L’ONU, l’Italia e il razzismo: facciamo chiarezza

bachelet

Sono rimbalzate con enorme eco sui giornali e sui media le parole che il neo Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, ha pronunciato sull’Italia aprendo la 39a sessione del Consiglio dei diritti umani. Secondo Bachelet, infatti, il Governo Italiano ha impedito l’azione delle navi delle ONG nel Mediterraneo, con conseguenze devastanti per molte persone che già si trovavano in stato di vulnerabilità, e ha annunciato che verrà inviato uno staff in Italia per accertare il lamentato brusco innalzamento di atti di violenza e razzismo contro migranti, persone di ascendenza Africana e Rom. Visto il profluvio di reazioni e dichiarazioni che sono seguite, unite alla manifesta scarsa conoscenza di molti dei meccanismi onusiani, appare utile fare un minimo di chiarezza sull’accaduto, partendo dal fatto che, a dispetto di tanti roboanti titoloni a caratteri cubitali e reazioni indignate sui social networknon è affatto vero che l’ “ONU” abbia detto che gli Italiani sono razzisti. L’Alto Commissario è un organo, istituito dalla risoluzione 48/141 del 7 gennaio 1994 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il cui mandato si svolge nell’ambito del controllo dell’Assemblea stessa e del Segretario Generale del palazzo di vetro, ed ha il compito, nel rispetto della sovranità e della giurisdizione degli Stati membri, di promuovere il rispetto universale di tutti i diritti umani. Un organo delle Nazioni Unite, dunque, i cui fondi sono soggetti al placet dell’Assemblea Generale, che ha evidenziato un “brusco innalzamento di atti di violenza e razzismo” (“the reported sharp increase in acts of violence and racism against migrants, persons of African descent and Roma”, per citare le parole esatte) in Italia, come è peraltro per chiunque facile desumere dalla lettura dei quotidiani: cosa assai diversa, quindi, dall’affermare che l’ONU abbia dato dei razzisti agli Italiani o che l’Italia sia un paese razzista. Sgombrato il campo da equivoci, dunque, la domanda che occorre porsi è se le parole della Bachelet siano state opportune e pronunciate all’interno delle proprie competenze. Va premesso, per dare una risposta, che l’Alto Commissario può ben disporre visite in un Paese per verificare il (mancato) rispetto dei diritti umani, ma tali interventi sono codificati, prevedendosi su espressa indicazione dell’Assemblea di NY oppure, se periodiche, riferite a situazioni determinate e precedentemente individuate. Possono, inoltre, verificarsi anche visite o missioni “spot”, di breve durata, in presenza di catastrofi umanitarie repentine. Ebbene, non pare – vista anche la vaghezza di quanto dichiarato – che la visita per l’Italia ricada in una di queste fattispecie e non appare chiaro se vi siano stati contatti precedenti a livello diplomatico, come è usuale fare in casi del genere (questo vale anche per l’Austria e la Germania, nominate dalla Bachelet). Va ricordato, inoltre, che per l’Italia esiste un regime di standing invitation, ovvero la massima apertura a visite di questo tipo che, tuttavia, seguono precise procedure formali dettate dalle prassi diplomatiche. A meno di successivi chiarimenti, pare di potersi quindi dire che la neo Commissaria, pena forse la mancanza di esperienza, abbia fatto il passo più lungo della gamba per quanto riguarda il rispetto delle ferree logiche che regolano i rapporti fra ONU e i propri Stati membri. Detto questo, è necessario, a questo punto, essere molto chiari. Se è lecito affermare che possa essere stato compiuto dall’Alto Commissario un faux pas, questo non esonera l’Italia da due precisi doveri. Il primo: non nascondere la testa sotto la sabbia e negare, contro ogni evidenza empirica, che siano stati registrati atti di razzismo avverso migranti, che appare davvero difficile declassare a goliardate, come pure qualcuno si ostina a fare. Il secondo: quello di difendere fermamente – come ben ha fatto il Ministro degli Affari Esteri Moavero – le posizioni Italiane nelle sedi adeguate e nelle modalità proprie di un corretto interloquire internazionale, senza remore nell’avanzare eventuali contestazioni ma senza chiusure a scrutini di qualsiasi natura e, perchè no, chiedendo che eguale  e opportuno zelo sia mostrato nei confronti di quei Paesi in cui le violazioni dei diritti umani sono manifeste e quotidiane. In poche parole: l’Italia deve svolgere, sempre e comunque, con dignità e a testa alta il proprio ruolo sullo scenario internazionale, mettendo i puntini sulle “i” ove necessario, ma senza nascondersi dietro un dito. E, soprattutto, ricordando sempre che si è parte di un complesso sistema di rapporti, come quello delle Nazioni Unite, pur perfettibile sotto tanti punti di vista, che non va delegittimato ma, semmai, rafforzato nella propria missione di dialogo fra i popoli e di promozione e protezione dei diritti umani, vera cartina di tornasole del progresso dell’umanità. insomma, calma e gesso, ragazzi.

