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Tre gambe per il dopo voto

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A fronte del grande spazio riservato sui mezzi di comunicazione tradizionali, è assai probabile che in molti abbiano seguito e seguano con un certo distacco le vicende legate alla pronuncia della Corte Costituzionale sulla legge elettorale. Per non pochi Italiani il dibattito che incendia l’agone politico circa quando andare a elezioni è vissuto con assai scarso coinvolgimento: quelle formule alchemiche che regolano le norme elettorali, certamente fondamentali per decidere chi entra e chi resta fuori nel giro che conta, sono solitamente incomprensibili per i più, interessati a ricevere dalla politica risposte ai problemi concreti. In ogni caso, dato che siamo ancora in tempo in vista dello scontro alle urne, potrebbe trovar spazio un sommesso avvertimento, pacatamente e serenamente, come amava ricordare il Veltroni made in Crozza. I programmi della politica, per avere speranza di portare ad un qualche risultato, devono reggersi su alcune gambe.

La prima è fatta di buone idee e di proposte solide: inutile far proclami per propositi irrealizzabili. C’è sempre uno iato – anche notevole – fra una proposta e la sua concreta realizzazione finale, che sconta la famosa scatola nera in cui vengono frullate le politiche pubbliche. Tuttavia, l’irresponsabilità sfrenata può fare di quello iato un crepaccio in cui rischiare di precipitare. La seconda gamba sono, conseguentemente, delle forze politiche responsabili che, sulla base di proposte serie, riescano a condurle in porto seguendo due coordinate indispensabili: non perdere (troppo) tempo a farsi la guerra spasimando per un passaggio televisivo, affidandosi alla defatigante ripetizione di slogan e frasi fatte (su questo Donald Trump sta dando efficacissime lezioni di comunicazione, eventualmente rivolgersi lì), e saper parlare delle loro proposte al Paese, tenendo dentro quei pezzi di società su cui le politiche impatteranno. I sindacati, innanzitutto, e penso alla recente Via Crucis della riforma della Pubblica Amministrazione, condotta in solitaria avverso qualsiasi suggerimento o monito. Ma non solo. C’è necessità di farsi esegeti accorti, mutando i linguaggi e riguadagnando la capacità di spiegare i cosa, i come, i perché. Su questo Matteo Renzi, surclassando Berlusconi, ha fatto scuola, anche se non così bene hanno fatto altri rappresentanti del suo Governo. La terza – e ultima – gamba è sapersi servire in modo corretto delle strutture amministrative che devono tradurre quelle idee in pratica. Inutile qui riprendere temi noti e abbondantemente sviscerati sul perché la pubblica amministrazione (meglio, le pubbliche amministrazioni) funzionino come funzionano: eccellenze e carrozzoni; donne e uomini che danno l’anima e furbetti del cartellino; isole tecnologiche e montagne di carte. Il punto non è l’ennesima riforma, ma ricostruire un corretto rapporto fra la politica legittimata dal voto e la burocrazia che ha il compito di supportarla nella costruzione di scenari di lungo respiro e farlo con una visione che non si limiti alla gestione dell’oggi. Val la pena ricordarlo perché ad ogni cambio di Governo, e a maggior ragione con una nuova Legislatura, riparte una piccola grande rivoluzione organizzativa che dall’empìreo della politica si riverbera giù giù lungo tutta la filiera amministrativa.

Non siamo (ancora) allo spoil system, ci mancherebbe. Ma l’assestamento che segue una nuova configurazione del vertice politico di fatto rallenta, e in alcuni casi blocca, l’azione amministrativa, che molto spesso non può che attendere il nuovo quadro che verrà data. Nulla di patologico, ma una pratica da disbrigare velocemente e con le idee chiare. E senza partigianerie. Le decisioni vanno messe in opera, e per farlo non servono annunci, primi cento giorni o no. Men che mai servono i fideles. Giusto per ricordarcelo quando sarà il momento.

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Dopo lo stop della Consulta alla riforma PA usciamo dall’angolo

