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Vi racconto la guerra dei rifiuti a Roma

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L’esordio della nuova Giunta pentastellata di Virginia Raggi non è stato dei migliori. Pesa, infatti, come un macigno la gestione traballante della vicenda rifiuti che ormai sta raggiungendo livelli non degni della Capitale di questo Paese. Mentre cominciano a circolare sui social network foto di gabbiani che divorano roditori in strada, l’aria si fa sempre più pesante. E non solo per il fetore che ormai appesta le strade romane. È in corso un vero e proprio duello all’arma bianca fra la neo assessora all’Ambiente Paola Muraro ed il dimissionario presidente di AMA, Mauro Fortini, che non risparmia colpi di scena quotidiani. I giornali ormai hanno addentato il boccone delle passate consulenze di Muraro che replica minacciando di dossier scottanti tenuti nei cassetti (perché, poi, non vengano tirati fuori è un mistero) e che, con poco garbo istituzionale, affida la sua replica al blog di Beppe Grillo. L’opposizione, molto poco sobriamente, le appiccica il nomignolo di “Assessore Milioncino”. È guerra totale, insomma, mentre ai cittadini non resta che fare lo slalom fra i rifiuti abbandonati per strada. C’è da sperare, naturalmente, che la stessa foga che tutti gli attori impegnano nelle polemiche d’agosto possa essere profusa nel trovare una soluzione responsabile allo scempio di Roma. Uno scempio, è bene ricordarlo chiaramente, che non vede nessuno esente da colpe.

Non le forze politiche, di qualsiasi schieramento, che non sono riuscite e non riescono a tenere in piedi un sistema di gestione dei rifiuti urbani efficiente e trasparente, per il quale i cittadini pagano tasse alte. Non l’AMA che, aldilà di singole responsabilità, ha purtroppo mostrato negli anni di non saper trattare con modalità efficaci la sua missione aziendale e, allo stesso tempo, adottare politiche del personale pienamente trasparenti e meritocratiche. In gran parte non siamo innocenti neppure noi: i cittadini di Roma, sempre pronti a stracciarsi le vesti indignati e a condannare senza appello la politica, la burocrazia, l’informazione, tollerando l’intollerabile e, salvo pochi benemeriti casi, tirare a campare. Sarebbe da chiedersi da dove spuntino i rifiuti in strada, le discariche abusive, le cataste di sacchi di materiali e residui alimentari sui marciapiedi dei negozi, dei bar, dei ristoranti. Insomma, un bubbone pronto ad esplodere. In questo quadro desolante, tuttavia, è stucchevole l’accanimento sulla persona. Fino a prova contraria chiunque, inclusa Paola Muraro, ha il diritto di rivendicare la propria correttezza ed onorabilità. E se opposizioni e stampa hanno il dovere di chiedere spiegazioni, su tutti grava l’onere di non trasformare una questione di interesse generale in una zuffa da cortile. Andrei oltre, però, domandando se esista, aldilà dei nomi e delle responsabilità di Tizio o Caio (su cui, come si dice in questi casi, faranno luce le autorità competenti), un piano articolato di proposte concrete e attuabili sul come affrontare la questione rifiuti a Roma. E farlo in modo strutturale e non emergenziale. Sulla questione dell’azienda dei rifiuti, oggetto della contesa di queste settimane, si legge nelle linee di governo della Sindaca, presentate nei giorni scorsi, che “è necessario intervenire con un programma di efficientamento prevedendo l’adozione ed introduzione di un modello organizzativo di compliance a cui si devono attenere Dirigenti e Quadri e Funzionari aziendali, ove per compliance si intende la verifica di conformità del modello organizzativo a leggi, norme, regolamenti (esterni ed interni), contratto di servizio con Roma Capitale, carichi di lavoro, etc. nella erogazione dei servizi”.

