In nomine tuo

Settembre: riparte l’Italia, nelle intenzioni del Presidente del Consiglio. Ma non solo. Girano a pieno regime gli ingranaggi nei principali ministeri ed enti: sono in moto (in partenza, in corso o chiuse) le riorganizzazioni delle strutture amministrative che rinnovano l’articolazione interna di direzioni e uffici e che portano con sé una corposa tornata di nomine di dirigenti. Comportando, infatti, il rimaneggiamento dell’ossatura di un dicastero o di un ente l’automatico decadere di tutti gli incarichi dirigenziali (prima e seconda fascia), siamo in presenza di una possibile piccola grande rivoluzione. Dove? Istruzione, Infrastrutture e Trasporti, Lavoro e Politiche Sociali, Sviluppo Economico, Beni Culturali, Economia e Finanze ed Inps, dove le procedure di riorganizzazione investono contemporaneamente centinaia di posizioni dirigenziali. Il punto da cui partire, naturalmente, è che la medesima attenzione ai criteri di trasparenza e merito che vanno usati per reclutare i dirigenti da inserire nelle pubbliche amministrazioni (ne parlavo recentemente qui) vanno utilizzati quando di tratta di aprire i valzer delle nomine interne. Non è un caso che alcune delle proposte contenute nel disegno di legge delega di riforma della PA della Ministra Madia mirino – vedremo tra qualche mese, nel concreto, come e con quali effetti – a individuare criteri oggettivi e trasparenti per assegnare le posizioni dirigenziali.

Uno spunto di riflessione me lo ha fornito una lettera, apparsa su Repubblica nel pieno della calura estiva, a firma di un funzionario del Ministero dei Beni Culturali (oggi Mibact) nella quale si osservava come, nel quadro delle nomine che intende operare il Ministro Franceschini, girassero già con insistenza dei nomi dei futuri dirigenti di vertice prima ancora che fosse scaduto il termine di presentazione delle domande da parte dei dirigenti di ruolo interessati. Sa di vecchio, vero? Aldilà della vicenda specifica, l’aspetto fondamentale è che quando si libera una posizione dirigenziale deve essere sempre assicurata una procedura competitiva aperta e trasparente per far sì che la persona giusta vada al posto giusto, mettendo definitivamente da parte l’abitudine dura a morire di assegnare posti per affiliazione, cordate, simpatie politiche o scambio di favori. La questione non è di poco conto: regole certe per assicurare una buona ed imparziale competizione per l’assegnazione delle posizioni sono la migliore garanzia per evitare non solo rendite di posizione e meccanismi opportunistici, ma il migliore funzionamento della macchina. Una scelta corretta è di cruciale importanza poiché lagovernance delle Direzioni Generali è correlata alla adozione di buone policy necessarie al rilancio delle attività. Ricordate la vicenda dell’ormai celebre “io la nomina da te l’ho avuta e a te rispondo” che ha visto protagonista l’allora Ministra dell’Agricoltura? Non era che un banale esempio di come nomine di favore o pilotate – anche formalmente legittime – abbiano effetti deleteri per il concreto funzionamento degli uffici e, cosa assai più grave, sull’imparziale trattamento dei cittadini da parte della macchina amministrativa. Sulla carta le procedure esistono: interpelli che mettono a bando le posizioni che si liberano e che prevedono (in forme diverse a seconda dei ministeri o degli enti) l’invio di curriculum su cui il nominante, Direttore Generale o Ministro, opera una scelta. Ma ecco che subito si aprono le crepe: se molto spesso le procedure sono fissate da circolari interne, che indicano i c.d. “criteri datoriali” in base ai quali va orientata la scelta, non raramente esse sono viziate da troppa opacità. E diciamolo: troppo spesso con l’attiva complicità di qualche dirigente che preferisce percorrere altre vie, ombrose e laterali, per contrattare il suo spostamento o la sua ascensione, piuttosto che scegliere di mettersi in gioco, apertamente e in modo trasparente, assieme ad altri colleghi, sulla base di regole certe.

