Sfigados

Ogni occasione è buona per chiedere a gran voce la chiusura del CNEL, organo di rilevanza costituzionale previsto dall’art. 99 della Carta e recentemente sottoposto a robuste sforbiciate. Organo inascoltato? Forse, ma se persino il suo Presidente, economista ed ex Forza Italia, ritiene di difendere gli sfigati e i bamboccioni, probabilmente la misura è colma. Anche per los indignados.

C’è grossa crisi

Per la prima volta ho lasciato sullo scaffale la confezione di morbidi tovaglioli a doppio velo e ho buttato nel carrello un paccone di 150 tovaglioli monovelo. C’è grossa crisi.

Tesoro di mamma

Sono franco, faccio parte di coloro che hanno accolto con favore il nuovo esecutivo a guida del Sen. Monti, di cui apprezzo, in primo luogo, la sobrietà, dote comune a quasi tutti i membri del Governo. E guardo con attenzione, magari circospetta, ma consapevole della situazione, ai propositi e agli atti concreti sul tappeto. Epperò questa storia della fine dell’illusione del posto fisso e dei mammoni mi stranisce. La Ministra dell’Interno, donna di enorme esperienza e di indubbie competenze, ha dichiarato in una intervista che “Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà”. La prima replica che mi viene spontanea è quella della curiosità di sapere chi mai pagherebbe un affitto per il giovane o la giovane neolaureata precari a nero in un’altra città. Opzione estero a parte, siamo tutti consapevoli che l’epoca del posto fisso appartiene a tempi passati, e persino chi il posto fisso ce l’ha nella pubblica amministrazione inizia a percepirlo. Ho allo stesso tempo l’impressione che questi pur giusti moniti vengano da chi proviene proprio da quei tempi passati e che forse difetta di un poco di comprensione per le reali difficoltà di chi, da precario, vuole uscire da casa di mamma ma non può, o di chi, uscitone, si trova a dover far fronte alle bollette a fine mese senza sapere dove sarà il mese seguente. Sfigati, monotoni e pure mammoni: insomma, tutto cambia e le regole dell’economia e del mercato globale sono sovrane, l’abbiamo capito, ma le scatole potranno ancora girarci, o no?

C’è grossa crisi

Senza rivangare per l’ennesima volta la gaffe internazionale dei ristoranti pieni, la negazione della crisi resta un elemento che non può non addebitarsi alla precedente compagine di Governo. Si tratta di un qualcosa  – di natura direi metapolitica – che può esser definito solo come un obnubilamento collettivo teso a ignorare pervicacemente uno stato di fatto che la pelle degli Italiani conosceva sin troppo bene. Che l’Italia abbia fondamenta economiche e di sistema bancario più solide di altri paesi di Eurolandia me lo conferma chi ne sa più di me e che la tempesta perfetta che ci ha investito sia ingestibile dal singolo Paese è naturalmente assodato. Quando, tuttavia, leggo di notizie di quotidiana povertà o, per motivi di lavoro, mi trovo a dover far fronte a richieste disperate di cittadine e cittadini che si trovano in situazioni di grave e gravissimo disagio economico e sociale, mi prende una grande rabbia contro tutto e tutti. E se una mamma mi scrive che vorrebbe che la sua richiesta di aiuto arrivasse a qualcuno che conta perchè “siamo tanto, tanto stanchi” di lavorare da 37 anni e di badare, allo stesso tempo, ad una figlia con gravissima disabilità, mi assale un sentimento di disperata impotenza. Tagli, montagne di soldi virtuali, pareggio di bilancio, spread: ma a questa gente cosa rispondiamo?

Buone feste

Via Nandokan.

E se lo dice il Papa – parte II

Ormai mi ripeto ma mi trovo ad essere d’accordo su molte delle cose che Joseph Aloisius Ratzinger dice su crisi, etica e dintorni. Non so se preoccuparmi o arrivare alla conclusione che le classi politiche europee che ci hanno condotto mano nella mano nel baratro non hanno nessunissima possibilità di tirarcene fuori. E continuo ad avere il mutuo.