Ecco, va bene chiedere che AMA rispetti le norme, ci mancherebbe altro, ma come evitiamo che l’azienda sia preda di dinamiche di potere e spartitorie? Come facciamo sì che si ponga al livello delle analoghe organizzazioni in Europa? Correttamente si prevede nel programma di marciare su prevenzione e riduzione dei rifiuti, raccolta differenziata e riciclo, monitoraggio e controllo: è necessario, tuttavia, intervenire sul piano organizzativo e sulla corretta impostazione dei rapporti con il Comune, senza crociate o assalti alla baionetta, ma mettendo in campo una visione di quel che vogliamo sia la città fra cinque anni. Le baruffe di piccolo cabotaggio hanno fatto il loro tempo: Roma non può davvero più permettersele.

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SOS Roma: quel clima da “finestre rotte”

AAEAAQAAAAAAAAeyAAAAJDhhMmVmYWJkLTEwYTQtNDcwYy04MzBlLWJkOWM5MDllNGE1YwNoi Romani siamo ormai abituati a tutto. Rassegnati al caos, al lassismo, al disprezzo delle regole minime della convivenza civile. Ci conviviamo, ne siamo sfiancati e, in fondo, complici: non si spiegherebbe altrimenti la differenza abissale che separa Roma dalle altre capitali europee in termini di vivibilità, servizi, mobilità. Basti ricordare, ad esempio, come a Roma la concentrazione dei mezzi privati sia impressionante: secondo il Censis (dati 2015) all’enorme parco circolante (2,5 milioni di veicoli, di cui 1,9 di automobili) corrisponde un tasso di motorizzazione (856 veicoli ogni 1.000 abitanti), che non ha eguali tra le grandi capitali europee. Inutile negare che il disastro romano sia anche una delle cause che ha visto la schiacciante vittoria del Movimento 5 Stelle nelle ultime elezioni e che devono arrivare in fretta delle risposte su tanti fronti, primo fra tutti quello dello smaltimento dei rifiuti, soprattutto alla luce degli inquietanti episodi che hanno visto protagonisti dei ratti, anche in pieno centro. Quel che lascia davvero perplessi, tuttavia, è che le prime indicazioni pervenute da alcuni membri della Giunta Raggi sembrano, a dir poco, bizzarre. Se ha destato curiosità quanto ha dichiarato l’Assessora all’ambiente del Comune di Roma, Paola Muraro, circa la vera causa degli ingorghi di traffico a Roma, ovvero i pedoni indisciplinati che attraversano in mezzo alla strada (reale vizietto di romani e turisti, per carità), è stata eclatante la gaffe del neo assessore al Commercio,Adriano Meloni. Meloni, infatti, a margine di un convegno, ha sostenuto, a proposito degli ormai arcinoti camion bar 24 ore sparsi su tutto il territorio cittadino, che non si può eliminarli e basta, perché, in fondo, assolvono ad alcune funzioni, come quella di dissetare romani e turisti, specie con questo caldo. Nel rimandare alla storia di questi camioncini a quanto ricorda testardamente il blog “Roma fa schifo”, penso che qui si pecchi di ingenuità e che, prima di fare dichiarazioni che ringalluzziscano l’affollato club degli appartenenti alla bancarellopoli romana, occorrerebbe contare fino a dieci, leggersi i pregressi e poi trovare proposte condivise con la cittadinanza. Premesso che Roma è ancora costellata di tante fontane storiche e – sempre meno, purtroppo – dei celebri “nasoni” che andrebbero rimessi in sesto, è evidente che la situazione sia sfuggita di mano. Basta fare una passeggiata nel centro della città e nei dintorni della Stazione Termini per vedere come pullulino, oltre ai camion bar (regolarmente in possesso di licenza, sia chiaro), bancarelle improvvisate di ogni tipo: siamo all’ambulantato incontrastato, in cui si mescolano problemi di decoro, sicurezza, lavoro irregolare, regolamentazione del commercio e lotta alla contraffazione. Il clima da suk che si respira nella Capitale è ormai da troppo tempo divenuto insostenibile e alimenta un circolo vizioso tipico da fenomeno delle “finestre rotte”. Vedere ogni giorno, in una città che potrebbe e dovrebbe essere il fiore all’occhiello dell’Italia, che le regole possono essere impunemente violate non fa che estendere la sensazione che è possibile farlo sempre e comunque. Rifiuti in strada, parcheggi sui marciapiedi, stazioni metro abbandonate con l’oscurità, scritte e “street art”, centurioni non sono che le normali conseguenze di questo silenzioso ma costante incoraggiarsi al menefreghismo tipico di questa città. E se ci sono realtà di auto-organizzazione civica, come la benemerita Retake, il problema sembra impossibile da aggredire. Il “brutto” è tremendamente contagioso. Qualunquismo? Forse. Ma se i romani sguazzano nel lassismo, Roma non merita di precipitare nelle classifiche mondiali. La Capitale d’Italia è il biglietto da visita di un Paese: credo sia opportuno che i membri della nuova Giunta, cui va certamente dato il tempo di prendere le misure e studiare i dossier, lo ricordino ogni giorno del loro mandato. Risparmiandoci, se possibile, dichiarazioni improvvisate.

