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Pubblica amministrazione a rischio epic fail?

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Un recente articolo di Francesco Verbaro, ex capo del personale in Funzione Pubblica ed ex Segretario Generale del Ministero del Lavoro, ha posto l’accento su un punto che da troppo tempo osservatori ed analisti trascurano quando si parla della – sempiterna – riforma della pubblica amministrazione: chi vogliamo e per fare cosa? Sono due i problemi che si intersecano e creano effetti perversi, autoalimentandosi. Da un lato, il progressivo e inarrestabile invecchiamento dei dipendenti (solo il 2,7% dei lavoratori pubblici ha meno di 30 anni), reso ancora più drammatico dal blocco delle assunzioni, tuttora percepito quale dogma assoluto in omaggio ai sacerdoti della spending review, sebbene il totale dei dipendenti della PA Italiana sia in diminuzione da anni e perfettamente in linea coi numeri di Francia, Germania o Regno Unito. Dall’altro, il fatto che storicamente il reclutamento per le pubbliche amministrazioni in Italia ha seguito e segue ancor oggi schemi antiquati. Come ricorda Verbaro, “le competenze del personale sono spesso obsolete, per la mancanza di veri piani di riqualificazione e formazione e per la presenza di una percentuale elevata di dipendenti non laureati o comunque con titoli di studio non adeguati. Nessuno parla oggi dei profili e delle competenze delle risorse umane. Ragioniamo solo su quantità e sui costi. In nessuna azienda moderna si farebbe così”.

Un’analisi spietata che, tuttavia, serve ad evidenziare come l’approccio al tema riforma della PA sia ancora di tipo essenzialmente fordista, un tanto al chilo. Nell’immaginario collettivo del Paese è vivo e scalcia il ritratto fantozziano del lavoratore pubblico, un timbro in mano ed una biro nell’altra, la cui unica occupazione è fare ammuina, far girare le carte. Intendiamoci, c’è ancora molto di vero in questo, anche se firma digitale e pec hanno fatto ormai il loro ingresso nella vita del burocrate. Rimane, tuttavia, un’amministrazione pubblica fordista, nelle teste della politica come in quelle della burocrazia, nella lente prevalentemente contabile amministrativa attraverso la quale vengono processati i problemi. La costruzione formalista dei profili dei lavoratori pesa in maniera sproporzionata rispetto alle competenze che sono oggi richieste per competere con l’esterno. Non si tratta, per esser chiari, di riproporre il modello aziendalista per le pubbliche amministrazioni, oramai stantio, ma di rendere la PA interlocutore sempre più affidabile e competente per tutti coloro che con la PA devono o vogliono avere a che fare. C’è un mondo che là fuori corre e che è in continua e velocissima evoluzione. Serve uno sforzo di visione per immaginare una macchina pubblica che, pure nell’imprescindibile rispetto delle regole, corra e non rincorra. Ricorda Verbaro che nei prossimi dieci anni andranno in pensione un milione di dipendenti pubblici: quasi un terzo della forza lavoro delle amministrazioni. È un dato che farà felici i sostenitori di uno Stato leggero ma che, in mancanza di un’attenta pianificazione che accompagni i cambiamenti in essere, segnerà l’inevitabile declino della nostra burocrazia. Qualsiasi organizzazione si basa su un elemento indefettibile: il capitale umano. Se continueremo ad interpretare questa ricchezza solo a peso, senza riflettere su quali linee strategiche investire e, conseguentemente, di quali competenze e di quali profili la PA ha effettivamente bisogno, rischiamo di continuare a perdere posizioni con gli altri Paesi, sia nell’Ue che nel mercato globale. Un epic fail che verrà pagato salato dai cittadini Italiani.

