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L’Italia cattivista

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Un Paese che fa integrazione non è più debole degli altri, ma più sicuro degli altri”, ha dichiarato il Ministro degli Interni Minniti. Ed è da qui che vorrei partire, tenendo ben presente che il tema migranti, legato a quello del benessere socio-economico del ceto medio in difficoltà, sarà una delle chiavi di volta della prossima campagna elettorale. E con ragione. È un tema epocale, che investe milioni di persone in Europa e, soprattutto, all’interno dell’Africa, tenendo assieme, da un lato, la fuga dalle guerre e la speranza in un futuro economicamente migliore e, dall’altro, la tenuta dei sistemi sociali e di welfare occidentali e dei diritti umani. È una delle partite complesse della modernità che impattano con forza sull’immaginario collettivo prima ancora che nel quotidiano, che va affrontata seriamente, con una visione di lungo periodo senza umanitarismi di facciata e, al contempo, non dimenticando neppure per un secondo che l’Italia è stata nazione di emigranti. Questa, credo, la base da cui far partire ogni ragionamento solido per politiche sostenibili, che pesino in termini di decenni e non dei pochi mesi che ci separano dalle elezioni. Politiche che, per riprendere le parole di Marco Minniti, non possono che essere di integrazione. Eppure, il quadro che esce dell’Italia di questa estate rovente non è dei più idilliaci. La Penisola, almeno a sfogliare le prime pagine di certa stampa e a dar retta ai social network, sembra investita da una marea nera di rabbia schiumante, di odio per il diverso e di attacchi senza freni agli immigrati, per tacere, naturalmente, degli innumerevoli, inqualificabili insulti rivolti quotidianamente a Laura Boldrini (dei quali, prima o poi, sarà opportuno individuare i mandanti morali). Spunta, insomma, un’Italia spaventata, rancorosa. Un’Italia cattivista che vede mobilitato il bruto digitale (secondo un’efficace definizione di Beppe Severgnini) contro coloro che, sprezzantemente, vengono definiti buonisti. Non voglio entrare nel merito dell’azione politica del Governo e delle forze di opposizione: non sono un esperto di movimenti migratori, di politica internazionale o di geopolitica. Mi limito ad osservare come sembri che un approccio di tipo razionale sia stato totalmente accantonato per lasciare il posto ad un ringhiare scomposto che non dovrebbe trovare cittadinanza in un Paese civile. Traduco: la discussione non si incentra su come gestire in maniera virtuosa il fenomeno migratorio ma trascende nel berciare rumoroso sulla delinquenza degli immigrati ed il loro numero crescente. Parole in libertà. Gli immigrati commettono reati? Certo, alcuni di loro sì, e vanno puniti secondo legge. C’è un’invasione o, per alcuni, un’islamizzazione dell’Italia? I numeri ci dicono di no e sarebbe buona norma ricordare che, fortunatamente, viviamo in uno Stato di diritto, eguale per tutti, qualunque sia la religione, il colore della pelle o la nazionalità. Diciamocelo: cento, mille o diecimila esaltati sui social network non rispecchieranno certamente il sentimento di un Paese, ma desta sconcerto che interminabili sequele di mostruosità siano state tranquillamente sdoganate e possano circolare in rete senza sollevare ondate di sdegno. Il fatto che i migranti vengano apostrofati come “negri” e, con sarcasmo peloso, “risorse”, invocando le camere a gas come soluzione del problema, sono solo eccessi di squilibrati? Forse. Ma il dilagare e la passiva accettazione di un certo linguaggio è certamente parte di un vero e proprio incattivimento delle coscienze cui occorre dare risposte ferme. Le prime debbono essere quelle della politica, in merito ad una gestione rigorosa del dossier migranti che risponda in primo luogo a quei cittadini che, legittimamente, sono timorosi della tenuta del loro benessere e che, allo stesso tempo, tenga conto della dignità e dei diritti di chi cerca una vita migliore, con un approccio che non può che essere multilaterale e non estemporaneo. Le altre, invece, spettano alla società civile e ai mezzi dell’informazione (piattaforme social incluse), che devono respingere con fermezza la deriva razzista che è sempre più evidente e che rischia di trovare un’insperata legittimazione. Il caso di Don Biancalani, parroco del pistoiese, è esemplare: il post con cui mostrava in piscina i migranti che danno una mano in parrocchia e in cui affermava di considerare propri nemici i razzisti e i fascisti ha scatenato feroci reazioni con accuse deliranti di anti-italianità, sino alla sconcertante azione parasquadrista di giovani di belle speranze di Forza Nuova, pronti a “vigilare” sull’operato del parroco. Una risposta ad una provocazione politica, ha dichiarato in televisione uno spericolato giornalista. Non serve troppo sale in zucca per cogliere lo spietato calcolo politico di chi ha speculato su vicende come questa o continua a lucrare su episodi terribili come lo stupro di Rimini compiuto da alcuni criminali, al momento individuati come marocchini, a danno di una turista polacca e una transessuale. I pochi sprazzi di lucidità di molta classe politica su questi aspetti sembrano, al momento, insufficienti a ricondurre il dibattito sui binari di un’analisi ragionata e del confronto civile e temo che far leva sulla paura e sull’ignoranza dei fatti, dei dati e dei numeri sia un fattore troppo potente da contrastare, in questo momento storico. Giudico intellettualmente disonesto, nonché irresponsabile, mettere in relazione l’accoglienza, spacciata per invasione, e i liquami razzisti, quasi ne fossero l’inevitabile effetto. O, ancor peggio, follia terrorista e richiesta dello ius soli: una vera integrazione – sociale ed economica – secondo l’ordinamento giuridico del Paese ospitante è una delle armi più efficaci per combattere il terrorismo dei fanatici religiosi e, allo stesso tempo, una chiave per aumentare il benessere generale interno. Fare appello alla Costituzione, alla legge, ai rudimenti della civiltà europea è, mai come oggi, un dovere civico di tutti. In mancanza, basterebbe dell’elementare buon senso: quello che oggi, però, paurosamente scarseggia.

