Archivi tag: Trasparenza

Di chi sono quelle manine sulle norme?

consiglioministri2011

Si spegne la polemica sulle norme approvate dal Governo lo scorso 13 aprile che, intervenendo sul Codice degli appalti, avrebbero depotenziato le funzioni dell’Autorità Nazionale Anti Corruzione guidata da Cantone. I maggiori quotidiani si sono esercitati sulla dimensione tutta politica della vicenda, cercando di identificare la “manina” che avrebbe sbianchettato il famigerato articolo 211 del Codice e gli eventuali mandanti. Aldilà della dietrologia da intrigo di Palazzo, tuttavia, il solo Luigi Ferrarella sul Corsera sembra aver colto un altro e non meno importante aspetto della questione, che attiene alla formazione delle norme e alla trasparenza del procedimento. È noto, infatti, che i testi approvati dai Governi non siano immediatamente disponibili, per svariati motivi ma sostanzialmente riconducibili alla formazione “in divenire” dei testi che, molto spesso, vengono approvati con la formula “salvo intese”. Ciò sta a significare che sono in corso ulteriori approfondimenti di natura tecnica che spostano in avanti la chiusura formale del testo. La vicenda ANAC ha, da questo punto di vista, scatenato la caccia al colpevole: un qualche ministro birichino o il solito, onnipotente burocrate? Partiamo intanto da un tema più generale, che è opportuno tenere presente: il boccino della legislazione è ormai in gran parte passato al Governo, in Italia come negli altri Paesi europei. Tra decreti-legge e decreti legislativi, questi ultimi basati su una delega del Parlamento, le Camere hanno in gran parte abdicato alla funzione che la Costituzione riserva loro all’articolo 70: alta complessità delle materie da normare, necessità – spesso ingigantita – di interventi in tempi rapidi e una ormai acclarata ipertrofia legislativa, da tutti denunciata ma assai praticata, sono alcuni dei motivi che hanno condotto ad uno stato di fatto su cui è oggettivamente molto difficile intervenire. Se a questo si aggiunge poi l’annoso problema della leggibilità degli atti legislativi, inversamente proporzionale alla natura tecnica degli stessi, il quadro non appare roseo. L’attività legislativa dell’Esecutivo poggia, ovviamente, sul lavoro dei tecnici e degli uffici legislativi dei ministeri, chiamati a dar corpo a input politico-parlamentari spesso in tempi assai brevi, con scambi vorticosi per e-mail dei testi destinati all’approvazione. Una modalità turbo, tanto da domandarsi attoniti come si lavorasse con altrettanta rapidità eoni fa, in assenza di computer e posta elettronica. Insomma, se questo è il contesto con cui, piaccia o non piaccia, si ha a che fare, non solo appare di poco interesse la ricerca della manina e del colpevole, ma diventa assai complicato costruire la tracciabilità delle norme che Ferrarella correttamente auspica. E, d’altronde, l’interlocuzione anche convulsa fra ministri e ministeri sta nelle cose e attiene alla necessaria libertà d’azione che pertiene ad una normazione complessa. Se appare difficile invertire la rotta in tempi brevi, esiste però, come sostenuto da molti osservatori a più riprese, una medicina efficace: il Consiglio dei Ministri approvi testi che, sia in sede di prima approvazione che in forma definitiva, siano resi disponibili a tutti in rete, in maniera trasparente. Raggiungere l’obiettivo comporterebbe, a ritroso, un lavorìo non da poco: come ha evidenziato Luigi Oliveri, “si procederebbe più a rilento, con maggiore fatica” e, tuttavia, “con quella ponderazione necessaria ad adottare atti redatti in modo completo, basati su valutazioni di impatto ben realizzate”. In parole povere meno norme, più chiare e per tutti. Roba forte, ragazzi.

