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Storia di una idonea italiana

Qualche giorno fa ho pubblicato su Formiche.net un post sulla questione degli idonei ai concorsi pubblici. Di questo argomento avevano, infatti, cominciato ad interessarsi i giornali, anche in vista della programmata manifestazione da tenersi davanti Montecitorio. Il titolo del post (“Idonei in piazza: tutti egualmente scontenti?“) era profetico: si è sviluppato un certo movimento su Twitter e in parecchi mi hanno scritto, a volte con toni duri. Chi mi ha criticato perché troppo severo, chi perché troppo aperturista. Da ex “concorsista” (dal 1992 al 1999 ne ho provati tanti di concorsi, con tante delusioni) capisco benissimo le frustrazioni di chi tenta di lavorare per lo Stato. Nel pezzo che avevo scritto ho cercato di essere intellettualmente onesto, magari duro, ma mettendo in chiaro che il tira e molla dello Stato rende precaria la vita di tanti. Sul meccanismo dei concorsi, poi, ho fatto solo un inciso, ma la cosa meriterebbe una trattazione a parte: non a caso per la dirigenza (e non solo) auspicherei un concorso nazionale per minimizzare l’effetto segnalazione, vecchio e resistente vizietto italiano. Ecco, oggi ho ricevuto una e-mail da una ragazza che mi ha voluto raccontare la sua storia, la storia di una idonea italiana: ha scritto della sua esperienza in modo pacato e efficace, ponendo l’accento su alcuni temi che credo andrebbero affrontati. Le ho chiesto se potevo pubblicare la sua lettera, omettendo riferimenti personali, e lei ha accettato. Per questo, e per aver trovato il tempo di scrivermi, la ringrazio. Buona lettura.

“Buongiorno sig. Alfredo Ferrante, mi presento, mi chiamo C., sono un’idonea di concorsi pubblici iscritta a vari comitati e ho deciso di scriverle per dare un piccolo contributo (spero) al suo approfondimento sull’argomento “idonei di concorsi pubblici”. Al di là della vexata questio circa la posizione giuridica dell’idoneo di concorso pubblico, le racconto brevemente qualche esperienza che mi è capitata come concorsista.

Premesso che sono laureata in Scienze Politiche con indirizzo politico-amministrativo, per cui la conoscenza delle leggi che governano la complessa macchina pubblica è materia di mia competenza, ho iniziato a fare concorsi pubblici dopo la laurea (oltre ovviamente a lavorare e fare tante esperienze di formazione) e da subito mi sono accorta di quante cose non quadravano. Ne ho viste talmente tante che si potrebbe scrivere un libro, ma mi basta solo raccontare una vicenda che mi ha riguardato e che è relativa ad un concorso bandito dall’Arpac (Agenzia per la protezione ambientale della Regione Campania) svolto tra il 2008 e il 2009. Tanto per iniziare non si è trattato di un vero e proprio concorso ma di una selezione pubblica per oltre 200 posti (e già questo e’ anomalo in una Regione dove si ha fame di lavoro) a tempo determinato per 3 anni, sulla base di un comma unico di una legge, L.296/2006 (stabilità 2007) che prospettava il passaggio a tempo indeterminato dei vincitori dopo i 3 anni di assunzione. Partecipai al concorso, risultai idonea per il mio profilo Collaboratore Amm. (D1) piazzandomi una sessantina di posti oltre i 40 da assegnare. Dopo qualche mese dalla pubblicazione della graduatoria, all’Arpac ci fu un blitz dei carabinieri che portarono all’arresto di decine di persone dei vertici dell’Agenzia per aver pilotato appalti e concorsi (quindi anche il mio) nonché di un noto politico campano e della sua signora. Le posto un link. I posti messi a bando, dovevano andare a persone già inserite all’Arpac e il bando era stato dunque costruito ad hoc per gli stessi. Io non avrei mai potuto vincerlo, perché nessuno mi aveva mai chiamato direttamente dall’Agenzia come se fossimo al collocamento del lavoro e non avevo titoli di servizio conquistati a colpi di raccomandazione. Con altre persone abbiamo provato a fare ricorso al TAR di Napoli impugnando le graduatorie che ritenevamo illegittime e lesive nei riguardi di chi si era trovato (da esterno) a partecipare a questa selezione. Risultato? Il Tar ci ha dato torto, ci ha condannato a pagare spese giudiziarie per un errore di ritardo di 1 solo giorno (?) fatto dal nostro avvocato nel depositare il ricorso al TAR. Del processo penale non si sa più nulla e i “vincitori” prima sono stati prorogati poi stabilizzati come da quel comma di cui sopra. Quest’esperienza è  stata per me traumatica.