L’ormai celebre sentenza numero 251 della Corte Costituzionale è arrivata come uno tsunami a travolgere parti importanti della fase attuativa della riforma della pubblica amministrazione varata lo scorso anno dal Governo, incidendo, in particolare, sull’emanando decreto sulla dirigenza pubblica, entrato in Consiglio dei Ministri lo scorso 24 novembre. Il fatto è noto: la Corte ha accolto il ricorso della Regione Veneto con cui si chiedeva in luogo di un mero parere delle regioni sulle norme di riforma una vera e propria intesa. Che succede ora? La Corte ha chiarito che le pronunce di illegittimità sono circoscritte alle disposizioni di delegazione della legge madre (la legge n. 124 del 2015, oggetto del ricorso) e non si estendono alle relative disposizioni attuative. Nel caso di impugnazione dei decreti delegati, si dovrà quindi accertare l’effettiva lesione delle competenze regionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestare al fine di assicurare il rispetto del principio di leale collaborazione. Traducendo: la Corte non entra nel merito della riforma, ma dice che i decreti approvati dovranno essere riscritti prevedendo un’intesa in luogo del parere. Il cartellino rosso pone ora una serie di questioni sul tappeto che richiedono uno sforzo di visione comune, in primo luogo evitando di farsi trascinare nella discussione tutta politica in vista del prossimo referendum. Le norme di riforma sulla PA sono state elaborate a Costituzione vigente e appare davvero poco utile legare le possibili soluzioni all’impasse alle urne. Questo vale in primo luogo per il Governo, che sembra voler utilizzare la vicenda per sostenere le ragioni del “sì” alla riforma quando si dice che la sentenza dimostra come si sia “circondati da burocrazia opprimente”. Ma vale allo stesso modo per le opposizioni e per coloro i quali, magari sollevati dal possibile affossamento della riforma, ne approfittano per spingere per il “no” criticando il passo falso del Governo. Una cosa è riscrivere parti importanti della Carta, altra è legiferare con l’obiettivo – condiviso o meno – di rendere più efficiente la macchina pubblica e i suoi vertici amministrativi. La domanda oggi è relativa alla sorte dei decreti non ancora approvati, come quello sulla dirigenza. È evidente che in questo caso la dimensione tecnica muta in politica. La riforma della dirigenza è stata sempre presentata dal Governo come perno per la modernizzazione delle nostre amministrazioni e, di conseguenza, del Paese tutto e lo “schiaffo” della Consulta pone un serio problema all’esecutivo. Se a questo si aggiunge che la delega è scaduta il 27 novembre, appare davvero complicato capire cosa potrà accadere, soprattutto a pochi giorni dal referendum il cui esito – malauguratamente – appare oramai decisivo per la vita del Governo. Chi brinda per la possibile fine dalla riforma della dirigenza, tuttavia, commette un grave errore. Sebbene possano ravvisarsi molteplici e serie critiche alle disposizioni sulla dirigenza, sarebbe da irresponsabili non riconoscere che una riforma era ed è necessaria. Le esigenze profonde di rendere la dirigenza pubblica più mobile, autonoma ed efficiente restano sul piatto e, se è in primo luogo necessario ed opportuno intervenire soprattutto sulla dimensione organizzativa, l’introduzione di un ruolo unico della dirigenza della Repubblica è un punto da anni sostenuto da molte parti della dirigenza stessa. Ecco perché lo stop del Giudice delle Leggi può essere l’occasione per porre mano, in maniera consapevole e condivisa, al testo del decreto sulla dirigenza, ascoltando chi ha posto nel tempo critiche tese a migliorare la riforma, non penalizzando inutilmente chi fa il proprio lavoro con gli strumenti a disposizione, ma mirando a creare quel mercato vero delle competenze pubbliche che vada a vantaggio dei servizi per i cittadini. Non cogliere questa opportunità servirà solo a rafforzare sterili steccati fra politica e burocrazia, dando voce a reciproche delegittimazioni che vanno a detrimento dello sviluppo del nostro Paese. È un errore che davvero non possiamo permetterci.

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Il referendum costituzionale non sarà l’Apocalisse

