Dirigenti pubblici: l’ora è (quasi) giunta

P.A: DAI DIRIGENTI AI FORESTALI, LA RIFORMA MADIA

Se ne parla ormai da più di un anno, da quando, nell’agosto del 2015, il Parlamento aveva approvato la legge delega firmata dalla ministra Madia sulla riforma della Pubblica Amministrazione: è adesso in dirittura d’arrivo il decreto che si occupa della dirigenza pubblica, previsto con tutta probabilità in un Consiglio dei Ministri prima di Ferragosto o, al massimo, entro la fine del mese, pena lo scadere della delega. Da mesi trapelano sui giornali gli indizi ed i dettagli di come il Governo intende mettere mano alla dirigenza, considerata, a ragione, il perno su cui ruota la macchina pubblica e l’attuazione delle politiche. Si è letto di tutto ed il contrario di tutto, con l’unica certezza che occorrerà leggere il testo del decreto per esprimere valutazioni compiute. Vedremo l’articolato che i tecnici di Palazzo Vidoni stanno preparando per capire meglio e capire se i rumors fossero solidi. Sicuramente l’attesa del decreto è palpabile: è comune la preoccupazione, da parte dei dirigenti, della ormai certa precarizzazione del loro ruolo, alla luce del venir meno del diritto all’incarico, pur se vincitori di concorso pubblico. È un punto critico, su cui si è molto dibattuto e, a mio giudizio, censurabile di incostituzionalità. In questa sede mi preme, tuttavia, offrire qualche riflessione più generale, rimandando una più puntuale analisi testo alla mano.

La prima ha a che fare con l’abilità tutta politica di Matteo Renzi nell’impostare la riforma: sin dalla sua “corsa” per la Segreteria del Partito Democratico, infatti, Renzi ha sensibilmente cambiato l’approccio al tema Pubblica Amministrazione. Se con Renato Brunetta la parola d’ordine era la lotta al dipendente fannullone, con ciò attirandosi l’ira di un numero affatto trascurabile di dipendenti pubblici, Renzi ha centrato l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media sui dirigenti inamovibili, i mandarini che remano contro, gli strapagati burocrati che detengono il sapere a danno della politica. Pochi e detestati: il bersaglio perfetto per spingere una riforma. Ciliegina sulla torta gli ormai celebri furbetti del cartellino, che prosperano grazie ai dirigenti che non controllano. Insomma, dal punto di vista della comunicazione politica, un capolavoro. Sia chiaro: è innegabile che i dirigenti non possano sottrarsi alle loro responsabilità nella buona o cattiva conduzione e performance della cosa pubblica, al pari della politica e delle forze sociali. Personalmente, tuttavia, contesto al fondo l’immagine che si tende a dare della dirigenza di questo Paese, con un gioco di scaricabarile sui dirigenti pubblici – accolto a braccia aperte da un’opinione pubblica che trova insopportabile qualsiasi cosa olezzi anche lontanamente di burocratico – che non solo danneggia le tante donne e i tanti uomini che nel Paese credono e che per il Paese lavorano nei loro uffici, ma ha alimentato un clima che reputo assai dannoso per la tenuta sociale e morale dell’Italia.

La riforma, inoltre, segna la mancata occasione di confronto con la dirigenza stessa da parte del Governo. In un anno, a fronte di una discussione assai articolata fra addetti ai lavori e mondo dell’università e con un’attenzione particolare della stampa, non è mai stato avviato un dialogo con i sindacati e le associazioni rappresentativi della dirigenza pubblica. Tranne il breve confronto fine luglio fra la Ministra e i sindacati per parlare di lavoro pubblico, il Governo non ha mai voluto aprire un tavolo di discussione sulla implementazione della riforma della dirigenza. Eppure molto ci sarebbe stato da discutere, in particolare sul funzionamento pratico del futuro ruolo unico della dirigenza della Repubblica, sull’accesso alla dirigenza (che fine farà la Scuola Nazionale dell’Amministrazione?) o, ancora, sul tema delicatissimo della valutazione legato all’incarico (e al licenziamento). Il Governo poteva ascoltare, valutare e, in ogni caso, fare di testa propria. Questo arroccarsi senza voler affrontare i nodi più importanti ha, invece, aumentato un clima di reciproca diffidenza che non è utile a nessuno.

Se tutto ciò è vero, occorre, tuttavia, guardarsi allo specchio e riconoscere che questa è una riforma che investe una dirigenza che ha la colpa massima di lavorare con lo sguardo fisso sulla scrivania. A ben vedere, infatti, è l’unico corpo della Repubblica che, a differenza di magistrati, prefetti e diplomatici, non è mai riuscito a far massa critica e a far rete in modo trasparente. Colpa, naturalmente, di un reclutamento assai frammentato e della pesantissima influenza della politica, soprattutto negli ultimi 15 anni. Ma ovvia conseguenza della tendenza a lavorare per compartimenti stagni, chiusi nel proprio, piccolo mondo di riferimento e a coltivare il proprio orticello. Lo scambio, il mettersi in gioco, il confronto sono stati messi in secondo piano rispetto alla diffidenza dell’altro e alla resistenza al cambiamento. La lotta è stata spasmodica contro quello che è un semplice fatto: i dirigenti non sono tutti uguali. Ci sono versatilità, capacità e approcci diversi che vanno messi sulla bilancia. Ma esser valutati ha fatto sempre paura, col risultato di accettare per anni un sistema di valutazione comodo, forse inutile, basato su obiettivi condivisi, con la paura di avere valutazione diversificate, invece di chiedere di essere valutati nella propria capacità di far funzionare la macchina e di relazionarsi con gli attori che, in tanti, bussano alle porte delle amministrazioni pubbliche.