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Jobs Act e quella strana voglia di licenziare

Il 2015 si è aperto sull’ennesima querelle sul pubblico impiego: le norme del Jobs Act (legge sul lavoro) che vanno ad incidere sul reintegro del lavoratore privato licenziato si applicano o meno al settore pubblico? E, ci si chiede, questi maledetti “statali” sono licenziabili o meno? È partita da qui un’interminabile diatriba, su giornali e social network, sui cosiddetti privilegi dei dipendenti pubblici e sulla necessità di un’equa parità di trattamento fra settore pubblico e settore privato. Proviamo a fare ordine nella questione? Intanto, fatemi registrare una strana voglia masochistica di fondo. Senza alcun interesse a comprendere la diversa natura di un’impresa privata e di un’organizzazione pubblica, il nuovo dogma che impera è il seguente: dato che nel settore privato è diventato più facile licenziare (diciamolo meglio: è stata introdotta la monetizzazione in luogo del reintegro), lo stesso deve valere per il pubblico. Come a dire: tanto peggio, tanto meglio. Uno strano meccanismo davvero, per il quale si accetta supinamente l’idea per la quale una struttura di produzione di beni e/o servizi, di qualsiasi natura, cresce se fa a meno della sua principale risorsa e che, di conseguenza, il Paese cresce se tutti diventiamo più facilmente licenziabili. Non solo: si fa strada un certo giustizialismo da bar in virtù del quale un lavoratore, a prescindere dalla natura ed entità della presunta cattiva condotta che possa tenere, deve “andare a casa”, a maggior ragione se dipendente pubblico. Poco importa che non si può prescindere dall’accertamento delle responsabilità e dalla gradualità delle eventuali sanzioni che, provati i fatti, si deve poi avere il coraggio di comminare, sia dal punto di vista disciplinare che per ogni altro profilo, incluso quello penale. Sia chiaro: al lavoratore pubblico, che ha l’onore di servire lo Stato e la comunità dei suoi pari, devono essere richiesti oneri precisi in virtù dell’interesse pubblico che rappresenta e che deve garantire. Ed è per questo che al dipendente pubblico sono imputabili responsabilità di natura disciplinare, amministrativa e contabile, penale e di rendimento sul luogo di lavoro che già a prescindere dalle norme del Jobs Act possono portare al licenziamento. Banalità, evidentemente, ma che sembrano sconosciute a certa politica e certa informazione.

E allora torniamo al punto: le norme del Jobs Act si applicano ai dipendenti pubblici? Come ricorda un recente studio Adapt sui decreti attuativi del Jobs Act (in particolare le riflessioni di Luigi Oliveri e Francesco Verbaro), le fattispecie di licenziamento per giustificato motivo soggettivo e oggettivo per il dipendente pubblico – ovvero per scarso rendimento e situazione finanziaria dell’ente – sono già presenti nella normativa (decreti legislativi 165 del 2001 e 150 del 2009). Il problema, a parte il licenziamento discriminatorio, sarebbe il licenziamento illegittimo, sulle cui conseguenze è intervenuto il Jobs Act e che, per il pubblico, sostiene il Ministro Madia, richiederebbe il reintegro in luogo della semplice indennità. Il punto, quindi, non è la maggiore o minore facilità nel licenziare, ma della tipologia di rimedi successivi al licenziamento. Riordinato allora il quadro della questione, dobbiamo tener conto della differenza sostanziale di compiti e funzioni tra privato e pubblico: se i casi di possibile licenziamento illegittimo nel settore privato sono innumerevoli, nel settore pubblico sono di fatto inesistenti, in quanto ogni posizione è legata a una norma che disciplina una funzione. Non è possibile, in altre parole, licenziare illegittimamente qualcuno perché ad esempio si dichiara – falsamente – che da oggi in poi non si fanno più patenti e che, quindi, si debbono licenziare coloro che erano impiegati a tale scopo.

