Archivi tag: Economia

Quei maledetti scansafatiche della Ragioneria Generale dello Stato

Tenetevi forte: i dirigenti della Ragioneria Generale dello Stato, dipartimento del Ministero dell’Economia e Finanze che cura i conti pubblici, lo scorso venerdì pomeriggio alle 14 hanno chiuso i computer, staccato i telefonini e se ne sono andati a passare un pomeriggio in famiglia, rendendosi indisponibili alle ennesime nottate e ai sabato e domenica di lavoro per il taglia e cuci della legge di stabilità. Ma come, direte voi, la stabilità non è stata presentata il 15 ottobre? Non era quelle dell’Italia “col segno più”? Delle 25 slide e dei 25 tweet? E come si permettono questi burocrati di farsi cadere la penna? Chiariamo subito i come e i perché della vicenda. Come ogni anno la preparazione della legge di stabilità richiede un surplus di lavoro da parte dei ministeri a cui il Governo chiede di operare sulle norme che intende portare all’attenzione del Parlamento. I diversi ministeri forniscono quindi i testi di proposta, corredati da relazioni tecniche su cui poi la Ragioneria deve esprimersi in merito alle coperture, collazionando il tutto: insomma un lavoro certosino che, soprattutto per i tecnici di Via XX Settembre, si traduce in lavoro sino a tarda notte e, non raramente, nei fine settimana sulle carte. Da una chiacchierata con colleghi del dicastero, tuttavia, emerge che le criticità ci sono, e sono parecchie. In primo luogo quella che dovrebbe essere l’eccezione è ormai la norma: uscire dall’ufficio alle 19 o 20 di sera è prassi comune, con le immaginabili conseguenze sulle dinamiche della vita privata delle persone (ne parlavo proprio su Formiche), magari per le richieste dell’ultimo minuto che arrivano dai piani alti per l’immancabile riunione dell’indomani di cui si sapeva da una settimana.

Il problema più generale, tuttavia, è relativo alle modalità e alla qualità del lavoro: non solo ormai al MEF viene demandata in gran parte anche la definizione delle relazioni tecniche, ma la corsa al 15 ottobre ha portato alla costruzione di un “bozzone” (così lo chiamano gli addetti ai lavori) della stabilità su cui occorre ancora intervenire per ultimare il testo della legge: ecco il motivo della richiesta degli ulteriori fine settimana alla scrivania. C’è, insomma, un tema di legislazione del Governo in occasione dello snodo fondamentale rappresentato dalla legge di stabilità annuale che non va sottovalutato: il famigerato taglio alle retribuzioni (ci tornerò nel prossimo futuro) è solo la ciliegina sulla torta, ormai andata a male. La protesta spontanea, di pancia, che ha portato al rifiuto di lavorare sabato e domenica (maledetti scansafatiche!) è una spia di un malessere ben più profondo, che le solite, banali crociate anti-burocrazia non sfiorano neppure. Altro che roba lunare, come riporta con pressappochismo Dagospia, o ammutinamento, come scrive Repubblica. Organizzazione del lavoro e cura delle professionalità, qualità della regolazione, dinamiche legislative e rapporto fra tecnica e politica: chi è in grado di parlarne? Perché poi anche le formiche, quelle che tengono in piedi la PA, nel loro piccolo si incazzano!

Pubblicato su Formiche

Annunci
Contrassegnato da tag , , ,

La giusta misura

C’era da scommetterci: non si è fatto in tempo a tornare dalle vacanze che la matassa P.A. è ritornata al centro del dibattito politico, comodamente assisa fra i deliri dell’Isis e le manovre dell’est Europa. La miccia l’ha accesa la dichiarazione della ministra Madia: “In questo momento di crisi le risorse per sbloccare i contratti a tutti non ci sono”. Anche per il 2015, dunque, nessun rinnovo per i contratti dei dipendenti pubblici, fermi dal 2009. Ora, non intendo affrontare il tema in sé: non ho i conti in tasca e, in tutta onestà, non sono in grado di affermare con cognizione tecnica se questo ulteriore blocco sia dovuto o meno. Posso dire, con molta franchezza, che noi dirigenti pubblici possiamo sostenere il sesto anno di stop: è ingiusto, senza dubbio, ma se serve un sacrificio possiamo farlo senza troppi danni. Lo stesso non può dirsi per impiegati e funzionari che perdono potere d’acquisto e, con la loro massa critica, per banali leggi economiche frenano i consumi. Credo, in ogni caso, che sia importante non dar fiato a chi soffia sul fuoco della lotta sociale: dipendenti pubblici contro dipendenti privati, professionisti contro statali, precari contro disoccupati, licenziati contro chi ha un posto fisso. Per fortuna ci pensa il Sottosegretario alla Funzione Pubblica, Angelo Rughetti, a gettare acqua sul fuoco, dichiarando a Radio24: “E’ chiaro che quando c’è una non predisposizione etica rispetto al compito che si ha, per cui andare in ufficio viene interpretato come un qualcosa in più perché tanto lo stipendio arriva lo stesso, uno può prendere soltanto una mazza da baseball“. Ecco, misura innanzitutto. Ve lo ricordate “I Guerrieri della Notte”, vero?