Pubblicato su Linkiesta

Annunci
Contrassegnato da tag , , ,

Dirigenti pubblici, mariuoli a prescindere

6a00d8341bf67c53ef014e6008bc8c970c-800wi-620x300

Ci risiamo, i soliti dirigenti che si nascondono dalla luce dei riflettori e che tramano nelle segrete stanze, stavolta avverso il sacro totem della trasparenza! Dopo la recente pronuncia del TAR del Lazio che ha bloccato la pubblicazione di alcuni dati relativi ai patrimoni dei dirigenti in servizio presso il Garante della Privacy, si levano le critiche contro i burocrati che remano contro e, come tanti piccoli Scrooge, chiudono a chiave le loro privatissime casseforti. Prima di dare inizio ai roghi, proviamo però a fare un po’ d’ordine. Partiamo col ricordare che un decreto del Governo dello scorso anno, nel modificare una norma del 2013 sulla trasparenza totale (il cosiddetto FOIA, Freedom of Information Act), ha aggiunto una serie di notizie che i dirigenti pubblici vengono obbligati a fornire e pubblicare. E’ noto che da anni sono consultabili sui siti istituzionali delle amministrazioni le retribuzioni e gli emolumenti di dirigenti, cosa sacrosanta e in tempi non sospetti caldeggiata dalla Associazione dei dirigenti ex allievi della Scuola Nazionale di Amministrazione. Ora, tuttavia, si chiede che – analogamente ai politici – vengano pubblicati i dati su proprietà immobiliari (case e terreni), beni mobili iscritti in pubblici registri (auto e moto), azioni e quote di partecipazioni a società, estendendo tale obbligo al coniuge e ai parenti entro il secondo grado. Traduco: non ci si limita ai redditi, ma si rende pubblico il patrimonio del singolo dirigente e della sua famiglia. Senza far cenno alla costruzione astrusa della norma, che fa addirittura riferimento alle spese sostenute per la campagna elettorale (operando un richiamo agli eletti senza un minimo di aggiustamenti), e mentre il sindacato Unadis annuncia una battaglia legale avverso questi ulteriori obblighi, partono gli strali contro i mandarini, utilizzando un argomento apparentemente efficace ma, a mio parere, devastante: chi ricopre incarichi pubblici deve far sapere non solo quanto guadagna ma anche a quanto ammonta il proprio patrimonio perché, in caso di possibili arricchimenti non confacenti ai suoi introiti, si potrebbero configurare casi di corruzione. Ebbene, pongo una serie di obiezioni. La prima: il dirigente non è un politico, ha vinto un concorso pubblico ed è sottoposto ad una interminabile lista di controlli di carattere amministrativo, penale, contabile, organizzativo e chi più ne ha più ne metta. La seconda: far passare una tesi del genere significa dare come assunto il fatto che il burocrate è potenzialmente corrotto e che spetti a lui dimostrare come ha avuto quella casa, ottenuto quella macchina, acquistato quel terreno. Mariuoli a prescindere, avrebbe detto qualcuno. E nel Paese in cui la seconda casa e le proprietà familiari sono dei feticci, sembra un vero cortocircuito logico. La terza, infine: è davvero necessario ingolosire eventuali malintenzionati che potrebbero farsi i conti in tasca e pensare a facili e immediati guadagni grazie alla pubblica ostensione dei patrimoni di un cittadino? Aggiungo un elemento, a scanso di equivoci. Le informazioni patrimoniali sui cui si sta scatenando la zuffa sono in realtà già fornite dai dirigenti da anni: periodicamente, infatti, si dà contro dei propri beni mobili ed immobili e tali informazioni vengono custodite dalle amministrazioni in caso di richieste di controlli o verifiche da parte delle competenti autorità. Ora, è ben comprensibile che dare addosso al dirigente pubblico sia ormai uno sport nazionale e che troppo spesso l’utilizzo preventivo della materia grigia sia esercizio faticoso, soprattutto nell’era dei social network. Ma se persino l’ANAC, che dubito essere un covo di pericolosi complottisti, ha espresso in ben due occasioni fortissimi dubbi su una tale estensione degli obblighi informativi, probabilmente qualcosa che non quadra c’è. Se, tuttavia, la scelta è quella di promuovere il consolidamento di una società di guardoni, invocherei, almeno, un equo trattamento. Vogliamo mettere sul piatto i patrimoni dei dirigenti pubblici e delle loro famiglie (e persino dei funzionari incaricati di posizioni organizzative)? Bene. Si faccia allora altrettanto per gli avvocati, i medici, i commercialisti, i parrucchieri, i giornalisti, i bancari e i maghi della finanza, i macellai e i salumieri, gli accademici e i magistrati, gli ambulanti e i palazzinari, i calciatori e gli antiquari. Se lo scopo è quello della prevenzione della corruzione, si sollevi il velo su tutte le componenti della società. Personalmente, il tutto suona un po’ orwelliano, con una visione sinistra delle nostre comunità. Siamo davvero sicuri di volerci incamminare su questa strada?

Pubblicato su Linkiesta

Contrassegnato da tag , , ,

Dirigente cercasi

home3.jpg

Uno dei temi rilevanti all’interno del dibattito – assai povero, per la verità – sulla riforma della PA del Governo Renzi è stato certamente quello circa il reclutamento e la formazione della dirigenza pubblica, direttamente legato alla debolezza identitaria del corpo amministrativo nazionale. Un aspetto, tuttavia, ancor più scottante è quello relativo al conferimento dell’incarico dirigenziale successivo alla entrata in servizio e, conseguentemente, alla ottimale collocazione dei dirigenti. Limitiamoci al caso cui una posizione da dirigente si renda libera per avvicendamenti di diversa natura (per pensionamento, rotazione dovuta ai principi della legge anti-corruzione o per semplice scadenza dell’incarico): come si deve procedere per trovare, all’interno dell’Amministrazione, la persona giusta per quel determinato posto? La legge è chiara: occorre tener conto del tipo di obiettivi che sono propri di quell’ufficio e della sua complessità e, allo stesso tempo, delle attitudini e capacità professionali del singolo dirigente, mettendo sul piatto i suoi risultati e le sue pregresse esperienze. E non basta: l’Amministrazione deve rendere conoscibili quali e quanti posti siano disponibili e quali saranno i criteri in base ai quali opererà la scelta di Tizio o Caio, il tutto anche sul sito internet istituzionale, in modo visibile a tutti e non solo sulla rete intranet interna. Si deve bandire, dunque, un interpello aperto e competitivo e su questo le diverse amministrazioni hanno proceduto dandosi proprie regole di dettaglio, talvolta un po’ in ordine sparso ma in modo sostanzialmente omogeneo. Un meccanismo a prova di bomba, sembrerebbe. Eppure, non tutto va liscio.

