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Roma e la realpolitik a 5 stelle

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Probabilmente neppure il più gufo fra i gufi antigrillini avrebbe potuto immaginare un avvio di consiliatura romana così disastroso. Appare innegabile, infatti, che il nuovo Campidoglio a 5 stelle stia collazionando una serie impressionante di passi falsi, divorato fra tensioni interne che molto sanno di correntizio, lasciando alle opposizioni il comodo compito di lanciare ortaggi dalle balconate. La sindacatura di Virginia Raggi, dopo un plebiscito quasi bulgaro, si è aperta con una formidabile sequela di gaffe di alcuni assessori della nuova Giunta, cominciando dai pedoni che creano ingorghi, per passare al “sostegno” ai signori delle bancarelle, sino ad arrivare alla performance da castigamatti del neo assessore al bilancio che placidamente annuncia ad un quotidiano che convocherà i dirigenti comunali per annunciare quanto segue: “La festa è finita, o lavorano o li caccio immediatamente”. Quando si dice l’incoraggiamento, insomma. Dichiarazioni a ruota libera che mal si conciliano con la misura e la prudenza che dovrebbe caratterizzare l’operato di donne e uomini delle istituzioni e che danno il senso di un preoccupante sfilacciamento nella squadra di governo cittadino e della capacità di tenere le fila da parte della Sindaca e del suo entourage. Come non bastasse, il bubbone della vicenda legata all’Assessora Muraro è alfine deflagrato, con la rivelazione bomba che, dopo infiniti tira e molla di veline e smentite, la stessa era indagata da tempo in virtù del suo passato di consulente dell’AMA, con la Sindaca già informata del fatto. Innocente sino a prova contraria, naturalmente, ma un inciampo non da poco per il vanto tutto grillino nel perseguire il purismo a tutti i costi.

Non sono mancati, per condire il tutto, defenestramenti e dimissioni a raffica di esponenti di primo piano della struttura politico-amministrativa, con destabilizzanti dichiarazioni al vetriolo dell’ex Capo di Gabinetto, già messa sulla graticola dalla base dei 5 stelle per il suo stipendio, ritenuto inaccettabile. È allora comprensibile un certo sconcerto per l’osservatore esterno – e, ahimè, cittadino dell’Urbe – che assiste attonito ad una zuffa perenne, incomprensibile a molti, nonostante molti esponenti del Movimento attribuiscano le difficoltà a Roma ai famigerati poteri forti all’opera dietro le quinte. Una lotta senza esclusioni di colpi fra le diverse anime grilline, soprattutto di ambito romano, con veti, accuse e ostracismi trasversali fra big che fanno impallidire le amorevoli pugnalate sferrate ai tempi della Prima Repubblica. Nulla di strano, nulla di nuovo: quando si lascia il mondo delle idee e si inizia a mettere le mani negli ingranaggi della cosa pubblica, ci si accorge rapidamente che le cose non sono così semplici come le si dipingeva dal blog. Il fare è molto più complicato del puntare il dito dietro una tastiera e i pentastellati stanno dolorosamente imparando la lezione.

Il punto che, tuttavia, appare più preoccupante è che dalle cronache traspare una gestione della macchina capitolina improntata a criteri che sanno di vecchio e, persino, di feudale. Le lotte fratricide che vedono protagonisti Sindaco e cerchio magico, assessori, dirigenti nominati e alti funzionari dimissionari stanno a testimoniare una battaglia senza quartiere per il territorio, assai simile alla difesa delturf metropolitano che Walter Hill ha raccontato in quel piccolo gioiello de “I guerrieri della notte”. Nomine e pedine smaneggiate come basi per gestire potere interno: questa l’amara fotografia di questi primi mesi di gestione del corpaccione capitolino, tanto da fare impallidire i disastri dell’epoca Marino. Una modalità del tutto inaccettabile per chi nelle istituzioni vive e che sa che esse sono patrimonio di tutti, non della maggioranza pro tempore. Difficile capire cosa accadrà: per il bene della città sarà opportuno non solo invertire rapidamente la rotta prima di sfracellarsi sugli scogli della realpolitik, ma abbandonare il furore ideologico che troppo spesso traspare da certe mosse, rivelatasi poi assai azzardate. La macchina romana non è facile da guidare, un buco nero capace di attirare e disintegrare chiunque e qualsiasi cosa. Tuttavia, non sarà l’amministrazione di rovine fumanti a garantire i diritti dei Romani, che hanno votato per un Governo cittadino che faccia scelte responsabili, forte del consenso ottenuto, passando dalla professione della denuncia a quella della gestione, senza incartarsi in questioni lontane dai problemi concreti degli abitanti della città: traffico, tasse, vivibilità, asili nido, decoro e così via. Val la pena aggiungere che una gestione sana è tale se si appoggia consapevolmente alla struttura, valorizzando quel che di valido c’è, aggiustando quel che può essere aggiustato e recidendo quel che è irrecuperabile. Intrallazzare col bilancino incarichi e nomine per sistemarsi meglio alla tavola, non va bene: sa tremendamente di ancien régime. La Sindaca farà bene a mettere ordine in campo e a dare nuove carte. Ne va di mezzo la Capitale d’Italia, che ha già sofferto abbastanza e non merita ulteriori, sfibranti stillicidi.