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Cosa penso dell’agente di polizia sospeso dal servizio

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È stato sospeso dal servizio, a seguito di procedimento disciplinare, l’agente della polizia stradale che ha ripreso col proprio cellulare un extracomunitario in bicicletta, intento ad ascoltare musica con le cuffiette, sulla corsia di emergenza dell’autostrada Torino-Bardonecchia e che ha postato su Facebook il video con i suoi commenti. Lo dico subito: il provvedimento è stato un atto doveroso. E non perché abbia pronunciato insulti, come si legge, contro la Presidente della Camera: non lo ha fatto. Riprende slogan cari alla dialettica politica ma non pronuncia parole ingiuriose avverso la terza carica dello Stato. L’agente dice, infatti: “Risorse della Boldrini, ecco come finirà l’Italia: tutti su una Graziella in autostrada a comandare […]. Voi che amate la Boldrini, voi che avete voluto questa gente di merda in Italia […]. Goditi questo panorama. Voi e tutta la Caserma: guardate qui. Un tipo che pedala sulla Graziella pensando che sia una strada normale, con le cuffiette in testa. Fosse arrivato un camion e gli avesse suonato, manco se ne sarebbe accorto. Condividete signori, condividete“.

Nel ricordare, a fronte di grida circa presunte ingerenze in merito alla sospensione, che il Dipartimento di Pubblica Sicurezza ha dichiarato che le “decisioni sono state prese in totale autonomia per la tutela delle Istituzioni e di chi le rappresenta”, contano nel caso di specie, a mio modo di vedere, tre aspetti. Il primo: invece di filmare l’uomo, l’agente avrebbe dovuto immediatamente fermarlo e procedere secondo il codice della strada, trovandosi di fronte ad una condotta potenzialmente pericolosa. Cosa che in seguito ha comunque fatto ricevendo, peraltro, i ringraziamenti dall’uomo colto in flagrante. Il secondo: nel video egli pronuncia parole esplicitamente razziste. Nel riferirsi a “questa gente di merda” egli caratterizza un intero gruppo di persone, gli immigrati, con parole di evidente denigrazione. Terzo aspetto, altrettanto grave: diffondere quel filmato e rendere pubblico tale atteggiamento ne ha fatto ricadere le conseguenze sulla divisa che indossa.

