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La guerra giusta (alle slot)

Poco da dire se non che aderisco alla campagna di mobilitazione sostenuta da Vita Magazine contro la piaga del gioco d’azzardo patologico che, grazie alle slot machine situate un po’ ovunque e alle varie opportunità di “gioco” online e nei punti vendita preposti, coinvolge circa 17 milioni d’italiani (qui tutte le info su FB). Insomma, #NoSlot!

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Movida? Ma per favore!

Lo faccio raramente: stavolta, però, non posso che riportare integralmente lo scritto di Maurizio Caprara apparso stamane sulle pagine romane del Corriere della Sera, a commento dell’ennesimo, sconcertante episodio di violenza accaduto a Campo de’ Fiori. Non basta che Piazza Farnese, Monti, Trastevere o Testaccio siano lasciate in balia di posteggiatori abusivi, traffico selvaggio, spaccio alla luce del sole, bancarelle da suk in un clima di far west. Chi vive, suo malgrado, le notti della dissennata movida romana (magari smettessimo di chiamarla così) sa bene di cosa si parla: lo sballo per lo sballo, l’incapacità di godere divertendosi di uno degli spettacoli architettonici ed urbanistici più belli al mondo, la totale noncuranza di ogni elementare norma di vivere civile. E Roma che, pian pianino, diventa un paesotto sporco ed insicuro. Movida? Ma per favore!

Nel Paese che per tradizione e decoro dovremmo essere, lasciamo perdere se normale o speciale, andrebbe considerata una terribile eccezione da non far mai ripetere quella riferita nelle cronache dei giorni scorsi su Campo de’ Fiori dal nostro Rinaldo Frignani: «Un giovane che si protegge la testa dai calci sferrati uno dopo l’altro. Il volto è già una maschera di sangue. Attorno al capannello di teppisti che lo sta massacrando altri ragazzi si picchiano, si lanciano bottiglie, si spintonano». Ma in quale città stiamo vivendo? Lo scempio di quell’aggressione e della rissa successiva va perseguito con decisione e presto, e anche questo non sarà sufficiente. Occorre ancora sangue per ravvisare che il livello di guardia è stato superato? Non possono non domandarselo quanti, in proporzioni differenti, hanno responsabilità per fermare l’imbarbarimento. Da chi dirige le forze dell’ordine, al Comune, a noi cittadini chiamati nel 2013 a votare. I futuri candidati a sindaco ci dicano da quale parte stanno su Campo de’ Fiori: a dispetto del nome, è diventato in troppe sere una zona franca per chi ha intenzione di vivere male e far vivere male. Una calamita per bulli e teppisti. Che cosa si aspetta per la bonifica? Come altre, la piazza va restituita subito al suo ruolo: luogo di incontro e di socialità. Premessa di entrambi è il rispetto per il prossimo. A chi lo rifiuta, a seconda dei casi o multe persuasive o carcere. La funzione di una piazza dall’aria familiare come il cortile di un caseggiato non consiste nel ridursi a un dominio di aggressori con corona di tavolini all’aperto. Di delinquenti ce n’erano parecchi fino agli ’70 a Campo de’ Fiori. Non è motivo per compiere passi indietro. Se invece rispetto ad allora sono aumentati i tavolini dei bar e si retrocede nell’evoluzione significa che qualcosa non funziona e va cambiata. A Campo de’ Fiori la polizia e i carabinieri ci sono spesso. Dunque le regole di ingaggio assegnate non vanno bene. Se a pochi metri la legge viene violata, la presenza delle forze dell’ordine ha l’effetto di una sanatoria dei comportamenti vietati. Prima di Ferragosto, sono stati aggrediti alcuni vigili urbani. Nel Paese che dovremmo essere, una divisa, il più delle volte, incuterebbe timore a delinquenti effettivi e potenziali. Ad agenti, carabinieri e vigili va impartita una direttiva: nessuna mancanza di rispetto per l’altro deve rimanere impunita. Nel resto dell’Unione europea non è normale buttare bottiglie per terra, vendere alcolici a minorenni, gridare in coro di notte e fare pipì per strada come viene permesso in troppi vicoli di Roma. Questa somma di sfregi al vivere civile non è estranea ai pestaggi. È l’atmosfera che rende il centro di Roma attraente per barbari di ogni provenienza. Il tam tam dei bulli ha inviato nel suo circuito un messaggio: a Campo de’ Fiori – come a Trastevere, Testaccio, San Lorenzo – la legge si può violare. Lo Stato ha il dovere di far arrivare un messaggio di segno opposto: non è vero. In modo altrettanto convincente.

