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Nozze gay? Lasciamo stare l’obiezione di coscienza

Sono di questi ultimi giorni due casi di manifestata obiezione di coscienza da parte di due donne pubblici ufficiali avverso delle nozze fra persone dello stesso sesso, avvenuti ad un oceano di distanza. In USA una funzionaria comunale del Kentucky è stata arrestata per il suo rifiuto di emettere licenze matrimoniali per le coppie gay come imposto dalla legge a seguito di una pronuncia della Corte Suprema americana, mentre in Francia una vicesindaco aggiunto di Marsiglia è stata condannata a cinque mesi di carcere con la condizionale per essersi rifiutata di sposare una coppia omosessuale. Entrambe le donne avevano fatto appello all’obiezione di coscienza in base alle loro convinzioni religiose, di matrice cristiana per la prima, musulmana per la seconda. Colpisce senza dubbio il fatto che l’obiezione di coscienza, tradizionalmente legata a movimenti nonviolenti contro il servizio militare o la coscrizione obbligatoria o, fenomeno ben noto in Italia, alla pratica dell’interruzione della gravidanza, venga evocata per un atto che investe semplicemente la vita privata e affettiva di altri individui, i cui diritti sono garantiti dalla legge. E se appare probabilmente sproporzionata la cella, certamente una sanzione disciplinare o l’allontanamento appaiono i mezzi più efficaci per contrastare questo fenomeno. È davvero curioso come certa interpretazione del credo religioso possa portare alla imposizione di propri comportamenti, certamente legittimi, ad altri cittadini che, per motivi propri ed altrettanto legittimi, intendono condurre la propria vita privata come meglio gli aggrada. Non stupisce, in fondo, che Papa Francesco abbia voluto incontrare la funzionaria americana durante la sua visita negli Stati Uniti: la Chiesa Cattolica, come le altre confessioni religiose, è un club esclusivo con proprie regole che i membri possono impegnarsi a seguire. Eppure, l’elemento assolutamente sconcertante è che la pretesa di non contribuire ad un comportamento che per una determinata religione viene considerato, diciamo così, inappropriato, mentre costituisce solo un atto d’amore per molti altri, invada la sfera pubblica propria dello Stato, venendo meno ai doveri di legge di un funzionario pubblico. Professarsi obiettori di coscienza alle nozze gay da parte di coloro che sono tenuti a celebrarle non implica la difesa del valore della vita umana: proprio mentre trova spazio nei media la crociata contro la cosiddetta teoria gender (bene ha fatto il Ministro dell’Istruzione a imporre uno stop), va detto chiaramente che questo singolare atteggiamento ha il solo scopo di arrogarsi la pretesa di regolare l’insindacabile vita privata degli individui. Non serve scomodare Cavour per rigettare certi comportamenti: almeno, però, evitiamo di tirare in ballo l’obiezione di coscienza. Per favore.

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Quella banalità del male che scorre in rete

Difficile trovare spiegazioni di senso all’ondata di odio razzista che si è ormai scatenato in rete: basta digitare qualche termine chiave per restare inorriditi della ferocia con cui si esprimono posizioni che in un paese civile dovrebbero essere condannate senza appello. Sono ormai saltati tutti i freni inibitori della brava gente dello Stivale, quasi vivificati nel poter affidare al web qualsiasi commento che riguardi le categorie preferite dal razzista nostrano: “negri”, “zingari”, “clandestini”, “froci” e così via. Idee poche ma ben chiare: l’invasione straniera (meglio se musulmana) e conseguente minaccia dell’estinzione della razza bianca, secondo alcuni orchestrata dalle Nazioni Unite; l’orgogliosa rivendicazione di essere #padroniacasanostra (hashtag fatto proprio anche da un Governatore di una delle più importanti regioni italiane); l’immigrato o lo straniero criminale per definizione, di fatto animale guidato dai più bassi istinti predatori, come illustra con dovizia di particolari un sito vergognoso come questo; il disgusto per gli “invertiti” contro natura. Una enorme chiazza nera telematica che viene abilmente agitata da certa politica, che soffia sul fuoco e aizza gli animi: respingimenti, affondamenti di barconi, pene sommarie e castrazioni chimiche per gli immigrati criminali, tali per definizione.