Del tutto fuori luogo l’indignazione da parte di chi ritiene che sia stato commesso un torto o sia stata limitata la libertà di espressione di un poliziotto. Qui non è in discussione la libera opinione di un agente di Polizia, che ha e deve avere le sue idee, siano esse di carattere politico, sindacale o di altro tipo. E quelle idee deve avere il diritto di esprimerle. Il punto è che chi serve la Repubblica deve utilizzare una prudenza e una misura peculiari nel suo agire quotidiano, durante e al di fuori dell’orario di lavoro. Non casualmente, il codice di comportamento dei dipendenti pubblici del 2013 prevede che “nei rapporti con i destinatari dell’azione amministrativa, il dipendente assicura la piena parità di trattamento a parità di condizioni, astenendosi, altresì, da azioni […] che comportino discriminazioni basate su sesso, nazionalità, origine etnica, caratteristiche genetiche, lingua, religione o credo, convinzioni personali o politiche, appartenenza a una minoranza nazionale, disabilità, condizioni sociali o di salute, età e orientamento sessuale o su altri diversi fattori” mentre, nei rapporti privati, “non assume nessun altro comportamento che possa nuocere all’immagine dell’amministrazione” (disposizioni riprese anche dal Codice di comportamento dei dipendenti del ministero dell’interno del 2015).

Il poliziotto sospeso dal servizio è un razzista? Non lo so. Sappiamo che, malauguratamente, si è comportato come tale, magari in un momento di leggerezza. Tutti commettiamo errori almeno una volta nella vita ed egli avrà l’occasione di spiegare le proprie eventuali ragioni nel contraddittorio con la sua amministrazione. Tuttavia, se il Signor Rossi può esprimersi come vuole, anche grossolanamente, nei confronti di altre persone (rispondendone, eventualmente, nelle sedi opportune ove questo configuri un reato), questo non vale per chi, come recita la Costituzione, si vede affidate funzioni pubbliche, e ha “il dovere di adempierle con disciplina ed onore” (art. 54, Cost.). Un onere ulteriore a difesa della dignità dello Stato e della funzione che esercita. Ciò vale, a maggior ragione, per le forze dell’ordine, che rappresentano un pezzo fondamentale e indefettibile dello Stato democratico. Alle donne e agli uomini che vestono una divisa affidiamo la nostra sicurezza ed è loro dovuta la nostra stima e riconoscenza per il lavoro prezioso – pericoloso e non adeguatamente retribuito – che tutti i giorni compiono, assicurando il rispetto della legge per tutti coloro che si trovano sul suolo della Nazione, di qualsiasi colore, lingua o religione siano. Ecco perché viene loro richiesto, come e più di tutti coloro il cui stipendio è pagato dagli Italiani, un comportamento specchiato: essere, in soldoni, come la moglie di Cesare.

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La parola alla Corte

Dopo due anni di tira e molla fra tribunali e Parlamento, la parola passa alla Corte Costituzionale, e quella parola è “orango”. Lo scorso mese di settembre il Senato, a maggioranza, aveva respinto l’autorizzazione per il reato di istigazione all’odio razziale a carico del vice-presidente dell’Aula Calderoli, pur dando il via libera a procedere nei confronti del senatore della Lega per diffamazione. All’origine del contendere le ormai “celebri” dichiarazioni nel corso di un comizio a Treviglio nel luglio del 2013: in quella occasione il senatore della Lega Nord Roberto Calderoli aveva dato senza troppi problemi dell’orango alla allora Ministra per l’integrazione Cécile Kyenge, di origine congolese. In aula si era difeso dicendo che era stata una battuta, una sciocchezza di cui si era pentito, convincendo, peraltro, la maggioranza dei suoi colleghi senatori, molti dei quali del PD, partito della Kyenge, che lo avevano di fatto assolto dall’aggravante razziale, derubricando un evidente insulto di matrice razzista a celia. Un po’ come il celebre voto sulle parentele con qualche governante d’Egitto, insomma.

