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Qui pro quo

Sostiene il Presidente del Consiglio che le sue parole sulla scuola pubblica (gay a parte) sono state fraintese, mentre la Ministra dell’Istruzione, l’Università e la Ricerca ricorda che il Premier ha solo difeso la libertà di scelta educativa delle famiglie. Si parla di idee diverse: ognuno si faccia la propria ascoltando l’intervento in parola con le proprie orecchie.

 

 

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Diversamente alunni

“Classi separate per disabili” strilla il Corriere della Sera a proposito dell’idea del Presidente della Provincia di Udine, Pietro Fontanini, convinto che «le persone disabili ritardano lo svolgimento dei programmi scolastici». Una botta da niente, cui fa eco La Repubblica con  “Scuola, vietata ai ragazzi disabili” sulla scarsità degli insegnanti di sostegno.

Faccio il Pierino e ricordo al Fontanini che l’articolo 24 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità dispone che: 

«1 “Gli Stati Parti riconoscono il diritto all’istruzione delle persone con disabilità. Allo scopo di realizzare tale diritto senza discriminazioni e su base di pari opportunità, gli Stati Parti garantiscono un sistema di istruzione inclusivo a tutti i livelli ed un apprendimento continuo lungo tutto l’arco della vita, finalizzati: (a) al pieno sviluppo del potenziale umano, del senso di dignità e dell’autostima ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani, delle libertà fondamentali e della diversità umana; (b) allo sviluppo, da parte delle persone con disabilità, della propria personalità, dei talenti e della creatività, come pure delle proprie abilità fisiche e mentali, sino alle loro massime potenzialità; (c) a porre le persone con disabilità in condizione di partecipare effettivamente a una società libera.(e) siano fornite efficaci misure di sostegno personalizzato in ambienti che ottimizzino il progresso scolastico e la socializzazione, conformemente all’obiettivo della piena integrazione.

2. Nell’attuazione di tale diritto, gli Stati Parti devono assicurare che: (a) le persone con disabilità non siano escluse dal sistema di istruzione generale in ragione della disabilità e che i minori con disabilità non siano esclusi in ragione della disabilità da una istruzione primaria gratuita libera ed obbligatoria o dall’istruzione secondaria; (b) le persone con disabilità possano accedere su base di uguaglianza con gli altri, all’interno delle comunità in cui vivono, ad un’istruzione primaria, di qualità e libera ed all’istruzione secondaria; (c) venga fornito un accomodamento ragionevole in funzione dei bisogni di ciascuno; (d) le persone con disabilità ricevano il sostegno necessario, all’interno del sistema educativo generale, al fine di agevolare la loro effettiva istruzione;

3. Gli Stati Parti offrono alle persone con disabilità la possibilità di acquisire le competenze pratiche e sociali necessarie in modo da facilitare la loro piena ed uguale partecipazione al sistema di istruzione ed alla vita della comunità. A questo scopo, gli Stati Parti adottano misure adeguate, in particolare al fine di: (a) agevolare l’apprendimento del Braille, della scrittura alternativa, delle modalità, mezzi, forme e sistemi di comunicazione aumentativi ed alternativi, delle capacità di orientamento e di mobilità ed agevolare il sostegno tra pari ed attraverso un mentore; (b) agevolare l’apprendimento della lingua dei segni e la promozione dell’identità linguistica della comunità dei sordi; (c) garantire che le persone cieche, sorde o sordocieche, ed in particolare i minori, ricevano un’istruzione impartita nei linguaggi, nelle modalità e con i mezzi di comunicazione più adeguati per ciascuno ed in ambienti che ottimizzino il progresso scolastico e la socializzazione.

4. Allo scopo di facilitare l’esercizio di tale diritto, gli Stati Parti adottano misure adeguate nell’impiegare insegnanti, ivi compresi insegnanti con disabilità, che siano qualificati nella lingua dei segni o nel Braille e per formare i dirigenti ed il personale che lavora a tutti i livelli del sistema educativo. Tale formazione dovrà includere la consapevolezza della disabilità e l’utilizzo di appropriate modalità, mezzi, forme e sistemi di comunicazione aumentativi ed alternativi, e di tecniche e materiali didattici adatti alle persone con disabilità.

5. Gli Stati Parti garantiscono che le persone con disabilità possano avere accesso all’istruzione secondaria superiore, alla formazione professionale, all’istruzione per adulti ed all’apprendimento continuo lungo tutto l’arco della vita senza discriminazioni e su base di uguaglianza con gli altri. A questo scopo, gli Stati Parti garantiscono che sia fornito alle persone con disabilità un accomodamento ragionevole.»

E ora chi glielo dice al Fontanini che fra gli Stati Parti c’è pure l’Italia (“Padania” inclusa)?

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La scuola (e l’Italia) di tutti

Sul Corriere della Sera di ieri Ernesto Galli della Loggia parla di «profondo, sentimento di dissociazione psicologica e spirituale degli italiani dalla dimensione della collettività nazionale» a proposito di un aspetto della crisi che la scuola italiana sta attraversando, riferendosi, in particolare, al fatto che i figli delle cosiddette élites vengono spediti a studiare presso scuole straniere: ciao Italia, insomma, dato che non garantisci quella solidità di base per chi conta. Credo che della Loggia abbia ragione da vendere sul punto, solo che la questione non riguarda solo le élites e le private, delle quali, francamente, non mi interessa moltissimo.