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No, comunque la si pensi e comunque vada a finire, il referendum costituzionale su cui saremo chiamati a votare il 4 dicembre non darà il via all’Apocalisse e neppure sarà primo motore di una subitanea rigenerazione nazionale. Chiunque sia dotato di medio buon senso è ben consapevole che, pur vincesse il “No”, di riforme il Paese avrebbe in ogni caso dannatamente bisogno e che, allo stesso tempo, in caso di vittoria del “”, ci sarebbe un necessario periodo di assestamento e avvio del sistema e che i timori di pulsioni autoritarie hanno ben poco fondamento nella realtà. Insomma credo che le classi dirigenti Italiane, così come i cittadini, dovrebbero prepararsi al voto in modo molto meno drammatico da come prefigurato da certa politica e certa stampa. Calma e gesso, per capirci. Andrebbero fatte, in soldoni, valutazioni complessive e di sistema sui due punti fondamentali su cui si incentra la riforma (tralasciando l’abolizione del CNEL, organismo da decenni reso ininfluente dalla Storia): riforma del bicameralismo e nuova definizione dei rapporti fra Roma e le regioni. Sono certamente importanti gli eventuali risparmi che la riforma potrebbe portare: tuttavia, posto che sembra non molto semplice fare valutazioni concrete sui denari che effettivamente potrebbero restare nelle casseforti del Tesoro, ha un peso maggiore tentare di capire l’impatto concreto sulla modernizzazione e maggiore efficienza delle Istituzioni e dell’organizzazione dello Stato. Dal punto di vista di chi lavora nella macchina pubblica, ad esempio, il tema regionale appare, dal punto di vista del funzionamento del sistema, assai tangibile: basti pensare alla delicatissima materia delle politiche sociali per la quale, complice la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, ci si trova davanti a una serie di veri e propri staterelli, ognuno con propri sistemi, col rischio più che concreto per i cittadini di ricevere livelli di servizi diversificati a seconda del luogo di nascita, con un fortissimo squilibrio di quote di servizi nelle diverse aree del Paese. Personalmente porrei meno enfasi, invece, sulla riforma del bicameralismo che, sulla carta, potrebbe creare una qualche confusione e che, soprattutto, non pare risolvere il problema endemico della qualità delle leggi e dello spostamento del boccino del potere normativo all’Esecutivo. Se questi sono i temi sui quali è doveroso e legittimo dibattere e dividersi, in vista del voto credo indispensabile tenere fermi alcuni punti. Primo: il Presidente del Consiglio suscita indubbiamente grandi simpatie o grandi antipatie e l’aver legato il risultato del referendum alla sua persona può essere stato un errore di valutazione. Sarebbe, tuttavia, imperdonabile ed irresponsabile esprimere un voto che sia meramente pro o contro il Governo senza una valutazione seria delle proposte contenute nella riforma. È evidente che il mondo della politica si esercita da mesi nell’immaginare gli scenari politici post-voto, ma non possono essere queste le motivazioni che devono guidare chi si rechi alle urne. Secondo: la Carta può esser cambiata. Anzi, deve esserlo ove opportuno. La legge fondamentale di un Paese è un documento vivo, che certamente si adatta in modo elastico ai mutamenti della società e che, tuttavia, necessita di aggiustamenti: gli stessi costituenti, val la pena ricordarlo, hanno posto l’unico insormontabile paletto di riforma nella forma repubblicana, che non può essere oggetto di revisione costituzionale (a meno, naturalmente, di sovvertimento dello Stato). Terzo, infine. Tutte le riforme costituzionali del mondo non potranno magicamente rendere più efficiente un Paese se non c’è una classe dirigente capace di gestirne i cambiamenti, sempre più imponenti e, talvolta, virulenti. Facciamo i conti con una inarrestabile personalizzazione in senso leaderistico (non conta il colore politico, naturalmente) che fa il pari con un crescente distacco o disinteresse dei cittadini per l’impegno civile: una società “molecolare”, come ha richiamato il Censis nel suo ultimo rapporto, in cui tutto è breve, veloce, dimenticabile. È una mera constatazione, beninteso: non siamo gli unici. È bene, tuttavia, tenere a mente che la scelta delle persone che prendano in carico responsabilità politiche è in capo ai cittadini, e solo a loro. Se dimentichiamo questa fondamentale responsabilità, cedendo al vizio della lamentela in cui siamo maestri indiscussi o, peggio, abdicando ai nostri doveri civili e repubblicani, il voto, referendario o meno, conta davvero poco.

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E riforma della dirigenza fu: contenti adesso?

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Cari concittadini,

negli ultimi due anni, a fronte di una assai bene orchestrata campagna avverso i dirigenti pubblici, non molte sono state le voci che si sono alzate a denunciare i rischi di un’operazione che si annunciava spregiudicata. Con il varo del decreto attuativo dello scorso 25 agosto, quei timori di pochi sono divenuti realtà, con potenziali conseguenze assai nefaste per il funzionamento della macchina pubblica. Non mi affannerò a ripetervi i perché ed i percome di amministrazioni pubbliche che vedono al loro interno segmenti di assoluta eccellenza e aree di grande inefficienza. E neppure mi interessa fare difesa d’ufficio dei dirigenti pubblici i quali, sempre più schiacciati dal principio fare di più con minori risorse, non sono stati capaci, tranne poche salutari eccezioni, di far massa critica e parlare al Paese. Sia però chiaro e messo a verbale: sono stati, pian pianino, demoliti tutti i puntelli di un sistema che, fra molte disfunzionalità, assicurava, tuttavia, un minimo livello di autonomia alla dirigenza, a tutela primaria dell’interesse pubblico.

Il concorso pubblico? Un orpello ottocentesco che garantisce solo i raccomandati. L’autonomia dalla politica? Al diavolo, tanto è già tutto un magna magna. Lo stipendio a fine mese? Lo vadano a raccontare a chi fatica ad arrivare all’ultima settimana. Le competenze necessarie per gestire sistemi complessi? Basta remare contro: velocità, velocità, velocità. E via di questo passo. Un perfetto meccanismo comunicativo, sostenuto con foga da tanti illustri commentatori dei mass media, che è riuscito a spostare l’asse dell’opinione pubblica dai dipendenti pubblici fannulloni (sempre mangiapane a tradimento restano, per carità) al dirigente pubblico inamovibile, straricco e controllore degli umani destini a scapito della politica, vittima delle macchinazioni dei burocrati e immacolata come un giglio. Unta dal Signore, si sarebbe detto qualche anno fa. Al macero l’idea che dirigenza e politica debbano lavorare in un clima di leale cooperazione con regole certe e garantiste. Senza farsi le scarpe. Si è preferito un braccio di ferro che ha fatto leva su esperimenti di neolingua da fare invidia al 1984 Orwelliano. Quella parte di stipendio legata al risultato è diventata, nel lessico comune, premio, come fosse qualcosa di ulteriore invece di una quota della retribuzione. Si è spacciato come dogma l’inamovibilità del dirigente, mentre i ruoli delle amministrazioni hanno da sempre tenuto inchiodati i dirigenti alle loro strutture, salvo rivolgersi al santo di turno. Si sono sbandierati inesistenti stipendi favolosi, ammantando di ipocrita pauperismo l’istigazione all’invidia sociale. Si è denunciata la commistione fra burocrati e politici, ma si sono indeboliti i paletti per le nomine di amici e sodali. Chapeau!