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Ce lo meritiamo Alberto Sordi!

Tutti contro Ignazio Marino, l’allegro chirurgo, come ormai viene definito. Cittadini indignati e stufi di una città invivibile, giornali nazionali e internazionali (ah quelli poi) che impietosamente rendicontano un quotidiano sfacelo della città, i social network infuriati, la politica, anche quella dei presunti amici. Non basta l’onestà del Sindaco, ripetono in coro, ma serve chi possa prendere in mano un declino che pare inarrestabile e correggere la rotta. Io, personalmente, non avevo votato Marino alle primarie, augurandomi però che si intervenisse su alcuni temi simbolo, fra i quali il celebre “mostro” della sopraelevata romana. Ma cosa si deve rimproverare a questo Sindaco nei due anni e rotti di consiliatura? Tutti a gridare contro la politica maneggiona ed è stato eletto un Sindaco odiato trasversalmente da tutti i professionisti della politica. Tutti a cercare col lanternino un politico onesto e non inquisito ed ora l’onesta personale è un fastidioso orpello. Tutti a stracciarsi le vesti per una città modello suk (io per primo) e la pedonalizzazione dei Fori o aver cacciato gli orribili camion bar dal centro storico sono boiate populiste. Ma noi romani siamo fatti così, ce lo ricorda il Belli: “Bast’a ssapé cc’oggni donna è pputtana, e ll’ommini una manica de ladri, ecco imparata l’istoria romana”. Chi se ne frega se Roma è una macchina di una complessità da far tremare i polsi, una città fatta di stratificazioni di storia, architettura, urbanizzazioni, un tesoro a cielo aperto che ha bisogno di un governo di lunga visione e di un corpo sociale che sia consapevole del suolo che calpesta. La soluzione è sempre un’altra: verrebbe da urlare, come Nanni Moretti nel bar, che ce lo meritiamo Alberto Sordi. Una cosa è certa: come non possiamo aspettarci miracoli da Marino, se vediamo in Marino il salvatore o, peggio, il responsabile dello sfascio, è altrettanto inutile e smaccatamente populista augurarsi l’avvento dell’uomo o della donna della provvidenza, che abbia le ricette pronte in tasca per fare di Roma una capitale europea. E poi: cambiare Marino per fare cosa? Per quale progetto? Con quali idee? Sulla base di quale visione per una capitale del XXI secolo? Facile parlare, come fa Salvatore Merlo, di “luogocomunismo moralizzatore”: tutti sulla carta vorremmo una città più bella, più funzionale, più vivibile. Allo stesso tempo, però, facciamo sostanzialmente come cazzo ci pare, del tutto incuranti dell’effetto delle nostre azioni, pronti, quando ci gira, a ergerci noi stessi moralizzatori del bene pubblico. Eh no, così non va. Se la macchina amministrativa romana è inquinata, come racconta il Prefetto Gabrielli, si prendano le opportune contromisure con raziocinio, con visione amministrativa e politica, senza ululare alla luna. Non piace come Marino e la sua squadra governano Roma? Ma voi, di preciso, cosa ne sapete? Avete letto le carte? O vi formate un giudizio sulla base di un tweet? Se le aziende municipalizzate spesso traballano, ricordiamoci che nei decenni sono state infarcite di nostri (sì, nostri) amici e parenti grazie alle spintarelle dei politici che noi (sì, noi) abbiamo eletto e rieletto a Roma. Se le strade sono ridotte peggio di una mulattiera di montagna, qualcuno una qualche responsabilità ce l’avrà. È colpa di Ignazio Marino? Ci siamo noi in tutto questo, inutile nasconderlo. Ha certamente ragione Christian Raimo quando dice che “fare politica a Roma in nome del degrado e del decoro vuol dire non aver presente che la “riparazione” che occorre a questa città non è un belletto, ma una cura radicale. Fatta di trasformazioni profondissime, infrastrutture serie, investimenti massivi, e soprattutto visione politica e scelte di lungo respiro, che si giocano sui trasporti, sui rifiuti, sul consumo del suolo”. Allo stesso tempo, siamo in emergenza e con questa emergenza devono fare i conti tutti i pezzi di Roma. Marino lo hanno portato al Campidoglio gli elettori e va giudicato sulla base dei risultati di una consiliatura. In una democrazia sono gli elettori che mandano a casa chi non ha lavorato bene: non certo i giornali o i partiti o, tantomeno, l’indignazione del momento.

