Dal Sultanato con amore

Il signore che su Twitter invoca un repulisti per decesso dei dipendenti pubblici meno giovani a seguito di un articolo sul Corriere citato dal conduttore di 24 Mattino non è un Mario Rossi qualsiasi. E’ Chief Economist della Oman Investment Fund (OIF), organismo completamente finanziato dal Ministero delle Finanze del Sultanato. E’ stato Executive Director in Goldman Sachs, Senior Economist alla Banca Centrale Europea ed ha lavorato al Fondo Monetario Internazionale. Ecco, aldilà dell’augurio cui si può rispondere con robuste dosi di gesti apotropaici, l’OIF non ha nulla da dire sul suo dirigente? Esiste un codice etico dell’organizzazione? Un prestigioso cv non dovrebbe accompagnarsi ad un approccio misurato alle questioni? O, perlomeno, non da Bar dello Sport? Tutto a posto, insomma?

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Così gira il mondo, no?

Diciamolo subito: le frasi di Matteo Renzi sulle “capacità” di Enrico Letta le lascio alle valutazioni della politica e degli elettori. Da quel che emerge dalla vicenda delle intercettazioni di cui hanno parlato i quotidiani (Il Fatto in testa), rilevano due ulteriori aspetti, in parziale ma non paradossale contraddizione.

Il primo è che in Italia continuano ad uscire senza sosta sui giornali private conversazioni legate ad indagini, siano tali conversazioni rilevanti o meno per le indagini stesse: il Grande Fratello non solo ascolta (e passi) ma è pieno di buchi e rivoli, tanto da consigliare tutti noi a parlare in codice anche per il quotidiano gossip da ufficio. Il secondo è che, una volta uscite, con queste stramaledette intercettazioni occorre fare i conti. Il punto in questione riguarda il livello di familiarità che evidentemente lega la politica alle alte sfere dei poteri pubblici. C’è un Generale della Guardia di Finanza, candidato a guidare un fondamentale corpo di polizia di questo Paese, che parla con segretari di partito, ministri e politici non già di affari che concernono il suo mandato, nel qual caso l’unico referente diretto non potrebbe che essere il Ministro dell’Economia e delle Finanze. Ma – almeno a leggere quanto riportano i giornali – discetta di ribaltoni, di candidature alla Presidenza della Repubblica, di nomine di vertice, addirittura di indagini che lo hanno coinvolto (e che pure lo hanno visto riconosciuto estraneo ai fatti). In altre parole, colpisce che sia del tutto assente quella seppur minima distanza sanitaria opportuna – anzi, necessaria – tra sfera politica e sfera esecutiva che dovrebbe regolare una sana dinamica dei poteri pubblici. Nulla di illecito, naturalmente. E niente da dire sulle competenze dei conversanti.

Ma resta un certo amaro in bocca nel percepire le relazioni di un circolo esclusivo assolutamente non trasparente ed inaccessibile ai più, in cui si dicono e si condividono le cose che non vengono dette in pubblico, nelle trite e ritrite dichiarazioni sui giornali e nei talk show. Così gira il mondo, si obietterà. Vero. Ma riceverlo in piena faccia no: soprattutto quando nel Paese c’è chi si sbatte sul merito e sulla necessità di far sì che in ogni seggiola di natura pubblica sieda la persona giusta, la cui scelta sia dettata per quanto umanamente possibile da criteri oggettivi. Asettici, magari. Ma quella, evidentemente, è un’altra storia.

