L’Italia è vostra

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Con grandi difficoltà e in mezzo a qualche colpo di scena la Legislatura partita lo scorso 4 marzo sembra avviarsi – il condizionale è d’obbligo – verso la nascita di un governo. Tanti gli scenari ancora possibili, inclusi esecutivi “neutrali” o nuove elezioni: i prossimi giorni saranno decisivi per dipanare le tante questioni sul tappeto. Interessa poco entrare nel merito politico dei temi: l’inedito svolgersi degli eventi, quasi un caso di studio per gli esperti di diritto costituzionale e parlamentare, è in ogni caso nel solco della Costituzione, e tanto basta. Si ricomincia, insomma. Colpisce, tuttavia, un aspetto meta-politico della vicenda in corso, ormai sin troppo familiare: depositato il voto, i cittadini guardano e attendono gli sviluppi, paghi di aver compiuto il proprio dovere civico. La palla è in mano ai partiti, che giocano una loro – legittima – partita tra il detto e il non detto, in uno schema di gioco che ai più può apparire inintelligibile ma che, al contrario, è cristallino per i giocatori in campo. Sono le regole della democrazia rappresentativa: i cittadini delegano la conduzione della cosa pubblica ai loro rappresentanti, pronti a giudicarli nella cabina elettorale alla prossima tornata. Le cose, beninteso, non stanno esattamente così: l’interesse dell’elettore, in caduta libera in termini di partecipazione al voto, scema rapidamente, riattizzandosi, eventualmente, in particolari occasioni. L’informazione, che ha il compito di innervare il gioco democratico, fa i conti con le proprie pecche: in pochi leggono i giornali e le ormai arcinote fake news sono in agguato in rete, fonte preferita cui in tanti si abbeverano per comprendere il mondo che li circonda. Si sa, nei fatti, molto poco delle vere dinamiche della politica, della tecnocrazia, dell’economia e della finanza. Forti o meno, quei poteri frappongono uno schermo difficile da penetrare. E perché farlo, poi? Ecco uno dei grandi pericoli che insidiano una democrazia: la rassegnazione a non poter influire sull’andamento della vita del proprio Paese, l’assunto della sostanziale inutilità del voto e, quindi, l’impotenza del singolo. Ognuno, si sa, segue una propria agenda che raramente viene dichiarata apertamente. Così fan tutti? Stanchi delle continue baruffe chiozzotte, di fronte ai cittadini si stagliano due scelte: ci si adegua e si segue la corrente o ci si abbandona alla sterile protesta contro le élites brutte e cattive. Il risultato: il ritiro nel privato e un Paese che si sbriciola. L’Italia, d’altronde, ha la più bella Costituzione al mondo ma troppo spesso muore di regole e di formalismo in punta di diritto, con la triste consapevolezza che si tratta di mera fictio. Le regole sono scolpite: le cose seguono, però, binari più scorrevoli. Per alcuni, almeno. È una generalizzazione, ovviamente. Sono tante e tanti le donne e gli uomini che fanno il proprio dovere, in tutti campi, ed è ben noto il valore che gli Italiani, soprattutto nei momenti di grande difficoltà, hanno saputo dimostrare, per tacere dell’immensa ricchezza – culturale, artistica, architettonica, storica, enogastronomica – che questo Paese, forse incurante ed inconsapevole, possiede. Ma quella maledetta rassegnazione sembra scritta nel DNA degli Italiani, viziato di gattopardismo, tra Machiavelli e i bravi di manzoniana memoria. L’Italia non si è mai vantata, come orgogliosamente hanno detto e dicono gli Stati Uniti d’America, di essere il più grande Paese al mondo. Ne ha passate troppe. Ma se tanti giovani se ne vanno, se cresce la povertà assoluta, se l’economia sommersa ha dimensioni colossali, se il cancro delle mafie ancora non è stato estirpato e se la corruzione appesta la vita pubblica, non saranno nuove regole o nuove pene a far compiere un’inversione di rotta. Quel che serve è che ciascuno si faccia avanti: e lo faccia quando tutti dicono di non farlo. Nel Paese in cui troppo spesso l’iniziativa del singolo è vista come un disvalore, occorre acquisire piena consapevolezza del fatto che solo innescando il cambiamento nelle piccole cose quotidiane si potrà sperare in una virata decisa. La storia è un pendolo, naturalmente, Quel che andava bene ieri, andrà bene domani, e viceversa. Ma far sì che si recuperi e apprezzi l’importanza del peso che ciascuno ha, della parola di tutti, dell’esempio che si dà alle nuove generazioni, può essere la leva per risalire la china. Non tutto è perduto: i due recenti casi di cronaca che raccontano di giovanissimi che in Sardegna fanno irruzione in una casa per salvare un anziana colta da malore o di studenti nel napoletano che fanno chilometri in bici per andare a casa dell’insegnante che non dava notizie di sé, sfidando l’immobilismo degli adulti e salvandola, fanno sperare. Ma quando si diventa degli stronzi? La Capitale è un implacabile ritratto del momento, assai più ripugnante del dipinto serbato da Dorian Gray: quella che potrebbe fregiarsi del titolo di più bella città al mondo è ormai da anni irriconoscibile. I colpevoli? Non i sindaci, gli amministratori locali, i lavoratori delle tante municipalizzate. Non solo, almeno. Sono i nuovi barbari: i cittadini. Smarriti del senso di comunità. Ben felici di delegare le responsabilità a qualcun altro e pronti a lapidare costui quando si troverà nella impossibilità di contrastare l’incontrastabile. Da questo punto di vista, l’amaro film “L’ora legale” di Ficarra e Picone dice molto di più di una pila di trattati di sociologia. Non chiedete cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese, disse qualcuno. Chiamatela cittadinanza attiva, se volete. Ma non abbandonate nelle mani di nessuno, foss’anche l’uomo della Provvidenza, certificato e bollinato, il destino della vostra terra e della vostra esistenza. Sono solo vostre.

