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Fascisti dell’Illinois? No, grazie

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Proprio mentre si discute in maniera accesa in Parlamento sulla proposta di legge del deputato del Partito Democratico Emanuele Fiano circa l’introduzione del reato di propaganda del regime fascista e nazifascista, hanno fatto capolino sui media due episodi “a tema”, l’uno più eclatante dell’altro. Ha fatto scalpore la vicenda dello stabilimento balneare ‘Punta Canna’ di Chioggia in cui, come testimoniato da Paolo Berizzi di Repubblica, il gestore, da tempo ed in tutta libertà, aveva dato libero sfogo alla sua frenesia autarchica tappezzando l’arenile di immagini e slogan del Ventennio e coccolando gli avventori con virili discorsi via megafono sulle sue idee apertamente razziste e omofobe. In 24 ore, dopo l’indignazione seguita alla pubblicazione dell’articolo, è intervenuta la Digos per acquisire tutti gli elementi di indagine. Meno chiasso ha fatto – finora – un’azione apertamente squadrista compiuta da militanti di CasaPound sul lido di Ostia, a Roma. Guidati dal candidato del partito al Municipio, Luca Marsella, un gruppo di appartenenti al movimento, bardati in rosso, ha cacciato dall’arenile romano i venditori di ciarabattole che per quattro spiccioli arrancano sotto il sole, moderni schiavi di padroncini che sfruttano miseria e disperazione. Due vicende incredibili che stanno a testimoniare non tanto l’intolleranza e l’insofferenza alle regole democratiche di una pur esigua minoranza, ma il fatto che nel 2017, nell’Italia che ha vissuto il regime mussoliniano e che ha saputo risollevarsi dalla tragedia bellica voluta dal fascismo sino a divenire uno dei paesi fondatori delle Comunità europee, possano venire tollerati atti, dichiarazioni e comportamenti apertamente antidemocratici. In una parola, fascisti: e come tali incompatibili coi valori della Costituzione.

Ma come è potuto accadere che l’attività del gestore dello stabilimento di Chioggia potesse continuare bellamente senza timore di ripercussioni? Da quanto andava avanti? E come è possibile che appartenenti ad un partito politico, sia pure assolutamente minoritario, possano cacciare dal suolo pubblico quei disperati che sono le prime vittime di un circuito malavitoso di sfruttamento e contraffazione di merci? In pieno giorno, sostituendosi alle forze dell’ordine e senza che nessuno protestasse: a quale indesiderabile toccherà la prossima volta? E secondo quale parametro? Nel Paese in cui solo un mese fa si sono presentate alle elezioni locali formazioni politiche che ostentavano apertamente simboli e slogan del regime fascista non c’è, purtroppo, da stupirsi. Senza riesumare polemiche circa i mancati conti dell’Italia con la propria storia, occorre allora che il dibattito sulla proposta di legge Fiano sia serio e partecipato. L’articolo unico della proposta mira ad introdurre nel codice penale il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista, individuando fra le condotte rilevanti la propaganda di immagini, contenuti, simbologie e gestualità propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista o delle relative ideologie, anche solo con la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni che raffigurino persone, immagini o simboli chiaramente riferiti a questi partiti o ideologie. Costituisce aggravante del delitto la propaganda commessa con strumenti telematici o informatici. Orbene, la proposta Fiano è una legge liberticida o semplicemente fuori dalla storia, come opposto da alcuni partiti politici?

Il tema certamente esiste e va posto: io sono certo che la fibra democratica di una comunità nazionale debba trovare la sua forza nella libera e più ampia circolazione delle idee, anche quelle su cui esista il massimo disaccordo. Tuttavia, la libertà di manifestazione del pensiero, costituzionalmente garantita (art. 21, Cost.), non può calpestare il principio di eguaglianza scolpito nell’art. 3 della nostra Carta, secondo cui tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E quel “pensiero” che inneggi a idee razziste, omofobe o all’utilizzo della violenza come mezzo di risoluzione delle controversie politiche non può trovare diritto di cittadinanza o di tribuna, se non in sede scientifica. Apriamo poi un dibattito sui perché certe idee possano attecchire in alcuni contesti sociali o fra alcuni individui: è quanto mai opportuno. Basta tener presente che non siamo a Chicago, dove i Nazisti dell’Illinois potevano manifestare difesi dalla polizia le loro idee sulla supremazia della razza ariana. Siamo in Italia, nel Paese in cui un gruppo di sgherri fascisti ha ammazzato nel 1924 il deputato Giacomo Matteotti, la cui frase ancora riecheggia alta: il fascismo non è un’opinione, è un crimine.

