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Oltre le scrivanie c’è un mondo

Fabriano, novembre 2014: un gruppo di dirigenti e manager pubblici dell’associazione di ex allievi della Scuola Nazionale dell’Amministrazione si sono visti per il consueto fine settimana autunnale dedicato al tradizionale raduno “fuori porta”. La mattinata del sabato, nella splendida Sala Biblioteca del Museo della Carta e della Filigrana, è stata dedicata ad uno scambio di idee fra amici e colleghi da Roma, dal Veneto, dalla Basilicata, dall’Umbria, dalla Sardegna. Ecco, quello che segue è un sunto delle cose dette, senza pretesa di organicità, e mandate via Twitter, da cui traspare, a mio modo di vedere, una cosa molto semplice: come dirigenti pubblici vogliamo e dobbiamo partecipare al rilancio del Paese. Con severa autocritica per le cose che non vanno e su cui scontiamo la nostra fetta di responsabilità, ma difendendo il ruolo indispensabile della buona P.A., che ha il ruolo prezioso di garanzia di pari trattamento per i cittadini. Che ne dite?

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: come organizzare con efficacia il lavoro dei funzionari pubblici? Oltre le norme c’è di più

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: quali obiettivi vuole indicare la politica? Dirigenza e politica devono lavorare assieme e ripensare la PA

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: noi dirigenti non siamo di moda, siamo gli antipatici #dirigenti

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: se non recuperiamo produttività difficile parlare di incremento salariale nel pubblico

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: scoramento nel pubblico deriva anche dalla complicazioni delle norme

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: dirigenza deve essere capace di tradurre le norme e parlare ai cittadini in modo chiaro

@alfredoferrante @AllieviSSPA su incremento produttività noi dirigenti PA dobbiamo fare autocritica

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: come dirigenti pubblici dobbiamo difendere nostro ruolo ma allo stesso tempo fare autocritica senza riserve

@AntonioNaddeo @alfredoferrante @AllieviSSPA quanto abbiamo preferito l’adempimento al risultato?

@siboc @alfredoferrante @AllieviSSPA si è abbiamo rinunciato a valutare i nostri collaboratori

@AntonioNaddeo @alfredoferrante @AllieviSSPA e abbiamo accettato valutazioni senza differenze vere

@siboc @AntonioNaddeo @alfredoferrante @AllieviSSPA Vorrei obiettivi orientati alla qualità di quello che faccio.

.@darioq al raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: noi dirigenti non abbiamo una carriera

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: le leggi sono spesso incomprensibili. Ma anche le nostre lettere non scherzano #dirigenti

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: @alfredoferrante “La stampa ci vede come il dirigente che cammina e fa polvere, una mummia”

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: sull’organizzazione abbiamo molto da imparare dai militari

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: difficile contrastare l’informazione mainstreaming sulla PA

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: spesso le proposte dalla dirigenza vengono interpretate come ‘vi state parando il cu**’

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: come dirigenti dobbiamo spiegare ai cittadini cosa facciamo e come. È nostra responsabilità

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: oltre le scrivanie c’è un mondo, del quale dobbiamo far parte come dirigenti pubblici e come cittadini

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: ci sono tanti temi che furoreggiano sui giornali su cui potremmo spiegare e restituire serenità

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Più legame con la politica e costi maggiori. È questa la riforma PA del Governo?

Comunicato Stampa Associazione “Dirigenti per l’Innovazione – AllieviSSPA” – Roma, 15 giugno 2014 – “Perché studiare per un concorso, se diventa più facile diventare dirigente legandosi alla politica?”.

Alfredo Ferrante, Presidente dell’Associazione dei dirigenti pubblici ex allievi della Scuola Nazionale dell’Amministrazione, pur esprimendo sostegno allo sforzo del Governo di affrontare i tanti nodi in materia di riforma della PA, manifesta sorpresa e preoccupazione per alcuni dei provvedimenti previsti dal decreto-legge e dal disegno di legge delega approvati dal Consiglio dei Ministri.

