Modello 036

Divertente corto pescato dal sito Innovatori PA. Dopo l’esperienza del Forum PA di quest’anno, in cui ho moderato un affollato convegno organizzato dagli Allievi della Scuola Superiore della PA, vale la pena utilizzarlo come memento. Tanto per non montarci troppo la testa…

 

E vinca il migliore

Mi dicono che il prossimo concorso per il V corso-concorso di formazione dirigenziale presso la SSPA, di cui parlavo su questo blog qualche tempo fa, abbia raggranellato qualcosa come 60.000 domande. Per 146 borsisti (e 113 posti da futuro dirigente nello Stato fatta l’ulteriore scrematura del corso, in virtù della quale in 33 se ne torneranno a casa) si apre un percorso difficile, durante il quale ogni candidato dovrà “eliminare” circa 420 concorrenti.

Per far fronte a una tale affluenza di domande si ricorrerà, in questo caso come nella quasi totalità dei concorsi pubblici di oggidì, ai fatidici test di preselezione, che ridurranno i concorrenti ai  400 che passeranno alla fase successiva: poco più di 3 avversari a testa per arrivare alla meta. E allora pensavo: la ratio che informa l’idea del corso-concorso (e che dovrebbe permeare l’essenza stessa della scelta concorsuale effettuata dalla Costituzione), così come recentemente ribadito dal Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, è quella della individuazione dei “migliori” da inserire alla guida dei gangli vitali della macchina dello Stato. Ma ne siamo proprio sicuri?

Chi passerà i test? I più bravi e studiosi (i meritevoli?) o coloro che riusciranno a mandare a memoria il più possibile la batteria di test che la SSPA renderà disponibili e dai quali verranno estratte le tornate d’esame? E tutti gli altri? I test sono una strada che appare inevitabile, ma offrire un pacchetto predeterminato non mi sembra l’opzione migliore o l’unica e, in ogni caso, non quella che premia i migliori. E poi, ma chi sono questi migliori? Quelli che passeranno la preselezione e che arriveranno fino alla fine? Beh, non necessariamente.

Sempre per stare all’esempio della SSPA, il concorso mira a coprire, in primo luogo, del 30% dei posti da dirigenti disponibili. Cioè su 10 posti solo 3 sono destinati a questo percorso ad ostacoli: concorso, corso-concorso, stage, posto. Gli altri sette sono a disposizione delle amministrazioni che, sostanzialmente, fanno come gli pare, con una enorme predominanza di vincitori che provengono dalla medesima amministrazione che bandisce il concorso. Allora, se il senso è quella di reclutare il meglio del meglio, magari senza “influenze” esterne, attraverso un meccanismo di particolare difficoltà, al massimo possiamo dire (col sacrosanto e non formale rispetto per tutti i vincitori di concorsi riservati agli interni) che se ne recluterà il 30% o che, altrimenti detto, il bacino dei potenziali migliori da cui attingere è sostanzialmente piccino.

E ancora. Al concorso SSPA possono iscriversi sia i giovani neo-laureati (con diverso grado di curriculum universitario) che i dipendenti pubblici muniti di laurea con almeno 5 anni di esperienza. Ora, se se si parla di merito, di merito si dovrebbe parlare in tutte le fasi della vita di una persona. Ho preso il minimo o il massimo del mio voto di laurea? Ho avuto valutazioni eccellenti o scarse nella mia carriera di pubblico dipendente? Fa lo stesso, posso iscrivermi. Ho fatto stage o sono stato a casa, ho un voto alla maturità alto o basso, ho un dottorato o un master? Qui conta poco o nulla, mi gioco tutto alle prove e, in particolare, posso giocarmi ottime carte se ho buona memoria.

Paradossale o provocatorio, l’esempio del corso-concorso della SSPA è utile per un approccio più generale al tema: nel Paese del familismo amorale, del “mi manda Picone” in cui la spintarella e la raccomandazione vengono accettate da molti come normali strumenti di affermazione personale e professionale, e nel quale ha prevalso una spinta ugualitaria verso il basso, che ha forse salvaguardato i più svantaggiati ma ha depresso i più bravi, credo occorra che il merito lo si guadagni in un percorso, non con quella che possa diventare una sorta di lotteria. Sappiamo che la parola merito spesso provoca l’orticaria, anche perché qualcuno si deve prendere la briga di valutare. Ecco, allora, un elemento che val la pena tenere presente per una rivitalizzazione della macchina pubblica: il concorso come accertamento imparziale dei requisiti necessari per quella tal funzione (e già sarebbe molto) ma anche come possibile consuntivo del cursus honorum del candidato, che potrà far – anche – valere i suoi “meriti”. Condizione imprescindibile è, naturalmente che la Repubblica provveda effettivamente a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” o che “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Ma da qualche parte si dovrà pur cominciare.