Insomma, si è compiuta la totale destrutturazione del valore della competenza dei tecnici, riuscendo per di più a farlo invocando il merito, l’indipendenza e il risultato. Non nascondiamoci dietro un dito, tuttavia: il passato non è stato rose e fiori. Merito e competenza nel settore pubblico hanno fatto a pugni con lobbysmo sotterraneo e patti scellerati con la politica, esattamente come accade in tanti pezzi della nostra società, dove lo sport preferito è sempre il solito: chiagnere e fottere. Pur tuttavia, a fronte di tanti, troppi problemi, denunciati spesso dalla stessa dirigenza, voi, cari concittadini, avevate la ragionevole aspettativa di essere trattati con la medesima attenzione e giudizio rivolgendovi al dirigente Tizio o al direttore Caio, nel tal ministero o in quel tal ente. Ora si aprono scenari inediti. E sapete perché? Perché il dirigente pubblico, nel fare il proprio dovere e barcamenandosi fra la legge e l’indirizzo politico del vertice di riferimento, poteva sempre farsi forza del posto fisso. Sì, il posto fisso, chiamiamolo così che ci capiamo, voi ed io. E quel posto fisso lo tutelava in caso dovesse opporre dei no sgraditi a qualcuno o dire, senza troppi timori, che quella tale idea era balzana e che era meglio muoversi in altro modo. Certo, il dirigente era licenziabile per una valanga di motivi (Carramba, che sorpresa, eh?) ma poteva fare il suo mestiere con relativa autonomia e dignità. Domani? Sui tecnicismi tornerò. Oggi vi basti sapere che nel prossimo futuro il dirigente dovrà girare col cappello in mano, sotto perenne ricatto di non vedersi confermato e mandato a casa senza relazione alcuna con l’essere stato valutato positivamente o meno. E chi pensate subirà le conseguenze ultime di questa tanto agognata rivoluzione? Ecco, siete contenti adesso?

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P.A., tutti gli effetti della riforma Madia sui dirigenti statali

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Dopo molti tentennamenti, il consiglio dei ministri del 25 agosto, in un clima reso plumbeo dalla terribile tragedia che ha colpito il centro Italia, ha dato il via definitivo alla riforma della dirigenza pubblica, approvando il testo del decreto che andrà ora al vaglio del Consiglio di Stato e delle Commissioni parlamentari competenti. Ci sarà, dunque, occasione per un’analisi approfondita delle diverse previsioni, limitandoci in questa sede a qualche primissima impressione. Da subito, tuttavia, va rilevato come ad oggi non sia disponibile, sul sito del Governo, il testo del decreto, planato da tempo nelle redazioni dei giornali e, in maniera carbonara, nelle mani di qualche addetto ai lavori, ma indisponibile al comune cittadino che voglia, finalmente, tentare di farsi un’idea in proprio. Nell’era della sbandierata e necessaria trasparenza dell’azione pubblica, questo è inaccettabile.

Vediamo allora qualche punto saliente della riforma, partendo dall’istituzione del cosiddetto sistema della dirigenza pubblica che è costituito dai tre ruoli dei dirigenti statali, regionali e locali ai quali “si accede tramite procedure di reclutamento e requisiti omogenei, in modo da assicurare il rispetto dei principi di eguaglianza, del merito e dell’esame comparativo”. Tutto giusto e, finalmente, utile per dare un taglio con la frammentarietà con cui in questo Paese si è reclutata la dirigenza pubblica, lasciando mano libera alla creazione di feudi e possedimenti di pezzi della politica interessati a utilizzare la PA come serbatoio elettorale. Allo stesso tempo affiorano e sono bene in vista, purtroppo, non pochi scogli su cui rischiano di andare ad infrangersi le dichiarate buone intenzioni.

