo sostanzialmente mafioso, come suggeriscono gli spezzoni del Don Corleone interpretato da Marlon Brando mandati in onda a corredo di alcuni servizi. Satira? Non lo so. Mi limito ad osservare che ci sarebbe da chiedere se la fondatezza delle accuse siano state oggetto di verifica interna da parte dei legali Mediaset, scremando casi chiaramente senza fondamento, o se dei singoli casi sia stato chiesto conto alle sedi competenti dell’Agenzia: a quanto mi consta dalla lettura dei giornali, non sembra così. E trovo piuttosto grave che sia stato dato spazio, con una certa leggerezza e con tanto di infografica a cartelli, alle “soluzioni” proposte da taluni contribuenti interpellati, fra i quali la famosa idea di trovare l’indirizzo del funzionario che ha firmato l’atto ritenuto illegittimo e bruciargli la casa. Non una proposta di Striscia, evidentemente, ma il solo fatto di dar spazio a idee del genere rivela, credo, una certa irresponsabilità di chi gestisce una trasmissione con un seguito di ascolti così rilevante.

Chi sbaglia paga: è un principio che vale per qualunque funzionario pubblico che, con dolo, cagioni danno ai cittadini o alle casse pubbliche. Ma tale principio elementare deve valere per tutti, anche per chi fa informazione, satirica o meno: le parole pesano, sempre e comunque, e tanto più pesano quanto chi le diffonde ha presa e ascolto nel pubblico, dovendo sempre usare quella misura di accortezza e responsabilità che è indispensabile per far sì che chiunque possa farsi una propria, compiuta opinione. Non stupiamoci poi se spuntano in commercio giochi come quello segnalato da “Antenne”, blog ospitato da Repubblica: “Agenzia delle Entrate in fiamme”, si legge, si compone di 192 pezzi che permettono di costruire la palazzina con gli uffici del fisco e un kit di luci genera l’effetto delle fiamme mentre una speciale tanica di olio produce – per la gioia dei più sadici – il fumo dell’incendio; manuale di istruzioni disponibile anche in italiano. Ecco, ricordiamoci che non tutto è un gioco.

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L’eguaglianza delle persone con disabilità passa anche per Spinoza

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Ha detto bene Gian Antonio Stella sul Corsera, scrivendo che Ezio Bosso, compositore italiano con disabilità, ha regalato dal palco di Sanremo giovedì sera “una serenità contagiosa qua e là anche allegra, con cui si è offerto a milioni e milioni di italiani in tutta la sua dignitosa fragilità corporale”. L’elemento distintivo della emozionante performance di Bosso è che ha mostrato, nella sua bravura e nella sua semplicità, che una persona con disabilità è prima di tutto una persona, un cittadino come gli altri, e che le eventuali diversità di cui è portatore non possono e non devono essere causa di discriminazione e, men che mai, di pietismo. Si parla di diritti: come ci dice la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006, la disabilità è tale in quanto influenzata da barriere di diversa natura che possono ostacolare la piena ed effettiva partecipazione nella società da parte delle persone con disabilità su base di uguaglianza con gli altri. E le barriere, fisiche o sociali, fatte di mattoni o pregiudizio, possono essere abbattute. Faticosamente, magari, pezzo per pezzo, ma è possibile. Sappiamo che la storia della disabilità è costellata di pesanti discriminazioni, di ostracismo, di vergogna persino: il bel libro di Matteo Schianchi su “La storia della disabilità: dal castigo degli dèi alla crisi del welfare” è esemplare nel ricordare quanta strada è stata fatta e quanta ancora se ne debba fare per il pieno riconoscimento della cittadinanza alle persone con disabilità e la loro inclusione a tutto tondo nelle diverse società. Ed è per questo che mi ha colpito un fatto piccolo piccolo, che lo stesso Stella cita nel suo articolo come esempio negativo, accomunandolo alla infelice – diciamo così – esternazione del vice presidente del Senato della Repubblica in occasione del recente “Family Day”. Il riferimento è ad un tweet dell’account satirico “Spinoza LIVE” (@LiveSpinoza) che, riferendosi a Bosso nel corso della sua esibizione, ha scritto come sia “davvero commovente vedere come anche una persona con grave disabilità possa avere una pettinatura da cogl****”. Bosso, prontamente e con grande spirito, ha risposto: “Perché cerco di pettinarmi da solo”. Battuta infelice? Offesa? Io credo di no. Anzi, non troppo paradossalmente, fare oggetto di satira un artista con disabilità che in quel momento aveva appassionato la platea e chi si trovava a casa, ha rappresentato un altro tassello dello sdoganamento della paura delle differenze ed un segnale di eguale dignità per le persone con disabilità. Sfottere una persona con disabilità, in quel contesto, ha avuto il significato di comunicare che Bosso era una persona come le altre, disabilità o meno, e che quindi poteva essere oggetto di presa in giro, chiamando direttamente in causa la sua diversità. Cosa che, sono convinto, abbia colto lo stesso Bosso che ha risposto in maniera fulminante ed arguta, con un’operazione di vera e propria distruzione di pregiudizi e di totale rimescolamento delle carte in tavola. Si è trattato, come spiega l’autore della battuta politicamente scorretta, di rovesciamento del luogo comune: posso prenderti in giro perché riconosco appieno e come inalienabile la tua dignità di essere umano. Senza inutile compassione o pelosi paternalismi. Spinoza approverebbe, scommetto.