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Quella Giunta che non giunge

raggi

Dopo lo tsunami 5 Stelle a Roma si è insediata la prima Sindaca della Capitale, eletta con un fragoroso 67,15% al ballottaggio contro Roberto Giachetti del PD, contando su un gruzzolo di quasi 800.000 voti. Non solo: dei quindici municipi romani, solamente due restano al PD. Roma non sarà l’Italia, certamente, ma se ci aggiungiamo Torino e gli ultimi sondaggi, le prospettive di governo – locali e nazionali – del Movimento 5 Stelle non sembrano più così peregrine. Lecito, naturalmente, muovere critiche ai pentastellati, da più parti accusati di una vena populista addebitabile non solo a Beppe Grillo ma a buona parte della sua base. Movimento apolitico per eccellenza e fuori dagli schieramenti, la realtà a 5 Stelle sembra possedere la capacità di assumere i connotati più utili al momento, soddisfacendo le richieste di un elettorato sempre più disilluso e mutevole nei suoi umori. Critiche doverose, dunque, se mosse con lo scopo di porre sotto la lente di ingrandimento le azioni del politico di turno e la sua coerenza rispetto alle promesse del suo programma elettorale. Trovo però pretestuosi i continui attacchi della stampa e delle opposizioni politiche a Virginia Raggi per i ritardi nella formazione della Giunta capitolina. È vero: la squadra di Governo era stata promessa da tempo, addirittura prima del ballottaggio, ed ad oggi sui nomi non c’è ancora chiarezza. Anzi, si guerreggia su nomine (alcune discutibili dal punto di vista amministrativo) e posizionamenti interni. Di tutta evidenza che quando dalla politica proclamata si passa alla politica amministrata si cominciano a tirar fuori misurini e bilancini per accontentare tutte le sensibilità (termine politically correct molto caro al centro-sinistra) e serrare i ranghi delle correnti. E dov’è lo scandalo? È la politica: funziona così. Solo delle anime belle – o chi maliziosamente fa il gioco sporco – possono scandalizzarsi che si stia lottando furiosamente fra fazioni per assicurarsi i posti chiave e far valere le proprie forze all’interno del Movimento e in uno scacchiere così importante come quello della Capitale del Paese. In passato è accaduta esattamente la stessa cosa e così accadrà all’indomani di qualsiasi elezione e in occasione della formazione di qualsiasi Giunta o Governo. Ecco perché accusare la neo Sindaca di aver fatto una falsa partenza mi sembra sterile: non siamo in una gara sui cento metri, ma in una maratona. E la maratona di Roma, come tutti i romani sanno bene, è la più difficile di tutte. O pretendiamo ancora di credere alla favoletta dei risultati entro i primi cento giorni di Governo? Da cittadino romano chiedo, ed anzi pretendo, che ci si prenda tutto il tempo necessario per formare la nuova Giunta, anche tirandosi le sedie del Campidoglio, se necessario, ma che si arrivi ad una composizione che miri a garantire funzionamento ed efficienza per la città. Le critiche vengano il minuto dopo, quando Sindaca ed Assessori cominceranno ad assumere atti concreti e misurabili che impatteranno sulla vita dei cittadini. Solo allora potrò prender parte al coro delle critiche, e solo ad un patto: che quelle critiche siano fondate, serie e coerenti. Del chiacchiericcio politicante e ideologizzato ne ho abbastanza. E come me, tantissimi Italiani. Le forze politiche, M5S in testa, è bene se lo ricordino.

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Dopo le primarie romane c’è Roma