Carte ancora coperte, quindi. Le scopriremo sotto l’ombrellone.

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Il timbratore mascherato, lo scatolone della vergogna e il mestiere di dirigente

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E proprio quando si pensava di averle viste tutte, spunta il furbetto del cartellino con lo scatolone in testa. No, non è un film di Lino Banfi o l’ennesima riedizione di “Scemo e più scemo”. È la triste realtà del rubagalline di un comune della provincia di Napoli che, per timbrare per altri, si camuffa con uno “scatolo” in testa per non essere riconosciuto dalla telecamera piazzata dalle forze dell’ordine. Una vergogna. Risultato? La più che legittima indignazione dei cittadini che si infuriano per il comportamento spregiudicato di chi non possiede neppure i requisiti minimi di onorabilità per servire lo Stato, soprattutto mentre la crisi morde in particolare chi se la passa peggio. Chissà se il Timbratore Mascherato sapeva, assieme ai suoi tanti colleghi indagati, sospesi o denunciati, che di lì a poco sarebbe entrata in vigore la nuova normativa che inasprisce le pene per le cricche come le loro e che, con giustizia biblica, punisce col licenziamento il dirigente che lascia fare. E chissà se le nuove pene limiteranno un fenomeno la cui reale diffusione è sconosciuta ma che, in ogni caso, è disgustoso e inaccettabile.

Personalmente, dubito che chi delinque in modo così sfacciato si farà intimorire dalle nuove norme. Chi arriva a mettersi una scatola in testa per continuare a timbrare per altri o andarsene al bar e consumare in tutta tranquillità il suo meritato cornetto e cappuccino, continuerà senza problemi. E assisteremo, magari, alla nascita della nuova schiatta dei dirigenti-casellanti, appostati alle entrate degli uffici a segnare scrupolosamente i via vai dei loro dipendenti, mentre le cose da fare attenderanno tempi migliori. Occorre, credo, interrompere questo circolo vizioso che rischia ormai di distruggere persino la speranza di una pubblica amministrazione che, assieme alle altre forze del Paese, si rimbocchi le maniche e faccia del suo per far ripartire il sistema Italia. Cominciamo dalle basi, allora. In ogni singolo caso che vede coinvolti i professionisti dello sgattaiolamento si vede chiaramente come vi siano macchinette per le presenze fissate al muro: si striscia e via, senza nessun problema. Bene, si piazzino dei tornelli e si abbatterà il problema del 99,9%, fatti salvi i geni del male che escogiteranno altre vie di fuga. Attenzione però, non basta. Deve essere chiaro che pure incatenando alla sedia dipendenti e funzionari non avremmo garanzia alcuna del loro reale impegno sul lavoro. Serve che il dirigente faccia il suo vero mestiere: crei squadra con le donne e gli uomini che lavorano con lui per raggiungere i risultati che la politica stabilisce. Deve lavorare sulla motivazione, sulle dinamiche fra le persone del suo ufficio, avere una visione del cosa si fa e dove si punta ad arrivare, riuscendo a comunicarlo ogni singolo giorno col suo esempio. Deve, in altre parole, trasmettere il senso del lavoro che si è chiamati a compiere.

La PA – meglio, le tante PA di cui si compone l’amministrazione pubblica del nostro Paese – è una organizzazione complessa al pari di tante altre: occorre avere il coraggio di buttare a mare l’inossidabile immagine di un’amministrazione fordista che sopravvive nelle nostre teste, mentre i modelli organizzativi nel mondo intero sono in piena rivoluzione. Non per noi, ancora fermi allo Charlot che avvita bulloni alla catena di montaggio. Quando capiremo che chi lavora non è un robottino che, per il sol fatto di premere il bottone sulla sua schiena, compie l’azione desiderata, potremo cominciare a cambiare le cose e, da subito, creare gli anticorpi per prevenire situazioni come quelle di cui troppo spesso leggiamo sui giornali. È una battaglia che non si vince – solo – sfornando nuove norme: è bene tenerlo a mente anche al prossimo travaso di bile.