Il caso scoppiato lo scorso mese di marzo alla Presidenza del Consiglio su un interpello contestato e richiamato da Antonio Pitoni sul “Fatto Quotidiano”, che ha addirittura spinto il Segretario Generale di Palazzo Chigi a prendere carta e penna e a ricordare agli uffici la necessità di un interpello fatto come si deve, ha reso evidente che, come spesso accade in Italia, norme e realtà dei fatti non sempre vanno a braccetto. Accade ancora, infatti, che non si facciano interpelli o che, a fronte di interpelli formalmente ineccepibili, le scelte avvengano intuitu personae e siano, non di rado, predeterminate. O, ancora, che la motivazione della scelta sia assente o limitata ad una formuletta di rito. Il tema non è di poco conto, perché investe aspetti di grande importanza che ricadono direttamente sui cittadini: la scelta deve essere orientata alla individuazione delle persone più adatte (per quanto ciò sia umanamente possibile) con modalità di massima trasparenza. Far deviare le modalità di scelta da questo solco significa minare le previsioni costituzionali di imparzialità e buon andamento dell’amministrazione. Ecco perché UNADIS ha recentemente lanciato “Io partecipo”, una campagna per il buon interpello, chiedendo ai dirigenti di candidarsi sempre e comunque a fronte di posizioni libere.

Occorre, naturalmente, calarsi nella realtà. Se spesso c’è la sensazione che sia già tutto deciso, buona parte della colpa ricade anche su chi, fra i dirigenti stessi, ha preferito affidarsi al patrón di turno o, più semplicemente, adattarsi a modalità e intese co-gestite, invece che far leva sul proprio curriculum e sulla proprie caratteristiche. Il rischio non fa parte della cultura del dirigente pubblico: ed è, tutto sommato, un bene, perché le scelte che compie nell’interesse generale devono essere attentamente ponderate. Tuttavia, quando c’è da mettere in gioco la propria professionalità, occorre calare la maschera e riconoscere che non tutti i dirigenti pubblici sono uguali. Se, come in tutte le grandi organizzazioni, nelle amministrazioni possono esistere dirigenti bravi e meno bravi, il punto vero e davvero rilevante in un ottica di miglioramento è che, a fronte di caratteristiche personali e professionali diverse, qualcuno sarà più versato per un’attività od una funzione piuttosto che per un’altra. Il dirigente pubblico deve restare un generalista, ed essere in grado di gestire un mix di risorse umane e finanziarie sia che si rilascino licenze o che ci si occupi di appalti, ma sarebbe miope non riconoscere la rilevanza delle attitudini proprie di ciascuno, che lo renderanno più efficiente ed efficace in quella tal posizione, senza inutili liste di buoni e cattivi.

Ecco, allora, la necessità che l’interpello sia un meccanismo che valuti con la massima serietà chi posizionare dove: in questo senso, esso diventa procedura para-concorsuale, dovendo garantire trasparenza assoluta e motivazione espressa e articolata della valutazione, cosa che non sempre e non ovunque ancor oggi accade (senza voler affondare il coltello nella piaga e ricordare come si continui a far ricorso a dirigenti a chiamata diretta dall’esterno, paracadutando non raramente sodali e famigli negli uffici). Un simile strumento, tuttavia, funziona sin quando regge il principio del diritto all’incarico: se non si viene accettati in una determinata posizione, oggi l’Amministrazione ha comunque il dovere di trovare al dirigente una collocazione. E deve farlo perché quel dirigente ha vinto un concorso e va mandato a casa solo quando si renda colpevole di responsabilità gravi legate alla sua performance o ad irregolarità contabili o disciplinari, con ripetuta valutazione negativa. L’aspetto più controverso della riforma della Ministra Madia dello scorso agosto impatta pesantemente proprio sul nodo del conferimento, cancellando il diritto all’incarico per il dirigente e prospettando, per chi resti senza contratto, il collocamento in disponibilità e la fuoriuscita dai ruoli di appartenenza: in parole povere, il licenziamento. Occorrerà naturalmente valutare cosa prevedrà in dettaglio il decreto attuativo, al momento ancora in via di definizione, ma il timore è che l’interpello possa diventare una sorta di lotteria per una dirigenza fortemente precarizzata, dando vita ad un meccanismo ad espulsione automatica di fatto slegato dalla adeguata valutazione del singolo, che produrrà la corsa permanente all’interpello per tentare, in tutti i modi ed ad ogni costo, di accaparrarsi una sedia. La possibile, grave conseguenza é che, rendendo precari i dirigenti vincitori di concorso, si istituzionalizzi la fidelizzazione per legge del dirigente al nominante (politico o alto burocrate poco importa).