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Caro (aspirante) Sindaco di Roma ti scrivo

Stasera sono tornato da sei giorni in giro tra Bruxelles e l’Italia, sbarcando con un Frecciarossa alla Stazione Termini di Roma verso le 19 di sera. Quel che per l’ennesima volta ho trovato all’uscita della Stazione Centrale e negli immediati dintorni è uno spettacolo desolante. Che spaventa letteralmente. Allora mi sentirei di chiedere una cosa al Sindaco di Roma e agli aspiranti Sindaci, che pare si affronteranno nelle primarie delle due principali coalizioni: fatti salvi tutti gli immensi problemi che la Capitale porta con sé (e che non provo neppure ad enumerare), ci sarà fra costoro qualcuno che avrà la volontà, la visione, la capacità di comprendere che è necessario un biglietto da visita perlomeno decente per presentare la Città Eterna a viaggiatori e turisti? D’altronde “Roma è la nostra casa. Rispettiamola” recita un singolare poster a cura di Roma Capitale!

Intanto, schivati i nugoli di taxisti abusivi che ti abbordano di soppiatto, all’uscita principale di Via Giolitti l’incauto viaggiatore che trascina bagagli non ha il piacere di trovare scivoli all’attraversamento pedonale. Se il povero turista è un venerabile vegliardo o una persona con disabilità motoria, meglio si faccia il segno della croce.

Non manca poi il piacere, avventuratisi in lugubri porticati degni de “L’Esorcista”, di fare lo slalom – letteralmente – in un vivace suk in cui si vende di tutto. Tutto contraffatto, tutto illecito, tutto nel caos più totale. Controlli? Zero.

Pazienti, svicolate qualche montagna di immondizia (o di merce accatastata, non è dato sapere) e all’attraversamento pedonale fate un cenno di saluto alla inossidabile coppia di senza casa che hanno eletto il marciapiede fra Piazza dei Cinquecento e Piazza della Repubblica come la loro magione.

A questo punto, sconsiglierei vivamente chi deve dirigersi verso il centro di entrare in quel Triangolo delle Bermuda che si trova dietro le oramai quarantennali baracchette-librerie lungo Via delle Terme di Diocleziano e lungo le quali c’è un floridissimo mercato di battuage maschile a partire dal pomeriggio. Evitare fango, escrementi e cocci di bottiglia. Ricordo solo che trova posto in questo spazio il monumento ai caduti di Dogali, eretto proprio per ricordare i 500 (da qui prende il nome la Piazza della Stazione) italiani che parteciparono alla battaglia di Dogali nel 1887.

Ah. Non prendete la Metro, è leggerissimamente inagibile. Meglio arrivare a Piazza della Repubblica, splendida area le cui ali sono pedonalizzate. Meglio, dovrebbero esserlo. In realtà sono dei parcheggi, notte e dì. Controlli? Zero.

Il piccolo viaggio del turista finisce qui. Facciamoci una birra nel salotto di Via Nazionale. Però la domanda resta: caro (futuro) Sindaco, che facciamo?

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E che cavolo!

