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Di chi sono quelle manine sulle norme?

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Si spegne la polemica sulle norme approvate dal Governo lo scorso 13 aprile che, intervenendo sul Codice degli appalti, avrebbero depotenziato le funzioni dell’Autorità Nazionale Anti Corruzione guidata da Cantone. I maggiori quotidiani si sono esercitati sulla dimensione tutta politica della vicenda, cercando di identificare la “manina” che avrebbe sbianchettato il famigerato articolo 211 del Codice e gli eventuali mandanti. Aldilà della dietrologia da intrigo di Palazzo, tuttavia, il solo Luigi Ferrarella sul Corsera sembra aver colto un altro e non meno importante aspetto della questione, che attiene alla formazione delle norme e alla trasparenza del procedimento. È noto, infatti, che i testi approvati dai Governi non siano immediatamente disponibili, per svariati motivi ma sostanzialmente riconducibili alla formazione “in divenire” dei testi che, molto spesso, vengono approvati con la formula “salvo intese”. Ciò sta a significare che sono in corso ulteriori approfondimenti di natura tecnica che spostano in avanti la chiusura formale del testo. La vicenda ANAC ha, da questo punto di vista, scatenato la caccia al colpevole: un qualche ministro birichino o il solito, onnipotente burocrate? Partiamo intanto da un tema più generale, che è opportuno tenere presente: il boccino della legislazione è ormai in gran parte passato al Governo, in Italia come negli altri Paesi europei. Tra decreti-legge e decreti legislativi, questi ultimi basati su una delega del Parlamento, le Camere hanno in gran parte abdicato alla funzione che la Costituzione riserva loro all’articolo 70: alta complessità delle materie da normare, necessità – spesso ingigantita – di interventi in tempi rapidi e una ormai acclarata ipertrofia legislativa, da tutti denunciata ma assai praticata, sono alcuni dei motivi che hanno condotto ad uno stato di fatto su cui è oggettivamente molto difficile intervenire. Se a questo si aggiunge poi l’annoso problema della leggibilità degli atti legislativi, inversamente proporzionale alla natura tecnica degli stessi, il quadro non appare roseo. L’attività legislativa dell’Esecutivo poggia, ovviamente, sul lavoro dei tecnici e degli uffici legislativi dei ministeri, chiamati a dar corpo a input politico-parlamentari spesso in tempi assai brevi, con scambi vorticosi per e-mail dei testi destinati all’approvazione. Una modalità turbo, tanto da domandarsi attoniti come si lavorasse con altrettanta rapidità eoni fa, in assenza di computer e posta elettronica. Insomma, se questo è il contesto con cui, piaccia o non piaccia, si ha a che fare, non solo appare di poco interesse la ricerca della manina e del colpevole, ma diventa assai complicato costruire la tracciabilità delle norme che Ferrarella correttamente auspica. E, d’altronde, l’interlocuzione anche convulsa fra ministri e ministeri sta nelle cose e attiene alla necessaria libertà d’azione che pertiene ad una normazione complessa. Se appare difficile invertire la rotta in tempi brevi, esiste però, come sostenuto da molti osservatori a più riprese, una medicina efficace: il Consiglio dei Ministri approvi testi che, sia in sede di prima approvazione che in forma definitiva, siano resi disponibili a tutti in rete, in maniera trasparente. Raggiungere l’obiettivo comporterebbe, a ritroso, un lavorìo non da poco: come ha evidenziato Luigi Oliveri, “si procederebbe più a rilento, con maggiore fatica” e, tuttavia, “con quella ponderazione necessaria ad adottare atti redatti in modo completo, basati su valutazioni di impatto ben realizzate”. In parole povere meno norme, più chiare e per tutti. Roba forte, ragazzi.