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Parole parole

A distanza di una legislatura, ripeto il giochino di trasfondere in cloud i programmi dei principali partiti che si contendono i seggi nel prossimo Parlamento. Un divertimento, nulla di più. E che, tuttavia, nel mettere insieme le parole maggiormente ricorrenti nei programmi politici nazionali (tutti pubblicati anche nella sezione “Elezioni trasparenti” del Ministero dell’Interno), rivela qualcosa di ogni attore dell’agorà politica di questi mesi. O forse no? Nessun commento da parte mia, naturalmente, e ordine assolutamente casuale: a voi il compito di attraversare le nuvole dei programmi. Un’unica avvertenza: il Movimento 5 Stelle, a differenza di tutti gli altri partiti, ha dedicato sezioni assai corpose ad ogni tema rilevante del proprio programma: collazionare il tutto avrebbe reso intraducibile ogni possibile significato per l’estrema sintesi dell’operazione. A mio insindacabile giudizio, dunque, per il M5S ho selezionato solo 4 fra i temi di maggior popolarità. Buona lettura!

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La campagna elettorale più brutta di sempre. O no?

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Mentre ci si avvia verso gli ultimi giorni di campagna elettorale per il Parlamento e per due fra le regioni più importanti d’Italia, cala il silenzio sui sondaggi. È un peccato, perché mentre sarebbe utile avere contezza dell’orientamento dell’elettorato sino al secondo prima del voto, gioverebbe, invece, alle stanche orecchie degli elettori abbassare il volume delle offerte “last minute” di tanta politica. Le ragioni di magone sono tante e tutte rilevanti. Intanto i toni si alzano ogni giorno e, mentre la discussione generale ruota attorno a temi simbolo, come l’immigrazione e il taglio delle tasse, il confronto sul merito scema per lasciar spazio alla pancia e alla battuta ad effetto, al rimbeccarsi sui social network e al rinfacciare all’avversario ogni colpa, esclusa – forse – quella di aver offerto il frutto proibito ad Eva. Da questo punto di vista, andrebbero seguite con attenzione le risultanze dell’indice di ostilità creato da “Parole ostili”, una community di oltre 300 comunicatori e blogger, che ha redatto una carta con 10 princìpi utili a ridefinire lo stile con cui stare in rete, e il “barometro dell’odio” elaborato da Amnesty Italia, volto a monitorare l’utilizzo di hate speech da parte delle forze politiche. Come evidenzia il Corriere della Sera, inoltre, sembrano scomparsi dall’agenda politica tutta una serie di dossier fondamentali per le scelte che dovranno esser fatte per il Paese nei prossimi anni come la legalità, la formazione e l’università, il turismo, la lotta alla povertà o, aggiungo, l’inclusione delle persone più fragili, come le persone con disabilità. Non basta: le proposte avanzate dalle forze politiche molto raramente godono di coperture finanziarie solide o sono, spesso, basate su entrate allo stato ipotetiche e aleatorie, o, peggio ancora, sulle ennesime politiche di spending review all’amatriciana, imperniate su tagli e non su efficientamenti reali. Un ulteriore elemento da non trascurare, infine, è quello relativo alle candidature presentate. Spuntano come funghi, trasversalmente, figure improbabili: riciclati, transfughi, facciatostisti, girovaghi, imputati, photoshoppisti, ras, caporioni, assessori regionali in carica, e così via. Personaggi quantomeno discutibili dal punto di vista dell’opportunità politica e che evidentemente portano in dote voti o rappresentano il risultato di accordi politici sui territori.