Contrassegnato da tag , , , ,

La Repubblica dei Capitreno (ovvero la la generazione del “sì, però”)

Quella che riporto di seguito è la reazione di Nandokan, collega geniaccio e vulcanico, al mio postarello sulla Repubblica dei Mandarini, passando per politica, capitreno, P.A., forconi e libero mercato. Non commento, buona lettura e buon 2014.

NANDOKAN: All’uopo ne approfitterei per suggerire questo pezzo di quel bravo tomo che è Gianfranco Polillo, che già ricordiamo con affetto per essere un ferreo seguace della teoria secondo cui l’Italia si sarebbe rilanciata riducendo i giorni di ferie. Polillo si comporta come tutti i ricchi quando succede loro qualcosa e dunque sono frementi di indignazione – un po’ come Paola Ferrari che twittava indignata per il black out a Cortina. Ma mentre la donna che ad ogni puntata consuma 19Mw di illuminazione facciale dagli studi della DS limita il suo sdegno a 140 caratteri, Polillo riceve – incomprensibilmente ma anzi no, vista la raggelante inutilità del Fuffington Post – uno spazio quasi fisso. Qui linko.

Ma leggiamo insieme il pezzo, un autentico capolavoro di grillismo (nel senso di marchese, ma anche no) con in più una marcata vena teppistica:

La “Freccia argento” che dovrebbe trasportare passeggeri, già imbestialiti, è vecchia di anni. I sedili sono stretti. Non c’è posto per mettere i bagagli che sono ammucchiati alla meglio: lungo la corsia o davanti ai bagni. Non è rilassante per un viaggio che deve durare quasi otto ore.

Il problema è oggettivamente drammatico. Ma egli non si scoraggia.

Cerco il capotreno e gli faccio presente la situazione.

I capitreno, si sa, stanno lì, sempre pronti a superare con attitudine collaborativa il principio dell’impenetrabilità dei corpi solidi.

Mi risponde: il treno è vecchio. Non ci posso fare niente.

Risposta per nulla assertiva e che tradisce, anzi, una efferata voglia di fancazzismo.

Quando si viaggia, si dovrebbero portare meno bagagli. Gli faccio presente che il treno porta verso le stazioni di sci e i vestiti sono ingombranti. Ma lui si limita a scuotere la testa. Eppure non ci voleva molto. Bastava solo pensarci prima. Togliere, ad esempio, quattro sedili per avere uno spazio sufficiente per borse e valige.

Bastava avere una chiave inglese e smontare quattro sedili. Certo, poi ci sarebbe stato il problema di dove riporli. Beh, non sarà mica un problema per Polillo: sarebbe bastato lanciarli in corsa dalle parti di Chiusi-Chianciano. E se no che ce sta a fa’ ‘a direttissima?

È il metodo usato dai traghetti verso le isole del Tirreno. Quelle navi sono ancora più vecchie del treno che dovrebbe essere “super – lusso”, almeno a giudicare dal prezzo e invece somiglia a una tradotta. Indispettito, gli faccio presente che nel mio biglietto non esiste alcuno sconto per la vetustà del mezzo di trasporto. Ma lui continua a scuotere la testa. Indifferente. Me ne vado augurandogli che presto l’Italia possa finalmente avere una signora Thatcher, come presidente del Consiglio. Non raccoglie.

Polillo sarà delusissimo se azzardiamo che al 99% il capotreno avrà certamente raccolto. Ma è abituato a subire le offese, per cui si è ben guardato dall’aprire bocca.