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E i frequentatori della rete non si tirano indietro. Impossibile identificare una tipologia del professatore di odio: a parte profili dichiaratamente fascisti o nazisti, regna la persona comune, dal giovane studente all’impiegato con pancetta, sino alla arzilla nonnina che tweetta mentre armeggia in cucina. Ecco allora signore di mezza età che professano apertamente il loro credo fascista e augurano soluzioni finali per gli zingari, anziane inoffensive che si fotografano col cane e parlano di clandestini maiali, medici anestesisti che si professano serenamente razzisti e ragazzine che annunciano allegramente di andare al mare per affogare i clandestini. La banalità del male, avrebbe detto qualcuno. Non mancano naturalmente foto di scimmie tranquillamente accostate a quelle dell’europarlamentare ed ex ministra per l’integrazione Cécile Kyenge, insulti sessisti alla Presidente della Camera Laura Boldrini, “amica dei negri”, indicibili ignominie indirizzate a Khalid Chaouki, giovane parlamentare del PD. Fino a scivolare nel grottesco: profughi grassottelli e con i tablet, colonizzazioni africane e genocidi razziali a danno degli Italiani, i maledetti preti che non accolgono i migranti nelle chiese, la paradossale condanna del razzismo dei finti italiani contro gli italiani veri, leggende di maestre elementari che spiegano fantomatiche teorie gender con dildo e posizioni acrobatiche. Approcci primitivi e di pancia che calpestano secoli di storia e la dignità di un Paese che, tra le mille difficoltà che vive, conta sul valore e la solidarietà di chi ogni giorno salva decine di vite di disperati da morte sicura. Quanti sono i razzisti del web? Chi sono? E cosa dicono, cosa fanno, come si comportano nella vita reale, faccia a faccia? Da dove esce questo ignobile frullato di incultura che appesta la rete? E, soprattutto, cosa fare? Non aveva tutti i torti Umberto Eco a evidenziare che “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E’ l’invasione degli imbecilli”. Ma è comunque difficile fare i conti con tanto odio o con tanta imbecillità, quando la forza di una democrazia matura è quella di garantire la libertà di espressione, anche quella così ripugnante. Credo, tuttavia, che non basti ignorare il fenomeno: va combattuto, va diffuso, va reso evidente e va condannato con forza. Va contrastato legalmente, quando se ne verifichino le condizioni. È una lotta culturale, evidentemente, che deve aver spazio nella quotidianità, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. E tocca a ciascuno di coloro che hanno a cuore una comunità che possa dirsi tale ricordare che i diritti si sommano, non si contrappongono. A dispetto degli imbecilli.

