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L’agorà elettronica? Calma e gesso

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Ha fatto notizia l’annuncio dell’assessora alla Roma Semplice, Flavia Marzano, sulla rivoluzione digitale che il Movimento 5 Stelle intende promuovere nella Capitale. L’idea è introdurre petizioni popolari on line con la possibilità di illustrarle in aula, l’abolizione del quorum di partecipazione per i referendum comunali con il voto elettronico e l’introduzione del bilancio partecipativo. Attraverso una modifica dello Statuto di Roma Capitale si vuole passare, come è stato sostenuto nella conferenza stampa di qualche giorno fa, da Mafia Capitale alla capitale della democrazia diretta. Come ha dichiarato la Sindaca Raggi sul blog di Beppe Grillo “la democrazia rappresentativa si sta destrutturando e stanno emergendo nuove forme di partecipazione popolare dal basso in tutto il mondo, anche per la difesa dei servizi pubblici locali. Devono essere i cittadini e le comunità locali a governare le città attraverso internet, utilizzando l’intelligenza collettiva. Il web sta rivoluzionando i rapporti esistenti tra cittadini ed istituzioni rendendo attuabile la democrazia diretta, così come applicata ad Atene e nell’antica Grecia”. Le risposte non si sono fatte attendere e, aldilà delle critiche delle opposizioni, Sabino Cassese dalle colonne del Corriere della Sera ha bocciato senza appello la proposta ricordando come Norberto Bobbio sostenesse che il cittadino totale, chiamato a partecipare dalla mattina alla sera alle decisioni della comunità, è non meno minaccioso dello Stato totale. Aldilà delle polemiche e delle schermaglie politiche, tuttavia, la rilevanza del tema richiede di capire meglio come si articolino le proposte grilline.

Per quel che riguarda il bilancio partecipativo, nulla quaestio: la costruzione del bilancio con una consultazione dal basso, mettendo in grado i cittadini di interagire e dialogare con le scelte delle Amministrazioni per modificarle e orientarle, è un’esperienza consolidata in vari paesi, Italia inclusa, e negli stessi municipi romani non sono mancate in anni passate esperienza di questo tipo. Per quel che riguarda l’introduzione di petizioni popolari elettroniche (le petizioni presentate in forma cartacea sono già previste dall’articolo 8 dello Statuto), difficile intravedere obiezioni, anche se l’utilizzo delle tecnologie informatiche per facilitare la presentazione di petizioni da parte dei cittadini potrà rivelarsi di una qualche utilità solo a fronte della capacità (e volontà) delle forze politiche di valutarle e dar loro eventualmente un seguito. Sembrano invece di maggior interesse le proposte tese ad introdurre il voto elettronico (e-voting) per i referendum locali, che si intendono inoltre caratterizzare per la eliminazione del quorum. Una tale modifica potrebbe consentire a gruppi organizzati di cittadini, ancorché poco numerosi, di tentare di incidere sul quadro legislativo locale senza la tagliola del quorum e, conseguentemente, portare alla valutazione della comunità territoriale un ventaglio potenzialmente amplissimo di proposte. Da questo punto di vista la proposta appare certamente legata all’idea di maggior democrazia nei processi decisionali, facendo sì che – potenzialmente – un ampio numero di questioni venga portata al giudizio dei cittadini. Alcune indispensabili cautele, tuttavia, vanno adoperate. Intanto sul voto elettronico che, sebbene molto utile in alcuni casi (si pensi, ad esempio, alle persone impossibilitate a recarsi ai seggi per invalidità, disabilità o malattia), mal si attaglia al profilo del dovere civico che il voto porta con sé, e che richiede un impegno in prima persona da parte del cittadino, che deve recarsi alle urne per compiere la propria scelta democratica. In questo senso numerose sono le osservazioni formulate dalla Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa. Per quel che concerne il referendum senza quorum, inoltre, se permette il dispiegarsi di una serie di istanze dal basso, presenta allo stesso tempo il rischio – potenziale, ma concreto – di intasare uffici comunali e cittadinanza in una consultazione perenne sulle questioni più varie, le quali possono oggettivamente rivestire un interesse trascurabile per la collettività. Da questo punto di vista è bene ricordare che la democrazia rappresentativa, con tutti i suoi difetti, ha il pregio di consentire di delegare le decisioni attraverso il voto, lasciando ai cittadini lo svolgimento delle loro faccende quotidiane. Questo, naturalmente, presenta lo svantaggio di poter alimentare la costruzione di consistenti sacche di potere e di rendere difficoltoso l’esercizio della “sovranità popolare” fra una scadenza elettorale e l’altra.