Pubblicato su Formiche

Annunci

A spasso con Daisy

daisy2.jpg

Quel che è accaduto ed ancora accade in questi giorni a seguito dell’episodio di cui è rimasta vittima Daisy Osakue è assai significativo del clima in cui nell’Italia del 2018 i fatti vengono digeriti e della lente deformante attraverso cui essi sono spesso filtrati, sui media come sui canali social. L’ultima coda della vicenda è – addirittura – una petizione su Change.org in cui si richiede che l’atleta Italiana, discobola e pesista italiana, primatista under 23 del lancio del disco, venga estromessa dagli europei di atletica di Berlino, sostenendo che “senza avere elementi oggettivi si è gettata a capofitto in una strumentalizzazione sul razzismo inesistente, ben supportata per l’occasione dai media mainstream” e che “ha contribuito consapevolmente ad alimentare un falso problema per fini tutt’altro che nobili. Ha fatto prevalere l’interesse del partito a cui è iscritta, quanto un’atleta che ha l’onore di indossare la maglia della nazionale (sic!), dovrebbe tenersi fuori da simili decadenti teatrini, mantenendo perciò un profilo risoluto e super partes”. Mentre Osakue partecipa agli Europei, facciamo ordine e proviamo a ripercorrere i fatti, andando a spasso con Daisy fra gli eventi degli ultimi giorni.

Nella notte del 29 luglio 2018 Daisy Osakue è vittima di un’aggressione a Moncalieri, venendo colpita al volto da un uovo lanciato da un’auto in corsa: medicata all’ospedale oftalmico di Torino, le viene riscontrata un’abrasione alla cornea. Il giorno dopo, intervistata in video da Simone Bauducco del Fatto Quotidiano, racconta la dinamica dell’accaduto: suppone di essere stata scambiata per una prostituta, in quanto in zona sono presenti prostitute nere e si mostra preoccupata per un clima di crescente tensione che avverte in Italia dopo essere tornata dagli Usa, dove studia. Su Repubblica, nel corso di un’altra intervista a cura di Alessandro Contaldo, riportando la stessa ipotesi, aggiunge che, in ogni caso, buoni e cattivi ci sono a prescindere dal colore della pelle e che non è opportuno generalizzare. E, come riporta l’AGIdichiara che l’Italia non è un Paese razzista. Insomma, pur scossa e legittimamente preoccupata, Osakue è misurata e non lascia spazi a strumentalizzazioni o isterie di sorta. Mentre gli inquirenti si mettono al lavoro, partono le dichiarazioni incrociate della politica e i titoli dei media, chi sostenendo la matrice razzista dell’aggressione, chi negandola in radice. Da una parte chi parla di aperta violenza da parte di gruppi neo-nazisti, dall’altra chi, per converso, dichiara che in Italia non esista assolutamente un problema razzismo. Posizioni entrambe frettolose, da calare, comunque, nel clima pesante di fine luglio, dopo il caso della bimba Rom colpita da un fucile ad aria compressa (18 luglio), che ha portato il presidente Mattarella a parlare di “Far West”, e quello di Aprilia, con un marocchino morto dopo essere stato inseguito da persone che lo ritenevano un ladro (28 luglio). Il 31 luglio le prime ipotesi degli inquirenti, che tendono ad escludere l’aggravante razzista. Emerge, per la prima volta, che altre donne ed un pensionato della zona sono stati colpiti da uova da una Doblò in corsa, macchiando loro i vestiti e non procurando, fortunatamente alcun danno, a differenza della pesista azzurra che, a causa delle lesioni all’occhio, rischia di saltare le gare europee.

La mattina del 2 agosto la svolta nelle indagini. Gli autori del gesto vengono individuati dai Carabinieri e denunciati per lesioni dolose e omissione di soccorso. Sono tre ragazzi italiani di Vinovo, La Loggia e Moncalieri, che hanno utilizzato una Fiat Doblò intestata al padre di uno di essi, Roberto De Pascali, consigliere comunale PD a Vinovo. I ragazzi dichiarano di aver lanciato le uova per una goliardata. Il clima a questo punto si accende: aldilà delle contrapposizioni tra le forze politiche, comincia una vera e propria guerriglia social che ha per obiettivo Osakue, anche perché membro dei Giovani democratici locali: “indegna della maglia”, “fosse per me l’avrei cacciata dall’Italia” dato che “tanto di italiano ha solo la maglia”, “barcone, valigia e tornate in Africa“, “non ci sono neri italiani”, sono solo alcuni dei deliri, stavolta dichiaratamente razzisti, rivolti all’atleta. Si condanna il sistema dei media perché, si sostiene, eguale clamore non c’è stato nel caso di Pamela Mastropietro, barbaramente uccisa: una notizia, peraltro, ampiamente trattata su giornali e televisioni. Non manca chi parla di guarigione miracolosa della ragazza dopo l’individuazione dei tre giovani (chissà perché, poi) e rilancia che la goliardata (termine pronunciato dai tre ragazzi lanciatori di uova, è bene ricordarlo) sia stata usata ad arte all’indomani della acclarata insussistenza dell’ipotesi razzista in quanto uno dei tre era figlio di un rappresentante del Partito Democratico. Il fatto che i tre ragazzi piemontesi lanciassero uova per il solo diletto di farlo, secondo taluni, sarebbe, inoltre, la controprova che in Italia non vi sia alcuna traccia di razzismo e che, anzi, l’episodio sia l’esempio di come ormai funzioni una macchina collaudata col compito di fabbricare fake news sul tema, a danno degli Italiani. Arriva, infine, la notizia, rilanciata da alcuni quotidiani, che il padre della Osakue, arrivato in Italia dalla Nigeria più di venti anni fa, abbia avuto in passato problemi con la giustizia: altro motivo, per qualcuno, per innescare ulteriori polemiche sulla cospicua presenza di immigrati che delinquono in Italia, impattando, con chissà quale correlazione, sulla vicenda che ha visto protagonista Daisy.