E, d’altronde, sarebbe sufficiente che per ogni posizione si individuassero le qualità più indicate. Inutile sostenere che tutti i dirigenti pubblici sono uguali: se qualcuno/a sarà oggettivamente più bravo di qualcun altro/a, tutti hanno in ogni caso preparazione e inclinazione diversa a seconda dei percorsi, delle attitudini e delle provenienze, risultando maggiormente versati in questa o quell’area. Questo non significa che qualcuno sia automaticamente più bravo di qualcun altro ma che il dirigente Mario Rossi in quella particolare posizione potrà con tutta probabilità render meglio di Carlo Bianchi, che avrà magari risultati migliori dirigendo quell’altro ufficio. Certamente tutti possono imparare ed è, anzi, opportuno che nel corso della proprio percorso professionale si facciano esperienze diverse, ma il carattere generalistico della dirigenza amministrativa va armonizzato col fatto che capacità e competenze contano e fanno fatte valere, naturalmente in un quadro generale in cui l’incarico sia sempre e comunque garantito a tutti i dirigenti di ruolo. Ma torniamo al tormentone procedure. Perché non pubblicare in internet (attenzione: internet, non intranet) tutti i curriculum vitae dei candidati che presentano domanda per quella posizione? È del tutto evidente che la scelta che opererà il Ministro, per quel che riguarda la nomina dei dirigenti apicali, o che effettueranno i Direttori Generali, per quanto concerne i dirigenti di seconda fascia, non potrà non essere permeata da un certo grado di discrezionalità: tuttavia, essa non dovrebbe prescindere dall’apprezzamento di un certo numero di criteri di base che dovranno contribuire, almeno, a formare una rosa di potenziali candidati. Banali considerazioni che sono, peraltro, al fondo della proposta Madia di costituire una sorta di Commissione che abbia il compito di scremare i candidati per la nomina (anche qui, ovviamente, occorrerà vedere in concreto le modalità specifiche). E, infine, il vero nocciolo della questione: come ha fatto correttamente notare Tito Boeri su lavoce.info, la vera architrave di tutto il carrozzone è la motivazione della scelta. Diventa, cioè, drammaticamente bizzarro che, mentre da una parte ci si sgola da anni per far sì che gli interna corporis delle amministrazioni pubbliche, a tutti i livelli, siano accessibili, trasparenti ed intellegibili a tutti gli stakeholder, comuni cittadini in testa, dall’altra non sia obbligatoria una espressa, articolata e chiara motivazione alla base della scelta di Tizio o di Caio per quella o quell’altra posizione dirigenziale.

Qui, a ben vedere, si annida il succo di tutto il discorso, che è forma e sostanza allo stesso tempo. È forma perché a tutti, in qualsiasi momento deve essere consentito di verificare come e perché si vada a rivestire una posizione pubblica. Ed è sostanza perché è compito di tutti i partecipanti alla “corsa” di far sì che anche in concreto venga assicurata una reale parità di chance a tutti e che il processo si concluda con scelte che soddisfino l’interesse generale. A voler essere maliziosi, non è complicato, purtroppo, orchestrare prima il girotondo delle nomine: si possono stringere alleanze fra politica e burocrazia, presentare vecchi conti e ricordarsi degli amici, chiudere accordi e formare nuovi equilibri, riempiendo così tutte le caselline ben prima di avviare il rito degli interpelli, che viene svuotato di significato. Ecco, ove accadesse questo, non solo ci troveremmo di fronte ad una inutile perdita di tempo, ma ad una colossale presa in giro dei cittadini contribuenti e della stessa idea di democrazia. Paroloni, forse: ma se una possibilità di ripresa e crescita deve essere data alla nostra pubblica amministrazione, occorre che alla forma corrisponda la sostanza, sempre e comunque, scrollandoci di dosso quel fetore insopportabile che ammanta il vizio antico di lavorare dietro le quinte mentre formalmente ogni adempimento è rispettato. La PA è di tutti: nomine, promozioni e assegnazioni, nei ministeri come nelle nostre sedi a Bruxelles, negli enti come nei comuni, devono mirare a far crescere le risorse che valgono (i “vivai”) e che hanno ben operato, a dare occasioni di carriera a chi investe nel proprio lavoro, a offrire pari opportunità a tutte e a tutti. Tutto crolla come un castello di carte se alla fine dei giochi non è possibile sapere, chiaramente ed in modo esaustivo, perché quel dirigente andrà a ricoprire quella posizione. E gli altri che hanno partecipato alla selezione? E, soprattutto: i cittadini?

Diciamocelo: in fondo, a nessuno piace essere valutato, non ci siamo abituati. E a nessuno garba che altri possano liberamente frugare nei propri cassetti: trasparenza e merito sono facili a parole, molto complicati nel metterli in atto. Il Governo di Matteo Renzi sta scommettendo buona parte della propria credibilità su una riforma delle infrastrutture immateriali di questo Paese: merito, competenza, sana competizione, fine dei riti che hanno contraddistinto in negativo la nostra vita pubblica da decenni. Ecco allora una buona occasione per misurare il peso delle intenzioni: in attesa della riforma di tutte le riforme della pubblica amministrazione, sarà il caso di valutare come i Ministri procederanno a gestire questa complessa scacchiera di nomine che hanno davanti. E, soprattutto, facendolo sapere agli Italiani.