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Dirigente cercasi

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Uno dei temi rilevanti all’interno del dibattito – assai povero, per la verità – sulla riforma della PA del Governo Renzi è stato certamente quello circa il reclutamento e la formazione della dirigenza pubblica, direttamente legato alla debolezza identitaria del corpo amministrativo nazionale. Un aspetto, tuttavia, ancor più scottante è quello relativo al conferimento dell’incarico dirigenziale successivo alla entrata in servizio e, conseguentemente, alla ottimale collocazione dei dirigenti. Limitiamoci al caso cui una posizione da dirigente si renda libera per avvicendamenti di diversa natura (per pensionamento, rotazione dovuta ai principi della legge anti-corruzione o per semplice scadenza dell’incarico): come si deve procedere per trovare, all’interno dell’Amministrazione, la persona giusta per quel determinato posto? La legge è chiara: occorre tener conto del tipo di obiettivi che sono propri di quell’ufficio e della sua complessità e, allo stesso tempo, delle attitudini e capacità professionali del singolo dirigente, mettendo sul piatto i suoi risultati e le sue pregresse esperienze. E non basta: l’Amministrazione deve rendere conoscibili quali e quanti posti siano disponibili e quali saranno i criteri in base ai quali opererà la scelta di Tizio o Caio, il tutto anche sul sito internet istituzionale, in modo visibile a tutti e non solo sulla rete intranet interna. Si deve bandire, dunque, un interpello aperto e competitivo e su questo le diverse amministrazioni hanno proceduto dandosi proprie regole di dettaglio, talvolta un po’ in ordine sparso ma in modo sostanzialmente omogeneo. Un meccanismo a prova di bomba, sembrerebbe. Eppure, non tutto va liscio.

Il caso scoppiato lo scorso mese di marzo alla Presidenza del Consiglio su un interpello contestato e richiamato da Antonio Pitoni sul “Fatto Quotidiano”, che ha addirittura spinto il Segretario Generale di Palazzo Chigi a prendere carta e penna e a ricordare agli uffici la necessità di un interpello fatto come si deve, ha reso evidente che, come spesso accade in Italia, norme e realtà dei fatti non sempre vanno a braccetto. Accade ancora, infatti, che non si facciano interpelli o che, a fronte di interpelli formalmente ineccepibili, le scelte avvengano intuitu personae e siano, non di rado, predeterminate. O, ancora, che la motivazione della scelta sia assente o limitata ad una formuletta di rito. Il tema non è di poco conto, perché investe aspetti di grande importanza che ricadono direttamente sui cittadini: la scelta deve essere orientata alla individuazione delle persone più adatte (per quanto ciò sia umanamente possibile) con modalità di massima trasparenza. Far deviare le modalità di scelta da questo solco significa minare le previsioni costituzionali di imparzialità e buon andamento dell’amministrazione. Ecco perché UNADIS ha recentemente lanciato “Io partecipo”, una campagna per il buon interpello, chiedendo ai dirigenti di candidarsi sempre e comunque a fronte di posizioni libere.

Occorre, naturalmente, calarsi nella realtà. Se spesso c’è la sensazione che sia già tutto deciso, buona parte della colpa ricade anche su chi, fra i dirigenti stessi, ha preferito affidarsi al patrón di turno o, più semplicemente, adattarsi a modalità e intese co-gestite, invece che far leva sul proprio curriculum e sulla proprie caratteristiche. Il rischio non fa parte della cultura del dirigente pubblico: ed è, tutto sommato, un bene, perché le scelte che compie nell’interesse generale devono essere attentamente ponderate. Tuttavia, quando c’è da mettere in gioco la propria professionalità, occorre calare la maschera e riconoscere che non tutti i dirigenti pubblici sono uguali. Se, come in tutte le grandi organizzazioni, nelle amministrazioni possono esistere dirigenti bravi e meno bravi, il punto vero e davvero rilevante in un ottica di miglioramento è che, a fronte di caratteristiche personali e professionali diverse, qualcuno sarà più versato per un’attività od una funzione piuttosto che per un’altra. Il dirigente pubblico deve restare un generalista, ed essere in grado di gestire un mix di risorse umane e finanziarie sia che si rilascino licenze o che ci si occupi di appalti, ma sarebbe miope non riconoscere la rilevanza delle attitudini proprie di ciascuno, che lo renderanno più efficiente ed efficace in quella tal posizione, senza inutili liste di buoni e cattivi.

Ecco, allora, la necessità che l’interpello sia un meccanismo che valuti con la massima serietà chi posizionare dove: in questo senso, esso diventa procedura para-concorsuale, dovendo garantire trasparenza assoluta e motivazione espressa e articolata della valutazione, cosa che non sempre e non ovunque ancor oggi accade (senza voler affondare il coltello nella piaga e ricordare come si continui a far ricorso a dirigenti a chiamata diretta dall’esterno, paracadutando non raramente sodali e famigli negli uffici). Un simile strumento, tuttavia, funziona sin quando regge il principio del diritto all’incarico: se non si viene accettati in una determinata posizione, oggi l’Amministrazione ha comunque il dovere di trovare al dirigente una collocazione. E deve farlo perché quel dirigente ha vinto un concorso e va mandato a casa solo quando si renda colpevole di responsabilità gravi legate alla sua performance o ad irregolarità contabili o disciplinari, con ripetuta valutazione negativa. L’aspetto più controverso della riforma della Ministra Madia dello scorso agosto impatta pesantemente proprio sul nodo del conferimento, cancellando il diritto all’incarico per il dirigente e prospettando, per chi resti senza contratto, il collocamento in disponibilità e la fuoriuscita dai ruoli di appartenenza: in parole povere, il licenziamento. Occorrerà naturalmente valutare cosa prevedrà in dettaglio il decreto attuativo, al momento ancora in via di definizione, ma il timore è che l’interpello possa diventare una sorta di lotteria per una dirigenza fortemente precarizzata, dando vita ad un meccanismo ad espulsione automatica di fatto slegato dalla adeguata valutazione del singolo, che produrrà la corsa permanente all’interpello per tentare, in tutti i modi ed ad ogni costo, di accaparrarsi una sedia. La possibile, grave conseguenza é che, rendendo precari i dirigenti vincitori di concorso, si istituzionalizzi la fidelizzazione per legge del dirigente al nominante (politico o alto burocrate poco importa).

