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Perchè la richesta di messa in stato d’accusa del M5S non ha senso

Dopo l’intollerabile accusa al Capo dello Stato di essere un boia, avrei voluto farci un post tutto mio ma, condividendo parola per parola le riflessioni di Gaetano Azzariti, le riporto per tentare di dare contributo ad un ragionamento serio. Tentare, beninteso.

“Abbiamo sempre criticato con durezza l’uso disinvolto della costituzione da parte dei politici. Abbiamo sempre condannato, da qualunque parte provenisse, il tentativo di piegare la lex superior alle ragioni della lotta politica. Non possono esserci allora ambiguità neppure in questo caso: la denuncia presentata dai 5 Stelle per la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica non ha fondamento costituzionale. Il vizio di fondo è quello di porre su un inverosimile piano costituzionale – prospettando l’impeachment – questioni di natura propriamente politica. Mentre è del tutto legittima, infatti, la critica severa allo stato in cui attualmente versano le nostre istituzioni, la pretesa di farle assumere le forme dell’attentato alla costituzione o dell’alto tradimento da parte di Napolitano è semplicemente una inaccettabile banalizzazione. La stessa critica politica, in gran parte condivisibile, finisce per risentirne. Così, la giusta denuncia dei peggiori difetti della nostra democrazia assume un tratto caricaturale se si pensa che siano esclusivamente imputabili al tradimento del Garante della nostra costituzione. Il rischio è quello di finire per assolvere impropriamente tutti gli altri soggetti politici che hanno contribuito con maggiori responsabilità al degrado del nostro assetto istituzionale […].

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Lezioni d’Europa

Qualcuno avrà pure ben pensato di metterlo in stato d’accusa. Qualcuno ama tirarlo per la giacchetta. Qualcuno continua a dargli del comunista. E qualcuno, contestandolo oggi, ha perso l’ennesima buona occasione per non sfigurare e far sfigurare l’Italia. Dal canto mio, mi sento di ringraziarlo e di invitarvi a leggere il lucido discorso su natura e futuro dell’Europa che ha tenuto di fronte all’aula di Strasburgo del Parlamento europeo. Ancora una volta grazie, Signor Presidente.

[…] nella crisi di consenso popolare di cui l’Unione europea e il processo di integrazione stanno soffrendo – c’è tutto il peso del malessere economico e sociale che l’Unione non è stata in grado di evitare; ma c’è anche il peso di una grave carenza politica, in varie forme, sul piano dell’informazione e del coinvolgimento dei cittadini nella formazione degli indirizzi e delle scelte dell’Unione. E il cambiamento da proporre all’elettorato deve dunque andare al di là delle politiche economiche e sociali. Così come al di là di esse deve andare la sfida con le forze che negano e avversano il disegno dell’integrazione europea, nella sua continuità e nel suo necessario e possibile rinnovamento. Una nuova stagione di crescita economica, sostenibile da tutti i punti di vista, è indispensabile per ricreare fiducia; ma essa non basta per garantire la legittimità democratica del processo d’integrazione, se non è accompagnata da nuovi sviluppi in senso istituzionale e politico nella vita dell’Unione […]. Qui il testo integrale del discorso.

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È l’amministrazione, bellezza

Dopo il giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica, l’Italia ha un nuovo Governo, guidato da Enrico Letta. Dopo una (pare) scontata fiducia da parte delle Camere, l’Esecutivo entrerà nella pienezza dei suoi lavori e prenderà possesso della stanza dei bottoni. Tutto fatto? No, perché il vero lavoro di assestamento e consolidamento comincia ora: partono, anzi, le vere e proprie Grandi Manovre, che andranno a identificare il profilo della macchina centrale che da oggi e sino al Governo successivo guiderà il Paese.

 