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Morettianamente verrebbe da alzarsi e fuggire al grido di “No, il dibattito no!”. Eppure, dopo i risultati delle primarie romane per il centro-sinistra, qualche domanda occorrerà pure farsela. Il dato è impietoso: rispetto alle primarie per le comunali del 2013, quelle che videro la vittoria di Ignazio Marino, l’affermazione di Roberto Giachetti poggia su un’affluenza che ha visto un calo dei votanti pari al 50%. I perché della disaffezione del “popolo delle primarie” sembrerebbero ovvi: se da un lato Mafia Capitale e le vicende che hanno investito il PD romano hanno fiaccato elettori e simpatizzanti dell’area progressista, le personalità in campo, pure assai solide dal punto di vista delle loro esperienze amministrative, non hanno scaldato i cuori. Lo schieramento di centro-destra non se la passa certamente meglio: sotto la minaccia della ruspa di Matteo Salvini, i diversi partiti vanno ognuno per proprio conto, mettendo sul piatto un’offerta politica ancora poco chiara. Le “comunarie” del Movimento 5 Stelle, infine, contando su una vittoria di appena 1.764 voti on line, faticano a qualificarsi come primarie vere e proprie, pur riscendo a individuare una candidata per la quale scendono in campo i big del movimento. Tutto vero. Eppure le dichiarazioni dei dirigenti del PD suonano come commenti di pura circostanza: il Presidente del partito e Commissario romano parla di buona affluenza e ricorda che la volta scorsa c’erano i rom in fila, mentre il vice Segretario nazionale ricorda che “comunque sono più voti dei 5 Stelle”. Dichiarazioni prevedibili, evidentemente, ma insufficienti per dar conto della situazione. Ha certamente ragione Stefano Folli su Repubblica quando sostiene che, a fronte di uno scivolone del genere, sarebbe stato “meglio riconoscerlo con umiltà, senza pasticciare con le cifre, ammettendo che forse non si poteva fare di più dopo i peggiori tre anni nella storia della sinistra romana”. Mi sembra, allora, che siano due i temi che forse dovrebbero essere oggetto di domande da parte della dirigenza e della militanza del Partito Democratico, a tutti i livelli. La prima: quanto ha pesato la spaccatura nel partito fra sostenitori del Premier e minoranza? È un elemento che non coinvolge solo la legittima lotta interna, ma anche il disorientamento di iscritti e simpatizzanti che non riescono ad affidarsi alla vecchia guardia ma, allo stesso tempo, sono disorientati dal piglio decisionista e poco di sinistra – almeno, come tale percepito – del loro Segretario. La seconda investe più in generale la validità dello strumento: le primarie, se bene organizzate ed interiorizzare nella vita di un partito, sono un contributo prezioso – non l’unico, certamente – alla buona selezione della classe dirigente e, anzi, hanno più di una ragione coloro che vorrebbero renderle obbligatorie per legge. I numeri di questa domenica, tuttavia, rischiano di avere l’effetto di minare la bontà di un meccanismo che sarebbe un grave errore lasciar morire, sia per disamore dei cittadini che per calcolo della politica. La partita si sposta allora alle elezioni, vero banco di prova di numeri e idee: sta a tutti i partiti politici, soprattutto in una realtà difficile come quella romana, avere come primo obiettivo una sana affluenza alle urne. Ed è una responsabilità che ricade in prima battuta sul PD, che resta un partito chiave nella scacchiera della Capitale ed ha avuto per primo il coraggio di misurarsi con le primarie. Esso dovrà fare di tutto perché la sfida per Palazzo Senatorio sia vera e partecipata. Senza retropensieri che investano il disegno nazionale ma avendo a mente la reputazione e la vivibilità di una delle più belle città al mondo.

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Dirigenti pubblici e riforma PA: una replica sul Corriere della Sera

Pubblico qui di seguito la lettera, apparsa oggi sul Corriere della Sera, che ho firmato come Presidente dell’Associazione degli ex allievi della Scuola Nazionale dell’Amministrazione (SNA), in replica all’ottimo articolo di Antonella Baccaro di qualche giorno fa su riforma della PA e dirigenza pubblica. Buona lettura.

Caro Direttore,
l’amministrazione pubblica rischia di diventare clientelare per legge e nessuno dice niente, pare. Poi, però, non vogliamo più sentire nessuno incolpare la “burocrazia” di tutti i mali del Paese.
L’articolo di Antonella Baccaro (“Dirigenti statali e incarichi esterni. Così il governo punta al ricambio”, Corriere dell’8 marzo) spiega bene tecnicamente cosa si sta preparando. Ma la cosa non riguarda “noi”, i dirigenti pubblici. Riguarda voi. Riguarda tutti.
Eh sì, perché dopo anni di bocche riempite di “meritocrazia”, di invettive contro stipendi troppo alti e l’invasione della politica nella PA, ci troviamo davanti una riforma che potrebbe arrivare a fare tutto il contrario: la professionalità diventa a chiamata, non solo per ruoli di staff, e la selezione dei dirigenti potrebbe diventare un affare privato. Se proviamo a parlarne siamo tacciati di interesse corporativo, usando persino la Costituzione come paravento (la Costituzione dice cose un po’ diverse, in effetti, chissà poi perché).
Quando si prospetta il rischio concreto che la classe dirigente non serva la Nazione ma il politico di turno, a prescindere da risultati e competenze, si apre uno scenario clientelare senza precedenti. Di cose da aggiustare nella macchina pubblica ce ne sono tante. Siamo noi per primi ad arrabbiarci quando l’inefficienza diventa disservizio al cittadino, e come Associazione dei dirigenti provenienti dalla Scuola Nazionale di Amministrazione abbiamo portato le nostre proposte alla Commissione Affari Costituzionali del Senato.
Se qualcuno fra noi non è capace, vada pure a casa. Siamo noi stessi a chiederlo, anche a pretenderlo, per la verità. Se però adesso si rinuncia alla qualità e autonomia della dirigenza, chi ne subirà le conseguenze saranno i cittadini.
Poi non dite che non l’avevamo detto.
Alfredo Ferrante
Presidente AllieviSNA

