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Quantum of solace

Dal Corsera: “BlackBerry in tilt in tutta Europa: off line il servizio email. Milioni di BlackBerry fuori servizio in tutto il mondo: il blackout del servizio mail dello smart-phone più utilizzato del pianeta, ha infatti toccato non solo l’Europa ma si è esteso al Medio Oriente, all’Africa e all’India”.

Pace, finalmente. La rete indignada!

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Plin plin!

“Acqua minerale. Molto più che potabile”. Questo il titolo di una pubblicità apparsa sui quotidiani a cura di Mineracqua, la Federazione Italiana Acque Minerali Naturali. Trovo questa campagna decisamente inquietante. Una federazione di imprenditori che ha avuto dallo Stato la concessione per l’uso di un bene come l’acqua, ci dice che l’acqua minerale è senza cloro e senza paragoni, declamandone le doti a scapito dell’acqua di rubinetto, che è «solo bevibile» e suggerisce ai cittadini che, poiché l’acqua del rubinetto viene da falde, laghi o fiumi ed è trasportata in tubature, le acque minerali, che invece sgorgano da sorgenti protette (da chi?) ed incontaminate (ah, le falde sono contaminate, quindi?), sono migliori dell’acqua di rubinetto.

Massimo rispetto per chi fa impresa ma, senza aprire il discorso relativo alla cosiddetta privatizzazione dell’acqua, basta leggersi i dossier preparati da Legambiente per capire una cosa basilare: l’acqua è un bene comune, né pubblico né privato, ed è alla base della vita. Non va sprecata, ne va salvaguardato l’accesso, va resa disponibile a tutte le zone del Paese. Io bevo l’acqua di rubinetto perché mi fido, fino a prova contraria, dei controlli effettuati dalle autorità competenti e perché mi sono stufato di contribuire alla produzione e dispersione di milioni e milioni di bottiglie e bottigliette di plastica, come quelle (ormai vanno molto quelle da 50 cl, chissà perchè) che molti ristoratori continuano a propinare. Basta vedere la campagna “Imbrocchiamola” per saperne di più.

Di fatto, una banale risposta di marketing alla campagna lanciata da Coop sull’utilizzo dell’acqua di rubinetto o di acque minerali a chilometri zero. Banale, ma, a mio modo di vedere, profondamente sbagliata. Su una cosa, tuttavia, sono totalmente d’accordo con Mineracqua: «Da un’informazione trasparente nascono scelte libere».

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La trasparenza è una cosa seria

Da circa 5 mesi, a seguito di una dolorosa vicenda privata, mi trovo ad avere a che fare con AMA S.p.A. di Roma che, dice il sito internet, è «l’azienda di igiene urbana che opera sul territorio comunale di Roma. Costituita in società per azioni nel settembre 2000, ha un unico socio, il Comune di Roma». Chiaro no? Una SpA partecipata totalmente dal Comune, che eroga fondamentali servizi pubblici, come la raccolta dei rifuti urbani e, da circa 10 anni, i servizi funebri e cimiteriali. Gli alberi pizzuti, insomma. A leggere quanto viene riportato dal sito di AMA-Cimiteri Capitolini, c’è di che rallegrarsi, visto che «in questi dieci anni è stato avviato un profondo e complesso programma di sensibilizzazione, trasparenza e riorganizzazione per garantire decoro ai cimiteri romani, nonché efficienza ed economicità ai servizi».

Trasparenza? Tanto per provare, fatevi un giro sul sito di AMA o di quello della Divisione Cimiteri Capitolini. Notate nulla? Trovate un qualche nome di un qualche dirigente, di un capo servizio, di un referente di una qualche area? Telefoni? E-mail? Fax? Zero. Al limite, un bell’organigramma “muto“, degli indirizzi di posta elettronica del servizio informazioni (muti anch’essi, almeno dopo due mie richieste, magari mi sono stancato presto) o dei (sacrosanti) servizi di necessità, che tutti speriamo servano il più tardi possibile.