Tutto legittimo e tutto perfettamente comprensibile, per carità. Ma che sconta l’inesistenza di efficaci modalità di selezione del personale politico a favore di procedure di cooptazione dall’alto. E che, allo stesso tempo, fotografa, assieme ai toni di questa campagna, la distanza tra ciò che dovrebbe essere e ciò che, nei fatti, è. Tra la sbandierata voglia di cambiamento, di novità, di rendere i cittadini protagonisti della politica e la necessità di fare i conti con la realtà. Per parafrasare Mao, la politica non è un pranzo di gala: è cosa risaputa e le anime candide hanno spesso vita breve nel tritacarne della lotta politica. Nulla di veramente nuovo, ovviamente: c’è però molto su cui riflettere in merito allo stato delle cose e ai perché della percentuale, sempre alta, di coloro che si dichiarano indecisi e che, probabilmente, non si recheranno alle urne. Se a tutto ciò si aggiunge una legge elettorale dai mille difetti e che limita fortemente le scelte degli elettori (ma perché non ammettere il voto disgiunto, poi?), c’è di che preoccuparsi. Bene ha fatto Michele Ainis a ricordare su Repubblica che, anche a fronte di una acclarata incertezza politica, “lo Stato risiede nelle sue strutture profonde“: nella magistratura, nelle forze dell’ordine, nella burocrazia. Anche nell’improbabile caso di un nuovo, repentino ritorno alle urne, la Repubblica non chiuderà i battenti e l’ordinaria amministrazione continuerà senza troppi scossoni. Detto questo, la scelta della rappresentanza politica, a tutti i livelli, è uno dei passaggi fondamentali della vita pubblica di un Paese e le condizioni in cui essa si svolge non sono ottimali. Certo, diciamocelo francamente: non lo sono mai. Ed è certamente un’esagerazione considerare questa campagna elettorale la più brutta di sempre. C’è da dire, però, che se gli elettori hanno sempre ragione, essi hanno il dovere di esercitare la sovranità che appartiene loro, come recita limpidamente l’articolo 1 della nostra carta costituzionale, con una buona dose di sale in zucca. E di buon senso. Ad esempio compiendo una scelta che privilegi, all’interno della staccionata in cui forzatamente ci si muove, il profilo e la statura delle donne e degli uomini candidati, che dia spazio alle doti di equilibrio che essi abbiano dimostrato di possedere. O che dichiarino, credibilmente, di poter esercitare. Anche aldilà delle appartenenze politiche, soprattutto nelle competizioni all’interno dei collegi uninominali. Ed anche a fronte della concreta possibilità di depositare una scheda bianca ove l’offerta bloccata contenga polpette indigeribili o, addirittura, avvelenate. No, non è la soluzione a tutti i problemi, tenendo sempre bene a mente che le tentazioni qualunquiste cozzano con la fatica quotidiana del governare. La fiducia in politica, tuttavia, è merce rara che va guadagnata giorno per giorno, con la propria storia. E quella storia va riscontrata nella cabina elettorale, dove né Dio né Stalin devono metter bocca.