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Il giro di boa della riforma della PA: un bilancio amaro

Dopo un anno di Governo Renzi, siamo al giro di boa per la riforma della Pubblica Amministrazione, più volte definita la madre di tutte le riforme. E con ragione: a dispetto dell’insofferenza di tanti per la burocrazia, la macchina amministrativa regge l’intelaiatura dello Stato e ne sorregge le politiche. Dove non c’è burocrazia, ovvero quell’insieme di regole e uffici che operano in modo imparziale nel solco delle indicazioni della politica nel quadro della corretta applicazione della legge, non c’è uno Stato. Questa macchina è da tempo ingolfata, lo sappiamo, e serve una revisione profonda. La mia impressione, tuttavia, è che dopo un anno di discussioni e di proclami, si debba constatare con amarezza che non abbiamo fatto che assistere al più classico dei giochi di ruolo, quello del poliziotto buono e del poliziotto cattivo.

Quest’ultimo, impersonato dal Presidente del Consiglio, ha abbordato il tema con dichiarazioni al calor bianco, concentrando la potenza di fuoco sulla dirigenza pubblica, da sempre frammentata e con la testa spesso rivolta al passato, incapace di parlare al Paese: rematori al contrario, mandarini, paperoni, padroni di “un Paese arrugginito, un Paese impantanato, incatenato da una burocrazia asfissiante”. Ergo, un Paese civile è quello che “afferma la contestualità tra l’espressione popolare del Governo del Paese e la struttura dirigente della macchina pubblica”. In altri termini, aveva sostenuto il Premier alle Camere, è “arrivato il momento di dire con forza che una politica forte è quella che affida dei tempi certi anche al ruolo dei dirigenti e che non può esistere, fermi e salvi i diritti acquisiti, la possibilità di un dirigente che rimane a tempo indeterminato e che fa il bello e il cattivo tempo”. Chiaro, limpido, lineare: politica buona, burocrate cattivo. Si chiama spolis system: il dirigente se lo sceglie il politico, mera conferma, peraltro, di quanto affermato dall’allora candidato alla Segreteria del PD in una seguitissima trasmissione televisiva. Alla Ministra Madia, invece, il ruolo del poliziotto buono, con affermazioni e dichiarazioni sul tema della riforma che sono state da sempre improntate alla moderazione e al buon senso, a partire dalla valorizzazione del reclutamento a livello nazionale dei dirigenti tramite Scuola Nazionale dell’Amministrazione, sino alla ripetuta intenzione di attuare una riforma che tutelasse, allo stesso tempo, chi lavora nella PA e chi dalla PA ha il diritto di ottenere servizi rapidi, efficaci, concreti.

