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Marco Travaglio e quel “mongoloide” di troppo

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Le parole, si sa, a volte sono pietre. E fanno male soprattutto quando colpiscono le persone più fragili. È quel che è accaduto qualche giorno fa durante la trasmissione “Otto e mezzo” su La7 quando, nel dibattito fra Marco Travaglio e il deputato e scrittore Gianrico Carofiglio, il direttore del Fatto Quotidiano, vivace polemista, ha denunciato che si vogliano trattare gli elettori del Movimento 5 Stelle come “mongoloidi”. Dibattito politico a parte, che qui certamente non interessa, non si sono fatte attendere le reazioni delle realtà del mondo associativo rappresentativo delle persone con disabilità e delle loro famiglie, come Coordown e Anffas, che hanno fortemente condannato l’episodio. Travaglio, prontamente, si è scusato dalle colonne del Fatto Quotidiano. Tuttavia, nel rivolgersi a Roberto Speziale, presidente dell’Anffas, è riuscito a mettere una toppa ben peggiore del buco: “Caro Speziale (e cari amici dell’Anffas) – scrive Travaglio – come lei stesso riconosce il mio intento era tutt’altro che quello di offendere le persone affette da sindrome di Down e le loro famiglie. Anche perché ne conosco personalmente diverse, e so di avere soltanto da imparare da loro. Nell’enfasi polemica con lo scrittore Gianrico Carofiglio, intendevo fargli notare che stava trattando assurdamente 8 milioni e rotti di elettori dei 5Stelle come altrettanti handicappati mentali che votano senza sapere quello che fannoNon credo che, se avessi detto “lei li scambia tutti per dei matti” o “per dei dementi”, avrei offeso i malati psichiatrici, o le persone affette da demenza, e i loro famigliari. Se però con le mie parole, rivolte a un interlocutore con cui stavo polemizzando e non certo alle persone affette da sindrome di Down, ho involontariamente offeso qualcuno, me ne scuso dal più profondo del cuore”.

Personalmente non ho dubbi che le scuse di Travaglio siano sincere e sono d’altronde convinto che, nell’utilizzare l’espressione che ha fatto inalberare in tanti, non intendesse affatto dare addosso alle persone con sindrome di Down. Ed è proprio questo il punto. Se uno dei giornalisti più conosciuti d’Italia trova tutto sommato normale l’utilizzo di termini che stigmatizzano gravemente le persone con disabilità intellettiva di questo Paese, rincarando la dose con “handicappati mentali” nello scusarsi, significa che la cultura dei diritti per le persone con disabilità in Italia ha ancora una lunga, lunghissima strada da percorrere. Non è una mera questione semantica, sia chiaro. Le parole hanno certamente un loro peso, e non casualmente la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, che l’Italia ha ratificato meno di dieci anni fa, parla, appunto, di “persone” con disabilità. Non di handicappati. Non di diversamente abili. E men che meno di mongoloidi o ritardati. Il focus della Convenzione è sulla persona, che si trova ad avere una disabilità, di qualsiasi natura essa sia. A significare che le persone con disabilità non sono dei malati, ma, come recita la Convenzione stessa, “coloro che presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che in interazione con barriere di diversa natura possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri”. Chiaro come il sole: stessi diritti e stesse opportunità, da garantire anche adattando l’ambiente (fisico e socio-culturale) ai bisogni del singolo cui è necessario fornire il necessario supporto per poter godere degli stessi diritti di cui godono gli altri cittadini. E, soprattutto, evitando ogni forma di esclusione ed emarginazione.

