I cari, carissimi Papi santi

Francesco? E a chi non piace? E poi lo imita anche Crozza. Non uno ma ben due Papi santi? Va bene, Roma sarà al centro dell’attenzione di milioni di persone in tutto il mondo e magari arriverà qualche eurino di turismo. Romani prigionieri dentro casa per evitare la marea umana di pellegrini stile “Invasione degli ultracorpi”? E sia, il romano è ospitale, si sa. Mi chiedo solo: ma polizia, vigili, megaschermi e organizzazione varia chi li paga? Mica noi, vero? Vero? …vero?

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Lungomuro? No, grazie

Se non sapete cosa sia il Lungomuro di Ostia a Roma (muro, non mare, avete letto bene), basta rivedersi questo servizio di Rai 3 di un paio di anni fa, che faceva il punto sulla incredibile decisione dell’allora Governo Monti che, “per incrementare l’efficienza del sistema turistico italiano, riqualificando e rilanciando l’offerta turistica, fermo restando, in assoluto, il diritto libero e gratuito di accesso e fruizione della battigia, anche ai fini di balneazione” introduceva  “un diritto di superficie avente durata di venti anni” (prima dell’intervento del Quirinale si volevano indicare ben 90 anni!). O, ancora, farsi rodere il fegato rivedendo una puntata di Report sull’argomento. Il risultato? Uno dei litorali – potenzialmente – più belli d’Italia è e resterà di fatto inaccessibilieai comuni mortali, e questo potrebbe essere il destino delle coste Italiane. Esagero?

Qualche giorno fa mi trovavo, da invitato, in uno dei più famosi stabilimenti di Ostia Lido che, peraltro, ad una rapida occhiata, è inaccessibile a persone con disabilità motoria, se non attraverso una ripida discesa utilizzata dalle auto. Mentre arrostisco al sole, dal mio lettino vedo che il bagnino di turno, con la grazia di un minatore del Klondike, apostrofa senza troppi complimenti due coppiette di adolescenti che stavano fermandosi sulla battigia, vietando loro di fermarsi ed anzi intimando di andarsene, perché “sennò questi che hanno pagato a fa’?”. La rabbia monta ma, per non imbarazzare il mio ospite, scelgo di scrivere una e-mail direttamente al responsabile dello stabilimento, facendo notare che quanto accaduto non era permesso dalle norme in vigore e che i 5 metri della battigia sono a disposizione di chi, senza dover pagare un centesimo, entri in spiaggia e voglia godersi la giornata. Dopo uno scambio epistolare e dopo aver sentito la Capitaneria di Porto competente per territorio, capisco per bene come stanno le cose. Reggetevi. Se Tizio vuole oltrepassare il lungomuro utilizzando l’entrata (sorvegliata) di uno stabilimento balneare, può farlo solo se per cento metri a destra e a sinistra non vi siano accessi a spiaggia libera, altrimenti deve forzatamente passare per la spiaggia libera. Se entra, e fortunosamente non deve mettersi a discutere con chi chiede illeciti biglietti di entrata (capita molto spesso, purtroppo), può arrivare alla battigia e fare il bagno, ma a quel punto avrà solo 3 opzioni: a) riuscire dall’acqua e andarsene; b) riuscire dall’acqua e restare i piedi (!); c) riuscire dall’acqua e sedersi senza telo, perché col telo non si può.

Ecco, l’assurdità di disposizioni del genere rende chiara una cosa, a mio modo di vedere assai semplice. Spiagge e mare sono beni comuni, cioè di tutti i cittadini. Chiunque deve poterne godere sempre e comunque, senza limitazione alcuna, se non per motivi di sicurezza e rispetto delle esigenze degli atri bagnanti. E che i lungomuri d’Italia sono un’offesa ai cittadini, alla Costituzione e al buon senso. Lo Stato ha concesso? Lo Stato può revocare. E allora che si fa? Chi ci si mette?