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Ebbene, dopo questo incredibile passaggio parlamentare, di interpretazione creativa di cosa sia razzismo e cosa battute di spirito, il collegio giudicante del tribunale di Bergamo ha preso la balla al balzo e ha trasmesso alla Corte Costituzionale, come richiesto dal pubblico ministero, gli atti relativi al procedimento contro Calderoli. Secondo il tribunale, infatti, la parola “orango” non è in alcun modo attribuibile alla normale dialettica politica e al legittimo conflitto di opinioni che era al tempo in corso tra il rappresentante della Lega e l’ex ministro sui temi dell’immigrazione. Inoltre, viene accolta la richiesta del PM che aveva chiesto che il tribunale sollevasse il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato e che fosse la Corte Costituzionale a pronunciarsi sul caso: il tribunale, cioè, mette in dubbio che il Senato potesse, sulla base delle proprie competenze, scindere il reato di diffamazione da quello di aggravante razzista, che spetterebbe, invece, alla magistratura. Spetterà ora alla Suprema Corte decidere se il termine “orango” rientri o meno nelle funzioni di parlamentare esercitate dal senatore Calderoli durante il comizio e se, in ultima analisi, si configuri reato di istigazione all’odio razziale.

Due considerazioni. La prima. Come fa notare Gabriele Maestri, “se alla Giunta e all’assemblea spetta valutare l’esistenza del nesso funzionale tra parole pronunciate e attività parlamentare, si deve ammettere che qui si assiste alla nascita di un monstrum logico-giuridico: in base al voto dell’assemblea, lo stesso fatto storico risulta funzionalmente connesso all’attività parlamentare per un reato, mentre non lo è per la sua aggravante. Questo però non ha alcun senso: il nesso funzionale o c’è o non c’è, tertium non datur, il giudizio non può cambiare a seconda dei punti di vista (cioè del reato o della circostanza considerati), del tutto estranei al rapporto tra dichiarazioni del parlamentare e atti tipici da lui compiuti”. Insomma se Calderoli ha diffamato, esondando dalla legittima opinione di un parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni, non ha alcun senso condonare l’aggravante razzista propria di quella stessa diffamazione. La seconda. Se l’approdo alla Consulta fa ben sperare in un definitivo chiarimento sulla vicenda, auspicando che la Corte possa ribadire l’ovvietà che è sfuggita a ben 196 senatori della Repubblica, resta l’amarezza di dover gettare dalla finestra tempo, energie e denaro pubblico per dimostrare quel che non abbisognerebbe di dimostrazione alcuna. E di constatare di come la politica – certa politica, almeno – manchi di quegli elementari strumenti di civiltà che avrebbero dovuto guidare i cosiddetti seniores della Repubblica. Passi l’analfabetismo giuridico: quello di civile convivenza no.

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Il razzismo dopo i fatti di Parigi

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Dopo i tragici fatti di Parigi, Khalid Chaouki, deputato del PD nato in Marocco e cresciuto in Italia dall’età di due anni, ha sentito il dovere, da musulmano e rappresentante delle Istituzioni di questo Paese, di rappresentare lo sdegno e la condanna per la strage compiuta dai fanatici che si ispirano alla ideologia del cosiddetto Stato Islamico, rilanciando la necessità di un’azione diplomatica congiunta e un sempre maggiore sforzo per l’integrazione, rifiutando ogni ambiguità da parte delle comunità musulmane. Ebbene, la sua pagina Facebook e il suo account Twitter sono stati letteralmente inondati da insulti e intimidazioni d’ogni genere: dal “fuori da casa mia”, a “è finito il tempo per voi cammellari” e “in Africa a calci in culo”. Fino a vere e proprie minacce di morte. Non è purtroppo una novità: da sempre Chaouki – come, d’altronde, Cécile Kyenge – è oggetto di insulti a sfondo razzista da parte dei professionisti dell’odio social, sia per il colore della sua pelle che per la sua religione: oggi, dopo le stragi di Francia, gli attacchi riprendono vigore e devono preoccuparci molto. Per più di un motivo.

