L’Italia è vostra

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Con grandi difficoltà e in mezzo a qualche colpo di scena la Legislatura partita lo scorso 4 marzo sembra avviarsi – il condizionale è d’obbligo – verso la nascita di un governo. Tanti gli scenari ancora possibili, inclusi esecutivi “neutrali” o nuove elezioni: i prossimi giorni saranno decisivi per dipanare le tante questioni sul tappeto. Interessa poco entrare nel merito politico dei temi: l’inedito svolgersi degli eventi, quasi un caso di studio per gli esperti di diritto costituzionale e parlamentare, è in ogni caso nel solco della Costituzione, e tanto basta. Si ricomincia, insomma. Colpisce, tuttavia, un aspetto meta-politico della vicenda in corso, ormai sin troppo familiare: depositato il voto, i cittadini guardano e attendono gli sviluppi, paghi di aver compiuto il proprio dovere civico. La palla è in mano ai partiti, che giocano una loro – legittima – partita tra il detto e il non detto, in uno schema di gioco che ai più può apparire inintelligibile ma che, al contrario, è cristallino per i giocatori in campo. Sono le regole della democrazia rappresentativa: i cittadini delegano la conduzione della cosa pubblica ai loro rappresentanti, pronti a giudicarli nella cabina elettorale alla prossima tornata. Le cose, beninteso, non stanno esattamente così: l’interesse dell’elettore, in caduta libera in termini di partecipazione al voto, scema rapidamente, riattizzandosi, eventualmente, in particolari occasioni. L’informazione, che ha il compito di innervare il gioco democratico, fa i conti con le proprie pecche: in pochi leggono i giornali e le ormai arcinote fake news sono in agguato in rete, fonte preferita cui in tanti si abbeverano per comprendere il mondo che li circonda. Si sa, nei fatti, molto poco delle vere dinamiche della politica, della tecnocrazia, dell’economia e della finanza. Forti o meno, quei poteri frappongono uno schermo difficile da penetrare. E perché farlo, poi? Ecco uno dei grandi pericoli che insidiano una democrazia: la rassegnazione a non poter influire sull’andamento della vita del proprio Paese, l’assunto della sostanziale inutilità del voto e, quindi, l’impotenza del singolo. Ognuno, si sa, segue una propria agenda che raramente viene dichiarata apertamente. Così fan tutti? Stanchi delle continue baruffe chiozzotte, di fronte ai cittadini si stagliano due scelte: ci si adegua e si segue la corrente o ci si abbandona alla sterile protesta contro le élites brutte e cattive. Il risultato: il ritiro nel privato e un Paese che si sbriciola. L’Italia, d’altronde, ha la più bella Costituzione al mondo ma troppo spesso muore di regole e di formalismo in punta di diritto, con la triste consapevolezza che si tratta di mera fictio. Le regole sono scolpite: le cose seguono, però, binari più scorrevoli. Per alcuni, almeno. È una generalizzazione, ovviamente. Sono tante e tanti le donne e gli uomini che fanno il proprio dovere, in tutti campi, ed è ben noto il valore che gli Italiani, soprattutto nei momenti di grande difficoltà, hanno saputo dimostrare, per tacere dell’immensa ricchezza – culturale, artistica, architettonica, storica, enogastronomica – che questo Paese, forse incurante ed inconsapevole, possiede. Ma quella maledetta rassegnazione sembra scritta nel DNA degli Italiani, viziato di gattopardismo, tra Machiavelli e i bravi di manzoniana memoria. L’Italia non si è mai vantata, come orgogliosamente hanno detto e dicono gli Stati Uniti d’America, di essere il più grande Paese al mondo. Ne ha passate troppe. Ma se tanti giovani se ne vanno, se cresce la povertà assoluta, se l’economia sommersa ha dimensioni colossali, se il cancro delle mafie ancora non è stato estirpato e se la corruzione appesta la vita pubblica, non saranno nuove regole o nuove pene a far compiere un’inversione di rotta. Quel che serve è che ciascuno si faccia avanti: e lo faccia quando tutti dicono di non farlo. Nel Paese in cui troppo spesso l’iniziativa del singolo è vista come un disvalore, occorre acquisire piena consapevolezza del fatto che solo innescando il cambiamento nelle piccole cose quotidiane si potrà sperare in una virata decisa. La storia è un pendolo, naturalmente, Quel che andava bene ieri, andrà bene domani, e viceversa. Ma far sì che si recuperi e apprezzi l’importanza del peso che ciascuno ha, della parola di tutti, dell’esempio che si dà alle nuove generazioni, può essere la leva per risalire la china. Non tutto è perduto: i due recenti casi di cronaca che raccontano di giovanissimi che in Sardegna fanno irruzione in una casa per salvare un anziana colta da malore o di studenti nel napoletano che fanno chilometri in bici per andare a casa dell’insegnante che non dava notizie di sé, sfidando l’immobilismo degli adulti e salvandola, fanno sperare. Ma quando si diventa degli stronzi? La Capitale è un implacabile ritratto del momento, assai più ripugnante del dipinto serbato da Dorian Gray: quella che potrebbe fregiarsi del titolo di più bella città al mondo è ormai da anni irriconoscibile. I colpevoli? Non i sindaci, gli amministratori locali, i lavoratori delle tante municipalizzate. Non solo, almeno. Sono i nuovi barbari: i cittadini. Smarriti del senso di comunità. Ben felici di delegare le responsabilità a qualcun altro e pronti a lapidare costui quando si troverà nella impossibilità di contrastare l’incontrastabile. Da questo punto di vista, l’amaro film “L’ora legale” di Ficarra e Picone dice molto di più di una pila di trattati di sociologia. Non chiedete cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese, disse qualcuno. Chiamatela cittadinanza attiva, se volete. Ma non abbandonate nelle mani di nessuno, foss’anche l’uomo della Provvidenza, certificato e bollinato, il destino della vostra terra e della vostra esistenza. Sono solo vostre.