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Patrimoni dei dirigenti pubblici: parla l’ANAC

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Si complicano i giochi per la pubblicazione dei dati patrimoniali dei dirigenti pubblici, che una recente norma, in ossequio ai principi del FOIA (il cosiddetto Freedom of Information Act, in materia di trasparenza), aveva reso obbligatoria, equiparando i grand commis ai politici. Dopo un ricorso al Tar da parte dei dirigenti del Garante della privacy, accolto con sospensiva, e quello di Unadis, il sindacato dei dirigenti pubblici, arriva la Delibera numero 382 del 12 aprile 2017 dell’ANAC. L’Autorità Nazionale Anticorruzione ha sospeso una sua precedente delibera sulla pubblicazione in attesa che la giustizia amministrativa definisca il giudizio nel merito o in attesa di un intervento legislativo chiarificatore da parte del Parlamento. Dopo il fuoco e fiamme di alcuni quotidiani sulla faccia di bronzo dei dirigenti, poco inclini a svelare le loro ricchezze e protettori di ladri e malviventi (ebbene sì, è stato detto anche questo), l’Autorità guidata da Raffaele Cantone, posta la necessità di evitare alle amministrazioni situazioni di incertezza sulla corretta applicazione delle norme, con conseguente significativo contenzioso, nonché disparità di trattamento fra dirigenti appartenenti ad amministrazioni diverse, ha messo un punto ed è andata a capo. Sia chiaro: l’ANAC non interviene sull’obbligo di legge circa la pubblicazione che, in quanto tale, va rispettato e può, ove ritenuto non conforme al quadro costituzionale, essere contestato nelle sedi giudiziarie. Si limita a fare un passo indietro circa le indicazioni operative in precedenza stabilite dato il quadro di incertezza generato da due giudizi in attesa di definizione davanti il giudice amministrativo.

Il punto del contendere è noto: un decreto del 2016, che sarebbe divenuto efficace proprio in questo periodo, stabiliva che venissero resi noti per i dirigenti pubblici, analogamente ai politici, i dati su proprietà immobiliari (case e terreni), beni mobili iscritti in pubblici registri (auto e moto), azioni e quote di partecipazioni a società, estendendo tale obbligo al coniuge e ai parenti entro il secondo grado. Insomma: obbligo di rendere pubblici con pubblicazione sui siti delle amministrazioni non solo i redditi, ma l’intero patrimonio del singolo dirigente e della sua famiglia. Un obbligo, è bene ricordarlo, già in vigore nei rapporti con le amministrazioni di appartenenza, che da anni detengono i dati in parola, disponibili per lo scrutinio delle competenti autorità in caso di bisogno. Non intendo ritornare sul fatto che in molti hanno baldanzosamente portato avanti una distorta concezione di trasparenza, che omaggia l’assunto che il burocrate sia potenzialmente corrotto e che spetti a lui dimostrare come ha avuto quella casa, quella macchina, quel terreno. Va detto, tuttavia, che la pronuncia dell’ANAC è importante perché segna il punto del funzionamento del sistema che, pur con tutti i nodi da risolvere in quanto a semplificazione e speditezza, non può e non deve conformarsi ai processi mediatici e alle condanne in rete. E funziona, aggiungo, a prescindere dalla rabbia dei cittadini, molto spesso più che comprensibile, che viene cavalcata ad arte e con pochi scrupoli da chi agita le acque seguendo le proprie personali agende. La pronuncia dell’Autorità Anticorruzione impone una pausa di riflessione: la cosa pubblica, a dispetto dei tanti Mr. Wolf nostrani, è complessa. A volte complicata, non c’è dubbio. Ma la sua gestione, così come la risoluzione delle controversie, richiedono passaggi codificati, senza crociate, social o meno. Si pronuncerà un giudice sul merito della questione, mentre saranno le amministrazioni a dover valutare come comportarsi nell’attesa del giudizio. O, come auspica l’ANAC, in attesa di un intervento legislativo che, magari, rimetta mano al peccato originale di aver voluto equiparare burocrazia e politica, assecondando la pancia in luogo della testa. Una riflessione di cui, ne sono certo, potranno trarre giovamento un po’ tutti, haters e crociati inclusi.