Oltre le definizioni, tuttavia, c’è una sostanza che traspare dalle parole di Travaglio. Quando, ad esempio, parla di “handicappati mentali che votano senza sapere quello che fanno”, si tira una linea. Una linea tra chi, nel comune sentire, ghettizza le persone con disabilità quali cittadini di serie B, incapaci di autodeterminarsi, poveri infelici sbeffeggiati dal destino cinico e baro, cui guardare con compassione e paternalismo, e chi, invece (in prima fila le persone con disabilità e le loro famiglie) lottano ogni giorno con le unghie ed i denti per difendere i loro diritti e – permettetemi – la loro dignità. Stupirà forse qualcuno sapere che in Italia, a differenza di qualche altro Paese, le persone con disabilità intellettiva votano. E magari, chissà, con maggiore consapevolezza di tante persone senza disabilità. Faccio mie le parole riportate sulla pagina Facebook di Emma’s friends: “Lei lo sa Signor Travaglio che le persone con sindrome di Down votano? Lei lo sa che votano, sapendo quello che fanno? Lo sa che vanno a scuola? Lo sa che molti hanno un lavoro vero? Lo sa che ci sono persone con sindrome di Down che vanno a vivere da sole? Lo sa quanto hanno combattuto insieme con le loro famiglie per non essere chiamati “mongoloidi” e per non sentire nei cortili delle scuole, al bar o nelle piazze quel termine usato per offendere?”. No. Marco Travaglio non lo sa. O non ne è pienamente consapevole. Come tante, troppe persone vittime degli stereotipi. Non è una sua colpa e non credo abbia senso alcuno fare crociate contro di lui. In Italia molto è stato fatto per promuovere i diritti delle persone con disabilità, è bene ricordarlo. Ma molto, moltissimo resta da fare. Facciamo allora sì che questa sia, almeno, l’occasione per fare cultura dei diritti. Per cambiare le teste. Magari cominciando dalle parole.

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Un fine settimana con gli haters: benvenuti nel Medioevo social

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Ha concluso i suoi lavori la Commissione “Jo Cox” sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, presieduta da Laura Boldrini e composta da parlamentari di tutti gli schieramenti, accademici ed esperti, nata sulla scia dell’azione svolta dal Consiglio d’Europa su tali questioni. L’organismo, intitolato alla deputata britannica uccisa da un esaltato neonazista il 16 giugno 2016, ha approvato una relazione finale contenente 56 raccomandazioni che mirano a prevenire e a contrastare le campagne d’odio sui media e sui social network contro le donne, gli immigrati, i rom/sinti, le diverse fedi, le persone con disabilità e le persone LGBTI, attraverso l’informazione e la formazione scolastica, la raccolta dei dati, la responsabilizzazione di tutti gli attori e l’adeguata sanzione dei messaggi di odio, il cosiddetto hate speech. Qualche dato di sfondo in ordine sparso? Un Italiano su tre pensa che una donna che lavora non possa seguire i figli al pari di una che non lavora; uno su quattro pensa che l’omosessualità sia una malattia e ha dubbi che una persona omosessuale possa efficacemente fare politica; gli Italiani ignorano quanti siano gli immigrati nel Paese: credono siano il 30% della popolazione mentre sono l’8%, quasi quattro volte di meno; altrettanto scioccanti i dati sulle violenze subite dalle donne, le maggiori destinatarie dell’odio on line, e dalle persone omosessuali, anche alla luce del fatto che, secondo l’Agenzia Europea sui diritti fondamentali, l’Italia ha il triste primato di essere il Paese più omofobo dell’Ue. Chapeau!

Un lavoro prezioso e utile, quello della Commissione, dunque. Eppure, secondo alcuni le azioni proposte sarebbero figlie del pensiero unico che vuole limitare e censurare la libertà di espressione dei cittadini, imbavagliando il dissenso e istituendo un reato di pensiero in un novello regime orwelliano. In altre parole, è chi cerca di arginare l’odio a fomentare odio. Stabilendo un’equazione a mio giudizio fallace tra libertà di espressione e licenza di aggressione, c’è chi sostiene che dare addosso alle persone per le loro idee politiche, per il colore della loro pelle o, ancora, per il loro orientamento sessuale, rientrerebbe in ogni caso nel diritto di libera manifestazione del proprio pensiero. E contrastare questo approccio sarebbe la vera molla che scatena l’odio in rete. Personalmente sono in profondo disaccordo con questa impostazione ma, spinto da curiosità, ho deciso di impiegare un intero fine settimana tentando di interloquire su Twitter con gli haters nostrani. La ricerca è stata semplice: è bastato digitare qualche termine come “negri”, “duce”, “gender”, “froci”, “golpe” e, ovviamente, “Boldrini”, per iniziare un viaggio nel ventre oscuro della rete rabbiosa e cospirazionista. Chi ha tempo e voglia potrà ripercorrere le discussioni sul mio profilo @alfredoferrante, ma quella che segue è una mia personalissima raccolta del meglio del meglio.