Un mercato competitivo della dirigenza come quello che potrebbe prospettarsi con un unico ruolo (tre ruoli comunicanti per i tre diversi livelli di governo, in realtà) per la dirigenza Italiana può essere un elemento dirompente e una benefica novità. La circolazione e mobilità delle risorse, tuttavia, deve avvenire su basi pienamente meritocratiche e razionali. Paghiamo senza dubbio lo scotto di un sistema di valutazione accettato (tollerato?) da politici e burocrati, ma in cui nessuno crede veramente e che è urgente venga ripensato in un’ottica meno adempimentale: una strada che deve reggere sia i sistemi premiali che quelli sanzionatori e che costa fatica. Fare della misurazione e della valutazione l’architrave dell’azione amministrativa porta indubbi benefici alle performance dell’organizzazione pubblica ma richiede al politico di saper pianificare ed al burocrate di farsi valutare senza sconti, il tutto a beneficio dell’efficienza e dell’efficacia della struttura. In luogo dell’ottica di tipo punitivo-repressivo che ha sempre accompagnato il mito della valutazione nella PA, ha sempre faticato a trovare spazi adeguati un approccio teso, invece, al miglioramento della gestione. Se questo è il quadro generale, c’è da chiedersi come funzionerà, nel concreto, il meccanismo del ruolo unico e come verrà assicurata la regola di buon senso per cui la persona giusta vada al posto giusto. Il timore è che da domani il celebrato interpello possa rivelarsi poco più di una farsa. Senza nulla da ridere.

Pubblicato su Nuova Etica Pubblica

I tafazzisti della cultura

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La vicenda è stranota e tutti i principali quotidiani italiani se ne sono occupati: alcune sigle sindacali – Uil, Usb e Ugl – hanno firmato una lettera, inviata anche al ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, contro il dirigente della Reggia di Caserta, Mauro Felicori, denunciando che “permane nella struttura fino a tarda ora” senza averlo comunicato ai dipendenti, “mettendo a rischio l’intera struttura”. Assist fenomenale al Presidente del Consiglio, che su Facebook dice che finalmente la pacchia è finita, retromarcia della UIL, che annuncia la sospensione dei suoi iscritti firmatari della nota e, dulcis in fundo, bacchettate di Susanna Camusso. A leggere uno dei tanti articoli che si occupano dei dettagli della vicenda, il neo direttore ha stabilito che i custodi non possano più girare per la Reggia in borghese, senza divisa e senza cartellino di riconoscimento, che gli addetti alla vigilanza non possano più circolare all’interno del parco con l’auto propria, ma solo con veicoli con lo stemma ufficiale, e che la struttura debba essere aperta e visitabile sette giorni su sette, abolendo il tradizionale giorno di chiusura settimanale. Decisioni di normale buon senso e difficili da contestare, visto lo stato in cui da decenni versa la Reggia, monumento di tale bellezza che George Lucas la scelse come set per il sequel di Guerre Stellari dei primi anni 2000. Provvedimenti che cercano di rimettere in carreggiata uno dei tesori Italiani che il mondo ci invidia e che insiste su un territorio di tanti, troppi problemi. Grazie ad una segnalazione di Massimo Mantellini è possibile leggere il comunicato nella sua interezza (i giornali, effettivamente, non hanno ritenuto importante pubblicarlo), ma restano i dubbi circa i perché di questa mossa tafazzista di alcuni dipendenti della Reggia. Tuttavia, anche volendo ammettere che potessero esserci solide motivazioni di critica, legate magari alla sicurezza, la storia casertana ha un che di paradossale: gli Autori della missiva continuano pervicacemente a guardarsi l’ombelico senza rendersi contro della realtà che li circonda. Perché, ad esempio, scrivere al Ministro e non chiedere un confronto col direttore, se ci fossero state valide ragioni? Su queste pagine ho cercato di spiegare più volte come un certo pressappochismo pregiudiziale verso la macchina pubblica non aiuti le amministrazioni a lavorare in maniera più efficiente: le considerazioni che fa “Il Mattino” – Felicori “è stato nominato da poco e per giunta lavora nella pubblica amministrazione, nel senso che potrebbe scansare il lavoro eppure non lo fa” – la dicono lunga su certi ben noti retropensieri. Eppure la vicenda di Caserta è la plastica dimostrazione di come quando si tratta di amministrazione pubblica colpe e responsabilità ricadano in parte equanime anche su quei dipendenti (di ogni ordine e grado) che non vedono aldilà della loro scrivania. Il direttore resta fino a tardi? Se si trova davanti una situazione di emergenza come quella per cui da anni ci stracciamo le vesti come dargli torto? Per usare le parole di una collega che stamattina scriveva della vicenda sui social, “a questo Felicori gli direi solo grazie, dato che sta facendo un gran bene per la categoria”. E magari aiutiamolo a tornare a casa per cena.