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Non con i miei soldi, Giletti

Il duello in punta di cannone che domenica scorsa ha visto protagonisti il conduttore Rai Massimo Giletti e l’ex parlamentare della sinistra radicale Mario Capanna è disponibile ormai on line sui siti dei principali quotidiani italiani, a mo’ di simpatico divertissement. La cosa, tuttavia, non può essere liquidata come l’ennesima baruffa televisiva di cattivo gusto. E’, anzi, molto seria e merita qualche riflessione. Oggetto del contendere la indignata denuncia da parte di Giletti, nella puntata precedente de “L’arena”, della cupidigia di quegli ex consiglieri regionali della Lombardia che si sono opposti al taglio del 10% dei loro vitalizi, controproponendo la creazione, con quei denari, di un fondo di solidarietà. Conseguentemente, Capanna, firmatario del ricorso assieme ad altri ex colleghi e chiamato in causa, ha chiesto un chiarimento in diretta per spiegare la sua posizione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, una gazzarra ordita male e gestita peggio dal padrone di casa.

Il punto, chiariamolo subito, non sono i vitalizi dei politici, spropositati nella loro entità e da sempre oggetto di comprensibili critiche e condanne. E, devo dirlo, non mi scandalizza neppure che, a fronte del semplice taglio del vitalizio, gli ex lo condizionino alla creazione di un fondo regionale di solidarietà, cosa neppure troppo bislacca. Si utilizza un diritto garantito dal quadro normativo, messo in piedi – ricordatevelo bene – dai quei rappresentanti del popolo che tutti noi, da sinistra a destra, abbiamo votato senza farci troppi problemi. Votati anche da quelli che oggi sono sulle barricate a gridare contro il magna-magna della politica. E se la Regione Lombardia vuole intervenire con legge, non può non esser garantito il diritto di farvi ricorso, piaccia o non piaccia. Quello che è davvero insopportabile è la populistica crociata sistematicamente condotta dagli schermi da chi, settimana dopo settimana, partendo da casi di cronaca che investono parlamentari, burocrati, medici o vigili urbani (insomma, tutto quello che ha a che fare col settore pubblico), officia la sua personale messa domenicale da novello Savonarola. Il sistema è ormai collaudato: si trova un caso presentato come indifendibile (le cronache, purtroppo, ne abbondano), si mettono le mani avanti precisando che mai e poi mai si intende condannare un’unica categoria e poi si inizia a sparare a palle incatenate ad altezza d’uomo, come avvenuto nel caso della recente alluvione di Genova. Approfondimenti? Spiegazione dei fatti? Lasciano il tempo che trovano: quello che conta è eccitare gli animi mentre il conduttore alterna abilmente espressioni contrite ed addolorate e lanci di fulmini e saette contro i manigoldi di turno. Tanto, fa tutto schifo.