In primo luogo perché dimostriamo, ancora una volta, di non sapere tenere sotto controllo la pancia razzista della nostra società. Non tanto perché cento o mille idioti vomitino insulti irripetibili contro qualcuno in quanto nero o per qualsiasi altro motivo, ma perché su questo si è registrata e si registra ancora troppa timidezza della politica. È ora di dare un taglio alle invettive contro stranieri, musulmani o neri la cui violenza intrinseca non viene affatto arginata dalle successive precisazioni e correzioni di rotta di rito. Sta alla politica avere la testa e la visione di ampio respiro per confinare ogni manifestazione di estremismo che non fa che acuire la tensione sociale interna, soprattutto se per giochi politici di piccolo cabotaggio.

Questo – e siamo al secondo motivo – vale soprattutto oggi, quando si innesca un gioco pericoloso in cui rischiamo di essere gli utili idioti di una strategia del terrore attentamente pianificata e guidata da una ideologia assolutista che stentiamo a comprendere. Attaccare chi promuove e rappresenta l’integrazione è prima di tutto un assurdo logico, dato che costoro rappresentano i nostri migliori alleati nel far fronte contro chi desidera innanzi tutto distruggere il nostro stile di vita. Ed anzi, annacquare le cose positive compiute in materia di integrazione nel nostro Paese fornirà maggiori spazi a coloro che fanno del proselitismo presso gli scontenti e gli emarginati la loro arma più efficace. E, sia chiaro, non c’è muro che tenga di fronte ad un fenomeno migratorio, per molti versi drammatico, che va governato con la dovuta attenzione ai diritti umani e con la cooperazione internazionale (richiamo, a questo proposito, le condivisibili proposte di Galli della Loggia espresse sul Corriere della Sera di pochi mesi fa). Senza speculazioni sull’intollerabile equazione rifugiato uguale potenziale terrorista.

Il rigurgito razzista degli ultimi giorni, infine, deve almeno servire a ricordarci che l’Italia, con tutti i suoi inenarrabili difetti, è uno Stato democratico, che ha conosciuto nella sua storia le leggi razziali ma che oggi è membro fondatore dell’Unione europea e del Consiglio d’Europa, e che nell’Europa dei lumi tiene forti le sue radici. Proprio, dunque, perché abbiamo il dovere di difendere la civiltà europea e le sue conquiste, non possiamo e non dobbiamo cedere sui principi di eguaglianza e solidarietà che ne costituiscono le basi indefettibili. Non comprendere, fra le molte, queste ragioni di buon senso rischia di indebolirci come comunità – Italiana ed europea – e renderci vulnerabili. È un lusso che non possiamo permetterci.

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L’Italia della discriminazione e della paura

Ricordate il fattaccio avvenuto nel corso di un comizio a Treviglio nel luglio del 2013? In quella occasione il senatore della Lega Nord Roberto Calderoli, attuale Vice-Presidente del Senato della Repubblica, aveva dato senza troppi problemi dell’orango alla allora Ministra per l’integrazione Cécile Kyenge, di origine congolese. Dopo una incredibile pronuncia della Commissione Affari Costituzionali del Senato, che a maggioranza aveva ritenuto lo scorso febbraio le parole di Calderoli protette dalla insindacabilità parlamentare in quanto opinioni di natura politica rese nell’esercizio delle proprie funzioni (qui il sunto della vicenda con le opinioni dei Commissari), si scatenava un terremoto nel PD, che si affrettava a precisare che l’Aula del Senato si sarebbe poi certamente espressa contro Calderoli. Passiamo alla seduta n. 505 (antimeridiana) del 16 settembre 2015, soli sette mesi dopo: la maggioranza dell’aula del Senato vota con 196 voti a favore e 45 contrari (ecco l’elenco dei nomi e cognomi per la votazione n. 2) e respinge l’autorizzazione per il reato di istigazione all’odio razziale, pur dando il via libera a procedere nei confronti del senatore della Lega per diffamazione. Secondo la legge, peraltro, non essendoci stata una querela diretta da parte della Kyenge, ma da una parte terza, il procedimento penale in corso a Bergamo si reggeva grazie all’aggravante dell’istigazione all’odio razziale: venuta meno questa, l’intero processo, che si baserebbe solo sul reato di diffamazione senza dunque l’aggravante, non reggerebbe più.

