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Le mani sulla città sono le nostre. Parola di burocrate

Le vicende venute a galla sul pericoloso intreccio fra politica, amministrazione, imprenditori e criminali a Roma devono allarmare, stavolta sul serio. Dopo le paginate e i servizi moraleggianti di certe trasmissioni sulla Panda rossa di Marino, ci accorgiamo che le problematiche della Capitale si posizionano ad un livello un pelino superiore a quello di un passi per la ZTL non rinnovato. Ed è curioso come il Sindaco di Roma, sino a ieri percepito come corpo estraneo e impietosamente definito da qualcuno “il più grande gaffeur d’Italia”, sia oggi l’ancora cui si aggrappa il PD. Eppure, come ricorda Della Loggia sul Corriere, non è più tempo dell’alzata di spalle degli smaliziati, siamo in emergenza e con questa emergenza devono fare i conti tutti i pezzi di Roma: da amministratore pubblico metto dentro i politici di tutti gli schieramenti, gli amministratori e i burocrati capitolini, chi fa impresa e chi fa solidarietà, il mondo del giornalismo, la magistratura e, last but not the least, i cittadini romani.

Roma

In una bella lettera a Repubblica, Walter Veltroni scrive che “ogni struttura che amministri potere è esposta. È successo al Vaticano, ai governi, alle aziende, persino ai corpi dello Stato di essere utilizzati da chi a un certo punto ha perseguito fini personali di arricchimento o di potere. Ciò che conta, ciò che fa il giudizio politico e morale, è se chi guidava queste istituzioni, se sapeva, tollerava, consentiva o peggio era connivente se non organizzatore”. Ha ragione: non serve stracciarsi le vesti perché non viviamo nel mondo perfetto, ma è necessario rimboccarsi le maniche per far funzionare un sistema, che ha mille difetti ma che, in ultima analisi, si regge sulle regole, da un lato, e sulle persone che quelle regole devono rispettare e far rispettare. Ecco perché ad essere chiamati a rispondere sono tutti, siamo tutti. E’ chiamata sul banco la politica, di destra e di sinistra, soprattutto quelli che impiegano il proprio – prezioso – tempo libero per l’impegno civile nella loro città. Non si può non essere garantisti: tutti innocenti fino a prova contraria, e se dimissioni devono essere, siano dimissioni dalla carica elettiva, non solo dagli incarichi, a meno che ci stia bene quella strana familiarità con certa gente. Sono chiamati a rendere conto dirigenti e amministratori, quelli che fanno funzionare la macchina e che hanno occhi e orecchie bene allenati a vedere come vanno le cose: ha funzionato il sistema dell’anticorruzione? Qualcuno si è voltato dall’altra parte? Il dirigente pubblico non si fa al chiuso della propria stanza: lo si fa con i piedi per terra e con le persone, niente scuse. Su questo sottoscrivo quello che Ostellino dichiara sul Corsera il 6 dicembre: è anche colpa nostra se lo Stato non funziona. Attenzione però alla corsa allo scaricabarile, già evidente: tutta colpa della PA corrotta. Non si va da nessuna parte se non si riconosce che la crisi è sistemica. Sono chiamati anche gli imprenditori che corrono dietro appalti e finanziamenti, anche nel mondo del sociale, cercando di fare impresa sana, puntino il dito con chi cerca scorciatoie e alimenta un sistema marcio. Chi fa informazione continui a disvelare quello che viene tenuto sotto le coltri, in modo oggettivo, senza inutili sensazionalismi e ricordando che c’è in gioco la vita delle persone. E la magistratura ricordi che deve amministrare la giustizia in modo equo, imparziale e, soprattutto celere: ha ragione Francesco Storace quando dice che per parte sua vuole sapere subito chi sia davvero colpevole o meno. E, infine, i cittadini: e qui casca l’asino.

