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Fascisti dell’Illinois? No, grazie

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Proprio mentre si discute in maniera accesa in Parlamento sulla proposta di legge del deputato del Partito Democratico Emanuele Fiano circa l’introduzione del reato di propaganda del regime fascista e nazifascista, hanno fatto capolino sui media due episodi “a tema”, l’uno più eclatante dell’altro. Ha fatto scalpore la vicenda dello stabilimento balneare ‘Punta Canna’ di Chioggia in cui, come testimoniato da Paolo Berizzi di Repubblica, il gestore, da tempo ed in tutta libertà, aveva dato libero sfogo alla sua frenesia autarchica tappezzando l’arenile di immagini e slogan del Ventennio e coccolando gli avventori con virili discorsi via megafono sulle sue idee apertamente razziste e omofobe. In 24 ore, dopo l’indignazione seguita alla pubblicazione dell’articolo, è intervenuta la Digos per acquisire tutti gli elementi di indagine. Meno chiasso ha fatto – finora – un’azione apertamente squadrista compiuta da militanti di CasaPound sul lido di Ostia, a Roma. Guidati dal candidato del partito al Municipio, Luca Marsella, un gruppo di appartenenti al movimento, bardati in rosso, ha cacciato dall’arenile romano i venditori di ciarabattole che per quattro spiccioli arrancano sotto il sole, moderni schiavi di padroncini che sfruttano miseria e disperazione. Due vicende incredibili che stanno a testimoniare non tanto l’intolleranza e l’insofferenza alle regole democratiche di una pur esigua minoranza, ma il fatto che nel 2017, nell’Italia che ha vissuto il regime mussoliniano e che ha saputo risollevarsi dalla tragedia bellica voluta dal fascismo sino a divenire uno dei paesi fondatori delle Comunità europee, possano venire tollerati atti, dichiarazioni e comportamenti apertamente antidemocratici. In una parola, fascisti: e come tali incompatibili coi valori della Costituzione.

Ma come è potuto accadere che l’attività del gestore dello stabilimento di Chioggia potesse continuare bellamente senza timore di ripercussioni? Da quanto andava avanti? E come è possibile che appartenenti ad un partito politico, sia pure assolutamente minoritario, possano cacciare dal suolo pubblico quei disperati che sono le prime vittime di un circuito malavitoso di sfruttamento e contraffazione di merci? In pieno giorno, sostituendosi alle forze dell’ordine e senza che nessuno protestasse: a quale indesiderabile toccherà la prossima volta? E secondo quale parametro? Nel Paese in cui solo un mese fa si sono presentate alle elezioni locali formazioni politiche che ostentavano apertamente simboli e slogan del regime fascista non c’è, purtroppo, da stupirsi. Senza riesumare polemiche circa i mancati conti dell’Italia con la propria storia, occorre allora che il dibattito sulla proposta di legge Fiano sia serio e partecipato. L’articolo unico della proposta mira ad introdurre nel codice penale il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista, individuando fra le condotte rilevanti la propaganda di immagini, contenuti, simbologie e gestualità propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista o delle relative ideologie, anche solo con la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni che raffigurino persone, immagini o simboli chiaramente riferiti a questi partiti o ideologie. Costituisce aggravante del delitto la propaganda commessa con strumenti telematici o informatici. Orbene, la proposta Fiano è una legge liberticida o semplicemente fuori dalla storia, come opposto da alcuni partiti politici?

Il tema certamente esiste e va posto: io sono certo che la fibra democratica di una comunità nazionale debba trovare la sua forza nella libera e più ampia circolazione delle idee, anche quelle su cui esista il massimo disaccordo. Tuttavia, la libertà di manifestazione del pensiero, costituzionalmente garantita (art. 21, Cost.), non può calpestare il principio di eguaglianza scolpito nell’art. 3 della nostra Carta, secondo cui tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E quel “pensiero” che inneggi a idee razziste, omofobe o all’utilizzo della violenza come mezzo di risoluzione delle controversie politiche non può trovare diritto di cittadinanza o di tribuna, se non in sede scientifica. Apriamo poi un dibattito sui perché certe idee possano attecchire in alcuni contesti sociali o fra alcuni individui: è quanto mai opportuno. Basta tener presente che non siamo a Chicago, dove i Nazisti dell’Illinois potevano manifestare difesi dalla polizia le loro idee sulla supremazia della razza ariana. Siamo in Italia, nel Paese in cui un gruppo di sgherri fascisti ha ammazzato nel 1924 il deputato Giacomo Matteotti, la cui frase ancora riecheggia alta: il fascismo non è un’opinione, è un crimine.

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Letture estive

Clima brutto, pessimo in questi giorni torridi: volti trasfigurati dalla rabbia, pietre contro rifugiati, odiosi saluti romani esibiti con tracotanza. Ecco, in questo bailamme, se il Segretario Nazionale di un partito, che vuole candidarsi alla guida del Paese, apostrofa come “servi” i Prefetti dello Stato, forse l’unico dei grands corps dell’amministrazione pubblica Italiana, dicendo loro di non “rompere le palle”, e sostiene che quello in carica è un “governo criminale”, può meravigliare che il Vice-Presidente di una regione, membro del medesimo partito, scriva senza problemi sul Prefetto di Roma minacce dal sapore fascista quali “Gabrielli un porco di un comunista al servizio del Pd attento che ti abbiamo segnato sul nostro elenco. Arriveremo. Olio di ricino te ne darei tanto”? Caro Salvini, cari stentorei agitatori di piazze, consiglio una lettura sotto l’ombrellone, vista la calura: è un libello che riporta il titolo “Costituzione della Repubblica Italiana”. E consiglio, in particolare, l’attenta lettura dell’art. 54, ove recita che “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore“. Hai visto mai?

