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L’Italia cattivista

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Un Paese che fa integrazione non è più debole degli altri, ma più sicuro degli altri”, ha dichiarato il Ministro degli Interni Minniti. Ed è da qui che vorrei partire, tenendo ben presente che il tema migranti, legato a quello del benessere socio-economico del ceto medio in difficoltà, sarà una delle chiavi di volta della prossima campagna elettorale. E con ragione. È un tema epocale, che investe milioni di persone in Europa e, soprattutto, all’interno dell’Africa, tenendo assieme, da un lato, la fuga dalle guerre e la speranza in un futuro economicamente migliore e, dall’altro, la tenuta dei sistemi sociali e di welfare occidentali e dei diritti umani. È una delle partite complesse della modernità che impattano con forza sull’immaginario collettivo prima ancora che nel quotidiano, che va affrontata seriamente, con una visione di lungo periodo senza umanitarismi di facciata e, al contempo, non dimenticando neppure per un secondo che l’Italia è stata nazione di emigranti. Questa, credo, la base da cui far partire ogni ragionamento solido per politiche sostenibili, che pesino in termini di decenni e non dei pochi mesi che ci separano dalle elezioni. Politiche che, per riprendere le parole di Marco Minniti, non possono che essere di integrazione. Eppure, il quadro che esce dell’Italia di questa estate rovente non è dei più idilliaci. La Penisola, almeno a sfogliare le prime pagine di certa stampa e a dar retta ai social network, sembra investita da una marea nera di rabbia schiumante, di odio per il diverso e di attacchi senza freni agli immigrati, per tacere, naturalmente, degli innumerevoli, inqualificabili insulti rivolti quotidianamente a Laura Boldrini (dei quali, prima o poi, sarà opportuno individuare i mandanti morali). Spunta, insomma, un’Italia spaventata, rancorosa. Un’Italia cattivista che vede mobilitato il bruto digitale (secondo un’efficace definizione di Beppe Severgnini) contro coloro che, sprezzantemente, vengono definiti buonisti. Non voglio entrare nel merito dell’azione politica del Governo e delle forze di opposizione: non sono un esperto di movimenti migratori, di politica internazionale o di geopolitica. Mi limito ad osservare come sembri che un approccio di tipo razionale sia stato totalmente accantonato per lasciare il posto ad un ringhiare scomposto che non dovrebbe trovare cittadinanza in un Paese civile. Traduco: la discussione non si incentra su come gestire in maniera virtuosa il fenomeno migratorio ma trascende nel berciare rumoroso sulla delinquenza degli immigrati ed il loro numero crescente. Parole in libertà. Gli immigrati commettono reati? Certo, alcuni di loro sì, e vanno puniti secondo legge. C’è un’invasione o, per alcuni, un’islamizzazione dell’Italia? I numeri ci dicono di no e sarebbe buona norma ricordare che, fortunatamente, viviamo in uno Stato di diritto, eguale per tutti, qualunque sia la religione, il colore della pelle o la nazionalità. Diciamocelo: cento, mille o diecimila esaltati sui social network non rispecchieranno certamente il sentimento di un Paese, ma desta sconcerto che interminabili sequele di mostruosità siano state tranquillamente sdoganate e possano circolare in rete senza sollevare ondate di sdegno. Il fatto che i migranti vengano apostrofati come “negri” e, con sarcasmo peloso, “risorse”, invocando le camere a gas come soluzione del problema, sono solo eccessi di squilibrati? Forse. Ma il dilagare e la passiva accettazione di un certo linguaggio è certamente parte di un vero e proprio incattivimento delle coscienze cui occorre dare risposte ferme. Le prime debbono essere quelle della politica, in merito ad una gestione rigorosa del dossier migranti che risponda in primo luogo a quei cittadini che, legittimamente, sono timorosi della tenuta del loro benessere e che, allo stesso tempo, tenga conto della dignità e dei diritti di chi cerca una vita migliore, con un approccio che non può che essere multilaterale e non estemporaneo. Le altre, invece, spettano alla società civile e ai mezzi dell’informazione (piattaforme social incluse), che devono respingere con fermezza la deriva razzista che è sempre più evidente e che rischia di trovare un’insperata legittimazione. Il caso di Don Biancalani, parroco del pistoiese, è esemplare: il post con cui mostrava in piscina i migranti che danno una mano in parrocchia e in cui affermava di considerare propri nemici i razzisti e i fascisti ha scatenato feroci reazioni con accuse deliranti di anti-italianità, sino alla sconcertante azione parasquadrista di giovani di belle speranze di Forza Nuova, pronti a “vigilare” sull’operato del parroco. Una risposta ad una provocazione politica, ha dichiarato in televisione uno spericolato giornalista. Non serve troppo sale in zucca per cogliere lo spietato calcolo politico di chi ha speculato su vicende come questa o continua a lucrare su episodi terribili come lo stupro di Rimini compiuto da alcuni criminali, al momento individuati come marocchini, a danno di una turista polacca e una transessuale. I pochi sprazzi di lucidità di molta classe politica su questi aspetti sembrano, al momento, insufficienti a ricondurre il dibattito sui binari di un’analisi ragionata e del confronto civile e temo che far leva sulla paura e sull’ignoranza dei fatti, dei dati e dei numeri sia un fattore troppo potente da contrastare, in questo momento storico. Giudico intellettualmente disonesto, nonché irresponsabile, mettere in relazione l’accoglienza, spacciata per invasione, e i liquami razzisti, quasi ne fossero l’inevitabile effetto. O, ancor peggio, follia terrorista e richiesta dello ius soli: una vera integrazione – sociale ed economica – secondo l’ordinamento giuridico del Paese ospitante è una delle armi più efficaci per combattere il terrorismo dei fanatici religiosi e, allo stesso tempo, una chiave per aumentare il benessere generale interno. Fare appello alla Costituzione, alla legge, ai rudimenti della civiltà europea è, mai come oggi, un dovere civico di tutti. In mancanza, basterebbe dell’elementare buon senso: quello che oggi, però, paurosamente scarseggia.