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La guerra di trincea dei dirigenti statali barricaderi

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Il giorno dopo la mancata adozione del famigerato e attesissimo decreto Madia sulla dirigenza pubblica, a leggere i quotidiani sembra ci si trovi nel pieno di una guerra di trincea fra le Istituzioni, con le due fazioni dei politici e dei burocrati che si guardano in cagnesco nel fango, elmetto in testa, in attesa dell’assalto finale alla baionetta. Non ci credete? “Statali, slitta la riforma della dirigenza: bloccata dai superburocrati”, titola il Messaggero, rivelando che ci sono “troppe resistenze, soprattutto da parte dell’alta burocrazia ministeriale che non condivide il disegno del governo Renzi”. Sergio Rizzo sul Corriere parla invece di “ultima resistenza dei mandarini”, riportando che lo spostamento dell’esame del decreto a fine mese sia dovuto a una serie di “osservazioni che potrebbero essere anche prese in considerazione, se non si esaminasse però il punto di partenza: l’inefficienza del nostro apparato burocratico”. Un assioma scolpito nella pietra che si dimostra puntando il dito sui burocrati inamovibili e intoccabili, che “sono stati per generazioni i padroni della macchina pubblica a ogni livello: statale e regionale, e poi giù giù fino ai Comuni”. Amen.

Repubblica fa la sua parte, denunciando con un paginata dell’edizione dell’11 agosto che i dirigenti di Stato sono addirittura pronti alle barricate. Attenzione, però: “Sbaglia chi immagina una casta (sic!) impaurita: la categoria sa di avere un asso nella manica”. Quale, ci si potrebbe chiedere? Detto, fatto: “è l’articolo 97 della Costituzione, quello che recita come nei pubblici uffici debba essere garantita l’imparzialità dell’amministrazione”. Meno male, già si temevano pericolosi squadroni della morte di signore in tailleur e mezzemaniche in grisaglie d’ordinanza. E se il Fatto Quotidiano evidenzia che occorrerà attendere ancora per una vera rivoluzione “di fronte alle resistenze dei boiardi di Stato rispetto a una sgradita iniezione di meritocrazia” (maledetta meritocrazia…), Il Tempo di Roma si rammarica che “i dirigenti della pubblica amministrazione si salvano ancora una volta”. A braccetto, infine, La Stampa e Libero che marcano la presunta vittoria dei dirigenti con un sempreverde: “Statali, 52 modi per non lavorare (pagati)”. E via con la sequela di furbizie  del dipendente pubblico a danno del probo cittadino: dalla maternità, che “si declina in astensione obbligatoria e facoltativa, congedo parentale, permesso per visite pre-natali e per malattia del figlio entro i 3 anni o del bambino da 0 a 8 anni se con ricovero ospedaliero”, fino, udite udite, a “150 ore retribuite per la frequenza di corsi scolastici o universitari”. Perché con la cultura, ricordava qualcuno, non si mangia.

Inutile contestare il luogocomunismo: fatica sprecata e rabbia risparmiata. Capisco che ad agosto le pagine di un quotidiano si debbano pur riempire, magari solleticando l’indignazione del cittadino bibitaro (alzi la mano chi coglie la citazione). Devo dire, tuttavia, di trovare assai poco credibile che uno schiacciasassi della politica come Matteo Renzi si faccia intimidire dalle “osservazioni” dei dirigenti pubblici. Diamo pure per assodato che c’è chi, nelle burocrazie dei ministeri, questa riforma proprio non la vuole e che, magari, si augura che una vittoria del no trascini via a valle Governo e riforma della pubblica amministrazione: inutile negarlo.