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L’ordinaria inciviltà della disabilità

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Il Corriere della Sera ha recentemente riportato una di quelle storie che potremmo catalogare come ordinaria inciviltà. Una persona con disabilità, in carrozzina a motore, è rimasta intrappolata per una notte in una stazione ferroviaria, ostaggio delle barriere architettoniche. Antonio Canonica, 60 anni, era partito da Bellinzona nel pomeriggio per Varese ma, una volta arrivato, non è potuto scendere perché il predellino era troppo alto rispetto alla banchina. Vista la pesantezza della sua carrozzina a motore, l’unica soluzione che gli è stata prospettata è stata quella di ritornare in treno fino alla stazione precedente, Induno Olona, e riprendere un convoglio che arrivasse al binario accessibile 3 di Varese che ha l’altezza giusta per le carrozzine. Arrivato in stazione, però, la sorpresa: dovendo cambiare binario, l’ascensore era bloccato e la rampa per i disabili terminava su un cancello chiuso, senza che nessuno avesse le chiavi. Fine dei giochi: armato di coperta e un panino, dopo aver trascorso la notte in stazione, alle 5 del mattino Canonica ha ripreso il primo treno per la Svizzera. Una storia che ha dell’incredibile, vero? No, purtroppo. Anche in un paese come l’Italia, assai avanzato per quel che riguarda il quadro normativo in materia di disabilità, l’obiettivo di realizzare l’inclusione sociale delle persone disabili, come promossa dalla Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità del 2006, resta un risultato difficile da raggiungere. Intendiamoci: rimodellare una società intera a misura di tutti è un’impresa che non finisce mai: hanno un ruolo l’urbanistica, l’architettura, il design industriale, la medicina, il welfare, senza parlare della macchina pubblica che deve attuare concretamente le politiche di inclusione. E l’Italia non è certamente all’anno zero. Ma, come dimostra la disavventura del sessantenne di Bellinzona, lo scoglio da superare, prima di ogni altro impedimento, è quello della visibilità della disabilità nelle nostre comunità. Provo a spiegarmi. C’è un bellissimo volume di Matteo Schianchi, che non mi stanco mai di citare (Storia della disabilità: dal castigo degli dèi alla crisi del welfare, Carocci Editore), che ricorda come nella storia le persone con disabilità siano state sempre nascoste alla vista, chiuse in casa, segregate, allontanate. O, addirittura, derise e perseguitate. La disabilità, per una serie di motivi socio-religiosi, è stata per secoli una condizione relegata in un angolo, priva di dignità e cittadinanza, considerata una maledizione divina, una vergogna o, nel migliore dei casi, qualcosa da compatire. E anche oggi, nelle nostre moderne e civilissime società, l’eredità di questo passato si fa sentire, e parecchio: la mancanza della consapevolezza che la disabilità altro non è che una normale condizione umana, che molti di noi possono trovarsi a vivere in un momento qualsiasi della propria vita, di fatto pone un ostacolo formidabile all’accettazione della disabilità stessa. La quotidianità della disabilità spaventa: se un Alex Zanardi o una Bebe Vio suscitano simpatia ed ammirazione, la fatica giornaliera delle difficoltà nella normalità è un altro paio di maniche. E, conseguentemente, tutta una serie di azioni che tendono a riequilibrare la situazione garantendo la parità di godimento degli inalienabili diritti di cui ogni cittadino gode, come limpidamente sancisce l’articolo 3 della nostra Costituzione sin dal 1947, arranca, spesso si trascina, perde vigore. Non trova, in altre parole, un ambiente favorevole. Capacitante, Si tratta, di fatto, dell’incosciente – nella duplice accezione di inconsapevole e sconsiderato – rifiuto dell’alterità di tante donne e tanti uomini che quotidianamente si trovano ad affrontare situazioni sfibranti. Spesso umilianti. Se ancor oggi c’è bisogno dell’instancabile attivismo di Iacopo Melio, che con il suo #vorreiprendereiltreno ha fatto capire quale sia il significato profondo del diritto alla mobilità e all’accessibilità per chi ha una disabilità, è evidente che la sfida è culturale prima che normativa o economica. Chissà se di questo ed altro parlerà agli Italiani la politica che affila le armi per le prossime elezioni per il Parlamento.