Pubblicato su Linkiesta

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A proposito di libertà di espressione

Da qualche anno tengo questo blog, dove scrivo di amministrazione pubblica, politica, attualità: sostanzialmente scrivo di qualsiasi cosa mi passi per la testa, con l’unica cautela di usare il cervello e non calunniare nessuno. Considero utilizzare le opportunità che mi offre la tecnologia un dovere civico, prima che un diritto. Credo che lo stesso fosse per Raif. Con qualche piccola differenza. Chi è Raif? Oggi, venerdì 9 gennaio, Raif Badawi, blogger saudita, riceverà le prime 50 delle 1000 frustate cui è stato condannato. Le frustate, oltre a ben 10 anni di carcere e una multa di un milione di rial sauditi, sono la conseguenza di un reato gravissimo, almeno per le autorità saudite: l’esercizio del diritto alla libertà d’espressione, attraverso la creazione e gestione del forum di discussione “Liberali dell’Arabia Saudita”. Riporta il Corriere della Sera che le 50 frustate saranno somministrate in pubblico a Gedda dopo la preghiera del venerdì, all’esterno della moschea di al-Jafali. Le restanti 950 frustate saranno eseguite nelle 19 settimane successive. La punizione a Raif, riportano fonti della Associated Press, servirà da esempio ad altri, secondo le autorità. Ne ha dato notizia Amnesty International che segue il caso del blogger dal giorno del suo arresto, il 17 giugno del 2012. Ricorda il Corriere che l’Arabia Saudita aveva condannato la strage di Parigi del settimanale satirico Charlie Hebdo. Ecco, così per ricordarci di quanto sia prezioso quello che spesso diamo per scontato.

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