L’Italia è vostra

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Con grandi difficoltà e in mezzo a qualche colpo di scena la Legislatura partita lo scorso 4 marzo sembra avviarsi – il condizionale è d’obbligo – verso la nascita di un governo. Tanti gli scenari ancora possibili, inclusi esecutivi “neutrali” o nuove elezioni: i prossimi giorni saranno decisivi per dipanare le tante questioni sul tappeto. Interessa poco entrare nel merito politico dei temi: l’inedito svolgersi degli eventi, quasi un caso di studio per gli esperti di diritto costituzionale e parlamentare, è in ogni caso nel solco della Costituzione, e tanto basta. Si ricomincia, insomma. Colpisce, tuttavia, un aspetto meta-politico della vicenda in corso, ormai sin troppo familiare: depositato il voto, i cittadini guardano e attendono gli sviluppi, paghi di aver compiuto il proprio dovere civico. La palla è in mano ai partiti, che giocano una loro – legittima – partita tra il detto e il non detto, in uno schema di gioco che ai più può apparire inintelligibile ma che, al contrario, è cristallino per i giocatori in campo. Sono le regole della democrazia rappresentativa: i cittadini delegano la conduzione della cosa pubblica ai loro rappresentanti, pronti a giudicarli nella cabina elettorale alla prossima tornata. Le cose, beninteso, non stanno esattamente così: l’interesse dell’elettore, in caduta libera in termini di partecipazione al voto, scema rapidamente, riattizzandosi, eventualmente, in particolari occasioni. L’informazione, che ha il compito di innervare il gioco democratico, fa i conti con le proprie pecche: in pochi leggono i giornali e le ormai arcinote fake news sono in agguato in rete, fonte preferita cui in tanti si abbeverano per comprendere il mondo che li circonda. Si sa, nei fatti, molto poco delle vere dinamiche della politica, della tecnocrazia, dell’economia e della finanza. Forti o meno, quei poteri frappongono uno schermo difficile da penetrare. E perché farlo, poi? Ecco uno dei grandi pericoli che insidiano una democrazia: la rassegnazione a non poter influire sull’andamento della vita del proprio Paese, l’assunto della sostanziale inutilità del voto e, quindi, l’impotenza del singolo. Ognuno, si sa, segue una propria agenda che raramente viene dichiarata apertamente. Così fan tutti? Stanchi delle continue baruffe chiozzotte, di fronte ai cittadini si stagliano due scelte: ci si adegua e si segue la corrente o ci si abbandona alla sterile protesta contro le élites brutte e cattive. Il risultato: il ritiro nel privato e un Paese che si sbriciola. L’Italia, d’altronde, ha la più bella Costituzione al mondo ma troppo spesso muore di regole e di formalismo in punta di diritto, con la triste consapevolezza che si tratta di mera fictio. Le regole sono scolpite: le cose seguono, però, binari più scorrevoli. Per alcuni, almeno. È una generalizzazione, ovviamente. Sono tante e tanti le donne e gli uomini che fanno il proprio dovere, in tutti campi, ed è ben noto il valore che gli Italiani, soprattutto nei momenti di grande difficoltà, hanno saputo dimostrare, per tacere dell’immensa ricchezza – culturale, artistica, architettonica, storica, enogastronomica – che questo Paese, forse incurante ed inconsapevole, possiede. Ma quella maledetta rassegnazione sembra scritta nel DNA degli Italiani, viziato di gattopardismo, tra Machiavelli e i bravi di manzoniana memoria. L’Italia non si è mai vantata, come orgogliosamente hanno detto e dicono gli Stati Uniti d’America, di essere il più grande Paese al mondo. Ne ha passate troppe. Ma se tanti giovani se ne vanno, se cresce la povertà assoluta, se l’economia sommersa ha dimensioni colossali, se il cancro delle mafie ancora non è stato estirpato e se la corruzione appesta la vita pubblica, non saranno nuove regole o nuove pene a far compiere un’inversione di rotta. Quel che serve è che ciascuno si faccia avanti: e lo faccia quando tutti dicono di non farlo. Nel Paese in cui troppo spesso l’iniziativa del singolo è vista come un disvalore, occorre acquisire piena consapevolezza del fatto che solo innescando il cambiamento nelle piccole cose quotidiane si potrà sperare in una virata decisa. La storia è un pendolo, naturalmente, Quel che andava bene ieri, andrà bene domani, e viceversa. Ma far sì che si recuperi e apprezzi l’importanza del peso che ciascuno ha, della parola di tutti, dell’esempio che si dà alle nuove generazioni, può essere la leva per risalire la china. Non tutto è perduto: i due recenti casi di cronaca che raccontano di giovanissimi che in Sardegna fanno irruzione in una casa per salvare un anziana colta da malore o di studenti nel napoletano che fanno chilometri in bici per andare a casa dell’insegnante che non dava notizie di sé, sfidando l’immobilismo degli adulti e salvandola, fanno sperare. Ma quando si diventa degli stronzi? La Capitale è un implacabile ritratto del momento, assai più ripugnante del dipinto serbato da Dorian Gray: quella che potrebbe fregiarsi del titolo di più bella città al mondo è ormai da anni irriconoscibile. I colpevoli? Non i sindaci, gli amministratori locali, i lavoratori delle tante municipalizzate. Non solo, almeno. Sono i nuovi barbari: i cittadini. Smarriti del senso di comunità. Ben felici di delegare le responsabilità a qualcun altro e pronti a lapidare costui quando si troverà nella impossibilità di contrastare l’incontrastabile. Da questo punto di vista, l’amaro film “L’ora legale” di Ficarra e Picone dice molto di più di una pila di trattati di sociologia. Non chiedete cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese, disse qualcuno. Chiamatela cittadinanza attiva, se volete. Ma non abbandonate nelle mani di nessuno, foss’anche l’uomo della Provvidenza, certificato e bollinato, il destino della vostra terra e della vostra esistenza. Sono solo vostre.