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I possibili danni del “caso” Bellomo

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Francesco Bellomo, il Consigliere di Stato e docente finito su giornali e televisioni per le note vicende legate alle presunte pressioni e violenze psicologiche sino allo stalkeraggio esercitate sulle borsiste nei suoi corsi di preparazione al concorso in magistratura, è innocente. È innocente perché, ci ricorda la Costituzione Italiana (art. 27), si è tali sino alla condanna definitiva. Il Consiglio di Stato, per il tramite dell’azione promossa dal suo Presidente, ha avviato la procedura di destituzione del magistrato, mentre almeno due Procure hanno aperto fascicoli per indagare ed appurare i fatti. Il tempo e gli eventuali processi diranno, naturalmente, cosa nel dettaglio sia davvero avvenuto e se si sia di fronte a molestie e a condotte penalmente rilevanti che, ove accertate, andranno sanzionate a norma di legge. Detto questo, Il polverone sollevato dalle rivelazioni di alcune giovani donne, aspiranti magistrate, circa i comportamenti di Bellomo, non può non far sorgere alcuni dubbi che, pure, col diritto penale nulla hanno a che fare. A leggere e a dar credito a quanto riportato su diversi giornali, il clima che si respirava all’interno della Scuola per futuri magistrati “Diritto e scienza” era a dir poco singolare, con la selezione di alcune borsiste che sarebbero state invitate ad adottare un codice di abbigliamento perlomeno discutibile, a non intrattenere rapporti con gli altri corsisti e, addirittura, a sottoporre ad una valutazione di natura superomistica i propri partner. Pur volendo accantonare le lamentate violenze di natura psicologica che si addebitano al magistrato, c’è da restare sbigottiti. In una lettera ai giornali, Bellomo sostiene, rompendo il silenzio, che un dress code è previsto sia per le donne che per gli uomini e che tale codice, “che è riconosciuto dai giuslavoristi come legittimo se liberamente accettato e coerente con le esigenze aziendali, trovava la sua ragion d’essere nel ruolo promozionale che il borsista svolgeva, certamente agevolato da un’immagine attraente (cosiddetto effetto alone)”. Effetto alone? Devo dire che, nella mia sostanziale ingenuità, mi ero fatto la strana idea che la funzione di amministrare la giustizia in nome del popolo fosse il difficile compito in cui si dovessero esercitare il sapere giuridico ed il buon senso, e che poco ci azzeccassero tacchi, gonne o attrattività dei togati. I quali, beninteso, sono donne e uomini come tutti e noi e, come tali, soggetti a vizi e difetti degli esseri umani: ma che l’effetto alone fosse elemento rilevante ai fini della decisione sulla innocenza o colpevolezza di un cittadino è cosa che giunge, francamente, nuova. Quindi, un magistrato eccentrico con un debole per il sesso femminile e che propugna l’idea di una “razza giudicante superiore”?

Forse. Basterebbe, a tal proposito, leggere il suo cv, in cui Bellomo ricorda, a proposito di sé stesso, che “è accreditato alla WAIS (Wechsler Adult Intelligence Scale) di un Q.I. = 188 (media umana = 100) e al test delle matrici progressive di Raven di un punteggio ponderato pari a 201”. Oppure dare ascolto a chi racconta come nel corso delle sue lezioni sostenesse di essere 400 anni avanti allo sviluppo dell’uomo. E, tuttavia, la questione non finisce qui. In primo luogo perché la vicenda assume uno strabordante carattere sessista condito da un immaginario maschile pecoreccio che – poveri noi – si colloca a metà fra i film dei Fratelli Vanzina dei ruggenti anni ’80 e quelli più pruriginosi di Tinto Brass. Ma anche perché, a me sembra, getta un’ombra decisamente sinistra su (alcuni) futuri magistrati. Ci si potrebbe domandare perché si sia accettato di firmare un contratto che, oltre a prevedere minigonne e tacchi a spillo, pare costituisse un vero e proprio totalizzante addestramento di vita. O perché sottoporsi ad una sorta di lavaggio del cervello, quasi da setta consumata. O perché, se tutto questo venisse riscontrato come vero, nessuno dei corsisti, perfettamente al corrente delle vicende, abbia avuto nulla da eccepire. Sono domande che, ovviamente, si basano su fatti riportati dai giornali e, in quanto tali, tutti da dimostrare. Ma che riconducono, in ogni caso, al richiamo dei comportamenti del magistrato, al quale la nostra Carta garantisce l’imprescindibile “autonomia e indipendenza da ogni altro potere“ (art. 104), nonché alla necessaria tutela dell’ordine giudiziario e, di converso, di chi sia chiamato ad essere giudicato. Da questo punto di vista è certamente opportuno che venga fatta chiarezza nel più breve tempo possibile, magari (ri)aprendo, con l’occasione, una riflessione sulla utilità di sottoporre tutti coloro che aspirino ad esercitare pubbliche funzioni – nella magistratura come nelle amministrazioni pubbliche – a test di natura psicologica che ne accertino l’equilibrio e l’assennatezza indispensabili per le decisioni che verranno chiamati a prendere. Nella media umana, si intende.