“I dirigenti di nomina fiduciaria aumenteranno, mentre i posti da dirigente vincitore di concorso diminuiranno – spiega Ferrante -. Chi non riceve un incarico, senza necessità di motivazione, viene espulso e rischia di essere mandato a casa. Alcune norme non solo vanno in senso contrario a quanto dichiarato dalla ministra della PA ma espressamente a svantaggio di chi ha vinto un concorso pubblico”.

Accanto a norme condivisibili, come il divieto dell’aspettativa in caso di incarichi dirigenziali nella PA per magistrati amministrativi, ordinari, contabili e militari, di altre sembra essere stravolto il senso: “Abbiamo sempre sostenuto il ruolo unico dei dirigenti come modo per far sì che la persona giusta vada al posto giusto, evidenziando merito e competenza di ciascuno – continua -. Secondo quanto dichiarato dalla ministra Madia, il meccanismo che si profila è invece quello della mancanza di diritto all’incarico, attraverso un numero di dirigenti maggiore dei posti a regime, arrivando ad una espulsione dalla dirigenza di chi, non si sa in base a quali criteri, non riceva un incarico.
Se a questo si aggiunge che, da quanto letto nelle bozze in circolazione, il conferimento o meno dell’incarico non viene accompagnato da espressa motivazione, ci troveremmo di fronte al concreto rischio di asservimento della dirigenza amministrativa alla politica, in contrasto con quanto previsto agli artt. 97 e 98 della Costituzione”.

“L’innalzamento sino al 30% dei dirigenti esterni non vincitori di concorso negli enti locali – prosegue Ferrante – costa di più ai contribuenti, anche perché non si verifica se l’amministrazione possegga quelle competenze all’interno. Non solo sono provvedimenti illogici e costosi per la spesa pubblica, ma pericolosi per l’imparzialità dell’azione amministrativa a tutela dei cittadini”.

AllieviSSPA ha seguito con grande attenzione il dibattito e il processo di consultazione sulle proposte di riforma della PA del Governo, partecipando con le sue proposte, presentate all’ultimo ForumPA e trasmesse alla ministra Madia. “La ministra aveva dichiarato alle Camere che il 100% della dirigenza pubblica sarebbe stato reclutato attraverso il meccanismo altamente selettivo del corso-concorso della Scuola Nazionale di Amministrazione, ricevendo il nostro pieno sostegno e plauso – conclude il Presidente di AllieviSSPA -. Secondo quanto finora diffuso, leggiamo con sorpresa che la riforma si basa sul presupposto inverso e cioè che il reclutamento tramite corso-concorso sia un canale di accesso di “serie b” rispetto ad altri concorsi che resterebbero gli unici ritenuti all’altezza di reclutare dirigenti. Una direzione opposta alle dichiarazioni programmatiche della ministra e contrarie all’evidenza dell’esperienza”.

L’Associazione “Dirigenti per l’Innovazione – AllieviSSPA” si rivolge a coloro che provengono dal corso-concorso della Scuola Nazionale di Amministrazione e che oggi operano come dirigenti pubblici a livello nazionale e che hanno intrapreso altri percorsi nella magistratura, nelle organizzazioni internazionali, nelle assemblee legislative e nel settore privato.