È interessante scorrere il resoconto stenografico della seduta per farsi un’idea del dibattito, ma sono significative le dichiarazioni di Calderoli, che in aula dice: “sbagliando ho proferito una battutaccia estremamente infelice, che solo dopo ho compreso poter essere offensiva, ma vi giuro sul mio onore che in quel momento la mia volontà era solo quella di fare una battuta”. E continua: “il Ministro ha dimostrato con i fatti di aver accettato veramente le mie scuse visto che, diversamente da eventi analoghi, non ha presentato querela contro di me, né si è costituita come parte civile nel procedimento”. “La mia battuta era ed è sicuramente censurabile – prosegue – e sono il primo a riconoscerlo ma tirare in ballo l’istigazione all’odio razziale della legge Mancino mi sembra francamente eccessivo. Ho detto una sciocchezza di cui mi sono pentito, scusato, strascusato e per qualche mese sono stato tenuto in panchina come Presidente”. Insomma per Calderoli, ed evidentemente per la maggioranza dei senatori della Repubblica, paragonare ad un orango una donna nera è una battuta di spirito. E sapete una cosa? Io sono pronto a credere che egli ne sia davvero convinto, come probabilmente molti di coloro che hanno votato a suo favore. Ed è questa la vera tragedia culturale che emerge dalla vicenda: una classe politica si qualifica come totalmente analfabeta rispetto alle più elementari norme di civiltà che abbiamo faticosamente conquistate, incapace di comprendere come quell’insulto portasse con sé una infame eredità di disprezzo per l’altro, considerato subumano, di rango inferiore, sullo stesso piano di un animale. Costoro, pur sedendo in uno dei luoghi più alti in cui si fa la democrazia, ne ignorano – volutamente o per crassa ignoranza – le fondamenta, come l’articolo 3 della nostra Costituzione, secondo cui “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

È stata una ben triste mattinata quella in Senato, conferma del fatto che in questo Paese, al centro di una crisi migratoria che ha tratti geopolitici e umanitari di respiro mondiale, si sia sfacciatamente convinti che la libertà di opinione, garantita dalla Costituzione, sia svincolata da ogni limite di rispetto della persona e dei suoi diritti. La grottesca votazione al Senato segue di poco la vicenda relativa alla campagna montata contro l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) per la presunta censura contro le dichiarazioni rese dall’On.Giorgia Meloni, parlamentare dei Fratelli d’Italia. Quello che per molti è arduo comprendere è che azioni o dichiarazioni che violino la legge della Repubblica che disciplina la parità di trattamento e la lotta al razzismo non possono (e non devono) passare sotto silenzio, neppure – anzi, soprattutto – se ad opera di rappresentanti delle Istituzioni: regola aurea che vale per il caso Unar come per il caso Calderoli. Sono stati inferti colpi micidiale alla cultura antirazzista che pure fatica ad affermarsi, passando come ragionevoli dichiarazioni che mettano all’indice popolazioni che professino una determinata religione e sancendo incredibilmente che d’ora in poi un nero possa essere chiamato scimmia senza conseguenza alcuna. E magari un ebreo caratterizzato col naso adunco, un gay apostrofato come frocio, una donna additata come puttana. Sono battute, si sa: non fanno ridere?

Parzialmente rielaborato da post su Linkiesta

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UNAR for dummies

Mentre in rete dei novelli Voltaire denunciano il #bavagliodistato (addirittura!) per la nota che il Direttore dell’UNAR, Ufficio Nazionale Anti Razzismo, ha inviato alla parlamentare di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, impazza una tempesta mediatica in cui si fatica a ritrovare il senno. In un’epoca in cui un tweet o un’immagine la fanno da padroni, è laborioso capire: ma proviamoci. Benvenuti dunque a UNAR 101: UNAR for dummies.