Un mercato competitivo della dirigenza come quello che potrebbe prospettarsi con un unico ruolo (tre ruoli comunicanti per i tre diversi livelli di governo, in realtà) per la dirigenza Italiana può essere un elemento dirompente e una benefica novità. La circolazione e mobilità delle risorse, tuttavia, deve avvenire su basi pienamente meritocratiche e razionali. Paghiamo senza dubbio lo scotto di un sistema di valutazione accettato (tollerato?) da politici e burocrati, ma in cui nessuno crede veramente e che è urgente venga ripensato in un’ottica meno adempimentale: una strada che deve reggere sia i sistemi premiali che quelli sanzionatori e che costa fatica. Fare della misurazione e della valutazione l’architrave dell’azione amministrativa porta indubbi benefici alle performance dell’organizzazione pubblica ma richiede al politico di saper pianificare ed al burocrate di farsi valutare senza sconti, il tutto a beneficio dell’efficienza e dell’efficacia della struttura. In luogo dell’ottica di tipo punitivo-repressivo che ha sempre accompagnato il mito della valutazione nella PA, ha sempre faticato a trovare spazi adeguati un approccio teso, invece, al miglioramento della gestione. Se questo è il quadro generale, c’è da chiedersi come funzionerà, nel concreto, il meccanismo del ruolo unico e come verrà assicurata la regola di buon senso per cui la persona giusta vada al posto giusto. Il timore è che da domani il celebrato interpello possa rivelarsi poco più di una farsa. Senza nulla da ridere.

Pubblicato su Nuova Etica Pubblica

Contrassegnato da tag , , , ,

Regalo di Natale

Diavolo di un Renzi, c’è riuscito ancora. Zitto zitto, nella sorpresa generale, il Consiglio dei Ministri della vigilia di Natale ha sfornato una nomina (quasi) inaspettata, quella dell’economista Tito Boeri alla Presidenza dell’Inps. Personalmente, la scelta mi piace: accademico della Bocconi, ideatore e curatore del sito lavoce.info, editorialista, Boeri rappresenta una nomina solida e competente, peraltro estranea al circolo di potere politico-amministrativo romanocentrico. Inoltre, il regalo di Natale arriva dopo il commissariamento di Tiziano Treu, chiamato a guidare la transizione del post-Mastrapasqua, con tutte le ben note polemiche che accompagnarono quel traumatico addio alla poltrona della guida dell’Ente. Questa nomina ha molte implicazioni, soprattutto legate al tema pensioni, su cui senza dubbio ci sarà da dibattere nei prossimi mesi. In questa sede, però, mi preme una riflessione di metodo. All’indomani della caduta di Mastrapasqua si aprì immancabilmente il “totonomine”: più di qualcuno sostenne, però, che in occasione delle nomine apicali di grandi organizzazioni pubbliche o a rilevanza pubblica fosse opportuno, in omaggio ai totem del merito e della trasparenza, procedere a selezioni pubbliche, aperte e competitive. Si pensi, a questo proposito, a quanto accaduto con la nomina a Direttore Generale dell’AgiD o a cosa intende fare il ministro Franceschini per la direzione di importanti poli museali. Da questo punto di vista, tuttavia, il Governo ha proceduto zigzagando, muovendosi fra procedure aperte e nomine al fulmicotone, fra le quali ricade quella del 24 dicembre. Pronta l’obiezione, formulata dallo stesso Boeri: senza criteri, valutazioni oggettive e, soprattutto, motivazioni chiare ed espresse, la musica non cambia, e siamo di fronte a cooptazioni mascherate. Ecco perché, a bocce ferme, è bene dirsi soddisfatti della nomina del Governo alla presidenza dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale. Tuttavia, non possiamo e non dobbiamo smettere di chiedere che si arrivi ad ottenere procedure di nomina, a tutti i livelli, in tutte le strutture pubbliche, che seguano iter ben precisi: costruzione di criteri di selezione predeterminati, manifestazioni di interesse pubbliche ed aperte, pubblicazione dei cv dei candidati, scelta – che rimarrà sempre e comunque ancorata a un certo grado di discrezionalità – trasparente nelle motivazioni, che si leghi alla chiara assunzione di responsabilità del nominante di fronte alla comunità nazionale e agli stakeholder di riferimento. Questo serve, è bene ricordarlo, a ricostruire, pezzo dopo pezzo, il capitale reputazionale del corpaccione politico-burocratico nazionale che siamo riusciti a dilapidare senza pensarci due volte. Non rappresenta l’unica leva, certamente: ma chi, come e perché sono risposte per le quali non è più opportuno aspettare le domande.