Facciamola finita, per favore, con la pantomima si chi si lamenta sempre dell’invadenza e della corruttela dell’apparato pubblico, chiedendo onestà e moralità a gran voce, e pronto poi a farsi gli affaracci suoi quando si tratta delle cose proprie. Noi cittadini romani siamo certamente le vittime di un quadro che allo stato sembra devastante e che ha radici nel tempo: i cattivi servizi hanno ragioni sempre più chiare e affondano nel marcio che sta emergendo, ma nessuno di noi è mondo da ogni peccato. La millenaria pazienza e tolleranza dei romani – il menefreghisimo, direbbe qualcuno – è la prima concausa dello sfascio: accettare uno stato di fatto e subirlo equivale ad esserne complici. Le indagini ci diranno nel dettaglio i come e i perché di questa vicenda, ma non possiamo stare alla finestra a guardare. Fa bene Marino ad annunciare la rotazione dei dirigenti al Campidoglio, ma attenzione alle misure straordinarie. I Cantone e i Caselli evocati in questi giorni non possono essere gli ennesimi uomini della provvidenza per sanare l’insanabile e, da questo punto di vista, il Presidente dell’Autorità Anticorruzione ha detto parole di grande buon senso: “La corruzione non è un male che si vince urlando due giorni, c’è bisogno di cambiamenti radicali da parte della politica e dei cittadini“. Occorre ripartire dal sistema delle regole a tutela di tutti: molte, troppe le domande su “Mafia Capitale”, ed il rischio dello schifo generalizzato e del facile capro espiatorio è dietro l’angolo. Noi cittadini della Capitale, noi Italiani non possiamo, però, permetterci il lusso di perdere la fiducia nella politica, nell’amministrazione, nell’impresa. Il rischio è di precipitare sempre più nel vortice dell’antipolitica, dell’antipubblico, dell’antitutto, lasciando – stavolta definitivamente – la cosa pubblica nelle mani di chi ha interesse a manovrarla per fini personali e criminali. La cosa pubblica siamo noi, la facciamo noi, non solo con un voto ogni cinque anni. La testa la si alza tutti assieme, o la si china per sempre.

Pubblicato (e poi integrato) su Linkiesta.it

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Dai, ditemi che ho capito male

Mangiapane a tradimento. Fannullone. Parassita. Panzone. Ottuso burocrate. Ignorante. Perditempo. In qualità di dipendente pubblico me ne hanno dette di cotte e di crude, e mi sono ormai (quasi) abituato alla malafede se non alla gretta ignoranza. Transeat. Ma sentirmi dare del mafioso, no: questa mi mancava. Ci pensa il Presidente di Confindustria Sicilia e (WTF?) delegato Confindustria alla legalità, Antonello Montante, a colmare questa mia imperdonabile lacuna. Il nostro, infatti, dice che “chi decide di investire in Sicilia, paradossalmente, teme più la burocrazia della mafia, perché quest’ultima sa di poterla combattere grazie al sostegno di magistratura, forze dell’ordine e associazioni datoriali. La burocrazia è più subdola“. Ora, che si sia arrivati allo svacco più totale era chiaro, e che siamo ad un clima di vero e proprio odio sociale lo sostengo da tempo. Tuttavia, da chi riveste cariche di rilevanza nel mondo dell’imprenditoria, specie in un territorio difficile come quello della Sicilia, mi aspetterei che avesse il buon senso di contare fino a 10 prima di avventurarsi in paragoni azzardati. Caro Montante, con la mafia non si scherza, e i tanti “burocrati” che sul territorio la mafia se la trovano fuori dalla porta questo proprio non se lo meritano. Ci faccia un pensierino.

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Le basi, almeno quelle

E la palla tra non molto ripasserà agli Italiani, gli unici ad avere il pieno diritto di decidere chi potrà governare il Paese per i prossimi cinque anni. Fino a fine febbraio avremo – spero – l’occasione di valutare appieno le posizioni delle forze politiche e pervenire ad una scelta consapevole. Per taluni, anche una non scelta, altrettanto legittima. Ecco, al netto delle opinioni e delle convinzioni, magari non accecate da ideologie che non sono utili a nessuno, l’auspicio è che tutti noi ci si riconosca come comunità nazionale nei valori fondanti della Repubblica. E che, almeno, non si senta più un candidato alla carica di Presidente del Consiglio dei Ministri dire che “il prodotto lordo sommerso è forza economica, è produzione di beni, è posti di lavoro, esiste come economia”. Anche perché il sommerso in Italia, oltre che colpire la sicurezza delle famiglie col precariato sotto ricatto e basarsi sulla floridissima evasione come vero e proprio costume nazionale, si fonda sulla radicata presenza delle mafie in tante, troppe zone del Paese. Insomma, le basi, almeno quelle.