Quello che a me sta a cuore, e che credo debba stare a cuore a tutti noi, è il tema della qualità della scuola pubblica, del pieno accesso di tutti all’istruzione e della cura e dello sviluppo delle potenzialità di ciascuno, sulla base dell’articolo 33 della Costituzione che dice che «La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi» e che (lo si dimentica molto spesso in Italia) «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato».

C’è un’idea molto semplice alla base del concetto di comunità: se non si parte dal basso, dai bambini e dai ragazzi, da chi è più debole, di chi sta peggio, non si tiene assieme nulla. Un Ministro aveva detto che le tasse sono bellissime, finendo lapidato: sono bellissime, lo sottoscrivo. La scuola (e la sanità, peraltro) si finanzia con i nostri soldi e ogni sforzo di uno stato “sociale” dovrebbe andare, prima di tutto e prima di lodi e processi brevi (rectius, tagliati), negli investimenti e nello sviluppo di una scuola pubblica (e una sanità pubblica) di qualità, su cui tutti noi abbiamo il dovere di dire la nostra. Gli espatriati della scuola sono l’ultimo sintomo di un problema vasto, che con gli slogan non si risolve. E se provassimo a immaginare un’Italia in cui lo Stato finianzi con i nostri soldi i servizi di base per tutti, magari facendoli funzionare, e i privati fanno liberamente quel che vogliono con i loro soldi? Sarebbe un primissimo passo.

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Basta la parola

In questo Paese per moltissime persone basta sentire la parola “sinistra” che vengono evocati scenari apocalittici e da “fine di mondo”. Una di queste persone è, evidentemente, la Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca che, sulla scorta di un vero e proprio chiodo fisso del Presidente del Consiglio, non perde occasione per dichiarare come stia facendo l’umanamente possibile, e anche di più, per liberare la Scuola italiana dal morbo rosso.

Come ieri, 8 ottobre 2010, quando ha detto che «La scuola non è più proprietà privata della sinistra, evidentemente questo a molti dà fastidio». Ma come diavolo di replica a cose del genere? Non resta che una consolazione: almeno dai menù delle mense scolastiche saranno stati eliminati quegli obsoleti secondi di bocconcini di bimbo rosolati ai funghi che tanto piacevano a quei comunistacci!

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Ma la scuola non era di tutti?

C’è stato, in questi ultimissimi giorni, un “uno-due” al carattere pubblico e laico della scuola italiana. Varrà poco farlo, ma mi gira di dire che i due episodi sono, a mio modo di vedere, molto gravi.

Il primo: la vicenda del Comune di Adro, ben raccontata dall’ultima puntata de “L’infedele” di Gad Lerner e ricordata da Piovono Rane, che vede una scuola elementare tappezzata da simboli indubitabilmente ed inequivocabilmente leghisti e con i crocefissi imbullonati ai muri (non scherzo!) e che ha portato il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca a commentare in modo roboante  l’episodio come folklore. Anzi, in modo letteralmente incredibile, ha rilanciato sostenendo che si dovrebbe polemizzare quando sono i simboli della sinistra ad entrare in classe (!). Mi verrebbe da dire “ma quale sinistra????”, ma forse mi sono perso i licei che hanno sostituito lo stellone della Repubblica con la falce ed il martello… Fossi un genitore di uno dei bambini, e con tutto il rispetto di chi ha tirato fuori i soldi per quella scuola, ritirerei mio figlio o mia figlia da quella scuola, perché lo Stato non ha colore politico.

Il secondo. «La lettura della Bibbia nelle scuole è un’iniziativa a cui sono favorevole come ministro, come credente e come cittadina italiana», sostiene il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca  sul periodico cattolico Famiglia Cristiana. Premesso che a me della religione importa molto poco, leggo meravigliato che «è importante che i nostri figli, nel bagaglio di conoscenze che la scuola deve garantire loro, possano incontrare fin da subito un testo che ha determinato la nascita della civiltà in cui viviamo e che parla ai cuori e alle coscienze di tutti» e che  «l’Occidente è stato edificato sugli insegnamenti del cristianesimo ed è impossibile, senza comprendere questa presenza, studiare la sua storia, capire la filosofia, conoscerne l’arte e la cultura» nè si può «dialogare e confrontarsi in modo proficuo con le altre culture». Eh no, la Bibbia la si legge in Chiesa, e così vale per tutti i testi sacri delle diverse religioni, che si leggono nei templi e luoghi di culto. A scuola no. A scuola si studia e, per chi sceglie di farla, c’è l’ora di religione, meglio delle religioni, per far capire che molti esseri umani credono e che altri non credono. Perchè in Italia non esiste una religione di Stato e vorrei che il mio Ministro (perchè è Ministro di tutti gli Italiani) lo ricordasse.

Ultime notizie: il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca manda una lettera al Sindaco di Adro, nell’imbarazzo generale della maggioranza di Governo, solo 8 giorni dopo l’inaugurazione della famigerata scuola. Meglio tardi che mai. Ci pensa il Ministro delle Riforme per il Federalismo a commentare esaustivamente il tutto  (aggiornato il 19 settembre 2010).

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