In realtà, questo dibattito nonsense, basato su fragorosi equivoci e nella rincorsa a chi è più bravo a licenziare, tralascia completamente un elemento fondamentale: la macchina pubblica opera per tutti e non ricerca un profitto. Ecco perché nella P.A. si accede per concorso pubblico, che dovrebbe garantire l’imparzialità della selezione, e perché tendenzialmente lo Stato non fallisce, nel qual caso la licenziabilità dei dipendenti pubblici sarebbe l’ultimo dei problemi. Se poi dal mondo delle idee scendiamo sul pianeta Terra, le cose cambiano. Sappiamo, tanto per fare un esempio, che per decenni leggine ad hoc hanno garantito infornate senza concorso, facendo pura e semplice assistenza sociale. Ha pagato Pantalone, e gli effetti li vediamo chiaramente. Sappiamo bene, inoltre, che lo Stato ha un problema di efficienza dei servizi che eroga e che, soprattutto, fatica a funzionare secondo principi di efficienza ed efficacia che devono essere propri anche del settore pubblico. Poiché lo paghiamo con i nostri soldi, anche episodi di malversazione o inefficienza statisticamente meno rilevanti suscitano comprensibilmente rabbia e indignazione. Provo, allora, a rovesciare il ragionamento con un punto di vista diverso: posto che licenziare dovrebbe essere, sempre e comunque, l’ultima spiaggia dell’impresa sana e del manager avveduto, non sarebbe ora che una politica lungimirante smettesse di inseguire la voglia di forca e cominciasse a tentare di immaginare come dar forza ad una P.A. a servizio del Paese? Soprattutto, classi dirigenti avvedute dovrebbero evitare di alimentare in modo sconsiderato una rabbia sorda che nasce dalla crisi e dalla paura, affrontando i temi veri e non spaccando il capello a quelli inesistenti. E se non dobbiamo smettere di indignarci di fronte all’indifendibile, abbiamo il dovere decidere se pretendere un’amministrazione pubblica che sia puntello per il Paese o disfarcene come una fastidiosa zavorra. È ora di scegliere e di smetterla di tirare a campare: prima o poi si tirerebbero le cuoia.

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Men in black: facciamo un minimo di chiarezza

Dirigenti, manager, apicali, direttori, grand commis di Stato: chiamateli come volete, ma sono al primo punto nell’agenda politica del Governo di Matteo Renzi. E se la confusione è grande sotto il sole, non importa: oggi sono “quelli là” i nemici pubblici numeri uno del Paese. Bene, facciamo però un passo indietro. Ricordate la campagna anti-fannulloni dell’allora Ministro Brunetta? Non molti anni fa, sulla scorta del celeberrimo libello di Pietro Ichino, il male d’Italia erano gli impiegati nullafacenti, i poliziotti panzoni, il pubblico inefficiente. Non che delle ragioni non ci fossero, ma la virulenza di quella campagna ha fomentato una nuova forma di odio sociale, mettendo contro lavoratori privati contro lavoratori pubblici, precari contro garantiti (o spacciati come tali), mentre i contratti pubblici erano bloccati e le diverse spending review facevano calare numero di dipendenti e dirigenti pubblici. E poi? Improvvisamente, proprio mentre crescono gli scandali della politica, soprattutto a livello regionale, la denuncia si sposta verso i dirigenti pubblici, gli uomini in nero, i men in black, i Paperoni del pubblico, i burocrati che fanno e disfano nell’ombra dei ministeri romani. Perché? Questa è una buona domanda: la neo ministra della pubblica amministrazione Marianna Madia dichiara semplicemente che “Va affrontata una riforma partendo non da quanto ha detto Brunetta, che i funzionari sono fannulloni, ma al contrario del ruolo dei dirigenti”. Ancora, perché?

Proviamo a capirci qualcosa di questo ginepraio. Di chi stiamo parlando, innanzitutto? Chi sono i dirigenti pubblici? In soldoni, un dirigente pubblico è chi, in possesso di laurea, a) ha vinto un concorso pubblico, b) non dipende direttamente dalla politica per il mantenimento del suo posto e c) lavora in una delle amministrazioni pubbliche individuate dalla legge (ministeri, enti pubblici, regioni, province, comuni). Ecco perché mettere a confronto questa specifica figura con i manager delle aziende pubbliche (Trenitalia, Poste, Terna,..) o della giungla di partecipate a tutti i livelli ha davvero poco senso: non solo perché le retribuzioni sono totalmente diverse, ma perché in questi casi la selezione avviene direttamente (o con una qualche forma di individuazione non concorsuale) da parte della politica. L’uscita di buon senso, seppure improvvida, di Mauro Moretti, AD di Ferrovie dello Stato, ha offerto un formidabile assist a chi ama gettare benzina sul fuoco: i dirigenti e manager pubblici guadagnano troppo, molto di più degli omologhi europei e fino a 12 volte il reddito pro capite del cittadino. E’ semplicemente immorale, si dice. E chi potrebbe non accodarsi ad un simile ragionamento? Le famiglie faticano ad arrivare alla fine del mese e c’è chi si porta a casa fino a 40.000 euro al mese grazie al padrino politico di turno? Purtroppo, le cose semplicemente non stanno così. Potrei argomentare che una cifra alta non mi scandalizza se parametrata ai risultati che un’azienda pubblica porta a casa in termini di numeri, vantaggi per i cittadini, posti di lavoro. Ma limitiamoci ai dirigenti pubblici “doc”: queste cifre esorbitanti, che vengono regolarmente riproposte dalla stampa, non esistono. A parte le critiche mosse alla costruzione di questi numeri, basta andare a guardare le retribuzioni in rete nelle sezioni “Amministrazione Trasparente” dei Ministeri per vedere che un dirigente di seconda fascia (il classico capufficio, per intenderci), percepisce mediamente uno stipendio di circa 3.000 euro al mese. Troppo? Troppo poco? Giusto? Voi che ne dite?