È il problema delle società complesse, lontane anni luce dalla agorà ateniese, dove gli uomini liberi (e solo loro) si riunivano per prendere assieme le decisioni delle cosa pubblica. La nostra è una società della poliarchia, come ricordava Dahl, e richiede indubbiamente per il singolo un grande sforzo per incidere sulle decisioni che in suo nome vengono prese nelle assemblee rappresentative, con o senza l’ausilio e l’intermediazione di forme partito. Non serve, dunque, dismettere con una semplice scrollata di spalle la proposta grillina che, in ogni caso, risponde ad un’esigenza concreta e su cui è opportuno si apra una discussione seria. Purché si ricordi sempre che in una società in cui il voto si eserciti con un click si realizzerebbe il più totalitario dei regimi, in cui varrebbe tutto ed il contrario di tutto, in un vortice decisionale (meglio, decisionista) che costituirebbe l’esatto opposto della democrazia, che, in ultima analisi, richiede ponderazione e tempi adeguati. Web o non web.

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Roma e la realpolitik a 5 stelle

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Probabilmente neppure il più gufo fra i gufi antigrillini avrebbe potuto immaginare un avvio di consiliatura romana così disastroso. Appare innegabile, infatti, che il nuovo Campidoglio a 5 stelle stia collazionando una serie impressionante di passi falsi, divorato fra tensioni interne che molto sanno di correntizio, lasciando alle opposizioni il comodo compito di lanciare ortaggi dalle balconate. La sindacatura di Virginia Raggi, dopo un plebiscito quasi bulgaro, si è aperta con una formidabile sequela di gaffe di alcuni assessori della nuova Giunta, cominciando dai pedoni che creano ingorghi, per passare al “sostegno” ai signori delle bancarelle, sino ad arrivare alla performance da castigamatti del neo assessore al bilancio che placidamente annuncia ad un quotidiano che convocherà i dirigenti comunali per annunciare quanto segue: “La festa è finita, o lavorano o li caccio immediatamente”. Quando si dice l’incoraggiamento, insomma. Dichiarazioni a ruota libera che mal si conciliano con la misura e la prudenza che dovrebbe caratterizzare l’operato di donne e uomini delle istituzioni e che danno il senso di un preoccupante sfilacciamento nella squadra di governo cittadino e della capacità di tenere le fila da parte della Sindaca e del suo entourage. Come non bastasse, il bubbone della vicenda legata all’Assessora Muraro è alfine deflagrato, con la rivelazione bomba che, dopo infiniti tira e molla di veline e smentite, la stessa era indagata da tempo in virtù del suo passato di consulente dell’AMA, con la Sindaca già informata del fatto. Innocente sino a prova contraria, naturalmente, ma un inciampo non da poco per il vanto tutto grillino nel perseguire il purismo a tutti i costi.

Non sono mancati, per condire il tutto, defenestramenti e dimissioni a raffica di esponenti di primo piano della struttura politico-amministrativa, con destabilizzanti dichiarazioni al vetriolo dell’ex Capo di Gabinetto, già messa sulla graticola dalla base dei 5 stelle per il suo stipendio, ritenuto inaccettabile. È allora comprensibile un certo sconcerto per l’osservatore esterno – e, ahimè, cittadino dell’Urbe – che assiste attonito ad una zuffa perenne, incomprensibile a molti, nonostante molti esponenti del Movimento attribuiscano le difficoltà a Roma ai famigerati poteri forti all’opera dietro le quinte. Una lotta senza esclusioni di colpi fra le diverse anime grilline, soprattutto di ambito romano, con veti, accuse e ostracismi trasversali fra big che fanno impallidire le amorevoli pugnalate sferrate ai tempi della Prima Repubblica. Nulla di strano, nulla di nuovo: quando si lascia il mondo delle idee e si inizia a mettere le mani negli ingranaggi della cosa pubblica, ci si accorge rapidamente che le cose non sono così semplici come le si dipingeva dal blog. Il fare è molto più complicato del puntare il dito dietro una tastiera e i pentastellati stanno dolorosamente imparando la lezione.