È lo Stato di Diritto, bellezza.

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L’agorà elettronica? Calma e gesso

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Ha fatto notizia l’annuncio dell’assessora alla Roma Semplice, Flavia Marzano, sulla rivoluzione digitale che il Movimento 5 Stelle intende promuovere nella Capitale. L’idea è introdurre petizioni popolari on line con la possibilità di illustrarle in aula, l’abolizione del quorum di partecipazione per i referendum comunali con il voto elettronico e l’introduzione del bilancio partecipativo. Attraverso una modifica dello Statuto di Roma Capitale si vuole passare, come è stato sostenuto nella conferenza stampa di qualche giorno fa, da Mafia Capitale alla capitale della democrazia diretta. Come ha dichiarato la Sindaca Raggi sul blog di Beppe Grillo “la democrazia rappresentativa si sta destrutturando e stanno emergendo nuove forme di partecipazione popolare dal basso in tutto il mondo, anche per la difesa dei servizi pubblici locali. Devono essere i cittadini e le comunità locali a governare le città attraverso internet, utilizzando l’intelligenza collettiva. Il web sta rivoluzionando i rapporti esistenti tra cittadini ed istituzioni rendendo attuabile la democrazia diretta, così come applicata ad Atene e nell’antica Grecia”. Le risposte non si sono fatte attendere e, aldilà delle critiche delle opposizioni, Sabino Cassese dalle colonne del Corriere della Sera ha bocciato senza appello la proposta ricordando come Norberto Bobbio sostenesse che il cittadino totale, chiamato a partecipare dalla mattina alla sera alle decisioni della comunità, è non meno minaccioso dello Stato totale. Aldilà delle polemiche e delle schermaglie politiche, tuttavia, la rilevanza del tema richiede di capire meglio come si articolino le proposte grilline.

Per quel che riguarda il bilancio partecipativo, nulla quaestio: la costruzione del bilancio con una consultazione dal basso, mettendo in grado i cittadini di interagire e dialogare con le scelte delle Amministrazioni per modificarle e orientarle, è un’esperienza consolidata in vari paesi, Italia inclusa, e negli stessi municipi romani non sono mancate in anni passate esperienza di questo tipo. Per quel che riguarda l’introduzione di petizioni popolari elettroniche (le petizioni presentate in forma cartacea sono già previste dall’articolo 8 dello Statuto), difficile intravedere obiezioni, anche se l’utilizzo delle tecnologie informatiche per facilitare la presentazione di petizioni da parte dei cittadini potrà rivelarsi di una qualche utilità solo a fronte della capacità (e volontà) delle forze politiche di valutarle e dar loro eventualmente un seguito. Sembrano invece di maggior interesse le proposte tese ad introdurre il voto elettronico (e-voting) per i referendum locali, che si intendono inoltre caratterizzare per la eliminazione del quorum. Una tale modifica potrebbe consentire a gruppi organizzati di cittadini, ancorché poco numerosi, di tentare di incidere sul quadro legislativo locale senza la tagliola del quorum e, conseguentemente, portare alla valutazione della comunità territoriale un ventaglio potenzialmente amplissimo di proposte. Da questo punto di vista la proposta appare certamente legata all’idea di maggior democrazia nei processi decisionali, facendo sì che – potenzialmente – un ampio numero di questioni venga portata al giudizio dei cittadini. Alcune indispensabili cautele, tuttavia, vanno adoperate. Intanto sul voto elettronico che, sebbene molto utile in alcuni casi (si pensi, ad esempio, alle persone impossibilitate a recarsi ai seggi per invalidità, disabilità o malattia), mal si attaglia al profilo del dovere civico che il voto porta con sé, e che richiede un impegno in prima persona da parte del cittadino, che deve recarsi alle urne per compiere la propria scelta democratica. In questo senso numerose sono le osservazioni formulate dalla Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa. Per quel che concerne il referendum senza quorum, inoltre, se permette il dispiegarsi di una serie di istanze dal basso, presenta allo stesso tempo il rischio – potenziale, ma concreto – di intasare uffici comunali e cittadinanza in una consultazione perenne sulle questioni più varie, le quali possono oggettivamente rivestire un interesse trascurabile per la collettività. Da questo punto di vista è bene ricordare che la democrazia rappresentativa, con tutti i suoi difetti, ha il pregio di consentire di delegare le decisioni attraverso il voto, lasciando ai cittadini lo svolgimento delle loro faccende quotidiane. Questo, naturalmente, presenta lo svantaggio di poter alimentare la costruzione di consistenti sacche di potere e di rendere difficoltoso l’esercizio della “sovranità popolare” fra una scadenza elettorale e l’altra.