Chiederei, però, a chi fa informazione per professione di ricordarsi due o tre cose. La prima: dati, dati, dati. Le inossidabili certezze da Bar dello Sport lasciamole al caffè del lunedì mattina e basiamoci su numeri e cifre ufficiali. La seconda: corretta l’azione di critica e di denuncia, ma si facciano nomi e cognomi. Chi si è guadagnato i galloni da dirigente con l’impegno, lo studio e il sacrificio personale non ama essere accomunato alle tante caste di questo Paese. C’è una casta di “superburocati”? Probabilmente sì, come esistono le “fratellanze” più o meno manifeste di imprenditori, di politici e di giornalisti. Per i quali, tuttavia, trovo sciocco e offensivo fare di tutta l’erba un fascio.Usateci la stessa cortesia, di grazia. Ed infine: chi si trova a dirigere strutture pubbliche ne sente tutto il peso. Non si regge un ufficio per fare profitto: si tenta, giorno dopo giorno, a far fronte ad un impegno che, tra mille difficoltà, disillusioni e stanchezza, è tale perché rivolto alla Comunità dei cittadini. Con tutti i difetti, le mancanze e le migliorie del caso, servire lo Stato è un onore. E ci proviamo. Signori della Stampa, ricordatevene ogni tanto quando fate il vostro mestiere. Chissà che ne giovi il clima di questo dannato Paese.

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SOS Roma: quel clima da “finestre rotte”

AAEAAQAAAAAAAAeyAAAAJDhhMmVmYWJkLTEwYTQtNDcwYy04MzBlLWJkOWM5MDllNGE1YwNoi Romani siamo ormai abituati a tutto. Rassegnati al caos, al lassismo, al disprezzo delle regole minime della convivenza civile. Ci conviviamo, ne siamo sfiancati e, in fondo, complici: non si spiegherebbe altrimenti la differenza abissale che separa Roma dalle altre capitali europee in termini di vivibilità, servizi, mobilità. Basti ricordare, ad esempio, come a Roma la concentrazione dei mezzi privati sia impressionante: secondo il Censis (dati 2015) all’enorme parco circolante (2,5 milioni di veicoli, di cui 1,9 di automobili) corrisponde un tasso di motorizzazione (856 veicoli ogni 1.000 abitanti), che non ha eguali tra le grandi capitali europee. Inutile negare che il disastro romano sia anche una delle cause che ha visto la schiacciante vittoria del Movimento 5 Stelle nelle ultime elezioni e che devono arrivare in fretta delle risposte su tanti fronti, primo fra tutti quello dello smaltimento dei rifiuti, soprattutto alla luce degli inquietanti episodi che hanno visto protagonisti dei ratti, anche in pieno centro. Quel che lascia davvero perplessi, tuttavia, è che le prime indicazioni pervenute da alcuni membri della Giunta Raggi sembrano, a dir poco, bizzarre. Se ha destato curiosità quanto ha dichiarato l’Assessora all’ambiente del Comune di Roma, Paola Muraro, circa la vera causa degli ingorghi di traffico a Roma, ovvero i pedoni indisciplinati che attraversano in mezzo alla strada (reale vizietto di romani e turisti, per carità), è stata eclatante la gaffe del neo assessore al Commercio,Adriano Meloni. Meloni, infatti, a margine di un convegno, ha sostenuto, a proposito degli ormai arcinoti camion bar 24 ore sparsi su tutto il territorio cittadino, che non si può eliminarli e basta, perché, in fondo, assolvono ad alcune funzioni, come quella di dissetare romani e turisti, specie con questo caldo. Nel rimandare alla storia di questi camioncini a quanto ricorda testardamente il blog “Roma fa schifo”, penso che qui si pecchi di ingenuità e che, prima di fare dichiarazioni che ringalluzziscano l’affollato club degli appartenenti alla bancarellopoli romana, occorrerebbe contare fino a dieci, leggersi i pregressi e poi trovare proposte condivise con la cittadinanza. Premesso che Roma è ancora costellata di tante fontane storiche e – sempre meno, purtroppo – dei celebri “nasoni” che andrebbero rimessi in sesto, è evidente che la situazione sia sfuggita di mano. Basta fare una passeggiata nel centro della città e nei dintorni della Stazione Termini per vedere come pullulino, oltre ai camion bar (regolarmente in possesso di licenza, sia chiaro), bancarelle improvvisate di ogni tipo: siamo all’ambulantato incontrastato, in cui si mescolano problemi di decoro, sicurezza, lavoro irregolare, regolamentazione del commercio e lotta alla contraffazione. Il clima da suk che si respira nella Capitale è ormai da troppo tempo divenuto insostenibile e alimenta un circolo vizioso tipico da fenomeno delle “finestre rotte”. Vedere ogni giorno, in una città che potrebbe e dovrebbe essere il fiore all’occhiello dell’Italia, che le regole possono essere impunemente violate non fa che estendere la sensazione che è possibile farlo sempre e comunque. Rifiuti in strada, parcheggi sui marciapiedi, stazioni metro abbandonate con l’oscurità, scritte e “street art”, centurioni non sono che le normali conseguenze di questo silenzioso ma costante incoraggiarsi al menefreghismo tipico di questa città. E se ci sono realtà di auto-organizzazione civica, come la benemerita Retake, il problema sembra impossibile da aggredire. Il “brutto” è tremendamente contagioso. Qualunquismo? Forse. Ma se i romani sguazzano nel lassismo, Roma non merita di precipitare nelle classifiche mondiali. La Capitale d’Italia è il biglietto da visita di un Paese: credo sia opportuno che i membri della nuova Giunta, cui va certamente dato il tempo di prendere le misure e studiare i dossier, lo ricordino ogni giorno del loro mandato. Risparmiandoci, se possibile, dichiarazioni improvvisate.