Il punto che, tuttavia, appare più preoccupante è che dalle cronache traspare una gestione della macchina capitolina improntata a criteri che sanno di vecchio e, persino, di feudale. Le lotte fratricide che vedono protagonisti Sindaco e cerchio magico, assessori, dirigenti nominati e alti funzionari dimissionari stanno a testimoniare una battaglia senza quartiere per il territorio, assai simile alla difesa delturf metropolitano che Walter Hill ha raccontato in quel piccolo gioiello de “I guerrieri della notte”. Nomine e pedine smaneggiate come basi per gestire potere interno: questa l’amara fotografia di questi primi mesi di gestione del corpaccione capitolino, tanto da fare impallidire i disastri dell’epoca Marino. Una modalità del tutto inaccettabile per chi nelle istituzioni vive e che sa che esse sono patrimonio di tutti, non della maggioranza pro tempore. Difficile capire cosa accadrà: per il bene della città sarà opportuno non solo invertire rapidamente la rotta prima di sfracellarsi sugli scogli della realpolitik, ma abbandonare il furore ideologico che troppo spesso traspare da certe mosse, rivelatasi poi assai azzardate. La macchina romana non è facile da guidare, un buco nero capace di attirare e disintegrare chiunque e qualsiasi cosa. Tuttavia, non sarà l’amministrazione di rovine fumanti a garantire i diritti dei Romani, che hanno votato per un Governo cittadino che faccia scelte responsabili, forte del consenso ottenuto, passando dalla professione della denuncia a quella della gestione, senza incartarsi in questioni lontane dai problemi concreti degli abitanti della città: traffico, tasse, vivibilità, asili nido, decoro e così via. Val la pena aggiungere che una gestione sana è tale se si appoggia consapevolmente alla struttura, valorizzando quel che di valido c’è, aggiustando quel che può essere aggiustato e recidendo quel che è irrecuperabile. Intrallazzare col bilancino incarichi e nomine per sistemarsi meglio alla tavola, non va bene: sa tremendamente di ancien régime. La Sindaca farà bene a mettere ordine in campo e a dare nuove carte. Ne va di mezzo la Capitale d’Italia, che ha già sofferto abbastanza e non merita ulteriori, sfibranti stillicidi.

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Esiste un “caso” Raineri a Roma?

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Non sono mancate e non mancano le polemiche sugli incarichi attribuiti a Roma da Virginia Raggi, con accuse e rimpalli circa l’opportunità e la qualità di alcune nomine ed i relativi compensi. Val la pena, tuttavia, ricordare che la gran parte di queste nomine sono di natura fiduciaria e ricadono nella sfera di discrezionalità propria del Sindaco, il quale, naturalmente, se ne assume la responsabilità politica: molto rumore per nulla, insomma. Appare, invece, una questione a parte quella relativa alla figura del Capo di Gabinetto e alla chiamata di Carla Raineri, magistrato già in servizio nel periodo di commissariamento della Capitale. Molte delle critiche delle opposizioni e di parte della stampa si sono concentrate sul compenso, giudicato da molti, anche parte della base “grillina”, troppo elevato. Come ha spiegato la stessa Raineri, giudice di Corte d’Appello a Milano, lo stipendio è legato alla sua posizione in carriera, come per tutti i magistrati. Illogico – e, francamente, populista – pretendere che la stessa rinunci ad una fetta consistente dei propri emolumenti: passi lo spirito di servizio, ma la competenza deve avere un peso, che si rispecchia anche nel proprio stipendio. Va infatti di moda, da tempo, un insopportabile pauperismo moralisteggiante che, a mo’ di rivalsa nutrita di frustrazione, non vuole riconoscere il dovuto a chi ha studiato e lavorato negli anni. Da rispedire al mittente. Sgombrato il campo da questa insopportabile disputa di bottega, sono due i temi su cui, a mio parere, ci si dovrebbe interrogare.