Pubblicato su Formiche

Transumanza Civica

Sono passati due anni da quando Mario Monti, mentre il Paese tratteneva il fiato, scopriva il simbolo di Scelta Civica assediato dal circo mediatico. Dopo un successo elettorale tutto sommato modesto e il tracollo alle europee col ciclone Renzi, il movimento pare essere in dissoluzione. E’ la politica, bellezza: si sale e si scende. Quello che non dovrebbe far parte della politica è, invece, il rito della transumanza degli eletti da un partito all’altro, in totale spregio delle scelte (civiche anche loro) degli elettori. Roba vecchia, intendiamoci. La storia dei parlamenti di tutto il mondo trabocca di via vai disinvolti da un simbolo all’altro, sempre giustificati da altisonanti motivazioni di natura politica: è quella che in tempi recenti è ormai nota come la scilipotizzazione della politica, in omaggio ad un tutto sommato innocuo parlamentare scoperto da Antonio Di Pietro. L’esodo degli otto parlamentari di Scelta Civica, quindi, è solo l’ultimo episodio in ordine di tempo. Personalmente, ho solo due appunti. Il primo: al PD non suscita alcun imbarazzo nel ricevere al proprio interno chi se ne era andato in passato in aspro (e legittimo) dissenso dalla linea politica del partito, come ad esempio la sen. Lanzillotta ed il sen. Ichino? Ed il secondo, un pelino più serio: se posso senz’altro riconoscere piena dignità alle motivazioni addotte dai “passagisti”, non ritengono costoro che sia più corretto dimettersi prima dalla carica di parlamentare e solo dopo aderire al PD o a qualsivoglia altro partito o movimento, sottoponendosi successivamente al voto degli elettori? Perché, sapete, se io fossi uno di quelli che hanno votato in un modo e si ritrovano i loro rappresentanti al calduccio sul seggio di un altro partito, mi sentirei preso per i fondelli. Strana gente, certi italiani.

Pubblicato su Linkiesta

La nipotina e il Commissario

No, non si tratta di un B movie anni ’70 con una delle procaci attrici italiane dell’epoca. Molto più banalmente, quello che segue è il breve resoconto di una serie di telefonate che, a leggere quello che riportano i quotidiani, sarebbero state mirate a favorire l’ingresso in amministrazione comunale di Roma Capitale della nipote dell’ormai celeberrimo Salvatore Buzzi, e che vedono protagonisti la giovane aspirante, lo zio amorevole, il Commissario di commissione di concorso solerte e premuroso. Una edificante lettura, di esempio per i giovani che studiano.

Il 29 ottobre 2013 il cellulare di Buzzi squilla, dall’altro capo del telefono c’è il cognato, Maurizio Turchetti. Gli ricorda che la figlia Irene «c’aveva quella visita… da quel dottore», specificando «il sette me pare (…) va beh, insomma… un appuntamento pigliaglie». In effetti, Buzzi chiama subito Angelo Scozzafava, all’epoca dirigente all’ospedale Sant’Andrea e componente della commissione esaminatrice, per fissare un appuntamento l’indomani alle 13 in un ristorante sulla via Flaminia. A conferma che l’incontro è avvenuto, c’è una telefonata del 30 novembre sera in cui Annamaria Buzzi si offre di pagare «il pranzo di oggi» e il fratello Salvatore la tranquillizza: «È un regalo mio (…) ho fatto pagà la cooperativa». Il giorno prima degli orali, alle 20,15 Irene Turchetti manda un sms a Buzzi: «Ziooo ti ricordi di domani? Che ansia!!! Baci». E lui: «Tranquilla vai a dormire o meglio…». Subito dopo invia un messaggio a Scozzafava: «Ti ricordi di domani? Grazie». Il commissario del concorso risponde: «Certo». La mattina del 7 novembre Buzzi scrive alla nipote: «Tutto avvisato, vai tranquilla. Al massimo ti bocciano. In bocca al lupo». Alle 14,25 la chiama per sapere l’esito dell’esame e la 28enne gli dice di aver ottenuto il punteggio di «9,8». «Quindi che vuol dire?», le chiede lo zio, e la ragazza: «Quindi vuol dire buonissimo, su dieci…». «Eh, allora che cazzo vuoi de più… brava!». Subito dopo Scozzafava invia un messaggio a Buzzi per sapere se fosse rimasto soddisfatto dell’esito della prova e lui gli risponde: «Sei un grande, ci vediamo presto. Grazie». Ecco, grazie.