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40 posson bastare

A dirlo si viene immediatamente marchiati di fannullonismo ma stare troppe ore in ufficio è come dormire troppo poco: ti ammazza. E non serve. E poiché se lo scrivo io conta poco, riporto paro paro un bel pezzo in cui mi sono imbattuto in rete e che mi sembra esemplare, per il settore privato come quello pubblico. Perché c’è sempre qualcosa d’altro fuori dell’ufficio!

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For many in the entrepreneurship game, long hours are a badge of honor. Starting a business is tough, so all those late nights show how determined, hard working and serious about making your business work you are, right? Wrong. According to a handful of studies, consistently clocking over 40 hours a week just makes you unproductive (and very, very tired).

That’s bad news for most workers, who typically put in at least 55 hours a week, recently wrote Sara Robinson at Salon. Robinson’s lengthy, but fascinating, article traces the origins of the idea of the 40-hour week and it’s downfall and is well worth a read in full. But the essential nugget of wisdom from her article is that working long hours for long periods is not only useless – it’s actually harmful. She wrote:

The most essential thing to know about the 40-hour work-week is that, while it was the unions that pushed it, business leaders ultimately went along with it because their own data convinced them this was a solid, hard-nosed business decision…. Evan Robinson, a software engineer with a long interest in programmer productivity (full disclosure: our shared last name is not a coincidence) summarized this history in a white paper he wrote for the International Game Developers’ Association in 2005. The original paper contains a wealth of links to studies conducted by businesses, universities, industry associations and the military that supported early-20th-century leaders as they embraced the short week. ‘Throughout the ’30s, ’40s and ’50s, these studies were apparently conducted by the hundreds,’ writes Robinson; ‘and by the 1960s, the benefits of the 40-hour week were accepted almost beyond question in corporate America. In 1962, the Chamber of Commerce even published a pamphlet extolling the productivity gains of reduced hours.’ What these studies showed, over and over, was that industrial workers have eight good, reliable hours a day in them. On average, you get no more widgets out of a 10-hour day than you do out of an eight-hour day.

Robinson does acknowledge that working overtime isn’t always a bad idea. “Research by the Business Roundtable in the 1980s found that you could get short-term gains by going to 60- or 70-hour weeks very briefly — for example, pushing extra hard for a few weeks to meet a critical production deadline,” she wrote. But Robinson stressed that “increasing a team’s hours in the office by 50 percent (from 40 to 60 hours) does not result in 50 percent more output…In fact, the numbers may typically be something closer to 25-30 percent more work in 50 percent more time.”

The clear takeaway here is to stop staying at the office so late, but getting yourself to actually go home on time may be more difficult psychologically than you imagine. As author Laura Vanderkam has pointed out, for many of us, there’s actually a pretty strong correlation between how busy we are and how important we feel. “We live in a competitive society, and so by lamenting our overwork and sleep deprivation — even if that requires workweek inflation and claiming our worst nights are typical — we show that we are dedicated to our jobs and our families,” she wrote recently in the Wall Street Journal.

Long hours, in other words, are often more about proving something to ourselves than actually getting stuff done.

Jessica Stillman @EntryLevelRebel

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Santa pace!

Strombazzato come evento televisivo dell’anno, il programma di Vittorio Sgarbi viene cancellato alla prima puntata. Dopo il flop, qualcuno si domanda quanto è costato il programma: sembrerebbe un milione di euro solo per Sgarbi e otto milioni per tutte le puntate ma il Nostro smentisce e parla di 500 mila euro per tutte le cinque puntate. Francamente? Santa pace, almeno per un po’. Si chiede Odifreddi se questo significhi l’ennesima sconfitta della cultura. Io credo che Sgarbi sia eccelso nel recitare il suo personaggio, e che possa essere utile a rimestare il rimestabile nei programmi pomeridiani di bassa lega traboccanti di mezze tacche (basta rivedere la violenza inaudita e gratuita nel dibattito sul crocefisso nel video pubblicato qua sotto), ma che, alla fin fine, piaccia a sé stesso e basta. Si compri uno specchio e ci lasci in pace.

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Primo maggio in piazza

Un tappeto di bottiglie. Adesivi contro il nucleare. Rasta. Carrozzine con bambini. Piercing. Fila ai cessi chimici. Sorrisi. Un bel sole. Un sessantenne con la maglietta dei Kiss. Marcoré proprio bravo. Indiani e napoletani che vendono birre e pannocchie arrosto di dubbia provenienza ed igiene. Baci. Tante sigarette. Balli. La Bandabardò. Magliette con su scritto “Fuckbook”. Panze al vento. No Papaboys. Gherardo Colombo. Un garibaldino over 70 in bici. Ragazzine che tracannano vinaccio di pessima qualità comprato al bar. E il PD azzecca un manifesto (finalmente).