Il primo riguarda le Commissioni di coordinamento del sistema (una per ruolo) che devono, fra le altre cose, definire i criteri generali, ispirati a principi di pubblicità, trasparenza e merito, di conferimento degli incarichi dirigenziali, accertando l’effettiva adozione e il concreto utilizzo dei sistemi di valutazione al fine del conferimento e della revoca degli incarichi. Organi, come si capisce, assai operativi e ispirati a principi di managerialità e comprensione dei meccanismi di carattere organizzativo, oltre che amministrativo-burocratico. A tempo pieno. Ebbene, dei sette membri previsti, cinque sono altissimi funzionari (il Segretario generale del Consiglio di Stato, il presidente dell’ANAC, il Ragioniere generale dello Stato, il Segretario generale del Ministero degli esteri e il Capo Dipartimento per gli affari interni e territoriali del Ministero dell’interno) che non solo fanno parte – curiosamente – di pezzi di apparato pubblico non toccato dalla riforma, ma avranno, evidentemente, ben poco tempo da dedicare a compiti così delicati. E, mi si passi l’ardire, probabilmente non troppo versati a principi di organizzazione e management.

Due. Dice il decreto che costituiscono mancato raggiungimento degli obiettivi fissati per il dirigente, pena il licenziamento, fra le altre cose, la valutazione negativa della struttura di appartenenza, riscontrabile anche da rilevazioni esterne ed il mancato rispetto delle norme sulla trasparenza, che abbiano determinato un giudizio negativo dell’utenza sull’operato della pubblica amministrazione. Si dice, in altre parole, che l’utenza esterna e, di fatto, chiunque si senta in vena di fare il leone da tastiera su Facebook perché ha passato una giornata nera nel tal ufficio (e sa solo l’Altissimo quanto spesso possa capitare), sia determinante ai fini del giudizio negativo di un dirigente. Il sacrosanto principio del controllo sociale da parte della cittadinanza, insomma, privo di necessarie regole di ingaggio, rischia di trasformarsi in una sorta di potenziale gogna mediatica perenne in cui l’autonomia dell’azione amministrativa va a farsi benedire.

Tre. Il punto più controverso: la fine del diritto all’incarico. La lotta per un posto da dirigente, pur se vincitore di concorso pubblico (roba preistorica, oggigiorno), assume connotati darwiniani e ove, per motivi che nulla hanno a che fare con valutazioni negative, un incarico non dovesse arrivare, ci si avvia verso la strada del licenziamento. Il decreto, va detto, aggiunge qualche tenue clausola di salvaguardia, ma il disegno della precarizzazione della dirigenza pubblica può dirsi concluso, con conseguenze assai pericolose per l’imparzialità dell’azione amministrativa e la tutela degli interessi dei cittadini. Censurabile, inoltre, che solo l’esito delle procedure di selezione è pubblico, mentre resta in una black box tutto l’iter della scelta e, soprattutto, la motivazione di affidamento e d’esclusione. Al danno, tuttavia, non manca il condimento della beffa: il dirigente privo di incarico, dice il decreto, “è tenuto ad assicurare la presenza in servizio, e rimane a disposizione dell’amministrazione per lo svolgimento di mansioni di livello dirigenziale”: il non-dirigente in panchina, in un angolo. A disposizione.

Resta solo da auspicare, nei prossimi mesi, un dibattito puntuale e partecipato sulle tante faglie che attraversano questa ennesima riforma, per tentare di ricondurre alcuni punti di forte criticità nell’alveo di un sistema equilibrato e, soprattutto, ben oliato. Basti pensare al fatto che i tre ruoli sembrano essere assolutamente permeabili: in pratica, senza ulteriori paletti regolatori, un posto scoperto rischierà di esser preso d’assalto da migliaia di domande, magari in forma preventiva per non rischiare di trovarsi senza sedia, col rischio di mettere in moto una giostra impazzita che sarà molto difficile gestire. O al fatto che la Scuola Nazionale dell’Amministrazione, uno dei pochi elementi di forte novità degli ultimi venti anni per quel che riguarda l’assunzione di giovani e motivati dirigenti, rischi di appaltare le procedure di reclutamento a non meglio definite “istituzioni nazionali e internazionali di riconosciuto prestigio”. A rischiare di perderci, ricordiamolo sempre, saranno i cittadini. La pancia, in questioni così delicate, si è dimostrata di ben poco aiuto: lo tengano bene a mente tutti coloro che sono sul campo di gioco prima di causare rotture irreparabili.

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La guerra di trincea dei dirigenti statali barricaderi

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Il giorno dopo la mancata adozione del famigerato e attesissimo decreto Madia sulla dirigenza pubblica, a leggere i quotidiani sembra ci si trovi nel pieno di una guerra di trincea fra le Istituzioni, con le due fazioni dei politici e dei burocrati che si guardano in cagnesco nel fango, elmetto in testa, in attesa dell’assalto finale alla baionetta. Non ci credete? “Statali, slitta la riforma della dirigenza: bloccata dai superburocrati”, titola il Messaggero, rivelando che ci sono “troppe resistenze, soprattutto da parte dell’alta burocrazia ministeriale che non condivide il disegno del governo Renzi”. Sergio Rizzo sul Corriere parla invece di “ultima resistenza dei mandarini”, riportando che lo spostamento dell’esame del decreto a fine mese sia dovuto a una serie di “osservazioni che potrebbero essere anche prese in considerazione, se non si esaminasse però il punto di partenza: l’inefficienza del nostro apparato burocratico”. Un assioma scolpito nella pietra che si dimostra puntando il dito sui burocrati inamovibili e intoccabili, che “sono stati per generazioni i padroni della macchina pubblica a ogni livello: statale e regionale, e poi giù giù fino ai Comuni”. Amen.