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Il timbratore mascherato, lo scatolone della vergogna e il mestiere di dirigente

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E proprio quando si pensava di averle viste tutte, spunta il furbetto del cartellino con lo scatolone in testa. No, non è un film di Lino Banfi o l’ennesima riedizione di “Scemo e più scemo”. È la triste realtà del rubagalline di un comune della provincia di Napoli che, per timbrare per altri, si camuffa con uno “scatolo” in testa per non essere riconosciuto dalla telecamera piazzata dalle forze dell’ordine. Una vergogna. Risultato? La più che legittima indignazione dei cittadini che si infuriano per il comportamento spregiudicato di chi non possiede neppure i requisiti minimi di onorabilità per servire lo Stato, soprattutto mentre la crisi morde in particolare chi se la passa peggio. Chissà se il Timbratore Mascherato sapeva, assieme ai suoi tanti colleghi indagati, sospesi o denunciati, che di lì a poco sarebbe entrata in vigore la nuova normativa che inasprisce le pene per le cricche come le loro e che, con giustizia biblica, punisce col licenziamento il dirigente che lascia fare. E chissà se le nuove pene limiteranno un fenomeno la cui reale diffusione è sconosciuta ma che, in ogni caso, è disgustoso e inaccettabile.

Personalmente, dubito che chi delinque in modo così sfacciato si farà intimorire dalle nuove norme. Chi arriva a mettersi una scatola in testa per continuare a timbrare per altri o andarsene al bar e consumare in tutta tranquillità il suo meritato cornetto e cappuccino, continuerà senza problemi. E assisteremo, magari, alla nascita della nuova schiatta dei dirigenti-casellanti, appostati alle entrate degli uffici a segnare scrupolosamente i via vai dei loro dipendenti, mentre le cose da fare attenderanno tempi migliori. Occorre, credo, interrompere questo circolo vizioso che rischia ormai di distruggere persino la speranza di una pubblica amministrazione che, assieme alle altre forze del Paese, si rimbocchi le maniche e faccia del suo per far ripartire il sistema Italia. Cominciamo dalle basi, allora. In ogni singolo caso che vede coinvolti i professionisti dello sgattaiolamento si vede chiaramente come vi siano macchinette per le presenze fissate al muro: si striscia e via, senza nessun problema. Bene, si piazzino dei tornelli e si abbatterà il problema del 99,9%, fatti salvi i geni del male che escogiteranno altre vie di fuga. Attenzione però, non basta. Deve essere chiaro che pure incatenando alla sedia dipendenti e funzionari non avremmo garanzia alcuna del loro reale impegno sul lavoro. Serve che il dirigente faccia il suo vero mestiere: crei squadra con le donne e gli uomini che lavorano con lui per raggiungere i risultati che la politica stabilisce. Deve lavorare sulla motivazione, sulle dinamiche fra le persone del suo ufficio, avere una visione del cosa si fa e dove si punta ad arrivare, riuscendo a comunicarlo ogni singolo giorno col suo esempio. Deve, in altre parole, trasmettere il senso del lavoro che si è chiamati a compiere.

