Io ti ammazzo!

La lama di un incallito assassino? L’assalto frontale fra soldati nemici? La vendetta di un marito tradito? Nulla di tutto questo. E’ l’urlo di un paffuto sessantenne che qualche mattina fa si è lanciato, balzando fuori dalla sua macchina, contro un elegante pedone che aveva quasi messo sotto sulle strisce pedonali e che, con una qualche ragione, protestava per il quasi investimento. Se non fosse stato per un carabiniere che si trovava casualmente là e che ha diviso i contendenti, non saprei davvero come sarebbe potuta andare a finire.

E non è un caso isolato. Gli episodi cui si può assistere in una città come Roma sono i più diversi. Gli occhi sgranati ed increduli di una coppia di turisti americani davanti ad una moto che in tutta tranquillità percorreva il marciapiede per evitare una coda di automobili. Il terrore nello sguardo di un gruppetto di giapponesi che attraversava gambe in spalla temendo la fine prematura della loro vacanza. L’ostinato stop di auto e modo al semaforo esattamente sopra le strisce pedonali, senza curarsi dei pedoni. Oppure, ed è la cosa più insopportabile, l’assoluta indifferenza alla necessità di fermarsi ai passaggi pedonali, almeno, si faccia la grazia, per anziani claudicanti e bimbi in carrozzina.

Sono d’accordo senza riserve con chi, nell’uno e nell‘altro schieramento politico, sostiene si debba arrivare all’introduzione del cosiddetto omicidio stradale. Con amarezza, però, aldilà di tante elucubrazioni socio-culturali, sono questi (apparentemente) piccoli episodi gli indizi che mi fanno dire che di strada da fare in Italia, per diventare una nazione civile, ce n’è ancora tanta. Tantissima.

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Sotto un altro

Dal Corsera di Milano. “Sonia ha 28 anni e domenica sera attacca le locandine sui muri insieme a Roberto, il suo compagno, attore milanese. La Ka viaggia su viale Monte Ceneri in direzione piazzale Lotto, urta una Subaru (alla guida c’è una donna, 47 anni, alcol-test negativo), entrambe le auto finiscono sull’angolo del marciapiede, la Ford abbatte il semaforo che crolla addosso alla ragazza. Ora bisognerà scoprire quale, tra le due auto che si sono scontrate al centro dell’incrocio, sia passata con il rosso o abbia tentato di «bruciare» in extremis un giallo. Entrambi i guidatori hanno detto di essere passati col semaforo verde”. Sonia Bonacina muore. E noi, abituati a questa strage, ci compriamo la macchina nuova. E se domani tocca a te?

Di corruzione e di sosta vietata

“…I diplomatici provenienti da paesi con bassi livelli di corruzione si comportano abbastanza bene ed evitano pratiche illegali (seppur si trovino a km di distanza dal proprio paese di origine) mentre quelli provenienti dai paesi con alti livelli di corruzione presentano i più alti livelli di parcheggi abusivi”. Riciclo un interessante post dal Blog Integrità della SSPA.

Quelli che in Italia

Qualche giorno fa in libreria sfogliavo per curiosità la guida di Roma della National Geographic che consigliava al turista di fare molta attenzione al traffico in Italia, un pò disinvolto, per non essere travolto. Non si contano, peraltro, le notizie di incidenti mortali sulle strade, urbane e non (l’ultimo dei quali a danno di alcuni poveri ciclisti), causati da persone ubriache, sotto l’effetto di stupefacenti, senza patente, o, più semplicemente, disinvolte. Altrettanto disinvolta mi è sembrata una macchina della polizia che, proprio ieri, senza lampeggianti o sirena, s’appropinquava ad un incrocio con abbacinante semaforo rosso e lo attraversava lesta o l’automobile che, qualche tempo fa, zigzagando per il centro di Roma e miracolosamente risparmiandomi, ritrovavo pochi minuti dopo al portone di un Ministero per caricare un noto onorevole. Le cose van così: se persino quelli cui affidiamo la nostra sicurezza disprezzano le più elementari norme del codice della strada, non dobbiamo sorprenderci che la percentuale di guidatori che hanno comportamenti censurabili, se non addirittura criminali, sia francamente intollerabile.

Sono, in parole povere, quelli che per strada se ne fregano. E, ne sono convinto, sono per larga parte quelli che considerano fesso chi che paga le tasse (incluso il vituperato canone televisivo), chi fa le file, chi fa un giro in più in cerca di un parcheggio invece di fermarsi in seconda e terza fila o, se gli va a culo, si infilano nei posti riservati alle persone con disabilità. Sono coloro che la ricevuta non te la fanno neanche a pietirla e che magari non arrivano alla quarta settimana ma macinano ore attaccati all’ultimo modello di smart phone (a sapere cosa sia…). Sono quelli che non seguono la politica, perché tutto «è un magna magna», e accolgono con una scrollata di spalle, e magari con un certo compiacimento, il lordare tutto e tutti, perché è meglio non fare che fare e sbagliare. Sono quelli che vanno avanti a spintarelle, perché hanno conficcata in testa la mentalità da clan e non gliela toglierà mai nessuno. 

Sono quelli che in Italia se ne sbattono e sono i disinvolti colpevoli dello stato in cui si trova il mio Paese.

Testa di ghisa

E poi mi dicono che sono fissato io. E se tutti rompessimo – giustamente – le scatole quando accadono cose del genere? Un po’ come se i cittadini di Napoli prendessero la scopa in mano, com Paolo Macry suggerisce sul Corriere di oggi.

