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Furbetti del cartellino: repetita iuvant

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Il caso rilanciato dai quotidiani sul nugolo di furbetti nell’ospedale napoletano Loreto Mare ha davvero del clamoroso: 94 indagati e 55 arresti con video ripresi dai Carabinieri che lasciano esterrefatti. Poco da dire, se i fatti venissero provati – e a vedere certe immagini si stenta a credere che non lo saranno – costoro vanno perseguiti penalmente per truffa allo Stato. E immediatamente, per i casi conclamati, si avviino i necessari procedimenti disciplinari, indipendentemente dalle decisioni della magistratura. La bella impresa, peraltro, sale agli onori delle cronache lo stesso giorno dell’annuncio del Governo circa l’approvazione, in via preliminare, del decreto di riforma del testo unico del pubblico impiego, che contiene, fra l’altro, l’introduzione di disposizioni in materia di responsabilità disciplinare dei pubblici dipendenti, finalizzate ad accelerare e rendere concreta e certa nei tempi l’azione disciplinare. Insomma, le famose norme contro i furbetti del cartellino. Tempismo perfetto! Su fattacci del genere molto è stato già detto, e mi scuso se ripeterò riflessioni fatte in altre occasioni, ma repetita iuvant (forse). Inutile criticare l’azione del Governo, che pure, come osservato da taluni, potrebbe sul punto presentare alcune pecche in termini di funzionamento ed efficacia concreta. A fronte dei tanti, troppi episodi di malcostume, un intervento dal punto di vista politico si imponeva e si impone, anche a salvaguardia di chi lavora onestamente nelle strutture pubbliche. Tuttavia, due puntualizzazioni appaiono opportune. Ancora una volta, è facile vedere dai filmati che la strisciatura avviene con macchina a muro: non ci sono, dunque, i tornelli. Basterebbe sistemarli agli ingressi ed il gioco è fatto: ad ogni strisciata corrisponde un ingresso ed un’uscita, non si scappa. Il fenomeno crollerebbe a zero o giù di lì. Senza dimenticare che passare il tesserino con registrazione automatica ha anche il significato, in un posto di lavoro sano, di un’autonoma gestione del proprio tempo, in armonia con le esigenze della struttura. Gestire le proprie ore in relazione al risultato serve anche a svecchiare modi di interpretare la PA ormai desueti e polverosi. E proprio qui casca il classico asino: una volta sicuri che non si bari sulla presenza, chi verifica che il dipendente lavori? E magari in modo efficace? Ecco, ancora ed ancora, il tema che resta da sempre sullo sfondo: come riorganizzare il modo di operare delle amministrazioni mentre fuori il mondo del lavoro cambia a velocità impressionanti? Come coniugare il necessario rispetto delle regole burocratiche (servono, signori miei…) con la fluidità dei processi? E, soprattutto, come avere a disposizione risorse umane preparate, motivate, adeguatamente formate per compiti specifici e che, per dirla con un tecnicismo, stiano sul pezzo? Qui siamo in mare aperto: molto ricade sulla dirigenza che, oltre a vestire i panni di un Montalbano ed indagare per i corridoi, deve essere capace – ed in questo capacitata a farlo – ad agire come gestore di donne e uomini che, val la pena ripeterlo, non sono robottini ma persone con inclinazioni, attitudini e proprie modalità relazionali. Naturalmente, per capacitare la dirigenza serve anche un ecosistema capacitante, che parte dalla politica e scende dritto dritto negli uffici. Insomma, premere il classico bottone a monte non assicura un risultato a valle, se non si ficca il naso nella black box che sta nel mezzo. E se in un ospedale, in un Comune o in un qualsiasi ufficio pubblico si verificano episodi di una tale gravità, significa che sono ormai saltati tutti i sistemi di relazioni reciproche, di coesione della struttura, di appartenenza allo Stato. Siamo oltre la truffa e la corruzione: siamo al disfacimento del comune sentire. Un’analisi seria di questi aspetti ancora va messa sul tavolo e rappresenterebbe, questa sì, la riforma epocale della PA che tutti aspettiamo.