Caro (aspirante) Sindaco di Roma ti scrivo

Stasera sono tornato da sei giorni in giro tra Bruxelles e l’Italia, sbarcando con un Frecciarossa alla Stazione Termini di Roma verso le 19 di sera. Quel che per l’ennesima volta ho trovato all’uscita della Stazione Centrale e negli immediati dintorni è uno spettacolo desolante. Che spaventa letteralmente. Allora mi sentirei di chiedere una cosa al Sindaco di Roma e agli aspiranti Sindaci, che pare si affronteranno nelle primarie delle due principali coalizioni: fatti salvi tutti gli immensi problemi che la Capitale porta con sé (e che non provo neppure ad enumerare), ci sarà fra costoro qualcuno che avrà la volontà, la visione, la capacità di comprendere che è necessario un biglietto da visita perlomeno decente per presentare la Città Eterna a viaggiatori e turisti? D’altronde “Roma è la nostra casa. Rispettiamola” recita un singolare poster a cura di Roma Capitale!

Intanto, schivati i nugoli di taxisti abusivi che ti abbordano di soppiatto, all’uscita principale di Via Giolitti l’incauto viaggiatore che trascina bagagli non ha il piacere di trovare scivoli all’attraversamento pedonale. Se il povero turista è un venerabile vegliardo o una persona con disabilità motoria, meglio si faccia il segno della croce.

Non manca poi il piacere, avventuratisi in lugubri porticati degni de “L’Esorcista”, di fare lo slalom – letteralmente – in un vivace suk in cui si vende di tutto. Tutto contraffatto, tutto illecito, tutto nel caos più totale. Controlli? Zero.

Pazienti, svicolate qualche montagna di immondizia (o di merce accatastata, non è dato sapere) e all’attraversamento pedonale fate un cenno di saluto alla inossidabile coppia di senza casa che hanno eletto il marciapiede fra Piazza dei Cinquecento e Piazza della Repubblica come la loro magione.

A questo punto, sconsiglierei vivamente chi deve dirigersi verso il centro di entrare in quel Triangolo delle Bermuda che si trova dietro le oramai quarantennali baracchette-librerie lungo Via delle Terme di Diocleziano e lungo le quali c’è un floridissimo mercato di battuage maschile a partire dal pomeriggio. Evitare fango, escrementi e cocci di bottiglia. Ricordo solo che trova posto in questo spazio il monumento ai caduti di Dogali, eretto proprio per ricordare i 500 (da qui prende il nome la Piazza della Stazione) italiani che parteciparono alla battaglia di Dogali nel 1887.

Ah. Non prendete la Metro, è leggerissimamente inagibile. Meglio arrivare a Piazza della Repubblica, splendida area le cui ali sono pedonalizzate. Meglio, dovrebbero esserlo. In realtà sono dei parcheggi, notte e dì. Controlli? Zero.

Il piccolo viaggio del turista finisce qui. Facciamoci una birra nel salotto di Via Nazionale. Però la domanda resta: caro (futuro) Sindaco, che facciamo?

Persino nella nostra Gallura

Nell’estate della crisi, serpeggia su alcuni giornali (in particolare sull’Unione Sarda, di cui in agosto sono un religioso lettore) la tesi secondo cui il calo del turismo in Sardegna sia legato anche alla psicosi dei controlli fiscali anti evasione e ai blitz delle forze dell’ordine sull’isola. I “siuri”, insomma, si sentono ingiustamente additati al pubblico ludibrio e, per non essere infastiditi, levano le tende: esemplari le reazioni indignate all’intervento di un elicottero per far sloggiare panfili e yacht dalle cale interdette alla navigazione a Porto Rotondo. “In vacanza non si può vivere di stress“, lamenta un ignoto diportista. Ora, seppur col cuore stretto di fronte a tanta sofferenza d’altobordo, fin qui nulla di sostanzialmente nuovo. Epperò è un nonnulla in confronto alle dichiarazioni di Flavio Briatore, il vip per eccellenza, che, nel lodare GdF e Agenzia delle Entrate, i “servitori del Paese che svolgono la funzione alla quale il Governo li chiama”, lancia il suo anatema sul più generale deficit di politica nell’isola: “Ma le sembra possibile che non ci siano i più elementari servizi, persino nella nostra Gallura, dove si sostiene di voler fare turismo d’elite?”.