Pubblicato su Linkiesta.it

Contrassegnato da tag ,

Oltre le scrivanie c’è un mondo

Fabriano, novembre 2014: un gruppo di dirigenti e manager pubblici dell’associazione di ex allievi della Scuola Nazionale dell’Amministrazione si sono visti per il consueto fine settimana autunnale dedicato al tradizionale raduno “fuori porta”. La mattinata del sabato, nella splendida Sala Biblioteca del Museo della Carta e della Filigrana, è stata dedicata ad uno scambio di idee fra amici e colleghi da Roma, dal Veneto, dalla Basilicata, dall’Umbria, dalla Sardegna. Ecco, quello che segue è un sunto delle cose dette, senza pretesa di organicità, e mandate via Twitter, da cui traspare, a mio modo di vedere, una cosa molto semplice: come dirigenti pubblici vogliamo e dobbiamo partecipare al rilancio del Paese. Con severa autocritica per le cose che non vanno e su cui scontiamo la nostra fetta di responsabilità, ma difendendo il ruolo indispensabile della buona P.A., che ha il ruolo prezioso di garanzia di pari trattamento per i cittadini. Che ne dite?

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: come organizzare con efficacia il lavoro dei funzionari pubblici? Oltre le norme c’è di più

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: quali obiettivi vuole indicare la politica? Dirigenza e politica devono lavorare assieme e ripensare la PA

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: noi dirigenti non siamo di moda, siamo gli antipatici #dirigenti

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: se non recuperiamo produttività difficile parlare di incremento salariale nel pubblico

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: scoramento nel pubblico deriva anche dalla complicazioni delle norme

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: dirigenza deve essere capace di tradurre le norme e parlare ai cittadini in modo chiaro

@alfredoferrante @AllieviSSPA su incremento produttività noi dirigenti PA dobbiamo fare autocritica

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: come dirigenti pubblici dobbiamo difendere nostro ruolo ma allo stesso tempo fare autocritica senza riserve

@AntonioNaddeo @alfredoferrante @AllieviSSPA quanto abbiamo preferito l’adempimento al risultato?

@siboc @alfredoferrante @AllieviSSPA si è abbiamo rinunciato a valutare i nostri collaboratori

@AntonioNaddeo @alfredoferrante @AllieviSSPA e abbiamo accettato valutazioni senza differenze vere

@siboc @AntonioNaddeo @alfredoferrante @AllieviSSPA Vorrei obiettivi orientati alla qualità di quello che faccio.

.@darioq al raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: noi dirigenti non abbiamo una carriera

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: le leggi sono spesso incomprensibili. Ma anche le nostre lettere non scherzano #dirigenti

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: @alfredoferrante “La stampa ci vede come il dirigente che cammina e fa polvere, una mummia”

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: sull’organizzazione abbiamo molto da imparare dai militari

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: difficile contrastare l’informazione mainstreaming sulla PA

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: spesso le proposte dalla dirigenza vengono interpretate come ‘vi state parando il cu**’

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: come dirigenti dobbiamo spiegare ai cittadini cosa facciamo e come. È nostra responsabilità

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: oltre le scrivanie c’è un mondo, del quale dobbiamo far parte come dirigenti pubblici e come cittadini

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: ci sono tanti temi che furoreggiano sui giornali su cui potremmo spiegare e restituire serenità

