Poveri emicicli

A pensarci, non è poi così strano. Dopo le polemiche italiote sui Mondiali di calcio e la scena abbastanza triste dei membri del Parlamento che esultavano in Aula ascoltando la partita della Nazionale, c’era da aspettarcelo. In un momento delicato per la tenuta del Governo e per la maggioranza, durante le dichiarazioni di voto sulla mozione di sfiducia presentata contro il Sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, entra in aula il Presidente del Consiglio e i “suoi” deputati (in fondo, sono tutti sostanzialmente nominati dai partiti) lanciano grida da stadio: “Silvio, Silvio!!!”. E, per condire fino in fondo il piattino, partono anche i leghisti con “Bossi, Bossi!!!”. Quello del dito medio, non la Giovin Trota.

Insomma, se ne riparla a settembre, sembra. L’episodio, tuttavia, mi ha procurato l’orticaria. Senza entrare in critiche di merito sulla attualità politica, devo dire che trovo davvero insopportabile, inadeguato, irrispettoso della sacralità del Parlamento questa sciocca personalizzazione del leader. I cori li si faccia ai comizi, se proprio si deve. In Aula, per favore, no. Ci si picchi, magari: almeno potrebbe ipotizzarsi un animo surriscaldato per la difesa delle proprie intime (?) convinzioni. La prossima volta che dobbiamo aspettarci? un “Morituri te salutant”? Un cesarismo all’italiana. Di Cesare Ragazzi.

Una normale verità

Questa a seguire è la e-mail che ho inviato stamattina al Presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini, a proposito delle dichiarazioni rilasciate ieri in occasione dell’anniversario della strage di Via D’Amelio.

Illustre Presidente,

ho appreso dai notiziari di ieri sera e dai giornali di oggi quanto da Lei dichiarato in occasione dell’anniversario della strage di Via D’Amelio e, in particolare, che ”Mangano non é un eroe, ma un cittadino condannato per mafia” (ANSA).

Desidero esprimerLe il mio apprezzamento per quanto ha riportato, facendo finalmente chiarezza su un passaggio amaro che, troppe volte e periodicamente, ha fatto e fa capolino nella nostra storia recente.

Da servitore dello Stato, trovo lunare che a chi sia stato riconosciuto membro della mafia possa, sia pure lontanamente, essere attribuito il titolo di “eroe”.

La mafia è un cancro che avvelena la vita sociale, economica e politica di questo Paese e che va combattuta sempre, comunque e dovunque.

Che lo ricordi una delle più alte cariche dello Stato che servo con onore è una ventata di normalità.

Con vivissima cordialità,

Alfredo Ferrante

Ritorno al lavoro. E allora?

Mi era sfuggito ma, grazie all’occhio onnipresente di Blob, ho assistito al passaggio di un dibattito ad Omnibus tra Daniela Santanché, attuale Sottosegretario all’Attuazione del Programma di Governo, e Paolo Ferrero, ex Ministro della Solidarietà Sociale del Governo Prodi, oggi Segretario di Rifondazione Comunista (già incontratisi, fra l’altro, a  Otto e Mezzo del 2008). Ebbene, la Santanché (questo riportavano le immagini, intorno al 9° minuto) rimproverava a Ferrero il fatto di essere tornato a ricoprire la posizione di impiegato della Regione Piemonte dopo la mancata elezione in Parlamento nel 2008, evidenziando che ben altro accade a chi fa impresa e che solo in quel caso potrebbe “far valere le sue capacità”. E’ quel Ferrero con cui nel 2007 – allora egli Ministro in carica – ho condiviso una fila per un panino a pranzo all’alimentari sotto il Ministero. Da solo e senza scorta. Tanto per precisare.