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I veri poteri forti in Italia. Almeno pare

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Angelo Panebianco, noto politologo, è intervenuto a gamba tesa sul Corriere del 30 aprile avverso quelli che identifica come i veri poteri forti del Paese: burocrati e magistrati. Secondo Panebianco, in particolare, “le tecnostrutture […] possono convivere pacificamente solo con gruppi ed esponenti politici disposti ad inginocchiarsi in loro presenza e a baciare l’anello”. A fronte di un indebolimento della politica dopo la caduta del Muro e Mani Pulite, infatti, la palla sarebbe ormai in mano alle burocrazie ministeriali, senza le quali nulla si muove ed ogni riforma è destinata a perire (i maliziosi vi leggeranno la riforma della dirigenza del Governo di Matteo Renzi, affondata un secondo prima dell’approdo). E alle magistrature che, causa i paraocchi del formalismo giuridico, con le loro sentenze condizionano la vita democratica e condannano l’Italia alla marginalità economica internazionale. E’ un tema caro a Panebianco: legittimo e utile che lo riformuli sul primo quotidiano del Paese. Da burocrate di trincea, tuttavia, continuo testardamente a restare in disaccordo. Egli non parla certamente del sesso degli angeli: non sarebbe serio negare che vi siano dirigenti apicali che hanno una loro specifica agenda e che apparecchiano le tavole a loro piacimento in base alle proprie esigenze di potere e, talvolta, di privilegio. Essi vanno contrastati con ogni mezzo. Allo stesso modo, è ben possibile che vestano la toga magistrati che si fanno guidare dalle ideologie e che non riescono a cogliere le tante implicazioni socio-economiche che le loro pronunce comportano: costoro non contribuiscono al corretto svolgersi delle dinamiche del Paese e al suo benessere. Tuttavia, la battaglia che i tanti Panebianco portano da tempo avanti ha la pecca di offrire una versione manichea che coglie alcuni aspetti veritieri ma che, adagiata la polvere della pugna, presenta una visione scombinata di come funzionano le cose. Non me ne voglia il professore, che stimo senza retorica alcuna, ma il troppo astrattismo ha il serio limite di non afferrare appieno la realtà. La cattedra, evidentemente, permette una visione limitata che andrebbe integrata con chi sta sul pezzo, con quelle che Giulio Napolitano, lo scorso 17 aprile, sempre sul Corriere, ha chiamato le voci di dentro, di “chi prova, cioè, a far funzionare le amministrazioni ogni giorno in condizioni sempre più difficili”. Sia chiaro: non reputo né utile né necessario operare difese d’ufficio della burocrazia e delle tante colleghe e dei tanti colleghi che assolvono ai loro compiti pur prendendo da anni sonore legnate mediatiche. E tanto meno della magistratura. A far sentire le “voci di dentro” ci pensano sindacati e associazioni. C’è un elemento che, tuttavia, che va svelato, trattandosi – questo sì – di una bugia e, al contempo, di uno stereotipo. Alla politica debole non ho mai creduto, prima, seconda o terza Repubblica che dir si voglia. Anzi, se poniamo lo sguardo agli ultimi dieci anni, l’esperienza sul campo porta a dire che la politica – o, almeno, una certa politica – ha costantemente tentato di governare l’amministrazione attraverso una “sua” dirigenza, forzando la mano con tentativi di riforma che avrebbero, secondo molti, messo a seria prova il principio dell’imparzialità amministrativa e, di conseguenza, i diritti dei cittadini. Il politico schiavo della burocrazia è una mera fiction. Anzi, un’idea fissa che non si riesce a scalzare e che va si tanto in tanto ad arricchire il vaso di Pandora delle malefatte della macchina pubblica, ormai scoperchiato a favore della cittadinanza indignata. Sarebbe utile, una volta di più, ricordare che politica e amministrazioni dello Stato non sono due entità astratte che vivono in due regni separati e guerreggianti, con la Terra di Mezzo in cui ne pagano le conseguenze i poveri sudditi: sono fondamentali pezzi della Repubblica che hanno il dovere di lavorare assieme e che, incredibilmente, perlopiù lo fanno, pur fra frizioni e diffidenze. Come politologi e costituzionalisti ben sanno, aldilà delle regole scritte si sviluppa una gestione del quotidiano le cui dinamiche dipendono da tanti fattori, esogeni ed endogeni, non ultimi il clima nel Paese e le personalità degli attori. Senza dimenticare che non è la (sola) conoscenza tecnica che serve al politico (se c’è, meglio), ma la visione e la forza (politica, parlamentare, di alleanza sociale) di far quello che reputa giusto e utile. Due disinteressati consigli, allora. Il primo: opportuno denunciare le storture, ma si facciano nomi e cognomi. Basta sparare ad altezza d’uomo: serve solo a solleticare la pancia degli arrabbiati. Il secondo: se la smettessimo far roteare le mazze e imparassimo a separare la patologia e la fisiologia sarebbe già un bel passo avanti verso la messa a regime del Paese. Che, non dimentichiamolo, è cosa di tutte e di tutti.