Nel frattempo ho studiato con tutte le mie forze per  uno dei concorsi  delle 22 procedure del Concorsone di Roma Capitale. Le lascio immaginare il numero dei concorrenti che hanno preso parte al concorso. Senza volermi addentrare anche qui nelle sottigliezze giuridiche dei bandi che danno titoli e preferenze nei riguardi di persone che già lavoravano (ma che non si è mai capito come sono entrate) mi sono piazzata molto meglio in graduatoria, purtroppo sempre come idonea… e sa perché? Perché non ho figli. Se ne avessi avuto almeno uno, anziché essere tra i primi cinquanta idonei della graduatoria, potevo essere tra i 300 vincitori Istruttori Amministrativi. Ci sono purtroppo, a mio avviso, norme che favoriscono anche nei concorsi, persone con requisiti ulteriori che con il merito niente hanno a che vedere. Spero di aver dato il mio piccolo contributo a qualche approfondimento che vorrà svolgere, perché personalmente quello dell’accesso al lavoro pubblico è ancora oggi un tema poco trattato, ma meriterebbe molta attenzione. Troppi accedono senza concorsi (LSU, personale in mobilità non provenienti dal settore pubblico, accesso nella scuola pubblica per lavorare come insegnante o come personale amministrativo, tramite graduatorie che vengono anche manipolate e di cui non si ha conoscenza… e molto altro ancora). I cittadini pagano le tasse per avere servizi efficienti da persone selezionate e dunque qualificate, non per mantenere stipendifici costruiti ad hoc sul consenso elettorale. La ringrazio per avermi letto e spero che avrà la sensibilità giusta per squarciare uno degli aspetti che alimentano la corruzione in questo Paese e le ricadute negative che porta sulla vita di tutti i giorni. Un saluto e una buona giornata”.
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Quel piedino dentro

Il nodo della c.d. stabilizzazione dei precari nel settore pubblico sembra essere uno dei punti di maggior criticità nei già difficili rapporti all’interno della maggioranza che sostiene il Governo di Enrico Letta. È di queste ultime ore, infatti, l’ultimatum che hanno lanciato avverso il decreto “salva-precari”, quasi all’unisono, l’ex Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta del PdL (pardon, Forza Italia) e i parlamentari Ichino e Lanzillotta di Scelta Civica (in questo corroborati da una lettera di critiche “riservata” che il senatore Monti aveva trasmesso al Ministro D’Alia). Dopo una replica piccata del Ministro della Funzione Pubblica, è poi arrivato sul decreto il parere formalmente favorevole, ma di fatto recante pesanti condizionamenti, nella Commissione Lavoro al Senato, col voto di PD, FI e SC e l’astensione del M5S.

Precari brutti, sporchi e cattivi? Dopo aver sudato le proverbiali sette camicie nel districarmi fra articoli, commi, rimandi su rimandi (il tutto riservato agli iniziati della setta del drafting legislativo), ho capito che il decreto n. 101 del 31 agosto prevede la possibilità di tenere concorsi, al netto della mobilità da fare e dei tagli in corso, riservati a chi abbia lavorato almeno tre anni negli ultimi cinque come precario a tempo determinato nella P.A. Ma già l’ultima legge di stabilità disponeva la facoltà per le amministrazioni di effettuare concorsi con riserva del 40% a favore dei tempi determinati da almeno 3 anni, nonché per i titolari di contratto di collaborazione coordinata e continuativa nell’amministrazione che emana il bando (articolo 1, comma 400 della legge 228 del 2012. Sì, 400!). Insomma, già alla fine dello scorso anno, mentre al Governo sedeva Mario Monti, si era partiti con una stabilizzazione ben più ampia e col voto favorevole di coloro che oggi gridano allo scandalo.