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Il filtro magico

Quello che come cittadino Italiano mi sconvolge non è tanto l’evidente malafede di chi scientificamente getta fango sui milioni di lavoratori pubblici: con realismo so bene che ci sono pezzi di Paese che hanno tutto l’interesse a scardinare quel che resta della struttura amministrativa Italiana per farsi i beneamati affari loro senza render troppo conto a nessuno, in ciò coadiuvati da certi zelanti cattedratici e qualche volenteroso giornalista, coccolati da certa politica. D’altronde, è ammirevole l’abilità con cui l’attenzione dell’opinione pubblica è in brevissimo tempo scivolata dagli scandali della politica nazionale (sì, Antonio Razzi è un senatore della Repubblica) e regionale alla crociata contro il dirigente Paperone: chapeau! Quello che trovo davvero incredibile è che si lascino passare come acqua fresca bufale colossali senza che nessuno alzi almeno un sopracciglio e si chieda se sia davvero così. Come avessimo tutti bevuto un filtro magico. Attenzione: arresto subito le legittime obiezioni dei malpancisti: sì, la PA italiana ha bisogno di profondi cambiamenti. Sì, i dirigenti pubblici sono i primi a doversi rimboccare le maniche.  E sì, ci sono profondi squilibri, anche da un punto di vista di giungla retributiva ossificatasi negli anni. Bene, se siamo d’accordo su questo, partiamo da un assunto semplice semplice: per capire cosa dobbiamo fare di sensato, occorre partire dai fatti, dai numeri, dalle evidenze empiriche. Sono le informazioni sullo stato delle cose e non l’ideologia pro o contro a fornire gli elementi utili per decidere come e dove intervenire. Di riforme epocali della macchina dello Stato ne ho viste diverse, quasi tutte (eccezion fatta, forse, per la stagione degli anni ’90) guidate da interessi di parte. La pubblica amministrazione, tuttavia, è di tutti, e deve servire un unico fine: l’interesse generale. E deve rappresentare una delle leve per fare ripartire il Paese: lo può fare e lo deve fare. E’ compito di classi dirigenti (politiche, economiche, amministrative, sindacali) responsabili guidare questo cambiamento.

Non fa una grinza, vero? Eppure sembra che nessuno sia disposto a impostare un ragionamento serio, basato sui fatti. E se ieri sera, nel corso della trasmissione Piazzapulita dove ero stato invitato (grazie Formigli!), ho dovuto sentir dire da un professore universitario che sono i funzionari a far le leggi fatte male, e non il Parlamento (gasp!), abbondano le balle sulla PA spacciate per vere. I dirigenti? 280.000 in Italia, dice il Corriere della Sera. Nessuno specifica (o sa) che 160.00 circa sono medici, però. Gli stipendi dei dirigenti? Decine di migliaia di euro al mese, riportano i principali quotidiani: eppure basterebbe vedere il Conto Annuale dello Stato per capire il livello di questa panzana. O, più semplicemente, collegarsi ai siti internet dei Ministeri e verificare cv e retribuzioni dei dirigenti che fanno bassa cucina, reperibili on-line. La cura per la PA? Licenziare perchè così – curiosamente – si guadagna in efficienza: e intanto negli ultimi anni sono spariti più di 300.000 dipendenti. Dirigenti e dipendenti sono troppi: e nessuno si cura di osservare che siamo meno dei Francesi e degi Inglesi. Le Asl? Mio cugino, che una volta è morto, mi ha detto che un suo amico ha fatto tre ore di fila allo sportello e se ne è tornato a casa con le pive nel sacco. Serve la PA digitale e informatizzata, basta con la carta: e negli anni si taglia il 50% della formazione indispensabile a gestire il passaggio alla amministrazione 2.0. Basta privilegi: ma di chi? Di pochi intoccabili? E l’ultima, per me gustosa, a cura del Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara: in Italia non esiste una scuola pubblica di formazione amministrativa come l’ENA in Francia. Evidentemente ho sbagliato a pensare di fare negli utlimi due anni il Presidente dei dirigenti ex allievi della Scuola Nazionale di Amministrazione! Pure in questo sfascio informativo, nessuna retroguardia: c’è tanto, tantissimo da fare, a partire dalla sfida fondamentale di cambiare il quadro di riferimento culturale della PA, oggi ancora troppo giuridico-formalistico e orientarci verso il governo delle reti in una società poliarchica (no, non è una supercazzola, fidatevi). Quello che invece emerge dalla pancia teleguidata degli Italiani è una rabbia sorda che vuole solo che si stia tutti peggio, invece che stare tutti meglio: la vera sovietizzazione del XXI secolo. Se ogni approccio è dettato dal pregiudizio, dal sentito dire, dal pressappochismo, se non dal manifesto disprezzo (ah, la palude), il risultato sarà l’opposto di quello che serve all’Italia. Giocare col fuoco, in un momento storico in cui soffia fortissimo il vento dell’odio sociale, su cui speculano le élites irresponsabili, porterebbe al disatro. Se le armi di distrazione di massa, silenziose e letali, sono già in volo, sta alla politica responsabile, all’impresa che fa business, all’amministrazione che si mette in gioco fare da esempio. Ai pubblici dipendenti è richiesto uno sforzo maggiore: proporre alla politica le proprie idee del cambiamento, fare il massimo ogni giorno senza cedere al giustificazionsimo e, allo stesso tempo, non lasciar spazio alle provocazioni di chi vuol far degenerare la situazione. E’ una sfida che serve a vincere non come singoli, ma come Paese.

