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Capeesh?

Che noi Italiani si mastichi poco le lingue straniere è fatto notorio, e che, allo stesso tempo, amiamo riempirci la bocca di anglicismi, è assodato. Dai più innocenti bar, week-end, stress, siamo arrivati, passando per la politica, a Premier, bipartisan, election day, flexibility e social card. Per chi poi frequenti convegni è ormai normale andare a meeting e workshop e rilassarsi ai coffee break o al lunch, prima di ascoltare il chairperson dare la parola a chi illustri il paper della giornata. L’elenco è infinito, anche se, dopo aver sentito parlare di bau beach diventa difficile non farsi venire l’orticaria. Ma tant’è.

Non basta, però. Dopo l’affronto al latino di cui si è parlato recentemente, altra nobile lingua frequentemente strapazzata, ora si sta diffondendo una nuova e più perniciosa patologia, che consiste nell’italianizzare parole inglesi, adattandole al contesto e, molto spesso, facendolo a sproposito. Non si sradica una cattiva abitudine, la si eradica (da to eradicate) ; non si aggiorna un calendario degli appuntamenti, ma si schedula (da to schedule) la giornata; non si suddivide una competenza, la si splitta (da to split); non si riparte da zero, ma si resetta (da to reset); non si inoltra una messaggio di posta elettronica, ma lo si foruarda (da to forward); fino al più terrificante di tutti, ad oggi insuperato ed inarrivabile: non ti aggiorno sulla situazione, ma ti briffo (da to brief, ragguagliare).

Insomma, alla inutilità di utilizzare una parola straniera in luogo di una italiana, si aggiunge il vizietto di coniare novelle mostruosità per circoli da iniziati. Piccole cose, magari, ma che denotano un fastidioso provincialismo e una pigrizia mentale che si assomma ad un impoverimento linguistico che è a dir poco urticante. Ci sono cose più importanti? Eccome. A partire dal downgrading del rating e dall’aumento dello spread! Capeesh?

PS: questo post non c’entra nulla col momento difficile che attraversa l’Italia e con il soffocamento dei blogger indipendenti, ma un po’ di sano reazionarismo semantico-linguistico male non fa…

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Strange days

Si sono svolte sabato 12 marzo in tutta Italia una serie di manifestazioni tese a difendere la Costituzione: è stato,  secondo giornali e televisioni, il cosiddetto C-Day (si-dei, l’ha chiamato Lucia Annunziata a “In mezz’ora” su Rai 3). Non è che l’ultima occasione di sfoggiare il nostro inglese maccheronico, omogeneamente diffuso per tutto l’arco costituzionale della politica e ben radicato fra burocrati, comunicatori, pubblicitari e imprenditori. Così, in ordine sparso: No-Tax Day (11 dicembre 2004), Familiy Day (12 maggio 2007), No-B Day (5 dicembre 2009), Vaffanculo Day (almeno un po’ di italiano, 8 settembre 2007), fino al Papa Day (16 maggio 2010) senza dimenticare un altro onnipresente  evergriin, l’election day. Pigrizia mentale, provincialismo o comodità espressiva, mettiamola come si vuole. Tuttavia, pur amando sfrenatamente l’inglese, mirabilmente tollerante, trovo l’italiano una lingua di grande ricchezza: perché non usarla? Non è più trendy?

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Parla come mangi

E’ disponibile in linea un bel manuale sulla sburocratizzazione del linguaggio della pubblica amministrazione. Frutto di un lavoro guidato dalla Accademia della Crusca assieme al CNR, ha tenuto conto delle esigenze di sinteticità e di semplicità nel rispetto dello scopo e dei destinatari del progetto (funzionari e impiegati della Pubblica Amministrazione), senza però rinunciare alla completezza e alla adeguatezza del dato linguistico-testuale. Insomma, parlare chiaro e tondo al cittadino.

Già nel 1997 la Funzione Pubblica, Ministro Franco Bassanini, aveva dato alle stampe “Manuale di stile. Strumenti per semplificare il linguaggio delle amministrazioni pubbliche”, a cura di Alfredo Fioritto, fondamentale vademecum per la lotta al burocratese, e nel 2002 il Ministro Frattini aveva emanato una direttiva sulla “Semplificazione del linguaggio dei testi amministrativi”. Nessuna rivoluzione, purtroppo, ma, complice anche la diffusione dello strumento informatico, per sua natura informale, qualche passo avanti concreto. La nuova fatica, lanciata dal Sole 24 Ore di qualche giorno fa, è una sorta di opera defintiva, che tiene conto delle fatiche passate e del Manuale per le regioni del 2007. L’augurio è che sulla cosa si faccia formazione e che l’Amministrazione, sempre più, impari a scrivere come mangia!

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Ue Italia 3-0

Italiano battuto dalle tre lingue di lavoro dell’Unione europea: inglese, francese e tedesco. Questa la denuncia avanzata, fra gli altri, dalle Accademie della Crusca e dei Lincei contro quella che individuano come una pesante deminutio dell’italiano che, in occasione di un recente concorso per funzionari europei, non viene preso in considerazione quale lingua di accesso. Il dibattito si è sviluppato sulle pagine del Corriere e investe aspetti indubbiamente importanti, tanto che il Ministro delle Politiche Europee ha annunciato una iniziativa del Governo italiano in proposito.

Direi che il tema vada articolato su due piani. Il primo, squisitamente culturale, vede oggettivamente l’italiano, come molte altre lingue, in posizione di retroguardia in un panorama dominato dall’inglese, accreditata lingua franca della fase attuale del panorama globalizzato. Questo dato di fatto non deve, naturalmente, esimerci dalla tutela della lingua italiana, sia come lingua della cultura e dell’arte, ma come indispensabile collante della Nazione, che sta subendo una destrutturazione preoccupante. Le dinamiche esogene sono certamente fortissime, ma ogni sforzo va messo in campo per questo scopo.

L’altro è più politico e si inquadra nei rapporti di forza dell’Unione, di cui l’Italia è tra i paesi fondatori. Posto che la triade linguistica predominante (delle lingue cosiddette procedurali) non è una novità, ed anzi una regola nei lavori quotidiani a Bruxelles, va anche ricordato che da tempo i Governi italiani hanno espressamente chiesto che nelle riunioni ufficiali delle istituzioni fosse garantita la traduzione per l’italiano, pena la mancata partecipazione del rappresentante italiano. La questione è certamente delicata: gli italiani non sono dei campioni delle lingue straniere, ed anzi ci ostiniamo ad infarcire di un insopportabile inglese maccheronico la nostra parlata. La babele comunitaria, tuttavia, ondeggia tra multilinguismo e necessità di confini: abbiamo il peso per conficcarne i paletti?

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