Cominciamo con “rastrellamenti, pulizia etnica e fosse comuni” per i “negri utili solo nelle piantagioni”, le “risorse” che “comprano un IPhone e sono vestiti meglio di noi” e che vanno rimandati “nelle boscaglie”. Qualcuno si domanda se sia meglio usare un mitra o la dinamite per “spazzare tutti questi sporchi negri” mentre, come da perfetta vulgata complottista, agli immigrati è garantita l’immunità per i reati e vengono concessi diritti negati agli Italiani, sprofondati nella povertà. Illuminante, da questo punto di vista, la lunga conversazione con chi afferma che vengono dati almeno 1500 euro a migrante e che, a ripetuta domanda di citarne la fonte ufficiale, ne è incapace. Per un altro utente la televisione ha detto che Save the Children impiega il 99% delle donazioni per affittare barche per salvare “negri adulti invasori”: “chi se ne frega” dei dati o del bilancio della ONG, la mia domanda di una fonte è “un’interpretazione ideologica”. Sempre meglio di chi scrive che sono le OMG (sic!) a favorire l’invasione in Italia da parte degli africani, ovviamente orchestrata da cupole global-finanziarie che hanno il nostro Governo a libro paga. E Roma? Va trattata con una “bella pulizia etnica”, dice una signorina, la quale, alle mie obiezioni sul significato dell’espressione, replica che in rete “si dicono tante cose”. Non manca il fanatismo religioso: c’è chi denuncia che i “golpisti filo islamici” hanno tolto i crocefissi dalle scuole e chi, con la foto di Hitler sul profilo, ha la soluzione nella produzione di sapone, stile campo di sterminio. Non c’è dialogo: vengo bloccato in quanto “segugio collaborazionista”. Non si contano, da questo punto di vista, i nostalgici del fascismo, “amato perché amò il popolo”, di “marce su Roma”, di Birkenau, del fatto che “almeno con il Duce il lavoro c’era, come c’era la sicurezza e la dignità”, dato che “siamo da 70 anni in mano alle merde comuniste”. C’è anche un’incontenibile voglia di pistola: si deve “sparare in bocca ai dirigenti Rai” (!) e ci vuole il porto d’armi perché ”dobbiamo difenderci”. Qualcuno vuole “sparare in fronte” ai migranti, mentre una signora dal grilletto facile, che freme per “sparare in testa” al cattivo clandestino, mi dice che devo star zitto, in quanto “buonista sapientino” che fa giri di parole e che è più razzista di lei: pronta a sparare persino a me in caso di guerra (sic!). Un’altra gentile signora auspica un golpe per scongiurare la scomparsa dell’Italia ed è più che disposta ad usare la sua arma. C’è, infine, chi guarda al futuro, osservando che “possono cambiare 100 volte nome ma fra 1000 anni saranno sempre froci” e qualcosina ci scappa, fortunatamente, anche per i dirigenti pubblici: corrotti, corruttori, collusi, paperoni e, naturalmente, nullafacenti. Chi scrive si crogiola, manco a dirlo, nei suoi privilegi.

In questa velocissima carrellata horror merita il podio il tale che prende di mira Laura Boldrini, bersaglio prediletto di moltissimi utenti. Nell’accusarla di voler togliere l’Italia agli Italiani, le augura senza troppi giri di parole uno stupro di gruppo quale punizione. Così, pubblicamente. Alle mie richieste di chiarimento, cade dalle nuvole, sorpreso, sostenendo che, “visto come sta riducendo noi Italiani”, era un suo “pensiero istintivo”. Che “in Italia c’è la libertà di pensiero” e che, in fondo, non dovrei prendermela così tanto perché “siamo su un social”. Un’incredibile e sconfortante inconsapevolezza del peso di parole terribili affidate alla rete, come se, in quel mare telematico, potessero perdere tutta la loro carica di odio e disprezzo sessista. Forse l’esempio più calzante di una narrazione altra, di un’alienazione elettronica di casa in una specie di mondo parallelo in cui si svolgono eventi oscuri che “loro” nascondono alle masse. Fatto di vaccini che uccidono implacabilmente, di invasioni islamiche pianificate a tavolino e di estinzione del popolo Italiano ad opera dell’Europa delle banche, di politici traditori e Governi abusivi che sputano ogni giorno sulla Costituzione, di complotti “gender” in cui la tutela di genere viene artatamente spacciata per un progetto di confusione dei sessi dei bambini e delle bambine, di forni per ebrei e pistolettate per i migranti, di cifre immaginarie e dati inventati, persino di scie chimiche e Terre piatte. Insomma, di ciance deliranti spacciate per Verità (“condividete!”): un vero e proprio fake world in cui la diversità non è ammessa e in cui l’unico metodo di risoluzione delle controversie è la violenza, almeno professata. Incapaci di reggere un confronto su temi epocali come le migrazioni o il contemperamento di diritti e doveri nelle società complesse, non ammettono tolleranza alcuna: furiose ondate di livore, frustrazione e ignoranza crassa – assunta a medaglia da sfoggiare, naturalmente – si abbattono su tutto quel che deragli da una realtà immaginaria di legge e ordine, di giustizia sommaria e veloce, di ortodossia sessuale e religiosa. Un piccolo mondo antico cui si aggrappano disperatamente e che temono possa crollare o essere contaminato.