La SSPA ricomincia da 5

Sembra proprio che il meccanismo del reclutamento tramite corso-concorso per nuovi dirigenti nello Stato cominci ad essere ben oliato: è stato, infatti, bandito, ed annunciato oggi a Palazzo Chigi nel corso di una conferenza stampa, il 5° corso-concorso della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione (SSPA) per acquisire ben 146 allievi dirigenti. Per i non addetti ai lavori, ciò significa che chi supererà la selezione farà un anno di corso presso la Scuola del Governo e, dopo sei mesi di tirocinio, entrerà direttamente nelle amministrazioni italiane come dirigente. E’ davvero una bella notizia, soprattutto se si ricorda quanto l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi disse in occasione del quarantennale della SSPA nel 2002, sottolineando l’esigenza che la Scuola dovesse operare una vera e propria vendemmia annuale di talenti per rinvigorire la macchina dello Stato.

Ad oggi, circa 500 sono i dirigenti che sono figli di questo percorso, ed ai quali si rivolge l’Associazione degli ex-allievi: lavorano in tutti i ministeri e gli enti pubblici, portando, a mio modo di vedere, una propria specificità che non può che essere coltivata. Sono convinto che questo (ancora troppo) piccolo nucleo abbia dalla sua il condividere una visione dell’Amministrazione come unicum, sentendosi non tanto membri di quel ministero o quell’ente, ma, soprattutto, funzionari della Amministrazione italiana. Tutta. La rete, frutto delle tante ore passate assieme, è la loro – permettetemi, nostra – forza, che aiuta a dare un significativo contributo alla vita sociale ed economica del Paese.

Spero, allora, che la strada, che sino ad oggi ha sofferto di troppi ritardi e timidezze, sia finalmente spianata e che questa modalità di reclutamento permetta e faciliti il formarsi di quello spirito di corpo che tanto si invidia, ad esempio, agli énarques francesi e che dia spazio ai tanti giovani (e meno giovani) preparati, magari estranei alla pubblica amministrazione, per fare la propria parte. Tutto perfetto? No, certamente: in varie occasioni, ad esempio, gli ex-allievi hanno organizzato momenti di confronto e di riflessione per affrontare anche le criticità di casa propria, e pubblicando, pochi mesi fa, una proposta sulle possibili cose da fare.

Proprio sulla base di quella proposta, rilancio un punto che mi sembra fondamentale, accanto alla necessità di arrivare ad un riconoscimento legale, quale titolo di studio, del periodo passato nella Scuola (dove si studia, si danno esami e si discute una tesi). Ad oggi, ai sensi dell’articolo 28, comma 5, lettera a), del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, solo tre posti su dieci disponibili nel bacino dirigenza possono essere attribuiti secondo la strada del corso-concorso, mentre gli altri sette seguono le procedure del concorso per esami indetto dalla singola amministrazione interessata (concorso per dipendenti, insomma). Ebbene, credo che la percentuale di dirigenti che provengono dai corsi-concorso della SSPA debba venire innalzata al 50%, per alcuni motivi.

Intanto, fatte salve le legittime aspirazioni dei tanti funzionari preparati che ci sono nelle amministrazioni italiane, va equilibrata la possibilità di accesso per gli esterni, tenuto conto che il corso-concorso è pur sempre aperto a tutti, dipendenti o meno. Poi la salvaguardia dell’elemento rappresentato dalla possibilità di inserire individui che non hanno mai vissuto nell’amministrazione e che possono portare, per contagio (e magari prima di essere contagiati) nuova freschezza. Ancora, il giusto spazio per un concorso nazionale che, ne sono convinto, riduce gli aspetti legati alla italica “spintarella”, che può trovare maggiori spazi giocando in casa. Insomma, nessuna demonizzazione e nessuna beatificazione, ma un nuovo riassetto che porti vantaggio alla comunità. Si riparte.

Avanti c’è posto!

Rifacciamoci sempre alla nostra Costituzione. Articolo 97, comma 3: “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”. E già siamo messi maluccio, dato che leggine varie, stabilizzazioni ed entrature di diversa natura nel corso degli ultimi quarant’anni (perlomeno) hanno spesso ingolfato gli uffici di tutta Italia, o di alcune parti d’Italia, in spregio a questo elementare principio. Poi, però, non si può non rimanere perplessi di fronte a certi concorsi che vengono banditi nel Paese del Latinorum: ben 175 posti di dirigente di seconda fascia presso l’Agenzia delle Entrate, metà dei quali riservati al personale interno delle aree funzionali. 

La prima obiezione che faccio è che – in modo assai parziale, lo riconosco – troverei indispensabile che per fare il dirigente in Italia si passi, obbligatoriamente, per il reclutamento e la formazione presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione. In primo luogo, perché i concorsi locali e/o dei singoli Ministeri ed enti più facilmente si prestano a manipolazioni di diverso genere, fenomeno che tende ad attenuarsi nel canale nazionale. In secondo luogo perché, molti lo sostengono da anni, passare attraverso la SSPA (con le giuste modalità, tenterò di riaffrontare il discorso) favorsce la formazione di quello spirito di corpo della dirigenza italiana che tanto ci manca a fronte di paesi come la Francia.