Pubblicato su Formiche

Il cambio di passo per la dirigenza pubblica di domani

Trovate di seguito la versione integrale e non rimaneggiata dell’articolo apparso il 25 luglio su “Lavoce.info” in materia di reclutamento della dirigenza pubblica e riforma della PA. Come al solito, ringrazio non retoricamente per lo spazio della pubblicazione, ma devo dire di essere rimasto di sasso nel leggere, nel “Punto” della home page di presentazione dei nuovi articoli, che “la classe dirigente della Pubblica amministrazione è chiaramente inadeguata”. Ecco, solo per dire che non è il mio pensiero e che, in ogni caso, credo dovremmo ormai avere imparato la lezione che gli assunti dogmatici non aiutano a risolvere i problemi. Anzi.

Fra le diverse proposte di riforma della PA individuate dal Premier e dalla Ministra dell’innovazione e della pubblica amministrazione lo scorso 30 aprile nella ormai famosa lettera ai pubblici dipendenti, quelle sul reclutamento della dirigenza meritano una particolare riflessione, che deve partire da una semplice eppur basilare domanda: quale dirigenza serve alla Repubblica e per fare che cosa? L’auspicio formulato da Marianna Madia nelle sue dichiarazioni programmatiche alla Camera il 2 aprile di quest’anno sull’estensione a tutta la dirigenza del sistema di reclutamento del corso-concorso della Scuola Nazionale dell’Amministrazione (SNA) marcava una felice inversione di marcia: a fronte del reclutamento-spezzatino degli ultimi venti anni, un unico canale di entrata, altamente selettivo e fortemente meritocratico, per cercare le professionalità che servono ad un’Amministrazione moderna, contribuendo a creare, magari, quello spirito di corpo che è sempre mancato alla dirigenza pubblica Italiana, frammentata e in ordine sparso.

Tuttavia, sulla base delle anticipazioni diffuse dopo la recentissima adozione del ddl delega in Consiglio dei Ministri, sembra perpetuarsi un fatale equivoco. L’attuale sistema (art. 28 del d.lgs. 165 del 2001), infatti, si basa su un’illogicità di fondo: metà della dirigenza reclutata attraverso la SNA, con un concorso di accesso aperto ad esterni ed interni, un periodo di formazione, un tirocinio e, dopo un esame finale, l’approdo alla direzione di un ufficio, chiavi in mano; per l’altro 50% tramite i concorsi riservati agli interni delle singole PA, oggettivamente meno onerosi ed impegnativi, con un passaggio presso la SNA solo dopo l’entrata in ruolo. Il risultato dei due sistemi? Esattamente la medesima figura dirigenziale, senza distinzione alcuna in relazione agli incarichi. Non se ne fa naturalmente una questione di capacità dei singoli o di diversi gradi di merito, ma si tratta di rivedere un impianto che vive una perenne contraddizione: se questo è il risultato, un percorso più lungo e costoso, selettivo e con una formazione mirata, diviene un inutile spreco se non accompagnato da un conseguente utilizzo di quelle risorse cui lo Stato ha dedicato una così particolare attenzione. Si consideri, inoltre che nel personale reclutato tramite la SNA nei cinque corsi-concorso ad oggi conclusi, è cresciuta la parte di allievi provenienti dalle PA. Più che evidente che i funzionari cerchino legittimamente di far carriera, naturalmente. Ma se a ciò si somma la quota di chi accede alla dirigenza attraverso i concorsi interni, è lampante come rischi pericolosamente di venir meno quella iniezione di linfa vitale dall’esterno che contribuisce a vivificare qualsiasi organizzazione. E per una organizzazione come quella pubblica, naturaliter tendente all’ossificazione, ciò equivale ad un arresto mortale del proprio sviluppo.

Se in ogni organizzazione occorre essere consapevoli di quale management si ha bisogno, reperendolo con modalità mirate e coerenti col risultato che si intende ottenere, questo vale ancor più per la dirigenza pubblica, motore di ogni processo di policy. Eppure, a leggere quanto delineato nel ddl delega “Repubblica semplice”, sembra perpetuarsi l’equivoco, attraverso: a) un concorso unico con assunzione a tempo determinato e successiva assunzione a tempo indeterminato previo esame di conferma dopo il triennio di servizio; b) il corso-concorso, con entrata in servizio come funzionari per 4 anni (!) e successiva, eventuale immissione nel ruolo unico della dirigenza previo superamento di un esame. L’impressione è che non solo non si intenda adeguatamente valorizzare, pur con le opportune correzioni, la ormai quasi ventennale esperienza del reclutamento per corso-concorso, ma che sia ancora assente una idea forte di quale dirigenza si vuole e per quale scopo, senza far tesoro del passato e delle esperienze internazionali a noi più vicine. Si pensi, a questo proposito, all’École Nationale d’Administration (ENA), dove si reclutano annualmente alcune decine di figure secondo quote prestabilite: il 50% giovani non facenti parte della PA; il 40% circa interni alle amministrazioni; il resto individui provenienti dal settore privato. Dopo due anni di corso, inframmezzato da periodi di tirocinio, l’approdo al Consiglio di Stato, nella diplomazia, nelle Amministrazioni centrali. Insomma, si desidera, si cerca e si forma l’eccellenza per le posizioni apicali nello Stato.