A me il Briatore sta anche simpatico, credo sia un imprenditore accorto, tutt’altro che stupido. Ma sono dell’opinione che egli rappresenti – non me ne voglia – proprio quello di cui la Sardegna, come l’industria del turismo italiano in generale, non ha bisogno. Non ha bisogno (rectius, non dovrebbe aver bisogno) del Cumenda che arriva sul panfilotto senza conoscere nulla della cultura della terra di cui è ospite. Di chi in pochi anni ha fatto scempio di pezzi di una terra fra le più belle del mondo e la ha resa una Disneyland d’accatto per mezzeseghe dei reality: avete mai fatto una passeggiata nella spettrale Porto Rotondo di plastica a novembre? Non ha bisogno, insomma, di chi la vive 15 giorni l’anno, sfruttandola e non dandole nulla in cambio, se non l’elemosina del momento senza duraturo sviluppo. La Sardegna è una delle perle del Mediterraneo, piena di cultura e tradizioni, che chi si preoccupa del cosiddetto effetto psicosi indotto dal Governo non può neppure immaginare o si preoccupa di conoscere. Su una cosa, tuttavia, il Nostro ha ragione: la mancanza di lungimiranza di certa politica sarda che, a mio modo di vedere, per troppo tempo si è asservita alle necessità vacanziere “d’élite” e che dovrebbe invece sostenere e moltiplicare le tante piccole iniziative che nell’isola esistono e che vogliono valorizzare il patrimonio storico-culturale sardo. Perché, cari i miei Briatore di turno, la Gallura non è vostra.

Alla faccia del lungomuro

Ecco come piacciono le spiagge a me. Alla faccia del lungomuro di Ostia e di chi ha stuprato le coste d’Italia.

E la scritta non c’è più

Era apparsa così, dal nulla, da un giorno all’altro. Dopo la promozione dell’allora vulcanica Sottosegretaria al Turismo Michela Vittoria Brambilla al più alto scranno di Ministra, l’anonima facciata di Via della Ferratella in Laterano a Roma aveva visto la tonitruante apparizione di una mega scritta dorata a caratteri cubitali, a ricordare ai comuni mortali che in quella grigia sede di fannulloni operava il Ministro del Turismo. Nello sconcerto dei soliti comunisti e dei consueti rompiballe. Ebbene, vedo stasera che la dimessa insegna hollywoodiana è scomparsa, un po’ come la pancia di Mimmo Craig grazie all’Olio Sasso: una cafonata di meno e un poco di sobrietà in più. Effetto dimagrante Monti anche questo?

E che cavolo!

Ultimi scampoli di vacanza ogliastrina. Sole e mare in abbondanza, c’è solo l’imbarazzo della scelta di una fra le tante e splendide spiagge nei dintorni di Tortolì. Splendide, sì, ma maltrattate. Nella incantevole spiaggetta della Cartiera, dietro il porto, in due minuti raccolgo una busta di spazzatura varia (in foto): plastica, mozziconi di sigaretta, tappi, cartacce varie, bottiglie e perfino un paio di sandali ormai incartapecoriti! Colpa di chi? Turisti? Locali? Il Comune? Non lo so, ma la rabbia è tanta. La gaffe di Giuliano Amato di qualche giorno fa non rende giustizia ad una delle regioni più belle d’Italia, alla sua storia ed alle sue tradizioni, insudiciate dalla vergogna della Costa Smeralda (Costa Troppo, l’hanno rinominata degli anonimi vandali con la casacca di Robin Hood), ma la salvaguardia delle preziosissime ed insostituibili risorse naturali sarde deve essere massima. Non siamo ad Ostia Beach

Etica alle stelle

Le stelle sono tante, recitava una vecchia pubblicità: qua sono solo 4 o 5. Accade che Farmindustria, l’associazione delle imprese del settore dei farmaci, aderente a Confindustria, rediga nel 2009 un codice deontologico nel quale, fra le altre cose, si stabilisce (art. 3, comma 3) che congressi e convegni cui partecipano i medici non possano svolgersi in strutture alberghiere di livello superiore alle 4 stelle. Stessa cosa fa Assobiomedica, sempre aderente a Confindustria, che riunisce le imprese che operano nel settore delle tecnologie biomediche, nel suo codice etico del maggio 2010. Il ragionamento dietro queste posizioni è evidente: dare un messaggio di sobrietà ed evitare che occasioni di lavoro, su aspetti delicatissimi quali quelli dei farmaci e delle cure, assumano caratteristica di viagggi premio. Poca cosa? Forse, ma è qualcosa.