È il problema delle società complesse, lontane anni luce dalla agorà ateniese, dove gli uomini liberi (e solo loro) si riunivano per prendere assieme le decisioni delle cosa pubblica. La nostra è una società della poliarchia, come ricordava Dahl, e richiede indubbiamente per il singolo un grande sforzo per incidere sulle decisioni che in suo nome vengono prese nelle assemblee rappresentative, con o senza l’ausilio e l’intermediazione di forme partito. Non serve, dunque, dismettere con una semplice scrollata di spalle la proposta grillina che, in ogni caso, risponde ad un’esigenza concreta e su cui è opportuno si apra una discussione seria. Purché si ricordi sempre che in una società in cui il voto si eserciti con un click si realizzerebbe il più totalitario dei regimi, in cui varrebbe tutto ed il contrario di tutto, in un vortice decisionale (meglio, decisionista) che costituirebbe l’esatto opposto della democrazia, che, in ultima analisi, richiede ponderazione e tempi adeguati. Web o non web.

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Dirigenti pubblici, mariuoli a prescindere

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Ci risiamo, i soliti dirigenti che si nascondono dalla luce dei riflettori e che tramano nelle segrete stanze, stavolta avverso il sacro totem della trasparenza! Dopo la recente pronuncia del TAR del Lazio che ha bloccato la pubblicazione di alcuni dati relativi ai patrimoni dei dirigenti in servizio presso il Garante della Privacy, si levano le critiche contro i burocrati che remano contro e, come tanti piccoli Scrooge, chiudono a chiave le loro privatissime casseforti. Prima di dare inizio ai roghi, proviamo però a fare un po’ d’ordine. Partiamo col ricordare che un decreto del Governo dello scorso anno, nel modificare una norma del 2013 sulla trasparenza totale (il cosiddetto FOIA, Freedom of Information Act), ha aggiunto una serie di notizie che i dirigenti pubblici vengono obbligati a fornire e pubblicare. E’ noto che da anni sono consultabili sui siti istituzionali delle amministrazioni le retribuzioni e gli emolumenti di dirigenti, cosa sacrosanta e in tempi non sospetti caldeggiata dalla Associazione dei dirigenti ex allievi della Scuola Nazionale di Amministrazione. Ora, tuttavia, si chiede che – analogamente ai politici – vengano pubblicati i dati su proprietà immobiliari (case e terreni), beni mobili iscritti in pubblici registri (auto e moto), azioni e quote di partecipazioni a società, estendendo tale obbligo al coniuge e ai parenti entro il secondo grado. Traduco: non ci si limita ai redditi, ma si rende pubblico il patrimonio del singolo dirigente e della sua famiglia. Senza far cenno alla costruzione astrusa della norma, che fa addirittura riferimento alle spese sostenute per la campagna elettorale (operando un richiamo agli eletti senza un minimo di aggiustamenti), e mentre il sindacato Unadis annuncia una battaglia legale avverso questi ulteriori obblighi, partono gli strali contro i mandarini, utilizzando un argomento apparentemente efficace ma, a mio parere, devastante: chi ricopre incarichi pubblici deve far sapere non solo quanto guadagna ma anche a quanto ammonta il proprio patrimonio perché, in caso di possibili arricchimenti non confacenti ai suoi introiti, si potrebbero configurare casi di corruzione. Ebbene, pongo una serie di obiezioni. La prima: il dirigente non è un politico, ha vinto un concorso pubblico ed è sottoposto ad una interminabile lista di controlli di carattere amministrativo, penale, contabile, organizzativo e chi più ne ha più ne metta. La seconda: far passare una tesi del genere significa