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Uaiemsiei

Ci risiamo. Di solito rispunta all’improvviso nelle feste, nei matrimoni o nelle serate sulle piazze, per la gioia degli over 50. Ma è solo con l’arrivo dell’orda truzza sulle spiagge che YMCA ritorna inesorabile, magari proprio quando sul lettino, posato il quotidiano, stai per crollare nel pisolo pomeridiano. Ecco, in quell’esatto momento arriva a palla il ritmo incalzante di questo brano immortale del 1978. E mi sta anche bene: rispetto per i classici. Ma che le coattelle panzute di fast food  e i tatuatoni cotti al sole non sappiano fare altro che agitare le braccia a destra e sinistra quando arriva il refrain, è cosa che travalica l’umana sopportazione. Tamarroni dell’italico stivale, guardate e imparate: vanno raffigurate le quattro-diconsi-quattro lettere del titolo: Y-M-C-A. E sapevatelo, cazzo!

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Capeesh?

Che noi Italiani si mastichi poco le lingue straniere è fatto notorio, e che, allo stesso tempo, amiamo riempirci la bocca di anglicismi, è assodato. Dai più innocenti bar, week-end, stress, siamo arrivati, passando per la politica, a Premier, bipartisan, election day, flexibility e social card. Per chi poi frequenti convegni è ormai normale andare a meeting e workshop e rilassarsi ai coffee break o al lunch, prima di ascoltare il chairperson dare la parola a chi illustri il paper della giornata. L’elenco è infinito, anche se, dopo aver sentito parlare di bau beach diventa difficile non farsi venire l’orticaria. Ma tant’è.

Non basta, però. Dopo l’affronto al latino di cui si è parlato recentemente, altra nobile lingua frequentemente strapazzata, ora si sta diffondendo una nuova e più perniciosa patologia, che consiste nell’italianizzare parole inglesi, adattandole al contesto e, molto spesso, facendolo a sproposito. Non si sradica una cattiva abitudine, la si eradica (da to eradicate) ; non si aggiorna un calendario degli appuntamenti, ma si schedula (da to schedule) la giornata; non si suddivide una competenza, la si splitta (da to split); non si riparte da zero, ma si resetta (da to reset); non si inoltra una messaggio di posta elettronica, ma lo si foruarda (da to forward); fino al più terrificante di tutti, ad oggi insuperato ed inarrivabile: non ti aggiorno sulla situazione, ma ti briffo (da to brief, ragguagliare).

Insomma, alla inutilità di utilizzare una parola straniera in luogo di una italiana, si aggiunge il vizietto di coniare novelle mostruosità per circoli da iniziati. Piccole cose, magari, ma che denotano un fastidioso provincialismo e una pigrizia mentale che si assomma ad un impoverimento linguistico che è a dir poco urticante. Ci sono cose più importanti? Eccome. A partire dal downgrading del rating e dall’aumento dello spread! Capeesh?

PS: questo post non c’entra nulla col momento difficile che attraversa l’Italia e con il soffocamento dei blogger indipendenti, ma un po’ di sano reazionarismo semantico-linguistico male non fa…

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Vademecum minimo per referendum 2: pro Nepal

Il solito, perfido Piovono Rane informa che ieri, 9 giugno 2011, alle 13:53, tre giorni prima del voto, il Consolato Italiano di Calcutta (con competenza per il Nepal) ha inviato una e-mail ai cittadini italiani che vivono laggiù (o lassù)  notiziandoli che se vogliono esercitare il loro diritto al voto devono tornare in Italia.  Sembra che l’ e-mail fosse in inglese.

Ho trovato una ulteriore, fondamentale informazione per gli italiani residenti in Nepal: “In occasione delle elezioni amministrative di maggio e giugno 2011 le agevolazioni di viaggio previste dalla Società TRENITALIA possono essere consultate sul sito http://www.trenitalia.com seguendo il percorso >Area Clienti>Condizioni di trasporto>Elettori”. Sono sicuro che gli italiani residenti in Nepal avranno fatto la fila per acquistare i biglietti del treno per l’Italia con lo sconto!