Ripercorsi fatti e date, possono trarsi diverse conclusioni dalla storia del lancio delle uova. La prima, del tutto ovvia, è che occorre lasciar lavorare gli inquirenti, gli unici a poter contare su prove e fatti certi, sospendendo ogni giudizio sino ai primi risultati delle indagini. Il fatto che i tre ragazzi non fossero apparentemente mossi da motivazioni razziste e che uno di loro sia figlio di un esponente del PD non ha, inoltre, nulla a che vedere con la gravità dell’episodio (la ragazza avrebbe potuto perdere l’uso dell’occhio). Tale specifica circostanza non ha, altresì, relazione alcuna con gli altri, numerosi episodi di cronaca in cui la matrice razzista è evidente (che i social networkamplificano nel dar spazio a una brodaglia di fanatica intolleranza) e sui quali l’attenzione della politica e dell’opinione pubblica dovrebbe essere altissima, dato che la nostra Costituzione democratica non fa distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali. Va aggiunto che la conclamata presenza di episodi di razzismo, che vanno sempre contrastati in ogni sede, non intacca di un millimetro la necessità che chiunque risieda, stabilmente o meno, nel Paese, sia tenuto a rispettare le leggi Italiane: normale buon senso, prima che una questione di legalità. Ancora: banale dirlo, ma le colpe dei padri, anche di quelli che hanno chiuso i loro conti con la giustizia, non ricadono sui figli. Le vicende giudiziarie di Iredia Osakue, quali siano state, appartengono a lui e a lui soltanto e nulla hanno a che fare con la figlia. Si è quindi assistito ad una macchina propagandista intenta a mettere in piedi fake news? Francamente, no. L’episodio si prestava, alla luce dei precedenti casi di aggressioni e ostilità nei confronti di migranti neri, ad una interpretazione che, fortunatamente, si è rivelata, in questo caso, sbagliata. Da qui a dire che vi sia una complessa macchinazione tesa a incolpare artatamente i cittadini Italiani di razzismo per fini poco chiari (senza tirare in ballo Soros e presunti piani di sostituzioni etniche) ce ne corre. E ce ne corre molto. A meno di voler iniziare a dar conto delle sonore bufale, montate ad arte, sui crimini di migranti, come quello, che recentemente ha trovato spazio nelle cronache e sui social, relativamente ad un nigeriano che avrebbe abusato di una minore e picchiato il cuginetto accorso a difenderla: come ha dimostrato David Puente, una notizia palesemente falsa, costruita con perizia e malanimo. Infine, il vero aspetto preoccupante di tutta questa vicenda: la schiumante onda rabbiosa, piena di acrimonia, che si è abbattuta su una ragazza di 23 anni, Italiana, che gareggia per i colori Italiani. C’è da restare sconcertati per come sia ormai lecito dar sfogo alle pulsioni più basse, troppo spesso venate di atteggiamenti dichiaratamente e orgogliosamente fascisti, di cui in altri tempi ci si sarebbe vergognati e che si avrebbe avuto pudore ad esternare, sia pure solo per timore di una condanna sociale. Occorre constatare, con amarezza, che la diga delle decenza sia ormai crollata e che si stia perdendo, gradatamente, il senso di comunità aperta in favore di una identitarietà intollerante, ognuno immerso nella propria, infernale trincea. Il dilagare di un pensiero unico – questo sì – che non ammette diversità, refrattario all’alterità.

Insomma, chi ne esce a testa alta è Daisy Osakue: buoni e cattivi ci sono a prescindere dal colore della pelle, ha detto. È bene far tesoro di queste parole di buon senso.

