Archivi tag: Responsabilità Sociale

Dal Sultanato con amore

Il signore che su Twitter invoca un repulisti per decesso dei dipendenti pubblici meno giovani a seguito di un articolo sul Corriere citato dal conduttore di 24 Mattino non è un Mario Rossi qualsiasi. E’ Chief Economist della Oman Investment Fund (OIF), organismo completamente finanziato dal Ministero delle Finanze del Sultanato. E’ stato Executive Director in Goldman Sachs, Senior Economist alla Banca Centrale Europea ed ha lavorato al Fondo Monetario Internazionale. Ecco, aldilà dell’augurio cui si può rispondere con robuste dosi di gesti apotropaici, l’OIF non ha nulla da dire sul suo dirigente? Esiste un codice etico dell’organizzazione? Un prestigioso cv non dovrebbe accompagnarsi ad un approccio misurato alle questioni? O, perlomeno, non da Bar dello Sport? Tutto a posto, insomma?

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Fiorello, il signor Mario e poi?

Torno malvolentieri sulla storia dell’incidente di Fiorello, che lo ha visto coinvolto alcuni mesi fa. Ci torno malvolentieri perchè a me Fiorello, che trovo artista completo, sta davvero molto simpatico. La mia riflessione, tuttavia, riguarda l’evento che lo ha visto protagonista e il ruolo che, volente o nolente, rivestono personaggi molto amati dal pubblico. Del fatto in sé si è ampiamente parlato: una imprudenza che è costata cara sia allo showman che al signor Mario, il pedone investito che Fiorello – va detto – si è subito premurato di contattare e andare a trovare. Il punto è che se di imprudenza si è trattato, di imprudenze del genere in Italia se ne commettono sin troppe: a causa di una vera e propria incultura della strada, accompagnata da una sostanziale assenza di vera pena per chi si macchia di quello che possiamo definire omicidio stradale, il clima generale è quello tipico del peggior malcostume italico: tutto passa. No, non è così. Non lo è per chi ha perso qualcuno sull’asfalto o per chi porterà per sempre su di sé il segno della disattenzione o della noncuranza di chi si trovava alla guida. Ricordo che, secondo i dati Istat, nel 2012 si sono registrati in Italia 186.726 incidenti stradali con 3.653 morti e 264.716 feriti: un bollettino di guerra. E arriviamo al secondo punto. Se sei uno dei più amati personaggi dal pubblico di tutte le età, mi aspetto che tu dica qualcosa, Fiorello. Chi riceve tanto, deve anche dare tanto: mi piacerebbe una parola su quello che è successo, delle scuse agli Italiani che tanto amano uno dei personaggi più bravi e accattivanti del mondo dello spettacolo. E sarei felice se Fiorello facesse tesoro di questa esperienza negativa e che magari si adoperasse per dare un suo contributo alla lotta contro un certo modo di affrontare la strada: penso a quanto potrebbe essere importante, ad esempio, parlare ai giovani e spiegare come una stupidaggine possiamo farla tutti e che, tuttavia, potrebbe essere l’ultima. Immagino non sia facile e credo che non sia una passeggiata dimenticare quello che è accaduto: ma se è un errore accanirsi contro chi ha fatto uno sbaglio, sarebbe davvero uno spreco non assumersi fino in fondo le proprie responsabilità di fronte al proprio pubblico e provare a tirar fuori qualcosa di buono da quel maledetto sbaglio.

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Prato, Bangladesh

 Sulla terribile tragedia di Prato ci sarebbe molto da dire, a partire dalla dichiarazione del Ministro del Lavoro Giovannini che ha denunciato i tagli della spending review che hanno limitato la possibilità di condurre le ispezioni sul territorio. Ma, a monte di ogni considerazione, resta la nostra personale ed individuale responsabilità di consumatori: sappiamo bene come vanno le cose, sappiamo tutto. Semplicemente, non ce ne importa. Nelle mani di milioni di acquirenti risiede un potere immenso, ma talmente frammentato che viene di fatto sovrastatao da campagne pubblicitarie milionarie che orientano, dirigono, comandano (anche grazie a compiacenti testimonial). E di questo sereno menefreghismo collettivo approfittano sistemi di caporalato e di sfruttuamento industriale che producono incidenti in tutto il mondo, dal  Rana Plaza in Bangladesh ai cortili di casa nostra, per produrre merda a basso prezzo. Che a volte si vende nei sottoscala, a volte è addirittura esposta sugli scaffali delle griffe, con prezzi artatamente scandalosi: e che sempre merda rimane. D’altronde, per capire basta dare un’occhiata a questa tabellina, magari sostituendo Bangladesh con Prato, Italia.