 

Bene. Ora, sempre tanto per provare, fate un giretto dalle parti del mio Ministero: qua trovate tutti i miei riferimenti (nome, cognome, telefono, fax, e-mail personale e di ufficio) e, nella sezione operazione trasparenza, il mio cv dettagliato e persino quanto guadagno. Non stona un pochino? Una settimana fa ho spedito una e-mail al Sindaco di Roma all’indirizzo di posta elettronica dedicato, esponendo le mie ragioni riguardo la vicenda che mi vede coinvolto e, fra l’altro, ho scritto: «Chi Le scrive, Signor Sindaco, coordina un ufficio che riceve decine e decine di lettere e messaggi di posta elettronica al mese per avere risposte su questioni, spesso drammatiche, riguardanti disabilità o non autosufficienza e, assieme ai miei collaboratori, faccio ogni sforzo per dare loro una risposta, sia pure un mero riscontro, nel più breve tempo possibile, anche ove non si abbia competenza diretta, per dare il segnale che ci siamo, che l’Amministrazione c’è».

Si sarà capito che, dopo 5 mesi, sto avendo più di una qualche difficoltà per risolvere la mia vicenda, anche perchè devo, ogni volta, attraversare piccole e grandi traversie per poter parlare con qualcuno che possa darmi una risposta. E, sebbene più di un funzionario si sia dimostrato più che disponibile, chi può e deve dire una parola definitiva non si sa chi sia. E’ un muro di gomma antico, polveroso e, a fronte di una società che chiede una amministrazione moderna, tanto più irritante. Cambia qualcosa che si tratti di una SpA? A mio modo di vedere, no. Premesso che anche ove AMA fosse una comune società privata che produce bulloni, non sarebbe immune dalla richiesta di trasparenza che i consumatori giustamente esigono, qui si parla di servizi pubblici fondamentali e di prossimità. Per i cittadini, quelli che pagano le tasse proprio per quei servizi. D’altronde, i soldi che il Signor Franco Panzironi, amministratore delegato di AMA percepisce, compresi i 55.062, 99 (cinquantacinquemilasessantadue e novantanove) euro per indennità di risultato (così riporta oggi il Corriere a pagina 23), da dove vengono?

PS: Aggiornamento del 28 settembre, Panzironi si dimette per la vicenda stipendi d’oro… 

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Spottatori responsabili

Sarà forse che quando ero piccolo e vedevo la televisione in famiglia mio padre accompagnava le mirabolanti promesse delle pubblicità televisive con sonori “Sìììììì, e come no!”, o  sarà che sono poco tollerante, ma l’ossessiva presenza di spot (oggi si dice così, anche se scommetto che ben pochi sanno cosa significhi in inglese) in tv, radio, stampa, in strada, sui bus e persino sotto la metropolitana con un rumore continuo e molesto, mi sta pesantemente sulle scatole.

E c’è una domanda che mi pongo spesso. Ma tutte queste persone dello spettacolo (dovrebbero essere i VIPs, very important persons…’mbé, perché?) ci credono davvero alle cose che ci raccontano sorridendo a 32 denti? Ce l’hanno una responsabilità per quello che fanno o sono solo affari, si accattano il denaro e affaracci nostri? Tanto per non fare di tutta l’erba un fascio, lasciamo perdere prodotti di uso comune, come vestiti  (quelli che indossiamo pagando, di fatto, per portare in giro le marche e facendo così doppia pubblicità al furbone di turno), automobili (quelle che vendono per andare a 200 km/h con limiti di legge a 130 km/h) o, ancora, cellulari e comunicazioni varie (con testimoni come un famoso velocista su due ruote tra i più grandi evasori italiani e al quale è stato persino concesso di discolparsi in prima serata). E parliamo di cibo.

Mi è capitato di pizzicare recentemente Super Size Me, che consiglio a tutti di (ri)vedere, magari assieme alla lettura di Fast Food Nation, tanto per capire cosa c’è dietro al mercato del cibo cosiddetto spazzatura. E aspetto di vedere su Current una serie di documentari su mozzarella, fragole e vino. Allora, visto che si parla tanto – e giustamente – di responsabilità sociale, trasparenza, rispetto dei consumatori, perché non pretendere che il testimonial si nutra almeno una settimana del prodotto che reclamizza? Solo la sopravvivenza dello spottatore, adeguatamente certificata, sarà condizione necessaria (ma non sufficiente, beninteso) della vendita al grande pubblico. Insomma, chiediamo a Andrew Howe (che mi sta assai simpatico) di ingozzarsi prima di ogni gara di un sanissimo Kinder Bueno e a Antonella Clerici di chiudere ogni pasto con un naturalissimo Grand Soleil. Che direbbero?