Diciamolo chiaramente: anche in Francia ci si misura con l’esigenza ormai improcrastinabile di rivedere in profondità il modello di concorso pubblico, per renderlo meno nozionistico e più improntato al possesso di competenze manageriali e di leadership. È opportuno proseguire con maggior decisione su questa strada anche in Italia, pena il permanere di quella forma mentis formalistico-burocratica che, se unica dimensione dell’agire pubblico, ha il fiato drammaticamente corto. In questo senso, il ruolo di un’unica scuola governativa di reclutamento e formazione – specialmente alla luce dell’unificazione delle diverse scuole operata dall’art. 21 del DL 24 giugno 2014, n. 90 – deve essere quello di pescare dalle università le eccellenze, non richiedendo più per l’accesso quelle nozioni amministrativo-contabili che occorre dare per scontate, e costruire percorsi sempre più improntati all’esperienza pratica e allo studio dei casi. Non va neppure trascurato il fattore prezioso costituito dal periodo che gli allievi passano assieme, cementando legami che durano nel tempo e che crescono sulla base di una visione e di valori comuni. Auspicabili anche dei test selettivi psico-attitudinali che mirino a verificare quelle doti relazionali, collaborative e di equilibrio indispensabili per reggere una PA che opera sempre più secondo sistemi di reti di public governance. Val la pena accennare, infine, come altrettanta attenzione vada dedicata alla formazione continua della dirigenza, che può e deve vedere, sotto il coordinamento della SNA, un ruolo importante del mondo dell’università.

Un’ultima notazione sull’annosa questione dell’acquisizione di esperienze dall’esterno. È opportuno che almeno una parte dei dirigenti abbia già svolto attività manageriale nel settore privato o che torni a svolgerle obbligatoriamente dopo un periodo nelle PA? E come reclutarli?. L’esperienza italiana della dirigenza esterna per chiamata diretta (art. 19, co.6 del d.lgs. 165/2001) ha purtroppo dimostrato di essere troppo spesso un canale per amici e sodali della politica, e non è certamente casuale che le varie ondate di riforma lo abbiano mantenuto sostanzialmente integro. Il caso francese, da questo punto di vista, chiude il cerchio: prevedere l’accesso dal settore privato attraverso una quota del corso-concorso nazionale, magari con modalità diverse dagli altri due canali di entrata, soddisferebbe l’esigenza di positiva contaminazione e di tutela dell’imparzialità dell’azione amministrativa per i cittadini.

Attendiamo i testi ufficiali, dunque. Sono tanti ed importanti gli argomenti controversi sul tappeto che sollevano dubbi e preoccupazioni, a partire dalla possibile precarizzazione della dirigenza per arrivare al funzionamento dell’istituendo ruolo unico: sono tutti, però, inscindibilmente legati al tema fondamentale del reclutamento. La discussione in Parlamento dovrà essere ampia e partecipata e non ci si potrà nascondere dietro dei no precostituiti. Ma se non si parte dal chiarirsi le idee a monte sul processo di individuazione e conseguente utilizzo della risorse umana, la riforma fallirà su di un irrinunciabile punto cardine: dare al Paese una dirigenza più forte, preparata alle sfide di un mondo complesso, coesa attorno ai valori repubblicani. Insomma, la dirigenza che l’Italia merita.