Repubblica fa la sua parte, denunciando con un paginata dell’edizione dell’11 agosto che i dirigenti di Stato sono addirittura pronti alle barricate. Attenzione, però: “Sbaglia chi immagina una casta (sic!) impaurita: la categoria sa di avere un asso nella manica”. Quale, ci si potrebbe chiedere? Detto, fatto: “è l’articolo 97 della Costituzione, quello che recita come nei pubblici uffici debba essere garantita l’imparzialità dell’amministrazione”. Meno male, già si temevano pericolosi squadroni della morte di signore in tailleur e mezzemaniche in grisaglie d’ordinanza. E se il Fatto Quotidiano evidenzia che occorrerà attendere ancora per una vera rivoluzione “di fronte alle resistenze dei boiardi di Stato rispetto a una sgradita iniezione di meritocrazia” (maledetta meritocrazia…), Il Tempo di Roma si rammarica che “i dirigenti della pubblica amministrazione si salvano ancora una volta”. A braccetto, infine, La Stampa e Libero che marcano la presunta vittoria dei dirigenti con un sempreverde: “Statali, 52 modi per non lavorare (pagati)”. E via con la sequela di furbizie  del dipendente pubblico a danno del probo cittadino: dalla maternità, che “si declina in astensione obbligatoria e facoltativa, congedo parentale, permesso per visite pre-natali e per malattia del figlio entro i 3 anni o del bambino da 0 a 8 anni se con ricovero ospedaliero”, fino, udite udite, a “150 ore retribuite per la frequenza di corsi scolastici o universitari”. Perché con la cultura, ricordava qualcuno, non si mangia.

Inutile contestare il luogocomunismo: fatica sprecata e rabbia risparmiata. Capisco che ad agosto le pagine di un quotidiano si debbano pur riempire, magari solleticando l’indignazione del cittadino bibitaro (alzi la mano chi coglie la citazione). Devo dire, tuttavia, di trovare assai poco credibile che uno schiacciasassi della politica come Matteo Renzi si faccia intimidire dalle “osservazioni” dei dirigenti pubblici. Diamo pure per assodato che c’è chi, nelle burocrazie dei ministeri, questa riforma proprio non la vuole e che, magari, si augura che una vittoria del no trascini via a valle Governo e riforma della pubblica amministrazione: inutile negarlo.

Chiederei, però, a chi fa informazione per professione di ricordarsi due o tre cose. La prima: dati, dati, dati. Le inossidabili certezze da Bar dello Sport lasciamole al caffè del lunedì mattina e basiamoci su numeri e cifre ufficiali. La seconda: corretta l’azione di critica e di denuncia, ma si facciano nomi e cognomi. Chi si è guadagnato i galloni da dirigente con l’impegno, lo studio e il sacrificio personale non ama essere accomunato alle tante caste di questo Paese. C’è una casta di “superburocati”? Probabilmente sì, come esistono le “fratellanze” più o meno manifeste di imprenditori, di politici e di giornalisti. Per i quali, tuttavia, trovo sciocco e offensivo fare di tutta l’erba un fascio.Usateci la stessa cortesia, di grazia. Ed infine: chi si trova a dirigere strutture pubbliche ne sente tutto il peso. Non si regge un ufficio per fare profitto: si tenta, giorno dopo giorno, a far fronte ad un impegno che, tra mille difficoltà, disillusioni e stanchezza, è tale perché rivolto alla Comunità dei cittadini. Con tutti i difetti, le mancanze e le migliorie del caso, servire lo Stato è un onore. E ci proviamo. Signori della Stampa, ricordatevene ogni tanto quando fate il vostro mestiere. Chissà che ne giovi il clima di questo dannato Paese.

