Via da Roma! Ancora…

A volte – anzi, con una certa cadenza – ritornano. Durante la Festa dei Popoli della Lega Nord, il Segretario del partito e Ministro delle Riforme per il Federalismo ha annunciato che «La battaglia non è finita, dopo il federalismo inizia subito quella per portare democraticamente i ministeri via da Roma, nelle principali città» dato che «ci sono anche i nostri ragazzi e i ministeri portano moltissimi posti di lavoro, non capiamo quindi perché non si possono spostare, a Torino, a Milano e a Venezia». La proposta, contrastata dal Sindaco di Roma e dalla Presidente della Regione Lazio, segue una analoga richiesta lanciata col solleone e l’idea dell’allora Ministro del Welfare Maroni di trasferire a Milano gli Uffici del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali che si occupavano di volontariato. Insomma, sparpagliare i pezzi dell’amministrazione centrale (al Nord, però) sarebbe la naturale conseguenze del federalismo. Attendiamo eventuali commenti del Ministro Brunetta, competente per materia.

Ora, comprendo benissimo le posizioni politiche che fanno leva sul proprio elettorato, soprattutto in un clima politico quantomai confuso come quello di oggi, ma ci si rende conto di cosa potrebbe significare una cosa del genere? Intanto, basterebbe pensare alla più vecchia democrazia federalista del mondo, gli USA, per vedere come Washington sia la sede naturale di tutte le strutture del governo centrale. Poi ci si dimentica incredibilmente che molti ministeri posseggono strutture periferiche su tutto il territorio nazionale, come, ad esempio, il Ministero del Lavoro che ha, tra le tante, la fondamentale missione di condurre le ispezioni sui luoghi di lavoro. Ricorderei, ancora, che la pubblica amministrazione è cosa pubblica, di tutti gli italiani, indipendentemente da dove risiedono, e non serve (come è stato fatto abbondamentemente per decenni) come ufficio di collocamento e serbatoio elettorale. Ed infine, ma chi si dovrebbe spostare da Roma al Nord? E con quali immaginabili disagi? O apriamo sedi vuote in attesa di fare concorsi riservati a Padani doc? Chi si sobbarcherebbe le spese per muovere lavoratori e famiglie? Non tutti i dipendenti pubblici hanno le fortune di tal Ballaman

Guerra ai graffiti

E’ una vera e propria guerra ai graffiti a Roma quella che ha denunciato il Wall Street Journal, secondo cui diplomatici e turisti statunitensi si sono rimboccati le maniche e hanno cominciato a ripulire qua e là mura in citta. La brigata USA anti-graffiti, riporta Repubblica, è dedita a liberare le bellezze urbane e architettoniche romane da quella che non considerano arte. Insomma, ennesima figuraccia italiana?

Io dico di sì. Esistono graffiti gradevoli? Sì, ce ne sono, in misura infinitesimale. Basta farsi quattro passi nella capitale e vedere che per la stragrande maggioranza si tratta di puri imbrattamenti, con miriadi di “firme” degli “artisti” di strada che sono poco più che scarabocchi. Insomma, fanno tanto tribù e degrado urbano. Non dimentichiamo, poi, che vengono utilizzate mura di abitazioni, palazzi, e condomini privati, di cui si invade e si viola lo spazio. In precedenza, si era pensato di garantire spazi pubblici per i bombolettari ma l’idea, che mi sembrava buona, sembra affossata.

Insomma, a mio modo di vedere, i graffiti deturpano e provocano nella grandissima maggioranza dei casi, ne sono convinto, l’effetto “finestre rotte”. Secondo un famoso saggio del 1982, infatti, la percezione dei cittadini della pericolosità di una zona urbana deriva non tanto dagli effettivi reati commessi e dalla loro gravità, ma dal clima generale che regna nella zona stessa. Se si creano le prime condizioni per un degrado diffuso (che parte, ad esempio, da una finestra rotta nel quartiere) che non viene arginato, in primis dalla stessa comunità, lo squallore avanza inarrestabile e la criminalità grande e piccola trova terreno ideale per darsi da fare (semplifico brutalmente, ma ci siamo capiti). Ecco, i graffiti a Roma mi fanno tanto finestra rotta, basta vedere qua.

Una giornata particolare, almeno per me

E’ il 2 giugno 2010, anniversario della Repubblica Italiana. Solite polemiche politiche da cortile, parata militare, festa nazionale, giornata di sole (a tratti) e Palazzo del Quirinale aperto: è la casa degli Italiani e gli Italiani, in massa, si mettono, più o meno ordinatamente, in fila. In quella lunghissima fila, nel primissimo pomeriggio c’ero anche io, ansioso ed emozionato di vedere, per la prima volta, i famosi giardini. Tra qualche furbo che cerca di intrufolarsi a metà fila scoraggiato dalle rumorose proteste della folla, un regalo inatteso: proprio dietro di me, un piccolo gruppetto di ragazze e ragazzi dell’area della cintura urbana romana. 25 anni, occhiali alla moda, pantalone a vita rigorosamente bassa, telefonino in mano, reduci dalla parata della mattina ed impegnatissimi in lunghe discussioni per ingannare l’attesa: insomma, un laboratorio socio-antropologico dal vivo a 30 centimetri e un’ora circa di tempo per auscultare divertito. E’ un’occasione preziosa e le promesse vengono mantenute tutte.

Si comincia con l’approccio giuridico-costituzionale: “Ma che ce dovemo fà cor Presidente, nun serve a gnente! Hai visto a Napolitano coi bòdigard? Stava ‘n piedi a salutà co’ ‘a machina nera manco fosse er Papa! A ridicolo! Armeno l’americani c’hanno er Presidente vero, er nostro a che serve? Ma me sa che dellà so’ ‘n sacco de Stati tutti assieme, e c’hanno er federalismo presidenziale, ma noi?”. Si passa, dunque, alla condanna del malcostume della politica: “Ma quanti ministri c’avemo, nun so’ troppi cinque-seicento? E quanto pijiano? Trenta-quarantamila armeno! E’ tutto un magna magna (sic)! E ‘ndo abbitano poi!”. Amarcord: “Ma Pertini me pare ch’abbitava a casa sua, no qua, me l’ha detto mi madre”. “Eccerto, stava a Fontana de Trevi, volevo véde se stava ar Casilino o a Talenti come ce coreva ar Quirinale, sempre co sto buonismo!”. “Comunque – si riprende – me sa che er Presidente a quarcosa serve, perché se nun firma lui,’e leggi nun se fanno!”. Meno male… “Co’ sta fila quanno arivamo me sa che è morto, trovamo ‘a camera ardente!”. “Sì, tipo cor Papa quann’è morto, me sò fatta ore e ore ‘n piedi. E quello sì che era ‘n papa, stavano tutti ‘n fila, magari se sparavano, ma stavano uno accanto all’artro che lo volevano véde. Questo ‘nvece è cattivo quannno parla!”. “E’ che è tedesco!”, risponde l’amica, che aggiunge: “Però me sa che è (BIP)”. Seguono fragorose risate.

La fila volge al termine, c’è solo il tempo per un veloce accenno finale al problema dell’immigrazione: “Ma solo qua vengon’i stranieri e ce fanno toglie er crocefisso. Ma mica poi venì ‘n Italia e dimme de levà ‘a croce! Eppoi m’ha raccontato ‘a moije de mi cuggino che uno s’è ‘nnammorato de n’indiana e che ‘a madre, pé conosce i soceri, s’è dovuta addobbà, sembrava ‘n’arbero de Natale!”. Entriamo nel Cortile d’Onore e, un pò frastornato, mentre ripesco nella memoria gli studi di diritto costituzionale e quanto scriveva Carlo Esposito, penso che non riesco a capire. Giovani impreparati o assenza di educazione civica nella scuola dell’obbligo? Qualunquismo becero (e, speriamo, acerbo) o mancanza di sana e corretta informazione? Colpa del modello che la televisione propugna o galoppante obnubilamento delle menti? Famiglie disattente o genitori che lavorano? Intolleranza senile precoce o palese incomprensione? Qualcuno, per favore, mi dia una risposta per capire questa giornata particolare. Almeno per me.

Villa Borghese ce la farà?

I romani la conoscono bene e la amano. E’ da sempre meta di passeggiate, di affacci mozzafiato, di teatri di burattini e di biciclettate: è Villa Borghese, uno dei grandi parchi verdi di Roma, assieme a Villa Doria-Pamphili e Villa Ada, a due passi dalla storica Via Veneto nel centro di Roma. Gli 80 ettari del Parco, tuttavia, sono da sempre sotto attacco dal traffico che avanza, grazie (?) anche a due arterie stradali che la attraversano, una delle quali riservata ai mezzi pubblici ma costantemente violata da auto e moto senza che qualcuno vi ponga rimedio. E’ una villa anomala, lacerata da un gran numero di strade asfaltate e che, tuttavia, conserva un fascino senza tempo, polmone verde del centro di Roma che le riserva, dal canto suo, abbracci quasi mortali, indifferente alla sua storia.

Qualche esempio? Il primo è relativo ad una storica manifestazione di equitazione che  da molti anni si svolge all’interno del Parco, nella meravigliosa Piazza di Siena, il Gran Premio di Roma (Show Jumping è stato ribattezzato, con caparbia anglofilia). Nulla da dire sull’evento in sé, che può interessare o meno ma che, indubbiamente, ha rilievo internazionale e che merita una cornice così bella. L’unico problema è che, in pieno stile italiota, non solo viene vietato l’accesso alla via che costeggia l’entrata a pedoni e sportivi (si badi bene, non l’accesso all’entrata ma alla via pubblica che porta all’entrata), ma le vie adiacenti si riempiono di auto blu per portare i nobili deretani dei “vip” che, a differenza dei comuni mortali, hanno accesso all’interno della villa sulle quattro ruote.

Transeat, si dirà. Ma non basta, siamo adesso alle grandi manovre, allo scopo di mettere in piedi nella stessa piazza un evento della durata di un mese, il Fifa Fan Festival (sic!)  per il prossimo campionato mondiale di calcio, con tanto di mega schermi, tribune e punti ristoro che non oso immaginare come ridurrà quel magnifico spazio. Davvero singolare che sul sito ufficiale della manifestazione, che si svolgerà in varie città del mondo, si legga che il centro di Roma è luogo tutelato dall’UNESCO!!!! Cosa c’è di meglio, dunque, che massacrarlo un altro po’? E, tanto per non farci mancare nulla, in arrivo anche una bella discoteca nel Galoppatoio all’interno della Villa, neanche un soffio dopo la rinuncia all’ultimo minuto a costruire un bel mostro a Valle Giulia, obbrobrio scampato grazie alle proteste delle Accademie culturali della zona. Quando finirà?