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Dirigenza pubblica punto e a capo?

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Con la conclusione della XVII legislatura repubblicana si è ufficialmente aperta una campagna elettorale particolarmente incerta in cui, al momento, non sembra aver ancora trovato posto una discussione articolata sullo stato ed il ruolo della pubblica amministrazione e, in particolare, della dirigenza pubblica. Non appaia insolito: Governo e Parlamento sono stati a lungo impegnati nella faticosa elaborazione dell’ambiziosa riforma della PA intestata alla ministra Madia, con l’adozione della legge 124 del 2015 e la messe di conseguenti decreti attuativi. Se, tuttavia, si centra l’attenzione su quel che a ragione può essere definito il motore della macchina pubblica, ovvero la dirigenza, sarebbe utile che la politica che verrà non si dimentichi della questione. L’intervento sulla dirigenza, azzerato dalla Corte costituzionale per effetto della sentenza n. 251 del 2016, rappresentava, infatti, uno dei pilastri del disegno certamente più ampio dell’operazione a cuore aperto sulla PA. Lo stop della Consulta, evitando seri rischi per l’imparzialità dell’azione amministrativa e l’autonomia della dirigenza stessa, ha, tuttavia, fatto saltare l’opportunità di attualizzare il quadro normativo. L’assoluto protagonismo della figura del dirigente, infatti, nel rapporto con la politica, nel funzionamento dei sistemi di performance, trasparenza e lotta alla corruzione – la cui complessità sta debordando nella concreta ingestibilità – e nel dispiegarsi di una reale semplificazione dei processi, rende evidente l’importanza di alcuni nodi da sciogliere che si crede opportuno siano parte della comune cultura in fatto di burocrazie e che hanno carattere prodromico ad ogni futuro intervento.

Il primo è certamente quello relativo al recupero della serenità della discussione che, nel corso degli ultimi anni, ha visto muovere contro i dirigenti pubblici accuse ed asprezze irricevibili che hanno gravemente danneggiato i rapporti all’interno della cosa pubblica e, cosa assai più grave, invelenito il clima sociale. Riconoscere il ruolo indispensabile della dirigenza pubblica e dei lavoratori pubblici in generale è elemento indefettibile se si vuol compiere una analisi seria e di lungo respiro dei problemi delle amministrazioni e della dirigenza in Italia, che sono molti e complessi da aggredire. La narrazione della riforma della dirigenza, incentrata sull’assalto ai privilegi ed all’inefficienza dei dirigenti pubblici di questo Paese (i “burocrati che remano contro”), condotta con fare arrembante e senza distinguo alcuno, è stato un infelice esempio di tale approccio da accantonare. Recenti prese di posizione sul primo giornale Italiano hanno sostanzialmente identificato le burocrazie come gruppi di golpisti: “Le burocrazie, amministrative e giudiziarie, spadroneggiano. I politici o sono al loro servizio o sono troppo deboli per tenerle a bada. Lasciate a se stesse quelle burocrazie ci preparano un futuro di autarchia e di declino economico e culturale”. Un’atmosfera pre-elettorale plumbea, purtroppo, che non fa ben sperare. Sia chiaro: non che non esistano burocrati e dirigenti inefficienti o inadatti. Ottusi, persino. Ma è la cattiva burocrazia l’avversario da sottomettere, non la burocrazia tout court.

Il secondo riguarda le modalità di reclutamento della dirigenza. L’estrema frammentarietà dei sistemi di selezione della dirigenza pubblica in Italia ha fatto sì che essa, diversamente da prefetti, diplomatici e magistrati (non casualmente la parte ancora non privatizzata del personale pubblico), non abbia saputo dar prova della propria natura di corpo dello Stato, troppo spesso incapace di scrollarsi di dosso un alto grado di autoreferenzialità e di mantenere un corretto rapporto di sana alterità con la politica. Superare l’attuale doppio accesso alla dirigenza, incanalando finalmente l’intero flusso di richiedenti per il tramite della Scuola Nazionale di Amministrazione, costituirebbe una delle leve determinanti per infliggere un colpo mortale al vizio del “particulare” che tanti danni ha fatto alla PA in Italia, magari prevedendo congrui periodi di stage per i neo-dirigenti (almeno un anno) e di servizio obbligatorio all’estero per tutti. Il recupero ed il rilancio dell’esperimento del corso-concorso per la carriera dirigenziale, mai veramente decollato, con gli opportuni correttivi per chi entri per la prima volta nella PA, per chi è già funzionario e per chi acceda a seguito di esperienze nel settore privato, rappresenta senza dubbio una leva per contribuire a (ri)fondare quello spirito di corpo che drammaticamente latita.