Eppure, a leggere gli emendamenti del relatore di maggioranza (PD) al disegno di legge delega all’esame del Senato, quello che appare evidente è il riemergere, in tutta la loro forza, delle idee originarie del Presidente del Consiglio: una dirigenza precarizzata, selezionata e formata con un sistema di accreditamento a privati, senza vero diritto all’incarico e, in assenza di una seria riforma della valutazione, di fatto sotto schiaffo della politica. Si tratta di una polpetta avvelenata servita fredda, forte dei decenni in cui le tante inefficienze della PA sono state mutualmente accettate e condivise da burocrazie e politica, stretti in un abbraccio mortale che la crisi economica e la legittima insofferenza dei cittadini hanno fatto esplodere. La polpetta mette assieme cose molto buone e cose molto cattive, contando strategicamente sul fatto che è molto complicato fare distinzioni per i cittadini ed esponendo chiunque voglia avanzare critiche ragionate all’accusa dell’impantanatore della Repubblica. In questo, la riforma è sorretta in modo molto efficace da un gruppo di preparati ed agguerriti accademici bocconiani, che suggeriscono, supportano, forniscono dati, propongono soluzioni. Un’azione legittima, naturalmente, e con non poche idee che meritano di essere applicate, ma che spesso mostra come chi non abbia mai davvero masticato di amministrazione possa prendere cantonate: individuare, ad esempio, nel male della PA i soliti mandarini, mescolando i “gabinettisti” prestati all’amministrazione (provenienti dalle magistrature e da sempre corteggiati dalla politica) e la dirigenza di ruolo, vincitrice di concorso, significa semplicemente non comprendere il funzionamento di una organizzazione che è fatta di tanti pezzi che fanno cose diverse e che conta più di tre milioni di lavoratori.

E se la proposta che si ripete come un mantra, e che di fatto sembra fatta propria dalle proposte emendative al testo del disegno di legge, è quella di arrivare per la dirigenza ad una lista di idonei da cui la politica possa pescare donne e uomini per metterli a piacimento nei posti chiave, significa che per certuni il principio costituzionale della imparzialità dell’amministrazione ha un’importanza prossima allo zero. La creazione di un mercato pubblico della dirigenza che serva a mettere la persona giusta al posto giusto è altra cosa. Le competenze vanno coltivate, il merito promosso, il demerito sanzionato severamente: l’associazione dei dirigenti che provengono dalla Scuola Nazionale dell’Amministrazione, fra i tanti, lo ha detto chiaramente ai senatori della Repubblica. Non si migliora il sistema con la distruzione di un corpo dello Stato. Alla politica va offerta da parte della dirigenza competenza e leale collaborazione, forte della propria autonomia. Una truppa di yes men potrà essere utile nel breve periodo per qualcuno, ma dannosa domani per il Paese.

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Transumanza Civica

Sono passati due anni da quando Mario Monti, mentre il Paese tratteneva il fiato, scopriva il simbolo di Scelta Civica assediato dal circo mediatico. Dopo un successo elettorale tutto sommato modesto e il tracollo alle europee col ciclone Renzi, il movimento pare essere in dissoluzione. E’ la politica, bellezza: si sale e si scende. Quello che non dovrebbe far parte della politica è, invece, il rito della transumanza degli eletti da un partito all’altro, in totale spregio delle scelte (civiche anche loro) degli elettori. Roba vecchia, intendiamoci. La storia dei parlamenti di tutto il mondo trabocca di via vai disinvolti da un simbolo all’altro, sempre giustificati da altisonanti motivazioni di natura politica: è quella che in tempi recenti è ormai nota come la scilipotizzazione della politica, in omaggio ad un tutto sommato innocuo parlamentare scoperto da Antonio Di Pietro. L’esodo degli otto parlamentari di Scelta Civica, quindi, è solo l’ultimo episodio in ordine di tempo. Personalmente, ho solo due appunti. Il primo: al PD non suscita alcun imbarazzo nel ricevere al proprio interno chi se ne era andato in passato in aspro (e legittimo) dissenso dalla linea politica del partito, come ad esempio la sen. Lanzillotta ed il sen. Ichino? Ed il secondo, un pelino più serio: se posso senz’altro riconoscere piena dignità alle motivazioni addotte dai “passagisti”, non ritengono costoro che sia più corretto dimettersi prima dalla carica di parlamentare e solo dopo aderire al PD o a qualsivoglia altro partito o movimento, sottoponendosi successivamente al voto degli elettori? Perché, sapete, se io fossi uno di quelli che hanno votato in un modo e si ritrovano i loro rappresentanti al calduccio sul seggio di un altro partito, mi sentirei preso per i fondelli. Strana gente, certi italiani.

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Un insulto al Paese

“La Giunta, respingendo a maggioranza la proposta del relatore Crimi messa ai voti dal Presidente, propone quindi all’Assemblea di ritenere che il fatto, per il quale è in corso il procedimento a carico del senatore Calderoli, concerne opinioni espresse da un membro del Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni e ricade pertanto nell’ipotesi di cui all’articolo 68, primo comma, della Costituzione”: così, testualmente, il verbale della seduta del 4 febbraio scorso della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato della Repubblica. La maggioranza dei senatori della Giunta, in altre parole, ha ritenuto che Roberto Calderoli, senatore della Lega Nord, che nel luglio del 2013 aveva paragonato l’allora Ministro per l’Integrazione del Governo Letta, Cécile Kyenge ad un orango, esprimesse una sua legittima opinione politica.