Pubblicato su Linkiesta

L’Italia è vostra

5d6b3464-52e7-4c67-8930-2f39249ee777_large

Con grandi difficoltà e in mezzo a qualche colpo di scena la Legislatura partita lo scorso 4 marzo sembra avviarsi – il condizionale è d’obbligo – verso la nascita di un governo. Tanti gli scenari ancora possibili, inclusi esecutivi “neutrali” o nuove elezioni: i prossimi giorni saranno decisivi per dipanare le tante questioni sul tappeto. Interessa poco entrare nel merito politico dei temi: l’inedito svolgersi degli eventi, quasi un caso di studio per gli esperti di diritto costituzionale e parlamentare, è in ogni caso nel solco della Costituzione, e tanto basta. Si ricomincia, insomma. Colpisce, tuttavia, un aspetto meta-politico della vicenda in corso, ormai sin troppo familiare: depositato il voto, i cittadini guardano e attendono gli sviluppi, paghi di aver compiuto il proprio dovere civico. La palla è in mano ai partiti, che giocano una loro – legittima – partita tra il detto e il non detto, in uno schema di gioco che ai più può apparire inintelligibile ma che, al contrario, è cristallino per i giocatori in campo. Sono le regole della democrazia rappresentativa: i cittadini delegano la conduzione della cosa pubblica ai loro rappresentanti, pronti a giudicarli nella cabina elettorale alla prossima tornata. Le cose, beninteso, non stanno esattamente così: l’interesse dell’elettore, in caduta libera in termini di partecipazione al voto, scema rapidamente, riattizzandosi, eventualmente, in particolari occasioni. L’informazione, che ha il compito di innervare il gioco democratico, fa i conti con le proprie pecche: in pochi leggono i giornali e le ormai arcinote fake news sono in agguato in rete, fonte preferita cui in tanti si abbeverano per comprendere il mondo che li circonda. Si sa, nei fatti, molto poco delle vere dinamiche della politica, della tecnocrazia, dell’economia e della finanza. Forti o meno, quei poteri frappongono uno schermo difficile da penetrare. E perché farlo, poi? Ecco uno dei grandi pericoli che insidiano una democrazia: la rassegnazione a non poter influire sull’andamento della vita del proprio Paese, l’assunto della sostanziale inutilità del voto e, quindi, l’impotenza del singolo. Ognuno, si sa, segue una propria agenda che raramente viene dichiarata apertamente. Così fan tutti? Stanchi delle continue baruffe chiozzotte, di fronte ai cittadini si stagliano due scelte: ci si adegua e si segue la corrente o ci si abbandona alla sterile protesta contro le élites brutte e cattive. Il risultato: il ritiro nel privato e un Paese che si sbriciola. L’Italia, d’altronde, ha la più bella Costituzione al mondo ma troppo spesso muore di regole e di formalismo in punta di diritto, con la triste consapevolezza che si tratta di mera fictio. Le regole sono scolpite: le cose seguono, però, binari più scorrevoli. Per alcuni, almeno. È una generalizzazione, ovviamente. Sono tante e tanti le donne e gli uomini che fanno il proprio dovere, in tutti campi, ed è ben noto il valore che gli Italiani, soprattutto nei momenti di grande difficoltà, hanno saputo dimostrare, per tacere dell’immensa ricchezza – culturale, artistica, architettonica, storica, enogastronomica – che questo Paese, forse incurante ed inconsapevole, possiede. Ma quella maledetta rassegnazione sembra scritta nel DNA degli Italiani, viziato di gattopardismo, tra Machiavelli e i bravi di manzoniana memoria. L’Italia non si è mai vantata, come orgogliosamente hanno detto e dicono gli Stati Uniti d’America, di essere il più grande Paese al mondo. Ne ha passate troppe. Ma se tanti giovani se ne vanno, se cresce la povertà assoluta, se l’economia sommersa ha dimensioni colossali, se il cancro delle mafie ancora non è stato estirpato e se la corruzione appesta la vita pubblica, non saranno nuove regole o nuove pene a far compiere un’inversione di rotta. Quel che serve è che ciascuno si faccia avanti: e lo faccia quando tutti dicono di non farlo. Nel Paese in cui troppo spesso l’iniziativa del singolo è vista come un disvalore, occorre acquisire piena consapevolezza del fatto che solo innescando il cambiamento nelle piccole cose quotidiane si potrà sperare in una virata decisa. La storia è un pendolo, naturalmente, Quel che andava bene ieri, andrà bene domani, e viceversa. Ma far sì che si recuperi e apprezzi l’importanza del peso che ciascuno ha, della parola di tutti, dell’esempio che si dà alle nuove generazioni, può essere la leva per risalire la china. Non tutto è perduto: i due recenti casi di cronaca che raccontano di giovanissimi che in Sardegna fanno irruzione in una casa per salvare un anziana colta da malore o di studenti nel napoletano che fanno chilometri in bici per andare a casa dell’insegnante che non dava notizie di sé, sfidando l’immobilismo degli adulti e salvandola, fanno sperare. Ma quando si diventa degli stronzi? La Capitale è un implacabile ritratto del momento, assai più ripugnante del dipinto serbato da Dorian Gray: quella che potrebbe fregiarsi del titolo di più bella città al mondo è ormai da anni irriconoscibile. I colpevoli? Non i sindaci, gli amministratori locali, i lavoratori delle tante municipalizzate. Non solo, almeno. Sono i nuovi barbari: i cittadini. Smarriti del senso di comunità. Ben felici di delegare le responsabilità a qualcun altro e pronti a lapidare costui quando si troverà nella impossibilità di contrastare l’incontrastabile. Da questo punto di vista, l’amaro film “L’ora legale” di Ficarra e Picone dice molto di più di una pila di trattati di sociologia. Non chiedete cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese, disse qualcuno. Chiamatela cittadinanza attiva, se volete. Ma non abbandonate nelle mani di nessuno, foss’anche l’uomo della Provvidenza, certificato e bollinato, il destino della vostra terra e della vostra esistenza. Sono solo vostre.

Pubblicato su Linkiesta

I veri poteri forti in Italia. Almeno pare

4301.0.1930037867-0006-kpN-U43480281818679mrB-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443