Senza scomodare Umberto Eco, è evidente che non sono i social network a creare l’odio in rete, costituendo un megafono che garantisce diritto di tribuna a chiunque. Dopo un fine settimana infernale, a costoro vorrei solo dire che sono liberi di aderire a tutte le teorie o ideologie che vogliono, anche le più strampalate, dai Folletti Verdi alla Terra Cava. E di professare le idee più aberranti, quelle che rigettano le conquiste moderne e contemporanee in materia di diritti politici, civili e umani. La nostra Costituzione garantisce a tutti la libertà di manifestazione del pensiero, persino il più controverso: questa libertà, però, si arresta quando quelle idee assumono veste di minaccia o incitamento alla denigrazione e alla violenza contro una persona o gruppi di persone in ragione delle loro caratteristiche (sesso, colore della pelle, idee politiche o religiose). È questo lo snodo che appare incomprensibile a chi urla “giù le mani dalla nostra libertà” ed è questo che, invece, dovrebbe essere patrimonio comune di tutti coloro che, aldilà delle appartenenze politiche, delle fedi, delle idee, facciano parte della comunità democratica e costituzionale. Sarebbe auspicabile che tutti gli operatori interessati e, soprattutto, la politica, avviino un dibattito serio e partecipato sul tema, proponendo soluzioni responsabili e lavorando sulle cause della fabbrica dell’odio, approfittando del lavoro della Commissione Cox. È forse chieder troppo?

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L’eguaglianza delle persone con disabilità passa anche per Spinoza

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Ha detto bene Gian Antonio Stella sul Corsera, scrivendo che Ezio Bosso, compositore italiano con disabilità, ha regalato dal palco di Sanremo giovedì sera “una serenità contagiosa qua e là anche allegra, con cui si è offerto a milioni e milioni di italiani in tutta la sua dignitosa fragilità corporale”. L’elemento distintivo della emozionante performance di Bosso è che ha mostrato, nella sua bravura e nella sua semplicità, che una persona con disabilità è prima di tutto una persona, un cittadino come gli altri, e che le eventuali diversità di cui è portatore non possono e non devono essere causa di discriminazione e, men che mai, di pietismo. Si parla di diritti: come ci dice la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006, la disabilità è tale in quanto influenzata da barriere di diversa natura che possono ostacolare la piena ed effettiva partecipazione nella società da parte delle persone con disabilità su base di uguaglianza con gli altri. E le barriere, fisiche o sociali, fatte di mattoni o pregiudizio, possono essere abbattute. Faticosamente, magari, pezzo per pezzo, ma è possibile. Sappiamo che la storia della disabilità è costellata di pesanti discriminazioni, di ostracismo, di vergogna persino: il bel libro di Matteo Schianchi su “La storia della disabilità: dal castigo degli dèi alla crisi del welfare” è esemplare nel ricordare quanta strada è stata fatta e quanta ancora se ne debba fare per il pieno riconoscimento della cittadinanza alle persone con disabilità e la loro inclusione a tutto tondo nelle diverse società. Ed è per questo che mi ha colpito un fatto piccolo piccolo, che lo stesso Stella cita nel suo articolo come esempio negativo, accomunandolo alla infelice – diciamo così – esternazione del vice presidente del Senato della Repubblica in occasione del recente “Family Day”. Il riferimento è ad un tweet dell’account satirico “Spinoza LIVE” (@LiveSpinoza) che, riferendosi a Bosso nel corso della sua esibizione, ha scritto come sia “davvero commovente vedere come anche una persona con grave disabilità possa avere una pettinatura da cogl****”. Bosso, prontamente e con grande spirito, ha risposto: “Perché cerco di pettinarmi da solo”. Battuta infelice? Offesa? Io credo di no. Anzi, non troppo paradossalmente, fare oggetto di satira un artista con disabilità che in quel momento aveva appassionato la platea e chi si trovava a casa, ha rappresentato un altro tassello dello sdoganamento della paura delle differenze ed un segnale di eguale dignità per le persone con disabilità. Sfottere una persona con disabilità, in quel contesto, ha avuto il significato di comunicare che Bosso era una persona come le altre, disabilità o meno, e che quindi poteva essere oggetto di presa in giro, chiamando direttamente in causa la sua diversità. Cosa che, sono convinto, abbia colto lo stesso Bosso che ha risposto in maniera fulminante ed arguta, con un’operazione di vera e propria distruzione di pregiudizi e di totale rimescolamento delle carte in tavola. Si è trattato, come spiega l’autore della battuta politicamente scorretta, di rovesciamento del luogo comune: posso prenderti in giro perché riconosco appieno e come inalienabile la tua dignità di essere umano. Senza inutile compassione o pelosi paternalismi. Spinoza approverebbe, scommetto.