Pubblicato su Linkiesta

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Dirigenze pubbliche responsabili

Credo necessario, soprattutto oggi, affrontare il tema del ruolo e delle responsabilità propri delle dirigenze pubbliche in Italia. Ed è necessario perché, in primo luogo, è urgente e indispensabile dare risposte concrete ai cittadini a fronte di una crisi che si è rivelata come etica e di sistema, prima ancora che economica e politica. Gli scandali della politica che occupano le prime pagine dei giornali stanno causando danni incalcolabili alla comunità e portano, inevitabilmente, ad un moto di rifiuto e disgusto da parte dei cittadini che si assomma alla eredità tragica della propaganda del fannullonismo (val la pena ricordare, a titolo di amaro aneddoto, un premio pubblicizzato sul sito internet del Dipartimento della Funzione Pubblica dal titolo “Non solo fannulloni”). Credo, cioè, che aver spostato l’attenzione delle opinioni pubbliche dalla crisi della politica al tema esclusivo della caccia ai nullafacenti – contando, peraltro, su basi oggettive più che solide – ha contributo a creare un perverso frullato fra politica e amministrazioni, politici e grand et petit commis, che pone serissime difficoltà ad affrontare serenamente temi quali etica e responsabilità nell’amministrazione. Pur alla luce di queste difficoltà, tre aspetti possono aiutare a contribuire alla riflessione su come declinare al meglio il ruolo delle dirigenze pubbliche nelle amministrazioni italiane.

Il primo. Un dirigente pubblico, aldilà delle appartenenze a singole amministrazioni e delle particolarità connesse a compiti e funzioni specifici, ha davanti a sé delle sfide enormemente più complesse rispetto ai compiti cui poteva adempiere 15 o 20 anni fa. I mutamenti epocali intervenuti nella società, sia in termini di velocizzazione dell’informazione che nella struttura dei gruppi sociali e dei corpi intermedi e della cittadinanza attiva, rendono imperativo per il dirigente (e per la P.A. tutta, naturalmente) alzare lo sguardo oltre le mura del proprio ufficio e, in caso di mancato adattamento, lo condannano senza appello all’estinzione (o alla sua marginalizzazione). Il dirigente non solo è un Giano Bifronte datore di lavoro/lavoratore dipendente, ma deve adattarsi ad almeno tre ruoli, complementari fra loro: a) è un esperto di norme di legge e di contabilità di Stato; b) è un gestore di risorse umane, sperabilmente un abile interprete delle umane personalità così da gestire con successo le dinamiche interne del suo ufficio; c) deve essere, infine e soprattutto, il garante delle reti esterne che con la P.A. interagiscono: altre amministrazioni, parti sociali, organizzazioni di diversa natura, cittadini attivi che sempre più vogliono interagire con l’azione pubblica e in qualche modo co-partecipare alla formazione delle decisioni.