Angelo Panebianco, noto politologo, è intervenuto a gamba tesa sul Corriere del 30 aprile avverso quelli che identifica come i veri poteri forti del Paese: burocrati e magistrati. Secondo Panebianco, in particolare, “le tecnostrutture […] possono convivere pacificamente solo con gruppi ed esponenti politici disposti ad inginocchiarsi in loro presenza e a baciare l’anello”. A fronte di un indebolimento della politica dopo la caduta del Muro e Mani Pulite, infatti, la palla sarebbe ormai in mano alle burocrazie ministeriali, senza le quali nulla si muove ed ogni riforma è destinata a perire (i maliziosi vi leggeranno la riforma della dirigenza del Governo di Matteo Renzi, affondata un secondo prima dell’approdo). E alle magistrature che, causa i paraocchi del formalismo giuridico, con le loro sentenze condizionano la vita democratica e condannano l’Italia alla marginalità economica internazionale. E’ un tema caro a Panebianco: legittimo e utile che lo riformuli sul primo quotidiano del Paese. Da burocrate di trincea, tuttavia, continuo testardamente a restare in disaccordo. Egli non parla certamente del sesso degli angeli: non sarebbe serio negare che vi siano dirigenti apicali che hanno una loro specifica agenda e che apparecchiano le tavole a loro piacimento in base alle proprie esigenze di potere e, talvolta, di privilegio. Essi vanno contrastati con ogni mezzo. Allo stesso modo, è ben possibile che vestano la toga magistrati che si fanno guidare dalle ideologie e che non riescono a cogliere le tante implicazioni socio-economiche che le loro pronunce comportano: costoro non contribuiscono al corretto svolgersi delle dinamiche del Paese e al suo benessere. Tuttavia, la battaglia che i tanti Panebianco portano da tempo avanti ha la pecca di offrire una versione manichea che coglie alcuni aspetti veritieri ma che, adagiata la polvere della pugna, presenta una visione scombinata di come funzionano le cose. Non me ne voglia il professore, che stimo senza retorica alcuna, ma il troppo astrattismo ha il serio limite di non afferrare appieno la realtà. La cattedra, evidentemente, permette una visione limitata che andrebbe integrata con chi sta sul pezzo, con quelle che Giulio Napolitano, lo scorso 17 aprile, sempre sul Corriere, ha chiamato le voci di dentro, di “chi prova, cioè, a far funzionare le amministrazioni ogni giorno in condizioni sempre più difficili”. Sia chiaro: non reputo né utile né necessario operare difese d’ufficio della burocrazia e delle tante colleghe e dei tanti colleghi che assolvono ai loro compiti pur prendendo da anni sonore legnate mediatiche. E tanto meno della magistratura. A far sentire le “voci di dentro” ci pensano sindacati e associazioni. C’è un elemento che, tuttavia, che va svelato, trattandosi – questo sì – di una bugia e, al contempo, di uno stereotipo. Alla politica debole non ho mai creduto, prima, seconda o terza Repubblica che dir si voglia. Anzi, se poniamo lo sguardo agli ultimi dieci anni, l’esperienza sul campo porta a dire che la politica – o, almeno, una certa politica – ha costantemente tentato di governare l’amministrazione attraverso una “sua” dirigenza, forzando la mano con tentativi di riforma che avrebbero, secondo molti, messo a seria prova il principio dell’imparzialità amministrativa e, di conseguenza, i diritti dei cittadini. Il politico schiavo della burocrazia è una mera fiction. Anzi, un’idea fissa che non si riesce a scalzare e che va si tanto in tanto ad arricchire il vaso di Pandora delle malefatte della macchina pubblica, ormai scoperchiato a favore della cittadinanza indignata. Sarebbe utile, una volta di più, ricordare che politica e amministrazioni dello Stato non sono due entità astratte che vivono in due regni separati e guerreggianti, con la Terra di Mezzo in cui ne pagano le conseguenze i poveri sudditi: sono fondamentali pezzi della Repubblica che hanno il dovere di lavorare assieme e che, incredibilmente, perlopiù lo fanno, pur fra frizioni e diffidenze. Come politologi e costituzionalisti ben sanno, aldilà delle regole scritte si sviluppa una gestione del quotidiano le cui dinamiche dipendono da tanti fattori, esogeni ed endogeni, non ultimi il clima nel Paese e le personalità degli attori. Senza dimenticare che non è la (sola) conoscenza tecnica che serve al politico (se c’è, meglio), ma la visione e la forza (politica, parlamentare, di alleanza sociale) di far quello che reputa giusto e utile. Due disinteressati consigli, allora. Il primo: opportuno denunciare le storture, ma si facciano nomi e cognomi. Basta sparare ad altezza d’uomo: serve solo a solleticare la pancia degli arrabbiati. Il secondo: se la smettessimo far roteare le mazze e imparassimo a separare la patologia e la fisiologia sarebbe già un bel passo avanti verso la messa a regime del Paese. Che, non dimentichiamolo, è cosa di tutte e di tutti.

Pubblicato su Formiche

Parole parole

A distanza di una legislatura, ripeto il giochino di trasfondere in cloud i programmi dei principali partiti che si contendono i seggi nel prossimo Parlamento. Un divertimento, nulla di più. E che, tuttavia, nel mettere insieme le parole maggiormente ricorrenti nei programmi politici nazionali (tutti pubblicati anche nella sezione “Elezioni trasparenti” del Ministero dell’Interno), rivela qualcosa di ogni attore dell’agorà politica di questi mesi. O forse no? Nessun commento da parte mia, naturalmente, e ordine assolutamente casuale: a voi il compito di attraversare le nuvole dei programmi. Un’unica avvertenza: il Movimento 5 Stelle, a differenza di tutti gli altri partiti, ha dedicato sezioni assai corpose ad ogni tema rilevante del proprio programma: collazionare il tutto avrebbe reso intraducibile ogni possibile significato per l’estrema sintesi dell’operazione. A mio insindacabile giudizio, dunque, per il M5S ho selezionato solo 4 fra i temi di maggior popolarità. Buona lettura!

Cloud n. 1 NOI CON L’ITALIA – UDC

noiconlitalia.jpg

Cloud n. 2 LIBERI E UGUALIleu.jpg

Continua a leggere “Parole parole”

La campagna elettorale più brutta di sempre. O no?