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Perché Gomorra fa quel che deve fare

arton665-0173cSono rimbalzate rumorosamente sui media in questi giorni le riserve espresse da alcuni magistrati circa la rappresentazione della camorra nella serie Gomorra, in onda su Sky e giunta alla sua terza stagione. Giuseppe Borrelli, procuratore aggiunto antimafia e capo della DDA di Napoli e Catanzaro, nel corso di un incontro con alcuni studenti ha sostenuto che la serie televisiva offre una rappresentazione folkloristica dei clan, pericolosa perché distoglie l’attenzione dall’attuale configurazione della camorra, che non è più solo omicidi, estorsioni e traffici illeciti, ma esprime propri rappresentanti in regioni, province e comuni. Federico Cafiero De Raho, capo della Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, ha detto che raffigurare la camorra come fosse un’associazione come tante altre non fotografa la realtà, dato che la camorra è fatta soprattutto di violenza. Anche Nicola Gratteri, procuratore capo a Catanzaro, ha espresso le sue perplessità, affermando che se davanti alle scuole ci sono ragazzi che si muovono, si vestono e usano le stesse espressioni dei personaggi il messaggio non è positivo, e che occorre inserire qualcosa di alternativo, un messaggio che i criminali non sono invincibili e forti. Marco D’Amore, che interpreta il personaggio di Ciro di Marzio, denunciando il rischio di censura, ha dal canto suo replicato sul Corriere della Sera che gli attori partecipano da artisti e da cittadini a tratteggiare uno dei profili possibili del nostro paese, con l’intento di rendere incredibile e meraviglioso il racconto cinematografico e, allo stesso tempo, partecipare ad un fortissimo atto di denuncia che è partito dall’operato di Roberto Saviano.

Insomma: Gomorra sì o Gomorra no? Meglio esser chiari: le parole di chi è in prima fila per combattere il fenomeno mafioso in Italia pesano, e pesano assai. Quel che credo conti davvero, tuttavia, è la percezione del pubblico e come viene metabolizzata la rappresentazione del mondo criminale attraverso gli schemi cognitivi dello spettatore. E a cosa assiste lo spettatore? Assiste, a mio modo di vedere, alla rappresentazione, cruda e senza filtri, dell’assenza di ogni umanità. In questo non mi trovo d’accordo con chi, come Gratteri, pensa che la fiction corra il rischio di umanizzare e rendere simpatici boss e manovalanza camorristica: al contrario, ne ritrae l’assoluta mancanza di empatia o di sentimento proprio dell’essere umano. Anche quei pochi sprazzi di amore, affetto o amicizia che fanno raramente capolino nella narrazione vengono immediatamente spazzati via senza esitare: padri e madri, mogli e mariti, figlie e figli sono al massimo ostacoli verso la conquista di un potere effimero e cafone, precario quanto vuoto, devoto ai canoni elementari delle regole del Sistema. Allo stesso tempo, ha certamente ragione Giovanni Belardelli quando sul Corriere della Sera parla di assenza di qualsivoglia parvenza dello Stato: forze dell’ordine, magistrati e Istituzioni appaiono fugacemente, restano sullo sfondo nell’universo camorrista di Gomorra. Una rappresentazione inverosimile e che dunque, sostiene, Belardelli, azzoppa la tesi che Gomorra sia in primo luogo atto di denuncia. Eppure, la mancanza di ogni riferimento allo Stato e la raffigurazione desolante che si fa dell’ambiente in cui si muovono i personaggi è assolutamente terrificante: nessuna indulgenza, nulla di eroico. Nessun valore assume importanza se non la bieca violenza, la triste solitudine di tutti, nessuno escluso, il terrore dietro l’angolo, la fede usata come ninnolo senza riverbero alcuno nella vita di ognuno. È lo schifo elevato a quotidianità quello che gli sceneggiatori mettono in mostra, in questo apprendendo molto bene la lezione di Saviano, ed esponendo senza veli l’abisso di nulla che le mafie rappresentano per questo Paese.