Razzista io?

Non c’è niente da fare, il ritornello è sempre lo stesso. Dopo la non felicissima frase pronunciata da Carlo Tavecchio, candidato alla Presidenza della FIGC, arriva la parziale retromarcia: “Accetto tutte le critiche ma non l’accusa di razzista perché la mia vita testimonia l’esatto contrario”. Anzi, c’è da scandalizzarsi perchè “l’assassino di John Kennedy non ha subìto quello che ho subito in questi giorni” (testuale).  Facciatostismo all’italiana al quale siamo abituati. Anzi, assuefatti. Razzista io? Ma come vi permettete? Avete capito male, e anche se avessi detto certe cose, non avete capito il contesto.

Parole dette in libertà che scivolano via come il vento, nella certezza che tutto passa e tutto si dimentica. Ma dobbiamo davvero stupirci? Siamo il Paese in cui un parlamentare della Repubblica, noto alle cronache per imprudente esibizione di magliette, ha dato ad una Ministra dell’orango ed oggi siede tranquillamente al tavolo delle riforme istituzionali con le quali si intende cambiare il Paese. E qualcuno si scandalizza? Italiani brava gente, ma evidentemente con poca memoria, o con poca voglia di mettere i puntini sulle “i” del vivere civile. Basta ricordare quel che è accaduto negli USA, che portano sulle spalle il peso di secoli di schiavismo: la Nba ha sospeso a vita il proprietario dei Los Angeles Clippers, Donald Sterling, per le sue frasi razziste. La parole di Tavecchio hanno persino allertato la task force della Fifa contro il razzismo e la discriminazione e il suo presidente Jeffrey Webb: la Fifa ha ricordato alla Federcalcio italiana che la lotta contro il razzismo è di massima priorità. E noi che si fa? Qui si tollerano i cori razzisti e la presenza di frange fasciste e razziste fra le tifoserie e sugli spalti con poco più di un’alzata di spalle, mentre le famiglie abbandonano gli stadi. Tardive e frammentate le reazioni del calcio, tanto che il Nostro dice: “Fino a quando avrò il sostegno delle leghe andrò avanti con la candidatura alla presidenza Figc”. La politica condanna ma tende a starne fuori, come ha detto Renzi: “Quell’espressione sugli stranieri che mangiavano banane è inqualificabile. Parlando calcisticamente direi che è stata un clamoroso autogol. Detto questo se il governo volesse decidere anche sulle federazioni sportive sarebbe un errore, noi rispettiamo l’autonomia delle istituzioni sportive”. Non si può dire poi che i sostenitori di Tavecchio manchino di originalità: nel corso di una trasmissione, il senatore di FI Franco Carraro, ex ministro della Repubblica, ex sindaco di Roma, ex presidente FIGC e CONI, ha testualmente detto che: “Tavecchio non è razzista. Fra l’altro, va anche in Africa“. Ecco, credo che invece stavolta si presenti l’occasione per una reazione ferma di un Paese che vuole dirsi civile: basta con una certa politica specchio di un certo Paese che tifa un certo calcio. No, stavolta no. E l’idea della petizione che ha lanciato Khalid Chaouki su Change.org – che ho firmato – mi sembra una piccola grande idea per cambiare. Una volta per tutte, magari.

La lunga strada verso Sochi

“Noi non abbiamo un divieto sulle relazioni sessuali non tradizionali tra le persone. Noi abbiamo un divieto di propaganda dell’omosessualità e della pedofilia. Quindi potete stare tranquilli, rilassati. Ma lasciate stare i bambini, per favore“. Val la pena ricordare queste parole pronunciate dal Presidente russo per giungere alla conclusione che trovo più che legittime le perplessità manifestate da più parti (l’ultima, in ordine di tempo, da parte della ex Ministra Idem) sulla partecipazione del Presidente del Consiglio alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici Invernali a Sochi. Credo, personalmente, che questa sarebbe stata una buona occasione per marcare il punto sul rispetto dei diritti delle persone omosessuali e per affermare, ancora una volta, che certi stereotipi non hanno dignità di cittadinanza. Immaginabili ragioni di realpolitik, non solo riconducibili al sostegno dell’Italia per le Olimpiadi di Roma 2024, non hanno consentito la cosa: transeat. Tuttavia, mi permetto di suggerire al Presidente Letta che una bella cravatta di uno sfavillante arcobaleno darebbe quell’opportuno tocco di eleganza per l’occasione. Hai visto mai!