La PA – meglio, le tante PA di cui si compone l’amministrazione pubblica del nostro Paese – è una organizzazione complessa al pari di tante altre: occorre avere il coraggio di buttare a mare l’inossidabile immagine di un’amministrazione fordista che sopravvive nelle nostre teste, mentre i modelli organizzativi nel mondo intero sono in piena rivoluzione. Non per noi, ancora fermi allo Charlot che avvita bulloni alla catena di montaggio. Quando capiremo che chi lavora non è un robottino che, per il sol fatto di premere il bottone sulla sua schiena, compie l’azione desiderata, potremo cominciare a cambiare le cose e, da subito, creare gli anticorpi per prevenire situazioni come quelle di cui troppo spesso leggiamo sui giornali. È una battaglia che non si vince – solo – sfornando nuove norme: è bene tenerlo a mente anche al prossimo travaso di bile.

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Icona farlocca a chi?

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Avete presente il senatore Vincenzo D’Anna? E il parlamentare che, per capirci, si divertiva a far gesti da trivio in aula. Ebbene, ospite a “Un giorno da pecora”, ha detto, in merito allo scrittore Roberto Saviano, quanto segue: “Ma chi lo deve uccidere? A chi vuole che dia fastidio Saviano? Lui è un’icona farlocca che non ha mai detto nulla che possa infastidire la camorra. La camorra viene infastidita dalla polizia, dai magistrati, dai carabinieri, non da lui che si è arricchito con un un libro che ha pure copiato per metà“. Tale è l’enormità, a mio modo di vedere, di queste parole, che non commento. Mi affido alla penna di Michele Serra, che nella sua Amaca del 27 maggio dice tutto: “Io Saviano l’ho visto, venire e andare con la scorta. Ho visto lui e ho visto la sua scorta. Per settimane e per mesi. Ricordo le facce quasi una per una, di quelli della scorta. Ricordo le parole dei pochi, tra loro, che avevano voglia di chiacchierare. Se ne immaginava la vita tesa, lo stipendio basso, la percezione ondivaga (che va e che viene) di quanto fosse importante il loro lavoro. Siccome li ho visti, ogni volta che sento qualcuno sproloquiare della scorta di Saviano penso a Saviano, ma penso anche alla scorta. Saviano non può dirlo e dunque lo dico io, che ho qualche anno di più: avete rotto il cazzo. La scorta non se l’è cercata, la scorta non ha cercato lui. Era un ragazzo di vent’anni e ha scritto un libro sul male. Il libro ha fatto scandalo (avrebbe dovuto fare scandalo il male). Il male, nelle persone che lo incarnano e che ci si arricchiscono, si è molto risentito, e forse gliel’ha giurata. Gliel’ha giurata quanto, e per quanto tempo? Io non lo so, quanto gliel’ha giurata. Ma sicuramente non lo sa nemmeno il senatore D’Anna. Dunque se ne stia zitto. È tipico dell’indolenza di una certa Italia – molta Italia – dire “e però”, “e insomma”, “e non esageriamo”. È normale e forse inevitabile che quell’Italia (quella indolente) sia rappresentata in una democrazia elettorale. Ma è anche normale e forse inevitabile che qualcuno le risponda: occupatevi di quello che capite. Non di quello che non capirete mai“. Applausi.

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Dirigenti pubblici non si nasce

Dopo la buriana mediatica sui furbetti del cartellino, la tempesta sui dirigenti pubblici sembra al momento placata. E, d’altronde, il dibattito sul tema segue un andamento ben preciso: l’elemento scatenante (la dichiarazione del politico di turno o lo scandaletto del momento), la sfuriata sui media e la conseguente indignazione popolare, la quiete in attesa del prossimo casus belli. Insomma, un dibattito serio ed approfondito sui temi della riforma della PA e sul ruolo della dirigenza è ancora di là da venire, inchiodati sui super stipendi di qualche boiardo o sul ruolo da casellanti negli uffici. Eppure una riflessione su cosa si voglia davvero dalla figura del dirigente pubblico è qualcosa che dovrebbe interessare tutti, classe politica, imprenditori e cittadini, visto che a lui o a lei sono legati molti degli snodi fondamentali delle diverse macchine pubbliche italiane. Sforzandosi di toglierci i paraocchi fordisti che ancora oggi ci fanno vedere una amministrazione pubblica che in massima parte non esiste più, tutta timbri e velinari, occorrerebbe porsi qualche domanda su cosa vogliamo che faccia, nella “nuova” PA, il dirigente pubblico.