Il secondo. Da questo quadro complesso ed innovativo è sostanzialmente scaturita la riforma Brunetta nelle sue due componenti fondamentali e interconnesse del ciclo della performance e della trasparenza. Ottime intenzioni, buoni spunti, risultati, tuttavia, deludenti, anche alla luce della formidabile capacità delle amministrazioni di digerire qualsiasi novità e trasformarla in mero adempimento. La logica era ed è condivisibile: rendere palesi e in qualche misura co-gestiti gli obiettivi delle strutture in un ciclo trasparente in cui tutti sanno quel che fanno e tutti sono chiamati a render conto, aprendo finalmente l’amministrazione al controllo diffuso dei cittadini. Quel che è accaduto è che i meccanismi realizzati sono stati spesso farraginosi, complessi, talvolta iniqui (si ricordi la celebre gabbia valutativa 25/50/25) e permeati di una filosofia sottostante di matrice sostanzialmente punitiva e non di supporto e crescita. Si pensi, inoltre, che in tema di trasparenza i momenti di confronto con gli stakeholder esterni sono sostanzialmente due: il passaggio nel Comitato Nazionale Consumatori ed Utenti del programma della trasparenza e la giornata della trasparenza. Ben poco rispetto ai processi di responsabilità sociale e rendicontabilità (accountability) che anche la P.A. dovrebbe affrontare ed al dibattito in corso sulla necessità di un Freedom of Information Act (FOIA) in materia di trasparenza come accessibilità totale, oggi solo accennata nella legge 15 del 2009. Insomma, tutto in linea, tutto disponibile, in forma intellegibile e accessibile con l’ausilio di open data, come antidoto a fenomeni di malversazione e base per un controllo effettivo e un ruolo partecipativo dei cittadini. A questo, naturalmente, le amministrazioni ed i loro dipendenti devono essere pronti, preparati, formati, a pena di soffrire di impatti non previsti e devastanti.

Terzo. L’esperienza – oggi ancora un esperimento – rappresentata dal corso-concorso di reclutamento e formazione dei dirigenti dello Stato a cura della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione (SSPA), a seguito del quale, dopo più di dieci anni, circa 500 dirigenti (sta terminando in questi mesi il periodo di formazione del V corso) sono nelle amministrazioni in tutto il territorio nazionale. Perché, a mio modo di vedere, il corso-concorso è una leva fondamentale a favore della maggiore responsabilizzazione delle dirigenze italiane? Per cinque motivi: 1) serve a portar dentro le amministrazioni pubbliche persone giovani e, soprattutto, non abituate a pensare secondo gli schemi consolidati interni; 2) un concorso nazionale attenua le spinte centripete delle amministrazioni che amano moltissimo fare concorsi interni in cui troppo spesso vengono fatti valere dinamiche e legami che non necessariamente premiano le figure migliori; 3) serve a far leva contro quel processo di disintegrazione della dirigenza che si è andato consolidando negli anni o, quantomeno, ad attenuarne le degenerazioni; 4) forma una classe dirigente sulle medesime basi, sui medesimi valori, pensino sulla comunanza fisica e di spazi, che serve a dire “sono un dirigente dello Stato”, non di quel ministero od ente, contribuendo a creare quello spirito di corpo che tanto invidiamo alle élite francesi; 5) nel rendere il dirigente pubblico parte di una comunità, lo rende più consapevole del suo ruolo e della sua necessaria autonomia di azione, anche nei confronti della politica.

Proprio nel momento in cui più alta si fa la richiesta dei cittadini di comportamenti etici da parte di coloro che operano nel pubblico (nella politica come nelle amministrazioni), occorre che sia in primo luogo inappuntabile la ricerca dei migliori, secondo la strada costituzionalmente garantita del concorso, e che la dirigenza pubblica sia sempre più robusta così da resistere alle inevitabili (e, in qualche misura, legittime) richieste della politica. Manager non ci si improvvisa: si diventa. E occorre formare figure che siano non solo capaci di gestire con efficacia le dinamiche interne per garantire l’efficacia, l’efficienza e la economicità dell’azione pubblica. Servono persone che, allo stesso tempo, siano in possesso di tutti gli strumenti per interagire con successo con governance complesse che hanno al loro centro i principali interlocutori delle amministrazioni: i cittadini.

Sunto della relazione svolta, in qualità di Presidente dell’Associazione degli ex Allievi della SSPA, presso il seminario “Dirigenze pubbliche al servizio della Nazione: dialogando di etica, benessere e responsabilità” presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Roma Tre, in occasione delle presentazione del volume di Gabriella Nicosia “Dirigenze responsabili e responsabilità dirigenziali pubbliche” (Giappichelli Editore, 2011)

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Al servizio esclusivo della Nazione

Riprendo qui il post pubblicato sul blog degli ex allievi della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione relativo all’articolo pubblicato su La Nuvola del Lavoro del Corriere della Sera. Le parole di questo giovane corsista, aspirante dirigente pubblico, sono una boccata d’aria fresca nel mezzo di un dibattito sulla amministrazione pubblica sempre più stantio: grazie, Enrico.