Chiamiamolo Pinuccio, se suona meglio

Va sempre a finire così. Quando leggo le proposte del Governo in materia di riforma della pubblica amministrazione, mi trovo sostanzialmente d’accordo su diverse cose. Anche molte, ad essere onesto. E poi arriva puntualmente il rospo indigeribile per il quale non è possibile tacere. Sarò gufo, rosicone o quello che rema contro, ma anche l’intervista al Corsera di Angelo Rughetti, sottosegretario a Funzione Pubblica, non fa eccezione. Vi rimando al testo completo, ma c’è un passaggio che segna davvero uno spartiacque. Antonella Baccàro del Corsera chiede: “Quando sarà licenziabile un dirigente?“. E la risposta: “Non parlerei di licenziamento: dopo 2 anni se non avrà ricevuto nessun incarico dalla commissione, perché lo Stato dovrebbe ancora pagarlo?“. Ora, inutile entrare nei tecnicismi di quanto prevede il disegno di legge delega approvato qualche giorno fa e di cui ancora non si conosce ufficialmente il testo. Il punto è il seguente: si propone di filtrare l’affidamento dell’incarico da parte del Ministro (per i dirgenti apicali) e da parte del Direttore Generale (per i dirigenti capi di uffici) attraverso la scrematura che una Commissione dovrà fare delle candidature. Si prospetta, come presupposto, che tutti i dirigenti pubblici confluiscano in un grande calderone, il cosiddetto ruolo unico (bene!) per favorire mobilità e possibilità di candidarsi alle posizioni libere in qualsiasi angolo della PA (ottimo!). Ma se un incarico non arriva (e perchè non dovrebbe arrivare, ci sarebbe da chiedersi), la prospettiva per il dirigente è l’espulsione dal ruolo unico. Ciliegina sulla torta? Sereni e tranquilli i dirigenti in quota fiduciaria chiamati dalla politica. Tante, tantissime considerazioni da fare, per le quali valga per tutte il definitivo articolo di Luigi Olivieri. Qui una sola, amara constatazione: possiamo chiamarlo anche Pinuccio, se pensiamo suoni meglio, ma se al mancato incarico segue una pacca sulla spalla e un’uscita dall’Amministrazione, a casa mia sempre di licenziamento si tratta. Basta decidersi, in fondo: vogliamo una dirigenza precaria perchè così oggi vuole il popolo? Accomodatevi. Ma molti di noi non smetteranno per questo di dire che è profondamente sbagliato. Non per l’individuo che se ne va a casa, in nome di una perversa ideologia post-pauperista per la quale tutti devono star peggio: per la collettività, che non potrà più contare sulla imparzialità dell’azione amministrativa. Perchè ci sia Tizio o Caio a dirigere un ufficio, ci deve stare perchè ha vinto un concorso e perchè ha la serenità di prendere decisioni anche difficili, le stesse chiunque abbia di fronte. Se togliamo questo e lo mettiamo sotto scacco del politico di turno, tutto salta. Il resto, come si usa dire, è fuffa.

E giustizia è fatta, vero?

Genovese? Dentro. Contenti? Sarà, come dice Piovono Rane, la rabbia sociale. A me queste scene in Parlamento, come al bar, fanno orrore comunque.

Più ruspe per tutti

Verba volant, dicevano i latini: le parole volano. Vero, ma non è mai una buona scusa per (s)parlare in libertà: i messaggi che si nascondono dietro le complesse costruzioni delle parole bucano, scavano, entrano nell’immaginario e sedimentano, fino a riprodurre modelli di pensiero e comportamento. Gli ultimi venti anni di storia Italiana ci hanno insegnato qualcosa, a questo proposito. Ecco perché assisto con crescente disagio alla inarrestabile escalation della vulgata renziana in materia di pubblica amministrazione e dirigenza pubblica. Un disagio che è strettamente connesso alla prudenza ed al pudore che sono familiari per chi si sente parte delle Istituzioni e che, allo stesso tempo, si sente sempre più estraneo ad un modello comunicativo ed un linguaggio improntato alla ossessiva ripetizione di messaggi brutali che si concretizzano, nella visione del Presidente del Consiglio, nella culpa maxima della dirigenza pubblica di questo Paese: bloccare l’Italia e portarla alla catastrofe. Non era sufficiente l’immaginifica palude in cui funzionari e dirigenti sguazzano allegri mentre le famiglie affogano. Non bastava l’ardore con cui si annunciava che finalmente cominciava a pagare chi non aveva mai pagato (sic!). No. Serviva la classica ciliegina sulla torta, a sacro suggello della guerra santa che i nuovi salvatori della Patria conducono lancia in resta contro chi rema contro, i gufi, i rosiconi: i disfattisti, insomma, che non si rassegnano al nuovo che avanza impetuoso. Ecco che, quindi, si annuncia una violenta lotta alla burocrazia: una violenta lotta – traduco – a quelle donne e quegli uomini che servono lo Stato. Ai burocrati: nobile termine per indicare chi negli uffici cerca di far quadrare il cerchio e garantire la tutela dell’interesse generale. E non basta: occorre essere in grado di entrare con la ruspa dentro la pubblica amministrazione. Il risultato: viene strappato ai maledetti burocrati il rango di cittadini Italiani per spersonalizzarli in una massa gelatinosa che avviluppa cittadini ed imprese: il Blob, lo sappiamo, è un mostro, ed in quanto tale va annientato senza rimorso.