Ed ecco il punto. Impostare così un’analisi che voglia essere seria è sbagliato. Premesso che sfido chiunque a definirlo uno stipendio da Paperone, occorre capire cosa si fa, come lo si fa, in base a quali obiettivi e con quali risultati. E ancora: i risultati non sono il numero di bulloni sfornati dal rullo di produzione. Una pubblica amministrazione centrale lavora sulle politiche e fantasticare sui mezzemaniche che vanno di timbro e ciclostile dalle 8 alle 14 inchiodati alla scrivania è uno stereotipo che non ha riscontri nella realtà. In una società complessa come quella italiana i bisogni sono molteplici e le amministrazioni, che sono in rete con tutta una serie di attori pubblici e privati, si sono negli anni attrezzate per (tentare di) dare una risposta. Lo fanno bene? Spesso. A volte lo fanno male, per una moltitudine di motivi legati, innanzitutto, all’utilizzo spregiudicato che una certa politica ha fatto della PA nel corso della storia d’Italia: feudo di voti, ammortizzatore sociale, braccio armato. Una PA oggetto di una sempiterna riforma, mai soggetto. Eppure qualsiasi cittadino oggi può consultare on line i piani della performance dei ministeri, che dicono cosa è stato fatto, con quali risorse, con quali risultati. Farraginosi, certo. Complicati, non c’è dubbio. Ma così voluti da una normativa che, pur con tante buone intenzioni ha imposto una mole di adempimenti che gravano su uffici sui quali grava il blocco del turn over, la formazione è stata dimezzata, il personale cala drasticamente. E se nella P.A. occorre investire a lungo termine a vantaggio di tutti, il clima che si respira è invece quello in cui si alimenta la rabbia legittima dei cittadini stremati dalla crisi, che a tutti i costi vogliono dei responsabili. Attenzione, però. Attenzione a mettere lavoratori contro lavoratori, con l’assurda mira di far stare tutti peggio invece di cercare di far stare tutti un po’ meglio.Una società lacerata non è più comunità, e una politica spregiudicata che giochi d’azzardo rischia di far bloccare definitivamente la società Italiana, impantanandola in una pericolosa dinamica del tutti contro tutti.

Tutti assolti, allora? Affatto. Le Amministrazioni hanno tanti difetti, che molti fra gli stessi dirigenti e dipendenti da anni denunciano. Ci vuole più trasparenza, maggiore severità nel reclutamento e nella formazione del personale, servono strumenti più flessibili per reprimere i comportamenti illeciti (pochi, fortunatamente) e premiare quelli virtuosi, senza cadere nei luoghi comuni che possono essere efficaci nei dibattiti televisivi ma inutili nel lavoro di tutti i giorni. Occorre intervenire sulla giungla retributiva che investe ministeri, agenzie, enti, Presidenza del Consiglio, ancorando efficacemente gli stipendi a carichi di lavoro e effettivi e a risultati reali. Un quadro complesso, senza dubbio, che richiede una visione d’insieme drammaticamente carente nella politica traballante che mira al risultato di breve periodo che garantisca consenso e la rielezione. Oggi, quindi, tocca ai dirigenti: il pesce puzza dalla testa, si dice. Sono d’accordo, la figura del dirigente è una figura chiave nel gestire efficacemente risorse umane e mezzi finanziari: deve fare squadra ed è il responsabile dell’andamento della struttura che gli è affidata. Se c’è da rimboccarsi le maniche, i dirigenti pubblici devono essere i primi: non i soli, però. Servono (ancora) tagli? Siano equi, per il settore pubblico nel suo complesso, politica inclusa, e per il settore privato nel suo complesso. E non voglio più leggere nelle ormai celebri diapositive di Cottarelli che nel 2014 sono previsti 500 milioni di tagli ai dirigenti a fronte di soli 400 milioni per tutto il settore della politica. Serve mobilità? La politica abbatta i muri che da dieci anni circondano i ministeri istituendo nuovamente un ruolo unico della dirigenza che permetta scambi e merito. Soprattutto, non si persegua l’idea di precarizzare la dirigenza, sottoponendola ad uno spoils system generalizzato e rendendola dipendente dalla politica. Un dirigente ha tre punti di riferimento nella sua azione quotidiana: le direttive del politico, legittimato dal voto e dal Parlamento; le aspettative ed i bisogni dei cittadini; quel che stabiliscono, per tutti noi, la Costituzione e le leggi. Il risultato dell’azione pubblica è un combinato ponderato di questi tre fattori ed un dirigente deve essere capace di dar seguito in modo efficace alle direttive della politica, potendo e dovendo anche dire dei no, se necessario, suggerendo le vie migliori per percorrere quelle direttive. Ma se la dirigenza venisse sottoposta al placet della politica, e se da essa dipendesse per ottenere un posto, cosa accadrebbe? Il cittadino godrebbe di una tutela piena dei suoi diritti? Sarebbe garantita l’imparzialità dell’azione amministrativa? Val la pena arrivare  ad un confronto serio su questi aspetti? O la via più comoda è dare addosso ai maledetti men in black?