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Parole parole

A distanza di una legislatura, ripeto il giochino di trasfondere in cloud i programmi dei principali partiti che si contendono i seggi nel prossimo Parlamento. Un divertimento, nulla di più. E che, tuttavia, nel mettere insieme le parole maggiormente ricorrenti nei programmi politici nazionali (tutti pubblicati anche nella sezione “Elezioni trasparenti” del Ministero dell’Interno), rivela qualcosa di ogni attore dell’agorà politica di questi mesi. O forse no? Nessun commento da parte mia, naturalmente, e ordine assolutamente casuale: a voi il compito di attraversare le nuvole dei programmi. Un’unica avvertenza: il Movimento 5 Stelle, a differenza di tutti gli altri partiti, ha dedicato sezioni assai corpose ad ogni tema rilevante del proprio programma: collazionare il tutto avrebbe reso intraducibile ogni possibile significato per l’estrema sintesi dell’operazione. A mio insindacabile giudizio, dunque, per il M5S ho selezionato solo 4 fra i temi di maggior popolarità. Buona lettura!

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La campagna elettorale più brutta di sempre. O no?

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Mentre ci si avvia verso gli ultimi giorni di campagna elettorale per il Parlamento e per due fra le regioni più importanti d’Italia, cala il silenzio sui sondaggi. È un peccato, perché mentre sarebbe utile avere contezza dell’orientamento dell’elettorato sino al secondo prima del voto, gioverebbe, invece, alle stanche orecchie degli elettori abbassare il volume delle offerte “last minute” di tanta politica. Le ragioni di magone sono tante e tutte rilevanti. Intanto i toni si alzano ogni giorno e, mentre la discussione generale ruota attorno a temi simbolo, come l’immigrazione e il taglio delle tasse, il confronto sul merito scema per lasciar spazio alla pancia e alla battuta ad effetto, al rimbeccarsi sui social network e al rinfacciare all’avversario ogni colpa, esclusa – forse – quella di aver offerto il frutto proibito ad Eva. Da questo punto di vista, andrebbero seguite con attenzione le risultanze dell’indice di ostilità creato da “Parole ostili”, una community di oltre 300 comunicatori e blogger, che ha redatto una carta con 10 princìpi utili a ridefinire lo stile con cui stare in rete, e il “barometro dell’odio” elaborato da Amnesty Italia, volto a monitorare l’utilizzo di hate speech da parte delle forze politiche. Come evidenzia il Corriere della Sera, inoltre, sembrano scomparsi dall’agenda politica tutta una serie di dossier fondamentali per le scelte che dovranno esser fatte per il Paese nei prossimi anni come la legalità, la formazione e l’università, il turismo, la lotta alla povertà o, aggiungo, l’inclusione delle persone più fragili, come le persone con disabilità. Non basta: le proposte avanzate dalle forze politiche molto raramente godono di coperture finanziarie solide o sono, spesso, basate su entrate allo stato ipotetiche e aleatorie, o, peggio ancora, sulle ennesime politiche di spending review all’amatriciana, imperniate su tagli e non su efficientamenti reali. Un ulteriore elemento da non trascurare, infine, è quello relativo alle candidature presentate. Spuntano come funghi, trasversalmente, figure improbabili: riciclati, transfughi, facciatostisti, girovaghi, imputati, photoshoppisti, ras, caporioni, assessori regionali in carica, e così via. Personaggi quantomeno discutibili dal punto di vista dell’opportunità politica e che evidentemente portano in dote voti o rappresentano il risultato di accordi politici sui territori.