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Non sono una Signora

Prefettura di Napoli, 18 ottobre. Si svolge una riunione fra Istituzioni e cittadini e prende la parola Don Maurizio Patriciello, prete di Caivano, un paese tra Napoli e Caserta. Don Maurizio, noto per la sua attività contro la situazione di degrado in cui versa l’area, parla della condizione di allarme delle terre dell’hinterland partenopeo e casertano, che sono infestate da roghi tossici: si parla della cosiddetta «terra dei fuochi» dove, solo nell’ultimo anno, sono state controllate oltre 3500 persone ed 800 quelle che sono state denunciate o arrestate. Stiamo parlando, per esser chiari, di uno di quei preti che, oltre alla cura delle anime, si batte per la preservazione dell’ambiente e della salute dei cittadini contro l’ingordigia dei clan, rischiando in prima persona. Il parroco, nel discorso, si rivolge al Prefetto di Napoli Andrea De Martino, padrone di casa, e al Prefetto di Caserta Carmela Pagano, usando per quest’ultima il termine “Signora”, ed esprimendo apprezzamento per l’attenzione dimostrata dalle Istituzioni su questi drammi. Il Prefetto Carmela Pagano, non casualmente con competenze specifiche nella comunicazione istituzionale, ascolta con attenzione, annuendo. Improvvisamente, il Prefetto De Martino interrompe il Parroco con un “Ma quale Signora? La Signora è un Prefetto della Repubblica Italiana“, ammonendo Don Maurizio che “ci vuole rispetto per le istituzioni” e che deve rivolgersi al Prefetto Pagano con l’appellativo di Signor Prefetto, mentre una voce dagli astanti dice che “di rispetto ce n’è, ce n’è ancora”. Il parroco, quasi incredulo, ribatte che non voleva offendere nessuno, ma il Prefetto De Martino incalza, dicendo che ha offeso i Prefetti seduti a quel tavolo, oltre che tutti i presenti, mentre si sente un’altra voce che dice che “i cittadini vengono offesi da anni”. Insomma, una reprimenda pubblica in piena regola, cui il parroco replica scusandosi, e dicendo che non è avvezzo a certi consessi, da prete di periferia.

No, Don Maurizio, non ti devi scusare. Siamo noi, i rappresentanti dello Stato, della Repubblica, a doverti delle scuse. Io, almeno, certamente. Sì, ti do del tu, un po’ arrabbiato per quanto accaduto ed un po’ vergognandomi del trattamento che ti è stato riservato. Ti do del tu per la vicinanza che sento istintiva a chi si impegna per la comunità. Per chi, pure a fronte del clima di fine Impero in cui versa questo Paese, si rimbocca le maniche e spende il suo tempo per riaffermare le regole della convivenza civile, soprattutto nei territori in cui questa maledetta criminalità mafiosa la fa da padrona. E lo fa chiedendo l’aiuto delle Istituzioni. Ti chiedo scusa, Don Maurizio, perché il ruolo che tu e tutti coloro che non si limitano a scrollare le spalle rivestono rappresenta, per chi lavora per lo Stato, una ricchezza che non va sprecata. Il rispetto per le Istituzioni è doveroso: lo è in primis per il corpo prefettizio, una delle poche grandi élites di questo Paese, l’ossatura dell’Amministrazione Pubblica, la faccia dello Stato in tutto il territorio nazionale. Ed è per il rispetto che provo per questa preziosa squadra di Servitori dello Stato che spero che il Signor Prefetto di Napoli vorrà ammettere di aver commesso un errore. Non uno “spiacevole incidente di lavoro“, ma un passo falso, definiamola una gaffe, che può capitare. E che testimonia, però, quanto ancora ci sia da fare per avvicinare davvero l’amministrazione ai cittadini e perché le tante belle parole come trasparenza, compartecipazione, performance, che segnano lo sforzo di chi lavora nella macchina dello Stato per rendere le amministrazioni delle organizzazioni al passo coi tempi, siano riempite di concretezza, anche nell’interagire quotidiano con gli Italiani.

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Regolette di civiltà

Addiopizzo, l’associazione antiracket Libero Grassi e Confindustria Sicilia fanno rete contro le collusioni tra imprenditori e mafia in occasione del ventennale dell’uccisione di Libero Grassi. Il Comitato Professionisti Liberi intitolato a Paolo Giaccone, un medico che nel 1982 fu ucciso perché si rifiutò di cambiare una sua perizia che inchiodava alcuni assassini, ha presentato recentemente il proprio Manifesto, redatto insieme a Libero Futuro e Addiopizzo: aprovato un decalogo di impegni che vanno oltre le norme penali e i codici deontologici per “affermare il principio della responsabilità sociale dei professionisti». E’ la famosa società civile.

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Mele bacate

«Dal lavoro dell’Antimafia sulle ultime elezioni amministrative emerge una certa disinvoltura nella formazione delle liste. Gremite di persone che non sono certe degne di  rappresentare nessuno». Chiaro il messaggio? Così parlò Beppe Pisanu, democristiano di lungo corso, ex Ministro dell’Interno con Silvio Berlusconi ed attuale Presidente della Commissione parlamentare Antimafia. Insomma, non l’ultimo dei pettegoli da bar e non certo un incallito veterocomunista. Per ora questi simpaticoni ce li teniamo: e poi?