Questo amarcord mi serve per tentare di fare alcune considerazioni atecniche sulla questione precari (per un’ottima ricostruzione tecnico-nornativa vi rimando qui), la prima delle quali è che tutta la vicenda è permeata da una gigantesca e sfacciata ipocrisia. Siamo, infatti, arrivati alla paradossale situazione in cui, nel corso di una feroce crisi economica e sociale, sono sulla bilancia, e oggetto di polemica politica, le vite di migliaia di lavoratori da una parte, e il principio della certezza delle regole dall’altra. Da una parte ci sono i precari di vario tipo che vivono nell’incertezza ma per i quali occorre domandarsi in tutta onestà come siano stati reclutati all’origine. Con una attenta comparazione dei profili? Con avviso in rete? O con la classica chiamata ad hoc grazie ad una qualche conoscenza? Ebbene, va detto senza infingimenti che la stragrande maggioranza ha cominciato grazie ad una amichevole segnalazione, bravi o non bravi. Inoltre, essi sanno bene che il loro contratto, qualunque esso sia, non fa scaturire alcun diritto all’assunzione definitiva. Ed ecco cosa troviamo sull’altro piatto della bilancia: la Costituzione che, all’articolo 97, statuisce che nella pubblica amministrazione di entra tramite concorso “salvo i casi stabiliti dalla legge”. Limpido. Eppure ben sappiamo come questi “casi” abbiano fatto da battistrada a legioni di infornati nella P.A., miracolati, fideles e tesserati, di fronte ai quali i precari del XXI secolo possono fregiarsi di aureole ed alucce.

Ma come ci siamo arrivati? Come siamo arrivati a dover scegliere fra un sacrosanto rispetto delle norme costituzionali a tutela del bene comune e le vite di un numero impressionante di donne e uomini, giovani ed ex giovani, cittadini italiani? Perché si è scelto – scientemente – di imbarcare decine di migliaia di giovani nelle amministrazioni (direttamente, nelle partecipate, con incarichi di vario tipo) offrendo loro una speranza? Perché non si è scelto di puntare a far lavorare bene chi è già nella P.A., senza riforme epocali una dopo l’altra ma avviando una riorganizzazione seria che permettesse di fare concorsi per reclutare giovani motivati? E perché perpetuare questo vizietto tutto italiano secondo cui intanto metti un piedino dentro che poi si vedrà?

Tanta politica ha da sempre utilizzato, con la complicità dell’alta burocrazia, i pubblici uffici come merce di scambio, senza scrupoli e giocando sul breve termine, utilizzando la cosa pubblica per premiare, gestire, scambiare. Poi qualcuno, tanto, ci avrebbe pensato. Ecco, ci siamo: dove sono gli innocenti e dove sono i colpevoli?

Pubblicato su Linkiesta

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Le risposte della politica

A sentire di primarie, di rinunce e di conferme, di firme e di appelli, di ‘ndranghete e di sfilate, di formattazioni e di rottamazioni, mi viene da chiedere una cosa: se in occasione delle elezioni nei Municipi, nei Comuni, nelle Regioni e in Parlamento bussassero alla porta dei partiti – di tutti i partiti – ragazze e ragazzi che, dopo avere studiato o lavorato, avessero voglia di mettersi a disposizione per dare un loro contributo, a costoro che cosa risponderebbero i partiti?

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Il mostruoso Leviatano della Coca-Cola. O forse no

