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Dopo le primarie romane c’è Roma

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Morettianamente verrebbe da alzarsi e fuggire al grido di “No, il dibattito no!”. Eppure, dopo i risultati delle primarie romane per il centro-sinistra, qualche domanda occorrerà pure farsela. Il dato è impietoso: rispetto alle primarie per le comunali del 2013, quelle che videro la vittoria di Ignazio Marino, l’affermazione di Roberto Giachetti poggia su un’affluenza che ha visto un calo dei votanti pari al 50%. I perché della disaffezione del “popolo delle primarie” sembrerebbero ovvi: se da un lato Mafia Capitale e le vicende che hanno investito il PD romano hanno fiaccato elettori e simpatizzanti dell’area progressista, le personalità in campo, pure assai solide dal punto di vista delle loro esperienze amministrative, non hanno scaldato i cuori. Lo schieramento di centro-destra non se la passa certamente meglio: sotto la minaccia della ruspa di Matteo Salvini, i diversi partiti vanno ognuno per proprio conto, mettendo sul piatto un’offerta politica ancora poco chiara. Le “comunarie” del Movimento 5 Stelle, infine, contando su una vittoria di appena 1.764 voti on line, faticano a qualificarsi come primarie vere e proprie, pur riscendo a individuare una candidata per la quale scendono in campo i big del movimento. Tutto vero. Eppure le dichiarazioni dei dirigenti del PD suonano come commenti di pura circostanza: il Presidente del partito e Commissario romano parla di buona affluenza e ricorda che la volta scorsa c’erano i rom in fila, mentre il vice Segretario nazionale ricorda che “comunque sono più voti dei 5 Stelle”. Dichiarazioni prevedibili, evidentemente, ma insufficienti per dar conto della situazione. Ha certamente ragione Stefano Folli su Repubblica quando sostiene che, a fronte di uno scivolone del genere, sarebbe stato “meglio riconoscerlo con umiltà, senza pasticciare con le cifre, ammettendo che forse non si poteva fare di più dopo i peggiori tre anni nella storia della sinistra romana”. Mi sembra, allora, che siano due i temi che forse dovrebbero essere oggetto di domande da parte della dirigenza e della militanza del Partito Democratico, a tutti i livelli. La prima: quanto ha pesato la spaccatura nel partito fra sostenitori del Premier e minoranza? È un elemento che non coinvolge solo la legittima lotta interna, ma anche il disorientamento di iscritti e simpatizzanti che non riescono ad affidarsi alla vecchia guardia ma, allo stesso tempo, sono disorientati dal piglio decisionista e poco di sinistra – almeno, come tale percepito – del loro Segretario. La seconda investe più in generale la validità dello strumento: le primarie, se bene organizzate ed interiorizzare nella vita di un partito, sono un contributo prezioso – non l’unico, certamente – alla buona selezione della classe dirigente e, anzi, hanno più di una ragione coloro che vorrebbero renderle obbligatorie per legge. I numeri di questa domenica, tuttavia, rischiano di avere l’effetto di minare la bontà di un meccanismo che sarebbe un grave errore lasciar morire, sia per disamore dei cittadini che per calcolo della politica. La partita si sposta allora alle elezioni, vero banco di prova di numeri e idee: sta a tutti i partiti politici, soprattutto in una realtà difficile come quella romana, avere come primo obiettivo una sana affluenza alle urne. Ed è una responsabilità che ricade in prima battuta sul PD, che resta un partito chiave nella scacchiera della Capitale ed ha avuto per primo il coraggio di misurarsi con le primarie. Esso dovrà fare di tutto perché la sfida per Palazzo Senatorio sia vera e partecipata. Senza retropensieri che investano il disegno nazionale ma avendo a mente la reputazione e la vivibilità di una delle più belle città al mondo.

Pubblicato su Linkiesta

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