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Dirigenti pubblici: l’ora è (quasi) giunta

P.A: DAI DIRIGENTI AI FORESTALI, LA RIFORMA MADIA

Se ne parla ormai da più di un anno, da quando, nell’agosto del 2015, il Parlamento aveva approvato la legge delega firmata dalla ministra Madia sulla riforma della Pubblica Amministrazione: è adesso in dirittura d’arrivo il decreto che si occupa della dirigenza pubblica, previsto con tutta probabilità in un Consiglio dei Ministri prima di Ferragosto o, al massimo, entro la fine del mese, pena lo scadere della delega. Da mesi trapelano sui giornali gli indizi ed i dettagli di come il Governo intende mettere mano alla dirigenza, considerata, a ragione, il perno su cui ruota la macchina pubblica e l’attuazione delle politiche. Si è letto di tutto ed il contrario di tutto, con l’unica certezza che occorrerà leggere il testo del decreto per esprimere valutazioni compiute. Vedremo l’articolato che i tecnici di Palazzo Vidoni stanno preparando per capire meglio e capire se i rumors fossero solidi. Sicuramente l’attesa del decreto è palpabile: è comune la preoccupazione, da parte dei dirigenti, della ormai certa precarizzazione del loro ruolo, alla luce del venir meno del diritto all’incarico, pur se vincitori di concorso pubblico. È un punto critico, su cui si è molto dibattuto e, a mio giudizio, censurabile di incostituzionalità. In questa sede mi preme, tuttavia, offrire qualche riflessione più generale, rimandando una più puntuale analisi testo alla mano.

La prima ha a che fare con l’abilità tutta politica di Matteo Renzi nell’impostare la riforma: sin dalla sua “corsa” per la Segreteria del Partito Democratico, infatti, Renzi ha sensibilmente cambiato l’approccio al tema Pubblica Amministrazione. Se con Renato Brunetta la parola d’ordine era la lotta al dipendente fannullone, con ciò attirandosi l’ira di un numero affatto trascurabile di dipendenti pubblici, Renzi ha centrato l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media sui dirigenti inamovibili, i mandarini che remano contro, gli strapagati burocrati che detengono il sapere a danno della politica. Pochi e detestati: il bersaglio perfetto per spingere una riforma. Ciliegina sulla torta gli ormai celebri furbetti del cartellino, che prosperano grazie ai dirigenti che non controllano. Insomma, dal punto di vista della comunicazione politica, un capolavoro. Sia chiaro: è innegabile che i dirigenti non possano sottrarsi alle loro responsabilità nella buona o cattiva conduzione e performance della cosa pubblica, al pari della politica e delle forze sociali. Personalmente, tuttavia, contesto al fondo l’immagine che si tende a dare della dirigenza di questo Paese, con un gioco di scaricabarile sui dirigenti pubblici – accolto a braccia aperte da un’opinione pubblica che trova insopportabile qualsiasi cosa olezzi anche lontanamente di burocratico – che non solo danneggia le tante donne e i tanti uomini che nel Paese credono e che per il Paese lavorano nei loro uffici, ma ha alimentato un clima che reputo assai dannoso per la tenuta sociale e morale dell’Italia.

La riforma, inoltre, segna la mancata occasione di confronto con la dirigenza stessa da parte del Governo. In un anno, a fronte di una discussione assai articolata fra addetti ai lavori e mondo dell’università e con un’attenzione particolare della stampa, non è mai stato avviato un dialogo con i sindacati e le associazioni rappresentativi della dirigenza pubblica. Tranne il breve confronto fine luglio fra la Ministra e i sindacati per parlare di lavoro pubblico, il Governo non ha mai voluto aprire un tavolo di discussione sulla implementazione della riforma della dirigenza. Eppure molto ci sarebbe stato da discutere, in particolare sul funzionamento pratico del futuro ruolo unico della dirigenza della Repubblica, sull’accesso alla dirigenza (che fine farà la Scuola Nazionale dell’Amministrazione?) o, ancora, sul tema delicatissimo della valutazione legato all’incarico (e al licenziamento). Il Governo poteva ascoltare, valutare e, in ogni caso, fare di testa propria. Questo arroccarsi senza voler affrontare i nodi più importanti ha, invece, aumentato un clima di reciproca diffidenza che non è utile a nessuno.

Se tutto ciò è vero, occorre, tuttavia, guardarsi allo specchio e riconoscere che questa è una riforma che investe una dirigenza che ha la colpa massima di lavorare con lo sguardo fisso sulla scrivania. A ben vedere, infatti, è l’unico corpo della Repubblica che, a differenza di magistrati, prefetti e diplomatici, non è mai riuscito a far massa critica e a far rete in modo trasparente. Colpa, naturalmente, di un reclutamento assai frammentato e della pesantissima influenza della politica, soprattutto negli ultimi 15 anni. Ma ovvia conseguenza della tendenza a lavorare per compartimenti stagni, chiusi nel proprio, piccolo mondo di riferimento e a coltivare il proprio orticello. Lo scambio, il mettersi in gioco, il confronto sono stati messi in secondo piano rispetto alla diffidenza dell’altro e alla resistenza al cambiamento. La lotta è stata spasmodica contro quello che è un semplice fatto: i dirigenti non sono tutti uguali. Ci sono versatilità, capacità e approcci diversi che vanno messi sulla bilancia. Ma esser valutati ha fatto sempre paura, col risultato di accettare per anni un sistema di valutazione comodo, forse inutile, basato su obiettivi condivisi, con la paura di avere valutazione diversificate, invece di chiedere di essere valutati nella propria capacità di far funzionare la macchina e di relazionarsi con gli attori che, in tanti, bussano alle porte delle amministrazioni pubbliche.