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L’epic fail dell’informazione sulla disabilità

Il rischio delle giornate internazionali che celebrano qualcosa è dietro l’angolo: a forza di celebrare, passano in cavalleria, a dispetto del timbro ONU. Mi pare, tuttavia, che il sostanziale disinteresse della grande stampa e della prima serata televisiva sulla giornata internazionale delle persone con disabilità del 3 dicembre abbia marcato davvero un fallimento informativo su cui riflettere. Come ha acutamente osservato un bel pezzo del Redattore Sociale, testata di settore, non “il Quirinale e neppure Palazzo Chigi: nella Giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità a far parlare di più sono Fabrizio Bracconeri e il leader della Lega. Un tweet di sfogo e un appello (interessato) in tv hanno più successo delle parole del premier”. Le condizioni per entrare un pelo di più nel dettaglio e spiegare al grande pubblico che quando parliamo di disabilità parliamo di diritti, garantiti non solo dalla nostra Costituzione (ad es, l’art. 3) ma anche da una Convenzione dell’ONU, c’erano davvero tutte: per la prima volta, a mia memoria, una mattinata a Palazzo Chigi con tre ministri e il Presidente del Consiglio, organizzata assieme alle federazioni delle persone con disabilità. E, aldilà di quello che poteva esser detto o non detto, approvato o criticato in quelle poche ore, un segnale importante. Eppure no: sui quotidiani il giorno dopo le solite paginate di incomprensibili grovigli della politica condite da un po’ di nera. Di fare un po’ di cultura sulla disabilità pare proprio non cali a nessuno. E senza ricordare quello che è accaduto un annetto fa durante la Conferenza Nazionale sulla disabilità a Bologna, mi ha colpito un piccolo episodio avvenuto durante la mattinata di lavori a Palazzo Chigi. Si aprono i lavori, introducono i ministri, poi voce alle testimonianze: il tutto neanche troppo paludato, con parola a chi la disabilità la vive e con qualche video. I ministri intanto si allontanano perché attesi da Napolitano al Quirinale: da lì a poco arriverà Renzi. Piccola ressa fuori dalla sala di circo mediatico vario con videocamere e riflettori. Giornalisti agitati: “Ma i Ministri?”, “E Renzi?”, “Ma chi c’è?”, “Ma non c’è nessuno!”, “Mica possiamo fotografare un tavolo!”. No, in quel momento non c’erano i ministri o Renzi: c’erano tante persone che si erano alzate la mattina presto, tanti in carrozzina, tanti con accompagnatore, tanti che accompagnavano i figli, per sentire e raccontare. E per loro ci vuole rispetto. Ecco, avrei dovuto dirglielo, probabilmente.

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L’Italia alla settima Conferenza ONU in materia di disabilità

Qualche giorno fa ho avuto il grande onore di leggere per l’Italia una dichiarazione in occasione della 7ma Conferenza ONU sulla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità. Grande emozione ma grande orgoglio nel rappresentare il mio Paese. Di seguito il testo della dichiarazione, che in corso di presentazione ha visto una piccola aggiunta nel sottolineare ulteriormente il ruolo decisivo della società civile nella elaborazione di ogni politica in materia di disabilità.

Mister Chairperson,

Italy aligns itself with the comprehensive statement made by the European Union and wishes to add a few remarks in a national capacity on the protection and promotion of the rights of persons with disabilities and the Italian situation, especially relating to the themes on the agenda of this relevant meeting.

There can be no inclusive society or international sustainable development without the empowerment of persons with disabilities. Promoting their full and active participation in the economic, social and cultural development of societies is not only a moral imperative: it is also a smart choice. The United Nations Convention on the rights of persons with disabilities is the cornerstone of all actions for and with disabled persons. I would like to share some insights from our national experience.