Strade e croci

C’è un giochino che faccio ogni mattina recandomi al lavoro sulle due ruote: non supero i 50 km orari, mi fermo alle strisce pedonali e lascio passare, sosto al semaforo senza arrivare in mezzo all’incrocio, e parcheggio in posti in cui so di non dare fastidio. I pedoni mi guardano come fossi un alieno, mentre improperi e clacsonate mi bersagliano per i 20 minuti del tragitto. Perché gli italiani al volante sono così: rissosi, prepotenti e menefreghisti delle regole. I risultati sono le tante croci che potrebbero essere piantate sulle nostre strade a ricordo di chi ha perso la vita, come ci dicono le cronache di questo inizio di settembre.

Sono da poco ritornato dagli Stati Uniti, dove ho percorso qualcosa come 2.500 chilometri in macchina e, come ogni volta che mi trovo in quel Paese, sono rimasto stupefatto da come vengano rispettati i limiti di velocità, di come sia chiaro come e dove sia possibile parcheggiare (e si agisce di conseguenza) e del fatto che l’automobile sia un mezzo di locomozione, non un razzo interplanetario.

Servirà l’inasprimento di molte disposizioni del codice della strada? Negli USA non si scappa: sono inflessibili contro chi fa il pazzo al volante. Da noi sappiamo bene come va a finire, anche ove ci scappi il morto. Ancora una volta, credo che il problema sia culturale e se non si interviene, sin dalla scuola, su questo aspetto, le quattro ruote resteranno mezzi pericolosi. Le norme servono, non si discute: ma se non le si rispettano perché non c’è certezza di essere puniti o, peggio, non si dà importanza al cemento della comune convivenza, c’è poco da fare e non mettere altre croci.

Minicar, grandi problemi

L’ennesimo incidente causato da un quadriciclo, una cosiddetta minicar, che ha coinvolto un bambino, riporta d’attualità il tema della circolazione di questi mezzi molto particolari. Va detto con chiarezza: non sono automobili, ma, di fatto, motorini a quattro ruote. Non serve la patente per guidarli e ci si può mettere al volante a 14 anni. Vanno, tuttavia, in strada al pari delle automobili vere e proprie. In sintesi una vera e propria assurdità che fa vergognosamente leva sul sentimento di sicurezza dei genitori, che preferiscono la minicar al motorino, e sulla voglia di autonomia dell’adolescente, al quale viene messo in mano, senza alcuna garanzia o tutela, un mezzo capace di fare del male a sé stesso e agli altri.

Nessun moralismo, per carità. La giungla urbana risponde ormai solamente alla legge darwiniana e imputare ai quadricicli la colpa di una situazione degradata sarebbe sciocco. Il quadro che va tenuto ben presente è quello di un ambiente urbano in cui le regole vengono puntualmente trasgredite con la garanzia di una sostanziale impunità per i pirati della strada, che sarebbe meglio chiamare assassini al volante. Le strade e le piazze non hanno la funzione di spazio vitale della città ma di affollati parcheggi e tortuose autostrade per le nostre scatolette, che la pubblicità ossessivamente ci spinge a comperare, rottamare, guidare, e riacquistare ancora.

Il punto è che, in una situazione del genere, la ciliegina sulla torta è la spudorata ipocrisia di far credere che guidare un quadriciclo sia la stessa cosa che inforcare un motorino. Che avere le mani sul volante e sentirsi “grande” sia come tenere un manubrio. Beh, non è affatto così e non bastano le retate in strada dettate dall’emergenza. Ricorda Paolo Conti sul Corriere della Sera di oggi che solo un adulto – nella maggior parte dei casi, aggiungerei – “si rende conto pienamente quanto la vita, la propria e quella degli altri, sia preziosa, unica, insostituibile”. E la domanda che pongo, sempre la stessa, è questa: è mai possibile che le case produttrici continuino a vendere impunemente una idea palesemente falsa nella più smaccata impunità, addirittura coinvolgendo minorenni, senza che ne nasca un dibattito nazionale?

Ciao Eva

La notizia l’ho letta sui giornali, i dettagli me li sono cercati in rete, su Critical Mass e siti collegati. Eva è morta la notte del 28 ottobre a Roma, in Via dei Fori Imperiali, in pieno centro, al ritorno dal lavoro. Eva aveva 28 anni e si muoveva in bici, ed era in bici quando un taxi l’ha investita, ammazzandola. Eva era proprio bella, veniva dalla Repubblica Ceca.

eva

Serve altro per dimostrare a che livello le nostre città sono arrivate? Parcheggi a cielo aperto, autostrade per decerebrati che si lanciano a folle velocità e che considerano una sciocchezza il limite urbano dei 50 km orari. Una giungla quotidiana di follia, ore perdute al volante per fare pochi chilometri e un numero di morti sulle strade – delle città, soprattutto – impressionante, come ci racconta, ad esempio, l’Associazione familiari e vittime della strada. E perchè accade tutto questo?

Intanto perché la rete dei mezzi pubblici spesso fa ridere, e quella di Roma fa sbellicare. Poi perché da sempre siamo la nazione delle quattro ruote, dove avere una macchina, magari potente, è l’obiettivo di tanti, specie dei ragazzi e delle ragazze che sono bersagliati da messaggi a senso unico. E, dulcis in fundo, case automobilistiche che ci raccontanto quanto sia di tendenza viaggiare in macchine silenziose in paesaggi splendidi, il tutto nel silenzio di Autorità che potrebbero valutare se ci sia della irresponsabilità in questi messaggi. Quando va bene. Quando va male, pubblicità che andrebbero rimosse come questa, in bella vista nella mia città, di un vero e proprio mostro che si chiama Dodge Nitro Street Edition.

Chissà se a Eva piacevano questi bei macchinoni….