Questo è il punto vero. Abbiamo una struttura pubblica che gronda dipendenti e inefficienze. Che non sente l’obbligo di fornire a chi paga un servizio decente. È il sommarsi di due difetti: la logica del monopolio e quella del pubblico. Dove i vincoli del libero mercato non fanno presa. E tutto si risolve nel tirare a campare.

Le strutture sono pubbliche a giorni alterni, si sa. Ma ciò che conta è l’equazione pubblico = brutto.

Colpa di retribuzioni inadeguate? Non si direbbe. L’AD di FFSS, se non ricordiamo male, ha un appannaggio di circa un milione l’anno. Dovrebbe essere un incentivo sufficiente per usare quel cacciavite che, stando almeno a quel che si vede nella politica governativa, sembra introvabile.

L’AD di FFSS. Ma sta dicendo: il capotreno.

Ma per fortuna l’Italia non è tutta così. Contro un quarto circa di lavoratori che pretendono solo diritti e scarsi doveri, c’è un mondo che si affanna per sbarcare il lunario. Artigiani, commercianti, liberi professionisti, imprenditori, dipendenti privati e popolo delle partite IVA. Sono costretti a correre tutto il giorno per arrivare, quando ci arrivano, alla fine mese.

I capitreno, invece, passano la vita sorseggiando cocktail in barca, come nella scena finale di “Una poltrona per due”.

Alcuni, specie se professionisti affermati, guadagnano bene. Non tanto – salvo straordinarie eccezioni – per emulare il top management di FFSS.

Magari perché evadono dal 50 all’80% di quanto incassato?

Con il loro lavoro e le grandi difficoltà quotidiane compensano il bel vivere degli altri.

Maledetto capotreno, maledetto statale garantito, tu che non conosci l’odore del napalm del rischio alla mattina.

Questo grande mondo, minoritario nei numeri, ma decisivo ai fini della crescita complessiva del Paese, non ha voce. Appartiene il più delle volte alla categoria dei desparacitos. Salvo quando blocca le strade e alza i forconi.

Il mondo della produzione, quello vero, quello dell’incertezza, della scommessa su sé stessi, dove bisogna lottare senza un attimo di tregua investendo e lavorando sul libero mercato. Proprio come ha fatto ogni giorno della sua vita Polillo, come leggiamo dalla sua sapida biografia di Tarzan del libero mercato.

Questa, signore e signori, è la cosiddetta classe dirigente. Quella che non abbiamo mai contraddetto tirando loro un mocassino ogni volta che aprivano bocca, come fece quell’iracheno contro Dabliu Bush, ma rispetto a cui ci siamo sempre limitati a dire “sì, però”. I diritti? “Sì, però”. I servizi sociali? “Belli, però”. La previdenza? “Eh, ma è insostenibile, però”. Il lavoro garantito? “Eh, ma I fannulloni, però”. Un salario decoroso? “E’ l’Europa che non ce lo chiede, però”.

Siamo stati la generazione del “sì, però”. Di noi, però, si ricorderanno solo il “sì”.

Contrassegnato da tag , , ,

Consiglio d’Europa, disabilità e crisi economica

Durante la mia tre giorni di lavoro all’interno del Gruppo di Esperti sui diritti delle persone con disabilità presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo ho avuto il piacere di essere intervistato dalla sezione multimedia del Consiglio. Nel podcast si parla del Piano d’Azione sulla disabilità del Consiglio d’Europa, della crisi economica e delle politiche e azioni da svolgere a favore delle persone con disabilità. Tutto in perfetto inglese euroburocratico.

Contrassegnato da tag , , , ,

Le basi, almeno quelle

E la palla tra non molto ripasserà agli Italiani, gli unici ad avere il pieno diritto di decidere chi potrà governare il Paese per i prossimi cinque anni. Fino a fine febbraio avremo – spero – l’occasione di valutare appieno le posizioni delle forze politiche e pervenire ad una scelta consapevole. Per taluni, anche una non scelta, altrettanto legittima. Ecco, al netto delle opinioni e delle convinzioni, magari non accecate da ideologie che non sono utili a nessuno, l’auspicio è che tutti noi ci si riconosca come comunità nazionale nei valori fondanti della Repubblica. E che, almeno, non si senta più un candidato alla carica di Presidente del Consiglio dei Ministri dire che “il prodotto lordo sommerso è forza economica, è produzione di beni, è posti di lavoro, esiste come economia”. Anche perché il sommerso in Italia, oltre che colpire la sicurezza delle famiglie col precariato sotto ricatto e basarsi sulla floridissima evasione come vero e proprio costume nazionale, si fonda sulla radicata presenza delle mafie in tante, troppe zone del Paese. Insomma, le basi, almeno quelle.