Tutto ciò non toglie dal tavolo taluni aspetti di quel che i giudici impegnati nel contrasto alla camorra sostengono: la penetrazione nella vita pubblica e politica da parte delle organizzazioni mafiose, in particolare, rappresenta uno dei più gravi colpi al cuore del Paese, zavorrato da criminalità e corruzione. Non possiamo, tuttavia, fare addebiti ad una serie televisiva, che, se coglie forse aspetti parziali dei fenomeni mafiosi, fa quel che deve fare: interpretare la realtà, in questo caso senza patinature o sconti. C’è un elemento, tuttavia, che appare davvero doloroso, ovvero la possibile emulazione di cui parla Gratteri: se c’è chi mette in atto comportamenti che mutua dalla serie televisiva, senza coglierne la negatività ed anzi dando ai personaggi una patente di figura da prendere ad esempio, c’è di che preoccuparsi. E parecchio. Certo, anche dopo l’uscita di Pulp Fiction di Quentin Tarantino i criminali da strada impugnavano pistole di traverso e mimavano movenze e battute dei personaggi. Altra roba, altro registro, neanche a dirlo. Ma il problema in questo caso non è una serie televisiva o un film: è la tragica mancanza della cultura della legalità nel Paese, anche e soprattutto nelle regioni in cui le mafie nascono e hanno le loro basi operative, ramificandosi ormai ovunque, dentro e fuori i confini nazionali. Gomorra non dichiara di voler dare esempio civico o fare scuola di legalità: non è il compito che si è dato. Vuole offrire uno spaccato dell’orrore, umano e civile, che le organizzazioni mafiose rappresentano. Il resto spetta allo Stato. Anzi, alla Repubblica: le Istituzioni tutte, le parti sociali e le organizzazioni della società civile, l’impresa e l’informazione, i cittadini. E partendo dalla scuola e dai luoghi di aggregazione sociale (sostenendoli e, dove serve, creandoli) per dire che il nostro è, con tutti i difetti, uno Stato di diritto in cui la legge esiste ed è uguale per tutti.

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Roma e la realpolitik a 5 stelle

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Probabilmente neppure il più gufo fra i gufi antigrillini avrebbe potuto immaginare un avvio di consiliatura romana così disastroso. Appare innegabile, infatti, che il nuovo Campidoglio a 5 stelle stia collazionando una serie impressionante di passi falsi, divorato fra tensioni interne che molto sanno di correntizio, lasciando alle opposizioni il comodo compito di lanciare ortaggi dalle balconate. La sindacatura di Virginia Raggi, dopo un plebiscito quasi bulgaro, si è aperta con una formidabile sequela di gaffe di alcuni assessori della nuova Giunta, cominciando dai pedoni che creano ingorghi, per passare al “sostegno” ai signori delle bancarelle, sino ad arrivare alla performance da castigamatti del neo assessore al bilancio che placidamente annuncia ad un quotidiano che convocherà i dirigenti comunali per annunciare quanto segue: “La festa è finita, o lavorano o li caccio immediatamente”. Quando si dice l’incoraggiamento, insomma. Dichiarazioni a ruota libera che mal si conciliano con la misura e la prudenza che dovrebbe caratterizzare l’operato di donne e uomini delle istituzioni e che danno il senso di un preoccupante sfilacciamento nella squadra di governo cittadino e della capacità di tenere le fila da parte della Sindaca e del suo entourage. Come non bastasse, il bubbone della vicenda legata all’Assessora Muraro è alfine deflagrato, con la rivelazione bomba che, dopo infiniti tira e molla di veline e smentite, la stessa era indagata da tempo in virtù del suo passato di consulente dell’AMA, con la Sindaca già informata del fatto. Innocente sino a prova contraria, naturalmente, ma un inciampo non da poco per il vanto tutto grillino nel perseguire il purismo a tutti i costi.

Non sono mancati, per condire il tutto, defenestramenti e dimissioni a raffica di esponenti di primo piano della struttura politico-amministrativa, con destabilizzanti dichiarazioni al vetriolo dell’ex Capo di Gabinetto, già messa sulla graticola dalla base dei 5 stelle per il suo stipendio, ritenuto inaccettabile. È allora comprensibile un certo sconcerto per l’osservatore esterno – e, ahimè, cittadino dell’Urbe – che assiste attonito ad una zuffa perenne, incomprensibile a molti, nonostante molti esponenti del Movimento attribuiscano le difficoltà a Roma ai famigerati poteri forti all’opera dietro le quinte. Una lotta senza esclusioni di colpi fra le diverse anime grilline, soprattutto di ambito romano, con veti, accuse e ostracismi trasversali fra big che fanno impallidire le amorevoli pugnalate sferrate ai tempi della Prima Repubblica. Nulla di strano, nulla di nuovo: quando si lascia il mondo delle idee e si inizia a mettere le mani negli ingranaggi della cosa pubblica, ci si accorge rapidamente che le cose non sono così semplici come le si dipingeva dal blog. Il fare è molto più complicato del puntare il dito dietro una tastiera e i pentastellati stanno dolorosamente imparando la lezione.