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Reclutare i dirigenti pubblici: non serve reinventare la ruota

È apparso sul Corriere della Sera un importante contributo di Giovanni Valotti, docente della Bocconi, sul tema della dirigenza pubblica italiana (“La riforma necessaria per migliorare la dirigenza pubblica”, Corsera del 1 marzo): il tema, del tutto condivisibile, è quello di una migliore selezione della dirigenza come leva per rendere più competitivo il nostro Paese. Valotti ha certamente ragione su un punto fondamentale: il concorso pubblico, se organizzato secondo modalità standard (due prove scritte ed un orale, magari ripetitive di materie ampiamente digerite nei corsi universitari e post laurea) è uno strumento inidoneo a reclutare dei bravi dirigenti. Se a questo aggiungiamo l’assoluta prevalenza della cultura amministrativo-contabile (pure fondamentale) rispetto a quella manageriale, siamo al disastro. Aggiungo un altro elemento: il reclutamento “spezzatino” della dirigenza ha contributo alla debolezza del corpo dirigenziale italiano. A prendere in considerazione il periodo che va dal 1993 ad oggi, che potremmo etichettare come quello della privatizzazione della dirigenza, i ruscelli che hanno condotto alla funzione dirigenziale sono stati tanti – troppi – e non sempre tutti meritocratici: stabilizzazioni mascherate, concorsi fatti in casa e tagliati su misura, iniezioni massicce di famigli hanno contribuito allo sbriciolamento della dirigenza Italiana che, come ha giustamente rilevato Guido Melis, non è mai stata in grado di essere parte rilevante nelle scelte del Paese.

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Eppure, è sinceramente sorprendente che il ragionamento di Valotti, al pari di molti di coloro che si cimentano nell’analisi delle nostre burocrazie, glissi del tutto su un’esperienza che, fra i tanti malanni della nostra macchina pubblica, si è rivelata espressione di un forte cambiamento e rinnovamento della dirigenza: il reclutamento e la formazione dei dirigenti pubblici tramite il meccanismo del corso-concorso della Scuola Nazionale dell’Amministrazione (SNA). Dal 1998 ad oggi sono entrati in servizio circa 500 donne e uomini con un sistema quasi rivoluzionario: concorso di ammissione alla Scuola, uno o due anni di corso con esami (con attenzione agli aspetti manageriali, nelle ultime edizioni gestiti, peraltro, dalla Bocconi), sei mesi stage in Italia o all’estero, affidamento di un ufficio pubblico chiavi in mano. Come tutte le esperienze nuove, il percorso è stato accidentato: pochissime edizioni (solo sei in diciotto anni) e talvolta diverse fra loro, con un investimento ingente che non sempre ha corrisposto ad un conseguente utilizzo delle risorse così formate. Tuttavia, è stato fondamentale mettere assieme, fianco a fianco, persone di diversa provenienza per mesi, talvolta per anni, favorendo la nascita e la crescita di quello spirito identitario che alla dirigenza Italiana è sempre drammaticamente mancato. Non va tralasciato, infine, il contributo al ringiovanimento. Con l’ultima edizione del corso-concorso sono diventati dirigenti – o stanno per farlo – donne e uomini sulla soglia dei trent’anni: linfa vitale preziosa per qualsiasi organizzazione, specialmente per quella pubblica, in tante parti sclerotizzata.

Ecco, quindi, che le prescrizioni di Valotti in ordine alle competenze manageriali, alle abilità relazionali, all’orientamento al risultato, sono in realtà già patrimonio consolidatodi un’esperienza che non va messa in un cassetto ma, anzi, rilanciata. E se il concorso pubblico deve restare il baluardo – sia pure imperfetto – dell’imparzialità dell’accesso alla PA, le modalità di costruzione della ricerca dei migliori vanno, tuttavia, aggiornate e rese più efficienti. Le dinamiche di una società che corre richiedono al settore pubblico di adeguarsi velocemente e con efficacia a esigenze nuove e in costante cambiamento: eppure sino ad oggi il mondo della politica – tranne, gli va riconosciuto, l’allora Ministro per la PA Renato Brunetta – ha mostrato di credere assai poco alla “Accademia della dirigenza”, e occorrerà vedere come la riforma della Ministra Madia darà direttive concrete col prossimo decreto attuativo. Sono diffusi i timori circa una nebulosa modifica di assetto e missione della SNA (diverrà una sorta di agenzia di accreditamento per il reclutamento e la formazione?) e la penalizzazione dell’accesso tramite corso concorso con l’introduzione di una successiva gavetta di tre anni come funzionari. Ecco perché, mentre si scrive il futuro decreto sulla dirigenza, occorre esortare tutti a non gettar via il bambino con l’acqua sporca. Il vizio della politica è sempre stato quello di voler reinventare la ruota ad ogni giro: stavolta non serve. Facciamo di più, facciamo meglio, ma partendo da quanto di buono è stato fatto.

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Pubblica amministrazione, quel vero dibattito che non c’è

Il lancio di una (nuova) grande riforma della pubblica amministrazione voluta dal Governo Renzi avrebbe meritato un dibattito a livello nazionale ricco e articolato, con i media a fare da traino. Dopo due anni, invece, ci troviamo a discutere fino alla nausea di rubagalline che timbrano e se ne vanno al bar, mentre la legittima indignazione popolare avverso le inefficienze della macchina pubblica viene dirottata sul dirigente pubblico, colpevole di tutti i mali e ridotto alla figura di casellante degli ingressi degli uffici. A dispetto di qualche voce, talvolta persino insospettabile, che si leva a stigmatizzare la povertà del dibattito in essere, non una parola su aspetti che invece sarebbero centrali per rendere più efficiente l’amministrazione pubblica italiana.