Il primo, su cui ha recentemente scritto in modo assai chiaro Luigi Oliveri, verte sulla necessità della figura del Capo di Gabinetto in un Comune: a differenza dei ministeri, infatti, dove deve supportare il ministro nell’attività politico-amministrativa di primo piano, coordinando una struttura di servizio che sia, allo stesso tempo, cerniera con la macchina amministrativa, negli enti locali tali funzioni sono per legge assegnate alla Giunta. Ammettiamo comunque, per amor di discussione, che nella Capitale del Paese, per la sua valenza politica e di peso delle strutture e dell’impatto a livello nazionale, il Sindaco avverta la necessità di dotarsi di una figura di questo tipo: transeat. Altrettanto importante appare, però, il secondo punto, richiamato da Antonio Esposito sul Fatto Quotidiano, che investe una apparente ovvietà, non casualmente trascurata da tutti i commentatori: “Forse è giunto il momento che i magistrati facciano (solo) i magistrati con divieto assoluto di accettare – salvo ipotesi di dimissioni, non essendo sufficiente la mera aspettativa – incarichi politici”. Traducendo: ognuno faccia il suo mestiere.

Il tema è stato affrontato ripetutamente negli anni e si è intrecciato con tema del funzionamento della macchina pubblica: nota la querelle sui potenziali conflitti di interesse in capo ad esponenti delle magistrature – in particolar modo amministrative – che vengono puntualmente e amorevolmente chiamati dalla politica a ricoprire ruoli di capi degli Uffici Legislativi e dei Gabinetti dei ministeri e che si trovano prima nell’amministrazione attiva e, subito dopo, a giudicare degli atti di quella stessa amministrazione in cui operavano. Il punto di fondo resta sempre il medesimo ed è legato al principio tutto nostrano per cui il magistrato è un asso pigliatutto, un jolly da giocare sempre e comunque, apparentemente dotato di capacità trasversali e illimitate. Per esser chiari: non si mette in dubbio la capacità professionale delle magistrature, che rappresentano un’eccellenza del nostro Paese. E men che mai quella della Raineri, il cui curriculum è esemplare. Ma rimane incomprensibile perché si continui, pervicacemente, ad attribuire funzioni che poco hanno a che fare con il supporto all’attività politico-amministrativa del vertice politico a chi, per mestiere, è deputato ad amministrare la giustizia.

A dir la verità, fu lo stesso Renzi a sollevare rumorosamente la questione nel varare il suo Governo, anche se nella pratica molto poco appare cambiato. Finché non vedremo qualche dirigente vestire la toga per chiamata diretta (Dio ce ne scampi!), sarebbe più razionale e rispettoso degli equilibri del sistema limitarsi a fare il proprio mestiere.Ciascuno al posto giusto, in tutti i livelli di Governo. È così difficile?

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Vi racconto la guerra dei rifiuti a Roma

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L’esordio della nuova Giunta pentastellata di Virginia Raggi non è stato dei migliori. Pesa, infatti, come un macigno la gestione traballante della vicenda rifiuti che ormai sta raggiungendo livelli non degni della Capitale di questo Paese. Mentre cominciano a circolare sui social network foto di gabbiani che divorano roditori in strada, l’aria si fa sempre più pesante. E non solo per il fetore che ormai appesta le strade romane. È in corso un vero e proprio duello all’arma bianca fra la neo assessora all’Ambiente Paola Muraro ed il dimissionario presidente di AMA, Mauro Fortini, che non risparmia colpi di scena quotidiani. I giornali ormai hanno addentato il boccone delle passate consulenze di Muraro che replica minacciando di dossier scottanti tenuti nei cassetti (perché, poi, non vengano tirati fuori è un mistero) e che, con poco garbo istituzionale, affida la sua replica al blog di Beppe Grillo. L’opposizione, molto poco sobriamente, le appiccica il nomignolo di “Assessore Milioncino”. È guerra totale, insomma, mentre ai cittadini non resta che fare lo slalom fra i rifiuti abbandonati per strada. C’è da sperare, naturalmente, che la stessa foga che tutti gli attori impegnano nelle polemiche d’agosto possa essere profusa nel trovare una soluzione responsabile allo scempio di Roma. Uno scempio, è bene ricordarlo chiaramente, che non vede nessuno esente da colpe.

Non le forze politiche, di qualsiasi schieramento, che non sono riuscite e non riescono a tenere in piedi un sistema di gestione dei rifiuti urbani efficiente e trasparente, per il quale i cittadini pagano tasse alte. Non l’AMA che, aldilà di singole responsabilità, ha purtroppo mostrato negli anni di non saper trattare con modalità efficaci la sua missione aziendale e, allo stesso tempo, adottare politiche del personale pienamente trasparenti e meritocratiche. In gran parte non siamo innocenti neppure noi: i cittadini di Roma, sempre pronti a stracciarsi le vesti indignati e a condannare senza appello la politica, la burocrazia, l’informazione, tollerando l’intollerabile e, salvo pochi benemeriti casi, tirare a campare. Sarebbe da chiedersi da dove spuntino i rifiuti in strada, le discariche abusive, le cataste di sacchi di materiali e residui alimentari sui marciapiedi dei negozi, dei bar, dei ristoranti. Insomma, un bubbone pronto ad esplodere. In questo quadro desolante, tuttavia, è stucchevole l’accanimento sulla persona. Fino a prova contraria chiunque, inclusa Paola Muraro, ha il diritto di rivendicare la propria correttezza ed onorabilità. E se opposizioni e stampa hanno il dovere di chiedere spiegazioni, su tutti grava l’onere di non trasformare una questione di interesse generale in una zuffa da cortile. Andrei oltre, però, domandando se esista, aldilà dei nomi e delle responsabilità di Tizio o Caio (su cui, come si dice in questi casi, faranno luce le autorità competenti), un piano articolato di proposte concrete e attuabili sul come affrontare la questione rifiuti a Roma. E farlo in modo strutturale e non emergenziale. Sulla questione dell’azienda dei rifiuti, oggetto della contesa di queste settimane, si legge nelle linee di governo della Sindaca, presentate nei giorni scorsi, che “è necessario intervenire con un programma di efficientamento prevedendo l’adozione ed introduzione di un modello organizzativo di compliance a cui si devono attenere Dirigenti e Quadri e Funzionari aziendali, ove per compliance si intende la verifica di conformità del modello organizzativo a leggi, norme, regolamenti (esterni ed interni), contratto di servizio con Roma Capitale, carichi di lavoro, etc. nella erogazione dei servizi”.

Ecco, va bene chiedere che AMA rispetti le norme, ci mancherebbe altro, ma come evitiamo che l’azienda sia preda di dinamiche di potere e spartitorie? Come facciamo sì che si ponga al livello delle analoghe organizzazioni in Europa? Correttamente si prevede nel programma di marciare su prevenzione e riduzione dei rifiuti, raccolta differenziata e riciclo, monitoraggio e controllo: è necessario, tuttavia, intervenire sul piano organizzativo e sulla corretta impostazione dei rapporti con il Comune, senza crociate o assalti alla baionetta, ma mettendo in campo una visione di quel che vogliamo sia la città fra cinque anni. Le baruffe di piccolo cabotaggio hanno fatto il loro tempo: Roma non può davvero più permettersele.

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SOS Roma: quel clima da “finestre rotte”

AAEAAQAAAAAAAAeyAAAAJDhhMmVmYWJkLTEwYTQtNDcwYy04MzBlLWJkOWM5MDllNGE1YwNoi Romani siamo ormai abituati a tutto. Rassegnati al caos, al lassismo, al disprezzo delle regole minime della convivenza civile. Ci conviviamo, ne siamo sfiancati e, in fondo, complici: non si spiegherebbe altrimenti la differenza abissale che separa Roma dalle altre capitali europee in termini di vivibilità, servizi, mobilità. Basti ricordare, ad esempio, come a Roma la concentrazione dei mezzi privati sia impressionante: secondo il Censis (dati 2015) all’enorme parco circolante (2,5 milioni di veicoli, di cui 1,9 di automobili) corrisponde un tasso di motorizzazione (856 veicoli ogni 1.000 abitanti), che non ha eguali tra le grandi capitali europee. Inutile negare che il disastro romano sia anche una delle cause che ha visto la schiacciante vittoria del Movimento 5 Stelle nelle ultime elezioni e che devono arrivare in fretta delle risposte su tanti fronti, primo fra tutti quello dello smaltimento dei rifiuti, soprattutto alla luce degli inquietanti episodi che hanno visto protagonisti dei ratti, anche in pieno centro. Quel che lascia davvero perplessi, tuttavia, è che le prime indicazioni pervenute da alcuni membri della Giunta Raggi sembrano, a dir poco, bizzarre. Se ha destato curiosità quanto ha dichiarato l’Assessora all’ambiente del Comune di Roma, Paola Muraro, circa la vera causa degli ingorghi di traffico a Roma, ovvero i pedoni indisciplinati che attraversano in mezzo alla strada (reale vizietto di romani e turisti, per carità), è stata eclatante la gaffe del neo assessore al Commercio,Adriano Meloni. Meloni, infatti, a margine di un convegno, ha sostenuto, a proposito degli ormai arcinoti camion bar 24 ore sparsi su tutto il territorio cittadino, che non si può eliminarli e basta, perché, in fondo, assolvono ad alcune funzioni, come quella di dissetare romani e turisti, specie con questo caldo. Nel rimandare alla storia di questi camioncini a quanto ricorda testardamente il blog “Roma fa schifo”, penso che qui si pecchi di ingenuità e che, prima di fare dichiarazioni che ringalluzziscano l’affollato club degli appartenenti alla bancarellopoli romana, occorrerebbe contare fino a dieci, leggersi i pregressi e poi trovare proposte condivise con la cittadinanza. Premesso che Roma è ancora costellata di tante fontane storiche e – sempre meno, purtroppo – dei celebri “nasoni” che andrebbero rimessi in sesto, è evidente che la situazione sia sfuggita di mano. Basta fare una passeggiata nel centro della città e nei dintorni della Stazione Termini per vedere come pullulino, oltre ai camion bar (regolarmente in possesso di licenza, sia chiaro), bancarelle improvvisate di ogni tipo: siamo all’ambulantato incontrastato, in cui si mescolano problemi di decoro, sicurezza, lavoro irregolare, regolamentazione del commercio e lotta alla contraffazione. Il clima da suk che si respira nella Capitale è ormai da troppo tempo divenuto insostenibile e alimenta un circolo vizioso tipico da fenomeno delle “finestre rotte”. Vedere ogni giorno, in una città che potrebbe e dovrebbe essere il fiore all’occhiello dell’Italia, che le regole possono essere impunemente violate non fa che estendere la sensazione che è possibile farlo sempre e comunque. Rifiuti in strada, parcheggi sui marciapiedi, stazioni metro abbandonate con l’oscurità, scritte e “street art”, centurioni non sono che le normali conseguenze di questo silenzioso ma costante incoraggiarsi al menefreghismo tipico di questa città. E se ci sono realtà di auto-organizzazione civica, come la benemerita Retake, il problema sembra impossibile da aggredire. Il “brutto” è tremendamente contagioso. Qualunquismo? Forse. Ma se i romani sguazzano nel lassismo, Roma non merita di precipitare nelle classifiche mondiali. La Capitale d’Italia è il biglietto da visita di un Paese: credo sia opportuno che i membri della nuova Giunta, cui va certamente dato il tempo di prendere le misure e studiare i dossier, lo ricordino ogni giorno del loro mandato. Risparmiandoci, se possibile, dichiarazioni improvvisate.

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Quella Giunta che non giunge

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Dopo lo tsunami 5 Stelle a Roma si è insediata la prima Sindaca della Capitale, eletta con un fragoroso 67,15% al ballottaggio contro Roberto Giachetti del PD, contando su un gruzzolo di quasi 800.000 voti. Non solo: dei quindici municipi romani, solamente due restano al PD. Roma non sarà l’Italia, certamente, ma se ci aggiungiamo Torino e gli ultimi sondaggi, le prospettive di governo – locali e nazionali – del Movimento 5 Stelle non sembrano più così peregrine. Lecito, naturalmente, muovere critiche ai pentastellati, da più parti accusati di una vena populista addebitabile non solo a Beppe Grillo ma a buona parte della sua base. Movimento apolitico per eccellenza e fuori dagli schieramenti, la realtà a 5 Stelle sembra possedere la capacità di assumere i connotati più utili al momento, soddisfacendo le richieste di un elettorato sempre più disilluso e mutevole nei suoi umori. Critiche doverose, dunque, se mosse con lo scopo di porre sotto la lente di ingrandimento le azioni del politico di turno e la sua coerenza rispetto alle promesse del suo programma elettorale. Trovo però pretestuosi i continui attacchi della stampa e delle opposizioni politiche a Virginia Raggi per i ritardi nella formazione della Giunta capitolina. È vero: la squadra di Governo era stata promessa da tempo, addirittura prima del ballottaggio, ed ad oggi sui nomi non c’è ancora chiarezza. Anzi, si guerreggia su nomine (alcune discutibili dal punto di vista amministrativo) e posizionamenti interni. Di tutta evidenza che quando dalla politica proclamata si passa alla politica amministrata si cominciano a tirar fuori misurini e bilancini per accontentare tutte le sensibilità (termine politically correct molto caro al centro-sinistra) e serrare i ranghi delle correnti. E dov’è lo scandalo? È la politica: funziona così. Solo delle anime belle – o chi maliziosamente fa il gioco sporco – possono scandalizzarsi che si stia lottando furiosamente fra fazioni per assicurarsi i posti chiave e far valere le proprie forze all’interno del Movimento e in uno scacchiere così importante come quello della Capitale del Paese. In passato è accaduta esattamente la stessa cosa e così accadrà all’indomani di qualsiasi elezione e in occasione della formazione di qualsiasi Giunta o Governo. Ecco perché accusare la neo Sindaca di aver fatto una falsa partenza mi sembra sterile: non siamo in una gara sui cento metri, ma in una maratona. E la maratona di Roma, come tutti i romani sanno bene, è la più difficile di tutte. O pretendiamo ancora di credere alla favoletta dei risultati entro i primi cento giorni di Governo? Da cittadino romano chiedo, ed anzi pretendo, che ci si prenda tutto il tempo necessario per formare la nuova Giunta, anche tirandosi le sedie del Campidoglio, se necessario, ma che si arrivi ad una composizione che miri a garantire funzionamento ed efficienza per la città. Le critiche vengano il minuto dopo, quando Sindaca ed Assessori cominceranno ad assumere atti concreti e misurabili che impatteranno sulla vita dei cittadini. Solo allora potrò prender parte al coro delle critiche, e solo ad un patto: che quelle critiche siano fondate, serie e coerenti. Del chiacchiericcio politicante e ideologizzato ne ho abbastanza. E come me, tantissimi Italiani. Le forze politiche, M5S in testa, è bene se lo ricordino.

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Un insulto al Paese

“La Giunta, respingendo a maggioranza la proposta del relatore Crimi messa ai voti dal Presidente, propone quindi all’Assemblea di ritenere che il fatto, per il quale è in corso il procedimento a carico del senatore Calderoli, concerne opinioni espresse da un membro del Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni e ricade pertanto nell’ipotesi di cui all’articolo 68, primo comma, della Costituzione”: così, testualmente, il verbale della seduta del 4 febbraio scorso della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato della Repubblica. La maggioranza dei senatori della Giunta, in altre parole, ha ritenuto che Roberto Calderoli, senatore della Lega Nord, che nel luglio del 2013 aveva paragonato l’allora Ministro per l’Integrazione del Governo Letta, Cécile Kyenge ad un orango, esprimesse una sua legittima opinione politica.