L’ultimo elemento investe, infine, natura e ratio della dirigenza stessa. Dopo decenni di ubriacatura neoaziendalista e di superfetazioni di concetti e modalità organizzative trapiantate direttamente nel tessuto molle delle amministrazioni, qualche segnale di ritorno alla peculiarità della funzione pubblica sembra oggi cogliersi, riaggiornandola con le esigenze proprie di una società italiana (e globale) in rapida mutazione. Il tema dell’amministrazione collaborativa, come descritto nella presentazione del recente Annual Report di ForumPA, sembra cogliere questo aspetto, che vede, in concreto, la PA muoversi in un’ottica di garante delle reti di interlocutori e delle transazioni sociali che si snodano, mutevoli, intorno ad essa. Se questo è vero, occorre allora porsi una domanda: che dirigente pubblico si vuole e per far cosa? La banale risposta è che il dirigente pubblico altri non può essere che colei o colui che viene chiamata/o ad esercitare le peculiari funzioni di amministrazione della cosa pubblica: districandosi tra sapere amministrativo-contabile, managerialità e gestione delle risorse umane (qui andrà verificata la carica di potenziale dello smartworking) e capacità di interloquire con i tanti e diversi stakeholder che con la PA hanno a che fare, senza dimenticare il compito fondamentale di intessere con l’Autorità politica di riferimento condizioni e scenari per l’attuazione delle politiche. Ciò richiederebbe che tali responsabilità vengano attribuite a chi sia stato adeguatamente formato, magari attraverso una selezione che rivoluzioni una volta per tutte le modalità sinora troppo nozionistiche di testare i candidati. Ofelè, fa el to mestè, direbbe la saggezza popolare. Eppure, a fronte di una tale ovvietà, negli anni si è di fatto affermato il principio che chiunque possa esercitare il mestiere: la competenza non paga più. E non si tratta solo dell’annosa questione dell’accesso esterno, senza concorso, di soggetti scelti dalla politica, o dell’inusuale numero di magistrati cui vengono affidati uffici e dipartimenti (si è mai visto un dirigente pubblico amministrare la giustizia in un’aula di tribunale?): un progressivo svilimento della funzione ha di fatto comportato un depauperamento del valore del ruolo sociale della dirigenza, il cui capitale reputazionale si è pressoché dissolto nelle pubbliche opinioni e nel comune sentire.

Non è troppo tardi per invertire la rotta. È di tutta evidenza che il miglioramento dell’efficacia ed efficienza di un’organizzazione è un processo che non finisce ma si rinnova continuamente: la “perfetta amministrazione” di cui parla Benedetto Croce, e che Bernardo Mattarella richiama nel suo recentissimo volume su burocrazia e riforme, resta un traguardo mutevole e sfuggente. Tuttavia, all’indomani di uno sforzo riformatore imponente, i cui effetti vedremo nel medio e lungo periodo, recuperare responsabilmente alcune norme di basilare e civile convivenza fra pezzi della Repubblica, adottando accorgimenti mirati per scopi specifici, può far sì che il sistema delle amministrazioni Italiane diventi finalmente un pezzo dello sviluppo di questo Paese. Senza sconti a nessuno. Ma senza pregiudizi.