Contrassegnato da tag , ,

Persino nella nostra Gallura

Nell’estate della crisi, serpeggia su alcuni giornali (in particolare sull’Unione Sarda, di cui in agosto sono un religioso lettore) la tesi secondo cui il calo del turismo in Sardegna sia legato anche alla psicosi dei controlli fiscali anti evasione e ai blitz delle forze dell’ordine sull’isola. I “siuri”, insomma, si sentono ingiustamente additati al pubblico ludibrio e, per non essere infastiditi, levano le tende: esemplari le reazioni indignate all’intervento di un elicottero per far sloggiare panfili e yacht dalle cale interdette alla navigazione a Porto Rotondo. “In vacanza non si può vivere di stress“, lamenta un ignoto diportista. Ora, seppur col cuore stretto di fronte a tanta sofferenza d’altobordo, fin qui nulla di sostanzialmente nuovo. Epperò è un nonnulla in confronto alle dichiarazioni di Flavio Briatore, il vip per eccellenza, che, nel lodare GdF e Agenzia delle Entrate, i “servitori del Paese che svolgono la funzione alla quale il Governo li chiama”, lancia il suo anatema sul più generale deficit di politica nell’isola: “Ma le sembra possibile che non ci siano i più elementari servizi, persino nella nostra Gallura, dove si sostiene di voler fare turismo d’elite?”.

A me il Briatore sta anche simpatico, credo sia un imprenditore accorto, tutt’altro che stupido. Ma sono dell’opinione che egli rappresenti – non me ne voglia – proprio quello di cui la Sardegna, come l’industria del turismo italiano in generale, non ha bisogno. Non ha bisogno (rectius, non dovrebbe aver bisogno) del Cumenda che arriva sul panfilotto senza conoscere nulla della cultura della terra di cui è ospite. Di chi in pochi anni ha fatto scempio di pezzi di una terra fra le più belle del mondo e la ha resa una Disneyland d’accatto per mezzeseghe dei reality: avete mai fatto una passeggiata nella spettrale Porto Rotondo di plastica a novembre? Non ha bisogno, insomma, di chi la vive 15 giorni l’anno, sfruttandola e non dandole nulla in cambio, se non l’elemosina del momento senza duraturo sviluppo. La Sardegna è una delle perle del Mediterraneo, piena di cultura e tradizioni, che chi si preoccupa del cosiddetto effetto psicosi indotto dal Governo non può neppure immaginare o si preoccupa di conoscere. Su una cosa, tuttavia, il Nostro ha ragione: la mancanza di lungimiranza di certa politica sarda che, a mio modo di vedere, per troppo tempo si è asservita alle necessità vacanziere “d’élite” e che dovrebbe invece sostenere e moltiplicare le tante piccole iniziative che nell’isola esistono e che vogliono valorizzare il patrimonio storico-culturale sardo. Perché, cari i miei Briatore di turno, la Gallura non è vostra.

Contrassegnato da tag , ,

Qualche riflessione in materia di spending review

A seguire riporto il testo dell’intervento che ho tenuto, in qualità di Presidente dell’Associazione “Dirigenti per l’Innovazione – Allievi Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione”, presso la manifestazione di proposte sulla spending review promossa da Unadis lo scorso 16 luglio a Roma (qui in allegato).

Vorrei preliminarmente evidenziare due aspetti relativi alla manifestazione di proposte cui oggi partecipiamo. Il primo: ritengo importante che associazioni e sindacati si ritrovino su alcuni punti comuni in merito alla razionalizzazione della spesa pubblica, pur nella necessaria differenza di approcci ed obiettivi. Il secondo: considero un successo ancora maggiore che ci si ritrovi per stimolare un dibattito pubblico sulla cosiddetta spending review, che sinora è drammaticamente mancato, e ragionare serenamente – per quanto si possa oggi essere sereni – dopo una stagione di muscolarità avverso la P.A. che ci siamo lasciati alle spalle e che ha fatto sin troppi danni.