Tutti contro lo Stato Etico, come un sol’uomo a dare addosso al Governo Bacchettone, il Grande Fratello che ci vuole per forza belli e sani. Queste in buona sostanza le prime reazioni liberal all’annuncio del Governo di una serie di interventi a tutela della salute dei cittadini. A dire il vero, il c.d. decretone messo a punto dagli Uffici del Ministero della Salute prevede una serie articolata di misure, fra le quali, ad esempio meccanismi di maggiore trasparenza per le nomine a Direttore delle Asl ed il limite a 65 anni per queste posizioni, di fondamentale importanza ai fini del tentativo di estromettere (o limitare lo strapotere del-) la politica nella Sanità regionale. L’attenzione, anche grazie ai titoli dei giornali, si è concentrata però sulla tassazione di bibite analcoliche ed i superalcolici e l’intenzione di lottare più efficacemente contro la ludopatia e il fumo (multe salate a chi vende sigarette a minorenni e divieto di collocare slot machine e affini nelle vicinanze di scuole e ospedali). Ha cominciato Piero Ostellino, il liberale per definizione del Corriere della Sera, che ha aspramente ed articolatamente condannato la pretesa dello Stato di imporre cosa bere o mangiare: “La salute è un fatto personale, che ciascuno gestisce in relazione diretta con la propria libertà di scelta”. Ha martellato garbatamente Enrico Mentana sullo stesso punto, denunciando l’assurdità dell’imposizione etica a chi ha pieno diritto di alimentarsi come vuole. Anche il Sole24Ore (e non c’è naturalmente da meravigliarsene) titola significativamente un corsivo “più educazione e meno balzelli”. I produttori di superalcolici e bibite analcoliche, dal canto loro, parlano di provvedimento odioso. Risultato? Il decreto è già in forse, pronto a slittare.

Ma insomma, al Ministero sono impazziti? Si sono trasformati in una banda di ultraortodossi vegani impegnati in una Guerra Santa contro lo junk food? O sono una banda di arpagoni che vogliono solo spremere tutto il possibile dal cittadino-pollastro? Premesso che il Ministro Balduzzi non è uomo da crociate, a me sembrano provvedimenti di buon senso e credo che le critiche, che pure comprendo, mosse al complesso delle misure, manchino un punto che a me appare di tutta evidenza. Dire che abbiamo il pieno diritto di decidere cosa bere, se fumare, di mangiare sino a scoppiare mi trova perfettamente d’accordo, pena un vulnus alla libertà dell’individuo. Epperò, anche un corretto laissez-faire trova qualche limite. Il primo: pure a non voler richiamare l’art. 32 della Costituzione (“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”), i danni che alcuni cibi o bevande procurano vanno poi curati con i soldi di tutti noi. Parliamo, quindi, di un risparmio finale per la collettività. Ecco però l’obiezione: allora perché, ad esempio, non tassare il vino per stroncare l’alcolismo? La mia prima osservazione è che paragonare una Coca-Cola o una Sprite al Vermentino o al Sangiovese è semplicemente segno di malafede, quando non crassa ignoranza. Parliamo di una tradizione millenaria di una bevanda che è stata per i popoli della Terra un alimento al pari del pane o della carne e che, più prosaicamente, oggi per l’Italia significa qualità e mercati internazionali. La seconda è che qui non si tratta di vietare il consumo (altra disinformazione) ma di renderlo più oneroso. Ribattono però coloro che pongono in primo piano il libero arbitrio dell’individuo che un adulto debba avere tutto il diritto di giocarsi anche lo stipendio, se vuole. Un adulto (forse) sì. Ma un minore? O un anziano?