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Se 500 vi sembran pochi

Noto con piacere che, pian pianino, entra nel dibattito politico e nella cronaca il tema delle scuole di selezione e formazione della dirigenza amministrativa italiana. Dopo un accenno pelosetto a Ballarò, ci ha pensato qualche giorno fa Sergio Rizzo a trattare il problema delle tante (troppe?) Scuole. Tuttavia, pur segnalando una questione vera (necessità di maggiore organizzazione e controllo della spesa), ha a mio modo di vedere peccato nel mettere assieme Scuole con tradizione e storia ben consolidate e un florilegio di istituti di formazione il cui curriculum è molto probabilmente meno solido. A seguire trovate una replica della Associazione degli ex allievi della Scuola Superore della Pubblica Amministrazione (SSPA) pubblicata oggi sul Corriere della Sera in cui, senza pretese corporative, si ricorda qualche fatto utile ai ragionamenti che vanno fatti su questi temi. E per evidenziare che la SSPA, con tutte le migliorie che possono e debbono esser fatte, ha negli anni non solo formato (e questo lo fanno tutte le scuole) ma ancor prima selezionato e reclutato circa 500 aspiranti dirigenti dall’esterno (neolaureati e interni della P.A.) con un meccanismo, quello del corso-concorso, che ha l’indiscusso vantaggio di selezionare e formare con serietà chi andrà a ricoprire ruoli apicali nella P.A., riducendo spazi di opacità e lavorando per preparare con taglio multidisciplinare i futuri dirigenti. Le condizioni per seguire il monito dell’allora Presidente Ciampi, che parlò di vendemmia annuale della dirigenza (rileggete quel bellissimo discorso!) ci sono tutte. Basta proseguire su quella strada.

Caro Direttore, in relazione all’articolo pubblicato il 29 maggio a firma di Sergio Rizzo sul tema delle scuole per la P.A., vengono messe insieme le grandi scuole d’amministrazione nazionali che vantano un “prodotto” ben riconoscibile (prefetti, diplomatici, dirigenti), con una serie di istituzioni locali che sembrano nate più che altro per soddisfare l’italico mal di campanile e la cui utilità è ancora tutta da dimostrare. Efficacia e congruità della spesa vanno commisurate ai fatti realizzati e, per restare alla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione (SSPA), dal 2000 ad oggi essa ha reclutato e formato più di 500 dirigenti dello Stato grazie alla formula del corso-concorso: un concorso pubblico a livello nazionale, un corso di un anno con esami, uno stage di sei mesi in Italia e all’estero, un esame finale. Sono certamente ancora troppo pochi, stante un mero 30% delle posizioni disponibili a disposizione della Scuola oggi previsto per legge e che vogliamo venga innalzato. L’associazione dei manager pubblici ex allievi della SSPA insiste da anni sul consolidamento di questo percorso, per reclutare dirigenti con cadenza annuale a livello nazionale e combattere così quella Rizzo definisce la “balcanizzazione” della dirigenza. Ecco perché la recente notizia del nuovo corso-concorso per 26 dirigenti dello Stato da parte della SSPA è una buona nuova ma non soddisfa pienamente, in termini di numeri, l’esigenza di rinnovamento della macchina dello Stato. Credo, infatti, che se i diversi istituti di formazione, SSPA in testa, debbano senza eccezioni far fronte ad una necessaria azione di revisione della spesa con l’eliminazione di possibili sprechi, non vada mai dimenticata la cura della risorsa più preziosa che le pubbliche amministrazioni posseggono, la risorsa umana.  Alfredo Ferrante – Presidente AllieviSSPA

Giustissimo. Proprio per questo bisogna riorganizzare tutto (s.riz.)