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Strange days

Si sono svolte sabato 12 marzo in tutta Italia una serie di manifestazioni tese a difendere la Costituzione: è stato,  secondo giornali e televisioni, il cosiddetto C-Day (si-dei, l’ha chiamato Lucia Annunziata a “In mezz’ora” su Rai 3). Non è che l’ultima occasione di sfoggiare il nostro inglese maccheronico, omogeneamente diffuso per tutto l’arco costituzionale della politica e ben radicato fra burocrati, comunicatori, pubblicitari e imprenditori. Così, in ordine sparso: No-Tax Day (11 dicembre 2004), Familiy Day (12 maggio 2007), No-B Day (5 dicembre 2009), Vaffanculo Day (almeno un po’ di italiano, 8 settembre 2007), fino al Papa Day (16 maggio 2010) senza dimenticare un altro onnipresente  evergriin, l’election day. Pigrizia mentale, provincialismo o comodità espressiva, mettiamola come si vuole. Tuttavia, pur amando sfrenatamente l’inglese, mirabilmente tollerante, trovo l’italiano una lingua di grande ricchezza: perché non usarla? Non è più trendy?

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La scuola (e l’Italia) di tutti

Sul Corriere della Sera di ieri Ernesto Galli della Loggia parla di «profondo, sentimento di dissociazione psicologica e spirituale degli italiani dalla dimensione della collettività nazionale» a proposito di un aspetto della crisi che la scuola italiana sta attraversando, riferendosi, in particolare, al fatto che i figli delle cosiddette élites vengono spediti a studiare presso scuole straniere: ciao Italia, insomma, dato che non garantisci quella solidità di base per chi conta. Credo che della Loggia abbia ragione da vendere sul punto, solo che la questione non riguarda solo le élites e le private, delle quali, francamente, non mi interessa moltissimo.

Quello che a me sta a cuore, e che credo debba stare a cuore a tutti noi, è il tema della qualità della scuola pubblica, del pieno accesso di tutti all’istruzione e della cura e dello sviluppo delle potenzialità di ciascuno, sulla base dell’articolo 33 della Costituzione che dice che «La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi» e che (lo si dimentica molto spesso in Italia) «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato».

C’è un’idea molto semplice alla base del concetto di comunità: se non si parte dal basso, dai bambini e dai ragazzi, da chi è più debole, di chi sta peggio, non si tiene assieme nulla. Un Ministro aveva detto che le tasse sono bellissime, finendo lapidato: sono bellissime, lo sottoscrivo. La scuola (e la sanità, peraltro) si finanzia con i nostri soldi e ogni sforzo di uno stato “sociale” dovrebbe andare, prima di tutto e prima di lodi e processi brevi (rectius, tagliati), negli investimenti e nello sviluppo di una scuola pubblica (e una sanità pubblica) di qualità, su cui tutti noi abbiamo il dovere di dire la nostra. Gli espatriati della scuola sono l’ultimo sintomo di un problema vasto, che con gli slogan non si risolve. E se provassimo a immaginare un’Italia in cui lo Stato finianzi con i nostri soldi i servizi di base per tutti, magari facendoli funzionare, e i privati fanno liberamente quel che vogliono con i loro soldi? Sarebbe un primissimo passo.

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De buk is on de teibol

Siamo uno fra i paesi più anglofili (e americanofili) del mondo, consumiamo prodotti e servizi d’oltreoceano a ritmi crescenti ma dell’Inglese proprio non vogliamo saperne. Assieme a spagnoli e greci siamo tra le popolazioni europee che peggio parlano la lingua franca dell’età contemporanea: eppure, per le aziende conta di più l’inglese del voto di laurea, come emerge da un rapporto che la Fondazione Agnelli ha condotto tra i direttori del personale.

Purtroppo ancor oggi per gli Italiani l’Inglese è una brutta bestia, portandoci spesso ad un arroccamento a difesa dell’Italiano che, in un contesto globalizzato, ha poco senso. Si tratta di una dicotomia inesistente: se si vuole essere competitivi (espressione che non mi piace) o, più semplicemente, allargare la propria mente e accedere a quello che il mondo offre, non basta l’inglese maccheronico per cui andiamo famosi o infarcire, a ogni piè sospinto, le nostre dichiarazioni e conversazioni (splittiamo? dammi un feedback?? misuriamo le performance???).

Non dico si debba affrontare il Cinese come faceva un fantastico Benigni, ma lo vogliamo attrezzare ‘sto benedetto Paese per far sì che i ragazzi parlino realmente l’Inglese sin dalla scuola? Non il Globish, quel frullato di un migliaio di parole base mal pronunciate, e neppure il broken English che il Principe Carlo deprecava. Yes, we could….

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