When Italy ratified the Convention in 2009, it established a National Observatory on the status of persons with disabilities. The Observatory, chaired by the Ministry of Labor and Social Policies, consists of members of national and regional public administrations, as well as representatives of the social parties and the national federations of persons with disabilities.
It was created also in fulfillment of the Convention’s function of providing monitoring, coordination between administrations, and sharing of policy priorities with representatives of persons with disabilities in a participatory perspective.

In terms of monitoring, the Observatory prepared the first Report on the implementation of the Convention, which was transmitted to the United Nations in November 2012. As for national implementation, Italy adopted in December 2013 its biennial action plan for the promotion of the rights and the integration of persons with disabilities, directly related to some of the main areas of the UNCRPD: education, accessibility, independent living, health, employment. It is consistent with the EU 2010-2020 European Strategy on disability and the 2006-2015 Council of Europe Action Plan on disability.

There was broad participation in the drafting of both documents, including first and foremost associations for the disabled, who were actively involved along the whole process. The Observatory’s working groups also played a key role, coordinated by representatives of the national federations of persons with disabilities. The Observatory assured the equal participation of members of the national, regional, and local public administrations, as well as representatives of labor unions, the social parties, and associations of disabled persons, in full compliance with the Convention: nothing about us without us.

The same approach characterized the work of Italian Development Cooperation (IDC).

In 2010, IDC issued its Guidelines on Disability and since 2011 it has been working together with civil society, local government institutions, decentralised cooperation, academia, research centres, for the drafting of the “Italian Development Disability Action Plan” .
The Action Plan was finally adopted in June 2013 and it was included among the actions to be implemented within the “Biennial Action Plan” adopted by the Italian National Observatory on the Status of Persons with disabilities.

The Action Plan lays its foundation on 5 pillars:
1. Policies and strategies. National disability policy planning and monitoring tools
2. Inclusive project planning & design
3. Accessible and usable environments, goods and services
4. Humanitarian aid and emergency situations including persons with disabilities
5. Making the most of the experiences and best practices developed by civil society and private sector actors in the area of disability

On May, 26th the IDC Action Plan was presented in Brussels with the aim of promoting information exchange and sharing experience among the EU in the field of inclusive development, also in the framework of the international debate on the post-2015 development Agenda, where Italy believes special attention should be given to disability and all rights and protection tools connected to it.

Mister Chairperson,

Italy is committed to working constantly to foster cooperation between the various social and economic stakeholders so that persons with disabilities shall enjoy the same rights as all citizens, on an equal basis and in application of the general principles of equal opportunities for all.
The goal is twofold: to ensure that development can benefit persons with disabilities, and to guarantee that persons with disability can contribute to the development of society.

Thank you, Mister Chairperson

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Basta la parola

Parte l’edizione numero 13 del Grande Fratello, il più famoso dei cosiddetti reality show che tanto piacciono al pubblico. Una delle novità di quest’anno è la presenza di una concorrente alla quale, a seguito di un incidente, è stato amputato un braccio. “Una concorrente con handicap”, riporta La Stampa; “sarebbe la prima volta che viene mostrato, con la compiacenza delle telecamere, questo tipo di handicap”, scrivono Il Giorno e l’Huffington Post Italia. Ecco, a leggere questi primi lanci a poche ore dall’inizio della trasmissione, potrei pedantemente rilevare che il termine “handicap”, come “diversamente abile”, è ormai da archiviare. Che esiste una Convenzione ONU di cui l’Italia è firmataria che si occupa dei diritti delle “persone con disabilità”: persona prima, e poi con una disabilità. O che negli ultimi tre anni l’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità ha elaborato il primo rapporto all’ONU sulla attuazione della Convenzione in Italia e il primo programma d’azione in materia di disabilità approvato dal Governo. E che questi passi importanti sono stati costruiti mettendo a lavorare assieme, sin dall’inizio, le istituzioni e le associazioni rappresentative delle persone con disabilità. E invece no. Dico che questa può essere l’occasione (la seconda, dopo la presenza di un concorrente cieco qualche anno fa) di fare un po’ di cultura dell’inclusione attraverso un programma che più popolare non si può, cominciando, magari, a utilizzare i termini giusti e ricordando che una disabilità si misura in relazione all’ambiente che abbiamo intorno. E partendo da quello che la stessa concorrente ha detto: “Prendetemi e vi dimostrerò che un’invalidità non è invalidante”. Magari non basta la parola, ma è sicuramente un buon inizio.

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