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Cosa penso dell’agente di polizia sospeso dal servizio

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È stato sospeso dal servizio, a seguito di procedimento disciplinare, l’agente della polizia stradale che ha ripreso col proprio cellulare un extracomunitario in bicicletta, intento ad ascoltare musica con le cuffiette, sulla corsia di emergenza dell’autostrada Torino-Bardonecchia e che ha postato su Facebook il video con i suoi commenti. Lo dico subito: il provvedimento è stato un atto doveroso. E non perché abbia pronunciato insulti, come si legge, contro la Presidente della Camera: non lo ha fatto. Riprende slogan cari alla dialettica politica ma non pronuncia parole ingiuriose avverso la terza carica dello Stato. L’agente dice, infatti: “Risorse della Boldrini, ecco come finirà l’Italia: tutti su una Graziella in autostrada a comandare […]. Voi che amate la Boldrini, voi che avete voluto questa gente di merda in Italia […]. Goditi questo panorama. Voi e tutta la Caserma: guardate qui. Un tipo che pedala sulla Graziella pensando che sia una strada normale, con le cuffiette in testa. Fosse arrivato un camion e gli avesse suonato, manco se ne sarebbe accorto. Condividete signori, condividete“.

Nel ricordare, a fronte di grida circa presunte ingerenze in merito alla sospensione, che il Dipartimento di Pubblica Sicurezza ha dichiarato che le “decisioni sono state prese in totale autonomia per la tutela delle Istituzioni e di chi le rappresenta”, contano nel caso di specie, a mio modo di vedere, tre aspetti. Il primo: invece di filmare l’uomo, l’agente avrebbe dovuto immediatamente fermarlo e procedere secondo il codice della strada, trovandosi di fronte ad una condotta potenzialmente pericolosa. Cosa che in seguito ha comunque fatto ricevendo, peraltro, i ringraziamenti dall’uomo colto in flagrante. Il secondo: nel video egli pronuncia parole esplicitamente razziste. Nel riferirsi a “questa gente di merda” egli caratterizza un intero gruppo di persone, gli immigrati, con parole di evidente denigrazione. Terzo aspetto, altrettanto grave: diffondere quel filmato e rendere pubblico tale atteggiamento ne ha fatto ricadere le conseguenze sulla divisa che indossa.

Del tutto fuori luogo l’indignazione da parte di chi ritiene che sia stato commesso un torto o sia stata limitata la libertà di espressione di un poliziotto. Qui non è in discussione la libera opinione di un agente di Polizia, che ha e deve avere le sue idee, siano esse di carattere politico, sindacale o di altro tipo. E quelle idee deve avere il diritto di esprimerle. Il punto è che chi serve la Repubblica deve utilizzare una prudenza e una misura peculiari nel suo agire quotidiano, durante e al di fuori dell’orario di lavoro. Non casualmente, il codice di comportamento dei dipendenti pubblici del 2013 prevede che “nei rapporti con i destinatari dell’azione amministrativa, il dipendente assicura la piena parità di trattamento a parità di condizioni, astenendosi, altresì, da azioni […] che comportino discriminazioni basate su sesso, nazionalità, origine etnica, caratteristiche genetiche, lingua, religione o credo, convinzioni personali o politiche, appartenenza a una minoranza nazionale, disabilità, condizioni sociali o di salute, età e orientamento sessuale o su altri diversi fattori” mentre, nei rapporti privati, “non assume nessun altro comportamento che possa nuocere all’immagine dell’amministrazione” (disposizioni riprese anche dal Codice di comportamento dei dipendenti del ministero dell’interno del 2015).