Il compito della Giunta era, infatti, quello di valutare la sussistenza o meno nel caso di specie del cosiddetto “nesso funzionale”, al fine di verificare se le dichiarazioni rese extra moenia (cioè fuori dalle aule parlamentari) dal senatore Calderoli potessero o meno assumere una funzione “divulgativa” rispetto ad attività parlamentari espletate dallo stesso. Nel novembre 2014 il Tribunale di Bergamo – Sezione penale – aveva trasmesso al Senato copia degli atti relativi al procedimento penale aperto a carico di Calderoli per accertare, da parte del Senato, se le parole del senatore integrassero o meno l’ipotesi di espressione di opinioni insindacabili a norma dell’articolo 68, primo comma, della Costituzione, in quanto connesse all’esercizio delle funzioni svolte da parte di un membro del Parlamento. In caso contrario, sarebbe scattata l’accusa per i reati di cui agli articoli 595, comma 3, del codice penale e 3 della legge 25 giugno 1993, n. 205, ovvero diffamazione con mezzo di pubblicità, aggravata da finalità di discriminazione razziale. Solo due i democratici a favore del via a procedere contro Calderoli, Doris Lo Moro e Stefania Pezzopane, insieme ai 5 Stelle, unico gruppo a favore. Terremoto nel PD, che si affretta a precisare che l’Aula del Senato si esprimerà contro Calderoli. Al momento, tuttavia, per i senatori della Repubblica è perfettamente normale che un membro del Parlamento dia dell’orango ad una Ministra nera. Non di colore: nera. Al massimo è diffamazione, come ha successivamente dichiarato il senatore PD Cucca, ma il razzismo non c’entra.

Non ci credete, vero?

Ecco dal resoconto sommario del dibattito alcuni estratti. Giovanardi (NCD-UDC): “le opinioni espresse nel caso di specie dal senatore Calderoli vanno inquadrate in un contesto meramente politico, avulso da qualsivoglia profilo di tipo giudiziario. Nella storia politica italiana sono ravvisabili numerosi casi nei quali sono state espresse critiche, anche attraverso locuzioni aspre, rispetto ad avversari politici”. Malan (FI): “nel caso di specie il senatore Calderoli, nell’ambito di un comizio politico, ha svolto delle critiche rispetto agli indirizzi politici per le immigrazioni seguiti dal ministro Kyenge, effettuando altresì talune battute a scopo satirico”. Moscardelli (PD): “nel caso di specie l’espressione usata dal senatore Calderoli non ha dato luogo ad alcuna querela da parte dell’interessata” e “le accuse relative alle incitazioni all’odio razziale risultano infondate, atteso il contesto politico nel quale le frasi in questione sono state pronunciate e attesa anche la configurazione del movimento della Lega, nel cui ambito operano anche diverse persone di colore (sic!)”. Cucca (PD): “le parole pronunciate dal senatore Calderoli vanno valutate nell’ambito di un particolare contesto di critica politica, evidenziando altresì che spesso nella satira si paragonano persone ad animali, senza che tali circostanze diano luogo a fattispecie criminose”. Buemi (Autonomie): “nell’attuale contesto storico la critica politica assume spesso toni aspri, evidenziando tuttavia che tale circostanza non può essere trasposta sul piano penale”.

Ecco: critica politica, satira, locuzioni aspre. Forse qualcuno potrebbe azzardarsi a pensare che certuni senatori siano degli asini, tanto per restare nell’ambito animale. Ma non ricoprendo la carica di parlamentare, quel qualcuno farebbe meglio ad astenersi. Quel qualcuno non può, tuttavia, non trovarsi d’accordo con Cécile Kyenge quando afferma: “Sono stata sorpresa. Poi triste. Non per me. Vorrei uscire da questa logica perché non stiamo valutando Calderoli come persona. Io lui l’ho perdonato. Quello che bisogna capire è se queste parole possano essere usate in un dibattito politico normale o se siano semplicemente espressioni razziste. Non è compito del Senato assolvere Calderoli. È come se quell’insulto fosse stato fatto a un paese intero per la seconda volta“. La parola all’Aula del Senato adesso.

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Tre consigli per rottamare i Mondi di Mezzo nella P.A.

E siamo al punto di partenza: corruzione e malaffare, con inquietanti intrecci fra criminalità, politica e burocrazia, sono di nuovo l’argomento del giorno. Le notizie su Mafia Capitale, tuttavia, gettano ombre pesanti non tanto sulle singole persone, le cui oggettive responsabilità sono tutte da accertare, ma sull’effettivo funzionamento di una impalcatura legislativa ed amministrativa contro la corruzione. Lo spaccato che esce dalle indagini ci rivela, purtroppo senza grosse sorprese, che siamo di fronte ad un problema di sistema che, oltre a preoccupare per lo strapotere di certa criminalità, rivela la drammatica debolezza di pezzi dello Stato e della società civile. Sbaglia chi declassa questa brutta storia a problema romano: è solo lo specchio dell’Italia. Fa bene Raffaele Cantone, Presidente dell’Anticorruzione, a invitare tutti a mantenere la calma e a non reagire sulla base dell’emotività, rifiutando facili generalizzazioni. Tuttavia, servirebbe ricostruire la tenuta civile di una società intera, nella quale siamo da un lato pronti a denunciare le malversazioni di politici, burocrati ed imprenditori ma, dall’altro, non esitiamo ad accettare una raccomandazione, una spintarella, un aiutino. Inutile cercare santi: è davvero illusorio aspirare ad una politica di puri ideali, ad una imprenditoria illuminata, ad un apparato amministrativo da orologio svizzero. Possiamo urlare a squarciagola come certo movimentismo, e fare un po’ di populismo di maniera, ma non cambieremmo la realtà delle cose.

Occorre, invece, lavorare sulle regole di sistema, migliorando la tenuta complessiva della comunità, che si regge proprio su quei pilastri che sembrano vacillare. Si regge sulla politica che contempera ambizione personale e ricerca del bene comune, sulle aziende che fanno profitto rispettando le leggi, sugli apparati burocratici che nel fare il loro dovere non si asserviscono alla politica o, peggio, ad altri interessi. Perché è bene ricordare che noi romani, noi Italiani, non possiamo permetterci di gettar via il bambino con l’acqua sporca. Il rischio è di precipitare sempre più nel vortice del rifiuto generalizzato alla partecipazione pubblica, lasciando – definitivamente – la cosa di tutti nelle mani di chi ha interesse a manovrarla per fini personali e criminali. Ma come si ricostruisce una casa comune? Intanto prendendosi ognuno le proprie responsabilità per intero, senza sconti e scaricabarile sul vicino di cordata. Cominci la politica, certamente, mettendo fine a quei comportamenti che, perseguibili o meno, corrodono il vivere civile. Siano gli imprenditori onesti i primi a rifiutare e denunciare comportamenti illegittimi e fraudolenti. E siano gli amministratori pubblici a tenere sempre la schiena dritta, dicendo quei no che costano ma che sono indispensabili. Eppure non basta ancora. Non è sufficiente affidarsi all’onestà e alla buona volontà dei singoli, pure preziosa. Si devono creare quelle condizioni per le quali l’illecito non sia conveniente. Basterebbe rifarsi alle tante sollecitazioni delle istituzioni internazionali, ONU in testa, introducendo, ad esempio, meccanismi di tutela e di anonimato per chi fa soffiate dall’interno (il cosiddetto whistleblowing). Ma, aldilà di questo, ci sono altre leve, nel legame politica-amministrazione, su cui lavorare.

La prima: rendere forte, capace e autonoma la classe dirigente amministrativo-burocratica di questo Paese. Reclutare e formare per la dirigenza pubblica giovani con voglia di fare attorno a valori comuni, moderni e repubblicani è la base irrinunciabile per ricominciare. Tuttavia, ogni Governo tentenna sul ruolo da dare alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione la quale, pure tra mille difficoltà, in quindici anni ha sfornato un corpo di circa cinquecento dirigenti, quasi una anomalia nella storia amministrativa italiana. Non nascondiamoci dietro un dito: se ci sono tanti, tantissimi servitori dello Stato preparati e consapevoli della loro missione istituzionale, per tanti la domanda sorge spontanea, per citare un noto motto: “Ma chi te lo ha fatto vincere un concorso pubblico?“. La vicenda relativa al concorso di Roma Capitale, in cui dalle intercettazioni emergerebbe che un dirigente pubblico, membro di una Commissione di Concorso, si sarebbe “adoperato” per una facile promozione, merita tutto il nostro sdegno. E ancora, per citare un lapidario Sabino Cassese: “Troppi posti amministrativi sono coperti da persone scelte senza concorso, non per il loro merito, ma per «meriti politici». Costoro non si sono guadagnati il posto con le loro forze, ma l’hanno avuto grazie ad appoggi di partito o di fazione. Quando chiamati, debbono «contraccambiare» il favore reso loro da quel sottobosco di vassalli che si nasconde sotto il manto della buona politica”. Banale, ma indigeribile da certa politica che, invece, aumenta i posti di nomina fiduciaria proprio negli enti locali.