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Dipendenti statali, le ferie dei fannulloni e le bufale un tanto al chilo

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Il sole picchia, la Brexit comincia evidentemente ad annoiare ed ecco allora titoloni estivi per palati non troppo esigenti: “Tempi duri per gli assenteisti della pubblica amministrazione”, titolano l’Ansa e alcuni quotidiani; “Ferie e permessi, è finita la pacchia”, strillano altri. No, fermi: non si tratta della famosa guerra ai furbetti del cartellino, ma una raccolta di pareri dell’ARAN (Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle pubbliche amministrazioni), che svolge ogni attività relativa alla negoziazione e definizione dei contratti collettivi del personale dei vari comparti del pubblico impiego, ivi compresa l’interpretazione autentica delle clausole contrattuali e la disciplina delle relazioni sindacali nelle amministrazioni pubbliche. Nessuna scure (sic!) del Governo su fannulloni e assenteisti, quindi. E su cosa avrà mai tuonato l’ARAN per combattere questa imponente ondata di assenteismo nella PA? Andiamo sul sito dell’Agenzia e troviamo che nell’ambito dell’attività di supporto alle pubbliche amministrazioni rappresentate, l’Aran ha predisposto alcune raccolte sistematiche degli orientamenti applicativi in materia di assenze per malattia, infortuni sul lavoro, causa di servizio e ferie, che riportano in forma organica le indicazioni fornite negli ultimi anni e che non modificano le prassi applicative riguardanti in particolare ferie e malattie. Allora: per comodità dei datori di lavoro pubblici e dei dipendenti, l’Agenzia ha raccolto in un’unica sezione quel che dice da anni, a mo’ di utile vademecum. E dove ritroviamo i “tempi duri per gli assenteisti” della PA? Mistero.

Abbondano le rivelazioni sulle modalità di utilizzo delle ferie, che non sono monetizzabili (ma va’?) e sulla regolazione delle assenze per malattia, molto dettagliata. La solita burocrazia? Forse, ma necessaria per garantire eguale trattamento per eguali situazioni ed evitare possibili disparità nella gestione degli affari generali, su cui si regge qualsiasi struttura complessa. Il vero scoop che ha guadagnato le pagine dei quotidiani? Se l’amministrazione ne ha necessità, può richiamare il dipendente in villeggiatura, anche se deve rimborsargli il viaggio. “Clamoroso al Cibali!”, esclamerebbe un indimenticato Sandro Ciotti. Peccato che, anche in questo caso, sia roba vecchia. Insomma, nulla di nuovo sotto il sole – rectius, il solleone – e tanto rumore per nulla. Allora tutto va bene, Madama la Marchesa? No: abusi, disattenzioni e sciatterie nella gestione del personale possono accadere ed accadono, fors’anche per mancata conoscenza dei dettagli di una selva di norme, prassi e orientamenti che possano variare da amministrazione e amministrazione o da comparto a comparto. La ricerca del titolo ad effetto, tuttavia, mi pare risponda al più classico dei riflessi pavloviani quando si parla di dipendenti pubblici. Ce lo siamo meritato, con tutta probabilità, ma non fino al punto di piazzar bufale un tanto al chilo. Una riflessione, però, val la pena di condividerla: come più volte traspare dalla raccolta dell’ARAN, la corretta ed efficace gestione quotidiana di un ufficio è la prima responsabilità di un dirigente pubblico, che ha il difficilissimo compito di far lavorare bene la sua squadra e di oliare gli ingranaggi. Non il dirigente-casellante su cui quotidiani e pubblica opinione si sono tanto scaldati come rimedio contro i rubagalline che timbrano e se ne vanno a passeggio, ma chi sia – messo – in grado di prendere in carico persone, risorse finanziare, norme e prassi e tirarne fuori un’organizzazione che punti al risultato assegnato. È questa la vera sfida per una PA che funzioni. Quando ne parliamo?

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Dirigenti, vil razza dannata

Renzi-Madia

Arrivano le prime indiscrezioni sul prossimo decreto del Governo che, in attuazione della riforma della pubblica amministrazione approvata lo scorso anno, modificherà sensibilmente la disciplina di riferimento per i dirigenti pubblici. I giornali danno in arrivo tagli dello stipendio del 10% l’anno, retrocessione a funzionario semplice, trasferimento, licenziamento. Parliamo di voci di corridoio dei bene informati, naturalmente, dato che del fantasmatico decreto non c’è ancora traccia: i pochi che ne hanno avuto visione giurano che sia per metà costellato di evidenziazioni in giallo, a testimonianza del fatto che la discussione su molti punti è ancora aperta. Attendiamo dunque il testo definitivo per osservazioni più puntuali. Sappiamo, tuttavia, che le novità per la dirigenza sono legate ad un elemento ben preciso, ovvero la cancellazione del diritto all’incarico per il dirigente pubblico. Ergo, se un incarico di direzione di un tal ufficio non viene conferito, il dirigente sarà a rischio di licenziamento. Posto che sul capo del dirigente pesano già oggi responsabilità di diverso tipo, che possono portare al suo licenziamento, resta sullo sfondo una domanda a cui nessuno ha sinora dato una risposta convincente: perché mai al dirigente non dovrebbe essere conferito un incarico?