Il poliziotto sospeso dal servizio è un razzista? Non lo so. Sappiamo che, malauguratamente, si è comportato come tale, magari in un momento di leggerezza. Tutti commettiamo errori almeno una volta nella vita ed egli avrà l’occasione di spiegare le proprie eventuali ragioni nel contraddittorio con la sua amministrazione. Tuttavia, se il Signor Rossi può esprimersi come vuole, anche grossolanamente, nei confronti di altre persone (rispondendone, eventualmente, nelle sedi opportune ove questo configuri un reato), questo non vale per chi, come recita la Costituzione, si vede affidate funzioni pubbliche, e ha “il dovere di adempierle con disciplina ed onore” (art. 54, Cost.). Un onere ulteriore a difesa della dignità dello Stato e della funzione che esercita. Ciò vale, a maggior ragione, per le forze dell’ordine, che rappresentano un pezzo fondamentale e indefettibile dello Stato democratico. Alle donne e agli uomini che vestono una divisa affidiamo la nostra sicurezza ed è loro dovuta la nostra stima e riconoscenza per il lavoro prezioso – pericoloso e non adeguatamente retribuito – che tutti i giorni compiono, assicurando il rispetto della legge per tutti coloro che si trovano sul suolo della Nazione, di qualsiasi colore, lingua o religione siano. Ecco perché viene loro richiesto, come e più di tutti coloro il cui stipendio è pagato dagli Italiani, un comportamento specchiato: essere, in soldoni, come la moglie di Cesare.

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Un fine settimana con gli haters: benvenuti nel Medioevo social

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Ha concluso i suoi lavori la Commissione “Jo Cox” sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, presieduta da Laura Boldrini e composta da parlamentari di tutti gli schieramenti, accademici ed esperti, nata sulla scia dell’azione svolta dal Consiglio d’Europa su tali questioni. L’organismo, intitolato alla deputata britannica uccisa da un esaltato neonazista il 16 giugno 2016, ha approvato una relazione finale contenente 56 raccomandazioni che mirano a prevenire e a contrastare le campagne d’odio sui media e sui social network contro le donne, gli immigrati, i rom/sinti, le diverse fedi, le persone con disabilità e le persone LGBTI, attraverso l’informazione e la formazione scolastica, la raccolta dei dati, la responsabilizzazione di tutti gli attori e l’adeguata sanzione dei messaggi di odio, il cosiddetto hate speech. Qualche dato di sfondo in ordine sparso? Un Italiano su tre pensa che una donna che lavora non possa seguire i figli al pari di una che non lavora; uno su quattro pensa che l’omosessualità sia una malattia e ha dubbi che una persona omosessuale possa efficacemente fare politica; gli Italiani ignorano quanti siano gli immigrati nel Paese: credono siano il 30% della popolazione mentre sono l’8%, quasi quattro volte di meno; altrettanto scioccanti i dati sulle violenze subite dalle donne, le maggiori destinatarie dell’odio on line, e dalle persone omosessuali, anche alla luce del fatto che, secondo l’Agenzia Europea sui diritti fondamentali, l’Italia ha il triste primato di essere il Paese più omofobo dell’Ue. Chapeau!

Un lavoro prezioso e utile, quello della Commissione, dunque. Eppure, secondo alcuni le azioni proposte sarebbero figlie del pensiero unico che vuole limitare e censurare la libertà di espressione dei cittadini, imbavagliando il dissenso e istituendo un reato di pensiero in un novello regime orwelliano. In altre parole, è chi cerca di arginare l’odio a fomentare odio. Stabilendo un’equazione a mio giudizio fallace tra libertà di espressione e licenza di aggressione, c’è chi sostiene che dare addosso alle persone per le loro idee politiche, per il colore della loro pelle o, ancora, per il loro orientamento sessuale, rientrerebbe in ogni caso nel diritto di libera manifestazione del proprio pensiero. E contrastare questo approccio sarebbe la vera molla che scatena l’odio in rete. Personalmente sono in profondo disaccordo con questa impostazione ma, spinto da curiosità, ho deciso di impiegare un intero fine settimana tentando di interloquire su Twitter con gli haters nostrani. La ricerca è stata semplice: è bastato digitare qualche termine come “negri”, “duce”, “gender”, “froci”, “golpe” e, ovviamente, “Boldrini”, per iniziare un viaggio nel ventre oscuro della rete rabbiosa e cospirazionista. Chi ha tempo e voglia potrà ripercorrere le discussioni sul mio profilo @alfredoferrante, ma quella che segue è una mia personalissima raccolta del meglio del meglio.