Contrassegnato da tag , , , , ,

Ho un amico che fa il dirigente al Ministero

Ho un amico che fa il dirigente al Ministero. Sì, certo, è un periodaccio, sembra che tutti ce l’abbiano con lui. Ma non si lamenta troppo: non naviga nell’oro ma grazie al suo lavoro ha potuto prendere un mutuo, che di questi tempi è un lusso. Ha fatto un concorso lui, e un po’ di fortuna ce l’ha anche avuta, dice. Fa il suo dovere tra passione e incavolature, un po’ come tutti. Insomma ci prova. Ci voleva proprio lavorare nel pubblico, dice il mio amico: gli piace pensare che il suo datore di lavoro siano i cittadini. Nel sistema ci crede. E fare carriera non gli dispiacerebbe: dispiacerebbe a qualcuno fare qualcosa di nuovo con maggiori responsabilità? Sa che ci sono i concorsi per fare il Direttore Generale ma che, non sa come mai, sono stati sospesi un paio di Governi fa. Però mi dice che gli è capitata un’occasione, si sono liberati dei posti da Direttore e che ormai si fanno gli interpelli, i bandi. Si diventa Direttore per merito, dice. Fa domanda, il mio amico dirigente, e manda il suo curriculum. Dice che magari il Ministro se li legge i cv e che magari va bene: non è un genio l’amico mio, ma ha le carte in regola. Se la gioca, dice: sulla linea di partenza tutti uguali. Sì, qualcuno gli ha detto: a illuso! Ma nel sistema ci crede, ripete. E che se pure sa che sotto sotto, chissà, qualcuno ricorre a qualche aiutino, lui no, non vuole. E tanto chi lo spinge a lui? Scrive la domanda, firma e spedisce. Poi aspetta di sapere chi sono gli altri che hanno fatto domanda, che magari mettono on line tutti i cv, così chiunque potrebbe farsi un’idea. Dice che è strano, ma non li trova e che gli pare curioso perché di trasparenza parlano tutti, ma tutti proprio, eh. Poi succede un’altra cosa strana: un bel giorno vede che viene pubblicata sul sito del Ministero una paginetta in cui vengono scritti i nomi dei nuovi direttori. Dice che s’aspettava di sapere come erano andate le comparazioni dei cv, che magari si capiva perché era stato scelto Mario invece di Alessandra. Però dice che sicuramente avranno perso del tempo per leggere, valutare e comparare e che i tempi erano stretti. E poi è lui che non sa smanettare tanto in internet. A mezza bocca mi dice che a pensarci bene sono almeno tre governi che si scrive in tutte le salse di trasparenza totale, di accessibilità degli atti della P.A.: e dice, l’amico mio dirigente, che un pelino s’immaginava un altro modo di gestire la cosa. Che, magari, gli arrivassero due righe: “Le faremo sapere, grazie”, o “Riprovi, sarà più fortunato”. O, ancora: “Grazie, ma ci serve uno che sia bravo più di lei”. Dice pure che lo sa che i colleghi scelti sono tutti bravi, ci mancherebbe. Sì, qualcuno è un dirigente esterno, che un concorso non l’ha mai vinto. E sì, forse sarebbe stato meglio che tutti, pure i cittadini, avessero potuto seguire in rete passo per passo come stavano andando le cose, dice l’amico mio. Ma che poi uno rischia di passare per rosicone, che è un termine che va di moda. E poi, dice, guarda che la motivazione per aver scelto Tizio o Caio la mettono. Una riga, sì, ma motiva come venti, dice. E allora, gli faccio? Che fai? E allora l’amico mio che fa il dirigente mi guarda, con una faccia da gufo, e sta zitto. In fondo un lavoro ce l’ha, e di questi tempi, si sa, è tutto grasso che cola.

Pubblicato su Linkiesta

Contrassegnato da tag , ,

In nomine tuo

Settembre: riparte l’Italia, nelle intenzioni del Presidente del Consiglio. Ma non solo. Girano a pieno regime gli ingranaggi nei principali ministeri ed enti: sono in moto (in partenza, in corso o chiuse) le riorganizzazioni delle strutture amministrative che rinnovano l’articolazione interna di direzioni e uffici e che portano con sé una corposa tornata di nomine di dirigenti. Comportando, infatti, il rimaneggiamento dell’ossatura di un dicastero o di un ente l’automatico decadere di tutti gli incarichi dirigenziali (prima e seconda fascia), siamo in presenza di una possibile piccola grande rivoluzione. Dove? Istruzione, Infrastrutture e Trasporti, Lavoro e Politiche Sociali, Sviluppo Economico, Beni Culturali, Economia e Finanze ed Inps, dove le procedure di riorganizzazione investono contemporaneamente centinaia di posizioni dirigenziali. Il punto da cui partire, naturalmente, è che la medesima attenzione ai criteri di trasparenza e merito che vanno usati per reclutare i dirigenti da inserire nelle pubbliche amministrazioni (ne parlavo recentemente qui) vanno utilizzati quando di tratta di aprire i valzer delle nomine interne. Non è un caso che alcune delle proposte contenute nel disegno di legge delega di riforma della PA della Ministra Madia mirino – vedremo tra qualche mese, nel concreto, come e con quali effetti – a individuare criteri oggettivi e trasparenti per assegnare le posizioni dirigenziali.

Uno spunto di riflessione me lo ha fornito una lettera, apparsa su Repubblica nel pieno della calura estiva, a firma di un funzionario del Ministero dei Beni Culturali (oggi Mibact) nella quale si osservava come, nel quadro delle nomine che intende operare il Ministro Franceschini, girassero già con insistenza dei nomi dei futuri dirigenti di vertice prima ancora che fosse scaduto il termine di presentazione delle domande da parte dei dirigenti di ruolo interessati. Sa di vecchio, vero? Aldilà della vicenda specifica, l’aspetto fondamentale è che quando si libera una posizione dirigenziale deve essere sempre assicurata una procedura competitiva aperta e trasparente per far sì che la persona giusta vada al posto giusto, mettendo definitivamente da parte l’abitudine dura a morire di assegnare posti per affiliazione, cordate, simpatie politiche o scambio di favori. La questione non è di poco conto: regole certe per assicurare una buona ed imparziale competizione per l’assegnazione delle posizioni sono la migliore garanzia per evitare non solo rendite di posizione e meccanismi opportunistici, ma il migliore funzionamento della macchina. Una scelta corretta è di cruciale importanza poiché lagovernance delle Direzioni Generali è correlata alla adozione di buone policy necessarie al rilancio delle attività. Ricordate la vicenda dell’ormai celebre “io la nomina da te l’ho avuta e a te rispondo” che ha visto protagonista l’allora Ministra dell’Agricoltura? Non era che un banale esempio di come nomine di favore o pilotate – anche formalmente legittime – abbiano effetti deleteri per il concreto funzionamento degli uffici e, cosa assai più grave, sull’imparziale trattamento dei cittadini da parte della macchina amministrativa. Sulla carta le procedure esistono: interpelli che mettono a bando le posizioni che si liberano e che prevedono (in forme diverse a seconda dei ministeri o degli enti) l’invio di curriculum su cui il nominante, Direttore Generale o Ministro, opera una scelta. Ma ecco che subito si aprono le crepe: se molto spesso le procedure sono fissate da circolari interne, che indicano i c.d. “criteri datoriali” in base ai quali va orientata la scelta, non raramente esse sono viziate da troppa opacità. E diciamolo: troppo spesso con l’attiva complicità di qualche dirigente che preferisce percorrere altre vie, ombrose e laterali, per contrattare il suo spostamento o la sua ascensione, piuttosto che scegliere di mettersi in gioco, apertamente e in modo trasparente, assieme ad altri colleghi, sulla base di regole certe.