Lo ripeterò sino alla nausea: aldilà delle norme in materia, l’unico modo per dare nuova linfa ad una politica partecipata da persone e non da capibastone, personaggi implicati in vicende losche o chi conta che il tempo abbia fatto dimenticare le sue birichinate (e ha ragione…) è lavorare sulla composizione delle liste sui singoli territori, attraverso la selezione sul campo con primarie di candidati o qualsivoglia meccanismo che sia aperto, trasparente, partecipato e che consenta a chiunque, ma proprio a chiunque, di mettersi in gioco e rimettersi al vaglio dei suoi pari. E, naturalmente, con un sano coordinamento nazionale per evitare candidature di furbetti del quartierino. Faticoso? Tanto. Ma è una fra le cose indispensabili per salvare la politica di questo Paese. Cominci chi ha la voglia di farlo.

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Una normale verità

Questa a seguire è la e-mail che ho inviato stamattina al Presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini, a proposito delle dichiarazioni rilasciate ieri in occasione dell’anniversario della strage di Via D’Amelio.

Illustre Presidente,

ho appreso dai notiziari di ieri sera e dai giornali di oggi quanto da Lei dichiarato in occasione dell’anniversario della strage di Via D’Amelio e, in particolare, che ”Mangano non é un eroe, ma un cittadino condannato per mafia” (ANSA).

Desidero esprimerLe il mio apprezzamento per quanto ha riportato, facendo finalmente chiarezza su un passaggio amaro che, troppe volte e periodicamente, ha fatto e fa capolino nella nostra storia recente.

Da servitore dello Stato, trovo lunare che a chi sia stato riconosciuto membro della mafia possa, sia pure lontanamente, essere attribuito il titolo di “eroe”.

La mafia è un cancro che avvelena la vita sociale, economica e politica di questo Paese e che va combattuta sempre, comunque e dovunque.

Che lo ricordi una delle più alte cariche dello Stato che servo con onore è una ventata di normalità.

Con vivissima cordialità,

Alfredo Ferrante

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I raccoglitori di Calabria

Ancora Sud, ancora immigrazione, ancora mafie. Dopo i fatti di Rosarno, l’ennesima conferma che i peggiori mali di questo Paese sembrano sempre più incancreniti nelle regioni del Meridione, dove le organizzazioni criminali prosperano sulla lotta fra disperati: ce lo ricorda, ancora una volta, la lucida analisi che fa Saviano di questo allucinante stato di cose dopo il tritolo di Reggio Calabria. Ma come è possibile che territori interi dello Stato siano abbandonati allo strapotere delle cosche? Come è possibile che esseri umani vengano sfruttati sotto regime di caporalato infame? E come è possibile che questi schiavi vadano bene per raccoglierci pomodori o agrumi ma non per condurre una vita dignitosa?

Ebbene, in Italia accade questo, accanto ai morti sul lavoro, al nero diffuso, all’evasione fiscale massiccia. Di chi è la colpa? Il Ministro Zaia ha parlato oggi di un marchio etico a garanzia delle filiere della produzione, un pò come accade per il lavoro minorile. Come dargli torto? Ma basterebbe una certificazione, con tutte le difficoltà e la complessità che comporterebbe, a garantire che le persone non vengano trattate come bestie? Siamo, purtroppo, talmente obnubilati da un modello di consumo spasmodico che non abbiamo il tempo, la voglia o la forza di fermarci a scandalizzarci ed indignarci. Il tempo delle solite reazioni, spesso anche strumentali, della politica sui giornali (fra una corsa e l’altra per i saldi, beninteso), qualche filmato che alimenti il terrore dei benpensanti e via così, fra dieci giorni tutto sarà sepolto e dimenticato.

La questione meridionale oggi è legata a filo doppio con lo sfruttamento degli immigrati disperati, che vengono in Italia per tentare di sopravvivere e trovano, spesso, l’inferno. C’è chi delinque, non c’è dubbio, ma l’individuazione del nemico è un rischio che va allontanato con tutte le forze. La Calabria va male perchè ci sono i neri? Ma quando mai! La Calabria va male perchè impera indisturbata la malavita organizzata di stampo mafioso, impestando la vita civile e la fibra della società, incancrenendo l’economia, sfinendo le persone per bene e deprimendo lo sviluppo. E la cosa peggiore è che ci si abitua a considerare pezzi di Paese come periferici e da lasciare al loro destino: malasanità, corruzione, criminalità come elementi propri di quelle terre. Ma non è così. La domanda è: a chi spetta dimostrarlo? 

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