Aggiornato il 30 Agosto 2015

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Più famiglie per tutti

Occorre analizzare con molta attenzione il movimento alla base del “Family Day” che ha avuto luogo a Roma in Piazza San Giovanni, così come le parole ed i toni che sono stati usati dal palco, perché rivelatori di una certa, sorprendente concezione assolutista ed integralista del mondo. Aldilà delle sigle e dei singoli politici che legittimamente hanno dato sostegno all’evento, la cosa che mi ha molto colpito è che la manifestazione sia stata promossa al grido di “proteggiamo i nostri figli”: secondo il Comitato art. 26, infatti, non si può “assistere inermi all’avanzata della propaganda dell’ideologia gender che fin dagli asili nido sta colonizzando le nostre scuole” e che nega “ai bambini il diritto ad avere una mamma e un papà”. Rilancia Mario Adinolfi dalle pagine del quotidiano “La Croce”, sostenendo che considera “una verità, non un elemento opinabile, che ognuno di noi è nato da un uomo e da una donna, che ognuno di noi è nato maschio o femmina, che l’identità maschile e quella femminile non sono intercambiabili”. Insomma, secondo una galassia che potremmo definire pro-famiglia, la cosiddetta “ideologia gender” parte dal presupposto dell’indifferenza tra l’identità maschile e femminile, concepite più come categorie culturali che biologiche e, facendo leva proprio sui bambini in età scolare, mina il nucleo familiare che, una volta arrivati al matrimonio per gli omosessuali, sarà di per ciò stesso distrutto.
familyday; gay; lgbt; matrimoniogay
Ma chi, in Italia, può credere che ci sia chi è contro la famiglia? Chi, in Italia, può credere che se un uomo ed una donna eterosessuali desiderano sposarsi e avere dei figli (magari non necessariamente in quest’ordine), il fatto che attorno a loro circolino delle persone omosessuali le distoglierà dal loro proposito? Chi, in Italia, può pensare che le persone omosessuali, per il solo fatto di esistere o di voler godere degli stessi diritti delle persone eterosessuali, vogliano opporsi a che queste vogliano sposarsi? Beh, costoro esistono, e sono un cospicuo gruppo, almeno pari a coloro che si sono ritrovati in piazza. Mi chiedo, allora, perché? Perché alcune persone, cui va senza dubbio garantita la libertà di manifestare la loro opinione, ritengono che l’orientamento sessuale di alcuni, divergente dalla cosiddetta normalità, possa addirittura condurre alla fine della civiltà? Esagero? Beh, a sentire alcuni degli interventi che si sono susseguiti dal palco dell’evento di sabato scorso, pare proprio di no. Se lo slogan della manifestazione era la difesa dei figli, occorrerebbe capire da cosa i “nostri” figli andrebbero difesi. Secondo Massimo Gandolfini, direttore del dipartimento di neuroscienze e primario di neurochirurgia alla Fondazione Poliambulanza di Brescia, l’omosessualità non è una variante naturale del comportamento umano ma un disagio identitario che va corretto dall’educatore che deve spingere il gay verso l’eterosessualità. Disagio per chi, in realtà? Non importa, la libertà sessuale dell’individuo non esiste, ma va riportata nel solco del corretto e del giusto: insomma, Mao era un dilettante, in confronto. Rincara la dose Costanza Miriano, la quale, in merito alla tanto deprecata dottrina gender, sostiene che “essere genitori viene dalla differenza di maschile e femminile. Innanzitutto biologicamente, sembra ovvio ma forse serve ricordarlo: solo così si possono fare figli, e non è una discriminazione, ci dispiace, è la natura. Solo la differenza è feconda, dà la vita. Il buio si definisce rispetto alla luce, la terra al cielo, l’acqua all’aria. Il mondo è stato creato così, con le distinzioni che hanno messo fine al caos. Ecco, quando vogliamo fare