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Sappiamo, sull’onda del pauperismo che sembra regnare oggi quando di parla di funzioni pubbliche, che il dirigente deve guadagnare poco. Quanto non è dato sapere, naturalmente: tuttavia, dovrà fare sana penitenza e lavorare con fatica (ci trovo una eco biblico del partorire con dolore, in questo). Giustamente poi si tuona contro la dimensione tutta formalistica delle nostre amministrazioni: eppure, un dirigente che non mastichi di diritto amministrativo e di contabilità di Stato manderà il proprio ufficio a gambe all’aria, danneggiando la collettività e rischiando di tasca propria. Deve essere anche un manager, si dice. Ma cosa significa? A rischio di una noiosa ovvietà, va ricordato che un’organizzazione pubblica ed un’impresa lavorano in quadri di riferimento assai diversi, sebbene entrambe debbano essere efficienti, efficaci e, sperabilmente, ispirarsi a criteri di economicità. Diciamo meglio, quindi, che il dirigente deve essere capace di lavorare con una rete di attori, esterni ed interni, terribilmente complicata, fatta di pressioni e richieste da ogni parte, e che le decisioni che deve prendere, che su questa rete si ripercuotono, devono tener conto di due vincoli molto forti: il volere del decisore politico ed i paletti normativi, tanti e complicati. Dovrebbe, inoltre, sapere gestire le persone che fanno squadra con lui: fare il leader, e non solo il capo, anche grazie ad un pizzico di psicologia e, nel caso della PA, senza godere di una leva economica degna di questo nome.

Infine, il dirigente pubblico deve essere flessibile, pronto a cambiare posto e funzione, financo città, ad nutum (il trasferimento avviene, naturalmente, in treno merci, per non pesare esageratamente sulla collettività), avere spiccate doti organizzative, essere social(ma non troppo), parlare fluentemente almeno due lingue ed essere disponibile a lavorare fino a notte tarda, come ha insegnato alla Nazione il recente “caso” della Reggia di Caserta. Essere fedele esecutore del volere del politico di turno ma, al contempo, creativo e suggeritore quanto basta. Ecco, il profilo che esce da questa sommaria esposizione potrebbe identificarsi in un equilibrato mix fra Superman e Rita Levi Montalcini, con spruzzata di francescana santità. Tutto bene, tutto perfetto. La domanda è una sola: come si conta di produrre questa leva di progenie scelta di gestori della cosa pubblica? Perché potrà sembrar strano alle orecchie dei fustigatori nostrani, ma dirigenti non si nasce. Al massimo si diventa. Pur a frugare sotto i cavoli, dubito si trovino manager pubblici in fasce. Sappiamo bene che il concorso tradizionale non aiuta a sfornare, di per sé, buoni dirigenti: eppure la riforma dello scorso anno sembra dare un colpo mortale all’esperienza del reclutamento di giovani dirigenti tramite la Scuola Nazionale dell’Amministrazione e, a voler essere maligni, sembra prospettarsi una evoluzione darwiniana del ceto dirigenziale, per cui la precarietà sarà la regola.

Ecco, tornando per un momento seri, credo serva una visione della nostra macchina pubblica da qui a venti anni, in cui si faccia piazza pulita delle storture che l’hanno inquinata per decenni e si punti sulla formazione, sulla qualità, sull’eccellenza. Sul contare su persone che sanno cosa fare perché reclutate con cura e che comprendano il senso della missione del servire lo Stato: non servono necessariamente dei geni, ma gente normale, che si legga le carte e ragioni con la propria testa. Il voler mandare tutti a casa, il mantra di questi anni, ha ben poca utilità se non si comprende il problema a monte: la qualità costa. Abbiamo tante eccellenze nella nostra PA, che hanno retto le cose nei momenti di tempesta. E abbiamo tante sacche di inefficienza, disillusione, perdita di senso. Recuperare competitività anche grazie al settore pubblico richiede un investimento sul futuro e sui giovani che nella PA vogliono lavorare, razionalizzando e migliorando, ma non demolendo. E’ un gioco da cui non può sfilarsi nessuno: né la politica, né le classi dirigenti di questo Paese. Parlo, in parole povere, di una nuova prospettiva culturale, di cui i cittadini dovrebbero avere piena consapevolezza per poter compiere scelte ponderate. È una prospettiva chiara alla nostra classe politica?