Detto questo, ho una seconda obiezione. Va riconosciuto che i concorsi di questo tipo servono, più che legittimamente, ad offrire una prospettiva di carriera ai tanti funzionari di valore delle nostre Amministrazioni. Ed anzi, c’è chi sostiene che proprio l’idea del concorso, come quella della validità del titolo legale, sia ormai obsoleta. Tuttavia, non posso che trasecolare quando vado a vedere le prove che attendono gli aspiranti dirigenti che, a giudicare dai titoli valutabili, sono dei potenziali Premi Nobel sottoultilizzati: “La prova è articolata in due fasi. La prima fase consiste nell’esposizione da parte del candidato del proprio percorso formativo e professionale ed è volta ad accertare in particolare le competenze acquisite e il possesso delle capacità manageriali, mediante valutazione dell’attitudine allo svolgimento delle funzioni dirigenziali. La seconda fase consiste in un colloquio” (articolo 8, comma 3 del bando). Cioè si accerta che il candidato sia già un manager, con l’occasione interrogandolo su alcune materie, saltando a pié pari gli scritti.

E questo mentre ci sono colleghi che hanno terminato un corposo percorso presso la SSPA (prove preselettive, esami scritti, esami orali, corso con altri esami, stage, tesi) ancora debbono prendere possesso degli Uffici di destinazione e circa 100.000 altri vincitori di concorso attendono inquieti un telegramma. Nessuna lotta fra poveri, ma c’è qualcosa di marcio o no?

10 anni di dirigenza

Si è tenuto lo scorso 2 dicembre presso il Senato della Repubblica un seminario in occasione del decennale dell’Associazione dei dirigenti allievi ed ex-allievi della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione (SSPA), per discutere della validità del metodo di reclutamento dei dirigenti pubblici tramite la SSPA, di merito e dell’attuale riforma del settore pubblico. Quasi cento presenze con la partecipazione di alcuni dei protagonisti delle vicende del momento, come, ad esempio, Roger Abravanel, Luciano Hinna, Pietro Ichino e la Direttrice della SSPA, Valeria Terrmini. Presenti anche la Senatrice Bonfrisco e Renato Loiero, consigliere parlamentare. 

Duplice l’interesse dell’appuntamento. In primo luogo, discutere nel merito delle riforme, e capire se e quale ruolo possano avere i dirigenti formati attraverso il reclutamento del corso-concorso della SSPA. E, più in generale, che parte avrà il dirigente pubblico nei nuovi scenari che vanno profilandosi. Quanto debba, in altre parole, affinare sempre più le proprie capacità di mediatore fra istanze spesso confliggenti provenienti da attori diversi, governando reti complesse, o “ritornare negli uffici”, investendo tempo e risorse in attività di gestione e controlli sul versante interno e quanto, infine, siano conciliabili questi aspetti.

Allo stesso tempo, si è compiuto un giro di boa importante. L’Associazione degli allievi ed ex-allievi dei corsi-concorso di formazione dirigenziale ha attraversato dieci anni e quattro edizioni di corsi, rivolgendosi oggi a quasi cinquecento dirigenti pubblici che hanno, in un contesto quanto mai variegato, forti elementi di comunanza e che servono in tutti i settori delle pubbliche amministrazioni italiane. E’ un piccolo grande bagaglio di pratica, di esperienza, di valori che un gruppo guidato da Bernardo Giorgio Mattarella ha recentemente contribuito ad  inquadrare e che andrà coltivato e seguito con cura, con lo scopo di fare la propria parte a favore del continuo cambiamento –  culturale, innanzitutto – del settore pubblico.

M’illumino di meno in ufficio

L’Associazione “Dirigenti per l’Innovazione-AllieviSSPA“, di cui sono vice-presidente e che si rivolge ai dirigenti dello Stato che provengono dai corsi-concorso della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha aderito alla campagna nazionale di risparmio energetico “M’illumino di meno“, patrocinata dal Parlamento europeo.

logo_millumino2009_large1

Lanciata per il quinto anno dalla trasmissione “Caterpillar” di  Radio2 RAI, l’inizativa ha ad oggetto la sensibilizzazione sul tema dell’energia e l’invito rivolto a tutti è quello di spegnere luci e dispositivi elettrici non indispensabili il 13 febbraio 2009 dalle ore 18. 

Già aderente dallo scorso anno al Global Compact, iniziativa delle Nazioni Unite in materia di responsabilità sociale, AllieviSSPA ha invitato i propri associati, nonché tutti gli allievi ed ex allievi dei corsi concorso di formazione dirigenziale della SSPA, a volere simbolicamentele spegnere le luci dei propri uffici alle 18 del 13 febbraio 2009, magari lasciando accese le sole lampade da tavolo per lavorare:  un piccolo contributo ad una campagna importante.