Il punto che, tuttavia, appare più preoccupante è che dalle cronache traspare una gestione della macchina capitolina improntata a criteri che sanno di vecchio e, persino, di feudale. Le lotte fratricide che vedono protagonisti Sindaco e cerchio magico, assessori, dirigenti nominati e alti funzionari dimissionari stanno a testimoniare una battaglia senza quartiere per il territorio, assai simile alla difesa delturf metropolitano che Walter Hill ha raccontato in quel piccolo gioiello de “I guerrieri della notte”. Nomine e pedine smaneggiate come basi per gestire potere interno: questa l’amara fotografia di questi primi mesi di gestione del corpaccione capitolino, tanto da fare impallidire i disastri dell’epoca Marino. Una modalità del tutto inaccettabile per chi nelle istituzioni vive e che sa che esse sono patrimonio di tutti, non della maggioranza pro tempore. Difficile capire cosa accadrà: per il bene della città sarà opportuno non solo invertire rapidamente la rotta prima di sfracellarsi sugli scogli della realpolitik, ma abbandonare il furore ideologico che troppo spesso traspare da certe mosse, rivelatasi poi assai azzardate. La macchina romana non è facile da guidare, un buco nero capace di attirare e disintegrare chiunque e qualsiasi cosa. Tuttavia, non sarà l’amministrazione di rovine fumanti a garantire i diritti dei Romani, che hanno votato per un Governo cittadino che faccia scelte responsabili, forte del consenso ottenuto, passando dalla professione della denuncia a quella della gestione, senza incartarsi in questioni lontane dai problemi concreti degli abitanti della città: traffico, tasse, vivibilità, asili nido, decoro e così via. Val la pena aggiungere che una gestione sana è tale se si appoggia consapevolmente alla struttura, valorizzando quel che di valido c’è, aggiustando quel che può essere aggiustato e recidendo quel che è irrecuperabile. Intrallazzare col bilancino incarichi e nomine per sistemarsi meglio alla tavola, non va bene: sa tremendamente di ancien régime. La Sindaca farà bene a mettere ordine in campo e a dare nuove carte. Ne va di mezzo la Capitale d’Italia, che ha già sofferto abbastanza e non merita ulteriori, sfibranti stillicidi.

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La guerra di trincea dei dirigenti statali barricaderi

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Il giorno dopo la mancata adozione del famigerato e attesissimo decreto Madia sulla dirigenza pubblica, a leggere i quotidiani sembra ci si trovi nel pieno di una guerra di trincea fra le Istituzioni, con le due fazioni dei politici e dei burocrati che si guardano in cagnesco nel fango, elmetto in testa, in attesa dell’assalto finale alla baionetta. Non ci credete? “Statali, slitta la riforma della dirigenza: bloccata dai superburocrati”, titola il Messaggero, rivelando che ci sono “troppe resistenze, soprattutto da parte dell’alta burocrazia ministeriale che non condivide il disegno del governo Renzi”. Sergio Rizzo sul Corriere parla invece di “ultima resistenza dei mandarini”, riportando che lo spostamento dell’esame del decreto a fine mese sia dovuto a una serie di “osservazioni che potrebbero essere anche prese in considerazione, se non si esaminasse però il punto di partenza: l’inefficienza del nostro apparato burocratico”. Un assioma scolpito nella pietra che si dimostra puntando il dito sui burocrati inamovibili e intoccabili, che “sono stati per generazioni i padroni della macchina pubblica a ogni livello: statale e regionale, e poi giù giù fino ai Comuni”. Amen.

Repubblica fa la sua parte, denunciando con un paginata dell’edizione dell’11 agosto che i dirigenti di Stato sono addirittura pronti alle barricate. Attenzione, però: “Sbaglia chi immagina una casta (sic!) impaurita: la categoria sa di avere un asso nella manica”. Quale, ci si potrebbe chiedere? Detto, fatto: “è l’articolo 97 della Costituzione, quello che recita come nei pubblici uffici debba essere garantita l’imparzialità dell’amministrazione”. Meno male, già si temevano pericolosi squadroni della morte di signore in tailleur e mezzemaniche in grisaglie d’ordinanza. E se il Fatto Quotidiano evidenzia che occorrerà attendere ancora per una vera rivoluzione “di fronte alle resistenze dei boiardi di Stato rispetto a una sgradita iniezione di meritocrazia” (maledetta meritocrazia…), Il Tempo di Roma si rammarica che “i dirigenti della pubblica amministrazione si salvano ancora una volta”. A braccetto, infine, La Stampa e Libero che marcano la presunta vittoria dei dirigenti con un sempreverde: “Statali, 52 modi per non lavorare (pagati)”. E via con la sequela di furbizie  del dipendente pubblico a danno del probo cittadino: dalla maternità, che “si declina in astensione obbligatoria e facoltativa, congedo parentale, permesso per visite pre-natali e per malattia del figlio entro i 3 anni o del bambino da 0 a 8 anni se con ricovero ospedaliero”, fino, udite udite, a “150 ore retribuite per la frequenza di corsi scolastici o universitari”. Perché con la cultura, ricordava qualcuno, non si mangia.

Inutile contestare il luogocomunismo: fatica sprecata e rabbia risparmiata. Capisco che ad agosto le pagine di un quotidiano si debbano pur riempire, magari solleticando l’indignazione del cittadino bibitaro (alzi la mano chi coglie la citazione). Devo dire, tuttavia, di trovare assai poco credibile che uno schiacciasassi della politica come Matteo Renzi si faccia intimidire dalle “osservazioni” dei dirigenti pubblici. Diamo pure per assodato che c’è chi, nelle burocrazie dei ministeri, questa riforma proprio non la vuole e che, magari, si augura che una vittoria del no trascini via a valle Governo e riforma della pubblica amministrazione: inutile negarlo.