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La PA ha sofferto decenni di utilizzo personalistico ed elettorale di buona parte della politica che ha avuto ruoli di responsabilità nella storia del nostro Paese e che ha gestito spregiudicatamente posti e cadreghe quali serbatoi elettorali e ammortizzatori sociali. In più, il processo di riforme cominciato negli anni ’90 ha subito sbalzi e virate tali – soprattutto sulla dirigenza – da non riuscire davvero ad incidere sui mali cronici della nostra burocrazia, ai quali la politica non ha saputo offrire soluzioni valide: incapacità di premiare il merito, soffocamento dell’iniziativa individuale, approccio formalistico ai problemi. Quella che ho chiamato la sindrome di Fantozzi consiste nell’illusione fordista, a mo’ di “Tempi moderni” di Chaplin, che resiste immarcescibile nel nostro immaginario collettivo ed è strumentalmente assai utile a chi intende continuare a mantenere lo status quo. Finché resteremo inchiodati allo scandalo dei furbetti del cartellino non riusciremo a cavare un ragno dal buco: e non perché, come è evidente, non sia imperativo allontanare i corrotti, ma in quanto siamo ormai incapaci di mettere sul tavolo i grandi processi che attraversano la nostra società ed il ruolo che possono e debbono svolgere le burocrazie nazionali.

L’enorme strapotere di gruppi industriali che determinano praticamente ogni aspetto della nostra vita quotidiana, il tema dell’impoverimento dell’ambiente e dell’alimentazione per noi ed i nostri figli, la perdita di senso del lavoro (dei lavori) e il dramma della disoccupazione e della sottoccupazione, solo per citarne alcuni: sono fattori su cui il potere pubblico può e deve esercitare un ruolo di controllo per preservare la qualità della vita dei cittadini di un Paese. Un sistema burocratico efficiente al quale la politica sappia offrire obiettivi chiari in un rapporto di leale collaborazione è una leva preziosa, assieme ad un controllo sociale diffuso e maturo, avverso crepe democratiche profonde. Abbiamo una burocrazia in grado di fare in modo efficace la propria parte? Probabilmente non ancora. Per lo stesso motivo per il quale non siamo in grado di esprimerne una classe politica adeguata su queste partite: metodi di selezione inefficienti. Anzi, avversi. Se prendiamo ad esempio il nostro corpaccione pubblico, il vincitore di concorso fatica ad essere maggioranza. Tra leggine ad hoc, stabilizzazioni in massa di precari spesso segnalati, inglobamenti di pezzi di società partecipate e nomine dirette della politica, il mosaico pubblico è un puzzle impazzito in cui il principio costituzionale del pubblico concorso si è preso negli anni una bella strapazzata: l’incredibile vicenda della società Buonitalia raccontata sul Corsera è, da questo punto di vista, esemplare. Uno delle pochissime iniezioni di innovazione, il reclutamento di giovani dirigenti “chiavi in mano” grazie all’esperimento del corso-concorso della Scuola Nazionale d’Amministrazione, non è mai decollato davvero e appare, grazie alla riforma del 2015, sulla via del tramonto. In altre parole, la costruzione per strati della nostra Amministrazione pubblica e la drammatica mancanza di soluzioni organizzative ci regalano un fardello pesantissimo di cui sarà difficile liberarsi per decenni.

Battaglia perduta allora? Affatto. La lotta alla corruzione è elemento indispensabile per fare di questo Paese una nazione moderna: realizziamola nella PA, nell’impresa, nella politica, senza ambiguità o connivenze. Ma oltre a questo serve efficienza, che si costruisce sul senso di appartenenza delle persone alla loro organizzazione, non con l’ennesima circolare. Serve liberarsi dalla ossessione normativa a tutti i costi, di cui sono preda in egual misura la politica e la burocrazia, per sperimentare dimensioni nuove, senza dimenticare mai che fortunatamente possiamo contare su moltissime persone che, a tutti i livelli, si rimboccano le maniche per contribuire a a tirare avanti la carretta nazionale. Riuscendoci a dispetto di mille difficoltà e scontando un astio sociale senza precedenti nella storia. Se è certamente ingiusto bocciare in toto la riforma della ministra Madia, un serio dibattito sul perimetro della pubblica amministrazione e su quelle funzioni necessarie a fare sviluppo sarebbe servito almeno a capire che essa è un pezzo del Paese ed è proprietà di tutti i cittadini. Spetta allora a quelle aree più avanzate della politica, della dirigenza pubblica, dell’imprenditoria e della comunicazione ripartire da una domandina semplice semplice: a cosa vogliamo serva davvero la PA?