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Abbasso la Squola

E anche la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione finisce nel tritacarne, vittima dell’onda dell’anticasta. Mi ha colpito negativamente l’approccio frettoloso con cui un servizio della trasmissione Ballarò, che religiosamente seguo ogni martedì sera, ha affrontato il tema delle scuole di formazione delle amministrazioni pubbliche in Italia. Ora, è evidente che la televisione ha i suoi tempi e che le misteriose cose della burocrazia sono complicate (a volte oscure) e poco digeribili, specie di questi tempi. Ma qual’è il senso di fare un elenco delle scuole nazionali di amministrazione con i relativi costi trasmettendo il messaggio che sono soldi buttati o, quantomeno, spesi male? Ma cosa fanno questi enti? Con quali risultati? Glissons. Ecco, nella stessa serata in cui Crozza cita l’ENA francese (una assoluta prima volta in tv!), forse sarebbe stato opportuno porre una questione importante all’attenzione dei cittadini, ovvero che reclutare con severità e formare bene il personale pubblico, e la dirigenza in particolare, significa fare andare meglio il Paese, perché vuol dire aiutare a lubrificare rapporti e dinamiche fra imprese, cittadini, mondo delle associazioni e lo Stato. Come Associazione degli ex allievi della SSPA diciamo da anni che la Scuola Superiore della P.A. dovrebbe assumere un ruolo sempre più centrale nel panorama delle amministrazioni pubbliche e tanto si può e si deve ancora fare, ma alimentare indiscriminatamente la pur legittima reazione “anti-tutto-ciò-che-è-pubblico” non credo giovi a nessuno. Neanche ai cittadini che pagano le tasse.

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Dirigendo si impara

Sono stato invitato a parteciare, in qualità di Presidente della Associazione degli ex allievi della Scuola Superiore della P.A., alla cerimonia inaugurale del nuovo corso-concorso per dirigenti dello Stato: per i non addetti ai lavori, una sorta di accademia della dirigenza pubblica. Tramite (severo) concorso pubblico si reperiscono gli allievi per un corso annuale (più sei mesi di stage) e, alla fine di quel periodo, dopo numerosi esami ed una tesi finale, ai vincitori viene consegnato un ufficio della pubblica amministrazione da coordinare. Chiavi in mano, insomma. E’ uno strumento da proteggere e coltivare quello del corso-concorso, e non a caso alla inaugurazione era presente il Capo dello Stato, a testimonianza della importanza dell’investimento, in termini di tempo, energie e denari che la Repubblica (e intendo proprio la Repubblica) mette in campo per formare nuove risorse pubbliche.

Conto di tornare in modo più articolato sull’argomento reclutamento della dirigenza e SSPA, ma qualche aspetto merita di essere sottolineato. Uno: l’importanza di reclutare persone in gran parte giovani, motivate e che, per una parte, non abbiamo mai lavorato nella pubblica amministrazione. Il contributo di chi non ha vissuto logiche interne, qualsiasi esse siano, è prezioso e va ricercato continuamente perché aiuta a spezzare dinamiche cognitive sclerotizzate e prassi spesso poco virtuose, ricercando soluzioni fuori dagli schemi. Due: più si farà ricorso a una selezione dura, esigente, che tende a trovare e formare le eccellenze a livello nazionale, meno la P.A. correrà il rischio di essere governata male. Non solo si toglie la leva del comando alle singole amministrazioni, che tendono gelosamente a “proteggere” i propri figli, ma si spinge per la formazione di uno spirito di corpo trasversale che troppo spesso è mancato alle amministrazioni italiane.

E, infine, il corso-concorso è uno dei modi migliori per reclutare chi nella P.A. ci vuole lavorare davvero. Non l’ultima spiaggia per chi non ha sbarcato il lunario nel privato o, peggio ancora, comodo arrivo per chi è stato benedetto da leggine ad hoc o paracadutato dal politico di turno, ma missione di servizio per l’interesse generale. Queste ragazze e questi ragazzi che si accingono a lavorare e studiare assieme per mesi e mesi il dirigente lo volevano proprio fare, non ci sono capitati per sbaglio. Sarà compito della Scuola tirar fuori da loro il meglio e creare quel patrimonio comune di idee, valori e competenze che cementeranno un percorso professionale e umano unico. E sono certo che il dirigente lo faranno bene, assieme, confrontandosi e magari dandosi una mano, a tutto vantaggio della Repubblica (sempre quella) e di noi cittadini.

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