Carte ancora coperte, quindi. Le scopriremo sotto l’ombrellone.

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La ricerca della felicità

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Ricordate qualche mese fa gli sberleffi dei giornali alla notizia che Matteo Renzi avesse reclutato un guru danese per fare formazione ai suoi dirigenti nella Presidenza del Consiglio? Coro unanime di sbertucciamenti quando si venne a sapere che il tema della formazione era la felicità. Proprio così: la felicità. Ma come? Quei dinosauri paperoni che fanno un corso sulla felicità sulla pelle dei contribuenti? Che c’azzecca col lavorare per lo Stato? Eppure la felicità o, meglio, la ricerca della felicità, come hanno scritto i Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America, dovrebbe interessare anche quei burocrati che tanto stanno sulle scatole ai cittadini, i quali, a loro volta, attendono che gli effetti della riforma Madia rompano finalmente le uova nel paniere a fannulloni e mezzemaniche. Anche (e proprio) ora che i decreti attuativi della riforma sono a buon punto, ci si dimentica, però, che leggi e decreti danno solo un quadro di riferimento: saranno poi le persone – dirigenti in testa – a dare sostanza e gambe alle norme. E non basta, perché, allo stesso tempo, riforma dopo riforma, ci si continua a lamentare sempre di una ed una cosa sola: il sistema è troppo ossificato, non c’è speranza, si cambia tutto per non cambiar nulla.Il “sistema” è tale che la burocrazia – ce lo raccontano da Max Weber in poi – tende solo ad autoconservarsi, rifiutando il cambiamento e mirando alla coltivazione di piccoli e grandi privilegi. C’è molto di vero in questo, ma non sono così pessimista: scontiamo grandi, grandissimi problemi nelle nostre amministrazioni, ma possiamo anche contare su donne e uomini che nel loro lavoro credono e che hanno voluto porsi al servizio della comunità. Tuttavia, spesso ci si scontra con stanchezza, disaffezione, estraniamento che minano alle fondamenta gli ingranaggi della macchina pubblica. In realtà non c’è nulla di strano: nel puntare tutto sul formalismo, politica e burocrazia hanno messo in fondo al cassetto l’elemento umano.

Tutta la parte emozionale, di relazione, di motivazione, che muove ogni aspetto della nostra vita quotidiana, per la vita in grisaglia è stata accantonata per lasciar posto a un groviglio intricato di norme e regolamenti che sono aridi come il deserto. Negli uffici pubblici – così come, molto spesso, nelle grandi organizzazioni complesse del settore privato – ci si comporta come se le ore di lavoro siano qualcosa di estraneo e scollegato dalla vita di tutti i giorni, con un incomprensibile sdoppiamento fra burocrate e cittadino, nuovi Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Abbiamo dimenticato, in sostanza, che quella benedetta ricerca della felicità è parte integrante della vita di ciascuno e non c’è da meravigliarsi che Matteo Renzi ne abbia voluto fare materia di training per i suoi dirigenti. O la Costituzione prescrive burocrati infelici? E poi, cos’è la felicità? Tante cose, naturalmente, ma fondamentalmente è crescita, evoluzione, sfida, mettersi in gioco: l’esatto contrario della stagnazione, proprio il cancro che rode la burocrazia. D’altronde, se il sistema è resiliente ed è capace di digerire pressoché ogni cosa, l’unica cosa che può scalfire il Golem è l’iniziativa personale, quell’iniziativa che nelle burocrazie viene soffocata e, persino, scoraggiata. Occorre uscire dal clima di deresponsabilizzazione di cui il burocrate è vittima: non ci penserà qualcun altro a risolvere quel tal problema, dobbiamo ficcarcelo in testa. Per parafrasare un grande Presidente americano, non chiedere cosa può fare il tuo Ministero o il tuo Comune per te, ma cosa puoi fare tu, in prima persona, per la tua organizzazione. La rivoluzione nella P.A. si può e si deve fare, ma non saranno (solo) le leggi a farla: partirà dalla consapevolezza che ciascuno può fare la differenza, attraverso quei piccoli grandi cambiamenti quotidiani che inducono trasformazioni nelle prassi, nei comportamenti e nelle teste. Se tra una riforma e l’altra politici e burocrati faranno leva su quello che desidera davvero chi lavora nelle amministrazioni pubbliche e creeranno le condizioni perché ciascuno possa sentirsi parte di una squadra allora sarà il passo decisivo per il cambiamento. Finché saremo ancorati al tornellismo, resteremo alieni ad ogni vera metamorfosi e, di fatto, alienati. La felicità c’è anche in un Ministero: basta cercarla.

Pubblicato su Formiche

 

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