Cominciamo con “rastrellamenti, pulizia etnica e fosse comuni” per i “negri utili solo nelle piantagioni”, le “risorse” che “comprano un IPhone e sono vestiti meglio di noi” e che vanno rimandati “nelle boscaglie”. Qualcuno si domanda se sia meglio usare un mitra o la dinamite per “spazzare tutti questi sporchi negri” mentre, come da perfetta vulgata complottista, agli immigrati è garantita l’immunità per i reati e vengono concessi diritti negati agli Italiani, sprofondati nella povertà. Illuminante, da questo punto di vista, la lunga conversazione con chi afferma che vengono dati almeno 1500 euro a migrante e che, a ripetuta domanda di citarne la fonte ufficiale, ne è incapace. Per un altro utente la televisione ha detto che Save the Children impiega il 99% delle donazioni per affittare barche per salvare “negri adulti invasori”: “chi se ne frega” dei dati o del bilancio della ONG, la mia domanda di una fonte è “un’interpretazione ideologica”. Sempre meglio di chi scrive che sono le OMG (sic!) a favorire l’invasione in Italia da parte degli africani, ovviamente orchestrata da cupole global-finanziarie che hanno il nostro Governo a libro paga. E Roma? Va trattata con una “bella pulizia etnica”, dice una signorina, la quale, alle mie obiezioni sul significato dell’espressione, replica che in rete “si dicono tante cose”. Non manca il fanatismo religioso: c’è chi denuncia che i “golpisti filo islamici” hanno tolto i crocefissi dalle scuole e chi, con la foto di Hitler sul profilo, ha la soluzione nella produzione di sapone, stile campo di sterminio. Non c’è dialogo: vengo bloccato in quanto “segugio collaborazionista”. Non si contano, da questo punto di vista, i nostalgici del fascismo, “amato perché amò il popolo”, di “marce su Roma”, di Birkenau, del fatto che “almeno con il Duce il lavoro c’era, come c’era la sicurezza e la dignità”, dato che “siamo da 70 anni in mano alle merde comuniste”. C’è anche un’incontenibile voglia di pistola: si deve “sparare in bocca ai dirigenti Rai” (!) e ci vuole il porto d’armi perché ”dobbiamo difenderci”. Qualcuno vuole “sparare in fronte” ai migranti, mentre una signora dal grilletto facile, che freme per “sparare in testa” al cattivo clandestino, mi dice che devo star zitto, in quanto “buonista sapientino” che fa giri di parole e che è più razzista di lei: pronta a sparare persino a me in caso di guerra (sic!). Un’altra gentile signora auspica un golpe per scongiurare la scomparsa dell’Italia ed è più che disposta ad usare la sua arma. C’è, infine, chi guarda al futuro, osservando che “possono cambiare 100 volte nome ma fra 1000 anni saranno sempre froci” e qualcosina ci scappa, fortunatamente, anche per i dirigenti pubblici: corrotti, corruttori, collusi, paperoni e, naturalmente, nullafacenti. Chi scrive si crogiola, manco a dirlo, nei suoi privilegi.

In questa velocissima carrellata horror merita il podio il tale che prende di mira Laura Boldrini, bersaglio prediletto di moltissimi utenti. Nell’accusarla di voler togliere l’Italia agli Italiani, le augura senza troppi giri di parole uno stupro di gruppo quale punizione. Così, pubblicamente. Alle mie richieste di chiarimento, cade dalle nuvole, sorpreso, sostenendo che, “visto come sta riducendo noi Italiani”, era un suo “pensiero istintivo”. Che “in Italia c’è la libertà di pensiero” e che, in fondo, non dovrei prendermela così tanto perché “siamo su un social”. Un’incredibile e sconfortante inconsapevolezza del peso di parole terribili affidate alla rete, come se, in quel mare telematico, potessero perdere tutta la loro carica di odio e disprezzo sessista. Forse l’esempio più calzante di una narrazione altra, di un’alienazione elettronica di casa in una specie di mondo parallelo in cui si svolgono eventi oscuri che “loro” nascondono alle masse. Fatto di vaccini che uccidono implacabilmente, di invasioni islamiche pianificate a tavolino e di estinzione del popolo Italiano ad opera dell’Europa delle banche, di politici traditori e Governi abusivi che sputano ogni giorno sulla Costituzione, di complotti “gender” in cui la tutela di genere viene artatamente spacciata per un progetto di confusione dei sessi dei bambini e delle bambine, di forni per ebrei e pistolettate per i migranti, di cifre immaginarie e dati inventati, persino di scie chimiche e Terre piatte. Insomma, di ciance deliranti spacciate per Verità (“condividete!”): un vero e proprio fake world in cui la diversità non è ammessa e in cui l’unico metodo di risoluzione delle controversie è la violenza, almeno professata. Incapaci di reggere un confronto su temi epocali come le migrazioni o il contemperamento di diritti e doveri nelle società complesse, non ammettono tolleranza alcuna: furiose ondate di livore, frustrazione e ignoranza crassa – assunta a medaglia da sfoggiare, naturalmente – si abbattono su tutto quel che deragli da una realtà immaginaria di legge e ordine, di giustizia sommaria e veloce, di ortodossia sessuale e religiosa. Un piccolo mondo antico cui si aggrappano disperatamente e che temono possa crollare o essere contaminato.