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Precisazioni doverose e apotropaiche

Rubo senza vergogna titolo di un post (e post) da un collega pisano, che doverosamente segnala l’evento. Dopo ufficiali precisazioni di qualche tempo fa sul sito istituzionale del Dipartimento del Tesoro sulle “puttanelle” (giuro), arriva un comunicato sul tema Milan e scudetto. Dove? Su governo.it, tra Libia, Francia e Tremonti. Incredibile ma vero.

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L’Italia in panciolle

Prima ha fatto notizia l’alto dibattito sulla opportunità che il 17 marzo, 150° anniversario dell’Unità d’Italia, fosse opportuno o meno starsene in ferie, eventualità definita follia incostituzionale. Poi si emana il decreto-legge con cui si delibera che, limitatamente all’anno 2011, il giorno 17 marzo sarà considerato giorno festivo per festeggiare la ricorrenza dei 150 anni dell’Unità del paese, a seguito di altro decreto di qualche mese prima. Tuttavia, al fine di non far derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, si stabilisce che gli effetti economici e gli istituti giuridici e contrattuali previsti per la festività soppressa del 4 novembre (Festa Nazionale delle Forze Armate dedicata ai caduti) non si applicheranno a tale ricorrenza ma, in sostituzione, alla giornata del 17 marzo 2011. Di conseguenza, sembrerebbe, i dipendenti pubblici si ritroveranno a celebrare l’Unità d’Italia dovendo rinunciare forzatamente ad una delle 4 giornate di festività soppresse di cui alla legge 937 del 1977. Insomma, 4 meno 1 più 1:  pari e patta. Ah, gli Italiani!

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Ora et (soprattutto) labora

Mi capita sempre più spesso, nel parlare e confrontarmi con amici e colleghi, di sentire che non ce la si fa più a correre tutto il giorno, a conciliare i tempi sempre più lunghi di lavoro e le comuni esigenze familiari e della vita privata, a tenere sotto controllo lo stress e che, in ultima analisi, non si riesce a fare quello che si vorrebbe fare. E che, ciliegina sulla torta, i soldi non bastano mai. La questione – o una delle questioni – credo sia: ma di cosa occupiamo le nostre giornate? Ed intendo: quanto di quello che facciamo, spesso correndo ed annaspando, è davvero necessario, o utile o, almeno, non eterodiretto?  Quale significato ha il lavoro per noi: realizzazione di sé (una modalità tra le altre) o puro mezzo di reperimento di denario? Come utilizziamo il nostro denaro senza destinarlo al consumismo fine a sé stesso? E come ci difendiamo? Con una vacanza agostana che sembra un obbligo sociale fare? C’è qualcosa di marcio in tutto questo.

A me sembra che questa corsa quotidiana e l’incremento progressivo del tempo dedicato al lavoro e, più in generale, delle cose da fare vadano a braccetto. Avete mai provato a passare ai raggi x una giornata tipo?  Le ore dedicate al sonno (un bellissimo mistero dell’uomo), ci dicono gli studi, continuano a diminuire e per molti le canoniche e necessarie 8 ore sono un lontano ricordo. Si accende il telefonino, poi una colazione di fretta e via nel traffico. Al lavoro, tra un centinaio di e-mail al giorno, l’80% delle quali totalmente inutili, si pranza magari con un panino (ricordo che mio padre tornava a casa per pranzo e che si mangiava assieme…) e dopo si infilano un paio d’ore in palestra o un po’ di tempo per i figli o, ancora, si tracolla sul divano di fronte all’onnipresente televisione, sempre più grande e sottile e per cui paghiamo abbonamenti vari. Un percorso obbligato da cui diventa persino difficile immaginare deviare.

E non è finita. Per chi ha non ha voglia di andare al supermercato la sera (mai fatto caso al fatto che l’orario dei supermercati è andato man mano allungandosi sino alle 21.30 di sera? Ma perchè?) c’è il sabato. Questa è la perversione finale: i giorni che dovrebbero essere dedicati al riposo, alla famiglia e alla vita privata diventano per tanti il tempo in cui disbrigare tutte quelle cose di cui non si ha il tempo o la forza di occuparsi negli altri giorni. Insomma, forse val la pena rallentare e dedicare energie alla qualità della nostra vita. Se il lavoro ha assunto valenza di mito fondante della società, lavoriamo (taccio di chi il lavoro non lo ha) per pagare tante cose sostanzialmente inutili e ci manca il tempo o il denaro per fare quello che ci piace, anche lavorare meglio, se ci va. O magari poltrire su un prato o, addirittura, occuparci della cosa pubblica come cittadini informati ed attivi. O, come ci ricorda Domenico De Masi, oziare in modo creativo. Ma che fatica!

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