Accade poi, riportano le agenzie e la stampa, che l’AGCM nell’adunanza del 24 maggio abbia stabilito, sulla base di una segnalazione del Dipartimento del Turismo, che le disposizioni esaminate escludendo “tout court, a prescindere dal prezzo effettivamente offerto”, le strutture a cinque stelle, sono “restrittive della concorrenza, in quanto idonee a conferire un ingiustificato vantaggio competitivo alle strutture alberghiere di categoria differente”. Le norme dei codici delle associazioni,  “in quanto slegate da qualunque valutazione relativa alla tipologia tariffaria offerta o alle agevolazioni proposte dalla struttura alberghiera interessata”, dovrebbero essere rimpiazzate da “tetti massimi di spesa” per i partecipanti alle attività congressuali. Felici le imprese del settore alberghiero e dei tour operator, anch’esse aderenti a Confindustria.

Cioè: norme senza alcun valore giuridico, condivise fra gli aderenti ad una associazione, volontarie e di natura etica, sono segnalate e sanzionate da autorità pubbliche perché lesive dell’ordinamento giuridico. La contraddizione mi sembra evidente: l’attore pubblico da una parte si fa promotore dell’etica nell’economia e della responsabilità sociale delle imprese nei diversi settori economici, le imprese fanno lodevolmente la loro parte e la mano pubblica interviene nel sanzionare le imprese stesse. Entravano in gioco tanti elementi quale, evidentemente, il contrasto a potenziali conflitti di interessi nei rapporti fra imprese e medici, ma la cosa più importante, a mio avviso, è il messaggio di trasparenza che  si intendeva dare, soprattutto nel campo medico, legato, non dimentichiamolo, al più ampio tema del turismo etico e sostenibile. Le crociate non servono, soprattutto se fini a sé stesse, ma il messaggio finale che viene dato è pessimo.

Dura lex, sed lex. Responsabile, però

L’Ue continua ad investire sulla responsabilità sociale, ed il Vice-Presidente della Commissione europea, Antonio Tajani, annuncia una nuova Comunicazione della Commissione in materia. L’OCSE aggiorna i suoi strumenti e l’ISO ha lanciato il suo standard, ISO26000. In Italia il mondo dell’impresa ne parla con grande partecipazione, come testimonia ad esempio la due giorni che l’ABI ha tenuto a Roma, e agisce. Di etica e sostenibilità si parla anche nel settore pubblico, dove gran parte della riforma del Ministro Brunetta verte sul fondamentale perno della trasparenza come strumento per responsabilizzare le pubbliche amministrazioni. Insomma il tema è caldo. Per tutti, tranne che per Governo e Parlamento.

Da tempo giacciono presso le Camere alcuni disegni di legge sulla responsabilità sociale d’impresa di marchio PD che, ormai, ben difficilmente potranno vedere un qualche sviluppo a breve termine, e che non hanno riscosso eccessivi entusiasmi nella comunità degli addetti ai lavori, che ne hanno rilevato diversi aspetti critici. Sono l’Atto Senato 386, primo firmatario Roberto Della Seta (e gemello dell’Atto Camera 59 a firma di Ermete Realacci), l’Atto Senato 1753, prima firmataria Cecilia Donaggio, e l’Atto Camera 3565, primo firmatario Ivano Miglioli. In piedi anche l’Atto Camera 2813 del PDL.

Testardamente, resto convinto che una legge sulla corporate social responsibility (CSR) serva ma credo che il tema non abbia ricevuto l’attenzione che merita. Indipendentemente che lo si faccia ora (improbabile) o nella prossima legislatura, ricominciamo. Ma non da zero. Si avvii, nella migliore tradizione di un vero coinvolgimento delle parti interessate, un confronto sui punti cardine di una proposta e poi si faccia una sintesi, ne venga assunta la responsabilità politica e si proceda. Incentivi sì o no? Fondi dedicati sì o no? E in quale settore intervenire, se necessario? Lo spettro è vasto, lo sappiamo: ambiente, competitività, pari opportunità, relazioni industriali, tutela dei consumatori, etica e chi più ne ha più ne metta. Se mai si decidesse di intraprendere, dal Governo o nel Parlamento, una strada del genere, fisso due paletti “infrastrutturali” che reputo siano indispensabili, indipendentemente dai contenuti di un possibile intervento del Legislatore.