Senza scomodare Umberto Eco, è evidente che non sono i social network a creare l’odio in rete, costituendo un megafono che garantisce diritto di tribuna a chiunque. Dopo un fine settimana infernale, a costoro vorrei solo dire che sono liberi di aderire a tutte le teorie o ideologie che vogliono, anche le più strampalate, dai Folletti Verdi alla Terra Cava. E di professare le idee più aberranti, quelle che rigettano le conquiste moderne e contemporanee in materia di diritti politici, civili e umani. La nostra Costituzione garantisce a tutti la libertà di manifestazione del pensiero, persino il più controverso: questa libertà, però, si arresta quando quelle idee assumono veste di minaccia o incitamento alla denigrazione e alla violenza contro una persona o gruppi di persone in ragione delle loro caratteristiche (sesso, colore della pelle, idee politiche o religiose). È questo lo snodo che appare incomprensibile a chi urla “giù le mani dalla nostra libertà” ed è questo che, invece, dovrebbe essere patrimonio comune di tutti coloro che, aldilà delle appartenenze politiche, delle fedi, delle idee, facciano parte della comunità democratica e costituzionale. Sarebbe auspicabile che tutti gli operatori interessati e, soprattutto, la politica, avviino un dibattito serio e partecipato sul tema, proponendo soluzioni responsabili e lavorando sulle cause della fabbrica dell’odio, approfittando del lavoro della Commissione Cox. È forse chieder troppo?

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Lamiere blu dipinte di blu

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Roma, serata del 14 luglio 2017. Mentre si attenua la canicola, a Palazzo Farnese, incantevole sede romana dell’Ambasciata di Francia in Italia, ha luogo l’usuale celebrazione della festa della Repubblica francese. Al pari di analoghe celebrazioni, l’occasione è solenne e mondana allo stesso tempo, il party in cui non si può non farsi vedere: si festeggia la “grandeur de la France”, si discute di politica internazionale e nostrana, si intrecciano relazioni, si beve champagne. Insomma, la Roma che conta c’è e, a leggere le cronache locali, la politica della Capitale si presenta in gran pompa per alzare i calici con i nostri cugini d’Oltralpe. Doverosa e opportuna presenza: non ci piove. Purtroppo, come spesso accade, il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Nell’epoca dei social network nulla sfugge al probo cittadino e la foto pubblicata sulla pagina Facebook di “Roma fa schifo” e qui riprodotta è impietosa: gli illustri ospiti arrivano in massa dritti dritti in pieno centro di Roma con le auto blu e parcheggiano a pochi metri dall’ambasciata, proprio in Campo de’ Fiori, sede dell’ormai decaduto mercato e meravigliosa isola pedonale nella quale troneggia la severa statua di Giordano Bruno, il quale, buon per lui, in quella piazza è abituato a vederne di tutti i colori. Insomma, plus ça change, plus c’est la même chose. Qualcuno potrebbe obiettare che al comune cittadino non sia consentito transitare – e men che mai parcheggiare – nella piazza gioiello le cui origini affondano nel XV secolo. O evidenziare che le legittime esigenze di sicurezza di alcune personalità difficilmente giustifichino il triste spettacolo dell’invasione di lamiere blu nella piazza. O chiedersi, forse, come mai le poche centinaia di metri che separano i Palazzi romani dalla sede dell’ambasciata francese non possano essere percorse a piedi. Difficile rispondere. In un momento di sbandierata difficoltà per il Paese, con una rabbia sociale a livelli di guardia, di sempiterna spending review invocata da tutti i Governi, e della conclamata difficoltà di una politica che in gran parte fa fatica a misurare la distanza con le esigenze quotidiane dei cittadini, l’exploit del 14 sera appare davvero inspiegabile per chi sia dotato di medio buon senso. Nessun neopauperismo di maniera, per carità. Forse, semplicemente, il sintomo di un tafazzismo che lascia esterrefatti. Rectius: incazzati.