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Anche i #guerrieri, nel loro piccolo, si incazzano

Posso dirlo? A me questa campagna non è piaciuta fin dal primo momento. La mia percezione immediata, a pelle, è stata quella di un reazionarismo orwelliano strisciante. Non voluto, magari, ma presente. La gente comune, con facce e sembianze da prigionieri da campo, che vive in una terrificante società fatta di difficoltà e di sfighe e che non ha via d’uscita se non quella di combattere per sopravvivere, ma senza speranza di cambiamento reale. Enel offre la sua energia per andare avanti, lottare insieme e vincere: “raccontaci la tua storia e condivideremo insieme sfide, fatiche e speranze”. Insieme? Vincere? Ma vincere cosa? Alla iniziale irritazione aggiungete una campagna martellante in televisione, sui giornali, alla radio e persino su Twitter (con post sponsorizzati!) e la frittata è fatta: repulsione allo stato puro.

Secondo Enel #guerrieri è “un’iniziativa che ti permette di far sentire la tua voce. Cerchiamo i #guerrieri del quotidiano (ma per fare cosa, di grazia?). Quelle persone che, tra mille difficoltà, stringono i denti e vanno sempre avanti. Che sia sul posto di lavoro, in famiglia, nel volontariato, che sia in risposta a una malattia o a un problema economico, i #guerrieri non mollano”. Ma io non faccio la guerra, al massimo lavoro. E la guerra contro chi? Chi diavolo è il mio nemico? E non contenta, diabolicamente perseverando, Enel aggiunge che si tratta di uno storytelling (sic!) che prevede anche dei seguaci: “tu puoi diventare Seguace delle storie che ti piacciono. In questo modo potrai sostenere altri #guerrieri che lo meritano, in uno spirito di collaborazione, più che di competizione: la lealtà è una caratteristica importante dei #guerrieri”. Una via di mezzo fra il Gladiatore e Dolce Remi, insomma.

In sostanza: le menti che hanno dato vita a questo messaggio ci mandano a dire che non c’è niente da fare: dovete soffrire, soffrire e soffrire, e l’energia per schiattare ve la diamo noi, tanto non andate da nessuna parte. Peccato, a voler essere puntigliosi, che Enel l’energia non ce la regali, ma ce la venda: non si capisce, insomma, quale sarebbe lo spirito di condivisione con cui una grande azienda promuova questa sorta di fratellanza degli schiavi. E poi, a volerla vedere in un’ottica di responsabilità sociale, che ne sappiamo noi di cosa fa davvero Enel, di quali accorgimenti usa per tenere in debito conto le aspettative dei suoi stakeholder, lavoratori e clienti? Cosa ci trasmette con questa campagna? Che livello di coinvolgimento c’è rispetto alle dinamiche interne dell’azienda? Zero: sta alla finestra a vederci sgobbare. C’è sul piatto un mero marketing che sta diventando, anche alla luce delle voci di costruzione artificiosa della rete di sostenitori, un clamoroso boomerang. Dopo Barilla ed Enel, forse è ora che alcune aziende comprendano che consumatori e cittadini, soprattutto in tempi di crisi profonda, non sono disposti a bersi qualsiasi cosa tutto d’un fiato e che possono anche girargli le scatole. Anche i #guerrieri, nel loro piccolo, si incazzano.

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Il gioco delle coppie. Omo

Mentre mi trovavo l’altra sera a cena da uno dei miei più vecchi e cari amici assieme al suo compagno e gustavo un’abbondante calamarata, pensavo alla questione dei diritti civili delle coppie omosessuali (e dei singoli, naturalmente) in questo Paese. E pensavo, tra una forchettata e l’altra, come inevitabilmente la discussione del vero tabù, su cui probabilmente si giocherà parte della partita elettorale nel 2013, sia impostata quasi sempre in termini puramente ideologici (religiosi, prevalentemente). Diverte, in fondo, vedere come in tanti ci si nasconda dietro un dito per non volere ammettere la possibilità che due persone dello stesso sesso si sposino: se è tutto un dichiarare che “nella vita privata ognuno fa come gli pare”, il matrimonio gay rappresenta ancora le Colonne d’Ercole della civiltà.