dare come assunto il fatto che il burocrate è potenzialmente corrotto e che spetti a lui dimostrare come ha avuto quella casa, ottenuto quella macchina, acquistato quel terreno. Mariuoli a prescindere, avrebbe detto qualcuno. E nel Paese in cui la seconda casa e le proprietà familiari sono dei feticci, sembra un vero cortocircuito logico. La terza, infine: è davvero necessario ingolosire eventuali malintenzionati che potrebbero farsi i conti in tasca e pensare a facili e immediati guadagni grazie alla pubblica ostensione dei patrimoni di un cittadino? Aggiungo un elemento, a scanso di equivoci. Le informazioni patrimoniali sui cui si sta scatenando la zuffa sono in realtà già fornite dai dirigenti da anni: periodicamente, infatti, si dà contro dei propri beni mobili ed immobili e tali informazioni vengono custodite dalle amministrazioni in caso di richieste di controlli o verifiche da parte delle competenti autorità. Ora, è ben comprensibile che dare addosso al dirigente pubblico sia ormai uno sport nazionale e che troppo spesso l’utilizzo preventivo della materia grigia sia esercizio faticoso, soprattutto nell’era dei social network. Ma se persino l’ANAC, che dubito essere un covo di pericolosi complottisti, ha espresso in ben due occasioni fortissimi dubbi su una tale estensione degli obblighi informativi, probabilmente qualcosa che non quadra c’è. Se, tuttavia, la scelta è quella di promuovere il consolidamento di una società di guardoni, invocherei, almeno, un equo trattamento. Vogliamo mettere sul piatto i patrimoni dei dirigenti pubblici e delle loro famiglie (e persino dei funzionari incaricati di posizioni organizzative)? Bene. Si faccia allora altrettanto per gli avvocati, i medici, i commercialisti, i parrucchieri, i giornalisti, i bancari e i maghi della finanza, i macellai e i salumieri, gli accademici e i magistrati, gli ambulanti e i palazzinari, i calciatori e gli antiquari. Se lo scopo è quello della prevenzione della corruzione, si sollevi il velo su tutte le componenti della società. Personalmente, il tutto suona un po’ orwelliano, con una visione sinistra delle nostre comunità. Siamo davvero sicuri di volerci incamminare su questa strada?

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Quella banalità del male che scorre in rete

Difficile trovare spiegazioni di senso all’ondata di odio razzista che si è ormai scatenato in rete: basta digitare qualche termine chiave per restare inorriditi della ferocia con cui si esprimono posizioni che in un paese civile dovrebbero essere condannate senza appello. Sono ormai saltati tutti i freni inibitori della brava gente dello Stivale, quasi vivificati nel poter affidare al web qualsiasi commento che riguardi le categorie preferite dal razzista nostrano: “negri”, “zingari”, “clandestini”, “froci” e così via. Idee poche ma ben chiare: l’invasione straniera (meglio se musulmana) e conseguente minaccia dell’estinzione della razza bianca, secondo alcuni orchestrata dalle Nazioni Unite; l’orgogliosa rivendicazione di essere #padroniacasanostra (hashtag fatto proprio anche da un Governatore di una delle più importanti regioni italiane); l’immigrato o lo straniero criminale per definizione, di fatto animale guidato dai più bassi istinti predatori, come illustra con dovizia di particolari un sito vergognoso come questo; il disgusto per gli “invertiti” contro natura. Una enorme chiazza nera telematica che viene abilmente agitata da certa politica, che soffia sul fuoco e aizza gli animi: respingimenti, affondamenti di barconi, pene sommarie e castrazioni chimiche per gli immigrati criminali, tali per definizione.