Prato, Bangladesh

 Sulla terribile tragedia di Prato ci sarebbe molto da dire, a partire dalla dichiarazione del Ministro del Lavoro Giovannini che ha denunciato i tagli della spending review che hanno limitato la possibilità di condurre le ispezioni sul territorio. Ma, a monte di ogni considerazione, resta la nostra personale ed individuale responsabilità di consumatori: sappiamo bene come vanno le cose, sappiamo tutto. Semplicemente, non ce ne importa. Nelle mani di milioni di acquirenti risiede un potere immenso, ma talmente frammentato che viene di fatto sovrastatao da campagne pubblicitarie milionarie che orientano, dirigono, comandano (anche grazie a compiacenti testimonial). E di questo sereno menefreghismo collettivo approfittano sistemi di caporalato e di sfruttuamento industriale che producono incidenti in tutto il mondo, dal  Rana Plaza in Bangladesh ai cortili di casa nostra, per produrre merda a basso prezzo. Che a volte si vende nei sottoscala, a volte è addirittura esposta sugli scaffali delle griffe, con prezzi artatamente scandalosi: e che sempre merda rimane. D’altronde, per capire basta dare un’occhiata a questa tabellina, magari sostituendo Bangladesh con Prato, Italia.

La guerra giusta (alle slot)

Poco da dire se non che aderisco alla campagna di mobilitazione sostenuta da Vita Magazine contro la piaga del gioco d’azzardo patologico che, grazie alle slot machine situate un po’ ovunque e alle varie opportunità di “gioco” online e nei punti vendita preposti, coinvolge circa 17 milioni d’italiani (qui tutte le info su FB). Insomma, #NoSlot!

Italiani brava gente

Sono andato a vederlo “Benvenuto Presidente!”, il film con Claudio Bisio. Non un capolavoro, lo so. Divertente, senz’altro. E con una scena finale del discorso rivolto agli Italiani che saprà di demagogico, ma che è tristemente vera e che suona, più o meno, così: tutti pronti a puntare il dito contro il politico corrotto, ma quando si tratta di una spintarella o evadere un zinzinino, tutti in prima fila. Come quando, eoni fa, mi si prospettavano i fatidici 12 mesi di servizio militare e mi si diceva a ripetizione: “Ma tu chi conosci?”. Ecco, le cose che oggi scrive Michele Serra su Repubblica riflettono esattamente quel che penso dell’Italia e degli Italiani. E le scrive certamente meglio di me.

Il coraggio e la dignità della presidente della Camera Boldrini non sono bastati a evitarle qualche improperio scomposto tra la folla di Civitanova Marche, disperata e furente. Boldrini, chiunque essa sia e qualunque cosa abbia fatto per il suo prossimo (nel suo caso: molto), è “lo Stato”, e tanto basta, ormai, a sollevare un odio indiscriminato. Stato strozzino, Stato assassino, Stato inetto, partiti farabutti, politici schifosi, questo è l´umore della crisi, travolge ogni analisi, ogni discussione. Si tratta dello stesso Stato al quale, per generazioni, milioni di italiani hanno chiesto assunzioni, favori, esenzioni, protezione, assistenzialismo, e una lasca applicazione delle leggi, perché abusivismo ed evasione sono stati la generosa mancia che uno Stato piacione ha elargito a piene mani per decenni in cambio di voti. Quello Stato blandito come un padrino e questo, coperto di sputi, sono il rovescio della stessa medaglia: una comunità nazionale incapace, se non in cerchie ristrette e vanamente virtuose, di avere con il potere un rapporto adulto. Se siamo un popolo che, allo Stato, o bacia la mano o gliela morde, è perché siamo tragicamente incapaci di guardarci dentro, farci un esame di coscienza, prenderci le nostre responsabilità individuali e collettive. Lo Stato ci faceva comodo prima, come tetta da spremere, ci fa comodo oggi, come tiranno da impiccare.