Tutto legittimo e tutto perfettamente comprensibile, per carità. Ma che sconta l’inesistenza di efficaci modalità di selezione del personale politico a favore di procedure di cooptazione dall’alto. E che, allo stesso tempo, fotografa, assieme ai toni di questa campagna, la distanza tra ciò che dovrebbe essere e ciò che, nei fatti, è. Tra la sbandierata voglia di cambiamento, di novità, di rendere i cittadini protagonisti della politica e la necessità di fare i conti con la realtà. Per parafrasare Mao, la politica non è un pranzo di gala: è cosa risaputa e le anime candide hanno spesso vita breve nel tritacarne della lotta politica. Nulla di veramente nuovo, ovviamente: c’è però molto su cui riflettere in merito allo stato delle cose e ai perché della percentuale, sempre alta, di coloro che si dichiarano indecisi e che, probabilmente, non si recheranno alle urne. Se a tutto ciò si aggiunge una legge elettorale dai mille difetti e che limita fortemente le scelte degli elettori (ma perché non ammettere il voto disgiunto, poi?), c’è di che preoccuparsi. Bene ha fatto Michele Ainis a ricordare su Repubblica che, anche a fronte di una acclarata incertezza politica, “lo Stato risiede nelle sue strutture profonde“: nella magistratura, nelle forze dell’ordine, nella burocrazia. Anche nell’improbabile caso di un nuovo, repentino ritorno alle urne, la Repubblica non chiuderà i battenti e l’ordinaria amministrazione continuerà senza troppi scossoni. Detto questo, la scelta della rappresentanza politica, a tutti i livelli, è uno dei passaggi fondamentali della vita pubblica di un Paese e le condizioni in cui essa si svolge non sono ottimali. Certo, diciamocelo francamente: non lo sono mai. Ed è certamente un’esagerazione considerare questa campagna elettorale la più brutta di sempre. C’è da dire, però, che se gli elettori hanno sempre ragione, essi hanno il dovere di esercitare la sovranità che appartiene loro, come recita limpidamente l’articolo 1 della nostra carta costituzionale, con una buona dose di sale in zucca. E di buon senso. Ad esempio compiendo una scelta che privilegi, all’interno della staccionata in cui forzatamente ci si muove, il profilo e la statura delle donne e degli uomini candidati, che dia spazio alle doti di equilibrio che essi abbiano dimostrato di possedere. O che dichiarino, credibilmente, di poter esercitare. Anche aldilà delle appartenenze politiche, soprattutto nelle competizioni all’interno dei collegi uninominali. Ed anche a fronte della concreta possibilità di depositare una scheda bianca ove l’offerta bloccata contenga polpette indigeribili o, addirittura, avvelenate. No, non è la soluzione a tutti i problemi, tenendo sempre bene a mente che le tentazioni qualunquiste cozzano con la fatica quotidiana del governare. La fiducia in politica, tuttavia, è merce rara che va guadagnata giorno per giorno, con la propria storia. E quella storia va riscontrata nella cabina elettorale, dove né Dio né Stalin devono metter bocca.