Il compito della Giunta era, infatti, quello di valutare la sussistenza o meno nel caso di specie del cosiddetto “nesso funzionale”, al fine di verificare se le dichiarazioni rese extra moenia (cioè fuori dalle aule parlamentari) dal senatore Calderoli potessero o meno assumere una funzione “divulgativa” rispetto ad attività parlamentari espletate dallo stesso. Nel novembre 2014 il Tribunale di Bergamo – Sezione penale – aveva trasmesso al Senato copia degli atti relativi al procedimento penale aperto a carico di Calderoli per accertare, da parte del Senato, se le parole del senatore integrassero o meno l’ipotesi di espressione di opinioni insindacabili a norma dell’articolo 68, primo comma, della Costituzione, in quanto connesse all’esercizio delle funzioni svolte da parte di un membro del Parlamento. In caso contrario, sarebbe scattata l’accusa per i reati di cui agli articoli 595, comma 3, del codice penale e 3 della legge 25 giugno 1993, n. 205, ovvero diffamazione con mezzo di pubblicità, aggravata da finalità di discriminazione razziale. Solo due i democratici a favore del via a procedere contro Calderoli, Doris Lo Moro e Stefania Pezzopane, insieme ai 5 Stelle, unico gruppo a favore. Terremoto nel PD, che si affretta a precisare che l’Aula del Senato si esprimerà contro Calderoli. Al momento, tuttavia, per i senatori della Repubblica è perfettamente normale che un membro del Parlamento dia dell’orango ad una Ministra nera. Non di colore: nera. Al massimo è diffamazione, come ha successivamente dichiarato il senatore PD Cucca, ma il razzismo non c’entra.

Non ci credete, vero?

Ecco dal resoconto sommario del dibattito alcuni estratti. Giovanardi (NCD-UDC): “le opinioni espresse nel caso di specie dal senatore Calderoli vanno inquadrate in un contesto meramente politico, avulso da qualsivoglia profilo di tipo giudiziario. Nella storia politica italiana sono ravvisabili numerosi casi nei quali sono state espresse critiche, anche attraverso locuzioni aspre, rispetto ad avversari politici”. Malan (FI): “nel caso di specie il senatore Calderoli, nell’ambito di un comizio politico, ha svolto delle critiche rispetto agli indirizzi politici per le immigrazioni seguiti dal ministro Kyenge, effettuando altresì talune battute a scopo satirico”. Moscardelli (PD): “nel caso di specie l’espressione usata dal senatore Calderoli non ha dato luogo ad alcuna querela da parte dell’interessata” e “le accuse relative alle incitazioni all’odio razziale risultano infondate, atteso il contesto politico nel quale le frasi in questione sono state pronunciate e attesa anche la configurazione del movimento della Lega, nel cui ambito operano anche diverse persone di colore (sic!)”. Cucca (PD): “le parole pronunciate dal senatore Calderoli vanno valutate nell’ambito di un particolare contesto di critica politica, evidenziando altresì che spesso nella satira si paragonano persone ad animali, senza che tali circostanze diano luogo a fattispecie criminose”. Buemi (Autonomie): “nell’attuale contesto storico la critica politica assume spesso toni aspri, evidenziando tuttavia che tale circostanza non può essere trasposta sul piano penale”.

Ecco: critica politica, satira, locuzioni aspre. Forse qualcuno potrebbe azzardarsi a pensare che certuni senatori siano degli asini, tanto per restare nell’ambito animale. Ma non ricoprendo la carica di parlamentare, quel qualcuno farebbe meglio ad astenersi. Quel qualcuno non può, tuttavia, non trovarsi d’accordo con Cécile Kyenge quando afferma: “Sono stata sorpresa. Poi triste. Non per me. Vorrei uscire da questa logica perché non stiamo valutando Calderoli come persona. Io lui l’ho perdonato. Quello che bisogna capire è se queste parole possano essere usate in un dibattito politico normale o se siano semplicemente espressioni razziste. Non è compito del Senato assolvere Calderoli. È come se quell’insulto fosse stato fatto a un paese intero per la seconda volta“. La parola all’Aula del Senato adesso.

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