Diamo per acquisite le innumerevoli – e non di rado fondate – critiche alla dirigenza pubblica di questo Paese: credo, tuttavia, che il principio basilare secondo il quale in qualsiasi organizzazione l’incapace o il pelandrone venga messo alla porta a seguito di apposita ed oggettiva valutazione negativa sia condivisibile dai più. Secondo quel che si annuncia, tale norma di buon senso non varrà però per i dirigenti pubblici dato che l’avvio al licenziamento, sia pure in modo assai graduale, sarà determinato dal semplice fatto di non ricevere un incarico di direzione, a prescindere dalla valutazione negativa del suo operato. In un nuovo quadro di unico calderone in cui confluiscono tutti i dirigenti dello Stato, delle Regioni e dei Comuni, i bandi di accesso agli uffici (i cosiddetti interpelli) saranno finalmente aperti a tutti: bene, bravi, bis. Ma se alla fine della giostra di domande non perverrà un’accettazione, al dirigente rimarrà il classico cerino in mano, incamminandosi sulla strada del licenziamento. Ecco il nodo cruciale che desta le maggiori perplessità: venendo meno il diritto all’incarico, il conferimento dello stesso, che diviene vitale per la carriera del dirigente, potrebbe essere determinato da fattori che nulla hanno a che vedere con la valutazione del suo lavoro. Di conseguenza, come più volte evidenziato, è lecito prevedere una maggiore influenza della politica sulla dirigenza ed il rischio che il dirigente entri, ormai per decreto, nel gioco perverso delle cordate per ottenere una sedia. Comunque la si giri, dirigenti razza dannata.

La macchina che si immagina avrà senza dubbio bisogno di molto tempo per entrare a pieno regime: colpisce, però, che il quadro previsto si nutra della sostanziale sfiducia verso la figura del servitore dello Stato, la cui funzione di garanzia dell’interesse pubblico esce pesantemente depotenziata dalla ipotesi di riforma. Lo scatto, infatti, è di natura culturale: aver superato un concorso pubblico è oggi ritenuto poco più di un orpello, dimenticando che esso, pur al netto delle tante patologie che tutti conosciamo, risponde a precise disposizioni costituzionali a garanzia dei diritti dei cittadini. Il dirigente, dunque, è un nuovo precario. Siamo, di fatto, all’anno zero: un dibattito alto sulla dirigenza non è mai decollato, acquistando una qualche vitalità solo in occasione dei puntuali scandali dei cosiddetti “furbetti del cartellino” e incartandosi sulla inedita fattispecie del “dirigente casellante” degli uffici. Difficile rinvenire tracce dell’ambizione di voler affrontare in modo strategico il tema fondamentale di come rendere questa enorme macchina amministrativa una leva per far correre il Paese a partire dai vertici. Siamo infagottati di tornellismo, ricorrendo troppo spesso alla valutazione solo in un’ottica di repressione e mai di crescita delle persone, legati – buona parte della politica e della stessa burocrazia su questo vanno a braccetto – ad un’idea di amministrazione tutta fordista e lontana anni luce dalle organizzazioni più avanzate. Vedremo se la P.A. sarà in grado di fagocitare anche l’imminente riforma della dirigenza e se, come qualcuno anticipa, fioccheranno i ricorsi di fronte alla Corte Costituzionale. In ogni caso, rischiamo di perdere tempo prezioso. E le lancette corrono veloci.

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Ma i burocrati sognano pecore elettriche?