Ecco, solo per entrare nel blob politico di riferimento entro il quale si discutono i temi relativi all’omossessualità, un breve sunto delle posizioni espresse a destra e manca dell’arco costituzionale. Il Sindaco di Roma non ha esitazioni nel proclamare che “dobbiamo dire no a queste cose che sono contro la vita e contro la natura di Roma” (addirittura contro la Capitale!), mentre un moderato Calderoli si limitava ad osservare  che “Pacs e porcherie varie hanno come base l’arido sesso e queste assurde pretese di privilegi da parte dei culattoni sono fuori luogo e nauseanti”. Per un Casini (Carlo) che dichiara che il problema è la “generazione”, dato che le coppie omosessuali non possono avere figli naturali (il timore è addirittura l’estinzione della specie umana), c’è una Rosy Bindi che si appella niente di meno che alla Costituzione (“in questo Paese c’è la Costituzione. Il matrimonio è un istituto che è stato pensato storicamente per gli eterosessuali. Potreste avere più fantasia per inventarne uno vostro”). Per un Buttiglione che giudica ”moralmente sbagliato, come non pagare le tasse” essere gay, c’è una Maria Pia Garavaglia che pensa che i veri problemi del Paese siano altri. Per una Mussolini che orgogliosa dichiarava che è meglio essere fascista che frocio, si staglia, su tutti, ancora una volta Silvio Berlusconi che sentenziava soddisfatto: “Qualche volta mi capita di guardare in faccia una bella ragazza, ma è meglio essere appassionato di belle ragazze che gay”. E se chi, nel governo tecnico, evidenzia il suo no ai matrimoni tra omosessuali, ma pone attenzione ai diritti delle persone (ma sposarsi non è un diritto?), c’è un Casini, quello “vero”, che vede il matrimonio tra persone dello stesso sesso come “un’idea profondamente incivile, una violenza della natura sulla natura”. L’oscar, tuttavia, va ai 173 parlamentari del Popolo della Libertà (quanta involontaria ironia!) che hanno dichiarato in un documento che non si può ”svuotare l’istituzione del matrimonio, attribuendo a unioni affettive, anche omosessuali, un riconoscimento giuridico analogo a quello matrimoniale”, perché vogliono “una società ispirata a valori ben fondati nella nostra tradizione culturale e nella Carta Costituzionale” e per questo si oppongono “a qualsiasi tentativo di decostruzione (sic) della famiglia basata sul matrimonio, che resta il cuore della eccezione italiana”. Alla faccia dell’amore che vince sempre sull’odio.

Insomma, una paura assolutamente trasversale, atavica, feroce nella sua brutale semplicità, senza volere (o potere) neppure immaginare che due persone possano condividere affetti, speranze e progetti di vita e che vogliano che la comunità riconosca loro, chiaramente ed univocamente, la stessa dignità concessa ad altre coppie, solo anatomicamente differenti, anche attraverso la forma tangibile, espressa del matrimonio. No. No a prescindere, senza appelli. In questo paradossale gioco delle coppie (omo), la reale, inconfessabile angoscia la svela chiaramente il rottamatore Matteo Renzi: “Il vero problema sono le adozioni”. In una visione che potrei definire vittoriana, gli omosessuali non hanno prole, quindi hanno meno doveri e, per conseguenza, meno diritti delle coppie etero. Il timore profondo che alberga nei cuori delle donne e degli uomini timorati è che se una coppia omosessuale adotta un bambino o una bambina, per emulazione o per vero è proprio contagio da infezione diretta quel bambino o quella bambina diventerà certamente gay. Ma qualcuno degli strenui difensori della famiglia uomo/donna si è mai fermato a riflettere da dove vengano fuori i figli i le figlie gay? Da quelle famiglie naturali o da sotto un cavolo? E se magari da una coppia gay uscisse fuori un figlio etero? In attesa di risposte, la calamarata era ottima.