Ricordo la domanda che ci fece un professore statunitense in un corso di Etica e Politica. Poniamo il caso che arrivi un circo in città e che come numero clou abbia il “lancio di nani”. Vi sia, cioè, lo spettacolo in cui cinque forzuti gareggino nel lancio di persona piccole, una a testa: vince chi le lancia più lontano. Le cinque persone piccole sono ovviamente consenzienti, ed anzi vengono ben remunerate per partecipare. Che ne pensate? Lo Stato dovrebbe vietarlo? Va tutelata la libertà dell’individuo o la dignità dell’essere umano? Va da sé che ero d’accordo nel vietarlo in quanto profondamente ingiusto e lesivo della persona umana. E’ facile capire, insomma, che non è tutto bianco e nero. Pensate all’incommensurabile impatto che la pubblicità di alcune bevande (e prodotti in generale) hanno sui ragazzi. Non siamo forse in una situazione di oggettivo squilibrio in cui chi non ha tutti gli strumenti interpretativi delle cose del mondo (diciamo così) si trova sbatacchiato nella tempesta delle sollecitazioni del mercato? Senza scomodare Naomi Klein credo sia un dovere dello Stato imporre dei limiti e mettere dei paletti a tutela dei più fragili. C’è, tuttavia, un’obiezione che trovo sensata e che mi è stata rivolta via Twitter: spostare le macchinette da gioco sposta solo il problema di 500 metri. Vero. Ecco perché un’attività di controllo non può prescindere da un’efficace attività di informazione, sensibilizzazione ed educazione alimentare ed al gioco. E ha ragione chi nota la schizofrenia di uno Stato Biscazziere da un lato (“Fatemi giocare con la schedina in mano”, ricordate?) e lo Stato Papà che ti sposta le macchinette. Legislatore, Governo, regioni, corpi intermedi vanno ognuno per suo conto, purtroppo: non siamo fortunatamente nel Leviatano di Hobbes ed è difficile individuare una linea di senso concreto, lo ammetto. Tuttavia, ben vengano queste prime misure. E d’altronde, non si ponevano le medesime obiezioni all’utilizzo della cintura di sicurezza sulle auto? Perché dovrei legarmi all’automobile? Se mi schianto sono affari miei? No, sono affari nostri: ed è quello che ci definisce come comunità e non semplice insieme di monadi liberal.

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Uaiemsiei

Ci risiamo. Di solito rispunta all’improvviso nelle feste, nei matrimoni o nelle serate sulle piazze, per la gioia degli over 50. Ma è solo con l’arrivo dell’orda truzza sulle spiagge che YMCA ritorna inesorabile, magari proprio quando sul lettino, posato il quotidiano, stai per crollare nel pisolo pomeridiano. Ecco, in quell’esatto momento arriva a palla il ritmo incalzante di questo brano immortale del 1978. E mi sta anche bene: rispetto per i classici. Ma che le coattelle panzute di fast food  e i tatuatoni cotti al sole non sappiano fare altro che agitare le braccia a destra e sinistra quando arriva il refrain, è cosa che travalica l’umana sopportazione. Tamarroni dell’italico stivale, guardate e imparate: vanno raffigurate le quattro-diconsi-quattro lettere del titolo: Y-M-C-A. E sapevatelo, cazzo!

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Dirigendo si impara

Sono stato invitato a parteciare, in qualità di Presidente della Associazione degli ex allievi della Scuola Superiore della P.A., alla cerimonia inaugurale del nuovo corso-concorso per dirigenti dello Stato: per i non addetti ai lavori, una sorta di accademia della dirigenza pubblica. Tramite (severo) concorso pubblico si reperiscono gli allievi per un corso annuale (più sei mesi di stage) e, alla fine di quel periodo, dopo numerosi esami ed una tesi finale, ai vincitori viene consegnato un ufficio della pubblica amministrazione da coordinare. Chiavi in mano, insomma. E’ uno strumento da proteggere e coltivare quello del corso-concorso, e non a caso alla inaugurazione era presente il Capo dello Stato, a testimonianza della importanza dell’investimento, in termini di tempo, energie e denari che la Repubblica (e intendo proprio la Repubblica) mette in campo per formare nuove risorse pubbliche.

Conto di tornare in modo più articolato sull’argomento reclutamento della dirigenza e SSPA, ma qualche aspetto merita di essere sottolineato. Uno: l’importanza di reclutare persone in gran parte giovani, motivate e che, per una parte, non abbiamo mai lavorato nella pubblica amministrazione. Il contributo di chi non ha vissuto logiche interne, qualsiasi esse siano, è prezioso e va ricercato continuamente perché aiuta a spezzare dinamiche cognitive sclerotizzate e prassi spesso poco virtuose, ricercando soluzioni fuori dagli schemi. Due: più si farà ricorso a una selezione dura, esigente, che tende a trovare e formare le eccellenze a livello nazionale, meno la P.A. correrà il rischio di essere governata male. Non solo si toglie la leva del comando alle singole amministrazioni, che tendono gelosamente a “proteggere” i propri figli, ma si spinge per la formazione di uno spirito di corpo trasversale che troppo spesso è mancato alle amministrazioni italiane.