Dirigenze pubbliche responsabili

Credo necessario, soprattutto oggi, affrontare il tema del ruolo e delle responsabilità propri delle dirigenze pubbliche in Italia. Ed è necessario perché, in primo luogo, è urgente e indispensabile dare risposte concrete ai cittadini a fronte di una crisi che si è rivelata come etica e di sistema, prima ancora che economica e politica. Gli scandali della politica che occupano le prime pagine dei giornali stanno causando danni incalcolabili alla comunità e portano, inevitabilmente, ad un moto di rifiuto e disgusto da parte dei cittadini che si assomma alla eredità tragica della propaganda del fannullonismo (val la pena ricordare, a titolo di amaro aneddoto, un premio pubblicizzato sul sito internet del Dipartimento della Funzione Pubblica dal titolo “Non solo fannulloni”). Credo, cioè, che aver spostato l’attenzione delle opinioni pubbliche dalla crisi della politica al tema esclusivo della caccia ai nullafacenti – contando, peraltro, su basi oggettive più che solide – ha contributo a creare un perverso frullato fra politica e amministrazioni, politici e grand et petit commis, che pone serissime difficoltà ad affrontare serenamente temi quali etica e responsabilità nell’amministrazione. Pur alla luce di queste difficoltà, tre aspetti possono aiutare a contribuire alla riflessione su come declinare al meglio il ruolo delle dirigenze pubbliche nelle amministrazioni italiane.

Il primo. Un dirigente pubblico, aldilà delle appartenenze a singole amministrazioni e delle particolarità connesse a compiti e funzioni specifici, ha davanti a sé delle sfide enormemente più complesse rispetto ai compiti cui poteva adempiere 15 o 20 anni fa. I mutamenti epocali intervenuti nella società, sia in termini di velocizzazione dell’informazione che nella struttura dei gruppi sociali e dei corpi intermedi e della cittadinanza attiva, rendono imperativo per il dirigente (e per la P.A. tutta, naturalmente) alzare lo sguardo oltre le mura del proprio ufficio e, in caso di mancato adattamento, lo condannano senza appello all’estinzione (o alla sua marginalizzazione). Il dirigente non solo è un Giano Bifronte datore di lavoro/lavoratore dipendente, ma deve adattarsi ad almeno tre ruoli, complementari fra loro: a) è un esperto di norme di legge e di contabilità di Stato; b) è un gestore di risorse umane, sperabilmente un abile interprete delle umane personalità così da gestire con successo le dinamiche interne del suo ufficio; c) deve essere, infine e soprattutto, il garante delle reti esterne che con la P.A. interagiscono: altre amministrazioni, parti sociali, organizzazioni di diversa natura, cittadini attivi che sempre più vogliono interagire con l’azione pubblica e in qualche modo co-partecipare alla formazione delle decisioni.