L’Ufficio per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica (UNAR) è stato istituito con il decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 215, di recepimento della direttiva comunitaria 43 del 2000. Tale direttiva attuail principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica e “mira a stabilire un quadro per la lotta alle discriminazioni fondate sulla razza o l’origine etnica” (art. 1) applicandosi “a tutte le persone sia del settore pubblico che del settore privato, compresi gli organismi di diritto pubblico” (art. 3). Gli Stati membri devono, inoltre, istituire “uno o più organismi per la promozione della parità di trattamento di tutte le persone senza discriminazioni fondate sulla razza o l’origine etnica”. Gli Stati dell’Ue, in altre parole, votano una direttiva con la quale si obbligano a favorire la parità di trattamento e la lotta al razzismo. Tre anni dopo l’Italia sceglie di attuare la direttiva con un decreto legislativodel 9 luglio (Governo Berlusconi II), individuando “come discriminazioni […] quei comportamenti indesiderati, posti in essere per motivi di razza o di origine etnica, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una persona e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante e offensivo” (art. 2). Per attuare gli obblighi di legge è istituito (art. 7) l’Ufficio per il contrasto delle discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica, col compito “di svolgere, in modo autonomo e imparziale, attività di promozione della parità e di rimozione di qualsiasi forma di discriminazione fondata sulla razza o sull’origine etnica”.

L’UNAR dunque non può che rilevare ed evidenziare a favore della pubblica opinione tutti quei fatti che, segnalati da cittadini o associazioni, violino le norme dello Stato. E tale era la fattispecie rappresentata dalle dichiarazioni dell’on. Giorgia Meloni pubblicate sul giornale online stranieriinitalia.it, in cui sosteneva che si deve evitare “di importare in Italia un problema che oggi non abbiamo: basta immigrazione e soprattutto basta immigrazione da paesi musulmani. La (piccola) quota di immigrati che reputiamo necessaria prendiamola da quei popoli che hanno dimostrato di non essere violenti”. In più aggiungeva: “Premiamo allora chi ha dimostrato di integrarsi con maggiore facilità. Per gli altri, porte chiuse finché non avranno risolto i problemi di integralismo e violenza interni alla loro cultura”. La presunta “censura di Stato” alla deputata Meloni si concretizzava in una nota con cui si evidenziava come “una comunicazione basata su generalizzazioni e stereotipi non favorisca un sollecito ed adeguato processo di integrazione e coesione sociale”, invitandola a “voler considerare, per il futuro, l’opportunità di trasmettere alla collettività messaggi di diverso tenore” rispetto al tema dell’immigrazione, in particolar modo dai Paesi musulmani.

Nessun “ufficio valutazione e censura delle opinioni”, come sostiene Giorgia Meloni, dunque. Nessun Minculpop d’antan o, come qualche parlamentare ha arditamente dichiarato, “polizia politica”. E neppure burocrati ai quali “è stato dato il potere (e il compito) di decidere cosa si possa e non si possa dire”. L’on. Meloni conduce una legittima e innegabilmente efficace propaganda politica: le foto in rete col bavaglio possono essere suggestive, non c’è che dire. Tuttavia, fatti alla mano, non hanno alcun fondamento. Inutile tirare in ballo le guarentigie parlamentari, che nessuno ha messo e mette in discussione. Ed altrettanto inutile scrivere lettere al Presidente del Consiglio dei Ministri o al Presidente della Repubblica, i quali hanno il dovere di far rispettare le leggi dello Stato. Il punto è che azioni o dichiarazioni che violino la legge della Repubblica che disciplina la parità di trattamento e la lotta al razzismo non possono (e non devono) passare sotto silenzio, neppure – anzi, soprattutto – se ad opera di rappresentanti delle Istituzioni, e ricade fra i compiti dell’UNAR il dovere di porle all’attenzione della pubblica opinione. Sarà il clima che si respira, evidentemente, purtroppo molto spesso irresponsabilmente surriscaldato da taluni, in cui ogni freno inibitorio sembra andato smarrito, ma è ben triste che tali elementari norme di civiltà debbano essere spiegate. Anche ai dummies.

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Quella banalità del male che scorre in rete

Difficile trovare spiegazioni di senso all’ondata di odio razzista che si è ormai scatenato in rete: basta digitare qualche termine chiave per restare inorriditi della ferocia con cui si esprimono posizioni che in un paese civile dovrebbero essere condannate senza appello. Sono ormai saltati tutti i freni inibitori della brava gente dello Stivale, quasi vivificati nel poter affidare al web qualsiasi commento che riguardi le categorie preferite dal razzista nostrano: “negri”, “zingari”, “clandestini”, “froci” e così via. Idee poche ma ben chiare: l’invasione straniera (meglio se musulmana) e conseguente minaccia dell’estinzione della razza bianca, secondo alcuni orchestrata dalle Nazioni Unite; l’orgogliosa rivendicazione di essere #padroniacasanostra (hashtag fatto proprio anche da un Governatore di una delle più importanti regioni italiane); l’immigrato o lo straniero criminale per definizione, di fatto animale guidato dai più bassi istinti predatori, come illustra con dovizia di particolari un sito vergognoso come questo; il disgusto per gli “invertiti” contro natura. Una enorme chiazza nera telematica che viene abilmente agitata da certa politica, che soffia sul fuoco e aizza gli animi: respingimenti, affondamenti di barconi, pene sommarie e castrazioni chimiche per gli immigrati criminali, tali per definizione.

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E i frequentatori della rete non si tirano indietro. Impossibile identificare una tipologia del professatore di odio: a parte profili dichiaratamente fascisti o nazisti, regna la persona comune, dal giovane studente all’impiegato con pancetta, sino alla arzilla nonnina che tweetta mentre armeggia in cucina. Ecco allora signore di mezza età che professano apertamente il loro credo fascista e augurano soluzioni finali per gli zingari, anziane inoffensive che si fotografano col cane e parlano di clandestini maiali, medici anestesisti che si professano serenamente razzisti e ragazzine che annunciano allegramente di andare al mare per affogare i clandestini. La banalità del male, avrebbe detto qualcuno. Non mancano naturalmente foto di scimmie tranquillamente accostate a quelle dell’europarlamentare ed ex ministra per l’integrazione Cécile Kyenge, insulti sessisti alla Presidente della Camera Laura Boldrini, “amica dei negri”, indicibili ignominie indirizzate a Khalid Chaouki, giovane parlamentare del PD. Fino a scivolare nel grottesco: profughi grassottelli e con i tablet, colonizzazioni africane e genocidi razziali a danno degli Italiani, i maledetti preti che non accolgono i migranti nelle chiese, la paradossale condanna del razzismo dei finti italiani contro gli italiani veri, leggende di maestre elementari che spiegano fantomatiche teorie gender con dildo e posizioni acrobatiche. Approcci primitivi e di pancia che calpestano secoli di storia e la dignità di un Paese che, tra le mille difficoltà che vive, conta sul valore e la solidarietà di chi ogni giorno salva decine di vite di disperati da morte sicura. Quanti sono i razzisti del web? Chi sono? E cosa dicono, cosa fanno, come si comportano nella vita reale, faccia a faccia? Da dove esce questo ignobile frullato di incultura che appesta la rete? E, soprattutto, cosa fare? Non aveva tutti i torti Umberto Eco a evidenziare che “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E’ l’invasione degli imbecilli”. Ma è comunque difficile fare i conti con tanto odio o con tanta imbecillità, quando la forza di una democrazia matura è quella di garantire la libertà di espressione, anche quella così ripugnante. Credo, tuttavia, che non basti ignorare il fenomeno: va combattuto, va diffuso, va reso evidente e va condannato con forza. Va contrastato legalmente, quando se ne verifichino le condizioni. È una lotta culturale, evidentemente, che deve aver spazio nella quotidianità, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. E tocca a ciascuno di coloro che hanno a cuore una comunità che possa dirsi tale ricordare che i diritti si sommano, non si contrappongono. A dispetto degli imbecilli.

Aggiornato il 30 Agosto 2015

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