Italy flag smoke

Mentre ci si avvia verso gli ultimi giorni di campagna elettorale per il Parlamento e per due fra le regioni più importanti d’Italia, cala il silenzio sui sondaggi. È un peccato, perché mentre sarebbe utile avere contezza dell’orientamento dell’elettorato sino al secondo prima del voto, gioverebbe, invece, alle stanche orecchie degli elettori abbassare il volume delle offerte “last minute” di tanta politica. Le ragioni di magone sono tante e tutte rilevanti. Intanto i toni si alzano ogni giorno e, mentre la discussione generale ruota attorno a temi simbolo, come l’immigrazione e il taglio delle tasse, il confronto sul merito scema per lasciar spazio alla pancia e alla battuta ad effetto, al rimbeccarsi sui social network e al rinfacciare all’avversario ogni colpa, esclusa – forse – quella di aver offerto il frutto proibito ad Eva. Da questo punto di vista, andrebbero seguite con attenzione le risultanze dell’indice di ostilità creato da “Parole ostili”, una community di oltre 300 comunicatori e blogger, che ha redatto una carta con 10 princìpi utili a ridefinire lo stile con cui stare in rete, e il “barometro dell’odio” elaborato da Amnesty Italia, volto a monitorare l’utilizzo di hate speech da parte delle forze politiche. Come evidenzia il Corriere della Sera, inoltre, sembrano scomparsi dall’agenda politica tutta una serie di dossier fondamentali per le scelte che dovranno esser fatte per il Paese nei prossimi anni come la legalità, la formazione e l’università, il turismo, la lotta alla povertà o, aggiungo, l’inclusione delle persone più fragili, come le persone con disabilità. Non basta: le proposte avanzate dalle forze politiche molto raramente godono di coperture finanziarie solide o sono, spesso, basate su entrate allo stato ipotetiche e aleatorie, o, peggio ancora, sulle ennesime politiche di spending review all’amatriciana, imperniate su tagli e non su efficientamenti reali. Un ulteriore elemento da non trascurare, infine, è quello relativo alle candidature presentate. Spuntano come funghi, trasversalmente, figure improbabili: riciclati, transfughi, facciatostisti, girovaghi, imputati, photoshoppisti, ras, caporioni, assessori regionali in carica, e così via. Personaggi quantomeno discutibili dal punto di vista dell’opportunità politica e che evidentemente portano in dote voti o rappresentano il risultato di accordi politici sui territori.

Tutto legittimo e tutto perfettamente comprensibile, per carità. Ma che sconta l’inesistenza di efficaci modalità di selezione del personale politico a favore di procedure di cooptazione dall’alto. E che, allo stesso tempo, fotografa, assieme ai toni di questa campagna, la distanza tra ciò che dovrebbe essere e ciò che, nei fatti, è. Tra la sbandierata voglia di cambiamento, di novità, di rendere i cittadini protagonisti della politica e la necessità di fare i conti con la realtà. Per parafrasare Mao, la politica non è un pranzo di gala: è cosa risaputa e le anime candide hanno spesso vita breve nel tritacarne della lotta politica. Nulla di veramente nuovo, ovviamente: c’è però molto su cui riflettere in merito allo stato delle cose e ai perché della percentuale, sempre alta, di coloro che si dichiarano indecisi e che, probabilmente, non si recheranno alle urne. Se a tutto ciò si aggiunge una legge elettorale dai mille difetti e che limita fortemente le scelte degli elettori (ma perché non ammettere il voto disgiunto, poi?), c’è di che preoccuparsi. Bene ha fatto Michele Ainis a ricordare su Repubblica che, anche a fronte di una acclarata incertezza politica, “lo Stato risiede nelle sue strutture profonde“: nella magistratura, nelle forze dell’ordine, nella burocrazia. Anche nell’improbabile caso di un nuovo, repentino ritorno alle urne, la Repubblica non chiuderà i battenti e l’ordinaria amministrazione continuerà senza troppi scossoni. Detto questo, la scelta della rappresentanza politica, a tutti i livelli, è uno dei passaggi fondamentali della vita pubblica di un Paese e le condizioni in cui essa si svolge non sono ottimali. Certo, diciamocelo francamente: non lo sono mai. Ed è certamente un’esagerazione considerare questa campagna elettorale la più brutta di sempre. C’è da dire, però, che se gli elettori hanno sempre ragione, essi hanno il dovere di esercitare la sovranità che appartiene loro, come recita limpidamente l’articolo 1 della nostra carta costituzionale, con una buona dose di sale in zucca. E di buon senso. Ad esempio compiendo una scelta che privilegi, all’interno della staccionata in cui forzatamente ci si muove, il profilo e la statura delle donne e degli uomini candidati, che dia spazio alle doti di equilibrio che essi abbiano dimostrato di possedere. O che dichiarino, credibilmente, di poter esercitare. Anche aldilà delle appartenenze politiche, soprattutto nelle competizioni all’interno dei collegi uninominali. Ed anche a fronte della concreta possibilità di depositare una scheda bianca ove l’offerta bloccata contenga polpette indigeribili o, addirittura, avvelenate. No, non è la soluzione a tutti i problemi, tenendo sempre bene a mente che le tentazioni qualunquiste cozzano con la fatica quotidiana del governare. La fiducia in politica, tuttavia, è merce rara che va guadagnata giorno per giorno, con la propria storia. E quella storia va riscontrata nella cabina elettorale, dove né Dio né Stalin devono metter bocca.