Insomma, il tema generale della trasparenza per la scelta critica dei consumatori è, a mio modo di vedere, cruciale quando parliamo di cibo ed alimentazione. La capacità che uno spottatore ha di vendere una sensazione, uno stile di vita, e non certo il prodotto in sé, è ad altissima intensità, anche se non si sofferma nel raccontarci i chi, i come, i cosa e i perché dietro il prodotto stesso. Certo, esistono i gruppi di acquisto solidale, e prodotti biologici e del circuito equo e solidale hanno sempre maggiore spazio, ma la forza schiacciante delle grandi e grandissime multinazionali alimentari in termini di inarrestabile forza di penetrazione del mercato e di potenza pubblicitaria è obiettivamente sconcertante. Ricordiamoci tutti, però, che la scelta è nostra, e la nostra libertà di scegliere (e di non farlo) nessuno può permettersi di intaccarla.

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Guerra ai graffiti

E’ una vera e propria guerra ai graffiti a Roma quella che ha denunciato il Wall Street Journal, secondo cui diplomatici e turisti statunitensi si sono rimboccati le maniche e hanno cominciato a ripulire qua e là mura in citta. La brigata USA anti-graffiti, riporta Repubblica, è dedita a liberare le bellezze urbane e architettoniche romane da quella che non considerano arte. Insomma, ennesima figuraccia italiana?

Io dico di sì. Esistono graffiti gradevoli? Sì, ce ne sono, in misura infinitesimale. Basta farsi quattro passi nella capitale e vedere che per la stragrande maggioranza si tratta di puri imbrattamenti, con miriadi di “firme” degli “artisti” di strada che sono poco più che scarabocchi. Insomma, fanno tanto tribù e degrado urbano. Non dimentichiamo, poi, che vengono utilizzate mura di abitazioni, palazzi, e condomini privati, di cui si invade e si viola lo spazio. In precedenza, si era pensato di garantire spazi pubblici per i bombolettari ma l’idea, che mi sembrava buona, sembra affossata.

Insomma, a mio modo di vedere, i graffiti deturpano e provocano nella grandissima maggioranza dei casi, ne sono convinto, l’effetto “finestre rotte”. Secondo un famoso saggio del 1982, infatti, la percezione dei cittadini della pericolosità di una zona urbana deriva non tanto dagli effettivi reati commessi e dalla loro gravità, ma dal clima generale che regna nella zona stessa. Se si creano le prime condizioni per un degrado diffuso (che parte, ad esempio, da una finestra rotta nel quartiere) che non viene arginato, in primis dalla stessa comunità, lo squallore avanza inarrestabile e la criminalità grande e piccola trova terreno ideale per darsi da fare (semplifico brutalmente, ma ci siamo capiti). Ecco, i graffiti a Roma mi fanno tanto finestra rotta, basta vedere qua.

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Odio l’estate. Tamarra

Ogni anno cerco di ritornare a Tortolì in Ogliastra, paese materno nella splendida Sardegna. E ogni anno mi arrabbio ferocemente, per tanti motivi. La zona fortunatamente è stata in gran parte risparmiata dallo stupro organizzato della Costa Smeralda e si conserva ancora quasi del tutto indenne da quel rumorismo di sottofondo che ha ben dipinto qualche giorno fa Beppe Sebaste e che, dalle metropolitane cittadine sino alle spiagge assolate, tende a infastidire i timpani già dolenti di tutti noi. Eppure il cattivo gusto fa capolino anche nelle terre d’Ogliastra, molto spesso d’importazione tamarra: tatuaggi a tutto spiano (ma che diavolo si tatuano come dei guerrieri Maori?!?!?), panze impietosamente in vista strabordanti da magliette sottovuoto, abbronzature da pelle conciata, stivali (sì, stivali!) e, naturalmente, telefonini h 24 in cui si urlano quelli che una volta erano i sacrosanti cazzi propri.

Mentre si impazzisce (sic) in rete per le due sempliciotte sulla spiaggia (eh già, trattate in modo razzista dalla televisione con i sottotitoli, a me hanno fatto solo un poco di tristezza), faccio fatica a capire perchè portare anche in ferie, nel momento di pausa dalle tante inutilità del quotidiano, che cerchiamo di passare con le persone a noi care, l’ansia che vorremmo lasciare a casa. D’accordo, l’impostazione che diamo a quella che oggi concepiamo come vacanza è una delle tante odiose imposizioni del modo di vita che ci siamo scelti. Ma perchè non chiudere quella bocca vuota almeno per un giorno? La domanda, lasciata la Sardegna e facendo quattro passi per gli stabilimenti (furfanti e ladri di spazio) di Ostia, resta appesa in aria, la bocca spalancata di fronte alle bellezze (?) in fila sui lettini a catena di montaggio a cuocersi al sole delle 13 e alla nuova moda maschile dello slip sotto il costume a pantaloncino abbassato sub inguinem. La spiegazione più semplice è che mi sono irremediabilmente invecchiato. O, più immodestamente, immunizzato dai vari  Amici, Corona&Belen, Isole dei Famosi e sottovuoto televisivo (e culturale) che passa il convento.

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Passeggini alla riscossa

L’urbanizzazione corrode il territorio italiano al ritmo di 500 chilomentri quadrati all’anno, con una cementificazione che tira su seconde case sulle coste mentre, allo stesso tempo, i costi restano sostanzialmente inaccessibili per giovani, anziani ed immigrati. Questo il quadro generale, che mantiene ad anni luce un dibattito sull’idea di città contemporanea che si cerca di elaborare.

Meno male che a fare rifiatare le città ci pensano (o, almeno, ci provano) le mamme di Passeggini alla riscossa, definita come “la prima campagna, spontanea e collettiva, di educazione civica finalizzata ad ottenere una metalità globale senza barriere”. Il tema è: ma lo spazio fisico delle persone, soprattutto le persone in stato di fragilità, di chi è veramente e chi, invece,  lo gestisce?

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Odi et amo

L’Italia è davvero un Paese unico e particolare: santi, navigatori e poeti convivono con furbastri d’ogni risma, paraculati, raccomandati, facce di palta e soci delle cricche di ogni ordine e grado. Ostia (RM): uno dei tanti stabilimenti balnenari che (dico io e suggerisce Report) derubano i cittadini del litorale romano, imponendo balzelli di sapore medievale a chi vuole godere di un bene pubblico: la spiaggia. Entro attraverso un percorso obbligato (non sia mai che qualche losco figuro voglia godere di qualche granello senza pagare…) e mi sistemo sul lettino sotto un ombrellone. La canicola incombe e cerco refrigerio nel bar dello stabilimento, strapieno di bevande e snack (non so neppure come definirli in lingua italiana) industriali di marche boicottate e boicottabili. Il caldo mi prostra e acquisto un gelato confezionato (orrore!) al costo di euro (rectius, euri) 1.80. Attendo, testardo, il fantasmatico scontrino che, altrettanto testardo, non vuole uscire dal ventre molle della cassa. Chiedo alla megera dietro il bancone, glaciale, di favorirmelo. La stessa, malvolentieri, lo batte e me lo getta sul bancone. Perfido, ringrazio, lo prendo, e lo getto nel secchio della spazzatura là davanti.

Altro giro, sempre Ostia. Ristorante di livello celestiale, gestito con amore e con una straziante passione da un giovane chef ed un giovane sommelier. Salette eleganti, ambiente accogliente, regna la qualità: si viene accompagnati lungo un commovente percorso enogastronomico mano nella mano, attraverso piatti, sapori e calici che solleticano il palato (smarrito e disabituato ad apprezzare la qualità) in un viaggio di gusti che sedimentano ed esaltano il piacere. Pietanze semplici eppure ricchissime di gusto, inventiva, ricerca di sorprendere. Ingredienti di qualità, lontani anni luce dalle mozzarelle blu e dallo scatolame insapore che regna sugli scaffali degli ipermercati. A braccetto, vino italiano che gioca divertito col cibo. E, alla fine del cammino, un inusuale pezzo di carta stampato: una ricevuta! Insomma, la fantastica normalità (smaccata pubblicità: provate Il Tino e saprete di cosa parlo). 

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