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Dopo l’approvazione la scorsa estate della cosiddetta “legge Madia”, arrivano i decreti attuativi sulle diverse componenti della riforma. I dirigenti pubblici, in particolare, sono da mesi in trepidante attesa del decreto che cambierà sensibilmente la loro disciplina di riferimento. Aspetti positivi e negativi sulla questione dirigenza e sulla riforma in generale sono ormai noti, sebbene il dibattito sia sostanzialmente rimasto confinato fra gli addetti ai lavori e non sia quasi mai stato oggetto di un vero approfondimento nelle diverse agorà pubbliche: semplificando al massimo possiamo dire che da una parte si sostiene che la riforma modernizzerà la P.A. rendendola più efficiente e meno sclerotizzata, puntando in primis sul rinnovo dei dirigenti, mentre dall’altra si oppone il fatto che la riforma sia in realtà un mosaico di mini-correttivi poco incisivi e che la precarizzazione della dirigenza sia fattore di pericoloso squilibrio nei rapporti fra macchina pubblica e cittadini. C’è un aspetto, tuttavia, da sempre sotto il tappeto, di fatto dimenticato da parlamentari, operatori e stampa, che fa riferimento all’elemento cognitivo e comportamentale.

Spesso gli architetti delle riforme pongono grande attenzione – e correttamente, aggiungo – ai destinatari delle politiche, ovvero i cittadini, trascurando, però, che quelle riforme e quelle politiche non si attueranno magicamente per il solo fatto di averle annunciate o scritte su carta. Esse vanno implementate, fatte vivere e rese operative per produrre effetti. Lasciando da parte il tema scottante del drafting legislativo, ovvero di come vengono scritte le leggi, quel che raramente viene messo in conto è che la fase di messa in opera si regge sulle singole persone che compongono i vari pezzi della macchina pubblica: l’approccio riformistico, invece, si basa immancabilmente sull’assioma tutto razionale per cui se la legge dispone che quegli eventi dovranno realizzarsi, essi si realizzeranno. È il piccolo mondo antico dell’homo juridicucs, per cui la realtà è governata dalla norma ordinante e dalle sanzioni per il suo mancato adempimento. Il resto? Se la sbrighino i burocrati. I quali, naturalmente, ci mettono del loro ad ingarbugliare la matassa, ma che in moltissimi casi si trovano a dover dare applicazione a norme contorte e contraddittorie, sulle quali sono intervenute tante e diverse manine. Il punto, in altre parole, è che nell’immaginario della politica, dell’informazione e della pubblica opinione – ed anche in quello della stessa burocrazia, perché no? – impiegati, funzionari e dirigenti pubblici sono poco più che automi, per i quali sarà sufficiente premere il bottone perché si attivino e agiscano secondo i desiderata espressi ai piani alti.

Non funziona così, o almeno non sempre. E, sia chiaro, non funzionano automaticamente neppure i tanto decantati incentivi economici ai “meritevoli” se gettati in un deserto motivazionale e di perdita di senso dell’appartenenza all’organizzazione. Non casualmente, infatti, è ormai riconosciuto dalla comunità scientifica che il controllo fine a sé stesso non crea un clima comunitario e di condivisione ma, al contrario, disaffezione e disimpegno: se pensiamo alla gestione mediatica del caso dei “furbetti del cartellino”, che sciaguratamente ledono l’immagine e la reputazione di tanti che il loro dovere lo fanno, è facile capire che siamo anni luce dalla comprensione di come gestire certi fenomeni, che vanno impediti con strategie di prevenzione, non solo sanzionati. Un po’ come gli androidi Nexus 6 nel “Blade Runner” di Ridley Scott (“Do androids dream of electric sheep”, il titolo del romanzo di Philip K. Dick da cui venne tratto il film), anche i burocrati hanno emozioni, sentimenti, ambizioni, bisogni motivazionali, simpatie o antipatie, dai quali è non solo inutile, ma dannoso prescindere. Trattare un’organizzazione gigantesca, caotica, multipolare come la pubblica amministrazione come una enorme catena di montaggio di stampo fordista è semplicemente improduttivo, proprio perché la P.A. di riforme ha disperatamente bisogno: anche e soprattutto di riforme organizzative e di gestione delle dinamiche interne. Tuttavia, finché esse verranno scritte con un pregiudizio tutto ideologico, la macchina non potrà che correre col freno tirato. Non dimentichiamo che, a dispetto della vulgata corrente, le amministrazioni pubbliche macinano e macinano parecchio: che accadrebbe se chi ci lavora fosse finalmente considerato come persona e non come un mero replicante?

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