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Dirigenza pubblica punto e a capo?

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Con la conclusione della XVII legislatura repubblicana si è ufficialmente aperta una campagna elettorale particolarmente incerta in cui, al momento, non sembra aver ancora trovato posto una discussione articolata sullo stato ed il ruolo della pubblica amministrazione e, in particolare, della dirigenza pubblica. Non appaia insolito: Governo e Parlamento sono stati a lungo impegnati nella faticosa elaborazione dell’ambiziosa riforma della PA intestata alla ministra Madia, con l’adozione della legge 124 del 2015 e la messe di conseguenti decreti attuativi. Se, tuttavia, si centra l’attenzione su quel che a ragione può essere definito il motore della macchina pubblica, ovvero la dirigenza, sarebbe utile che la politica che verrà non si dimentichi della questione. L’intervento sulla dirigenza, azzerato dalla Corte costituzionale per effetto della sentenza n. 251 del 2016, rappresentava, infatti, uno dei pilastri del disegno certamente più ampio dell’operazione a cuore aperto sulla PA. Lo stop della Consulta, evitando seri rischi per l’imparzialità dell’azione amministrativa e l’autonomia della dirigenza stessa, ha, tuttavia, fatto saltare l’opportunità di attualizzare il quadro normativo. L’assoluto protagonismo della figura del dirigente, infatti, nel rapporto con la politica, nel funzionamento dei sistemi di performance, trasparenza e lotta alla corruzione – la cui complessità sta debordando nella concreta ingestibilità – e nel dispiegarsi di una reale semplificazione dei processi, rende evidente l’importanza di alcuni nodi da sciogliere che si crede opportuno siano parte della comune cultura in fatto di burocrazie e che hanno carattere prodromico ad ogni futuro intervento.

Il primo è certamente quello relativo al recupero della serenità della discussione che, nel corso degli ultimi anni, ha visto muovere contro i dirigenti pubblici accuse ed asprezze irricevibili che hanno gravemente danneggiato i rapporti all’interno della cosa pubblica e, cosa assai più grave, invelenito il clima sociale. Riconoscere il ruolo indispensabile della dirigenza pubblica e dei lavoratori pubblici in generale è elemento indefettibile se si vuol compiere una analisi seria e di lungo respiro dei problemi delle amministrazioni e della dirigenza in Italia, che sono molti e complessi da aggredire. La narrazione della riforma della dirigenza, incentrata sull’assalto ai privilegi ed all’inefficienza dei dirigenti pubblici di questo Paese (i “burocrati che remano contro”), condotta con fare arrembante e senza distinguo alcuno, è stato un infelice esempio di tale approccio da accantonare. Recenti prese di posizione sul primo giornale Italiano hanno sostanzialmente identificato le burocrazie come gruppi di golpisti: “Le burocrazie, amministrative e giudiziarie, spadroneggiano. I politici o sono al loro servizio o sono troppo deboli per tenerle a bada. Lasciate a se stesse quelle burocrazie ci preparano un futuro di autarchia e di declino economico e culturale”. Un’atmosfera pre-elettorale plumbea, purtroppo, che non fa ben sperare. Sia chiaro: non che non esistano burocrati e dirigenti inefficienti o inadatti. Ottusi, persino. Ma è la cattiva burocrazia l’avversario da sottomettere, non la burocrazia tout court.

Il secondo riguarda le modalità di reclutamento della dirigenza. L’estrema frammentarietà dei sistemi di selezione della dirigenza pubblica in Italia ha fatto sì che essa, diversamente da prefetti, diplomatici e magistrati (non casualmente la parte ancora non privatizzata del personale pubblico), non abbia saputo dar prova della propria natura di corpo dello Stato, troppo spesso incapace di scrollarsi di dosso un alto grado di autoreferenzialità e di mantenere un corretto rapporto di sana alterità con la politica. Superare l’attuale doppio accesso alla dirigenza, incanalando finalmente l’intero flusso di richiedenti per il tramite della Scuola Nazionale di Amministrazione, costituirebbe una delle leve determinanti per infliggere un colpo mortale al vizio del “particulare” che tanti danni ha fatto alla PA in Italia, magari prevedendo congrui periodi di stage per i neo-dirigenti (almeno un anno) e di servizio obbligatorio all’estero per tutti. Il recupero ed il rilancio dell’esperimento del corso-concorso per la carriera dirigenziale, mai veramente decollato, con gli opportuni correttivi per chi entri per la prima volta nella PA, per chi è già funzionario e per chi acceda a seguito di esperienze nel settore privato, rappresenta senza dubbio una leva per contribuire a (ri)fondare quello spirito di corpo che drammaticamente latita.