La puntata della scorsa domenica, in questo can-can, ha toccato davvero il punto più basso quando un indignato Giletti, che non risulta essere più giornalista e che guadagna solo 300.000 euro l’anno (esclusi premi vari, si suppone, ma tanto lui non è un eletto, si difende), si è scagliato contro Capanna, che non ha avuto possibilità di spiegare compiutamente la sua versione, pure criticabilissima dai più. Non pago, dandogli letteralmente del ladro, Giletti ha tuonato focosamente che lui lavora per difendere gente come Isabella, morta d’infarto per sostenere quattro figli, e non per gente come Capanna. Non è mancato neppure il colpo di teatro, col lancio sprezzante a terra del libro dell’ospite prima della pausa pubblicitaria. Ecco, consentitemi di dire che a me questa televisione non piace. Anzi, ne sono inorridito. Non voglio questionare sulla professionalità di Giletti, bravissimo a fare la sua trasmissione. Ma, pagando il canone tv, da contributore della televisione pubblica certe cagnare non le voglio vedere: non possono appartenere al servizio pubblico. Non voglio finanziare in qualsiasi forma la disonestà intellettuale, la demagogia, la violenza verbale, la faciloneria, il pressappochismo, il disprezzo, la parola negata, la voglia di scandalo a tutti i costi, l’aizzare tutti contro tutti. Non mancano esempi di questa brutta televisione: ma quando si tratta di televisione pagata anche dai cittadini, esigo – lo ripeto, esigo – che quelle che si autoproclamano trasmissioni di approfondimento non facciano campagne costruite a pescare a mani basse nel malcontento, ma espongano i fatti in modo obiettivo, completo. Pacato, magari: la buona creanza non passa mai di moda. La tv pubblica non è il mercato del pesce, dove ogni venditore urla ai quattro venti la bontà della sua mercanzia: deve essere il luogo in cui tutte le opinioni e le posizioni trovano posto e dignità, portando i pro e i contro e lasciando che gli ascoltatori si facciano la propria opinione. Le tesi precostituite e urlate no, Giletti. Non con i miei soldi.

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L’Inquisizione in diretta

Non avevo sinora voluto commentare la vicenda che ha portato in prima pagina sui giornali i cosiddetti “dirigenti del disastro” (parola di Corriere della Sera) dopo l’ennesima tragedia che ha colpito la città di Genova. Troppa l’emozione per quella catastrofe vista in diretta e poca la voglia di passare per il conservatore di turno, difensore dell’indifendibile. Spiegare costa fatica, soprattutto quando il clima è rovente. Oggi, tuttavia, due righe me le consentirete. Sono fresco della visione della puntata odierna de “L’Arena”, in onda su Rai1 la domenica pomeriggio, programma di approfondimento un po’ urlato condotto da Massimo Giletti. Giletti, professionista molto popolare e con una lunga carriera alle spalle, si contraddistingue da sempre per affrontare i temi della pubblica amministrazione in modo corsaro, denunciandone i malfunzionamenti: fa il suo lavoro ed è, anzi, dovere di ogni operatore dell’informazione scavare e portare all’attenzione del pubblico i fatti, sui quali farsi un’opinione, soprattutto quando si parla di denaro pubblico. Il tema è noto: alcuni dirigenti del Comune di Genova, impegnati nella tutela del territorio, prendono i “bonus” per l’anno passato, sebbene si sia verificato il disastro. Facile il ragionamento: i “premi” si danno per proteggere il territorio e se avviene quel che avviene, non solo i quattro hanno rubato il denaro pubblico, ma sono i veri responsabili di quello che è accaduto.

Vedete, mi metto spesso nei panni di chi non mastica necessariamente di pubblica amministrazione, sul serio. Lo so che tutto pare dannatamente astruso, difficile, complicato. Ed in buona parte lo è, per tanti motivi. Tuttavia, riflette anche il necessario rispetto di tutta una serie di (estenuanti) procedure a vantaggio della imparzialità dell’azione amministrativa e il fatto che i compiti dello Stato sono ormai cresciuti a dismisura al complicarsi della società moderna, piena di conflitti e tensioni talvolta divergenti. Per dirlo chiaro per l’ennesima volta: c’è tanto, tantissimo da fare per rendere migliore e più efficiente la PA e posso capire se ad un esterno possa sembrare facile cambiar le cose con un tratto di penna o un annuncio. Non è così, purtroppo, come non lo è per tutti i settori della vita quotidiana. E arrivo al primo punto: il sistema di valutazione che oggi esiste per la dirigenza deve cambiare, non c’è dubbio. Non è tanto sbagliato in sé ma è vero che si trasforma troppo spesso in adempimento. Questo è un fatto sui cui la politica dovrebbe impegnarsi, dato che la legge la scrive il Parlamento e gli obiettivi li fissa la politica, sentita la struttura.