Chiederei, però, a chi fa informazione per professione di ricordarsi due o tre cose. La prima: dati, dati, dati. Le inossidabili certezze da Bar dello Sport lasciamole al caffè del lunedì mattina e basiamoci su numeri e cifre ufficiali. La seconda: corretta l’azione di critica e di denuncia, ma si facciano nomi e cognomi. Chi si è guadagnato i galloni da dirigente con l’impegno, lo studio e il sacrificio personale non ama essere accomunato alle tante caste di questo Paese. C’è una casta di “superburocati”? Probabilmente sì, come esistono le “fratellanze” più o meno manifeste di imprenditori, di politici e di giornalisti. Per i quali, tuttavia, trovo sciocco e offensivo fare di tutta l’erba un fascio.Usateci la stessa cortesia, di grazia. Ed infine: chi si trova a dirigere strutture pubbliche ne sente tutto il peso. Non si regge un ufficio per fare profitto: si tenta, giorno dopo giorno, a far fronte ad un impegno che, tra mille difficoltà, disillusioni e stanchezza, è tale perché rivolto alla Comunità dei cittadini. Con tutti i difetti, le mancanze e le migliorie del caso, servire lo Stato è un onore. E ci proviamo. Signori della Stampa, ricordatevene ogni tanto quando fate il vostro mestiere. Chissà che ne giovi il clima di questo dannato Paese.

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SOS Roma: quel clima da “finestre rotte”

AAEAAQAAAAAAAAeyAAAAJDhhMmVmYWJkLTEwYTQtNDcwYy04MzBlLWJkOWM5MDllNGE1YwNoi Romani siamo ormai abituati a tutto. Rassegnati al caos, al lassismo, al disprezzo delle regole minime della convivenza civile. Ci conviviamo, ne siamo sfiancati e, in fondo, complici: non si spiegherebbe altrimenti la differenza abissale che separa Roma dalle altre capitali europee in termini di vivibilità, servizi, mobilità. Basti ricordare, ad esempio, come a Roma la concentrazione dei mezzi privati sia impressionante: secondo il Censis (dati 2015) all’enorme parco circolante (2,5 milioni di veicoli, di cui 1,9 di automobili) corrisponde un tasso di motorizzazione (856 veicoli ogni 1.000 abitanti), che non ha eguali tra le grandi capitali europee. Inutile negare che il disastro romano sia anche una delle cause che ha visto la schiacciante vittoria del Movimento 5 Stelle nelle ultime elezioni e che devono arrivare in fretta delle risposte su tanti fronti, primo fra tutti quello dello smaltimento dei rifiuti, soprattutto alla luce degli inquietanti episodi che hanno visto protagonisti dei ratti, anche in pieno centro. Quel che lascia davvero perplessi, tuttavia, è che le prime indicazioni pervenute da alcuni membri della Giunta Raggi sembrano, a dir poco, bizzarre. Se ha destato curiosità quanto ha dichiarato l’Assessora all’ambiente del Comune di Roma, Paola Muraro, circa la vera causa degli ingorghi di traffico a Roma, ovvero i pedoni indisciplinati che attraversano in mezzo alla strada (reale vizietto di romani e turisti, per carità), è stata eclatante la gaffe del neo assessore al Commercio,Adriano Meloni. Meloni, infatti, a margine di un convegno, ha sostenuto, a proposito degli ormai arcinoti camion bar 24 ore sparsi su tutto il territorio cittadino, che non si può eliminarli e basta, perché, in fondo, assolvono ad alcune funzioni, come quella di dissetare romani e turisti, specie con questo caldo. Nel rimandare alla storia di questi camioncini a quanto ricorda testardamente il blog “Roma fa schifo”, penso che qui si pecchi di ingenuità e che, prima di fare dichiarazioni che ringalluzziscano l’affollato club degli appartenenti alla bancarellopoli romana, occorrerebbe contare fino a dieci, leggersi i pregressi e poi trovare proposte condivise con la cittadinanza. Premesso che Roma è ancora costellata di tante fontane storiche e – sempre meno, purtroppo – dei celebri “nasoni” che andrebbero rimessi in sesto, è evidente che la situazione sia sfuggita di mano. Basta fare una passeggiata nel centro della città e nei dintorni della Stazione Termini per vedere come pullulino, oltre ai camion bar (regolarmente in possesso di licenza, sia chiaro), bancarelle improvvisate di ogni tipo: siamo all’ambulantato incontrastato, in cui si mescolano problemi di decoro, sicurezza, lavoro irregolare, regolamentazione del commercio e lotta alla contraffazione. Il clima da suk che si respira nella Capitale è ormai da troppo tempo divenuto insostenibile e alimenta un circolo vizioso tipico da fenomeno delle “finestre rotte”. Vedere ogni giorno, in una città che potrebbe e dovrebbe essere il fiore all’occhiello dell’Italia, che le regole possono essere impunemente violate non fa che estendere la sensazione che è possibile farlo sempre e comunque. Rifiuti in strada, parcheggi sui marciapiedi, stazioni metro abbandonate con l’oscurità, scritte e “street art”, centurioni non sono che le normali conseguenze di questo silenzioso ma costante incoraggiarsi al menefreghismo tipico di questa città. E se ci sono realtà di auto-organizzazione civica, come la benemerita Retake, il problema sembra impossibile da aggredire. Il “brutto” è tremendamente contagioso. Qualunquismo? Forse. Ma se i romani sguazzano nel lassismo, Roma non merita di precipitare nelle classifiche mondiali. La Capitale d’Italia è il biglietto da visita di un Paese: credo sia opportuno che i membri della nuova Giunta, cui va certamente dato il tempo di prendere le misure e studiare i dossier, lo ricordino ogni giorno del loro mandato. Risparmiandoci, se possibile, dichiarazioni improvvisate.