L’ultimo elemento investe, infine, natura e ratio della dirigenza stessa. Dopo decenni di ubriacatura neoaziendalista e di superfetazioni di concetti e modalità organizzative trapiantate direttamente nel tessuto molle delle amministrazioni, qualche segnale di ritorno alla peculiarità della funzione pubblica sembra oggi cogliersi, riaggiornandola con le esigenze proprie di una società italiana (e globale) in rapida mutazione. Il tema dell’amministrazione collaborativa, come descritto nella presentazione del recente Annual Report di ForumPA, sembra cogliere questo aspetto, che vede, in concreto, la PA muoversi in un’ottica di garante delle reti di interlocutori e delle transazioni sociali che si snodano, mutevoli, intorno ad essa. Se questo è vero, occorre allora porsi una domanda: che dirigente pubblico si vuole e per far cosa? La banale risposta è che il dirigente pubblico altri non può essere che colei o colui che viene chiamata/o ad esercitare le peculiari funzioni di amministrazione della cosa pubblica: districandosi tra sapere amministrativo-contabile, managerialità e gestione delle risorse umane (qui andrà verificata la carica di potenziale dello smartworking) e capacità di interloquire con i tanti e diversi stakeholder che con la PA hanno a che fare, senza dimenticare il compito fondamentale di intessere con l’Autorità politica di riferimento condizioni e scenari per l’attuazione delle politiche. Ciò richiederebbe che tali responsabilità vengano attribuite a chi sia stato adeguatamente formato, magari attraverso una selezione che rivoluzioni una volta per tutte le modalità sinora troppo nozionistiche di testare i candidati. Ofelè, fa el to mestè, direbbe la saggezza popolare. Eppure, a fronte di una tale ovvietà, negli anni si è di fatto affermato il principio che chiunque possa esercitare il mestiere: la competenza non paga più. E non si tratta solo dell’annosa questione dell’accesso esterno, senza concorso, di soggetti scelti dalla politica, o dell’inusuale numero di magistrati cui vengono affidati uffici e dipartimenti (si è mai visto un dirigente pubblico amministrare la giustizia in un’aula di tribunale?): un progressivo svilimento della funzione ha di fatto comportato un depauperamento del valore del ruolo sociale della dirigenza, il cui capitale reputazionale si è pressoché dissolto nelle pubbliche opinioni e nel comune sentire.

Non è troppo tardi per invertire la rotta. È di tutta evidenza che il miglioramento dell’efficacia ed efficienza di un’organizzazione è un processo che non finisce ma si rinnova continuamente: la “perfetta amministrazione” di cui parla Benedetto Croce, e che Bernardo Mattarella richiama nel suo recentissimo volume su burocrazia e riforme, resta un traguardo mutevole e sfuggente. Tuttavia, all’indomani di uno sforzo riformatore imponente, i cui effetti vedremo nel medio e lungo periodo, recuperare responsabilmente alcune norme di basilare e civile convivenza fra pezzi della Repubblica, adottando accorgimenti mirati per scopi specifici, può far sì che il sistema delle amministrazioni Italiane diventi finalmente un pezzo dello sviluppo di questo Paese. Senza sconti a nessuno. Ma senza pregiudizi.