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Tre gambe per il dopo voto

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A fronte del grande spazio riservato sui mezzi di comunicazione tradizionali, è assai probabile che in molti abbiano seguito e seguano con un certo distacco le vicende legate alla pronuncia della Corte Costituzionale sulla legge elettorale. Per non pochi Italiani il dibattito che incendia l’agone politico circa quando andare a elezioni è vissuto con assai scarso coinvolgimento: quelle formule alchemiche che regolano le norme elettorali, certamente fondamentali per decidere chi entra e chi resta fuori nel giro che conta, sono solitamente incomprensibili per i più, interessati a ricevere dalla politica risposte ai problemi concreti. In ogni caso, dato che siamo ancora in tempo in vista dello scontro alle urne, potrebbe trovar spazio un sommesso avvertimento, pacatamente e serenamente, come amava ricordare il Veltroni made in Crozza. I programmi della politica, per avere speranza di portare ad un qualche risultato, devono reggersi su alcune gambe.

La prima è fatta di buone idee e di proposte solide: inutile far proclami per propositi irrealizzabili. C’è sempre uno iato – anche notevole – fra una proposta e la sua concreta realizzazione finale, che sconta la famosa scatola nera in cui vengono frullate le politiche pubbliche. Tuttavia, l’irresponsabilità sfrenata può fare di quello iato un crepaccio in cui rischiare di precipitare. La seconda gamba sono, conseguentemente, delle forze politiche responsabili che, sulla base di proposte serie, riescano a condurle in porto seguendo due coordinate indispensabili: non perdere (troppo) tempo a farsi la guerra spasimando per un passaggio televisivo, affidandosi alla defatigante ripetizione di slogan e frasi fatte (su questo Donald Trump sta dando efficacissime lezioni di comunicazione, eventualmente rivolgersi lì), e saper parlare delle loro proposte al Paese, tenendo dentro quei pezzi di società su cui le politiche impatteranno. I sindacati, innanzitutto, e penso alla recente Via Crucis della riforma della Pubblica Amministrazione, condotta in solitaria avverso qualsiasi suggerimento o monito. Ma non solo. C’è necessità di farsi esegeti accorti, mutando i linguaggi e riguadagnando la capacità di spiegare i cosa, i come, i perché. Su questo Matteo Renzi, surclassando Berlusconi, ha fatto scuola, anche se non così bene hanno fatto altri rappresentanti del suo Governo. La terza – e ultima – gamba è sapersi servire in modo corretto delle strutture amministrative che devono tradurre quelle idee in pratica. Inutile qui riprendere temi noti e abbondantemente sviscerati sul perché la pubblica amministrazione (meglio, le pubbliche amministrazioni) funzionino come funzionano: eccellenze e carrozzoni; donne e uomini che danno l’anima e furbetti del cartellino; isole tecnologiche e montagne di carte. Il punto non è l’ennesima riforma, ma ricostruire un corretto rapporto fra la politica legittimata dal voto e la burocrazia che ha il compito di supportarla nella costruzione di scenari di lungo respiro e farlo con una visione che non si limiti alla gestione dell’oggi. Val la pena ricordarlo perché ad ogni cambio di Governo, e a maggior ragione con una nuova Legislatura, riparte una piccola grande rivoluzione organizzativa che dall’empìreo della politica si riverbera giù giù lungo tutta la filiera amministrativa.

Non siamo (ancora) allo spoil system, ci mancherebbe. Ma l’assestamento che segue una nuova configurazione del vertice politico di fatto rallenta, e in alcuni casi blocca, l’azione amministrativa, che molto spesso non può che attendere il nuovo quadro che verrà data. Nulla di patologico, ma una pratica da disbrigare velocemente e con le idee chiare. E senza partigianerie. Le decisioni vanno messe in opera, e per farlo non servono annunci, primi cento giorni o no. Men che mai servono i fideles. Giusto per ricordarcelo quando sarà il momento.

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Cosa aspettarsi dal nuovo Sindaco della Capitale

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Sempre più spesso si dice che vincere per la poltrona di Sindaco significa perdere, tanto complicato è diventato governare un ente locale. Questo è particolarmente vero per Roma: una città difficile e aggrovigliata, provinciale e bizantina e, allo stesso tempo, con aspirazioni europee e moderne, un coacervo di bellezza soffocata dal traffico, dall’incuria e, soprattutto, dal tradizionale menefreghismo dei Romani. Governare Roma è impresa titanica, che rischia di schiacciare e tritare. Inoltre, mai come stavolta, a leggere i sondaggi è in crescita il partito dell’astensione, complici forse una campagna elettorale tutto sommato in sordina e il recente trauma del commissariamento. Eppure, occorre chiedersi cosa sia lecito aspettarsi dal futuro Sindaco, e dare una qualche indicazione su dove il nuovo primo cittadino – o la nuova prima cittadina – dovrà andare a sporcarsi le mani. Da parte mia, mi limito a indicare tre temi che, fra i tanti, mi sembrano fondamentali e sui quali, fossi candidato, punterei.