Da uomo delle istituzioni sono allibito. Sono allibito che il Capo del Governo di un grande Paese utilizzi un linguaggio del genere e perseveri scientemente in una irresponsabile azione di vera e propria propaganda contro lavoratrici e lavoratori del settore pubblico. Sono allibito dalla sostanziale indifferenza dei media e delle opinioni pubbliche di fronte a certi toni. Non sorpreso, tuttavia. Tutto fa brodo: i manager, i dirigenti, i funzionari, la burocrazia. Senza distinguere troppo, senza capire a fondo cosa, chi e come: s’ha da correre adesso. La crocefissione è quotidiana, portata avanti con implacabile efficienza da una folta schiera di allineati cloni del renzismo: giovani, sbrigativi, impazienti. Siamo davanti ad un inaudito attacco a tutto ciò che è pubblico, che non ha precedenti nella storia Italiana e che mette forzatamente sullo sfondo ogni tentativo serio di ragionamento sul dove intervenire non solo per eliminare sprechi ed inefficienze ma, soprattutto, per fare della P.A. una delle leve grazie alle quali contribuire al rilancio del sistema Paese. Tutt’altro: si lanciano slogan irresponsabili in pasto ad una comunità stremata dalla crisi e che ha fame di colpevoli per la situazione in cui versa. E questi colpevoli non sono i Fiorito che hanno dilapidato milioni di euro di soldi pubblici, o gli evasori che sfacciatamente rubano futuro ai loro concittadini o, ancora, le mafie che strangolano pezzi di Paese. No. Sono coloro che, imbastarditi da una politica insaziabile, questo Paese lo hanno portato avanti. E che, fra mille difficoltà e contraddizioni, hanno avuto la schiena dritta per dire quei no che non hanno fatto andare il tavolo a gambe all’aria. Nessuna visione di riforma strutturale che miri a far funzionare meglio la macchina dello Stato, ascoltando magari quei dirigenti che sono sul pezzo e che conoscono bene le difficoltà con cui fanno i conti per mandare avanti gli uffici. Serve far cassa: e per far questo occorre mettere all’indice i paria. Zitti e buoni in un angolo: privati della dignità di lavoratori prima ancora che del portafoglio. Lo dico chiaro e forte: da servitore dello Stato rigetto senza appello ogni burlesque demagogico e ogni violenza verbale. Dal mio Presidente del Consiglio mi aspetto molto di più, molto di meglio. La lotta violenta alla burocrazia, quindi. E le ruspe. E poi, mi chiedo? Che altro? Se questo è il quadro dato, la risposta è e resta sempre una sola: la forza della Costituzione, per il quale ogni impiegato pubblico è all’esclusivo servizio della Nazione. Lo so: è un concetto d’altri tempi, per altre donne e altri uomini, per altre ambizioni. Ma è e resta il nostro.

Pubblicato su Linkiesta

Io non sguazzo

creature from the black lagoon movie (2)

Ha dichiarato il Presidente del Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi, che quelli che si oppongono al cambiamento sono “un esercito di rosiconi e di gufi”, che vogliono che nulla cambi per mantenere uno status quo per loro vantaggioso. E’ politica: e sarà la politica stessa a gestire questa fase di cambiamento, al netto di future elezioni. Punto nodale di questa spinta riformistica è l’intervento sulla Pubblica Amministrazione e, in particolare, sulla dirigenza pubblica. Chi ha la pazienza di seguire queste pagine ha avuto modo di leggere delle mie perplessità su alcuni aspetti che – per quanto è dato sapere al momento – caratterizzerebbero la riforma in cantiere, e non ci torno: il 4 aprile l’Associazione dei dirigenti pubblici ex allievi della Scuola Nazionale di Amministrazione, nella sua assemblea, proporrà le proprie idee di riforma, convinti come siamo che cambiare è necessario per dare una mano ed essere leva della ripresa del nostro Paese. Tuttavia, non posso accettare di essere insultato e non posso tollerare che la categoria dei lavoratori pubblici sia dileggiata gratuitamente e pesantemente in questo modo: “Nella palude i funzionari, i dirigenti pubblici, i burocrati ci sguazzano; ma nella palude le famiglie italiane affogano”. Io non sguazzo, signor Presidente, io lavoro e faccio il mio dovere a favore della comunità nazionale di cui faccio parte. Non sguazzo io e non sguazzano le persone con cui lavoro. Tutti vogliamo fare andare sempre meglio la macchina dello Stato: sparare alla schiena al guidatore non è il modo migliore per farlo.

Anche i paperini di Stato, nel loro piccolo, si incazzano

Mentre si attende l’illustrazione alle Camere delle proposte contenute nel programma del Presidente incaricato, continuano le bordate a palle incatenate sulla pubblica amministrazione: meglio buttarsi dove c’è il sangue, potrebbe pensare qualche malizioso. Non sono un mistero le idee che Matteo Renzi coltiva su alcuni aspetti della cosa pubblica, alcune condivisibili, altre, esposte poco più di un anno fa a Ballarò, molto meno. Ma si sa, cavalcare l’antipolitica e l’anti-casta fa presa sulla pubblica opinione, anche se si rischia di gettare via il bambino con l’acqua sporca. Ecco perché non mi sono meravigliato più di tanto di leggere, quasi all’unisono, gli ennesimi articoli denuncia sulla P.A. su La Stampa, il Corriere della Sera e l’Espresso, dove ho trovato una grande verità, gravi inesattezze ed imperdonabili irresponsabilità.