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Modernità, altro che furbetti

Il verdetto è stato emesso. A casa in 48 ore gli ormai celebri “furbetti del cartellino” e tutto andrà a posto: imprese e cittadini avranno finalmente a che fare con una pubblica amministrazione che funzionerà come un orologio. Eppure, la pur legittima indignazione verso i comportamenti illeciti, cialtroneschi direi, di un numero tutto sommato irrisorio di truffatori rischia, purtroppo di non far cogliere quali siano le vere problematiche della PA e le migliori soluzioni per affrontarle. Se Luigi Oliveri su Lavoce.info ricorda che a fronte del doveroso rispetto dell’orario di lavoro “è fondamentale che in quell’orario la macchina pubblica produca benefici concreti per la popolazione amministrata e si introducano sistemi di valutazione della produttività meno velleitari di quelli fin qui sperimentati”, Carlo Mochi Sismondi su ForumPA evidenzia come “non saranno certo le accelerazioni dei provvedimenti disciplinari a migliorare efficienza ed efficacia della PA, saranno piuttosto gli stili di management, la corretta, intelligente e moderna gestione delle persone”.

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Insomma il punto vero investe non tanto e non solo spendere energie nell’inchiodare il lavoratore alla sedia, nominando i dirigenti sorveglianti di piano, ma comprendere che il tema è in realtà tutto organizzativo e che se può bastare certamente un tornello per evitare lo sgattaiolare dei furbetti – avete notato che si tratta sempre di macchinette a muro? – la mera presenza alla scrivania ha di per sé un valore prossimo allo zero se non si è capaci di gestire le persone che muovono la macchina. Si sta, in buona fede o meno, operando un gigantesco inganno mediatico in base al quale si induce l’opinione pubblica a credere che il giochino “ti licenzio altrimenti mi licenziano” porterà un beneficio diretto ai cittadini, gli utenti finali dei servizi pubblici. Spiace dirlo, ma non è così. E non perché la PA non abbia un cumulo enorme di problemi da risolvere, dei quali la dirigenza pubblica porta la sua parte di oggettiva responsabilità. Ma perché quei problemi sono figli di quella stessa mentalità fordista, da catena di montaggio, con cui ancora oggi si interpreta il funzionamento delle amministrazioni, come testimonia la spasmodica attenzione di media e pubblica opinione. E senza ricordare che ci sono tante amministrazioni e altrettante “zone” nelle amministrazioni nella galassia pubblica che rappresentano poli di eccellenza, assicurando, anche a risorse perennemente decrescenti, servizi ai cittadini.

Via gli scansafatiche, certo. E subito: è tale la valenza etica e simbolica di certi comportamenti che anche uno solo di costoro è uno di troppo. Purché si sia consapevoli che, dopo di ciò, la realtà è fatta di blocco delle assunzioni e della crescente anzianità dei lavoratori pubblici, poco formati e scarsamente motivati, i quali dovrebbero essere il motore di una PA che sia leva di sviluppo del Paese. E, soprattutto, di una dirigenza cherischia di trovarsi pesantemente condizionata dalla politica, buttando a gambe all’aria il già fragile tavolino della separazione fra gestione amministrativa e indirizzo politico. Serve, invece, uno sforzo di immaginazione per fare dei luoghi di lavoro pubblici dei luoghi della modernità, in cui si punti al risultato con la stessa flessibilità di tempi e modalità che sono propri delle organizzazioni più avanzate. Dove la dirigenza, reclutata in modo omogeneo e meritocratico, abbia gli strumenti per gestire, con autonomia di risorse umane e finanziarie, i percorsi per raggiungere quegli obiettivi che la politica ha il dovere di definire. Dobbiamo in altre parole liberarci dalla sindrome di Fantozzi, per cui le pubbliche amministrazioni sono popolate di automi che lavorano a comando, privi di qualsiasi intelligenza propria, scansafatiche per vocazione e vessati da potenti megadirettori. Come e con quali modalità vogliamo continuare a cambiare la PA? Dove sono gli strumenti per ragionare di organizzazione senza fossilizzarci sulla norma? È davvero solo l’amministrazione ad essere malata di formalismo o è anche la politica ad illudersi (ed illuderci) che una nuova legge sarà la panacea di tutti i mali? Non esistono bacchette magiche, sia chiaro: a problemi complessi devono corrispondere soluzioni articolate e va riconosciuto al Governo che il complesso dei decreti attuativi della legge di riforma della PA rappresenta uno sforzo importante, con aspetti positivi. Basta ricordarsi che il cartellino, in fondo, è solo un pezzo di plastica.

Pubblicato su Linkiesta

Il punto di vista degli AllieviSNA sui temi in agenda per la PA

Come ogni anno in autunno, l’Associazione AllieviSNA, che si rivolge ai dirigenti dello Stato che provengono dall’esperienza della Scuola Nazionale di Amministrazione, ha tenuto il suo raduno, svoltosi a Roma dal 23 al 25 ottobre. In particolare, nella mattinata di lavori del sabato sono stati discussi i temi più attuali che investono la sfera pubblica: attuazione della riforma Madia, valutazione dei funzionari pubblici, lotta alla corruzione, prospettive future del dialogo col Governo e con i cittadini. Molti gli interventi di colleghe e colleghi in servizio presso le diverse amministrazioni ed enti pubblici (MEF, Lavoro, INPS, Istruzione e così via), inclusi gli ormai famosi “dirigenti a bagnomaria”, vincitori del VI corso concorso SNA, che dallo scorso mese di dicembre sono in attesa di essere assunti. Di seguito il documento di sintesi. Buona lettura.