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Il timbratore mascherato, lo scatolone della vergogna e il mestiere di dirigente

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E proprio quando si pensava di averle viste tutte, spunta il furbetto del cartellino con lo scatolone in testa. No, non è un film di Lino Banfi o l’ennesima riedizione di “Scemo e più scemo”. È la triste realtà del rubagalline di un comune della provincia di Napoli che, per timbrare per altri, si camuffa con uno “scatolo” in testa per non essere riconosciuto dalla telecamera piazzata dalle forze dell’ordine. Una vergogna. Risultato? La più che legittima indignazione dei cittadini che si infuriano per il comportamento spregiudicato di chi non possiede neppure i requisiti minimi di onorabilità per servire lo Stato, soprattutto mentre la crisi morde in particolare chi se la passa peggio. Chissà se il Timbratore Mascherato sapeva, assieme ai suoi tanti colleghi indagati, sospesi o denunciati, che di lì a poco sarebbe entrata in vigore la nuova normativa che inasprisce le pene per le cricche come le loro e che, con giustizia biblica, punisce col licenziamento il dirigente che lascia fare. E chissà se le nuove pene limiteranno un fenomeno la cui reale diffusione è sconosciuta ma che, in ogni caso, è disgustoso e inaccettabile.

Personalmente, dubito che chi delinque in modo così sfacciato si farà intimorire dalle nuove norme. Chi arriva a mettersi una scatola in testa per continuare a timbrare per altri o andarsene al bar e consumare in tutta tranquillità il suo meritato cornetto e cappuccino, continuerà senza problemi. E assisteremo, magari, alla nascita della nuova schiatta dei dirigenti-casellanti, appostati alle entrate degli uffici a segnare scrupolosamente i via vai dei loro dipendenti, mentre le cose da fare attenderanno tempi migliori. Occorre, credo, interrompere questo circolo vizioso che rischia ormai di distruggere persino la speranza di una pubblica amministrazione che, assieme alle altre forze del Paese, si rimbocchi le maniche e faccia del suo per far ripartire il sistema Italia. Cominciamo dalle basi, allora. In ogni singolo caso che vede coinvolti i professionisti dello sgattaiolamento si vede chiaramente come vi siano macchinette per le presenze fissate al muro: si striscia e via, senza nessun problema. Bene, si piazzino dei tornelli e si abbatterà il problema del 99,9%, fatti salvi i geni del male che escogiteranno altre vie di fuga. Attenzione però, non basta. Deve essere chiaro che pure incatenando alla sedia dipendenti e funzionari non avremmo garanzia alcuna del loro reale impegno sul lavoro. Serve che il dirigente faccia il suo vero mestiere: crei squadra con le donne e gli uomini che lavorano con lui per raggiungere i risultati che la politica stabilisce. Deve lavorare sulla motivazione, sulle dinamiche fra le persone del suo ufficio, avere una visione del cosa si fa e dove si punta ad arrivare, riuscendo a comunicarlo ogni singolo giorno col suo esempio. Deve, in altre parole, trasmettere il senso del lavoro che si è chiamati a compiere.

La PA – meglio, le tante PA di cui si compone l’amministrazione pubblica del nostro Paese – è una organizzazione complessa al pari di tante altre: occorre avere il coraggio di buttare a mare l’inossidabile immagine di un’amministrazione fordista che sopravvive nelle nostre teste, mentre i modelli organizzativi nel mondo intero sono in piena rivoluzione. Non per noi, ancora fermi allo Charlot che avvita bulloni alla catena di montaggio. Quando capiremo che chi lavora non è un robottino che, per il sol fatto di premere il bottone sulla sua schiena, compie l’azione desiderata, potremo cominciare a cambiare le cose e, da subito, creare gli anticorpi per prevenire situazioni come quelle di cui troppo spesso leggiamo sui giornali. È una battaglia che non si vince – solo – sfornando nuove norme: è bene tenerlo a mente anche al prossimo travaso di bile.

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