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La Repubblica dei Capitreno (ovvero la la generazione del “sì, però”)

Quella che riporto di seguito è la reazione di Nandokan, collega geniaccio e vulcanico, al mio postarello sulla Repubblica dei Mandarini, passando per politica, capitreno, P.A., forconi e libero mercato. Non commento, buona lettura e buon 2014.

NANDOKAN: All’uopo ne approfitterei per suggerire questo pezzo di quel bravo tomo che è Gianfranco Polillo, che già ricordiamo con affetto per essere un ferreo seguace della teoria secondo cui l’Italia si sarebbe rilanciata riducendo i giorni di ferie. Polillo si comporta come tutti i ricchi quando succede loro qualcosa e dunque sono frementi di indignazione – un po’ come Paola Ferrari che twittava indignata per il black out a Cortina. Ma mentre la donna che ad ogni puntata consuma 19Mw di illuminazione facciale dagli studi della DS limita il suo sdegno a 140 caratteri, Polillo riceve – incomprensibilmente ma anzi no, vista la raggelante inutilità del Fuffington Post – uno spazio quasi fisso. Qui linko.

Ma leggiamo insieme il pezzo, un autentico capolavoro di grillismo (nel senso di marchese, ma anche no) con in più una marcata vena teppistica:

La “Freccia argento” che dovrebbe trasportare passeggeri, già imbestialiti, è vecchia di anni. I sedili sono stretti. Non c’è posto per mettere i bagagli che sono ammucchiati alla meglio: lungo la corsia o davanti ai bagni. Non è rilassante per un viaggio che deve durare quasi otto ore.

Il problema è oggettivamente drammatico. Ma egli non si scoraggia.

Cerco il capotreno e gli faccio presente la situazione.

I capitreno, si sa, stanno lì, sempre pronti a superare con attitudine collaborativa il principio dell’impenetrabilità dei corpi solidi.

Mi risponde: il treno è vecchio. Non ci posso fare niente.

Risposta per nulla assertiva e che tradisce, anzi, una efferata voglia di fancazzismo.

Quando si viaggia, si dovrebbero portare meno bagagli. Gli faccio presente che il treno porta verso le stazioni di sci e i vestiti sono ingombranti. Ma lui si limita a scuotere la testa. Eppure non ci voleva molto. Bastava solo pensarci prima. Togliere, ad esempio, quattro sedili per avere uno spazio sufficiente per borse e valige.

Bastava avere una chiave inglese e smontare quattro sedili. Certo, poi ci sarebbe stato il problema di dove riporli. Beh, non sarà mica un problema per Polillo: sarebbe bastato lanciarli in corsa dalle parti di Chiusi-Chianciano. E se no che ce sta a fa’ ‘a direttissima?