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Gli alfieri della Storia Patria

Ma a voi sembra normale che per entrare allo Stadio Olimpico di Roma la prima cosa che si veda sia una stele in marmo di carrara alta quasi 18 metri con la scritta “Mussolini Dux” e che si cammini soavi su un bel mosaico che riporta la scritta “Duce”? Come se all’Olympiastadion di Berlino si venisse accolti dalla scritta Führer e da svastiche naziste (che pure apparivano sulle torri di ingresso).Teniamoci tutto, per carità, ma proprio là? Ecco perché ho trovato del tutto normale che un anziano partigiano durante la cerimonia in aula a Montecitorio per ricordare il 70esimo anniversario della resistenza abbia chiesto di «ripulire le strade dal fascismo e abbattere la colonna del Foro Italico». La Presidente della Camera Laura Boldrini ha risposto che potrebbe essere tolta la scritta, scatenando un secondo dopo un uragano di polemiche, degenerate nel solito frullatore mediatico che ha finito per paragonarla ai fanatici dell’Isis. Ora, baggianate a parte e archiviati i nostalgici del caso, diciamo subito che la discussione sul 25 aprile meriterebbe altro approfondimento e consistenza. In ogni caso, esorterei – pacatamente e serenamente, s’intende – tutti quegli alfieri della tutela della Storia Patria che, soprattutto fra le file del centro-sinistra, hanno lapidato la Presidente della Camera dei Deputati, a considerare che la stele sarebbe maschia testimonianza dell’italica historia anche in un bel museo. E che forse, visto l’andazzo comune negli stadi, e nell’Olimpico in particolare, grazie a gruppi di decerebrati violenti e parapoliticizzati, ai fucking idiots nostrani non serva proprio ricordare il Duce ogni maledetta domenica.

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La linea di confine del fascioleghismo

La manifestazione anti Renzi organizzata dalla Lega di Matteo Salvini ha fatto centro: piazza piena, attenzione mediatica, articoli sui giornali. E proprio i giornali non hanno mancato di far notare la presenza di una nutrita truppa di fascisti del terzo millennio, come piace essere definiti ai militanti di Casa Pound. A dire la verità, fino alle 15 circa, con i primi interventi dal palco di Piazza del Popolo da parte di agricoltori ed esodati, si vedevano solo leghisti in ordine sparso: delegazioni dal Veneto, dall’Umbria, dalla Lombardia, e un gruppo di Giovani Padani al grido di “Ho un sogno nel cuore, bruciare il tricolore”. Già visto, già fatto. All’improvviso, però, si alzano le bandiere sulla discesa di Via Gabriele D’Annunzio (neanche a farlo apposta), il serpentone che si snoda dalla terrazza del Pincio alla piazza. Al suono della musica che governa la giornata, una specie di cupo peplum hollywoodiano, marcia compatta la schiera di fascisti, ad occhio circa 500, guidati da un efficientissimo servizio d’ordine con maglia rossa e tartaruga. Tricolori e bandiere Ue con una vistosa croce rossa che la sfregia, scendono scandendo “Sovranità!”, guidati con fare marziale da Simone di Stefano, vice presidente del movimento e volto più rassicurante rispetto al numero uno, Gianluca Iannone, che scende defilato in mezzo al corteo. Quando entrano nella piazza, annunciati dal palco, applausi scroscianti. Pianificazione perfetta e tempi scanditi al secondo, il servizio d’ordine con megafono fa sistemare il corteo, con una base sotto l’obelisco a guardia degli stendardi per i marò e piazzando strategicamente i militanti nell’area antistante il palco, tanto che ad un certo momento le bandiere leghiste appaiono nettamente in minoranza. Donne e uomini prevalentemente vestiti di nero, uomini in maggioranza, età molto giovane con quarantenni a sorvegliare. Una maglietta di Alba Dorata. Qualche basetta extra large e orecchini, giacche simil-militare nere, croci celtiche, occhiali neri e parecchie teste rasate, si salutano come Charlton Heston e Stephen Boyd in Ben Hur, prendendosi per l’avambraccio. Saluti affettuosi per Borghezio, europarlamentare della Lega, ex fascista e espulso dai gruppi parlamentari a Strasburgo. Non parlano molto, si sgolano solo quando interviene Di Stefano dal palco, che urla “Basta immigrazione, basta!”. Io tanti fascisti tutti assieme non li ho mai visti. Con i caschi legati alla cintola, fanno paura. Qualche saluto romano, poca roba. E francamente mi interessa il giusto di come possano conciliarsi le idee di chi canta “Veneto libero!” con gli ultranazionalisti di Casa Pound. Trovo però incredibile che chi si candida alla guida dell’Italia possa apertamente proporre – e vedersi accettata! – una alleanza con un movimento apertamente e dichiaratamente fascista. Non contenti di aver spaccato l’Italia per vent’anni lungo una linea di confine immaginaria, ora la si vuole ridividere su un confine moto più pericoloso: quello democratico.

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