E, d’altronde, sarebbe sufficiente che per ogni posizione si individuassero le qualità più indicate. Inutile sostenere che tutti i dirigenti pubblici sono uguali: se qualcuno/a sarà oggettivamente più bravo di qualcun altro/a, tutti hanno in ogni caso preparazione e inclinazione diversa a seconda dei percorsi, delle attitudini e delle provenienze, risultando maggiormente versati in questa o quell’area. Questo non significa che qualcuno sia automaticamente più bravo di qualcun altro ma che il dirigente Mario Rossi in quella particolare posizione potrà con tutta probabilità render meglio di Carlo Bianchi, che avrà magari risultati migliori dirigendo quell’altro ufficio. Certamente tutti possono imparare ed è, anzi, opportuno che nel corso della proprio percorso professionale si facciano esperienze diverse, ma il carattere generalistico della dirigenza amministrativa va armonizzato col fatto che capacità e competenze contano e fanno fatte valere, naturalmente in un quadro generale in cui l’incarico sia sempre e comunque garantito a tutti i dirigenti di ruolo. Ma torniamo al tormentone procedure. Perché non pubblicare in internet (attenzione: internet, non intranet) tutti i curriculum vitae dei candidati che presentano domanda per quella posizione? È del tutto evidente che la scelta che opererà il Ministro, per quel che riguarda la nomina dei dirigenti apicali, o che effettueranno i Direttori Generali, per quanto concerne i dirigenti di seconda fascia, non potrà non essere permeata da un certo grado di discrezionalità: tuttavia, essa non dovrebbe prescindere dall’apprezzamento di un certo numero di criteri di base che dovranno contribuire, almeno, a formare una rosa di potenziali candidati. Banali considerazioni che sono, peraltro, al fondo della proposta Madia di costituire una sorta di Commissione che abbia il compito di scremare i candidati per la nomina (anche qui, ovviamente, occorrerà vedere in concreto le modalità specifiche). E, infine, il vero nocciolo della questione: come ha fatto correttamente notare Tito Boeri su lavoce.info, la vera architrave di tutto il carrozzone è la motivazione della scelta. Diventa, cioè, drammaticamente bizzarro che, mentre da una parte ci si sgola da anni per far sì che gli interna corporis delle amministrazioni pubbliche, a tutti i livelli, siano accessibili, trasparenti ed intellegibili a tutti gli stakeholder, comuni cittadini in testa, dall’altra non sia obbligatoria una espressa, articolata e chiara motivazione alla base della scelta di Tizio o di Caio per quella o quell’altra posizione dirigenziale.

Qui, a ben vedere, si annida il succo di tutto il discorso, che è forma e sostanza allo stesso tempo. È forma perché a tutti, in qualsiasi momento deve essere consentito di verificare come e perché si vada a rivestire una posizione pubblica. Ed è sostanza perché è compito di tutti i partecipanti alla “corsa” di far sì che anche in concreto venga assicurata una reale parità di chance a tutti e che il processo si concluda con scelte che soddisfino l’interesse generale. A voler essere maliziosi, non è complicato, purtroppo, orchestrare prima il girotondo delle nomine: si possono stringere alleanze fra politica e burocrazia, presentare vecchi conti e ricordarsi degli amici, chiudere accordi e formare nuovi equilibri, riempiendo così tutte le caselline ben prima di avviare il rito degli interpelli, che viene svuotato di significato. Ecco, ove accadesse questo, non solo ci troveremmo di fronte ad una inutile perdita di tempo, ma ad una colossale presa in giro dei cittadini contribuenti e della stessa idea di democrazia. Paroloni, forse: ma se una possibilità di ripresa e crescita deve essere data alla nostra pubblica amministrazione, occorre che alla forma corrisponda la sostanza, sempre e comunque, scrollandoci di dosso quel fetore insopportabile che ammanta il vizio antico di lavorare dietro le quinte mentre formalmente ogni adempimento è rispettato. La PA è di tutti: nomine, promozioni e assegnazioni, nei ministeri come nelle nostre sedi a Bruxelles, negli enti come nei comuni, devono mirare a far crescere le risorse che valgono (i “vivai”) e che hanno ben operato, a dare occasioni di carriera a chi investe nel proprio lavoro, a offrire pari opportunità a tutte e a tutti. Tutto crolla come un castello di carte se alla fine dei giochi non è possibile sapere, chiaramente ed in modo esaustivo, perché quel dirigente andrà a ricoprire quella posizione. E gli altri che hanno partecipato alla selezione? E, soprattutto: i cittadini?

