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Letture estive

Clima brutto, pessimo in questi giorni torridi: volti trasfigurati dalla rabbia, pietre contro rifugiati, odiosi saluti romani esibiti con tracotanza. Ecco, in questo bailamme, se il Segretario Nazionale di un partito, che vuole candidarsi alla guida del Paese, apostrofa come “servi” i Prefetti dello Stato, forse l’unico dei grands corps dell’amministrazione pubblica Italiana, dicendo loro di non “rompere le palle”, e sostiene che quello in carica è un “governo criminale”, può meravigliare che il Vice-Presidente di una regione, membro del medesimo partito, scriva senza problemi sul Prefetto di Roma minacce dal sapore fascista quali “Gabrielli un porco di un comunista al servizio del Pd attento che ti abbiamo segnato sul nostro elenco. Arriveremo. Olio di ricino te ne darei tanto”? Caro Salvini, cari stentorei agitatori di piazze, consiglio una lettura sotto l’ombrellone, vista la calura: è un libello che riporta il titolo “Costituzione della Repubblica Italiana”. E consiglio, in particolare, l’attenta lettura dell’art. 54, ove recita che “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore“. Hai visto mai?

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Gli alfieri della Storia Patria

Ma a voi sembra normale che per entrare allo Stadio Olimpico di Roma la prima cosa che si veda sia una stele in marmo di carrara alta quasi 18 metri con la scritta “Mussolini Dux” e che si cammini soavi su un bel mosaico che riporta la scritta “Duce”? Come se all’Olympiastadion di Berlino si venisse accolti dalla scritta Führer e da svastiche naziste (che pure apparivano sulle torri di ingresso).Teniamoci tutto, per carità, ma proprio là? Ecco perché ho trovato del tutto normale che un anziano partigiano durante la cerimonia in aula a Montecitorio per ricordare il 70esimo anniversario della resistenza abbia chiesto di «ripulire le strade dal fascismo e abbattere la colonna del Foro Italico». La Presidente della Camera Laura Boldrini ha risposto che potrebbe essere tolta la scritta, scatenando un secondo dopo un uragano di polemiche, degenerate nel solito frullatore mediatico che ha finito per paragonarla ai fanatici dell’Isis. Ora, baggianate a parte e archiviati i nostalgici del caso, diciamo subito che la discussione sul 25 aprile meriterebbe altro approfondimento e consistenza. In ogni caso, esorterei – pacatamente e serenamente, s’intende – tutti quegli alfieri della tutela della Storia Patria che, soprattutto fra le file del centro-sinistra, hanno lapidato la Presidente della Camera dei Deputati, a considerare che la stele sarebbe maschia testimonianza dell’italica historia anche in un bel museo. E che forse, visto l’andazzo comune negli stadi, e nell’Olimpico in particolare, grazie a gruppi di decerebrati violenti e parapoliticizzati, ai fucking idiots nostrani non serva proprio ricordare il Duce ogni maledetta domenica.

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La linea di confine del fascioleghismo

La manifestazione anti Renzi organizzata dalla Lega di Matteo Salvini ha fatto centro: piazza piena, attenzione mediatica, articoli sui giornali. E proprio i giornali non hanno mancato di far notare la presenza di una nutrita truppa di fascisti del terzo millennio, come piace essere definiti ai militanti di Casa Pound. A dire la verità, fino alle 15 circa, con i primi interventi dal palco di Piazza del Popolo da parte di agricoltori ed esodati, si vedevano solo leghisti in ordine sparso: delegazioni dal Veneto, dall’Umbria, dalla Lombardia, e un gruppo di Giovani Padani al grido di “Ho un sogno nel cuore, bruciare il tricolore”. Già visto, già fatto. All’improvviso, però, si alzano le bandiere sulla discesa di Via Gabriele D’Annunzio (neanche a farlo apposta), il serpentone che si snoda dalla terrazza del Pincio alla piazza. Al suono della musica che governa la giornata, una specie di cupo peplum hollywoodiano, marcia compatta la schiera di fascisti, ad occhio circa 500, guidati da un efficientissimo servizio d’ordine con maglia rossa e tartaruga. Tricolori e bandiere Ue con una vistosa croce rossa che la sfregia, scendono scandendo “Sovranità!”, guidati con fare marziale da Simone di Stefano, vice presidente del movimento e volto più rassicurante rispetto al numero uno, Gianluca Iannone, che scende defilato in mezzo al corteo. Quando entrano nella piazza, annunciati dal palco, applausi scroscianti. Pianificazione perfetta e tempi scanditi al secondo, il servizio d’ordine con megafono fa sistemare il corteo, con una base sotto l’obelisco a guardia degli stendardi per i marò e piazzando strategicamente i militanti nell’area antistante il palco, tanto che ad un certo momento le bandiere leghiste appaiono nettamente in minoranza. Donne e uomini prevalentemente vestiti di nero, uomini in maggioranza, età molto giovane con quarantenni a sorvegliare. Una maglietta di Alba Dorata. Qualche basetta extra large e orecchini, giacche simil-militare nere, croci celtiche, occhiali neri e parecchie teste rasate, si salutano come Charlton Heston e Stephen Boyd in Ben Hur, prendendosi per l’avambraccio. Saluti affettuosi per Borghezio, europarlamentare della Lega, ex fascista e espulso dai gruppi parlamentari a Strasburgo. Non parlano molto, si sgolano solo quando interviene Di Stefano dal palco, che urla “Basta immigrazione, basta!”. Io tanti fascisti tutti assieme non li ho mai visti. Con i caschi legati alla cintola, fanno paura. Qualche saluto romano, poca roba. E francamente mi interessa il giusto di come possano conciliarsi le idee di chi canta “Veneto libero!” con gli ultranazionalisti di Casa Pound. Trovo però incredibile che chi si candida alla guida dell’Italia possa apertamente proporre – e vedersi accettata! – una alleanza con un movimento apertamente e dichiaratamente fascista. Non contenti di aver spaccato l’Italia per vent’anni lungo una linea di confine immaginaria, ora la si vuole ridividere su un confine moto più pericoloso: quello democratico.

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