Il secondo. Da questo quadro complesso ed innovativo è sostanzialmente scaturita la riforma Brunetta nelle sue due componenti fondamentali e interconnesse del ciclo della performance e della trasparenza. Ottime intenzioni, buoni spunti, risultati, tuttavia, deludenti, anche alla luce della formidabile capacità delle amministrazioni di digerire qualsiasi novità e trasformarla in mero adempimento. La logica era ed è condivisibile: rendere palesi e in qualche misura co-gestiti gli obiettivi delle strutture in un ciclo trasparente in cui tutti sanno quel che fanno e tutti sono chiamati a render conto, aprendo finalmente l’amministrazione al controllo diffuso dei cittadini. Quel che è accaduto è che i meccanismi realizzati sono stati spesso farraginosi, complessi, talvolta iniqui (si ricordi la celebre gabbia valutativa 25/50/25) e permeati di una filosofia sottostante di matrice sostanzialmente punitiva e non di supporto e crescita. Si pensi, inoltre, che in tema di trasparenza i momenti di confronto con gli stakeholder esterni sono sostanzialmente due: il passaggio nel Comitato Nazionale Consumatori ed Utenti del programma della trasparenza e la giornata della trasparenza. Ben poco rispetto ai processi di responsabilità sociale e rendicontabilità (accountability) che anche la P.A. dovrebbe affrontare ed al dibattito in corso sulla necessità di un Freedom of Information Act (FOIA) in materia di trasparenza come accessibilità totale, oggi solo accennata nella legge 15 del 2009. Insomma, tutto in linea, tutto disponibile, in forma intellegibile e accessibile con l’ausilio di open data, come antidoto a fenomeni di malversazione e base per un controllo effettivo e un ruolo partecipativo dei cittadini. A questo, naturalmente, le amministrazioni ed i loro dipendenti devono essere pronti, preparati, formati, a pena di soffrire di impatti non previsti e devastanti.

Terzo. L’esperienza – oggi ancora un esperimento – rappresentata dal corso-concorso di reclutamento e formazione dei dirigenti dello Stato a cura della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione (SSPA), a seguito del quale, dopo più di dieci anni, circa 500 dirigenti (sta terminando in questi mesi il periodo di formazione del V corso) sono nelle amministrazioni in tutto il territorio nazionale. Perché, a mio modo di vedere, il corso-concorso è una leva fondamentale a favore della maggiore responsabilizzazione delle dirigenze italiane? Per cinque motivi: 1) serve a portar dentro le amministrazioni pubbliche persone giovani e, soprattutto, non abituate a pensare secondo gli schemi consolidati interni; 2) un concorso nazionale attenua le spinte centripete delle amministrazioni che amano moltissimo fare concorsi interni in cui troppo spesso vengono fatti valere dinamiche e legami che non necessariamente premiano le figure migliori; 3) serve a far leva contro quel processo di disintegrazione della dirigenza che si è andato consolidando negli anni o, quantomeno, ad attenuarne le degenerazioni; 4) forma una classe dirigente sulle medesime basi, sui medesimi valori, pensino sulla comunanza fisica e di spazi, che serve a dire “sono un dirigente dello Stato”, non di quel ministero od ente, contribuendo a creare quello spirito di corpo che tanto invidiamo alle élite francesi; 5) nel rendere il dirigente pubblico parte di una comunità, lo rende più consapevole del suo ruolo e della sua necessaria autonomia di azione, anche nei confronti della politica.

Proprio nel momento in cui più alta si fa la richiesta dei cittadini di comportamenti etici da parte di coloro che operano nel pubblico (nella politica come nelle amministrazioni), occorre che sia in primo luogo inappuntabile la ricerca dei migliori, secondo la strada costituzionalmente garantita del concorso, e che la dirigenza pubblica sia sempre più robusta così da resistere alle inevitabili (e, in qualche misura, legittime) richieste della politica. Manager non ci si improvvisa: si diventa. E occorre formare figure che siano non solo capaci di gestire con efficacia le dinamiche interne per garantire l’efficacia, l’efficienza e la economicità dell’azione pubblica. Servono persone che, allo stesso tempo, siano in possesso di tutti gli strumenti per interagire con successo con governance complesse che hanno al loro centro i principali interlocutori delle amministrazioni: i cittadini.

Sunto della relazione svolta, in qualità di Presidente dell’Associazione degli ex Allievi della SSPA, presso il seminario “Dirigenze pubbliche al servizio della Nazione: dialogando di etica, benessere e responsabilità” presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Roma Tre, in occasione delle presentazione del volume di Gabriella Nicosia “Dirigenze responsabili e responsabilità dirigenziali pubbliche” (Giappichelli Editore, 2011)