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I musei, i TAR e la democrazia dei Mandarini

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Un’Italia autodistruttiva: non usa mezzi termini Sylvain Bellenger, direttore francese del Museo di Capodimonte di Napoli, dopo la nuova pronuncia del Consiglio di Stato sulle nomine di direttori stranieri nei musei italiani. La vicenda è nota e rimando per brevità a quanto scritto non molti mesi fa, ricordando, ancora una volta, che nell’introdurre una deroga speciale per il settore cultura – su cui si può tranquillamente essere d’accordo – sarebbe stato sufficiente abrogare contestualmente tutte le norme che ostavano al nuovo corso. Tant’è. È interessante, tuttavia, che sulla questione intervenga stavolta  uno dei direttori stranieri, il quale lamenta la sindrome dell’interpretazione delle leggi in Italia, con la conseguenza, a suo dire, che “l’immagine dell’Italia all’estero è molto danneggiata, appare un Paese buffo, non serio”. Un moment, s’il vous plaît. Nulla quaestio sul fatto che le leggi in Italia siano troppe e scritte male: ma quando Bellenger dice che questo si riflette sul comportamento dei funzionari, che “quando scrivono sono spesso incomprensibili” perché “hanno paura di essere visti come indegni dall’amministrazione se la relazione che stanno scrivendo non è redatta in terza persona”, commette un errore. Veniale, forse, ma pur sempre un errore. Non perché la lingua dei burocrati non sia spesso difficile e, talvolta, per adepti, ma perché, come spesso accade, getta nel frullatore tutto senza distinzione alcuna. Va benissimo la semplificazione, non il semplicismo. Mettetemi al rogo, ma in una società in cui il linguaggio si è disossato e la scrittura è infestata dal “whatsappese”, un denso, grasso e caldo idioma complesso – non necessariamente complicato – è il benvenuto. Se i continui rimandi al tal comma o al tal alinea possono marcare un’ottusa opacità, di cui occorre liberarsi, i processi politico-amministrativi sono una cosina articolata. Non si scappa. E quando si tratta di dar risposte, pareri o prender posizione, occorre essere puntuali sino allo spasimo, pena la puntuale impugnazione o, Dio ce ne scampi, il rilievo di un qualche organo di controllo. Insomma auspicare un ordinamento più semplice ed efficace è una cosa: scaricare il fardello sui soliti Mandarini, la cui cultura addirittura “confisca la democrazia” mi sembra un salto logico azzardato. Forse, immagino, il direttore di Capodimonte si è scontrato con una triste, noiosa, eppur solida realtà, scoprendo – ahimé – che il direttore di un museo non è (solo) un direttore artistico: non organizza soltanto mostre ed eventi, ma è anche un dirigente pubblico e, dunque, deve avere a che fare con tutte quelle faccenducole burocratiche che tutti amabilmente detestiamo ma che servono a far funzionare una struttura. Di colpe i burocrati ne hanno tante: la lista sarebbe lunghissima. Ma se provassimo ad evitare che dirigenti e funzionari debbano troppo spesso indossare la sacra veste dell’esegeta per dar seguito a norme ed indirizzi non infrequentemente confusi, contradditori e financo cervellotici, ne usciremmo tutti più sereni. Probabilmente anche il direttore di Capodimonte.

La longa manus del burocrate

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Alfonso Sabella, oggi GUP al tribunale di Napoli, è magistrato di grandissima esperienza, impegnato da anni su fronti difficilissimi e, anche per questo, meritevole di stima incondizionata. Spesso esprime posizioni assai critiche contro la burocrazia, forte della sua parentesi come assessore nel Comune di Roma, con Ignazio Marino, allo scoppio di quella che allora venne chiamata “Mafia Capitale”. Su “Il Foglio” ha rilasciato a Massimo Solani un’intervista in cui dichiara: “Roma è una città in mano alla burocrazia, con una politica debolissima e incapace di imporre le proprie visioni e i propri progetti, che ha accettato di delegare ai burocrati tutto il controllo del potere in cambio di una totale, o quasi, deresponsabilizzazione. Il risultato è il trionfo della logica del fancazzismo, nella migliore delle ipotesi, o dell’“ad culum parandum” per evitare rischi. Quella delle gare sotto soglia e senza evidenza pubblica, delle procedure d’emergenza che diventando addirittura programmate come se il freddo non arrivasse ogni inverno o a primavera non si sapesse già che per Natale bisogna comprare l’abete di Piazza Venezia. Invece si aspetta novembre e si compra Spelacchio pagandolo di più e facendo eseguire i lavori ad una ditta a cui l’appalto viene dato con procedura diretta. A volte certe dinamiche nascondono la corruzione, che a Roma come in tutto il paese è un fenomeno dilagante, altre soltanto il fancazzismo e l’incapacità dei burocrati”.

Allora, un paio di considerazioni.