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CSR e disabilità: ne parliamo a Madrid

E’ una bella scommessa quella tentata dalla Fondazione ONCE di Madrid che, grazie ad un finanziamento europeo, ha coinvolto Italia, Francia e Spagna, con attori diversi, nella prima rete europea sulla responsabilità sociale d’impresa e la disabilità (CSR+D). Sono due temi assai rilevanti e che possono trovare importanti punti di convergenza, partendo da una domanda molto semplice: è possibile, nel quadro della tutela e promozione dei diritti delle persone con disabilità, così come sancito dalla Convenzione ONU del 2006, immaginare meccanismi che portino le imprese a fare di più e meglio a favore del tema disabilità? Per l’Italia, sotto il coordinamento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ne stiamo ragionando nei termini di clausole sociali per gli appalti pubblici a favore, in particolare, delle persone con disabilità e speriamo di arrivare a risultati concreti. Lunedì 23 dalle ore 10 qui in diretta l’evento di lancio.

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Regolette di civiltà

Addiopizzo, l’associazione antiracket Libero Grassi e Confindustria Sicilia fanno rete contro le collusioni tra imprenditori e mafia in occasione del ventennale dell’uccisione di Libero Grassi. Il Comitato Professionisti Liberi intitolato a Paolo Giaccone, un medico che nel 1982 fu ucciso perché si rifiutò di cambiare una sua perizia che inchiodava alcuni assassini, ha presentato recentemente il proprio Manifesto, redatto insieme a Libero Futuro e Addiopizzo: aprovato un decalogo di impegni che vanno oltre le norme penali e i codici deontologici per “affermare il principio della responsabilità sociale dei professionisti». E’ la famosa società civile.

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Se c’è fumo ci sarà anche arrosto?

E’ proprio vero: il mondo della responsabilità sociale si muove, sempre e comunque, presenza dell’attore pubblico o meno. Le imprese, in prima fila naturalmente le multinazionali, fanno a gara per dar conto di una modalità di fare affari che sia responsabile, etica e sostenibile. Sono passate – e passano ancora, qua e là – un paio di campagne di Ferragamo e del tonno Rio Mare che mirano dritte al punto: se Ferragamo Worldsupports socially responsible initiatives” (chissà perché ce lo dice in inglese), Rio Mare ci rassicura informandoci che “si impegna per una qualità responsabile nei confronti dell’ambiente e delle persone”. Bravò!

Andiamo a ficcanasare.  Ferragamo, sempre in inglese, ci fa sapere che, nel presentare la linea 2011 dei propri, che rappresentano uno stile di vita socialmente responsabile e sostenibile (il perché rimane avvolto nel mistero), una parte dei proventi sarà devoluta ad Acumen Fund, un fondo membro dell’ Aspen Network of Development Entrepreneurs (ANDE), unglobal network of organizations that invest money and expertise to propel entrepreneurship in emerging markets“. Ricconi illuminati e paternalisti, insomma. Traduco: facciamo un po’ di marketing sociale e poi si vedrà. Più articolato il messaggio di Rio Mare, che dedica una sezione del sito internet al tema della qualità responsabile e pubblica un rapporto 2011 “Qualità Responsabile” in sette capitoli, ognuno dei quali è dedicato alle diverse aree, o settori, nei quali l’azienda esprime il proprio impegno: pesca del tonno e tutela dell’ecosistema; rispetto dell’ambiente; rispetto delle persone; scelta e selezione delle materie prime; analisi e controlli; tracciabilità dei prodotti; nutrizione e benessere. Sembra un buon lavoro.

Bravi gli uni e scarsi gli altri? Non lo so, ma sono due esempi fra i tanti che testimoniano come chi fa business consideri determinante la propria immagine e/o la propria reputazione in un mercato che è sempre più complesso, stratificato e spesso indagato dai consumatori. A volte fumo, a volte anche un bell’arrosto, ma quello che ancora manca, credo, è il ruolo di garante della tutela dei consumatori (e delle aziende solidamente responsabili) da parte del pubblico, che insista, soprattutto, sulla qualità, veridicità ed intelligibilità delle informazioni offerte. Se c’è, batta un colpo.

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