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Quella banalità del male che scorre in rete

Difficile trovare spiegazioni di senso all’ondata di odio razzista che si è ormai scatenato in rete: basta digitare qualche termine chiave per restare inorriditi della ferocia con cui si esprimono posizioni che in un paese civile dovrebbero essere condannate senza appello. Sono ormai saltati tutti i freni inibitori della brava gente dello Stivale, quasi vivificati nel poter affidare al web qualsiasi commento che riguardi le categorie preferite dal razzista nostrano: “negri”, “zingari”, “clandestini”, “froci” e così via. Idee poche ma ben chiare: l’invasione straniera (meglio se musulmana) e conseguente minaccia dell’estinzione della razza bianca, secondo alcuni orchestrata dalle Nazioni Unite; l’orgogliosa rivendicazione di essere #padroniacasanostra (hashtag fatto proprio anche da un Governatore di una delle più importanti regioni italiane); l’immigrato o lo straniero criminale per definizione, di fatto animale guidato dai più bassi istinti predatori, come illustra con dovizia di particolari un sito vergognoso come questo; il disgusto per gli “invertiti” contro natura. Una enorme chiazza nera telematica che viene abilmente agitata da certa politica, che soffia sul fuoco e aizza gli animi: respingimenti, affondamenti di barconi, pene sommarie e castrazioni chimiche per gli immigrati criminali, tali per definizione.

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E i frequentatori della rete non si tirano indietro. Impossibile identificare una tipologia del professatore di odio: a parte profili dichiaratamente fascisti o nazisti, regna la persona comune, dal giovane studente all’impiegato con pancetta, sino alla arzilla nonnina che tweetta mentre armeggia in cucina. Ecco allora signore di mezza età che professano apertamente il loro credo fascista e augurano soluzioni finali per gli zingari, anziane inoffensive che si fotografano col cane e parlano di clandestini maiali, medici anestesisti che si professano serenamente razzisti e ragazzine che annunciano allegramente di andare al mare per affogare i clandestini. La banalità del male, avrebbe detto qualcuno. Non mancano naturalmente foto di scimmie tranquillamente accostate a quelle dell’europarlamentare ed ex ministra per l’integrazione Cécile Kyenge, insulti sessisti alla Presidente della Camera Laura Boldrini, “amica dei negri”, indicibili ignominie indirizzate a Khalid Chaouki, giovane parlamentare del PD. Fino a scivolare nel grottesco: profughi grassottelli e con i tablet, colonizzazioni africane e genocidi razziali a danno degli Italiani, i maledetti preti che non accolgono i migranti nelle chiese, la paradossale condanna del razzismo dei finti italiani contro gli italiani veri, leggende di maestre elementari che spiegano fantomatiche teorie gender con dildo e posizioni acrobatiche. Approcci primitivi e di pancia che calpestano secoli di storia e la dignità di un Paese che, tra le mille difficoltà che vive, conta sul valore e la solidarietà di chi ogni giorno salva decine di vite di disperati da morte sicura. Quanti sono i razzisti del web? Chi sono? E cosa dicono, cosa fanno, come si comportano nella vita reale, faccia a faccia? Da dove esce questo ignobile frullato di incultura che appesta la rete? E, soprattutto, cosa fare? Non aveva tutti i torti Umberto Eco a evidenziare che “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E’ l’invasione degli imbecilli”. Ma è comunque difficile fare i conti con tanto odio o con tanta imbecillità, quando la forza di una democrazia matura è quella di garantire la libertà di espressione, anche quella così ripugnante. Credo, tuttavia, che non basti ignorare il fenomeno: va combattuto, va diffuso, va reso evidente e va condannato con forza. Va contrastato legalmente, quando se ne verifichino le condizioni. È una lotta culturale, evidentemente, che deve aver spazio nella quotidianità, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. E tocca a ciascuno di coloro che hanno a cuore una comunità che possa dirsi tale ricordare che i diritti si sommano, non si contrappongono. A dispetto degli imbecilli.

Aggiornato il 30 Agosto 2015

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