Diciamocelo: in fondo, a nessuno piace essere valutato, non ci siamo abituati. E a nessuno garba che altri possano liberamente frugare nei propri cassetti: trasparenza e merito sono facili a parole, molto complicati nel metterli in atto. Il Governo di Matteo Renzi sta scommettendo buona parte della propria credibilità su una riforma delle infrastrutture immateriali di questo Paese: merito, competenza, sana competizione, fine dei riti che hanno contraddistinto in negativo la nostra vita pubblica da decenni. Ecco allora una buona occasione per misurare il peso delle intenzioni: in attesa della riforma di tutte le riforme della pubblica amministrazione, sarà il caso di valutare come i Ministri procederanno a gestire questa complessa scacchiera di nomine che hanno davanti. E, soprattutto, facendolo sapere agli Italiani.

Pubblicato su Formiche

Contrassegnato da tag , , , , ,

Una replica ai commenti dei lettori

Intanto grazie ai lettori che hanno voluto esprimere le loro osservazioni al mio articolo su “Lavoce.info” in materia di reclutamento della dirigenza pubblica. Provo ad articolare qualche replica.

E’ vero, leggere le nostre leggi è un’impresa titanica, da latinorum manzoniano. Ecco perché molto spesso gli stessi dirigenti e funzionari si trovano in forti difficoltà nell’applicarle. Sta al Parlamento riappropriarsi una funzione legislativa oggi lasciata agli Uffici Legislativi dei ministeri e, quindi, al Governo: meno leggi, scritte meglio. Sul lato economico-finanziario, invece, non sono d’accordo: proprio perché i soldi sono “degli altri” un funzionario pubblico deve esercitare grande cautela. E dirò di più: anche se non cerchiamo il profitto, questo non vuol dire che l’azione pubblica non debba essere efficace e, per quanto possibile in relazione agli scopi, economica. È come sempre una questione di regole. Ed una delle regole importanti credo sia formare i dirigenti in modo coerente e attuale con i bisogni di una società che evolve.

Un dirigente dovrebbe scegliersi la propria squadra? Magari! Il sistema, come lo descrive Valerio, è certamente opprimente: tuttavia, dobbiamo essere noi, aldilà di tutte le piccole grandi astruserie quotidiane, a imporre – imporre! – il cambiamento. È dura, lo so.

Sui “dirigenti istituzionali selezionati dall’oligarchia” non ho capito. Il senso della mia proposta è quello di rendere più forte la classe dirigenziale pubblica, autonoma e formata sui medesimi valori repubblicani: l’esatto contrario di quello che molti denunciano stia per accadere con alcune parti della riforma del Governo, ovvero rendere più influenzabile il dirigente dal vertice politico, di qualsiasi colore esso sia.

Infine, il rimprovero sulla trasparenza: vero, sono Presidente dell’Associazione degli ex allievi della Sna, un’associazione culturale che si rivolge a coloro che provengono dall’esperienza del corso-concorso. Non siamo un sindacato. E nulla ci verrebbe in tasca dal mantenere, rafforzare o cancellare l’istituto del reclutamento tramite Sna: parlo per il futuro, convinto che migliorarlo ed estenderlo sia un vantaggio per un’amministrazione che voglia dirsi moderna. Tuttavia, premesso che spero questo non tolga valore argomentativo alla mia proposta, si trattava solo di un mancato aggiornamento della bio, ora invece on line. Quindi parziale, ma spero intellettualmente onesto. Sul sistema romanocentrico, non colgo il problema: se la Sna (ex Sspa) ha avuto un merito, è stato quello di mettere assieme, giorno dopo giorno, caso unico nella storia amministrativa di questo Paese, neolaureati e funzionari da tutto il Paese, formandoli su valori e indirizzi comuni e creando legami che durano nel tempo. E questo, di per sé, in una Italia dominata dalla sindrome di Guelfi e Ghibellini, è già un risultato enorme (da lavoce.info).

Ah, per i feticisti del genere, imperdibile un serrato botta e risposta coi lettori del Fatto Quotidiano, che hanno commentato l’articolo ripubblicato su ilfattoquotidiano.it. Pepati, direi. Ma grazie comunque.

Contrassegnato da tag , , , ,
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: