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Roma e la realpolitik a 5 stelle

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Probabilmente neppure il più gufo fra i gufi antigrillini avrebbe potuto immaginare un avvio di consiliatura romana così disastroso. Appare innegabile, infatti, che il nuovo Campidoglio a 5 stelle stia collazionando una serie impressionante di passi falsi, divorato fra tensioni interne che molto sanno di correntizio, lasciando alle opposizioni il comodo compito di lanciare ortaggi dalle balconate. La sindacatura di Virginia Raggi, dopo un plebiscito quasi bulgaro, si è aperta con una formidabile sequela di gaffe di alcuni assessori della nuova Giunta, cominciando dai pedoni che creano ingorghi, per passare al “sostegno” ai signori delle bancarelle, sino ad arrivare alla performance da castigamatti del neo assessore al bilancio che placidamente annuncia ad un quotidiano che convocherà i dirigenti comunali per annunciare quanto segue: “La festa è finita, o lavorano o li caccio immediatamente”. Quando si dice l’incoraggiamento, insomma. Dichiarazioni a ruota libera che mal si conciliano con la misura e la prudenza che dovrebbe caratterizzare l’operato di donne e uomini delle istituzioni e che danno il senso di un preoccupante sfilacciamento nella squadra di governo cittadino e della capacità di tenere le fila da parte della Sindaca e del suo entourage. Come non bastasse, il bubbone della vicenda legata all’Assessora Muraro è alfine deflagrato, con la rivelazione bomba che, dopo infiniti tira e molla di veline e smentite, la stessa era indagata da tempo in virtù del suo passato di consulente dell’AMA, con la Sindaca già informata del fatto. Innocente sino a prova contraria, naturalmente, ma un inciampo non da poco per il vanto tutto grillino nel perseguire il purismo a tutti i costi.

Non sono mancati, per condire il tutto, defenestramenti e dimissioni a raffica di esponenti di primo piano della struttura politico-amministrativa, con destabilizzanti dichiarazioni al vetriolo dell’ex Capo di Gabinetto, già messa sulla graticola dalla base dei 5 stelle per il suo stipendio, ritenuto inaccettabile. È allora comprensibile un certo sconcerto per l’osservatore esterno – e, ahimè, cittadino dell’Urbe – che assiste attonito ad una zuffa perenne, incomprensibile a molti, nonostante molti esponenti del Movimento attribuiscano le difficoltà a Roma ai famigerati poteri forti all’opera dietro le quinte. Una lotta senza esclusioni di colpi fra le diverse anime grilline, soprattutto di ambito romano, con veti, accuse e ostracismi trasversali fra big che fanno impallidire le amorevoli pugnalate sferrate ai tempi della Prima Repubblica. Nulla di strano, nulla di nuovo: quando si lascia il mondo delle idee e si inizia a mettere le mani negli ingranaggi della cosa pubblica, ci si accorge rapidamente che le cose non sono così semplici come le si dipingeva dal blog. Il fare è molto più complicato del puntare il dito dietro una tastiera e i pentastellati stanno dolorosamente imparando la lezione.

Il punto che, tuttavia, appare più preoccupante è che dalle cronache traspare una gestione della macchina capitolina improntata a criteri che sanno di vecchio e, persino, di feudale. Le lotte fratricide che vedono protagonisti Sindaco e cerchio magico, assessori, dirigenti nominati e alti funzionari dimissionari stanno a testimoniare una battaglia senza quartiere per il territorio, assai simile alla difesa delturf metropolitano che Walter Hill ha raccontato in quel piccolo gioiello de “I guerrieri della notte”. Nomine e pedine smaneggiate come basi per gestire potere interno: questa l’amara fotografia di questi primi mesi di gestione del corpaccione capitolino, tanto da fare impallidire i disastri dell’epoca Marino. Una modalità del tutto inaccettabile per chi nelle istituzioni vive e che sa che esse sono patrimonio di tutti, non della maggioranza pro tempore. Difficile capire cosa accadrà: per il bene della città sarà opportuno non solo invertire rapidamente la rotta prima di sfracellarsi sugli scogli della realpolitik, ma abbandonare il furore ideologico che troppo spesso traspare da certe mosse, rivelatasi poi assai azzardate. La macchina romana non è facile da guidare, un buco nero capace di attirare e disintegrare chiunque e qualsiasi cosa. Tuttavia, non sarà l’amministrazione di rovine fumanti a garantire i diritti dei Romani, che hanno votato per un Governo cittadino che faccia scelte responsabili, forte del consenso ottenuto, passando dalla professione della denuncia a quella della gestione, senza incartarsi in questioni lontane dai problemi concreti degli abitanti della città: traffico, tasse, vivibilità, asili nido, decoro e così via. Val la pena aggiungere che una gestione sana è tale se si appoggia consapevolmente alla struttura, valorizzando quel che di valido c’è, aggiustando quel che può essere aggiustato e recidendo quel che è irrecuperabile. Intrallazzare col bilancino incarichi e nomine per sistemarsi meglio alla tavola, non va bene: sa tremendamente di ancien régime. La Sindaca farà bene a mettere ordine in campo e a dare nuove carte. Ne va di mezzo la Capitale d’Italia, che ha già sofferto abbastanza e non merita ulteriori, sfibranti stillicidi.

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Esiste un “caso” Raineri a Roma?

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Non sono mancate e non mancano le polemiche sugli incarichi attribuiti a Roma da Virginia Raggi, con accuse e rimpalli circa l’opportunità e la qualità di alcune nomine ed i relativi compensi. Val la pena, tuttavia, ricordare che la gran parte di queste nomine sono di natura fiduciaria e ricadono nella sfera di discrezionalità propria del Sindaco, il quale, naturalmente, se ne assume la responsabilità politica: molto rumore per nulla, insomma. Appare, invece, una questione a parte quella relativa alla figura del Capo di Gabinetto e alla chiamata di Carla Raineri, magistrato già in servizio nel periodo di commissariamento della Capitale. Molte delle critiche delle opposizioni e di parte della stampa si sono concentrate sul compenso, giudicato da molti, anche parte della base “grillina”, troppo elevato. Come ha spiegato la stessa Raineri, giudice di Corte d’Appello a Milano, lo stipendio è legato alla sua posizione in carriera, come per tutti i magistrati. Illogico – e, francamente, populista – pretendere che la stessa rinunci ad una fetta consistente dei propri emolumenti: passi lo spirito di servizio, ma la competenza deve avere un peso, che si rispecchia anche nel proprio stipendio. Va infatti di moda, da tempo, un insopportabile pauperismo moralisteggiante che, a mo’ di rivalsa nutrita di frustrazione, non vuole riconoscere il dovuto a chi ha studiato e lavorato negli anni. Da rispedire al mittente. Sgombrato il campo da questa insopportabile disputa di bottega, sono due i temi su cui, a mio parere, ci si dovrebbe interrogare.

Il primo, su cui ha recentemente scritto in modo assai chiaro Luigi Oliveri, verte sulla necessità della figura del Capo di Gabinetto in un Comune: a differenza dei ministeri, infatti, dove deve supportare il ministro nell’attività politico-amministrativa di primo piano, coordinando una struttura di servizio che sia, allo stesso tempo, cerniera con la macchina amministrativa, negli enti locali tali funzioni sono per legge assegnate alla Giunta. Ammettiamo comunque, per amor di discussione, che nella Capitale del Paese, per la sua valenza politica e di peso delle strutture e dell’impatto a livello nazionale, il Sindaco avverta la necessità di dotarsi di una figura di questo tipo: transeat. Altrettanto importante appare, però, il secondo punto, richiamato da Antonio Esposito sul Fatto Quotidiano, che investe una apparente ovvietà, non casualmente trascurata da tutti i commentatori: “Forse è giunto il momento che i magistrati facciano (solo) i magistrati con divieto assoluto di accettare – salvo ipotesi di dimissioni, non essendo sufficiente la mera aspettativa – incarichi politici”. Traducendo: ognuno faccia il suo mestiere.

Il tema è stato affrontato ripetutamente negli anni e si è intrecciato con tema del funzionamento della macchina pubblica: nota la querelle sui potenziali conflitti di interesse in capo ad esponenti delle magistrature – in particolar modo amministrative – che vengono puntualmente e amorevolmente chiamati dalla politica a ricoprire ruoli di capi degli Uffici Legislativi e dei Gabinetti dei ministeri e che si trovano prima nell’amministrazione attiva e, subito dopo, a giudicare degli atti di quella stessa amministrazione in cui operavano. Il punto di fondo resta sempre il medesimo ed è legato al principio tutto nostrano per cui il magistrato è un asso pigliatutto, un jolly da giocare sempre e comunque, apparentemente dotato di capacità trasversali e illimitate. Per esser chiari: non si mette in dubbio la capacità professionale delle magistrature, che rappresentano un’eccellenza del nostro Paese. E men che mai quella della Raineri, il cui curriculum è esemplare. Ma rimane incomprensibile perché si continui, pervicacemente, ad attribuire funzioni che poco hanno a che fare con il supporto all’attività politico-amministrativa del vertice politico a chi, per mestiere, è deputato ad amministrare la giustizia.

A dir la verità, fu lo stesso Renzi a sollevare rumorosamente la questione nel varare il suo Governo, anche se nella pratica molto poco appare cambiato. Finché non vedremo qualche dirigente vestire la toga per chiamata diretta (Dio ce ne scampi!), sarebbe più razionale e rispettoso degli equilibri del sistema limitarsi a fare il proprio mestiere.Ciascuno al posto giusto, in tutti i livelli di Governo. È così difficile?

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Vi racconto la guerra dei rifiuti a Roma

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L’esordio della nuova Giunta pentastellata di Virginia Raggi non è stato dei migliori. Pesa, infatti, come un macigno la gestione traballante della vicenda rifiuti che ormai sta raggiungendo livelli non degni della Capitale di questo Paese. Mentre cominciano a circolare sui social network foto di gabbiani che divorano roditori in strada, l’aria si fa sempre più pesante. E non solo per il fetore che ormai appesta le strade romane. È in corso un vero e proprio duello all’arma bianca fra la neo assessora all’Ambiente Paola Muraro ed il dimissionario presidente di AMA, Mauro Fortini, che non risparmia colpi di scena quotidiani. I giornali ormai hanno addentato il boccone delle passate consulenze di Muraro che replica minacciando di dossier scottanti tenuti nei cassetti (perché, poi, non vengano tirati fuori è un mistero) e che, con poco garbo istituzionale, affida la sua replica al blog di Beppe Grillo. L’opposizione, molto poco sobriamente, le appiccica il nomignolo di “Assessore Milioncino”. È guerra totale, insomma, mentre ai cittadini non resta che fare lo slalom fra i rifiuti abbandonati per strada. C’è da sperare, naturalmente, che la stessa foga che tutti gli attori impegnano nelle polemiche d’agosto possa essere profusa nel trovare una soluzione responsabile allo scempio di Roma. Uno scempio, è bene ricordarlo chiaramente, che non vede nessuno esente da colpe.

Non le forze politiche, di qualsiasi schieramento, che non sono riuscite e non riescono a tenere in piedi un sistema di gestione dei rifiuti urbani efficiente e trasparente, per il quale i cittadini pagano tasse alte. Non l’AMA che, aldilà di singole responsabilità, ha purtroppo mostrato negli anni di non saper trattare con modalità efficaci la sua missione aziendale e, allo stesso tempo, adottare politiche del personale pienamente trasparenti e meritocratiche. In gran parte non siamo innocenti neppure noi: i cittadini di Roma, sempre pronti a stracciarsi le vesti indignati e a condannare senza appello la politica, la burocrazia, l’informazione, tollerando l’intollerabile e, salvo pochi benemeriti casi, tirare a campare. Sarebbe da chiedersi da dove spuntino i rifiuti in strada, le discariche abusive, le cataste di sacchi di materiali e residui alimentari sui marciapiedi dei negozi, dei bar, dei ristoranti. Insomma, un bubbone pronto ad esplodere. In questo quadro desolante, tuttavia, è stucchevole l’accanimento sulla persona. Fino a prova contraria chiunque, inclusa Paola Muraro, ha il diritto di rivendicare la propria correttezza ed onorabilità. E se opposizioni e stampa hanno il dovere di chiedere spiegazioni, su tutti grava l’onere di non trasformare una questione di interesse generale in una zuffa da cortile. Andrei oltre, però, domandando se esista, aldilà dei nomi e delle responsabilità di Tizio o Caio (su cui, come si dice in questi casi, faranno luce le autorità competenti), un piano articolato di proposte concrete e attuabili sul come affrontare la questione rifiuti a Roma. E farlo in modo strutturale e non emergenziale. Sulla questione dell’azienda dei rifiuti, oggetto della contesa di queste settimane, si legge nelle linee di governo della Sindaca, presentate nei giorni scorsi, che “è necessario intervenire con un programma di efficientamento prevedendo l’adozione ed introduzione di un modello organizzativo di compliance a cui si devono attenere Dirigenti e Quadri e Funzionari aziendali, ove per compliance si intende la verifica di conformità del modello organizzativo a leggi, norme, regolamenti (esterni ed interni), contratto di servizio con Roma Capitale, carichi di lavoro, etc. nella erogazione dei servizi”.

Ecco, va bene chiedere che AMA rispetti le norme, ci mancherebbe altro, ma come evitiamo che l’azienda sia preda di dinamiche di potere e spartitorie? Come facciamo sì che si ponga al livello delle analoghe organizzazioni in Europa? Correttamente si prevede nel programma di marciare su prevenzione e riduzione dei rifiuti, raccolta differenziata e riciclo, monitoraggio e controllo: è necessario, tuttavia, intervenire sul piano organizzativo e sulla corretta impostazione dei rapporti con il Comune, senza crociate o assalti alla baionetta, ma mettendo in campo una visione di quel che vogliamo sia la città fra cinque anni. Le baruffe di piccolo cabotaggio hanno fatto il loro tempo: Roma non può davvero più permettersele.

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SOS Roma: quel clima da “finestre rotte”

AAEAAQAAAAAAAAeyAAAAJDhhMmVmYWJkLTEwYTQtNDcwYy04MzBlLWJkOWM5MDllNGE1YwNoi Romani siamo ormai abituati a tutto. Rassegnati al caos, al lassismo, al disprezzo delle regole minime della convivenza civile. Ci conviviamo, ne siamo sfiancati e, in fondo, complici: non si spiegherebbe altrimenti la differenza abissale che separa Roma dalle altre capitali europee in termini di vivibilità, servizi, mobilità. Basti ricordare, ad esempio, come a Roma la concentrazione dei mezzi privati sia impressionante: secondo il Censis (dati 2015) all’enorme parco circolante (2,5 milioni di veicoli, di cui 1,9 di automobili) corrisponde un tasso di motorizzazione (856 veicoli ogni 1.000 abitanti), che non ha eguali tra le grandi capitali europee. Inutile negare che il disastro romano sia anche una delle cause che ha visto la schiacciante vittoria del Movimento 5 Stelle nelle ultime elezioni e che devono arrivare in fretta delle risposte su tanti fronti, primo fra tutti quello dello smaltimento dei rifiuti, soprattutto alla luce degli inquietanti episodi che hanno visto protagonisti dei ratti, anche in pieno centro. Quel che lascia davvero perplessi, tuttavia, è che le prime indicazioni pervenute da alcuni membri della Giunta Raggi sembrano, a dir poco, bizzarre. Se ha destato curiosità quanto ha dichiarato l’Assessora all’ambiente del Comune di Roma, Paola Muraro, circa la vera causa degli ingorghi di traffico a Roma, ovvero i pedoni indisciplinati che attraversano in mezzo alla strada (reale vizietto di romani e turisti, per carità), è stata eclatante la gaffe del neo assessore al Commercio,Adriano Meloni. Meloni, infatti, a margine di un convegno, ha sostenuto, a proposito degli ormai arcinoti camion bar 24 ore sparsi su tutto il territorio cittadino, che non si può eliminarli e basta, perché, in fondo, assolvono ad alcune funzioni, come quella di dissetare romani e turisti, specie con questo caldo. Nel rimandare alla storia di questi camioncini a quanto ricorda testardamente il blog “Roma fa schifo”, penso che qui si pecchi di ingenuità e che, prima di fare dichiarazioni che ringalluzziscano l’affollato club degli appartenenti alla bancarellopoli romana, occorrerebbe contare fino a dieci, leggersi i pregressi e poi trovare proposte condivise con la cittadinanza. Premesso che Roma è ancora costellata di tante fontane storiche e – sempre meno, purtroppo – dei celebri “nasoni” che andrebbero rimessi in sesto, è evidente che la situazione sia sfuggita di mano. Basta fare una passeggiata nel centro della città e nei dintorni della Stazione Termini per vedere come pullulino, oltre ai camion bar (regolarmente in possesso di licenza, sia chiaro), bancarelle improvvisate di ogni tipo: siamo all’ambulantato incontrastato, in cui si mescolano problemi di decoro, sicurezza, lavoro irregolare, regolamentazione del commercio e lotta alla contraffazione. Il clima da suk che si respira nella Capitale è ormai da troppo tempo divenuto insostenibile e alimenta un circolo vizioso tipico da fenomeno delle “finestre rotte”. Vedere ogni giorno, in una città che potrebbe e dovrebbe essere il fiore all’occhiello dell’Italia, che le regole possono essere impunemente violate non fa che estendere la sensazione che è possibile farlo sempre e comunque. Rifiuti in strada, parcheggi sui marciapiedi, stazioni metro abbandonate con l’oscurità, scritte e “street art”, centurioni non sono che le normali conseguenze di questo silenzioso ma costante incoraggiarsi al menefreghismo tipico di questa città. E se ci sono realtà di auto-organizzazione civica, come la benemerita Retake, il problema sembra impossibile da aggredire. Il “brutto” è tremendamente contagioso. Qualunquismo? Forse. Ma se i romani sguazzano nel lassismo, Roma non merita di precipitare nelle classifiche mondiali. La Capitale d’Italia è il biglietto da visita di un Paese: credo sia opportuno che i membri della nuova Giunta, cui va certamente dato il tempo di prendere le misure e studiare i dossier, lo ricordino ogni giorno del loro mandato. Risparmiandoci, se possibile, dichiarazioni improvvisate.

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Quella Giunta che non giunge

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Dopo lo tsunami 5 Stelle a Roma si è insediata la prima Sindaca della Capitale, eletta con un fragoroso 67,15% al ballottaggio contro Roberto Giachetti del PD, contando su un gruzzolo di quasi 800.000 voti. Non solo: dei quindici municipi romani, solamente due restano al PD. Roma non sarà l’Italia, certamente, ma se ci aggiungiamo Torino e gli ultimi sondaggi, le prospettive di governo – locali e nazionali – del Movimento 5 Stelle non sembrano più così peregrine. Lecito, naturalmente, muovere critiche ai pentastellati, da più parti accusati di una vena populista addebitabile non solo a Beppe Grillo ma a buona parte della sua base. Movimento apolitico per eccellenza e fuori dagli schieramenti, la realtà a 5 Stelle sembra possedere la capacità di assumere i connotati più utili al momento, soddisfacendo le richieste di un elettorato sempre più disilluso e mutevole nei suoi umori. Critiche doverose, dunque, se mosse con lo scopo di porre sotto la lente di ingrandimento le azioni del politico di turno e la sua coerenza rispetto alle promesse del suo programma elettorale. Trovo però pretestuosi i continui attacchi della stampa e delle opposizioni politiche a Virginia Raggi per i ritardi nella formazione della Giunta capitolina. È vero: la squadra di Governo era stata promessa da tempo, addirittura prima del ballottaggio, ed ad oggi sui nomi non c’è ancora chiarezza. Anzi, si guerreggia su nomine (alcune discutibili dal punto di vista amministrativo) e posizionamenti interni. Di tutta evidenza che quando dalla politica proclamata si passa alla politica amministrata si cominciano a tirar fuori misurini e bilancini per accontentare tutte le sensibilità (termine politically correct molto caro al centro-sinistra) e serrare i ranghi delle correnti. E dov’è lo scandalo? È la politica: funziona così. Solo delle anime belle – o chi maliziosamente fa il gioco sporco – possono scandalizzarsi che si stia lottando furiosamente fra fazioni per assicurarsi i posti chiave e far valere le proprie forze all’interno del Movimento e in uno scacchiere così importante come quello della Capitale del Paese. In passato è accaduta esattamente la stessa cosa e così accadrà all’indomani di qualsiasi elezione e in occasione della formazione di qualsiasi Giunta o Governo. Ecco perché accusare la neo Sindaca di aver fatto una falsa partenza mi sembra sterile: non siamo in una gara sui cento metri, ma in una maratona. E la maratona di Roma, come tutti i romani sanno bene, è la più difficile di tutte. O pretendiamo ancora di credere alla favoletta dei risultati entro i primi cento giorni di Governo? Da cittadino romano chiedo, ed anzi pretendo, che ci si prenda tutto il tempo necessario per formare la nuova Giunta, anche tirandosi le sedie del Campidoglio, se necessario, ma che si arrivi ad una composizione che miri a garantire funzionamento ed efficienza per la città. Le critiche vengano il minuto dopo, quando Sindaca ed Assessori cominceranno ad assumere atti concreti e misurabili che impatteranno sulla vita dei cittadini. Solo allora potrò prender parte al coro delle critiche, e solo ad un patto: che quelle critiche siano fondate, serie e coerenti. Del chiacchiericcio politicante e ideologizzato ne ho abbastanza. E come me, tantissimi Italiani. Le forze politiche, M5S in testa, è bene se lo ricordino.

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Cosa aspettarsi dal nuovo Sindaco della Capitale

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Sempre più spesso si dice che vincere per la poltrona di Sindaco significa perdere, tanto complicato è diventato governare un ente locale. Questo è particolarmente vero per Roma: una città difficile e aggrovigliata, provinciale e bizantina e, allo stesso tempo, con aspirazioni europee e moderne, un coacervo di bellezza soffocata dal traffico, dall’incuria e, soprattutto, dal tradizionale menefreghismo dei Romani. Governare Roma è impresa titanica, che rischia di schiacciare e tritare. Inoltre, mai come stavolta, a leggere i sondaggi è in crescita il partito dell’astensione, complici forse una campagna elettorale tutto sommato in sordina e il recente trauma del commissariamento. Eppure, occorre chiedersi cosa sia lecito aspettarsi dal futuro Sindaco, e dare una qualche indicazione su dove il nuovo primo cittadino – o la nuova prima cittadina – dovrà andare a sporcarsi le mani. Da parte mia, mi limito a indicare tre temi che, fra i tanti, mi sembrano fondamentali e sui quali, fossi candidato, punterei.

Il primo è relativo al decoro della città. Trovandomi spesso in viaggio per le capitali europee, si deve francamente riconoscere che il modo in cui la città si presenta ha dell’indecente. La condizione delle strade, l’incuria degli spazi verdi (pure bellissimi), l’impunità dei cosiddetti writers, l’odissea del sistema dei mezzi pubblici, le bancarellopoli del centro sono sotto gli occhi di tutti e sono fattori che rendono vivere a Roma un piccolo inferno. Un luogo in cui alle regole cervellotiche si accompagna un lasciar fare senza limiti, come ci insegna ormai da anni la “movida” notturna romana. E più si ama questa città, più si resta increduli di fronte all’impietoso paragone con Parigi, Vienna, Londra, Berlino: un biglietto da visita per il turismo a dir poco imbarazzante.

Il secondo tema, che si lega al primo, è l’industria del turismo. Inutile dire su quali e quanti tesori artistici e architettonici Roma possa contare e che dovrebbero segnare l’incontrastata imbattibilità della città a livello internazionale. Eppure Roma esce con le ossa rotte dalle classifiche internazionali, a causa della difficoltà nei servizi cui si imbattono turisti ormai abituati ad una attenzione che da noi pare sconosciuta. Aldilà di ogni considerazione circa le dinamiche generali del settore, la cura del cliente dovrebbe essere la norma. Avete mai provato a sedervi in un ristorante negli USA? E a Trastevere? Sono stufo di turisti che camminano abbarbicati al proprio zaino per paura di essere derubati e che temono fregature dietro l’angolo ad ogni pasto o colazione all’aperto. Chi paga e porta ricchezza dovrebbe essere trattato con guanti bianchi ed invogliato a spendere e tornare, non fuggire a gambe levate da quel folklore ostentato che, troppo spesso, significa sciatteria e maleducazione. La cultura delle regole quaggiù sembra, purtroppo, una chimera.

Ed infine, proprio legato al tema delle regole: grande attenzione alla macchina amministrativa del Comune. L’errore tipico del politico pieno di buone intenzioni e belle speranze è arrivare sul ponte di comando e, circondatosi del proprio gruppo di fidati consiglieri, tirar leve contando sul fatto che ciò produca automaticamente un risultato. Non funziona così. Far muovere una struttura complessa come quella della Capitale equivale a risalire a bracciate un fiume in piena: se non si conoscono gli appigli, le secche, le rapide si rischia di affogare. Ecco perché il successore di Ignazio Marino dovrà non solo dotarsi di un proprio staff di prim’ordine, altamente selezionato e esperto di cose amministrative, ma essere capace di gestire la dirigenza, dialogando con essa sulla base di obiettivi chiari e chiaramente comunicati, in un rapporto quotidiano. Con lealtà istituzionale e pretendendo risultati senza sconti. Capire come funziona la struttura burocratica e su di essa far leva è la chiave per far sì che le decisioni prendano corpo e abbiano speranza di portare risultati, ponendo basi serie per la lotta alla corruzione che appesta la Capitale: trascurare quest’aspetto e dedicarsi solo alla “politica alta” sarebbe un errore mortale, che sconterebbe la città.

Ah, manca qualcosa, dite? Come muoversi nel mondo della politica romana? Beh, serve un Sindaco, non un mago!

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Dopo le primarie romane c’è Roma

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Morettianamente verrebbe da alzarsi e fuggire al grido di “No, il dibattito no!”. Eppure, dopo i risultati delle primarie romane per il centro-sinistra, qualche domanda occorrerà pure farsela. Il dato è impietoso: rispetto alle primarie per le comunali del 2013, quelle che videro la vittoria di Ignazio Marino, l’affermazione di Roberto Giachetti poggia su un’affluenza che ha visto un calo dei votanti pari al 50%. I perché della disaffezione del “popolo delle primarie” sembrerebbero ovvi: se da un lato Mafia Capitale e le vicende che hanno investito il PD romano hanno fiaccato elettori e simpatizzanti dell’area progressista, le personalità in campo, pure assai solide dal punto di vista delle loro esperienze amministrative, non hanno scaldato i cuori. Lo schieramento di centro-destra non se la passa certamente meglio: sotto la minaccia della ruspa di Matteo Salvini, i diversi partiti vanno ognuno per proprio conto, mettendo sul piatto un’offerta politica ancora poco chiara. Le “comunarie” del Movimento 5 Stelle, infine, contando su una vittoria di appena 1.764 voti on line, faticano a qualificarsi come primarie vere e proprie, pur riscendo a individuare una candidata per la quale scendono in campo i big del movimento. Tutto vero. Eppure le dichiarazioni dei dirigenti del PD suonano come commenti di pura circostanza: il Presidente del partito e Commissario romano parla di buona affluenza e ricorda che la volta scorsa c’erano i rom in fila, mentre il vice Segretario nazionale ricorda che “comunque sono più voti dei 5 Stelle”. Dichiarazioni prevedibili, evidentemente, ma insufficienti per dar conto della situazione. Ha certamente ragione Stefano Folli su Repubblica quando sostiene che, a fronte di uno scivolone del genere, sarebbe stato “meglio riconoscerlo con umiltà, senza pasticciare con le cifre, ammettendo che forse non si poteva fare di più dopo i peggiori tre anni nella storia della sinistra romana”. Mi sembra, allora, che siano due i temi che forse dovrebbero essere oggetto di domande da parte della dirigenza e della militanza del Partito Democratico, a tutti i livelli. La prima: quanto ha pesato la spaccatura nel partito fra sostenitori del Premier e minoranza? È un elemento che non coinvolge solo la legittima lotta interna, ma anche il disorientamento di iscritti e simpatizzanti che non riescono ad affidarsi alla vecchia guardia ma, allo stesso tempo, sono disorientati dal piglio decisionista e poco di sinistra – almeno, come tale percepito – del loro Segretario. La seconda investe più in generale la validità dello strumento: le primarie, se bene organizzate ed interiorizzare nella vita di un partito, sono un contributo prezioso – non l’unico, certamente – alla buona selezione della classe dirigente e, anzi, hanno più di una ragione coloro che vorrebbero renderle obbligatorie per legge. I numeri di questa domenica, tuttavia, rischiano di avere l’effetto di minare la bontà di un meccanismo che sarebbe un grave errore lasciar morire, sia per disamore dei cittadini che per calcolo della politica. La partita si sposta allora alle elezioni, vero banco di prova di numeri e idee: sta a tutti i partiti politici, soprattutto in una realtà difficile come quella romana, avere come primo obiettivo una sana affluenza alle urne. Ed è una responsabilità che ricade in prima battuta sul PD, che resta un partito chiave nella scacchiera della Capitale ed ha avuto per primo il coraggio di misurarsi con le primarie. Esso dovrà fare di tutto perché la sfida per Palazzo Senatorio sia vera e partecipata. Senza retropensieri che investano il disegno nazionale ma avendo a mente la reputazione e la vivibilità di una delle più belle città al mondo.

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Alice, l’arte di strada e le prossime elezioni cittadine

Conoscete Alicè, al secolo Alice Pasquini? No? Tranquilli, ammetto anche io di non aver saputo chi fosse fino alla scorsa settimana, quando è stata condannata a 800 euro di multa per i ritratti disegnati nel 2013 su portoni e mura a Bologna, sebbene il pubblico ministero avesse chiesto la sua assoluzione. Parliamo di un’artista di strada piuttosto conosciuta a livello internazionale: il Corriere riporta che sue opere sono esposte in gallerie a Londra, richieste da amministrazioni pubbliche  perché in grado di abbellire il panorama urbano, in Italia e all’estero. L’episodio sembra marginale, paradossale persino, ma è utile per una breve riflessione su uno dei temi che riguarda le nostre città, molte delle quali fra poco andranno al voto, ovvero la loro vivibilità e qualità di vita. D’accordo: tutto quell’insieme di immagini disegnate che vanno sotto l’etichetta di street art, o arte di strada, non saranno il punto numero uno fra le priorità cittadine, ma una qualche considerazione va fatta. Intanto va operata una distinzione, forse arbitraria, ma credo efficace, fra questa “arte” e il graffitismo (un capitolo a parte sono le scritte urbane, illegali ma spesso divertenti: folgorante il profilo Twitter di @StarWalls). Se trovo interessanti gli affreschi di strada, detesto con tutto il cuore le firme illeggibili (i tag) che appestano mura, portoni, edifici, spesso anche monumenti, e che hanno l’unico scopo di dire “ero qui”.

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Nella Capitale d’Italia basta farsi un giro a Trastevere o al Pigneto, oppure prendere una metropolitana, per rendersi conto dello sfregio quotidiano che come cittadini subiamo, costretti poi a pagare di tasca nostra la ripulitura. Sono due le esigenze che vanno soppesate: da un lato la proprietà privata (o pubblica, se parliamo di monumenti ad esempio), il cui imbrattamento viene punto dal codice penale, con pene inasprite nel 2009, e, dall’altro, il contributo che l’arte di strada può dare a rendere più belle le nostre città. In altre parole, se i graffitari vanno perseguiti senza troppi giri di parole (protesta sociale o meno, scribacchiare firme sui muri mi pare abbia ben poco di artistico), l’occasione di iniettare un po’ di bellezza non va sprecata e, anzi, promossa. Per tornare all’episodio di Bologna, non so se Alice Pasquini abbia dipinto senza autorizzazione: l’opposizione del proprietario è ostacolo praticamente invalicabile in uno Stato di diritto. E, tuttavia, se mettiamo sul piatto della bilancia la profonda bruttezza di tante nostre strade, periferiche o meno, un bel quadro urbano lo accolgo a braccia aperte. Senza scomodare la famosa teoria delle finestre rotte, il brutto attira il brutto, il buio urbano, la sciatteria e, in ultimo, il disinteresse e l’abitudine a tutto, sino al senso di impotenza. Servirà a poco, probabilmente, ma fossi un candidato sindaco, un pensierino sul come regolamentare la cosa, in modo concreto e puntuale, su spazi destinati, d’accordo con gli stessi artisti di strada e i cittadini, ce lo farei. Male che vada, le mura delle città potranno sorriderci.

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