Il primo è relativo al decoro della città. Trovandomi spesso in viaggio per le capitali europee, si deve francamente riconoscere che il modo in cui la città si presenta ha dell’indecente. La condizione delle strade, l’incuria degli spazi verdi (pure bellissimi), l’impunità dei cosiddetti writers, l’odissea del sistema dei mezzi pubblici, le bancarellopoli del centro sono sotto gli occhi di tutti e sono fattori che rendono vivere a Roma un piccolo inferno. Un luogo in cui alle regole cervellotiche si accompagna un lasciar fare senza limiti, come ci insegna ormai da anni la “movida” notturna romana. E più si ama questa città, più si resta increduli di fronte all’impietoso paragone con Parigi, Vienna, Londra, Berlino: un biglietto da visita per il turismo a dir poco imbarazzante.

Il secondo tema, che si lega al primo, è l’industria del turismo. Inutile dire su quali e quanti tesori artistici e architettonici Roma possa contare e che dovrebbero segnare l’incontrastata imbattibilità della città a livello internazionale. Eppure Roma esce con le ossa rotte dalle classifiche internazionali, a causa della difficoltà nei servizi cui si imbattono turisti ormai abituati ad una attenzione che da noi pare sconosciuta. Aldilà di ogni considerazione circa le dinamiche generali del settore, la cura del cliente dovrebbe essere la norma. Avete mai provato a sedervi in un ristorante negli USA? E a Trastevere? Sono stufo di turisti che camminano abbarbicati al proprio zaino per paura di essere derubati e che temono fregature dietro l’angolo ad ogni pasto o colazione all’aperto. Chi paga e porta ricchezza dovrebbe essere trattato con guanti bianchi ed invogliato a spendere e tornare, non fuggire a gambe levate da quel folklore ostentato che, troppo spesso, significa sciatteria e maleducazione. La cultura delle regole quaggiù sembra, purtroppo, una chimera.

Ed infine, proprio legato al tema delle regole: grande attenzione alla macchina amministrativa del Comune. L’errore tipico del politico pieno di buone intenzioni e belle speranze è arrivare sul ponte di comando e, circondatosi del proprio gruppo di fidati consiglieri, tirar leve contando sul fatto che ciò produca automaticamente un risultato. Non funziona così. Far muovere una struttura complessa come quella della Capitale equivale a risalire a bracciate un fiume in piena: se non si conoscono gli appigli, le secche, le rapide si rischia di affogare. Ecco perché il successore di Ignazio Marino dovrà non solo dotarsi di un proprio staff di prim’ordine, altamente selezionato e esperto di cose amministrative, ma essere capace di gestire la dirigenza, dialogando con essa sulla base di obiettivi chiari e chiaramente comunicati, in un rapporto quotidiano. Con lealtà istituzionale e pretendendo risultati senza sconti. Capire come funziona la struttura burocratica e su di essa far leva è la chiave per far sì che le decisioni prendano corpo e abbiano speranza di portare risultati, ponendo basi serie per la lotta alla corruzione che appesta la Capitale: trascurare quest’aspetto e dedicarsi solo alla “politica alta” sarebbe un errore mortale, che sconterebbe la città.

Ah, manca qualcosa, dite? Come muoversi nel mondo della politica romana? Beh, serve un Sindaco, non un mago!

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Scorci romani

Dedicato ai candidati sindaci per Roma Capitale. La Capitale del Suk.

Essere avanti

Tra governi in formazione, tsunami alla buvette e prossime manifestazioni di piazza, il capolavoro della Terza Repubblica. Questo vuol dire essere avanti (grazie a Nandokan).
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