Quello che però ho sentito oggi nulla ha a che fare con questi temi, su cui possiamo dibattere fino allo sfinimento. Oggi ho sentito dire che i cosiddetti premi – in realtà un parte del salario – ai quattro dirigenti comunali di Genova che avevano obiettivi legati alla tutela del territorio sono un’offesa ai cittadini vittime della catastrofe. Si è affermato che la retribuzione di  risultato è una clientela: una mazzetta, insomma. Nessuno della pur valida squadra Rai ha pensato di andarsi a leggere i contratti, capendo che quegli obiettivi li ha fissati l’Assessore, e  nessuno ha pensato di far parlare un dirigente pubblico al posto di un sindacalista (bravissimo, per carità) della CGIL che dirigente non è. Nessuno ha capito – nessuno, d’altronde, lo ha spiegato – che gli obiettivi fissati annualmente per la dirigenza rispecchiano solo una parte – spesso piccola – della quotidiana attività che un ufficio pubblico porta avanti. Si è data per acquisita la automatica corrispondenza obiettivi-alluvione e il fatto che impedire l’ultima alluvione di una lunga serie era chiara ed unica responsabilità dei quattro. Ma, sopratutto, si è voluto buttare in pasto alla – legittima – rabbia dei cittadini delle persone bollate come colpevoli sulla base dell’emotività: persone che lavorano e che hanno delle famiglie. Il morto e i danni a Genova ce l’hanno sulla coscienza: ecco il risultato. Il tutto in un clima che, a mio modo di vedere, nulla aveva a che fare con la necessaria obiettività di una vicenda così delicata ma che grondava demagogia spinta. E’ giornalismo questo? Io ho forti dubbi. Vedete, non si tratta tanto di garantismo, che pure male non farebbe. Si tratta di non soffiare sul fuoco di un clima di odio sociale che in troppi fomentano e che alla fine conta una sola, drammatica perdente: l’Italia. Chi la ferma questa deriva?

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Basta la parola

Parte l’edizione numero 13 del Grande Fratello, il più famoso dei cosiddetti reality show che tanto piacciono al pubblico. Una delle novità di quest’anno è la presenza di una concorrente alla quale, a seguito di un incidente, è stato amputato un braccio. “Una concorrente con handicap”, riporta La Stampa; “sarebbe la prima volta che viene mostrato, con la compiacenza delle telecamere, questo tipo di handicap”, scrivono Il Giorno e l’Huffington Post Italia. Ecco, a leggere questi primi lanci a poche ore dall’inizio della trasmissione, potrei pedantemente rilevare che il termine “handicap”, come “diversamente abile”, è ormai da archiviare. Che esiste una Convenzione ONU di cui l’Italia è firmataria che si occupa dei diritti delle “persone con disabilità”: persona prima, e poi con una disabilità. O che negli ultimi tre anni l’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità ha elaborato il primo rapporto all’ONU sulla attuazione della Convenzione in Italia e il primo programma d’azione in materia di disabilità approvato dal Governo. E che questi passi importanti sono stati costruiti mettendo a lavorare assieme, sin dall’inizio, le istituzioni e le associazioni rappresentative delle persone con disabilità. E invece no. Dico che questa può essere l’occasione (la seconda, dopo la presenza di un concorrente cieco qualche anno fa) di fare un po’ di cultura dell’inclusione attraverso un programma che più popolare non si può, cominciando, magari, a utilizzare i termini giusti e ricordando che una disabilità si misura in relazione all’ambiente che abbiamo intorno. E partendo da quello che la stessa concorrente ha detto: “Prendetemi e vi dimostrerò che un’invalidità non è invalidante”. Magari non basta la parola, ma è sicuramente un buon inizio.

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