Intanto le nomine di sottosegretari e vice-ministri che, nel delicato gioco degli equilibri di ogni Governo, sono parte fondamentale. Pesare i sottosegretari secondo precise ponderazioni, infatti, è atto complesso e laborioso, tanto più in un Governo di “solidarietà nazionale” o di emergenza come quello appena varato. Alla cosiddetta seconda fila vengono assegnate deleghe su una serie sterminata di dossier, da gestire in coabitazione col Ministro di riferimento, ed è importante dar vita ad un quadro per quanto possibile coerente. Altra partita importante riguarda poi gli altissimi funzionari di Stato, i cosiddetti apicali, cinghia di collegamento fra il vertice politico e le amministrazioni, unici ad essere soggetti per legge a meccanismo di spoils system. Si tratta di capi dipartimento e segretari generali dei Ministeri, per intenderci, che, a meno di una rinnovata fiducia, dovranno lasciare le stanze ai piani alti (magari trasferendosi allo stesso piano di qualche palazzo un paio di traverse più in là). E non basta: il terremoto investe tutta la galassia degli uffici di diretta collaborazione, come Gabinetti, Uffici Legislativi, Segreterie Tecniche. Sono le squadre che ogni Ministro si costruisce intorno per il viaggio che lo attende e che lo consigliano sulla gestione più politica del suo dicastero. Ed infine le scosse di assestamento che arrivano giù giù sino ai piani bassi. Nessun ricambio forzato, sia chiaro, ma qualche riposizionamento che si accompagna anche a processi di ristrutturazione delle amministrazioni che, in misura maggiore o minore, ogni Governo mette in moto, con piccoli e grandi spacchettamenti o accorpamenti che portano inevitabilmente a qualche successione, gradita o meno.

Tutto fisiologico, tranquilli. Con un’avvertenza: assieme ad un Governo c’è sempre una macchina amministrativa che lavora indipendentemente dalle urgenze della politica. Nei ministeri, nelle regioni, negli enti, nelle province e nei comuni ci sono donne e uomini che, sia pure con mille difetti, portano avanti quell’ordinaria amministrazione che regge la quotidianità del Paese: pensioni, ospedali, giustizia, risposte ai cittadini. Insomma, parafrasando Bogart, è l’amministrazione, bellezza!

Pubblicato su Linkiesta

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Le invasioni barbariche

Venerdì davanti Montecitorio era stata solo la prova generale: sabato la prima. Solo che non era di gala, affatto. Quando arriva il proclama di Grillo sul colpo di Stato e la calata su Roma in camper decido di riprovarci. Con buona dose di faccia tosta e Nikon al collo mi reintrufolo in piazza mentre si vota per il Capo dello Stato. Napolitano ha dato la sua disponibilità di fronte l’impotenza dei partiti e dopo l’implosione del PD. Fa freddino ma l’atmosfera è calda. Lo spazio davanti l’obelisco è stracolmo, con qualche capopopolo sulle ringhiere con megafono, il solito Mascia in pole position. Non una folla oceanica, ma rumorosa. Cartelli che inneggiano alla fine della democrazia (addirittura). Urla sguaiate. Cori di ‘Bersani pezzo di merda!’ (ingenerosi, a dir poco). ‘Ro-do-tà, Ro-do-tà, Ro-do-tà’! Il più triste: ‘Napolitano non è il mio Presidente’ (Scusi, Signor Presidente). Un fotografo mi saluta calorosamente (chi è?): posso riciclarmi come novello Mauro Fortini. Saluto Roberto Tallei di Sky con cui avevo cinguettato prima. Polizia schierata ma calma, intanto prendono gli scudi di plastica, non si sa mai. Urla contro un gruppetto di Rifondazione Comunista: ‘Via le bandiere!’ E alla ringhiera sbuca anche Paolo Ferrero. Una signora abbarbicata urla con la faccia rossa: “Mortacci vostra!’ Si affaccia qualcuno da una finestra di Palazzo e sale il ‘Buuuuu’, fiocca il dito medio. Sale la tensione e qua e là zigzaga qualche onorevole grillino: preoccupati, sempre altezzosi, però. I soliti volti noti delle trasmissioni tv che corrono da un lato all’altro della piazza, siamo in pieno circo mediatico. Ancora cori: ‘tutti a casa’, ‘noi dentro, voi fuori’. Ariecco Zoro. Esce Giovanardi, tutti addosso con le telecamere: sdegnato, parla di impazzimento e di atteggiamento fascista (sono d’accordo con lui, un brivido lungo la schiena). Intanto Rodotà prende le distanze dalle intemperanze. Non riesco a twittare e chiedo a @darioq di farmi la differita via cellulare. Telecamere straniere: uno si porta addirittura la scaletta metallica. Graduati dell’Arma confabulano preoccupati. In diretta tv arriva la notizia dell’elezione di Napolitano. Sale il buuuuuuuuuuuuu, fascisti (!), buffoni, venduti, papponi. Esce Corradino Mineo, ex Rai News 24 e si avvicina alla folla: si becca di tutto. C’è chi arriva a scomodare Falcone e Borsellino e un fotografo navigato alza il sopracciglio. Un onorevole grillino si morde nervosamente le unghie. Poi escono tutti i 5 stelle e vanno dai manifestanti ad applaudirli  si scatena la piazza. Onorevoli PD alla spicciolata, mesti. Scalfarotto troneggia davanti le telecamere. Giovanardi intanto tenta di andare a casa e si prende salve di insulti dalla piazza (ma bravi), con annesso onorevole grillino che se la ride (ma bravo). Sbuca l’ex giffino Rocco Casalino che si mette su una fioriera a vedere che succede. Cala il buio, Grillo pare arrivi alle 22 e 30 a Piazza del Popolo. Sbuca Vito Crimi che con passo deciso e militaresco va dai manifestanti e imbocca il megafono, novello discorrente della Montagna. Basta, non ne posso più, la schiena mi uccide. Mi rimane in bocca un saporaccio di popolino bue. Lo stesso che troverà Franceschini a cena e gli dirà di tutto poco dopo. Un saporaccio.

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L’Italietta da stadio

Dopo l’annuncio della scelta di Prodi per il Quirinale arrivava l’annuncio di una manifestazione davanti Montecitorio. Inforco le due ruote e mi precipito alla Camera. Cordone di polizia, non si passa. Giro intorno, si apre spiraglio e mi infilo. Mentre mi avvicino sento canti e cori. In piazza si aggirano gruppetti di deputati, dietro le ringhiere dell’obelisco 200/300 persone al massimo, stipate come sardine: bandiere del PdL, di Fratelli d’Italia, di Casapound. Sparuti 5 stelle e Mascia di Rivoluzione Civile. Qualche pro Rodotà, il resto contro Prodi. Carabinieri schierati, ma aria di calma. Interviste qua e là a deputati e senatori del centrodestra. Sole a picco. Manifesti e striscioni. Sbuca Gramazio che urla e agita una fetta di mortadella. In fondo alla piazzetta una ventina di bandiere di Casapound che urlano insulti pesanti verso Prodi. Mi si avvicina un giornalista  “Scusa ma quella è la Puppato? Non vorrei fare gaffes”, “Tranquillo” dico io. Zoro che si arrampica sul muretto. Giornalisti di Piazzapulita, Ballarò e Servizio Pubblico. L’atmosfera si scalda, si sfiora la rissa fra gruppettari. Saluti romani. Il giornalista Sky elegante dalla cintola in su (tanto non lo riprendono sotto). Razzi che si aggira mani dietro la schiena: si fa i cazzi suoi, credo. Questo il preludio al #disastroQuirinale della quarta votazione che ha bruciato Prodi e ha visto 101 franchi tiratori ex applauditori. E’ l’Italietta da stadio, che urla, sbraita, sfrutta, complotta, si vendica.

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Un vuoto bello pieno

Siamo nel pieno della sindrome da Ruzzle: soluzioni difficili da trovare e combinazioni che non vanno. E si continua a perdere. Arrivano i cosiddetti saggi per cercare di gettare una qualche luce (un lumicino, magari) sulle cose da fare e forse di indurre i diversi attori in Parlamento a non farsi la guerra. In questa situazione che si va configurando come una delle più difficili di tutta la storia Repubblicana (crisi politica che si assomma alla crisi economica e sociale) una buona parte dei destini e della reputazione del Paese stanno nelle mani di un uomo di quasi 90 anni. Un vecchio comunista. Migliorista, ma comunista, che appartiene a quella tradizione che qualcuno ama moltissimo definire del Pci-Pds-Ds-Pd. E come spesso accade nei momenti di crisi, non tutti riescono a mantenere il sangue freddo necessario per continuare a fare buon uso della materia grigia: denunciare l’avvento di un surrettizio presidenzialismo e straparlare di golpe bianco, come qualcuno ha improvvidamente fatto, o gridare al lupo per improvvisi vuoti di potere che faranno crollare la baracca, non sta in piedi. Non sta in piedi, intanto, perché aveva ragione un insigne costituzionalista, Carlo Esposito, che parlava di Presidente supremo reggitore dello Stato nei momenti di crisi. Nel disegno che la Costituzione tratteggia, il Presidente della Repubblica è un elemento di equilibrio indispensabile, e ha a propria disposizione una serie di importantissimi poteri che hanno una fondamentale caratteristica: la loro grande elasticità. In un sistema politico-istituzionale che funziona, in cui sono numericamente chiare maggioranza e opposizione che si riconoscono vicendevolmente, la necessità di interventi diretti del Presidente è meno avvertita e serve principalmente a dare impulso e contribuire al funzionamento complessivo del quadro. Insomma, tanto più le cose vanno da sole, più il ruolo presidenziale tende al notarile o giù di lì (il che non è vero, ma serve ad intenderci). Di converso, più il meccanismo si inceppa e l’agone politico è in burrasca, maggiore è il peso del Capo dello Stato, che ha il dovere di intervenire per sbloccare gli ingranaggi. E oggi gli ingranaggi sono bloccati in una impasse politica che investe individui, formazioni e regole del gioco. Non deve stupire, quindi, la apparente novità della formula del pre-incarico esplorativo al Segretario del Pd: Napolitano non poteva che partire da là, ma non poteva non tenere in conto la bizzarra situazione che una pessima legge elettorale (sia sempre reso grazie agli alti et illuminati artefici di cotanto capolavoro) ha portato a galla sulla base di un Paese spaccato come non mai. E di fronte ai veti espressi dalle diverse forze politiche, nonché sulla base dei numeri, il Capo dello Stato, nella fase finale del suo settennato e nel pieno del c.d. semestre bianco, ha ritenuto imporre (con un intervento inedito) una pausa di decantazione, di fatto congelando il pre-incarico e ricorrendo a due commissioni tecnico-politiche che aiutino, col loro lavoro istruttorio, a chiarire il quadro. E poco hanno da lamentarsi i partiti: hanno o non hanno accolto unanimemente con favore (all’inizio, almeno) la gestione del Presidente, rimettendo tutto alla sua saggezza? Hanno o non hanno parlato per mesi e mesi di riforma della legge elettorale per poi arrivare ad un nulla di fatto? Hanno o non hanno di comune accordo affidato, sia pure temporaneamente, i destini della Nazione ad un Governo oggi detestato? Hanno o non hanno passato una campagna elettorale dai toni truculenti gettandosi accuse a vicenda e portando 1 elettore su 4 a starsene a casa invece di andare a votare? Meno male che Giorgio c’è, quindi. E meno male che ha ricordato a tutti che c’è un Governo. C’è sempre un Governo. Anche se dimissionario, in carica per gli affari correnti finché un prossimo esecutivo non giurerà nelle mani del Capo dello Stato. Chiunque esso sia. Ed assieme ad un Governo c’è anche giù giù a scendere una macchina amministrativa che lavora indipendentemente dalle urgenze della politica. Nei ministeri, nelle regioni, negli enti, nelle province e nei comuni ci sono i tanto bistrattati fannulloni che portano avanti quella ordinaria amministrazione che regge la quotidianità del Paese: pensioni, ospedali, giustizia, risposte ai cittadini. Quella burocrazia così ottusa fatta da quei deprecati oscuri funzionari mangiapane a tradimento che oggi continuano a fare quello che fanno tutti i giorni e che magari adesso lo fanno senza il fiato sul collo di una politica che insegue il titolo sui giornale con l’ennesimo intervento ad effetto. E che, adagiato il polverone, talvolta produce più guasti che benefici, le cui magagne ricadono sui cittadini assieme a quei dipendenti pubblici che cercano di interpretare, adattare, risolvere. Altro che vuoto di potere: c’è un vuoto bello pieno. Calma e gesso, ragazzi.

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Congedo

“Con queste parole, mi congedo da voi. Ho per ormai quasi sette anni assolto il mio compito – credo di poterlo dire – con scrupolo, dedizione e rigore. Ringrazio dal profondo del cuore tutte le italiane e gli italiani, di ogni generazione, di ogni regione, e di ogni tendenza politica, che mi hanno fatto sentire il loro affetto e il loro sostegno” (dal Messaggio di fine anno di Giorgio Napolitano, 31 dicembre 2012). Grazie a Lei, Signor Presidente. Grazie davvero.

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Il supremo reggitore

Devo essere sincero: se dovessi dire che sono pienamente felice e soddisfatto per il prossimo Governo Monti, direi una bugia. E la direi perché, sia pure in parte, la costituzione di questo esecutivo di novembre ha – anche – la paternità della superna dimensione economico-finanziaria, che mi preoccupa assai. Sia chiaro, innegabili le responsabilità del Governo uscente ed evidente il peso della crisi di fiducia che alcuni coloriti atteggiamenti hanno contribuito a scatenare a livello internazionale. Tuttavia, questa cosa mi lascia un retrogusto amaro. Ci piaccia o meno, siamo in emergenza e sottoscrivo le riflessioni del Nichilista. E, di converso, ripesco dalle ormai lontanissime memorie dei miei studi di diritto costituzionale e penso che quel costituzionalista insigne ci avesse visto giusto a indicare come il Presidente della Repubblica, in caso di crisi del sistema, si erga a supremo reggitore dello Stato. Così, tanto per.

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