Paletto 1: resuscitare l’idea del Governo Prodi della Legge Finanziaria del 2007 di tenere periodicamente una Conferenza Nazionale, che non sia però una passerella per i soliti noti, ma un luogo di elaborazione cui si arriva dopo momenti di discusssione codificati fra una Conferenza e l’altra, sotto l’egida (e la responsabilità) dell’amministrazione nazionale. Sia il luogo in cui tutti gli stakeholder contribuscano a scrivere un manifesto nazionale per una politica di responsabilità sociale delle organizzazioni e sia il Governo ad assumersi il compito di garantire che il tutto si svolga in modo trasparente, accessibile, partecipato.

Paletto 2: individuare chiaramente chi, nell’Amministrazione centrale, deve governare un processo multi-attore delicato e complesso. La mia proposta è che, ammesso che emerga una volontà politica vera (altrimenti non servono adempimenti burocratici formali), sia la Presidenza del Consiglio dei Ministri ad occuparsene (sperabilmente in un quadro di semplificazione che reputo indispensabile). Solo la Presidenza, infatti, può coordinare efficacemente tutte le amministrazioni nazionali che sono interessate direttamente dai vari aspetti del tema: il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, sinora amministrazione pivot; il Ministero dello Sviluppo Economico, presso cui ha sede il Punto di Contatto Nazionale per le Linee Guida OCSE; la Funzione Pubblica, autrice di una direttiva della rendicontazione sociale delle PP.AA.; l’Ambiente, evidentemente; gli Esteri, relativamente, ad esempio, al dossier G8; il Turismo, sull’importantissimo tema del turismo responsabile e di lotta allo sfruttamento sessuale e commerciale dei minori dei paesi mete di vacanze; non ultime, le Regioni. E se ha senso che, come molti altri Stati hanno fatto (ultima la Polonia), anche l’Italia lanci una strategia nazionale in materia di responsabilità sociale e sostenibilità, tutta la macchina dello Stato deve esserne partecipe, data la natura assolutamente trasversale del tema.

Credo che sia una strada percorribile, e che lo sia anche e soprattutto nel permanere di una crisi economica e finanziaria che colpisce i più deboli e i più fragili. E’ una sfida che tutti, tutte le parti sociali, devono raccogliere: le imprese, i sindacati, l’associazionismo, il mondo dell’Università, i consumatori. E, in primo luogo, il Pubblico, che non può che agire con gli strumenti propri di una moderna amministrazione che governi reti e che riesca ad essere credibile garante del più ampio sviluppo del dialogo fra i vari attori. Se la Politica decide, insomma, decide costruendo consenso e creando le basi per politiche pubbliche efficaci. In Italia abbiamo già fatto molto e esiste, ormai, un quadro internazionale bene definito e sperimentato cui fare riferimento. Ricominciamo, allora, ma senza considerare la questione come qualcosa di cui occuparsi quando sono risolti i problemi più seri ma interpretandola, al contrario, come una delle leve strategiche per tentare di governare gli effetti negativi delle dinamiche di una società complessa e globalizzata. 

Studio aperto (per ferie)

Capita. E’ festa e, fra una scribacchiata ed una lettura di quotidiani, un attimo di sbadataggine fa sì che la tv resti su Italia Uno. Va in onda quello che qualcuno si ostina ancora a chiamare un telegiornale e che, a confronto, il TG di Emilio Fede ne esce come il notiziario della BBC: Studio Aperto. Nell’edizione delle 12.55 si affastellano notizie di spessore internazionale: oltre alla solita lista di bimbi morti, caldaie killer e casalinghe scomparse, veniamo a sapere che William e Kate si sposeranno senza cocchio e ripiegheranno sulla limousine, mentre un corposo servizio ci spiega come il motore del turismo italiano rombi grazie alla presenza dei russi che calano a valanga per lo shopping. Se a Milano le bambine in età da scuola elementare non si accontentano più delle bambole, ma vogliono le borse e le scarpe, un collegamento in diretta, tra decerebrati made in Italy che devono accaparrarsi qualche capo griffatissimo, lancia la bomba: i Boris nababbi spenderanno anche 20.000 euro a testa e la nostra economia (!) va pazza per loro. Very good shopping, very good! Apre e chiude un bello spot sul Forum Nucleare Italiano. Buona visione.