Bene, sarò parziale ma, pur da elettore di una forza politica diversa da quella di Ferrero e con tutto il rispetto e l’apprezzamento per chi fa impresa, qual è il punto? Dov’è la viziosità nel tornare a fare un lavoro quando si conclude (per sempre o per un periodo di tempo) la propria esperienza da eletta o da eletto? O è un problema per i pubblici dipendenti, che non hanno uno straccio di capacità? Se non è stato nel frattempo cambiato, l’articolo 51 della Costituzione della Repubblica Italiana prevede che “Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro”. Si chiama aspettativa e non mi sembra una corbelleria. Pensiamo, piuttosto, a chi, da eletto, continua imperterrito (vizietto trasversale) a esercitare il proprio mestiere di avvocato, medico, consulente e via cantando. Alla faccia di chi torna a fare il sesto livello.

E poi uno pensa male

Impazza il toto approvazione della legge sulle intercettazioni, mentre, in un clima politico fibrillatissimo, tra ennesime dimissioni di un membro del Governo e storie di P3, l’ONU prende una posizione decisa avverso quella che molti chiamano legge bavaglio.

Rai 1 stasera (non c’è davvero nulla neanche su Sky in estate…) trasmette “Nemico Pubblico“, filmazzo di Tony Scott, il fratello meno bravo di Ridley, sul mondo delle intercettazioni ad opera degli  spioni cattivi e della tecnoficcanasaggine molto cyber.

E poi uno pensa male….

Io Ministro, tu Jane!

Le recenti vicende politico-ministeriali degli ultimi mesi mi ricordano un fantastico pezzo di tanti anni fa di Benigni che, nel bastonare i governi della Prima Repubblica, riportava quali fossero le modalità di assegnazione degli incarichi di Governo.“Ci sono le Partecipazioni Statali!”, “Partecipo io!”, gridava un De Michelis, e così via in una girandola di valzer tra poltrone, tutte intercambiabili fra loro, a dispetto di curriculum (ehhh?), disposizioni naturali (come?), preparazione (prego?) e aspirazioni (ecco, meglio).

Ebbene, hanno fatto scalpore in questi giorni le notizie relative al nuovo Ministro per il Decentramento che, come emerge dalle cronache dei giornali, viene nominato per mere esigenze legate agli equilibri interni delle forze politiche di maggioranza. Nulla di scandaloso: siamo uomini (e donne) di mondo e abbiamo fatto tutti ben tre anni di militare a Cuneo. Va ricordato però che, ai sensi della Finanziaria 2007, il Governo avrebbe dovuto contare al massimo dodici Ministri con portafoglio, per un totale di sessanta membri al più (inclusi i sottosegretari). La norma era una prima, parziale risposta ad almeno un paio d’anni di pubblicistica assai critica contro le inefficienze e i costi della politica (e delle amministrazioni): sappiamo che il Governo formato da Romano Prodi nel 2006 contava 102 componenti, numero mai raggiunto nella storia della Repubblica. Ecco, invece, che dopo Fazio (Ministro della Salute), Santanché (Sottosegretario alla Attuazione del Programma), Augello (Sottosegretario Pubblica Amministrazione e Innovazione), Ravetto (Sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento), Crini (Sottosegretario con delega allo Sport), Brambilla (Ministro del Turismo), e Viceconte (Sottosegretario Istruzione e Ricerca), arriva l’improvvido Brancher. Dimenticherò qualcuno, ma il senso è chiaro.

Non basta. Uno dei Ministeri più significativi è da due mesi senza titolare, il Ministero dello Sviluppo Economico. Dopo la vicenda Scajola, che almeno ha fatto capire alle giovani coppie come fare a metter su casa (basta chiamare in Propaganda Fide e voilà, ecco servito un prestigioso appartamento terrazzatissimo o, male che vada, qualcuno restaurerà il tuo vecchio 3 vani), salva le forme l’interim al Presidente del Consiglio. Tuttavia, chiunque mastichi un poco di Amministrazione, sa bene che questo significa, nella pratica, schiacciare funzionari e dirigenti sotto catene di comando improbabili e minare le delicatissime competenze che quel Dicastero vede attribuite.

E non basta ancora. Dal febbraio di quest’anno, e per la prima volta dal I Governo Goria (1987!!!) manca nella squadra di Governo una figura di riferimento per le politiche sociali, fosse un Ministro senza o con portafoglio, o un Sottosegretario, variamente denominati. Per intenderci: le materie che vanno dal volontariato alla disabilità, dai minori all’immigrazione, dalla povertà al Fondo Nazionale per le politiche sociali risultano non presidiate direttamente. Si pensi, per fare un paragone, che nell’ultimo Governo Prodi questi temi (e neppure tutti) erano incasellati in un Ministero, seppur piccino, con due Sottosegretari. In un Paese che attraversa una delle più gravi crisi degli ultimi decenni, proprio i cittadini che versano in uno stato di maggiore fragilità abbisognerebbero di una rete istituzionale ed amministrativa di riferimento. Forte. Invece, si preferisce assemblare e riscorporare un Ministero fra i più martoriati dal 2001 ad oggi (da destra e sinistra) senza individuare una figura politica che guidi, pur nella legittima prospettiva politica di appartenenza e in sintonia col Ministro titolare, un settore così delicato.

Meno male che l’Italia è un Paese che offre mille opportunità ai giovani che vogliono fare una esperienza internazionale. Altro che Nuova Frontiera USA: qui dalla Regione Lazio si salta direttamente in Canada al G8! C’è di che consolarsi…

Delibero ergo sum. Activus

Una nuova e minacciosa crisi economica e finanziaria incombe, incalzando pericolosamente l’euro e mettendo in ginocchio la Grecia, dando mano libera agli speculatori. La crisi della politica rimane uno degli aspetti critici che gli italiani sentono maggiormente ed uno degli svantaggi cronici del sistema Paese, spingendo i giovani amministratori a dichiarare che si preferisce affidarsi ad un padrino. La celebrazione dei 150 anni dello Stato italiano è l’occasione per politiche infinite da retrobottega, mortificando l’impegno di illustri membri del Comitato organizzatore.  La società italiana, ci dice il CENSIS, è stanca dell’individualismo sfrenato ma non riesce a non guardare indietro, non trovando le forze per un rinnovamento che, se tale deve essere, non può che essere epocale. E, per non farci mancare nulla, petroliere e piattaforme estrattive sversano puntualmente nei mari e negli oceani greggio a volontà, deturpando pezzi di ambiente che chissà come e quando potranno essere recuperati.

Dinamiche complesse di società complesse. Una società i cui canoni sono, però contingenti, in quanto propri di un’epoca moderna che è ancora giovane, giovanissima. Le società complesse di tre secoli fa erano incredibilmente diverse rispetto ad oggi, mancando le stesse idee legate, ad esempio, al lavoro come lo intendiamo oggi, e alla modalità accumulativa (e consumistica). Le società antiche restano, per molti versi, incomprensibili, risultando quantomai diffcile il solo re-immaginare le dinamiche sociali e religiose che le governavano e che ci sono totalmente aliene. Tuttavia, le contingenze odierne vanno affrontate per procedere dialetticamente e le poche cose citate in apertura mostrano che le forze oggi dominanti hanno il fiato grosso o che, più precisamente, non permettono ai comuni cittadini di tirare il fiato.

Come si interviene? Come vengono prese le decisioni che investono le nostre vite? E’ evidente che i processi democratici sono spesso insufficienti, non perché non vada bene il metodo democratico in sé, ma perchè abbisogna di migliorie che si rendono indispensabili se non si vuole svuotare di significato il concetto stesso di società. La frontiera è quella della democrazia deliberativa (fra i tanti, gli spunti di Bifulco), banalmente intesa come la formazione delle decisioni in modo strutturato e partecipato, col consenso raggiunto faticosamente e non con la facile scappatoia della maggioranza, anche attraverso il ruolo indispensabile delle organizzazioni di cittadini attivi con un vicendevole scambio tra arena civile e arena politica. Come? Dove? Per qualche piccolo spunto di riflessione, tante indicazioni negli scritti di Giovanni Moro e molti guizzi in un articolo di Newton del mese di aprile sul rifondare le città anche attraverso l’OST, l’Open Space Technology. La strada è davvero lunga ma con un orizzonte stupefacente.

Io li odio i nazisti dell’Illinois!

Bastano 79 centesimi e andare sul negozio virtuale della Apple, l’iTunes Store, per scaricare una simpatica applicazione per il vostro iPod, “iMussolini”, che contiene più di 100 discorsi e 20 contributi audio e video del Nostro. L’ideatore dell’applicazione precisa che non si tratta di inneggiare al fascismo, dato che non vi sono commenti, ma di un modo per  “analizzare senza condizionamento ciò che accadde in quegli anni”. Risultato: numero uno negli acquisti e reazioni sdegnate, fra le altre, da parte della Associazione americana dei sopravvissuti all’Olocausto. Ora, improbabili approcci storiografici a parte, devo dire di condividere molte delle critiche che sono state sollevate.

Non si tratta, certamente, di tirare in ballo la Legge Scelba o la Legge Mancino, non potendosi rintracciare elementi che riconducano all’incitazione alla violenza o al razzismo o, ancora, alla propaganda tesa alla riorganizzazione del Partito Fascista, applicabili, peraltro, a ben altre formazioni politiche attive in Italia (qualcuno ricorderà manifesti come questo). Tuttavia, c’è da chiedersi quale sia l’utilità in termini di conoscenza storica nello scaricare i discorsi del Duce sul proprio telefono. Sebbene sbrigative reazioni come quella di Jake ed Elwood in “The Blues Brothers” di fronte ai nazisti dell’Illinois mi trovino pienamente d’accordo, la vicenda meriterebbe una riflessione approfondita e non va presa sotto gamba, specialmente dopo le – ennesime – scritte sui muri di Roma nel Giorno della Memoria.

Il dato, innanzi tutto, dice qualcosa. Dice, probabilmente, che, in un Paese in cui la tradizione fascista e la nostalgia senza memoria cova sotto la brace, anche per la mancanza di una adeguata conoscenza della storia contemporanea nelle scuole, qualcuno ha fiutato l’affare. Questo è il mercato. E basta vedere la grafica della presentazione dell’applicazione per capire che mira a solleticare proprio quel mondo. Un mondo, peraltro, fatto in gran parte da giovani o giovanissimi, che sono fra i principali fruitori di questi apparecchi, e che sono facilmente permeabili a questo tipo di rozza propaganda. E la dice lunga, infine, sul ruolo della Apple che, naturalmente, declina ogni responsabilità in merito a programmi come questi. Libertà di manifestazione del pensiero, certamente. Forse un pò pelosa. 

Tutta la vita davanti

Nuovo giro della giostra mediatica italiana: stavolta si riparla di bamboccioni, a seguito della sentenza del Tribunale di Bergamo che obbliga un padre divorziato al mantenimento della figlia di 32 anni disoccupata e fuori corso. L’espressione era stata coniata dall’allora Ministro Padoa Schioppa per evidenziare il fenomeno molto italiano delle ragazze e dei ragazzi che restano con i genitori fino ad età adulta, suscitando più di qualche polemica, mentre oggi il Ministro Brunetta lancia la proposta di una legge che obblighi i figli a lasciare casa allo scoccare del diciottesimo anno. Provocazioni a parte, il fenomeno esiste e le cause sono molte, non tutte riconducibili alle comodità casalinghe della mamma.

Intanto gli studi che si allungano e, secondo alcuni, la poca aderenza degli studi al mercato del lavoro in evoluzione (resta da vedere chi decide realmente dove vada il mercato del lavoro). La difficoltà di trovare lavoro, certamente, e  la scandalosa diffusione del nero in Italia, testimone spesso della potente forza di ricatto contro i giovani: il rapporto Annuale 2009 del Censis parla di un’economia sommersa che si aggira al 19% del PIL, mentre il 50% degli italiani dichiara un reddito che non superano i 15.000 euro. Sono dati che parlano da soli e che riflettono un problema di natura culturale che ha radici profonde e difficili da estirpare.

Infine, il problema casa. Il mercato immobiliare è letteralmente impazzito negli ultimi dieci anni e diventa impensabile per un precario acquistare una casa o prendere in affitto un appartamento, fantascienza per uno studente. Mentre gli speculatori mettono le mani sul patrimonio immobiliare, gli affitti sono alle stelle e, naturalmente, si affitta al nero, meglio se a studenti fuori sede che prima o poi se ne andranno o, nei casi peggiori, a immigrati clandestini che non osano alzare la testa. Eppure si è parlato varie volte della cosiddetta cedolare secca, grazie alla quale i proventi degli affitti verrebbero tassati separatamente rispetto al reddito principale e sottoposti a prelievo fisso. Finora, nulla da fare. I bamboccioni aspettino.

Doppi lavori

Qualche settimana fa ha fatto notizia la vicenda legata alla diatriba tra Gian Antonio Stella del Corriere della Sera e l’on. Luca Barbareschi, noto attore del piccolo e grande schermo. Non entro sulla vicenda in sé, relativa alle dichiarazioni di Barbareschi secondo cui il solo stipendio di parlamentare gli sarebbe insufficiente per “andare avanti”: evidentemente sono cambiati i tempi rispetto a quando il Presidente del Consiglio Ferruccio Parri, sommerso dalle carte, dormiva in una brandina a Palazzo Chigi e mangiava pane e salame.

Devo dire che a me Barbareschi sta simpatico e piace come attore, quindi glisso su una battuta che, fuori luogo in tempi di crisi come questi, passerei sotto la voce svarioni. Tuttavia, c’è un altro aspetto che si lega al cattivo costume di alcuni degli eletti italiani, a tutti i livelli e in modo assolutamente trasversale, ovvero l’abitudine di continuare a fare il proprio mestiere anche una volta eletti. Cito liberi professionisti – avvocati in primo luogo, attori, talvolta – che riescono a contempererare l’attività lavorativa di origine con quella di eletto a carica pubblica, nonché, giova farne menzione, coloro che cumulano, abbastanza inspiegabilmente, più di una carica elettiva.

Troppo facile sparare a zero. Ricordo che solitamente sono comportamenti leciti dal punto di vista normativo e, pur tuttavia, indigesti ai più, portando così acqua ad una inutile quanto dannosa antipolitica. Per il dipendente pubblico eletto l’aspettativa è automatica e allo stesso dipendente pubblico è concesso espletare altre attività solo a determinare condizioni, e sempre a patto che non inficino la sua normale e primaria attività, quella di essere servitore dello Stato. Si tratta, tutto sommato, di buon senso: fare una cosa e farla bene.

Transumanze

L’articolo 67 della nostra Costituzione recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Ciò significa che agli eletti viene garantita la massima libertà rispetto alle sollecitazioni provenienti dall’elettorato o dal loro stesso partito, e che sono liberi di impostare come meglio credono l’attività della legislatura. E’ il cosiddetto divieto di mandato imperativo che, aldilà di effettiva disciplina di partito, esclude qualsiasi contratto vincolante tra eletti ed elettori.

partiti

E’ di questi giorni la decisione di Francesco Rutelli, noto esponente del PD, di lasciare il suo partito e di fondare una nuova formazione politica. Utilizzo questo caso, l’ultimo di molti nel corso della storia repubblicana, per porre una domanda. Gli elettori del PD che hanno votato nel 2008 nella circoscrizione Umbria, dove Rutelli era al primo posto, cosa pensano? Cosa dicono? La vicenda, corretta dal punto di vista costituzionale e, aggiungo, legittima dal punto di vista politico, non solleva qualche perplessità nel merito?

Credo che in casi simili – per Rutelli come per tutti coloro che si trovino in situazioni analoghe, a tutti i livelli istituzionali – debba valere la norma per cui ci si dimette. Se si viene eletti per un programma e in un partito e tale compartecipazione viene a cessare per abbandono, deve terminare anche il mandato elettivo. Questione di opportunità, naturalmente: bene fa il tal eletto a lavorare su prospettive politiche diverse, ma vorrei partiti che, aldilà delle prescrizioni costituzionali e di legge, ponessero il problema, almeno nei loro codici etici, ove presenti, se davvero si vuole lavorare per riavvicinare la politica alle vite normali di tutti i giorni.