Articolerei questo mio breve intervento su 3 temi, 3 domande e 3 citazioni. La premessa indispensabile è: tagli o revisione della spesa? Credo siamo tutti d’accordo che se una revisione vera è indispensabile – e oggi vengono presentate molte proposte – di tagli lineari non abbiamo alcun bisogno, se è vero, come ho letto oggi – ed è la mia prima citazione – che “la reazione delle burocrazie […] finirà, nei prossimi mesi e anni, per concentrare grossa parte dell’attenzione di quelle figure che dovrebbero essere preposte a programmi di innovazione e miglioramento: vertici apicali, responsabili del personale e delle relazioni sindacali, dirigenti di strutture complesse. Questi vedranno le loro giornate e agende impegnate in un processo di “accompagnamento all’uscita” del personale […] invece che occuparsi di: migliorare la qualità della programmazione; consolidare o avviare sistemi seri di monitoraggio delle attività; valutare i risultati ottenuti; coinvolgere gli utenti dei servizi in ciascuna di queste fasi”. È uno scenario che appare assai credibile.

Il primo tema, ora. Quali dirigenti vincitori di concorso pubblico – tuttora indispensabile riferimento costituzionale per la P.A. – crediamo che le spese da tagliare con priorità siano innanzitutto quelle relative ai troppi incarichi dirigenziali fiduciari affidati senza concorso e senza alcuna procedura di selezione meritocratica. Gli organici dei Ministeri hanno ormai raggiunto livelli di scopertura tali che presto sarà impossibile garantire servizi essenziali e si annunciano ulteriori, severi tagli dei dirigenti. Ebbene, appare quanto meno bizzarra la logica che si cela dietro al taglio di un dirigente regolare vincitore di concorso e la contestuale intangibilità di un dirigente a chiamata diretta – spessissimo con venatura “politica” – che un concorso non lo ha vinto. Nessun intervento organico sul punto è previsto nella manovra di spending review, se non la disposizione di spoils system per la dirigenza esterna presso la sola Presidenza del Consiglio, in veste una tantum, cosa peraltro già censurata dalla Corte Costituzionale (art. 2, co. 20): une vera e propria perversione nella perversione! I dirigenti pubblici ex allievi della SSPA, così come tutti i dirigenti pubblici italiani, sono pronti, come hanno sempre fatto, a fare la loro parte di sacrifici in un momento particolarmente difficile per il Paese. Chiediamo, allora, la massima trasparenza e meritocrazia nell’attuazione dei previsti ed ennesimi tagli (chiamiamoli col loro nome) così come, però, nell’assegnazione degli incarichi e nella progressione delle carriere, convinti che non si possa più mantenere a spese della P.A. personale fiduciario ed organico ad una politica purtroppo ormai screditata. Il celebre “caso-neutrini” resta luminoso a ricordarci la triste evoluzione dell’istituto di cui parliamo. E se è vero che questo decreto assicura l’invarianza dei servizi per la comunità, come cittadini pongo la prima domanda: ci sentiamo più garantiti da chi dovrà sempre qualcosa a chi lo ha nominato o da chi deve dar conto solo ai cittadini e alla legge?

Passiamo al secondo tema. Si perdonerà la parzialità di questa visione, ma da sempre siamo convinti che l’esperienza del corso-concorso dirigenziale presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione (SSPA) rappresenti un unicum nel panorama amministrativo italiano: un concorso di accesso severo, un corso selettivo e multidisciplinare di un anno con esami e tesi, uno stage presso organizzazioni sia pubbliche e private, sia nazionali che estere, un esame finale. E’ un’esperienza che non ha ancora lasciato il suo bozzolo, restando, almeno sino ad oggi, un esperimento, tanto che solo 3 posti da dirigente su 10 vengono coperti tramite la dura selezione che la SSPA attua a livello nazionale. Ora, la manovra appena varata introduce la possibilità di individuare una Scuola Centrale della formazione in Italia, coordinando le diverse e spesso troppo numerose scuole pubbliche di formazione: questa Scuola non può che essere, per storia e per competenze, la Scuola Superiore della P.A., struttura che non solo forma, ma prima recluta e poi seleziona la dirigenza dello Stato, e le cui potenzialità, credo, sono ancora in fase di piena espressione. Allo stesso tempo, poi, viene prevista una riforma del sistema di reclutamento e di formazione dei dirigenti (art. 11, co. 1): a tale proposito crediamo fortemente che il modello di riferimento debba essere quello del corso-concorso e che, anzi, l’occasione vada colta per rafforzarlo e contribuire, così, anche a creare quello spirito di corpo che spesso ancora manca nella dirigenza italiana. E la mia seconda domanda, allora, è: ha senso che si impieghi tempo e risorse economiche per formare dirigenti dello Stato (ad oggi in poco più di un decennio siamo a 500 individui) che condividono competenze, valori, aspirazioni, mentre altre strutture, alcune blasonate, altre assai meno, formano i “loro” dirigenti? Questa modalità dell’”ognun per sé” ha fatto, evidentemente, il suo tempo. Indipendenza dalla politica, cura delle competenze e capacità, ricerca dell’interesse comune sono obiettivi irrinunciabili che solo attraverso la selezione dei migliori, la valorizzazione del merito e la creazione dell’eccellenza possono essere perseguiti efficacemente.