È il metodo usato dai traghetti verso le isole del Tirreno. Quelle navi sono ancora più vecchie del treno che dovrebbe essere “super – lusso”, almeno a giudicare dal prezzo e invece somiglia a una tradotta. Indispettito, gli faccio presente che nel mio biglietto non esiste alcuno sconto per la vetustà del mezzo di trasporto. Ma lui continua a scuotere la testa. Indifferente. Me ne vado augurandogli che presto l’Italia possa finalmente avere una signora Thatcher, come presidente del Consiglio. Non raccoglie.

Polillo sarà delusissimo se azzardiamo che al 99% il capotreno avrà certamente raccolto. Ma è abituato a subire le offese, per cui si è ben guardato dall’aprire bocca.

Questo è il punto vero. Abbiamo una struttura pubblica che gronda dipendenti e inefficienze. Che non sente l’obbligo di fornire a chi paga un servizio decente. È il sommarsi di due difetti: la logica del monopolio e quella del pubblico. Dove i vincoli del libero mercato non fanno presa. E tutto si risolve nel tirare a campare.

Le strutture sono pubbliche a giorni alterni, si sa. Ma ciò che conta è l’equazione pubblico = brutto.

Colpa di retribuzioni inadeguate? Non si direbbe. L’AD di FFSS, se non ricordiamo male, ha un appannaggio di circa un milione l’anno. Dovrebbe essere un incentivo sufficiente per usare quel cacciavite che, stando almeno a quel che si vede nella politica governativa, sembra introvabile.

L’AD di FFSS. Ma sta dicendo: il capotreno.

Ma per fortuna l’Italia non è tutta così. Contro un quarto circa di lavoratori che pretendono solo diritti e scarsi doveri, c’è un mondo che si affanna per sbarcare il lunario. Artigiani, commercianti, liberi professionisti, imprenditori, dipendenti privati e popolo delle partite IVA. Sono costretti a correre tutto il giorno per arrivare, quando ci arrivano, alla fine mese.

I capitreno, invece, passano la vita sorseggiando cocktail in barca, come nella scena finale di “Una poltrona per due”.

Alcuni, specie se professionisti affermati, guadagnano bene. Non tanto – salvo straordinarie eccezioni – per emulare il top management di FFSS.

Magari perché evadono dal 50 all’80% di quanto incassato?

Con il loro lavoro e le grandi difficoltà quotidiane compensano il bel vivere degli altri.

Maledetto capotreno, maledetto statale garantito, tu che non conosci l’odore del napalm del rischio alla mattina.

Questo grande mondo, minoritario nei numeri, ma decisivo ai fini della crescita complessiva del Paese, non ha voce. Appartiene il più delle volte alla categoria dei desparacitos. Salvo quando blocca le strade e alza i forconi.

Il mondo della produzione, quello vero, quello dell’incertezza, della scommessa su sé stessi, dove bisogna lottare senza un attimo di tregua investendo e lavorando sul libero mercato. Proprio come ha fatto ogni giorno della sua vita Polillo, come leggiamo dalla sua sapida biografia di Tarzan del libero mercato.

Questa, signore e signori, è la cosiddetta classe dirigente. Quella che non abbiamo mai contraddetto tirando loro un mocassino ogni volta che aprivano bocca, come fece quell’iracheno contro Dabliu Bush, ma rispetto a cui ci siamo sempre limitati a dire “sì, però”. I diritti? “Sì, però”. I servizi sociali? “Belli, però”. La previdenza? “Eh, ma è insostenibile, però”. Il lavoro garantito? “Eh, ma I fannulloni, però”. Un salario decoroso? “E’ l’Europa che non ce lo chiede, però”.

Siamo stati la generazione del “sì, però”. Di noi, però, si ricorderanno solo il “sì”.

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Prato, Bangladesh

 Sulla terribile tragedia di Prato ci sarebbe molto da dire, a partire dalla dichiarazione del Ministro del Lavoro Giovannini che ha denunciato i tagli della spending review che hanno limitato la possibilità di condurre le ispezioni sul territorio. Ma, a monte di ogni considerazione, resta la nostra personale ed individuale responsabilità di consumatori: sappiamo bene come vanno le cose, sappiamo tutto. Semplicemente, non ce ne importa. Nelle mani di milioni di acquirenti risiede un potere immenso, ma talmente frammentato che viene di fatto sovrastatao da campagne pubblicitarie milionarie che orientano, dirigono, comandano (anche grazie a compiacenti testimonial). E di questo sereno menefreghismo collettivo approfittano sistemi di caporalato e di sfruttuamento industriale che producono incidenti in tutto il mondo, dal  Rana Plaza in Bangladesh ai cortili di casa nostra, per produrre merda a basso prezzo. Che a volte si vende nei sottoscala, a volte è addirittura esposta sugli scaffali delle griffe, con prezzi artatamente scandalosi: e che sempre merda rimane. D’altronde, per capire basta dare un’occhiata a questa tabellina, magari sostituendo Bangladesh con Prato, Italia.