questo, cioè dimenticare da dove viene la vita, dalla differenza feconda di maschio e femmina, produciamo sofferenza, perché Dio perdona, ma la natura no. La legge di Dio è la misericordia, ma la natura non è misericordiosa, ha delle sue leggi che non possono essere infrante senza conseguenze”. Quindi, deduco, l’orientamento omosessuale di centinaia di migliaia di donne e di uomini è semplicemente contro natura, senza appello alcuno: si fottano. E non basta. Il rappresentante dei giuristi cattolici si lancia urlando contro “le scuole italiane che sembrano campi di rieducazione al pari delle dittature genocide del XX secolo”, sostenendo che l’ideologia gender (daje!) rappresenta un regime totalitario frutto del tentativo di colonizzazione di lobby che niente hanno a che vedere col popolo. Ancora? Ecco il magistrato Alfredo Mantovano, ex ministro dei governi Berlusconi, che sostiene che “sta per essere lanciata una bomba: il matrimonio fra persone di stesso sesso” che sarà la causa dell’estinzione del genere umano, dato che, a suo vedere, la crisi delle nascite sarà alimentata dal matrimonio omosessuale, definito “destino di morte”. E se Mario Adinolfi definisce pericolosa la teoria gender perché sostiene l’intercambiabilità dei sessi, quasi che a uomini e donne uno Stato etico imponga l’obbligo di mutare il proprio orientamento sessuale per decreto, una precisazione è d’obbligo: se sei etero, lo sei, e nessuno ti obbliga a esser gay. E se sei gay meriti stesso rispetto. Sostenere qualcosa di diverso è una falsità, semplicemente. Magari dettata dal sacro terrore sessuofobico di qualsiasi cosa non risponda alle proprie, personalissime, coordinate esistenziali morali o religiose. Ma nulla più. Trovo di una inaudita violenza pretendere che affetto, amore e sesso seguano una sola strada, la stessa per tutti: quella propria di un gruppo minoritario. Ad ognuno, senza neppure voler richiamare le posizioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sull’omosessualità, deve essere consentito di seguire le proprie inclinazioni sessuali, in piena libertà ed autonomia. E questo lo garantisce la nostra Carta Costituzionale che, all’articolo 3, solennemente statuisce che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Come hanno stabilito i nostri Padri Fondatori, ognuno di noi non può essere discriminato per il proprio sesso o per il proprio orientamento sessuale e, dunque, la possibilità di contrarre matrimonio deve essere loro garantita. E le adozioni? Come a coppie etero viene concessa l’adozione di un bambino avendo come priorità il bene del bambino stesso, verificando con attenzione i requisiti che la legge richiede a tutela del bene supremo del benessere del minore, allo stesso modo si proceda con coppie dello stesso sesso, di cui nessuno – nessuno! – può mettere in dubbio il proprio patrimonio affettivo. Piazza San Giovanni per un pomeriggio è stata purtroppo il regno dei guardiani delle vite altrui: un triste mondo unidimensionale che non comprende che l’identitarietà la vuole chi non ammette la diversità, non il contrario. Sappiano, costoro, che nessuno in Italia vuole abolire la famiglia: in realtà c’è chi ne vuole di più.
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Aggiornamento del 1 luglio: mi scrive il Comitato Art. 26 comunicandomi che il prof. Gandolfini non è promotore del Comitato stesso, come veniva riportato nel post e chiede rettifica. Rettificato (anche nel testo, sia qui che su Linkiesta, dove il post è stato originariamente pubblicato). Sarei curioso di sapere, a questo punto, per supplemento di informazione, se il Comitato sposi in pieno o meno le idee del Professore.
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È la Costituzione, bellezza! (era: OOPS!… I DID IT AGAIN! PART IV)

Domanda: può il vice-Presidente del Senato della Repubblica Italiana, una delle più alte cariche dello Stato, definire pubblicamente dei cittadini Italiani “gente orrenda” in virtù del proprio, libero orientamento sessuale? Nel dare una risposta, forse qualcuno nelle Istituzioni e nella politica dovrebbe ricordare al Senatore Gasparri queste parole, una per una: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali“. E’ l’articolo 3 della nostra Costituzione, la Costituzione della Repubblica Italiana. E, già che ci sono, pregherei chi di dovere di ricordare al Senatore Gasparri anche queste parole, una per una: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge“. E’ l’articolo 54 della nostra Costituzione, la Costituzione della Repubblica Italiana.

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L’odio per la politica e la politica dell’odio

Strano a pensarci. Da un lato le recentissime elezioni regionali hanno confermato il clamoroso dato dell’astensione, in virtù della quale un elettore su due non vota, probabilmente stufo di certe dinamiche della politica. Dall’altro, si fa strada la stessa politica che ragiona sempre più in termini di dicotomia assoluta amico/nemico, con un preoccupante protagonismo di formazioni di evidente impronta fascista. E’ un circolo vizioso in cui è difficile capire dove sia la causa o l’effetto. Siamo in presenza di partiti e movimenti a fortissima impronta leaderistica che vedono spesso fortune o tracolli a seconda dell’appetibilità mediatica del Capo e che, evidentemente, non trovano più il consenso di solo una manciata di anni fa. Ha ragione il Presidente della Repubblica a dirsi preoccupato: non possiamo archiviare come delega in bianco il fatto che metà di questo Paese rinunci ad esercitare il principale diritto proprio di un regime democratico. Non rileva tanto il drenaggio di voti che ha colpito praticamente tutti i partiti, eccezion fatta per la Lega, ma un calo di partecipazione che impoverisce la vita del Paese. Semplicemente, non si può far finta di nulla, soprattutto in una fase storica così delicata di uscita dalla una delle peggiori crisi economiche della storia Italiana. Non votare, naturalmente, è un diritto, ma spetta alla politica riflettere seriamente sui perché di questa disaffezione, che credo solo in parte sia riconducibile all’ondata di scandali degli ultimi anni. Gioca un ruolo fondamentale, a mio avviso, la personalizzazione spinta delle formazioni politiche, che sembrano ormai ridotte a grandi comitati elettorali a favore del Capo e che rendono pressoché inutili le attività sui territori, funzionali alla spinta di vertice. Non un odio per la politica, forse, ma una insofferenza crescente a dinamiche che hanno ancor più allontanato quella che dovrebbe essere la più nobile delle arti dalla portata del cittadino comune. Quello che arriva invece forte e chiaro è un messaggio molto divisivo della società, cosa che partiti politici maturi dovrebbero evitare come la peste: è palpabile la spasmodica ricerca del nemico del giorno, contro cui riversare le colpe di una società ingrippata e sempre più diseguale. Possono essere i burocrati che remano contro, i dissidenti nei partiti che fanno il gioco dell’avversario, l’immigrato in fuga ma col cellulare,  i gay che – maledetti testardi – vogliono sposarsi, i rom ladri e assassini. A proposito di rom, sembra pazzesco ma abbiamo parte del dibattito nazionale avvitato su un tema non-tema: pare ormai pacificamente accettato da molti che se 180.000 persone, corrispondenti allo 0,25% (!) del totale della popolazione italiana, “andassero a casa” (ma dove?), l’Italia tornerebbe ad essere il paese di Bengodi. Sono mantra recitati come un rosario da tutti gli schermi televisivi, con effetti devastanti in termini di lacerazione del tessuto sociale. È la nuova politica dell’odio che, invece di legare una comunità su basi comuni, tende a escludere, isolare, colpevolizzare: è un’Italia molto brutta, di pancia, quella che urla davanti ai microfoni o scrive sui social network, che fa ricordare quasi con tenerezza l’Italietta di Radio Parolaccia di tanti anni fa. Ed è un’Italia che a me, personalmente, non piace.

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Chi in piedi e chi canta

Vado a Piazza San Silvestro a Roma per le 18: ci sono le Sentinelle in Piedi per la loro giornata nazionale di protesta. Personalmente ne contesto in toto le idee ma deve essere consentito sempre e comunque che possano manifestare. A loro come a tutti (ne parlavo qui). Arrivo in piazza per le 18.20, la pioggia sì è asciugata. Un centinaio di persone in file ordinate a leggere. Polizia defilata e attenta, un tizio legge il Corriere dello Sport (sarà un laico). Silenzio. Moderato circo mediatico. Qualche foto. Un gruppo di ragazzi seduti a terra davanti alle sentinelle. Leggono anche loro. Altra roba, segno opposto. Ecco i tafferugli, però. Arriva in piazza un gruppo di una ventina di ragazze e ragazzi giovanissimi a sostegno del movimento lgbt, portando bandiere e cartelli pro scelta. Non fanno in tempo ad issarli che arriva un gruppetto di ragazzotti – chiaramente fascisti: li riconosci subito – che nulla ha a che vedere con la manifestazione e spintona, strappa i cartelli. Urlano: “Froci di merda!”. “Giù le mani!”, gridiamo. Corrono le telecamere, la polizia interviene subito, protegge i ragazzi, che in tutta risposta si baciano. Si calmano le acque e si fronteggiano le due manifestazioni: chi legge in silenzio e chi canta. I ragazzi sono colorati, festosi, divertenti e chiedono perché si voglia limitare la loro scelta di vita. Le sentinelle non rispondono. Finisce la veglia, qualche buuu. E poi, sorpresa: cominciano i capannelli di discussione fra sentinelle e contromanifestanti. Si parla. Ci si confronta. I fasci se ne sono andati. Meglio: quelli menano. Discuto anche io con chi dice che sono i comunisti che menano, i fascisti non esistono. Sarà, ma quelli facevano paura (il cameramen mi bisbiglia che è volato anche qualche cazzotto dalle teste vuote). Tutto sommato, un pomeriggio di democrazia. Non è difficile, in fondo.