Infine, terzo tema, che apro con la mia terza domanda. Come si concilia una manovra che, dopo i pesanti tagli del 50% della formazione per i pubblici dipendenti, opera sensibili riduzioni di spesa e di personale, con l’esigenza di avere una P.A. sempre più aperta, trasparente, che rende conto all’esterno? La trasparenza non è una mera declamazione di principio, ma un approccio strategico che richiede competenze, preparazione, impegno. Aprirsi al controllo diffuso dei cittadini, elemento imprescindibile di ogni amministrazione che voglia dirsi moderna, comporta impatti che vanno gestiti perché possano aiutare la stessa amministrazione a lavorare meglio e a rispondere con più efficacia e prontezza ai bisogni dei cittadini. La riforma del 2009 in materia di performance e trasparenza ha aperto la strada a percorsi di modernità da cui non possiamo allontanarci e che la recente intesa fra il Ministro per la PA e l’Innovazione con le parti sociali ha perso l’impegno di migliorare a vantaggio del reciproco rapporto amministrazione-comunità. Auspichiamo, quindi, che l’emergenza che viviamo non sia una scusa per riporre in un cassetto la necessità di proseguire sulla strada della “Amministrazione 2.0” per rendere la macchina amministrativa sempre più aperta, trasparente, verificabile. Per far questo non servono tagli, ma occorre investire nelle risorse umane, prima ancora che nelle strumentazioni informatiche, per lavorare meglio ed assieme a chi dei servizi pubblici usufruisce: i cittadini. Prima di tutto.

Chiudo con le due ultime citazioni che mi ero ripromesso di fare. La seconda: “I pubblici dipendenti sono oggi un ostacolo sulla vita del Paese”. È una dichiarazione di inizio giugno 2012, tratta dalla Gazzetta dello Sport (!), e data come virgolettato da parte di un Ministro della Repubblica di questo Governo. Non credo abbisogni di commento. Decisamente più incoraggiante la terza e ultima citazione, tratta da un articolo della Nuvola del Lavoro del Corriere della Sera “Essere un buon dirigente pubblico equivale a saper accettare e gestire la complessità in cui si opera e proporre soluzioni adeguate ai problemi che quotidianamente insorgono. Essere dirigente è un privilegio, è una grande occasione per mettersi alla prova, guidare persone, creare valore, sapendo che il nostro lavoro avrà impatto sulle persone e sulla collettività. E’ una grande responsabilità”. Sono le parole di Enrico, in questi mesi giovane allievo del corso-concorso della SSPA ed aspirante dirigente dello Stato. A lui e all’Italia va il mio e il nostro in bocca al lupo.

Contrassegnato da tag , , , ,

Arrivederci e grazie

Domenica sera a Ostia Beach. Dopo giorni di afa terrificante, si respira: ci si dirige verso un simpatico localino della Movida familiare, seduti all’aperto. Vino, birra, patatine, bruschette: insomma, antipasto con rinforzino del dopo mare. Ci sta tutto. Tutto bene? Non esattamente. Arriva lo scontrino-non-scontrino: 54.50 euro stampati sullo scontrino non fiscale. No problem: vado alla cassa e chiedo di pagare con carta, della serie ‘ti frego io adesso’. Mi risponde con faccia contrita: “Non abbiamo il pos”. Va beh, colletta e torno col conquibus. Din din! Bene, grazie. Scontrino e arrivederci? No, non proprio: il pizzino sfornato in loco è un altro scontrino-non scontrino, quello che riporta il consiglio “ritirare lo scontrino alla cassa”. Ma io sono alla cassa! Non mi resta che restare immoto, chiedere uno scontrino vero che mi viene dato con un sussurrato “Scusi”. Arrivederci e grazie, recita il mio scontrino-scontrino. E il problema dell’Italia sono i fannulloni.

Contrassegnato da tag , , ,
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: