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Di chi sono quelle manine sulle norme?

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Si spegne la polemica sulle norme approvate dal Governo lo scorso 13 aprile che, intervenendo sul Codice degli appalti, avrebbero depotenziato le funzioni dell’Autorità Nazionale Anti Corruzione guidata da Cantone. I maggiori quotidiani si sono esercitati sulla dimensione tutta politica della vicenda, cercando di identificare la “manina” che avrebbe sbianchettato il famigerato articolo 211 del Codice e gli eventuali mandanti. Aldilà della dietrologia da intrigo di Palazzo, tuttavia, il solo Luigi Ferrarella sul Corsera sembra aver colto un altro e non meno importante aspetto della questione, che attiene alla formazione delle norme e alla trasparenza del procedimento. È noto, infatti, che i testi approvati dai Governi non siano immediatamente disponibili, per svariati motivi ma sostanzialmente riconducibili alla formazione “in divenire” dei testi che, molto spesso, vengono approvati con la formula “salvo intese”. Ciò sta a significare che sono in corso ulteriori approfondimenti di natura tecnica che spostano in avanti la chiusura formale del testo. La vicenda ANAC ha, da questo punto di vista, scatenato la caccia al colpevole: un qualche ministro birichino o il solito, onnipotente burocrate? Partiamo intanto da un tema più generale, che è opportuno tenere presente: il boccino della legislazione è ormai in gran parte passato al Governo, in Italia come negli altri Paesi europei. Tra decreti-legge e decreti legislativi, questi ultimi basati su una delega del Parlamento, le Camere hanno in gran parte abdicato alla funzione che la Costituzione riserva loro all’articolo 70: alta complessità delle materie da normare, necessità – spesso ingigantita – di interventi in tempi rapidi e una ormai acclarata ipertrofia legislativa, da tutti denunciata ma assai praticata, sono alcuni dei motivi che hanno condotto ad uno stato di fatto su cui è oggettivamente molto difficile intervenire. Se a questo si aggiunge poi l’annoso problema della leggibilità degli atti legislativi, inversamente proporzionale alla natura tecnica degli stessi, il quadro non appare roseo. L’attività legislativa dell’Esecutivo poggia, ovviamente, sul lavoro dei tecnici e degli uffici legislativi dei ministeri, chiamati a dar corpo a input politico-parlamentari spesso in tempi assai brevi, con scambi vorticosi per e-mail dei testi destinati all’approvazione. Una modalità turbo, tanto da domandarsi attoniti come si lavorasse con altrettanta rapidità eoni fa, in assenza di computer e posta elettronica. Insomma, se questo è il contesto con cui, piaccia o non piaccia, si ha a che fare, non solo appare di poco interesse la ricerca della manina e del colpevole, ma diventa assai complicato costruire la tracciabilità delle norme che Ferrarella correttamente auspica. E, d’altronde, l’interlocuzione anche convulsa fra ministri e ministeri sta nelle cose e attiene alla necessaria libertà d’azione che pertiene ad una normazione complessa. Se appare difficile invertire la rotta in tempi brevi, esiste però, come sostenuto da molti osservatori a più riprese, una medicina efficace: il Consiglio dei Ministri approvi testi che, sia in sede di prima approvazione che in forma definitiva, siano resi disponibili a tutti in rete, in maniera trasparente. Raggiungere l’obiettivo comporterebbe, a ritroso, un lavorìo non da poco: come ha evidenziato Luigi Oliveri, “si procederebbe più a rilento, con maggiore fatica” e, tuttavia, “con quella ponderazione necessaria ad adottare atti redatti in modo completo, basati su valutazioni di impatto ben realizzate”. In parole povere meno norme, più chiare e per tutti. Roba forte, ragazzi.

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Maledetti burocrati a “Otto e mezzo”

Qui il video della puntata di “Otto e mezzo” su La7 in cui sono stato ospite di Lilli Gruber per parlare di burocrazia e dirigenza pubblica, assieme a Francesco Giavazzi e Valerio Onida. Grazie davvero a Gruber e alla sua squadra per l’invito e per la discussione: quando si parla di Pubblica Amministrazione la parola d’ordine è una sola: spiegare. O almeno provarci.

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Patrimoni dei dirigenti pubblici: parla l’ANAC

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Si complicano i giochi per la pubblicazione dei dati patrimoniali dei dirigenti pubblici, che una recente norma, in ossequio ai principi del FOIA (il cosiddetto Freedom of Information Act, in materia di trasparenza), aveva reso obbligatoria, equiparando i grand commis ai politici. Dopo un ricorso al Tar da parte dei dirigenti del Garante della privacy, accolto con sospensiva, e quello di Unadis, il sindacato dei dirigenti pubblici, arriva la Delibera numero 382 del 12 aprile 2017 dell’ANAC. L’Autorità Nazionale Anticorruzione ha sospeso una sua precedente delibera sulla pubblicazione in attesa che la giustizia amministrativa definisca il giudizio nel merito o in attesa di un intervento legislativo chiarificatore da parte del Parlamento. Dopo il fuoco e fiamme di alcuni quotidiani sulla faccia di bronzo dei dirigenti, poco inclini a svelare le loro ricchezze e protettori di ladri e malviventi (ebbene sì, è stato detto anche questo), l’Autorità guidata da Raffaele Cantone, posta la necessità di evitare alle amministrazioni situazioni di incertezza sulla corretta applicazione delle norme, con conseguente significativo contenzioso, nonché disparità di trattamento fra dirigenti appartenenti ad amministrazioni diverse, ha messo un punto ed è andata a capo. Sia chiaro: l’ANAC non interviene sull’obbligo di legge circa la pubblicazione che, in quanto tale, va rispettato e può, ove ritenuto non conforme al quadro costituzionale, essere contestato nelle sedi giudiziarie. Si limita a fare un passo indietro circa le indicazioni operative in precedenza stabilite dato il quadro di incertezza generato da due giudizi in attesa di definizione davanti il giudice amministrativo.

Il punto del contendere è noto: un decreto del 2016, che sarebbe divenuto efficace proprio in questo periodo, stabiliva che venissero resi noti per i dirigenti pubblici, analogamente ai politici, i dati su proprietà immobiliari (case e terreni), beni mobili iscritti in pubblici registri (auto e moto), azioni e quote di partecipazioni a società, estendendo tale obbligo al coniuge e ai parenti entro il secondo grado. Insomma: obbligo di rendere pubblici con pubblicazione sui siti delle amministrazioni non solo i redditi, ma l’intero patrimonio del singolo dirigente e della sua famiglia. Un obbligo, è bene ricordarlo, già in vigore nei rapporti con le amministrazioni di appartenenza, che da anni detengono i dati in parola, disponibili per lo scrutinio delle competenti autorità in caso di bisogno. Non intendo ritornare sul fatto che in molti hanno baldanzosamente portato avanti una distorta concezione di trasparenza, che omaggia l’assunto che il burocrate sia potenzialmente corrotto e che spetti a lui dimostrare come ha avuto quella casa, quella macchina, quel terreno. Va detto, tuttavia, che la pronuncia dell’ANAC è importante perché segna il punto del funzionamento del sistema che, pur con tutti i nodi da risolvere in quanto a semplificazione e speditezza, non può e non deve conformarsi ai processi mediatici e alle condanne in rete. E funziona, aggiungo, a prescindere dalla rabbia dei cittadini, molto spesso più che comprensibile, che viene cavalcata ad arte e con pochi scrupoli da chi agita le acque seguendo le proprie personali agende. La pronuncia dell’Autorità Anticorruzione impone una pausa di riflessione: la cosa pubblica, a dispetto dei tanti Mr. Wolf nostrani, è complessa. A volte complicata, non c’è dubbio. Ma la sua gestione, così come la risoluzione delle controversie, richiedono passaggi codificati, senza crociate, social o meno. Si pronuncerà un giudice sul merito della questione, mentre saranno le amministrazioni a dover valutare come comportarsi nell’attesa del giudizio. O, come auspica l’ANAC, in attesa di un intervento legislativo che, magari, rimetta mano al peccato originale di aver voluto equiparare burocrazia e politica, assecondando la pancia in luogo della testa. Una riflessione di cui, ne sono certo, potranno trarre giovamento un po’ tutti, haters e crociati inclusi.

È lo Stato di Diritto, bellezza.

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L’agorà elettronica? Calma e gesso

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Ha fatto notizia l’annuncio dell’assessora alla Roma Semplice, Flavia Marzano, sulla rivoluzione digitale che il Movimento 5 Stelle intende promuovere nella Capitale. L’idea è introdurre petizioni popolari on line con la possibilità di illustrarle in aula, l’abolizione del quorum di partecipazione per i referendum comunali con il voto elettronico e l’introduzione del bilancio partecipativo. Attraverso una modifica dello Statuto di Roma Capitale si vuole passare, come è stato sostenuto nella conferenza stampa di qualche giorno fa, da Mafia Capitale alla capitale della democrazia diretta. Come ha dichiarato la Sindaca Raggi sul blog di Beppe Grillo “la democrazia rappresentativa si sta destrutturando e stanno emergendo nuove forme di partecipazione popolare dal basso in tutto il mondo, anche per la difesa dei servizi pubblici locali. Devono essere i cittadini e le comunità locali a governare le città attraverso internet, utilizzando l’intelligenza collettiva. Il web sta rivoluzionando i rapporti esistenti tra cittadini ed istituzioni rendendo attuabile la democrazia diretta, così come applicata ad Atene e nell’antica Grecia”. Le risposte non si sono fatte attendere e, aldilà delle critiche delle opposizioni, Sabino Cassese dalle colonne del Corriere della Sera ha bocciato senza appello la proposta ricordando come Norberto Bobbio sostenesse che il cittadino totale, chiamato a partecipare dalla mattina alla sera alle decisioni della comunità, è non meno minaccioso dello Stato totale. Aldilà delle polemiche e delle schermaglie politiche, tuttavia, la rilevanza del tema richiede di capire meglio come si articolino le proposte grilline.

Per quel che riguarda il bilancio partecipativo, nulla quaestio: la costruzione del bilancio con una consultazione dal basso, mettendo in grado i cittadini di interagire e dialogare con le scelte delle Amministrazioni per modificarle e orientarle, è un’esperienza consolidata in vari paesi, Italia inclusa, e negli stessi municipi romani non sono mancate in anni passate esperienza di questo tipo. Per quel che riguarda l’introduzione di petizioni popolari elettroniche (le petizioni presentate in forma cartacea sono già previste dall’articolo 8 dello Statuto), difficile intravedere obiezioni, anche se l’utilizzo delle tecnologie informatiche per facilitare la presentazione di petizioni da parte dei cittadini potrà rivelarsi di una qualche utilità solo a fronte della capacità (e volontà) delle forze politiche di valutarle e dar loro eventualmente un seguito. Sembrano invece di maggior interesse le proposte tese ad introdurre il voto elettronico (e-voting) per i referendum locali, che si intendono inoltre caratterizzare per la eliminazione del quorum. Una tale modifica potrebbe consentire a gruppi organizzati di cittadini, ancorché poco numerosi, di tentare di incidere sul quadro legislativo locale senza la tagliola del quorum e, conseguentemente, portare alla valutazione della comunità territoriale un ventaglio potenzialmente amplissimo di proposte. Da questo punto di vista la proposta appare certamente legata all’idea di maggior democrazia nei processi decisionali, facendo sì che – potenzialmente – un ampio numero di questioni venga portata al giudizio dei cittadini. Alcune indispensabili cautele, tuttavia, vanno adoperate. Intanto sul voto elettronico che, sebbene molto utile in alcuni casi (si pensi, ad esempio, alle persone impossibilitate a recarsi ai seggi per invalidità, disabilità o malattia), mal si attaglia al profilo del dovere civico che il voto porta con sé, e che richiede un impegno in prima persona da parte del cittadino, che deve recarsi alle urne per compiere la propria scelta democratica. In questo senso numerose sono le osservazioni formulate dalla Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa. Per quel che concerne il referendum senza quorum, inoltre, se permette il dispiegarsi di una serie di istanze dal basso, presenta allo stesso tempo il rischio – potenziale, ma concreto – di intasare uffici comunali e cittadinanza in una consultazione perenne sulle questioni più varie, le quali possono oggettivamente rivestire un interesse trascurabile per la collettività. Da questo punto di vista è bene ricordare che la democrazia rappresentativa, con tutti i suoi difetti, ha il pregio di consentire di delegare le decisioni attraverso il voto, lasciando ai cittadini lo svolgimento delle loro faccende quotidiane. Questo, naturalmente, presenta lo svantaggio di poter alimentare la costruzione di consistenti sacche di potere e di rendere difficoltoso l’esercizio della “sovranità popolare” fra una scadenza elettorale e l’altra.

È il problema delle società complesse, lontane anni luce dalla agorà ateniese, dove gli uomini liberi (e solo loro) si riunivano per prendere assieme le decisioni delle cosa pubblica. La nostra è una società della poliarchia, come ricordava Dahl, e richiede indubbiamente per il singolo un grande sforzo per incidere sulle decisioni che in suo nome vengono prese nelle assemblee rappresentative, con o senza l’ausilio e l’intermediazione di forme partito. Non serve, dunque, dismettere con una semplice scrollata di spalle la proposta grillina che, in ogni caso, risponde ad un’esigenza concreta e su cui è opportuno si apra una discussione seria. Purché si ricordi sempre che in una società in cui il voto si eserciti con un click si realizzerebbe il più totalitario dei regimi, in cui varrebbe tutto ed il contrario di tutto, in un vortice decisionale (meglio, decisionista) che costituirebbe l’esatto opposto della democrazia, che, in ultima analisi, richiede ponderazione e tempi adeguati. Web o non web.

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Il burocrate, Mazzarino d’Italia

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In un recente articolo sul Corriere della Sera Angelo Panebianco ha recensito il volume “I Signori del tempo perso”, di Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri, i quali indagano sulle cause delle inefficienze burocratiche in Italia e sui possibili rimedi. In attesa di leggere il libro, che si annuncia di sicuro interesse, rilevano le riflessioni di Panebianco sul quadro della macchina dello Stato. Egli è uomo di rara cultura ed esperienza, con una produzione accademica sterminata, e le sue osservazioni non vanno prese sottogamba. Tuttavia, a me pare che si muova, pur nella necessaria sintesi giornalistica, con assunti che molto sanno di dogmatico. Inutile negare le tante patologie della nostra burocrazia: a testimoniare i problemi seri che affliggono le nostre amministrazioni basterebbero i continui scandali dei furbetti del cartellino, sintomo di un profondo corto circuito burocratico. Non sono però d’accordo con Panebianco quando, ad esempio, dipinge una politica debole nelle mani della burocrazia che fa e disfa: è certamente vero che la politica, per note ragioni storico-politiche, attraversa oggi una crisi che pare inarrestabile, ma sembra un azzardo descriverla come inerme preda dei satrapi statali, moderni Mazzarino. Sembra invece evidente che molta politica – mai generalizzare – abbia a cuore quasi esclusivamente il proprio particulare utilizzando in maniera assai spregiudicata le amministrazioni pubbliche, lì trovando spesso, purtroppo, chi è più che disposto ad accompagnarsi amorevolmente con essa. Un altro aspetto che mi vede in disaccordo con l’analisi di Panebianco è quello circa il fallimento della riforma Madia sulla dirigenza pubblica, che si dice essere stata “fermata da un fuoco di sbarramento che ha coinvolto i potentissimi Capi di Gabinetto, i veri reggitori dello Stato, molto più importanti dei ministri”. Osservo, sul punto, che la riforma è stata bloccata dalla Corte Costituzionale per aspetti apparentemente formali ma di sostanza, dopo che il Consiglio di Stato, pur dando luce verde, aveva messo in fila un impressionante numero di critiche. E aggiungo che se è vero che la dirigenza si è mobilitata contro gli aspetti più critici della riforma, i capi di gabinetto non sono dirigenti pubblici, ma fiduciari dei ministri, da questi cercati e corteggiati, in gran parte provenienti dalle magistrature amministrative e, più recentemente, dalle tecnocrazie delle aule parlamentari. Aldilà di tali obiezioni, non posso non contestare l’assertività di affermazioni quali “il paese è finito in mano a una burocrazia al tempo stesso irriformabile e inefficiente” o che burocrati e giudici continuano, “impuniti, impunibili, inattaccabili, a mal amministrare come sempre hanno fatto”. Si tratta di assunti di fede che i tanti impiegati, funzionari e dirigenti pubblici che fanno il proprio dovere in condizioni spesso complicate hanno il dovere di rimandare al mittente. Ci ridurremmo, altrimenti, agli strali da bar dello sport, accanto ai professori universitari tutti baroni, agli imprenditori tutti corrotti e ai giornalisti tutti prezzolati. Serve una riforma? Sì, serve disperatamente, e molte parti della Madia erano certamente utili. E serve, come osserva l’Autore dell’articolo, ricordando quanto illustrato da Giavazzi e Barbieri, per combattere la corruzione, ridurre l’ipertrofia della regolazione burocratica e, in ultima analisi, rendere migliore la vita dei cittadini. Serve, allo stesso modo, una politica che, interpretando le esigenze degli Italiani, metta mano con giudizio nelle piaghe degli uffici pubblici Italiani, ricordando sempre che i pubblici dipendenti sono al servizio della Nazione, innanzitutto. Il Professor Panebianco sa bene che la burocrazia è necessaria, nello Stato come nelle organizzazioni private. Si tratta, naturalmente, di renderla un ausilio all’organizzazione e ai suoi utenti piuttosto che un ostacolo, e non c’è dubbio che fette di Stato percepiscano la loro esistenza come diritto che prevale sui servizi da erogare alla collettività. Sparare a palle incatenate contro la PA eccita, si sa. Ma serve a poco. E ha stancato, francamente. Lo Stato è roba di noi cittadini, in fondo. Non facciamo i Tafazzi.

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Tre gambe per il dopo voto

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A fronte del grande spazio riservato sui mezzi di comunicazione tradizionali, è assai probabile che in molti abbiano seguito e seguano con un certo distacco le vicende legate alla pronuncia della Corte Costituzionale sulla legge elettorale. Per non pochi Italiani il dibattito che incendia l’agone politico circa quando andare a elezioni è vissuto con assai scarso coinvolgimento: quelle formule alchemiche che regolano le norme elettorali, certamente fondamentali per decidere chi entra e chi resta fuori nel giro che conta, sono solitamente incomprensibili per i più, interessati a ricevere dalla politica risposte ai problemi concreti. In ogni caso, dato che siamo ancora in tempo in vista dello scontro alle urne, potrebbe trovar spazio un sommesso avvertimento, pacatamente e serenamente, come amava ricordare il Veltroni made in Crozza. I programmi della politica, per avere speranza di portare ad un qualche risultato, devono reggersi su alcune gambe.

La prima è fatta di buone idee e di proposte solide: inutile far proclami per propositi irrealizzabili. C’è sempre uno iato – anche notevole – fra una proposta e la sua concreta realizzazione finale, che sconta la famosa scatola nera in cui vengono frullate le politiche pubbliche. Tuttavia, l’irresponsabilità sfrenata può fare di quello iato un crepaccio in cui rischiare di precipitare. La seconda gamba sono, conseguentemente, delle forze politiche responsabili che, sulla base di proposte serie, riescano a condurle in porto seguendo due coordinate indispensabili: non perdere (troppo) tempo a farsi la guerra spasimando per un passaggio televisivo, affidandosi alla defatigante ripetizione di slogan e frasi fatte (su questo Donald Trump sta dando efficacissime lezioni di comunicazione, eventualmente rivolgersi lì), e saper parlare delle loro proposte al Paese, tenendo dentro quei pezzi di società su cui le politiche impatteranno. I sindacati, innanzitutto, e penso alla recente Via Crucis della riforma della Pubblica Amministrazione, condotta in solitaria avverso qualsiasi suggerimento o monito. Ma non solo. C’è necessità di farsi esegeti accorti, mutando i linguaggi e riguadagnando la capacità di spiegare i cosa, i come, i perché. Su questo Matteo Renzi, surclassando Berlusconi, ha fatto scuola, anche se non così bene hanno fatto altri rappresentanti del suo Governo. La terza – e ultima – gamba è sapersi servire in modo corretto delle strutture amministrative che devono tradurre quelle idee in pratica. Inutile qui riprendere temi noti e abbondantemente sviscerati sul perché la pubblica amministrazione (meglio, le pubbliche amministrazioni) funzionino come funzionano: eccellenze e carrozzoni; donne e uomini che danno l’anima e furbetti del cartellino; isole tecnologiche e montagne di carte. Il punto non è l’ennesima riforma, ma ricostruire un corretto rapporto fra la politica legittimata dal voto e la burocrazia che ha il compito di supportarla nella costruzione di scenari di lungo respiro e farlo con una visione che non si limiti alla gestione dell’oggi. Val la pena ricordarlo perché ad ogni cambio di Governo, e a maggior ragione con una nuova Legislatura, riparte una piccola grande rivoluzione organizzativa che dall’empìreo della politica si riverbera giù giù lungo tutta la filiera amministrativa.

Non siamo (ancora) allo spoil system, ci mancherebbe. Ma l’assestamento che segue una nuova configurazione del vertice politico di fatto rallenta, e in alcuni casi blocca, l’azione amministrativa, che molto spesso non può che attendere il nuovo quadro che verrà data. Nulla di patologico, ma una pratica da disbrigare velocemente e con le idee chiare. E senza partigianerie. Le decisioni vanno messe in opera, e per farlo non servono annunci, primi cento giorni o no. Men che mai servono i fideles. Giusto per ricordarcelo quando sarà il momento.

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Il referendum costituzionale non sarà l’Apocalisse

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No, comunque la si pensi e comunque vada a finire, il referendum costituzionale su cui saremo chiamati a votare il 4 dicembre non darà il via all’Apocalisse e neppure sarà primo motore di una subitanea rigenerazione nazionale. Chiunque sia dotato di medio buon senso è ben consapevole che, pur vincesse il “No”, di riforme il Paese avrebbe in ogni caso dannatamente bisogno e che, allo stesso tempo, in caso di vittoria del “”, ci sarebbe un necessario periodo di assestamento e avvio del sistema e che i timori di pulsioni autoritarie hanno ben poco fondamento nella realtà. Insomma credo che le classi dirigenti Italiane, così come i cittadini, dovrebbero prepararsi al voto in modo molto meno drammatico da come prefigurato da certa politica e certa stampa. Calma e gesso, per capirci. Andrebbero fatte, in soldoni, valutazioni complessive e di sistema sui due punti fondamentali su cui si incentra la riforma (tralasciando l’abolizione del CNEL, organismo da decenni reso ininfluente dalla Storia): riforma del bicameralismo e nuova definizione dei rapporti fra Roma e le regioni. Sono certamente importanti gli eventuali risparmi che la riforma potrebbe portare: tuttavia, posto che sembra non molto semplice fare valutazioni concrete sui denari che effettivamente potrebbero restare nelle casseforti del Tesoro, ha un peso maggiore tentare di capire l’impatto concreto sulla modernizzazione e maggiore efficienza delle Istituzioni e dell’organizzazione dello Stato. Dal punto di vista di chi lavora nella macchina pubblica, ad esempio, il tema regionale appare, dal punto di vista del funzionamento del sistema, assai tangibile: basti pensare alla delicatissima materia delle politiche sociali per la quale, complice la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, ci si trova davanti a una serie di veri e propri staterelli, ognuno con propri sistemi, col rischio più che concreto per i cittadini di ricevere livelli di servizi diversificati a seconda del luogo di nascita, con un fortissimo squilibrio di quote di servizi nelle diverse aree del Paese. Personalmente porrei meno enfasi, invece, sulla riforma del bicameralismo che, sulla carta, potrebbe creare una qualche confusione e che, soprattutto, non pare risolvere il problema endemico della qualità delle leggi e dello spostamento del boccino del potere normativo all’Esecutivo. Se questi sono i temi sui quali è doveroso e legittimo dibattere e dividersi, in vista del voto credo indispensabile tenere fermi alcuni punti. Primo: il Presidente del Consiglio suscita indubbiamente grandi simpatie o grandi antipatie e l’aver legato il risultato del referendum alla sua persona può essere stato un errore di valutazione. Sarebbe, tuttavia, imperdonabile ed irresponsabile esprimere un voto che sia meramente pro o contro il Governo senza una valutazione seria delle proposte contenute nella riforma. È evidente che il mondo della politica si esercita da mesi nell’immaginare gli scenari politici post-voto, ma non possono essere queste le motivazioni che devono guidare chi si rechi alle urne. Secondo: la Carta può esser cambiata. Anzi, deve esserlo ove opportuno. La legge fondamentale di un Paese è un documento vivo, che certamente si adatta in modo elastico ai mutamenti della società e che, tuttavia, necessita di aggiustamenti: gli stessi costituenti, val la pena ricordarlo, hanno posto l’unico insormontabile paletto di riforma nella forma repubblicana, che non può essere oggetto di revisione costituzionale (a meno, naturalmente, di sovvertimento dello Stato). Terzo, infine. Tutte le riforme costituzionali del mondo non potranno magicamente rendere più efficiente un Paese se non c’è una classe dirigente capace di gestirne i cambiamenti, sempre più imponenti e, talvolta, virulenti. Facciamo i conti con una inarrestabile personalizzazione in senso leaderistico (non conta il colore politico, naturalmente) che fa il pari con un crescente distacco o disinteresse dei cittadini per l’impegno civile: una società “molecolare”, come ha richiamato il Censis nel suo ultimo rapporto, in cui tutto è breve, veloce, dimenticabile. È una mera constatazione, beninteso: non siamo gli unici. È bene, tuttavia, tenere a mente che la scelta delle persone che prendano in carico responsabilità politiche è in capo ai cittadini, e solo a loro. Se dimentichiamo questa fondamentale responsabilità, cedendo al vizio della lamentela in cui siamo maestri indiscussi o, peggio, abdicando ai nostri doveri civili e repubblicani, il voto, referendario o meno, conta davvero poco.

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Le osservazioni del Consiglio di Stato sul decreto dirigenti. E ora?

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Era uno dei tasselli mancanti per il definitivo approdo della riforma Madia sui dirigenti pubblici: il parere reso dal Consiglio di Stato sullo schema di decreto legislativo in materia di revisione della disciplina della dirigenza pubblica, pur dando una formale luce verde al governo, pone una lunghissima serie di “condizioni e osservazioni”, financo estendendosi alla legge madre dell’agosto del 2015. I giudici di Palazzo Spada, infatti, nell’offrire un esaustivo excursus su come la dirigenza pubblica sia stata oggetto di numerose riforme nelle ultime decadi, in ben 114 pagine non risparmiano osservazioni critiche alle previsioni del governo, mirando alla concreta fattibilità della riforma.

Il testo, complesso e articolato, merita un’analisi attenta e ponderata dei vari elementi messi in luce. Tuttavia, qualche aspetto generale, utile a stimolare una riflessione condivisa, può essere evidenziato sin d’ora, a partire da una premessa importante. Il Consiglio, infatti, ricorda un’apparente ovvietà riaffermando che politica e burocrazia non sono nemici l’un contro l’altro armati, ma hanno il dovere di collaborare al fine di raggiungere l’obiettivo del pubblico interesse, ognuno nell’ambito delle sue prerogative costituzionali, dato “un modello composito di regolazione dei rapporti tra politica e amministrazione: i dirigenti esercitano le proprie funzioni amministrative in modo imparziale per il perseguimento efficace ed efficiente degli obiettivi che i politici, nell’esercizio dell’attività di indirizzo, pongono in attuazione degli scopi di interesse pubblico definiti dal legislatore […]. La Costituzione delinea una relazione tra organi politici e dirigenziali che si struttura secondo la logica non della separazione o sovrapposizione delle funzioni ma secondo quella della complementarietà e differenziazione funzionale dei compiti. I politici e i dirigenti esercitano un’attività diversa ma coordinata verso risultati comuni”. Repetita iuvant, insomma.

Quali, allora, i punti salienti? Intanto un colpo al mito delle nozze coi fichi secchi. Se “il legislatore delegante e conseguentemente il governo intendono approvare una riforma così radicale con il principio della invarianza di spesa”, dicono i giudici del collegio speciale, si deve segnalare “come tale principio sia uno di quelli in cui più si riscontrano le difficoltà connesse alla fattibilità concreta della riforma. Non è sufficiente prevedere nuove regole di disciplina se poi non si prende in adeguata considerazione la fase di attuazione della riforma stessa e l’impiego di risorse finanziarie e umane che essa può richiedere”. Il sistema di valutazione, poi, pietra angolare di ogni organizzazione moderna: secondo il Consiglio “lo schema di decreto legislativo in esame [è] privo di regole relative a tale sistema, che pure ne dovrebbe costituire parte essenziale”, tanto che “la sua omissione rischia di comprometterne l’attuazione e, quindi, il raggiungimento delle stesse finalità prefissate dallo stesso legislatore”. Non è questione di poco conto, dato che uno dei punti critici dell’impianto di riforma, a detta di molti commentatori, è aver slegato la valutazione del dirigente dal suo mantenimento in servizio, aprendo la strada ad una pericolosa precarizzazione della dirigenza che potrà risentire in modo stringente dell’influenza diretta della sfera politica, con rilevanti ricadute sul principio della imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione.

Non solo: avendo previsto una decadenza dal ruolo unico della dirigenza (leggi: avvio al licenziamento) per il dirigente al quale non venga rinnovato un incarico per mera inerzia del nominante, il Consiglio auspica che “il legislatore delegato potrebbe, nondimeno, anche per evitare possibili declaratorie di incostituzionalità della norma, circondare la previsione da un più forte sistema di garanzie” per il dirigente. In parole povere, quello su cui sindacati e associazioni di dirigenti si sono sgolati per circa due anni, nel mezzo della tempesta mediatica che, quasi come un’epidemia di febbre gialla, ha contagiato parti importanti della stampa, delle televisioni e delle opinioni pubbliche, tutte coalizzate contro i dirigenti pubblici, le cui infinite colpe si riassumevano, sostanzialmente, nel godere dell’inaccettabile privilegio di un lavoro a tempo indeterminato. Non può non rilevare, allora, come i giudici amministrativi ricordino che “nel diritto privato la regolazione del lavoro dirigenziale si fonda su un legame fiduciario tra datore di lavoro e dirigente che fa sì che il relativo rapporto non sia assistito da garanzie di stabilità. Nel diritto pubblico tale regolazione ha avuto una complessa e lunga evoluzione, il cui approdo finale è stata la costruzione di un modello diverso da quello privatistico al fine di assicurare il rispetto [dei] principi costituzionali che presiedono alla differenziazione funzionale tra attività gestionali e politiche”.

Senza entrare in ulteriori dettagli, basti sapere che quasi ogni aspetto del decreto viene investito da una serie di critiche – costruttive, certamente – del Consiglio: funzionamento della Scuola Nazionale di Amministrazione, organizzazione e funzionamento delle commissioni della dirigenza pubblica, mancanza di motivazione in relazione alla scelta di Tizio o Caio, mancanza di adeguata ricognizione delle competenze interne prima di procedere a nominare, con aggravio di spesa, un dirigente in quota esterna, fino a rilevare come manchi “un meccanismo che garantisca che gli organi di indirizzo politico predetermino in modo idoneo e tempestivo gli obiettivi che i dirigenti devono poi concretamente attuare nel rispetto dei principi costituzionali di imparzialità e buon andamento”. Insomma, forse esagerano quei quotidiani che hanno parlato di un decreto smontato pezzo per pezzo da Palazzo Spada, ma una riflessione comune a questo punto si impone. E si impone, credo, una presa d’atto del governo del fatto che le tante osservazioni ricevute – attendiamo ora i pareri delle Camere – sono esattamente nel solco delle proposte avanzate dai sindacati e le associazioni dei dirigenti. Con un solo ed unico scopo: far funzionare la riforma e dare alla dirigenza quegli strumenti per fare di più e fare di meglio, a vantaggio del Paese e dei cittadini, senza inutili e controproducenti difese corporative fini a sé stesse. Non è tardi: porsi in ascolto e adottare quei correttivi che spingano per una modernizzazione della nostra macchina pubblica e che, soprattutto, riportino sul binario giusto la delicata relazione fra politica e dirigenza, in quadro di piena legittimità costituzionale e – non guasta mai – di buon senso, non solo eviterà costosi e infiniti ricorsi giudiziari, ma sarà l’occasione per costruire quelle condizioni per fare sempre più delle nostre amministrazioni una delle leve per far correre di più il Paese. È un gioco in cui vincono tutti: un’occasione da non sprecare.

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