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Ce lo meritiamo Alberto Sordi!

Tutti contro Ignazio Marino, l’allegro chirurgo, come ormai viene definito. Cittadini indignati e stufi di una città invivibile, giornali nazionali e internazionali (ah quelli poi) che impietosamente rendicontano un quotidiano sfacelo della città, i social network infuriati, la politica, anche quella dei presunti amici. Non basta l’onestà del Sindaco, ripetono in coro, ma serve chi possa prendere in mano un declino che pare inarrestabile e correggere la rotta. Io, personalmente, non avevo votato Marino alle primarie, augurandomi però che si intervenisse su alcuni temi simbolo, fra i quali il celebre “mostro” della sopraelevata romana. Ma cosa si deve rimproverare a questo Sindaco nei due anni e rotti di consiliatura? Tutti a gridare contro la politica maneggiona ed è stato eletto un Sindaco odiato trasversalmente da tutti i professionisti della politica. Tutti a cercare col lanternino un politico onesto e non inquisito ed ora l’onesta personale è un fastidioso orpello. Tutti a stracciarsi le vesti per una città modello suk (io per primo) e la pedonalizzazione dei Fori o aver cacciato gli orribili camion bar dal centro storico sono boiate populiste. Ma noi romani siamo fatti così, ce lo ricorda il Belli: “Bast’a ssapé cc’oggni donna è pputtana, e ll’ommini una manica de ladri, ecco imparata l’istoria romana”. Chi se ne frega se Roma è una macchina di una complessità da far tremare i polsi, una città fatta di stratificazioni di storia, architettura, urbanizzazioni, un tesoro a cielo aperto che ha bisogno di un governo di lunga visione e di un corpo sociale che sia consapevole del suolo che calpesta. La soluzione è sempre un’altra: verrebbe da urlare, come Nanni Moretti nel bar, che ce lo meritiamo Alberto Sordi. Una cosa è certa: come non possiamo aspettarci miracoli da Marino, se vediamo in Marino il salvatore o, peggio, il responsabile dello sfascio, è altrettanto inutile e smaccatamente populista augurarsi l’avvento dell’uomo o della donna della provvidenza, che abbia le ricette pronte in tasca per fare di Roma una capitale europea. E poi: cambiare Marino per fare cosa? Per quale progetto? Con quali idee? Sulla base di quale visione per una capitale del XXI secolo? Facile parlare, come fa Salvatore Merlo, di “luogocomunismo moralizzatore”: tutti sulla carta vorremmo una città più bella, più funzionale, più vivibile. Allo stesso tempo, però, facciamo sostanzialmente come cazzo ci pare, del tutto incuranti dell’effetto delle nostre azioni, pronti, quando ci gira, a ergerci noi stessi moralizzatori del bene pubblico. Eh no, così non va. Se la macchina amministrativa romana è inquinata, come racconta il Prefetto Gabrielli, si prendano le opportune contromisure con raziocinio, con visione amministrativa e politica, senza ululare alla luna. Non piace come Marino e la sua squadra governano Roma? Ma voi, di preciso, cosa ne sapete? Avete letto le carte? O vi formate un giudizio sulla base di un tweet? Se le aziende municipalizzate spesso traballano, ricordiamoci che nei decenni sono state infarcite di nostri (sì, nostri) amici e parenti grazie alle spintarelle dei politici che noi (sì, noi) abbiamo eletto e rieletto a Roma. Se le strade sono ridotte peggio di una mulattiera di montagna, qualcuno una qualche responsabilità ce l’avrà. È colpa di Ignazio Marino? Ci siamo noi in tutto questo, inutile nasconderlo. Ha certamente ragione Christian Raimo quando dice che “fare politica a Roma in nome del degrado e del decoro vuol dire non aver presente che la “riparazione” che occorre a questa città non è un belletto, ma una cura radicale. Fatta di trasformazioni profondissime, infrastrutture serie, investimenti massivi, e soprattutto visione politica e scelte di lungo respiro, che si giocano sui trasporti, sui rifiuti, sul consumo del suolo”. Allo stesso tempo, siamo in emergenza e con questa emergenza devono fare i conti tutti i pezzi di Roma. Marino lo hanno portato al Campidoglio gli elettori e va giudicato sulla base dei risultati di una consiliatura. In una democrazia sono gli elettori che mandano a casa chi non ha lavorato bene: non certo i giornali o i partiti o, tantomeno, l’indignazione del momento.