Pubblicato su Linkiesta

Dirigenza pubblica punto e a capo?

dirigenti-pubblici

Con la conclusione della XVII legislatura repubblicana si è ufficialmente aperta una campagna elettorale particolarmente incerta in cui, al momento, non sembra aver ancora trovato posto una discussione articolata sullo stato ed il ruolo della pubblica amministrazione e, in particolare, della dirigenza pubblica. Non appaia insolito: Governo e Parlamento sono stati a lungo impegnati nella faticosa elaborazione dell’ambiziosa riforma della PA intestata alla ministra Madia, con l’adozione della legge 124 del 2015 e la messe di conseguenti decreti attuativi. Se, tuttavia, si centra l’attenzione su quel che a ragione può essere definito il motore della macchina pubblica, ovvero la dirigenza, sarebbe utile che la politica che verrà non si dimentichi della questione. L’intervento sulla dirigenza, azzerato dalla Corte costituzionale per effetto della sentenza n. 251 del 2016, rappresentava, infatti, uno dei pilastri del disegno certamente più ampio dell’operazione a cuore aperto sulla PA. Lo stop della Consulta, evitando seri rischi per l’imparzialità dell’azione amministrativa e l’autonomia della dirigenza stessa, ha, tuttavia, fatto saltare l’opportunità di attualizzare il quadro normativo. L’assoluto protagonismo della figura del dirigente, infatti, nel rapporto con la politica, nel funzionamento dei sistemi di performance, trasparenza e lotta alla corruzione – la cui complessità sta debordando nella concreta ingestibilità – e nel dispiegarsi di una reale semplificazione dei processi, rende evidente l’importanza di alcuni nodi da sciogliere che si crede opportuno siano parte della comune cultura in fatto di burocrazie e che hanno carattere prodromico ad ogni futuro intervento.

Il primo è certamente quello relativo al recupero della serenità della discussione che, nel corso degli ultimi anni, ha visto muovere contro i dirigenti pubblici accuse ed asprezze irricevibili che hanno gravemente danneggiato i rapporti all’interno della cosa pubblica e, cosa assai più grave, invelenito il clima sociale. Riconoscere il ruolo indispensabile della dirigenza pubblica e dei lavoratori pubblici in generale è elemento indefettibile se si vuol compiere una analisi seria e di lungo respiro dei problemi delle amministrazioni e della dirigenza in Italia, che sono molti e complessi da aggredire. La narrazione della riforma della dirigenza, incentrata sull’assalto ai privilegi ed all’inefficienza dei dirigenti pubblici di questo Paese (i “burocrati che remano contro”), condotta con fare arrembante e senza distinguo alcuno, è stato un infelice esempio di tale approccio da accantonare. Recenti prese di posizione sul primo giornale Italiano hanno sostanzialmente identificato le burocrazie come gruppi di golpisti: “Le burocrazie, amministrative e giudiziarie, spadroneggiano. I politici o sono al loro servizio o sono troppo deboli per tenerle a bada. Lasciate a se stesse quelle burocrazie ci preparano un futuro di autarchia e di declino economico e culturale”. Un’atmosfera pre-elettorale plumbea, purtroppo, che non fa ben sperare. Sia chiaro: non che non esistano burocrati e dirigenti inefficienti o inadatti. Ottusi, persino. Ma è la cattiva burocrazia l’avversario da sottomettere, non la burocrazia tout court.

Il secondo riguarda le modalità di reclutamento della dirigenza. L’estrema frammentarietà dei sistemi di selezione della dirigenza pubblica in Italia ha fatto sì che essa, diversamente da prefetti, diplomatici e magistrati (non casualmente la parte ancora non privatizzata del personale pubblico), non abbia saputo dar prova della propria natura di corpo dello Stato, troppo spesso incapace di scrollarsi di dosso un alto grado di autoreferenzialità e di mantenere un corretto rapporto di sana alterità con la politica. Superare l’attuale doppio accesso alla dirigenza, incanalando finalmente l’intero flusso di richiedenti per il tramite della Scuola Nazionale di Amministrazione, costituirebbe una delle leve determinanti per infliggere un colpo mortale al vizio del “particulare” che tanti danni ha fatto alla PA in Italia, magari prevedendo congrui periodi di stage per i neo-dirigenti (almeno un anno) e di servizio obbligatorio all’estero per tutti. Il recupero ed il rilancio dell’esperimento del corso-concorso per la carriera dirigenziale, mai veramente decollato, con gli opportuni correttivi per chi entri per la prima volta nella PA, per chi è già funzionario e per chi acceda a seguito di esperienze nel settore privato, rappresenta senza dubbio una leva per contribuire a (ri)fondare quello spirito di corpo che drammaticamente latita.