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E i frequentatori della rete non si tirano indietro. Impossibile identificare una tipologia del professatore di odio: a parte profili dichiaratamente fascisti o nazisti, regna la persona comune, dal giovane studente all’impiegato con pancetta, sino alla arzilla nonnina che tweetta mentre armeggia in cucina. Ecco allora signore di mezza età che professano apertamente il loro credo fascista e augurano soluzioni finali per gli zingari, anziane inoffensive che si fotografano col cane e parlano di clandestini maiali, medici anestesisti che si professano serenamente razzisti e ragazzine che annunciano allegramente di andare al mare per affogare i clandestini. La banalità del male, avrebbe detto qualcuno. Non mancano naturalmente foto di scimmie tranquillamente accostate a quelle dell’europarlamentare ed ex ministra per l’integrazione Cécile Kyenge, insulti sessisti alla Presidente della Camera Laura Boldrini, “amica dei negri”, indicibili ignominie indirizzate a Khalid Chaouki, giovane parlamentare del PD. Fino a scivolare nel grottesco: profughi grassottelli e con i tablet, colonizzazioni africane e genocidi razziali a danno degli Italiani, i maledetti preti che non accolgono i migranti nelle chiese, la paradossale condanna del razzismo dei finti italiani contro gli italiani veri, leggende di maestre elementari che spiegano fantomatiche teorie gender con dildo e posizioni acrobatiche. Approcci primitivi e di pancia che calpestano secoli di storia e la dignità di un Paese che, tra le mille difficoltà che vive, conta sul valore e la solidarietà di chi ogni giorno salva decine di vite di disperati da morte sicura. Quanti sono i razzisti del web? Chi sono? E cosa dicono, cosa fanno, come si comportano nella vita reale, faccia a faccia? Da dove esce questo ignobile frullato di incultura che appesta la rete? E, soprattutto, cosa fare? Non aveva tutti i torti Umberto Eco a evidenziare che “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E’ l’invasione degli imbecilli”. Ma è comunque difficile fare i conti con tanto odio o con tanta imbecillità, quando la forza di una democrazia matura è quella di garantire la libertà di espressione, anche quella così ripugnante. Credo, tuttavia, che non basti ignorare il fenomeno: va combattuto, va diffuso, va reso evidente e va condannato con forza. Va contrastato legalmente, quando se ne verifichino le condizioni. È una lotta culturale, evidentemente, che deve aver spazio nella quotidianità, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. E tocca a ciascuno di coloro che hanno a cuore una comunità che possa dirsi tale ricordare che i diritti si sommano, non si contrappongono. A dispetto degli imbecilli.

Aggiornato il 30 Agosto 2015

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A proposito di libertà di espressione

Da qualche anno tengo questo blog, dove scrivo di amministrazione pubblica, politica, attualità: sostanzialmente scrivo di qualsiasi cosa mi passi per la testa, con l’unica cautela di usare il cervello e non calunniare nessuno. Considero utilizzare le opportunità che mi offre la tecnologia un dovere civico, prima che un diritto. Credo che lo stesso fosse per Raif. Con qualche piccola differenza. Chi è Raif? Oggi, venerdì 9 gennaio, Raif Badawi, blogger saudita, riceverà le prime 50 delle 1000 frustate cui è stato condannato. Le frustate, oltre a ben 10 anni di carcere e una multa di un milione di rial sauditi, sono la conseguenza di un reato gravissimo, almeno per le autorità saudite: l’esercizio del diritto alla libertà d’espressione, attraverso la creazione e gestione del forum di discussione “Liberali dell’Arabia Saudita”. Riporta il Corriere della Sera che le 50 frustate saranno somministrate in pubblico a Gedda dopo la preghiera del venerdì, all’esterno della moschea di al-Jafali. Le restanti 950 frustate saranno eseguite nelle 19 settimane successive. La punizione a Raif, riportano fonti della Associated Press, servirà da esempio ad altri, secondo le autorità. Ne ha dato notizia Amnesty International che segue il caso del blogger dal giorno del suo arresto, il 17 giugno del 2012. Ricorda il Corriere che l’Arabia Saudita aveva condannato la strage di Parigi del settimanale satirico Charlie Hebdo. Ecco, così per ricordarci di quanto sia prezioso quello che spesso diamo per scontato.