La prima sul quotidiano torinese, che profeticamente scrive: “Come sforbiciare gli stipendi di migliaia di dirigenti pubblici non è chiaro. Forse passando per la trasformazione dei contratti da tempo indeterminato a tempo determinato. Oppure la via giusta potrebbe essere una ricontrattazione degli stipendi. Epperò nella segreteria di Renzi si ragiona proprio su una mossa ad effetto che magari inimicherà al nuovo governo qualche migliaio di dirigenti pubblici, ma servirebbe a conquistare milioni di voti”. Mi sembra chiaro. Idee legittime, certamente. E, naturalmente, contestabili e criticabili. Il Corriere della Sera denuncia invece la necessità della “fine della giurisdizione dei Tar sulle controversie nel pubblico impiego, che passerebbe così al giudice ordinario” e di rivedere “le norme che nel 1972 hanno reso di fatto inamovibili i dirigenti pubblici, per i quali si potrebbe profilare la libertà di licenziamento come nel privati”. Peccato che siano cose fatte da decenni. Ma è il pezzo dell’Espresso che lascia davvero basiti. Non solo si ripesca la gigantesca bufala dell’OCSE secondo cui i tutti dirigenti italiani percepirebbero qualcosa come 40.000 euro al mese (ditemi dove devo firmare, anche col sangue!), ma si fa passare l’idea che la dirigenza italiana (mettendo dentro anche militari e magistrati) sia composta da 200.000 (!) pigri e furbi Paperoni di Stato, mantenuti dai contribuenti. Mantenuti. E questa operazione esclusiva, come viene definita, parte dalla denuncia dei redditi di alcuni dei più alti dirigenti pubblici come il Direttore Generale del Tesoro o il Ragioniere Generale dello Stato, la cui occupazione meriterebbe evidentemente una mancetta a fine mese, buttando nel frullatore Camera dei Deputati, Corte Costituzionale, Authorities. Non vado oltre: invito alla lettura del pezzo di Luigi Olivieri, dirigente pubblico e commentatore su Lavoce.info, per smontare questo castello di carte.

Il punto è un altro. Come Associazione dei dirigenti che vengono dalla Scuola Nazionale di Amministrazione abbiamo denunciato da un paio di lustri le storture che ci sono nella macchina amministrativa, sgolandoci però a fornire dati che smontino i luoghi comuni e dicendo che occorre far valere merito e competenza, ad esempio reclutando la dirigenza dello Stato (e perché no, anche quella delle regioni e degli enti locali) attraverso il meccanismo del corso-concorso: una sorta di accademia della dirigenza, per i profani, per chi nella P.A. ci vuole lavorare davvero ed è disposto a farsi 18 mesi di corso per avere un ufficio chiavi in mano. Abbiamo detto in tutte le salse che occorre limitare se non cancellare l’accesso dei magistrati contabili ed amministrativi ai posti di vertice delle amministrazioni perché, a fronte della eccellenza giuridica che essi rappresentano, i rischi di conflitti di interesse sono evidenti. Abbiamo ricordato alla politica che occorre dare un taglio alla dirigenza fiduciaria, che non fornisce garanzie di imparzialità ai cittadini. Eppure, mentre 106 ragazze e ragazzi ancora aspettano, dopo un anno e mezzo di corso esami e stage presso la Scuola Nazionale di Amministrazione, di essere messi alla prova nello Stato con tutto il loro entusiasmo quando abbiamo davanti la prova del semestre europeo, si preferisce parlare d’altro, alimentando la sacrosanta rabbia dei cittadini e dirottandola con armi di distrazione di massa che sembrano servire scopi a me ignoti. Se questa è la strada che si vuole scegliere per far rimettere in carreggiata la macchina dello Stato italiana, ciascuno si assuma le proprie responsabilità: io non ci sto. E continuerò, assieme ai tantissimi impiegati, funzionari e dirigenti che fanno il loro dovere negli uffici al servizio dei cittadini a opporre dati e ragionamenti, avendo come pietre angolari solo due cose: la Costituzione e i bisogni di cittadini. Non lamentatevi, poi, se anche i paperini, nel loro piccolo, si incazzano.

Meno e meglio: partiamo dal nuovo Governo

Nuovo giro, nuova corsa. Archiviata l’esperienza del Governo di Enrico Letta, si veleggia verso un assai probabile incarico a Matteo Renzi che, come sembra capire dai giornali, baserà la sua azione su alcuni punti fondamentali: riforma elettorale e istituzionale, scossa all’economia e sburocratizzazione. Con una particolare attenzione a quest’ultimo punto (che investe anche, ma non solo, una corretta ed efficace gestione del processo di revisione della spesa), e tralasciando il solito inevitabile esercizio del totoministri, (ri)avanzo una proposta sull’approccio da tenere sulla costruzione del nuovo Gabinetto, che miri ad una auspicata riduzione del numero delle poltrone e delle strutture amministrative. E, poiché il pesce puzza dalla testa, partirei dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, la cui missione dovrebbe essere quella supportare il Premier all’esercizio dell’attività di direzione della politica generale del Governo. A fronte, invece, di una struttura snella e orientata alla operatività, l’alberello della Presidenza è andato via via costruendo rami sempre più robusti, sviluppando, come per partenogenesi, dipartimenti ed uffici che molto poco hanno a che spartire con la missione propria della struttura. Un esempio? Serve un Dipartimento (e un Ministro) per le Politiche Europee ed una struttura di missione per la risoluzione delle procedure di infrazione Ue a fronte di un Ministero degli Affari Esteri in cui è presente una Direzione Generale per l’Unione Europea?