L’ultimo elemento investe, infine, natura e ratio della dirigenza stessa. Dopo decenni di ubriacatura neoaziendalista e di superfetazioni di concetti e modalità organizzative trapiantate direttamente nel tessuto molle delle amministrazioni, qualche segnale di ritorno alla peculiarità della funzione pubblica sembra oggi cogliersi, riaggiornandola con le esigenze proprie di una società italiana (e globale) in rapida mutazione. Il tema dell’amministrazione collaborativa, come descritto nella presentazione del recente Annual Report di ForumPA, sembra cogliere questo aspetto, che vede, in concreto, la PA muoversi in un’ottica di garante delle reti di interlocutori e delle transazioni sociali che si snodano, mutevoli, intorno ad essa. Se questo è vero, occorre allora porsi una domanda: che dirigente pubblico si vuole e per far cosa? La banale risposta è che il dirigente pubblico altri non può essere che colei o colui che viene chiamata/o ad esercitare le peculiari funzioni di amministrazione della cosa pubblica: districandosi tra sapere amministrativo-contabile, managerialità e gestione delle risorse umane (qui andrà verificata la carica di potenziale dello smartworking) e capacità di interloquire con i tanti e diversi stakeholder che con la PA hanno a che fare, senza dimenticare il compito fondamentale di intessere con l’Autorità politica di riferimento condizioni e scenari per l’attuazione delle politiche. Ciò richiederebbe che tali responsabilità vengano attribuite a chi sia stato adeguatamente formato, magari attraverso una selezione che rivoluzioni una volta per tutte le modalità sinora troppo nozionistiche di testare i candidati. Ofelè, fa el to mestè, direbbe la saggezza popolare. Eppure, a fronte di una tale ovvietà, negli anni si è di fatto affermato il principio che chiunque possa esercitare il mestiere: la competenza non paga più. E non si tratta solo dell’annosa questione dell’accesso esterno, senza concorso, di soggetti scelti dalla politica, o dell’inusuale numero di magistrati cui vengono affidati uffici e dipartimenti (si è mai visto un dirigente pubblico amministrare la giustizia in un’aula di tribunale?): un progressivo svilimento della funzione ha di fatto comportato un depauperamento del valore del ruolo sociale della dirigenza, il cui capitale reputazionale si è pressoché dissolto nelle pubbliche opinioni e nel comune sentire.

Non è troppo tardi per invertire la rotta. È di tutta evidenza che il miglioramento dell’efficacia ed efficienza di un’organizzazione è un processo che non finisce ma si rinnova continuamente: la “perfetta amministrazione” di cui parla Benedetto Croce, e che Bernardo Mattarella richiama nel suo recentissimo volume su burocrazia e riforme, resta un traguardo mutevole e sfuggente. Tuttavia, all’indomani di uno sforzo riformatore imponente, i cui effetti vedremo nel medio e lungo periodo, recuperare responsabilmente alcune norme di basilare e civile convivenza fra pezzi della Repubblica, adottando accorgimenti mirati per scopi specifici, può far sì che il sistema delle amministrazioni Italiane diventi finalmente un pezzo dello sviluppo di questo Paese. Senza sconti a nessuno. Ma senza pregiudizi.

Pubblicato su Formiche

I musei, i TAR e la democrazia dei Mandarini

021673399669_web

Un’Italia autodistruttiva: non usa mezzi termini Sylvain Bellenger, direttore francese del Museo di Capodimonte di Napoli, dopo la nuova pronuncia del Consiglio di Stato sulle nomine di direttori stranieri nei musei italiani. La vicenda è nota e rimando per brevità a quanto scritto non molti mesi fa, ricordando, ancora una volta, che nell’introdurre una deroga speciale per il settore cultura – su cui si può tranquillamente essere d’accordo – sarebbe stato sufficiente abrogare contestualmente tutte le norme che ostavano al nuovo corso. Tant’è. È interessante, tuttavia, che sulla questione intervenga stavolta  uno dei direttori stranieri, il quale lamenta la sindrome dell’interpretazione delle leggi in Italia, con la conseguenza, a suo dire, che “l’immagine dell’Italia all’estero è molto danneggiata, appare un Paese buffo, non serio”. Un moment, s’il vous plaît. Nulla quaestio sul fatto che le leggi in Italia siano troppe e scritte male: ma quando Bellenger dice che questo si riflette sul comportamento dei funzionari, che “quando scrivono sono spesso incomprensibili” perché “hanno paura di essere visti come indegni dall’amministrazione se la relazione che stanno scrivendo non è redatta in terza persona”, commette un errore. Veniale, forse, ma pur sempre un errore. Non perché la lingua dei burocrati non sia spesso difficile e, talvolta, per adepti, ma perché, come spesso accade, getta nel frullatore tutto senza distinzione alcuna. Va benissimo la semplificazione, non il semplicismo. Mettetemi al rogo, ma in una società in cui il linguaggio si è disossato e la scrittura è infestata dal “whatsappese”, un denso, grasso e caldo idioma complesso – non necessariamente complicato – è il benvenuto. Se i continui rimandi al tal comma o al tal alinea possono marcare un’ottusa opacità, di cui occorre liberarsi, i processi politico-amministrativi sono una cosina articolata. Non si scappa. E quando si tratta di dar risposte, pareri o prender posizione, occorre essere puntuali sino allo spasimo, pena la puntuale impugnazione o, Dio ce ne scampi, il rilievo di un qualche organo di controllo. Insomma auspicare un ordinamento più semplice ed efficace è una cosa: scaricare il fardello sui soliti Mandarini, la cui cultura addirittura “confisca la democrazia” mi sembra un salto logico azzardato. Forse, immagino, il direttore di Capodimonte si è scontrato con una triste, noiosa, eppur solida realtà, scoprendo – ahimé – che il direttore di un museo non è (solo) un direttore artistico: non organizza soltanto mostre ed eventi, ma è anche un dirigente pubblico e, dunque, deve avere a che fare con tutte quelle faccenducole burocratiche che tutti amabilmente detestiamo ma che servono a far funzionare una struttura. Di colpe i burocrati ne hanno tante: la lista sarebbe lunghissima. Ma se provassimo ad evitare che dirigenti e funzionari debbano troppo spesso indossare la sacra veste dell’esegeta per dar seguito a norme ed indirizzi non infrequentemente confusi, contradditori e financo cervellotici, ne usciremmo tutti più sereni. Probabilmente anche il direttore di Capodimonte.