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Anche i #guerrieri, nel loro piccolo, si incazzano

Posso dirlo? A me questa campagna non è piaciuta fin dal primo momento. La mia percezione immediata, a pelle, è stata quella di un reazionarismo orwelliano strisciante. Non voluto, magari, ma presente. La gente comune, con facce e sembianze da prigionieri da campo, che vive in una terrificante società fatta di difficoltà e di sfighe e che non ha via d’uscita se non quella di combattere per sopravvivere, ma senza speranza di cambiamento reale. Enel offre la sua energia per andare avanti, lottare insieme e vincere: “raccontaci la tua storia e condivideremo insieme sfide, fatiche e speranze”. Insieme? Vincere? Ma vincere cosa? Alla iniziale irritazione aggiungete una campagna martellante in televisione, sui giornali, alla radio e persino su Twitter (con post sponsorizzati!) e la frittata è fatta: repulsione allo stato puro.

Secondo Enel #guerrieri è “un’iniziativa che ti permette di far sentire la tua voce. Cerchiamo i #guerrieri del quotidiano (ma per fare cosa, di grazia?). Quelle persone che, tra mille difficoltà, stringono i denti e vanno sempre avanti. Che sia sul posto di lavoro, in famiglia, nel volontariato, che sia in risposta a una malattia o a un problema economico, i #guerrieri non mollano”. Ma io non faccio la guerra, al massimo lavoro. E la guerra contro chi? Chi diavolo è il mio nemico? E non contenta, diabolicamente perseverando, Enel aggiunge che si tratta di uno storytelling (sic!) che prevede anche dei seguaci: “tu puoi diventare Seguace delle storie che ti piacciono. In questo modo potrai sostenere altri #guerrieri che lo meritano, in uno spirito di collaborazione, più che di competizione: la lealtà è una caratteristica importante dei #guerrieri”. Una via di mezzo fra il Gladiatore e Dolce Remi, insomma.

In sostanza: le menti che hanno dato vita a questo messaggio ci mandano a dire che non c’è niente da fare: dovete soffrire, soffrire e soffrire, e l’energia per schiattare ve la diamo noi, tanto non andate da nessuna parte. Peccato, a voler essere puntigliosi, che Enel l’energia non ce la regali, ma ce la venda: non si capisce, insomma, quale sarebbe lo spirito di condivisione con cui una grande azienda promuova questa sorta di fratellanza degli schiavi. E poi, a volerla vedere in un’ottica di responsabilità sociale, che ne sappiamo noi di cosa fa davvero Enel, di quali accorgimenti usa per tenere in debito conto le aspettative dei suoi stakeholder, lavoratori e clienti? Cosa ci trasmette con questa campagna? Che livello di coinvolgimento c’è rispetto alle dinamiche interne dell’azienda? Zero: sta alla finestra a vederci sgobbare. C’è sul piatto un mero marketing che sta diventando, anche alla luce delle voci di costruzione artificiosa della rete di sostenitori, un clamoroso boomerang. Dopo Barilla ed Enel, forse è ora che alcune aziende comprendano che consumatori e cittadini, soprattutto in tempi di crisi profonda, non sono disposti a bersi qualsiasi cosa tutto d’un fiato e che possono anche girargli le scatole. Anche i #guerrieri, nel loro piccolo, si incazzano.