Ultimi scampoli di vacanza ogliastrina. Sole e mare in abbondanza, c’è solo l’imbarazzo della scelta di una fra le tante e splendide spiagge nei dintorni di Tortolì. Splendide, sì, ma maltrattate. Nella incantevole spiaggetta della Cartiera, dietro il porto, in due minuti raccolgo una busta di spazzatura varia (in foto): plastica, mozziconi di sigaretta, tappi, cartacce varie, bottiglie e perfino un paio di sandali ormai incartapecoriti! Colpa di chi? Turisti? Locali? Il Comune? Non lo so, ma la rabbia è tanta. La gaffe di Giuliano Amato di qualche giorno fa non rende giustizia ad una delle regioni più belle d’Italia, alla sua storia ed alle sue tradizioni, insudiciate dalla vergogna della Costa Smeralda (Costa Troppo, l’hanno rinominata degli anonimi vandali con la casacca di Robin Hood), ma la salvaguardia delle preziosissime ed insostituibili risorse naturali sarde deve essere massima. Non siamo ad Ostia Beach

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La sindrome cinese (de noantri)

Non è che giornali e televisioni ne abbiano parlato assai, probabilmente impegnati con ragazzine massacrate e alchimie politiche fra responsabili e futuristi: l’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria (IAP) ha dichiarato che la pubblicità del Forum nucleare italiano (di cui avevo diffusamente parlato qualche tempo fa) non è conforme agli articoli 2 e 46 del Codice di Autodisciplina della comunicazione e ne ha ordinato pertanto la cessazione, perché si tratta di una pubblicità ingannevole. Insomma, le imprese che si stanno dando da fare per entrare nel profittevole campo del nucleare italiano, dicono coloro che assicurano la corretta applicazione del Codice della Comunicazione Commerciale, hanno messo in onda una pubblicità che non faceva corretta informazione su un tema delicatissimo come quello dell’energia nucleare. Chiaro? Il Ministero competente, vista anche la tragedia giapponese ed i rischi di radiazione in corso laggiù, interverrà sicuramente. Spero.

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Un mare di merda

Ma voi lo sapete che significa percolato? Si tratta del “liquido che si forma in una discarica esposta all’azione di acque meteoriche” (dal Devoto Oli 2011): merda tossica allo stato puro, insomma. Questo liquido, sembrerebbero attestare le intercetteazioni, sarebbe stato tranquillamente versato nel mare del napoletano, con gravissimi rischi per la salute pubblica e l’ambiente. In realtà, dopo aver letto Gomorra, nulla di nuovo, se non che gli sversatori in questo caso sarebbero uomini e donne delle istituzioni. Nessuna sorpresa, dopotutto, sullo stato penoso delle acque della costa che da Roma scende al Sud, lungo chilometri e chilometri di spiagge violate dal cemento abusivo, da ristoranti venuti su dal nulla, da stabilimenti ai limiti della legalità, da seconde e terze case edificate da fantasmi e che resistono in spregio a qualsiasi vincolo di tutela del terrtorio. L’Italia del cemento va a braccetto con l’Italia delle acque al veleno, unita nello sfruttamento delle risorse primarie del Paese, alla faccia di leggi e buon senso. E c’è chi si arrabbia se lo diciamo all’estero…

Meno scalpore ha fatto l’incidente di Porto Torres, in Sardegna, dove lo scorso 11 gennaio, nel porto industriale di Porto Torres, sono stati sversati in mare circa 18 mila litri (18.000!) di olio combustibile. Per carità, con tutto quello che contengono i nostri mari, si tratta di poca cosa, ma è stupefacente come ormai, evidentemente anestetizzati, si sia abituati a tutto. Credo che, paradossalmente, la società globalizzata sia una delle migliori alleate delle peggiori nefandezze: semplicemente non ce la si fa, ci si dovrebbe indiginare ogni 15 minuti per fattispecie diverse e non ne abbiamo tempo e voglia. Dobbiamo lavorare, qualcuno di lavori ne ha due, abbiamo l’affitto (magari in nero), va ricaricato il telefonino, ché c’è quell’ultima vantaggiosissima offerta, e domani scade la rata della macchina che un po’ non posso stare senza perché i mezzi pubblici si sa come funzionano e dall’altra metallizzata è proprio bella. Navighiamo nel mare della globalizzazione. Di merda.

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