E, infine, il corso-concorso è uno dei modi migliori per reclutare chi nella P.A. ci vuole lavorare davvero. Non l’ultima spiaggia per chi non ha sbarcato il lunario nel privato o, peggio ancora, comodo arrivo per chi è stato benedetto da leggine ad hoc o paracadutato dal politico di turno, ma missione di servizio per l’interesse generale. Queste ragazze e questi ragazzi che si accingono a lavorare e studiare assieme per mesi e mesi il dirigente lo volevano proprio fare, non ci sono capitati per sbaglio. Sarà compito della Scuola tirar fuori da loro il meglio e creare quel patrimonio comune di idee, valori e competenze che cementeranno un percorso professionale e umano unico. E sono certo che il dirigente lo faranno bene, assieme, confrontandosi e magari dandosi una mano, a tutto vantaggio della Repubblica (sempre quella) e di noi cittadini.

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Contro l’Alzheimer sociale

E’ un dibattito che merita una attenzione tutta particolare quello lanciato da Vita sulla proposta di un servizio civile universale, obbligatorio per tutti. La questione è semplice: dopo la lunga battaglia dell’obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio, che ha portato tantissimi giovani uomini a fare una scelta di espressa rinuncia alle armi, nel 2001 il Legislatore ha voluto istituire il servizio civile nazionale, sulla scorta dell’abolizione della temuta “naja”. E’ una storia affascinante che, grazie alla determinazione di tanti giovani non violenti, fra i quali ho l’onore di mettermi, ha portato la Corte Costituzionale a dichiarare che il dovere costituzionale di difesa della Patria può essere assolto anche attraverso forme che non prevedano l’utilizzo delle armi, segnando un momento alto di progresso civile nel Paese (qua un sunto delle principali vicende dal 1972 ad oggi).

La legge 64 del 2001 sostanzialmente offre a giovani donne ed uomini la possibilità di partecipare ai bandi che vengono appositamente disposti ogni anno per un servizio civile nell’ambito dei servizi socio-sanitari, assistenziali, culturali, ambientali e così via, mentre gli enti di servizio civile sono le amministrazioni pubbliche, le associazioni non governative (ONG) e le associazioni no profit che operano negli ambiti specificati. Ora, posto che non ho mai amato troppo la definizione di “volontari del servizio civile”, preferendo riservare tale termine ai volontari delle associazioni di cui tratta la legge 266 del 1991, ho sempre ammirato ed ammiro coloro che investono un anno della loro vita a favore della comunità. Da questo punto di vista, il tema assume una valenza tutta particolare in un periodo di profonda crisi in cui le difficoltà economiche rischiano di incidere pericolosamente sul collante sociale e familiare nelle società. Oggi perché i giovani dedicano un anno della loro vita al servizio civile? Per i soldi? Beh, una “paghetta” mensile fa comodo, perché di questo sostanzialmente si parla, ma non mi sembra il fattore determinante.

Entrano in gioco, a mio modo di vedere, due elementi complementari: un fattore “ideale” di servizio agli altri e alla comunità, che ricalca in qualche modo le aspirazioni di chi rifiutava di prendere le armi e voleva pur tuttavia servire lo Stato in altro modo, da una parte; la voglia di fare esperienza, di mettersi in gioco e di entrare in una prima palestra del mondo del lavoro, la cui ricerca è divenuta oggi il mantra asfissiante per tutti, giovani o meno giovani, dall’altra. Se questo è vero, l’auspicio del Manifesto per un servizio civile universale potrebbe avere effetti doppiamente positivi. Per le comunità, che si avvalgono di un contributo fresco, di entusiamo e di volontà di fare il proprio magari a favore dei più deboli e fragili. E per i giovani e le giovani che, nel fare una esperienza di lavoro, la legano ad una dimensione fors’anche più importante, quella della partecipazione civica. Insomma, forse sarà esagerato affermare che, come ha dichiarato l’economista Giacomo Vaciago,  il servizio civile obbligatorio sarà la nuova fabbrica degli italiani, ma così male non mi sembra possa fare. Anzi, magari sarebbe un potente antidoto a quello che Guido Ceronetti sul Corriere ha definito “una specie di Alzheimer che incombe su giovani senza memoria viva”. Se non si fosse capito, aderisco.

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