La seconda leva è sulle leggi: i fatti ci dicono che tutto quel complesso di norme, decreti legislativi, decreti ministeriali, circolari e atti di indirizzo che dal 2009 in poi hanno inondato le scrivanie dei dirigenti pubblici in materia di performance, trasparenza e lotta alla corruzione non hanno funzionato come dovevano. La nuova ondata di innovazione e apertura della macchina pubblica avrebbe dovuto fare una rivoluzione: è diventata, immancabilmente, adempimento, peraltro oneroso in termini di tempo, costi ed energie. Come rileva Luigi Oliveri, la legge 190 del 2012 contro la corruzione “nella sua prima parte, quella dedicata alla prevenzione di tipo amministrativo della corruzione, non dedica nemmeno una virgola agli organi politici e prende in considerazione solo i dipendenti pubblici. Come se i corrotti fossero o possano essere solo questi”: qualche domanda vogliamo porcela? D’altronde, continuiamo a bearci del miraggio che una norma di legge faccia di per sé scattare una modifica della realtà che ci circonda: è un equivoco che drammaticamente accomuna tanta politica e tanta pubblica amministrazione, aggravato dalla illusione per la quale, approvata quella tal legge o firmato quel tal atto, abbiamo fatto il nostro dovere, la palla passa a qualcun altro. Quante volte, poi, ci siamo stracciati le vesti contro l’eccesso di leggi in Italia, che non fa altro che dare agio all’elusione dei soliti furbi? Non si sfugge, ad ogni problema si porta la medesima, schizofrenica soluzione: una nuova legge. Se poi tutto crolla, la via maestra è quella di affidarci al potere taumaturgico dei giudici, chiamati a salvare la Patria sia con la toga che senza. Stato di emergenza o prassi quotidiana, siamo ormai persuasi che affidare un incarico ad un magistrato risolva d’incanto i problemi. Alla bulimia normativa si aggiunge una vera e propria abdicazione dello Stato-Istituzione e dello Stato-Apparato ai propri doveri costituzionali.

E siamo alla terza leva: senza una vera ed efficace trasparenza non otterremo mai risultati concreti in termini di lotta alla corruzione ed efficacia dell’azione pubblica, che sono inscindibilmente legate. Mettere in grado i cittadini di esercitare un controllo diffuso, maturo e consapevole sui comportamenti di chiunque abbia responsabilità pubbliche è il primo antidoto al malaffare: assoluta trasparenza dei finanziamenti alla politica, controllo serrato sulla concludenza dei comportamenti, politiche pubbliche chiare e misurabili, con individuazione del chi, del cosa e del come. Siamo, purtroppo, ancora nella fase neonatale. Sinora ci siamo baloccati con lo stipendio dei burocrati o con l’annuncio ed i primi timidi passi della stagione della trasparenza 2.0, ma in un Paese dove ancora il 41,7% delle famiglie dichiara di non possedere l’accesso a internet perché non ha le competenze per utilizzarlo, diventa davvero difficile parlare di trasparenza assoluta. Se, tuttavia, aprire tutti i cassetti è un imperativo,la trasparenza, quella vera, è uno strumento potente: difficile da mettere in piedi, ancora più difficile da maneggiare da parte dei cittadini. Perché solo quando saremo in grado di passare dal controllo fine a sé stesso all’utilizzo della trasparenza per compartecipare alle scelte pubbliche e contribuire alla costruzione delle politiche avremo compreso che la trasparenza non è un fine: è un mezzo per compiere scelte consapevoli e mirate, esercitando una cittadinanza attiva che alimenti la vita democratica di un Paese. Perché mettere una scheda in un’urna una volta ogni cinque anni e poi farsi gli affaracci propri non è essere cittadini: è essere complici.

Pubblicato (tranne qualche aggiornamento) su Formiche.net

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