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Quel piedino dentro

Il nodo della c.d. stabilizzazione dei precari nel settore pubblico sembra essere uno dei punti di maggior criticità nei già difficili rapporti all’interno della maggioranza che sostiene il Governo di Enrico Letta. È di queste ultime ore, infatti, l’ultimatum che hanno lanciato avverso il decreto “salva-precari”, quasi all’unisono, l’ex Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta del PdL (pardon, Forza Italia) e i parlamentari Ichino e Lanzillotta di Scelta Civica (in questo corroborati da una lettera di critiche “riservata” che il senatore Monti aveva trasmesso al Ministro D’Alia). Dopo una replica piccata del Ministro della Funzione Pubblica, è poi arrivato sul decreto il parere formalmente favorevole, ma di fatto recante pesanti condizionamenti, nella Commissione Lavoro al Senato, col voto di PD, FI e SC e l’astensione del M5S.

Precari brutti, sporchi e cattivi? Dopo aver sudato le proverbiali sette camicie nel districarmi fra articoli, commi, rimandi su rimandi (il tutto riservato agli iniziati della setta del drafting legislativo), ho capito che il decreto n. 101 del 31 agosto prevede la possibilità di tenere concorsi, al netto della mobilità da fare e dei tagli in corso, riservati a chi abbia lavorato almeno tre anni negli ultimi cinque come precario a tempo determinato nella P.A. Ma già l’ultima legge di stabilità disponeva la facoltà per le amministrazioni di effettuare concorsi con riserva del 40% a favore dei tempi determinati da almeno 3 anni, nonché per i titolari di contratto di collaborazione coordinata e continuativa nell’amministrazione che emana il bando (articolo 1, comma 400 della legge 228 del 2012. Sì, 400!). Insomma, già alla fine dello scorso anno, mentre al Governo sedeva Mario Monti, si era partiti con una stabilizzazione ben più ampia e col voto favorevole di coloro che oggi gridano allo scandalo.

Questo amarcord mi serve per tentare di fare alcune considerazioni atecniche sulla questione precari (per un’ottima ricostruzione tecnico-nornativa vi rimando qui), la prima delle quali è che tutta la vicenda è permeata da una gigantesca e sfacciata ipocrisia. Siamo, infatti, arrivati alla paradossale situazione in cui, nel corso di una feroce crisi economica e sociale, sono sulla bilancia, e oggetto di polemica politica, le vite di migliaia di lavoratori da una parte, e il principio della certezza delle regole dall’altra. Da una parte ci sono i precari di vario tipo che vivono nell’incertezza ma per i quali occorre domandarsi in tutta onestà come siano stati reclutati all’origine. Con una attenta comparazione dei profili? Con avviso in rete? O con la classica chiamata ad hoc grazie ad una qualche conoscenza? Ebbene, va detto senza infingimenti che la stragrande maggioranza ha cominciato grazie ad una amichevole segnalazione, bravi o non bravi. Inoltre, essi sanno bene che il loro contratto, qualunque esso sia, non fa scaturire alcun diritto all’assunzione definitiva. Ed ecco cosa troviamo sull’altro piatto della bilancia: la Costituzione che, all’articolo 97, statuisce che nella pubblica amministrazione di entra tramite concorso “salvo i casi stabiliti dalla legge”. Limpido. Eppure ben sappiamo come questi “casi” abbiano fatto da battistrada a legioni di infornati nella P.A., miracolati, fideles e tesserati, di fronte ai quali i precari del XXI secolo possono fregiarsi di aureole ed alucce.

Ma come ci siamo arrivati? Come siamo arrivati a dover scegliere fra un sacrosanto rispetto delle norme costituzionali a tutela del bene comune e le vite di un numero impressionante di donne e uomini, giovani ed ex giovani, cittadini italiani? Perché si è scelto – scientemente – di imbarcare decine di migliaia di giovani nelle amministrazioni (direttamente, nelle partecipate, con incarichi di vario tipo) offrendo loro una speranza? Perché non si è scelto di puntare a far lavorare bene chi è già nella P.A., senza riforme epocali una dopo l’altra ma avviando una riorganizzazione seria che permettesse di fare concorsi per reclutare giovani motivati? E perché perpetuare questo vizietto tutto italiano secondo cui intanto metti un piedino dentro che poi si vedrà?

Tanta politica ha da sempre utilizzato, con la complicità dell’alta burocrazia, i pubblici uffici come merce di scambio, senza scrupoli e giocando sul breve termine, utilizzando la cosa pubblica per premiare, gestire, scambiare. Poi qualcuno, tanto, ci avrebbe pensato. Ecco, ci siamo: dove sono gli innocenti e dove sono i colpevoli?

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