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Roma ergo suk

Tutto comincia da una mia letterina pubblicata sulle pagine romane del Corriere della Sera a cura di Paolo Conti (grazie!), dal titolo “Il suk di Via Nazionale un triste ingresso a Roma”. Nella lettera riportavo quanto segue: “Caro Conti, Via Nazionale a Roma, partendo dalla bellissima Piazza della Repubblica, ha l’importante ruolo di accesso al centro storico per turisti e visitatori che provengono dalla Stazione Termini. Dopo avere attraversato la terrificante area a ridosso di via delle Terme di Diocleziano (un Bronx del XXI secolo), tuttavia, lo spettacolo è desolante: ogni pochi metri bancarelle su rotelle improvvisate che vendono paccottiglia e panchine occupate da mercanzia improbabile, il tutto ovviamente completamente abusivo. Non mancano, poi, i classici camioncini di vettovaglie per turisti, aperti 24 ore su 24. Insomma, una bancarellopoli in piena regola. A ciò si aggiunga che i venditori sono tutti ragazzi dell’area indiana, ovviamente spremuti a dovere. Chi li sfrutta e li rifornisce? Un ben triste spettacolo che questa via umbertina e i romani non meritano“. Alla lettera, pubblicata il 14 aprile, rispondeva Raffaele Clemente, Capo della Polizia Locale di Roma: “Caro Conti, mi riferisco alla lettera del signor Alfredo Ferrante sui banchi commerciali di via Nazionale pubblicata il 15 aprile. Il nostro personale monitora periodicamente il commercio ambulante su via Nazionale e sino ad ora non sono state riscontrate irregolarità dal punto di vista delle autorizzazioni, rilasciate dagli organi preposti. Non si può dunque parlare di abusivismo, come da lei dichiarato nella lettera pubblicata sul Corriere della sera del 14 aprile 2015. Negli ultimi giorni è stato però sanzionato un operatore a rotazione con postazione in Via delle Terme di Diocleziano angolo Piazza della Repubblica, perché aveva le merci appese irregolarmente”.

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Intanto vorrei ringraziare il Comandante Clemente per aver risposto: Clemente è uomo di grande esperienza, con un curriculum di tutto rispetto e ha poco tempo da perdere. Dobbiamo allora prendere atto che i banchetti su rotelle su Via Nazionale (immagino non le panchine occupare da mercanzia) sono regolari, come sappiamo essere regolari i mega banchi di alimentari aperti 24h posizionati strategicamente ogni 200 metri. Se così è, e non possiamo dubitarne, allora abbiamo un problema. Un problema che non investe i vigili urbani, che devono far rispettare norme e regolamenti e che fanno un lavoro difficile in una città difficile. E’ il problema di una città e di una amministrazione che tollera che nelle vie e nelle piazze del centro storico continui lo scandalo della bancarellopoli. Basta dare un’occhiata alle foto che ho scattato, o recarsi davanti Castel S. Angelo o davanti le insulae romane al Campidoglio per capire come la bellezza della Città Eterna venga continuamente sfregiata. Ed è la bellezza, che abbiamo ereditato, la nostra vera ricchezza nel mondo: una bellezza che poi si articola nel mangiare, nel bere, nella moda, in tutto ciò che nel mondo ammirano e ci invidiano. Eppure siamo i primi a non comprendere come tutelare e valorizzare un tesoro di immenso valore, tutto a cielo aperto, facendo di Roma la cenerentola delle capitali europee. Il tutto, poi, delegato graziosamente a ragazzi extracomunitari, del bacino indiano, sfruttati e pagati quattro spiccioli. Se tutto è regolare, quale allora la soluzione? Tirare avanti? Boicottare le merci? Cambiare i nostri amministratori? Sullo scandalo del Lungomuro, finalmente, qualcosa si muove. Ripuliamo anche il volto della nostra Roma. Lo merita.

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