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Il doppio bollino per quelli che la famiglia è una sola

Divampano le polemiche sulla organizzazione di un convegno a difesa della famiglia organizzato dalla Regione Lombardia con alcune organizzazioni cattoliche: “Difendere la famiglia per difendere la comunità”. Se da una parte si protesta perché il tono del convegno sarebbe omofobo o, comunque, contro le diverse forme di famiglia, dall’altra si replica che l’evento è pienamente legittimo, indetto con la collaborazione della maggioranza in Consiglio regionale, in virtù di un programma elettorale specificamente incentrato sulla tutela e il sostegno alla famiglia. Dispute a parte, intanto mi domanderei: ma difendere la famiglia da chi? Incredibile come ci si trovi e ritrovi sempre al medesimo punto di partenza: la difesa dall’oscuro nemico (i relativisti? I gay? Gli scapoli?) che vuole abbattere l’istituzione cardine delle società. Insomma, uno scontro ideologico che, tuttavia, a differenza di quanto riportato su Avvenire, è a senso unico. Come ho avuto modo di sostenere nel caso del fenomeno delle “Sentinelle in piedi”, chiunque deve vedere garantito il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, naturalmente. Ed anzi, occorre mobilitarsi contro chi vorrebbe impedire a chicchessia di dire come la pensa, a maggior ragione se quelle idee non ci piacciono. E i fatti terribili delle ultime ore dovrebbero ricordarcelo in modo drammatico. Ci sono associazioni e cittadini che reputano che un certo modello relativistico sia teso a distruggere la famiglia “ortodossa”? Liberissimi di farlo. Trovo, personalmente, che sia non condivisibile e antimoderno, ma farò di tutto perché quella opinione possa essere esplicitata sempre e ovunque. Quello che trovo stonato è che un’istituzione pubblica come la Regione Lombardia voglia porci sopra un doppio bollino. Il primo in qualità di ente territoriale che deve tutelare e promuovere i diritti di tutti i cittadini, sia quelli che hanno votato per il Presidente pro tempore, sia coloro che non lo hanno fatto, utilizzando una elementare, istituzionale prudenza quando si tratti di temi che investono la sfera personale dei cittadini. Una questione di opportunità politica, che poteva essere superata garantendo, perlomeno, una presenza plurale per favorire il dialogo. Il secondo pretendendo di utilizzare, illegittimamente prima ancora che in modo del tutto inopportuno, il logo di Expo2015. Tanto per ricordarlo, il motto di Expo è “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”: qualcuno sa spiegarmi cosa ha a che fare il tema dell’alimentazione con la difesa (!) della famiglia? Basta, inoltre, leggersi temi e  finalità di Expo legate alla concessione del logo, elencati sul sito ufficiale della manifestazione, per rendersi conto che l’utilizzo dello stesso per questo convegno è tecnicamente non praticabile: per tacer del fatto che esso viene concesso per “iniziative di alto profilo culturale, scientifico e/o umanitario, in attinenza con i valori fondanti del BIE (pace, tolleranza, dialogo, ecc.)”. Ecco, niente infingimenti, per favore. E’, d’altronde, la stessa Assessora regionale alle Culture, Identità (sic!) e Autonomie della Regione a dire come stanno davvero le cose: “Il fattore scatenante di questa nostra iniziativa è l’indignazione rispetto alla campagna di denigrazione e repressione messa in campo da molto tempo e soprattutto nell’ultimo periodo contro le ‘Sentinelle in piedi’”. Politicamente limpido, epic fail istituzionale.

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