In questo quadro, il tema delle politiche sociali rappresenta la ghiotta occasione di portare a casa, con un colpo solo, la riduzione delle strutture (leggasi poltrone e costi) e un segnale forte al Paese a favore della unitarietà ed efficacia delle politiche a favore delle persone in maggiore difficoltà. Dal 2001, a fronte del varo del nuovo Ministero del Welfare, le politiche sociali sono state oggetto di particolari attenzioni da parte di tutti i governi: se dal 1987, con il primo Governo Goria, erano sostanzialmente riunite nell’alveo dell’allora Dipartimento Affari Sociali della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal secondo Governo Berlusconi in poi si è assistito ad una moltiplicazione di uffici, spesso sulla base di trasferimenti di competenze allora proprie del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che ben poco avevano a che fare con razionali disegni di razionalizzazione della materia. E, seppure un processo di asciugatura burocratico-organizzativa c’è effettivamente stato nei Governi Monti e Letta, ad oggi ancora abbiamo Dipartimenti per le politiche della famiglia, per le pari opportunità, per l’integrazione, per i giovani e il servizio civile nazionale, per lo sport (assieme ad affari regionali e autonomie), oltre a Direzioni generali del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali in materia di terzo settore, immigrazione, inclusione sociale. Abbiamo, inoltre, un Dipartimento per le economie territoriali ed uno per gli affari regionali. E allora perché non individuare un’unica struttura con un unico Ministro che riporti ad unitarietà tutti i rivoli del sociale oggi dispersi?

La forma a volte è anche sostanza, ed i simboli in politica hanno la loro importanza. Un ministero per le politiche sociali rappresenterebbe, credo, un doppio messaggio: una risposta visibile ai bisogni sociali che abbia come missione fondamentale una politica di riduzione della forbice delle differenze, ed una risposta all’esigenza di contenimento dei costi. Se da tutti è avvertita l’urgenza di una risposta politica forte per contrastare l’emergenza sociale che attraversa larghi strati della società italiana, uno dei prerequisiti va individuato nella (re)istituzione di un’unica struttura, affidata ad un Ministro con portafoglio, che riunisca finalmente tutti i diversi filoni del sociale, mettendo compiutamente a fattor comune tutte le aree delle politiche sociali. Una struttura unica e un unico vertice politico a fronte di una pletora di gabinetti, segreterie, addetti stampa, grands commis. Riorganizzando competenze in modo sistematico e ricomprendendo i diversi segmenti del sociale, si esalterebbe il ruolo di coordinamento ed impulso proprio delle amministrazioni centrali nel nuovo quadro costituzionale di larga deconcentrazione, contribuendo a processi decisionali più corti e meno defatiganti e, soprattutto, a riguadagnare coerenza e senso nei processi a favore dei cittadini. Proviamoci.

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Altro che “Job Act”

Renzi a Roma in versione «Blues Brothers»: l’imperdibile scoop del Corriere della Sera. Per me batte anche quello di Libero. Fate voi.

Più gogna per tutti

Con ancora nelle orecchie l’ormai celeberrimo “un giorno de questi je sputo” della cittadina Taverna (nomen omen, evidentemente), leggo di un’altra edificante vicenda che vede protagonista un esponente pentastellato. Riccardo Nuti, ex capogruppo del M5S alla Camera dei Deputati, attacca in aula il neo responsabile Welfare e Scuola della Segreteria PD, Davide Faraone. Sostanzialmente, gli dà del contiguo ai mafiosi. Faraone si difende e chiede a Nuti di rinunciare alla immunità parlamentare per querelarlo. E poi? Nuti pubblica un post su FB che, apprendo dalla stampa (scusate, non sono su Facebook), riporta indirizzo di casa e targa della macchina di Faraone e famiglia.  La moglie di Faraone scrive a Nuti dicendo di avere paura per sé stessa e la sua bambina di undici anni. Ecco, questa è la lotta politica della XVII Legislatura repubblicana secondo i cittadini del Movimento 5 Stelle. Sarei curioso di sapere se cittadini eletti e cittadini elettori di quel movimento sono d’accordo con questa peculiare modalità di dibattito: lo stile “più gogna per tutti”. E chi se ne fotte del resto.