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Oltre le scrivanie c’è un mondo

Fabriano, novembre 2014: un gruppo di dirigenti e manager pubblici dell’associazione di ex allievi della Scuola Nazionale dell’Amministrazione si sono visti per il consueto fine settimana autunnale dedicato al tradizionale raduno “fuori porta”. La mattinata del sabato, nella splendida Sala Biblioteca del Museo della Carta e della Filigrana, è stata dedicata ad uno scambio di idee fra amici e colleghi da Roma, dal Veneto, dalla Basilicata, dall’Umbria, dalla Sardegna. Ecco, quello che segue è un sunto delle cose dette, senza pretesa di organicità, e mandate via Twitter, da cui traspare, a mio modo di vedere, una cosa molto semplice: come dirigenti pubblici vogliamo e dobbiamo partecipare al rilancio del Paese. Con severa autocritica per le cose che non vanno e su cui scontiamo la nostra fetta di responsabilità, ma difendendo il ruolo indispensabile della buona P.A., che ha il ruolo prezioso di garanzia di pari trattamento per i cittadini. Che ne dite?

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: come organizzare con efficacia il lavoro dei funzionari pubblici? Oltre le norme c’è di più

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: quali obiettivi vuole indicare la politica? Dirigenza e politica devono lavorare assieme e ripensare la PA

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: noi dirigenti non siamo di moda, siamo gli antipatici #dirigenti

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: se non recuperiamo produttività difficile parlare di incremento salariale nel pubblico

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: scoramento nel pubblico deriva anche dalla complicazioni delle norme

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: dirigenza deve essere capace di tradurre le norme e parlare ai cittadini in modo chiaro

@alfredoferrante @AllieviSSPA su incremento produttività noi dirigenti PA dobbiamo fare autocritica

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: come dirigenti pubblici dobbiamo difendere nostro ruolo ma allo stesso tempo fare autocritica senza riserve

@AntonioNaddeo @alfredoferrante @AllieviSSPA quanto abbiamo preferito l’adempimento al risultato?

@siboc @alfredoferrante @AllieviSSPA si è abbiamo rinunciato a valutare i nostri collaboratori

@AntonioNaddeo @alfredoferrante @AllieviSSPA e abbiamo accettato valutazioni senza differenze vere

@siboc @AntonioNaddeo @alfredoferrante @AllieviSSPA Vorrei obiettivi orientati alla qualità di quello che faccio.

.@darioq al raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: noi dirigenti non abbiamo una carriera

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: le leggi sono spesso incomprensibili. Ma anche le nostre lettere non scherzano #dirigenti

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: @alfredoferrante “La stampa ci vede come il dirigente che cammina e fa polvere, una mummia”

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: sull’organizzazione abbiamo molto da imparare dai militari

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: difficile contrastare l’informazione mainstreaming sulla PA

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: spesso le proposte dalla dirigenza vengono interpretate come ‘vi state parando il cu**’

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: come dirigenti dobbiamo spiegare ai cittadini cosa facciamo e come. È nostra responsabilità

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: oltre le scrivanie c’è un mondo, del quale dobbiamo far parte come dirigenti pubblici e come cittadini

Raduno @AllieviSSPA #Fabriano14: ci sono tanti temi che furoreggiano sui giornali su cui potremmo spiegare e restituire serenità

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