Feticismo contabile

Mi ero conservato il ritaglio di giornale con l’Amaca di Michele Serra del 10 dicembre per farci un post, trattando temi che mi interessano da sempre. Confesso che, rileggendolo, è un pezzo che non abbisogna di commenti e lo ripropongo qua, un po’ per pigrizia, un po’ per invidia.

Le paurose paginate di giornale sulla congiuntura economica, giungle di cifre e percentuali, labirinti di balzelli presenti e futuri, hanno alla fine l’effetto di farci sentire del tutto impotenti di fronte a quello che già alla fine del secolo scorso la saggista francese Viviane Forrester battezzò “L’orrore economico”. A meno di soffrire di una sorta di feticismo contabile, l’istinto è alzare le mani, chiedere il conto, pagarlo (se si è in grado) e andarsene in mezzo ai boschi o alla neve o al mare, per capire che cosa ci rimane da pensare, da vedere, da sognare al di fuori dei quattrini. Non é una questione di morale, ma di metabolismo. E il corpo che si rifiuta, alla lunga, di misurare il mondo solo con il metro economico, di parlare solo di soldi, di calcolare la giornata, la settimana, la vita come una variabile dipendente dai bilanci statali, aziendali, familiari. L’economia è un insieme di diagrammi dentro i quali cerchiamo giorno dopo giorno il nostro puntino. Ma non siamo solo quel puntino, per fortuna. Siamo fatti di carne e ossa, e dotati di cinque sensi che non riescono a nutrirsi solo di videate e di scartoffie. L’economia è roba metafisica, riguarderà magari l’anima degli umani: ma la vita fisica esige altre emozioni, e si sente soffocare nella galera dei conti pubblici e privati.

Troppo grossi per fallire (e da capire)

Mi è appena capitato di vedere “Too big to fail“, il film sul crac finanziario USA di un paio di anni fa. E poi, un po’ frastornato dalla tempesta perfetta che ci staziona sulla testa, leggo – sfogliacciando a caso – che, a proposito delle vicende di questi mesi, oggi è stato “raggiunto un accordo per abbassare di 50 punti base il prezzo degli attuali swap sulla liquidità in dollari Usa (che precedentemente era a 100 punti base sopra l’overnight index swap)”. Ma suona male dire che, nell’uno come nel’altro caso, non ci ho capito nulla?

Tovarish Nichi

Dice fra l’altro Gramellini, sentito l’intervento di Vendola a “Che Tempo Che Fa”, che accanto ad una borghesia perbene e moderata, di cui Monti è il rappresentante, esiste anche “una sinistra anticapitalista, indisponibile a stilare un programma coerente di governo con altre forze progressiste che pur contrastando Berlusconi accettano la Borsa e le banche”, che lotta contro il Sistema anche se “in cambio di cosa non è ancora chiaro”. Ecco, ingenuamente mi chiedo cosa ci sia sia di tanto sbagliato. Non sono stato uno degli elettori della forza politica guidata dal Compagno Nichi, ma abbracciare sic et simpliciter la forza buona del turbocapitalismo che ci ha precipitato (noi abitanti del Pianeta, intendo) nelle rogne, mi sembra un pelino eccessivo. E questo è prepolitica.

Il supremo reggitore

Devo essere sincero: se dovessi dire che sono pienamente felice e soddisfatto per il prossimo Governo Monti, direi una bugia. E la direi perché, sia pure in parte, la costituzione di questo esecutivo di novembre ha – anche – la paternità della superna dimensione economico-finanziaria, che mi preoccupa assai. Sia chiaro, innegabili le responsabilità del Governo uscente ed evidente il peso della crisi di fiducia che alcuni coloriti atteggiamenti hanno contribuito a scatenare a livello internazionale. Tuttavia, questa cosa mi lascia un retrogusto amaro. Ci piaccia o meno, siamo in emergenza e sottoscrivo le riflessioni del Nichilista. E, di converso, ripesco dalle ormai lontanissime memorie dei miei studi di diritto costituzionale e penso che quel costituzionalista insigne ci avesse visto giusto a indicare come il Presidente della Repubblica, in caso di crisi del sistema, si erga a supremo reggitore dello Stato. Così, tanto per.