Smettiamola per favore di usare la parola “burocrati” come se parlassimo di assassini seriali. Senza la burocrazia, quel noioso insieme di regole che proceduralizzano l’azione amministrativa, non ci sarebbe certezza di come muoversi e i dannati burocrati fanno – talvolta bene, talvolta male – il loro lavoro. Detestabile dai più, forse. Ma necessario: senza burocrazia non c’è lo Stato, non c’è un’impresa, non c’è una società telefonica, non c’è neppure un tribunale. La regole della burocrazia sono cervellotiche? Spesso sì. Ma è profondamente errato pensare che lo siano per grazia divina. O perché logge di burocrati coi bavaglini si ritrovino a lume di candela nei sotterranei per vergare regolette strampalate utilizzando sofisticati algoritmi di generatori di frasi inutili. Lo sono perché le leggi – non infrequentemente – sono troppe e scritte male e perché la nostra è una cultura formalista: per i burocrati come per i magistrati. Siamo figli di quella cultura e per cambiare ci vogliono decenni. Se poi la politica è debole ed è preda della burocrazia (un assioma tutto da verificare), forse la colpa è di una classe politica la cui selezione dal basso è erratica e bizzarra, o inesistente, e di chi, al momento del voto, non usa dosi congrue di raziocinio.
Io non lavoro a Roma, né in un ente locale e conosco da lontano le dinamiche proprie di un Comune. Se Sabella parla, parla per esperienza. Mi permetto, tuttavia, di giudicare inappropriata la dichiarazione che, ove non ci sia corruzione, in Italia emerge solo “il fancazzismo e l’incapacità dei burocrati”. E non solo perché tutta da provare. Esorterei il dottor Sabella a considerare che utilizzare linguaggi di questo tipo non va certamente a tangere chi malversa e delinque, ma ha due effetti certi e diretti.
Il primo: sovraeccitare il cittadino stanco di un’Italia che deve ancora far riportare a livelli fisiologici i fenomeni corruttivi, la percentuale di lavoro nero, la lamentata inaffidabilità della stampa, la pressione fiscale troppo altra, e così via sino ai migranti e ai rettiliani. Quel cittadino che è, dunque, disilluso verso lo Stato e la cosa pubblica in generale.
Il secondo: fare solennemente incazzare chi nel lavoro per la collettività ci crede e si spende. Quelli pubblici sono lavoratori e, in quanto tali, meritano rispetto. A meno di voler pensare che la stragrande maggioranza dei burocrati sono dei delinquenti, dei corrotti e dei ladri: in quel caso tanto vale adottare la legge del taglione e armarsi di clava.

Ne vale la pena?

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Più carne di porco per tutti

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Poteva mancare la stoccatina natalizia al burocrate brutto, sporco e cattivo? No, ça va sans dire. Ed ecco servito al popolo arraggiato in tempo per il cenone della vigilia un bell’articolo divertente e colorito, preparato a quattro mani da Alfonso Celotto e Giuseppe Salvaggiulo per La Stampa. Giornalista del quotidiano torinese il secondo e professore di diritto costituzionale e più volte “gabinettista” il secondo, autore anche di libri di successo sulle vicissitudini del dottor Ciro Amendola, burocrate fino all’osso. La faccio breve, senza dilungarmi in considerazioni articolate, delle quali frega assai poco: l’articolo mi fa inalberare (l’atmosfera natalizia impone moderazione) e non mi piace. E non perché ministri, capi di gabinetto e consulenti vari non abbiano fatto incetta di regalie nei decenni passati. E neppure perché ci sono stati – e magari ci sono – dirigenti pubblici che accettano illecitamente regali che non devono accettare. Non mi piace perché, con la scusa della spiritosa aneddotica, si continua a far carne di porco di tutte quelle colleghe e di tutti quei colleghi che non solo regali non li hanno mai ricevuti e tanto meno accettati e che, magari, a dicembre lavorano a manetta per chiudere pagamenti ed impegni e non far perdere soldi allo Stato. Lavorano invece di accumulare doni: gente strana, questi lavoratori pubblici, nevvero? Non c’è nulla da fare: non si riesce a capire che dare in pasto al pubblico ludibrio tutto e tutti indifferentemente quando si tratta di apparati amministrativi non fa che sprofondare il livello del dibattito. Più livore per tutti: è questo che si vuole ottenere? È questo che serve per far fuori il burocrate? Accomodatevi signori: il palco è tutto vostro.

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