Va premessa, in primo luogo, la comune preoccupazione per il complesso e poco ortodosso processo di formazione della legge di stabilità. L’approvazione in Consiglio dei Ministri di una bozza in itinere, e la successiva discussione prima della presentazione al Presidente della Repubblica e al Parlamento, suscitano più di un dubbio legato all’effettivo processo di formazione del testo e, soprattutto, ad una aperta discussione nel Paese nel merito delle misure. Il repentino modificarsi di testi approvati, eppur “liquidi”, suscita perplessità che richiedono un cambio di rotta a favore di una maggiore chiarezza e trasparenza. Anche per questo, l’Associazione esprime solidarietà ai colleghi della Ragioneria Generale dello Stato, chiamati a gestire in prima persona questo processo, che hanno espresso forte disagio non accogliendo l’invito a continuare a lavorare per l’ennesimo fine settimana sulla ulteriore limatura dei testi oltre la naturale scadenza di presentazione del 15 ottobre.

Come dirigenti AllieviSNA riteniamo, tuttavia, di dover segnalare alcuni aspetti critici dei testi normativi attualmente al centro dell’agenda politica: la legge Madia di riforma della PA, approvata quest’estate, e la legge di stabilità.

Per quel che riguarda la legge Madia (legge 124 del 2015), un tema su tutti è la concreta minaccia di inceppamento del sistema, che si basa sul rischio di un continuo e vorticoso ricambio della dirigenza di ruolo, magari a favore di una dirigenza fidelizzata. Il meccanismo del cosiddetto ruolo unico dei dirigenti, infatti, è di per sé ben accetto se ed in quanto realizza un mercato unico della dirigenza i cui criteri di funzionamento sono il merito e la concorrenza, e se, in coerenza, il meccanismo di reclutamento è unico ed omogeneo. La legge Madia – e sul punto seguiremo con attenzione l’attuazione nei decreti delegati – sembra invece costruire un “calderone” in cui confluiscono tutti i dirigenti dello Stato, delle Regioni, e degli Enti locali, rischiando di dar vita ad una sorta di concorso permanente senza regole. In altre parole, mettendo a bando un qualsiasi posto dirigenziale, si rischia di vedere l’assalto di migliaia e migliaia di domande che, verosimilmente, nessuno potrà valutare con serietà. Replicare questo meccanismo per tutti i ministeri, le regioni e gli enti locali rende palese il rischio di una sostanziale rivoluzione permanente, ovvero la paralisi.

Ma c’è di più: la legge Madia cancella per i dirigenti di ruolo (e vincitori di concorso) il diritto all’incarico. Oggi, pur ruotando fra incarichi, il dirigente ha diritto ad avere un posto di funzione. Da domani non sarà più così e potrebbe esserci una corsa al posto che renderà precaria la dirigenza e più soggetta alle esigenze della politica. Se, alla fine del gioco della sedia, si resta in piedi, il dirigente senza incarico non potrà chiedere nulla: ergo, sarà molto motivato a chiedere prima, magari col cappello in mano. E non finisce qui. Ove non si ottenesse un incarico, il dirigente finirebbe parcheggiato, in assenza di valutazione negativa, in un perpetuo limbo, sia pure a stipendio ridotto: pagato per stare a casa. Questa paradossale situazione va a coniugarsi con le previsioni di rivedere la disciplina e le percentuali dei dirigenti che la politica può cooptare senza concorso dall’esterno. A pensare male si commette peccato, ma spesso ci si azzecca, diceva qualcuno: in questo caso speriamo di non azzeccarla. Espellere dirigenti di ruolo e sostituirli con dirigenti fidelizzati sarebbe senza se e senza ma un danno incalcolabile per l’imparzialità della PA e per la possibilità per i cittadini di ottenere servizi. Gli AllieviSNA lo hanno sempre detto, e lo ripetono e ribadiscono in ogni sede. La prima esigenza di ogni organizzazione pubblica deve restare quella di assicurare l’imparzialità dell’amministrazione, sia verso la politica che a favore dei cittadini. Se crolla questo fondamentale principio, si aprono scenari imprevedibili e, senza dubbio alcuno, contrari alla Costituzione.

Queste criticità rendono evidente che il dettato della legge, su cui AllieviSNA aveva avanzato proposte nel corso di due audizioni parlamentari presso Camera e Senato, rischia di creare caos e contenziosi. È, dunque, importante che il decreto delegato sulla dirigenza riesca, sia pur nei limiti della delega, a correggere i rischi concreti che si pongono a danno del buon funzionamento della macchina amministrativa e, in ultima analisi, a danno dei cittadini. Auspichiamo, perciò, un confronto col Governo.

È, peraltro, curioso che la legge Madia in molti passi sembri disporre minuzie organizzative che nulla attengono alla dimensione legislativa, disponendo, ad esempio, che per i concorsi pubblici si prevedano “modalità di espletamento degli stessi, in particolare con la predisposizione di strumenti volti a garantire l’effettiva segretezza dei temi d’esame”: prescrizioni che gli organismi internazionali impongono a paesi in via di sviluppo senza infrastrutture politico-amministrative. È una legge che, tra molte buone intenzioni e interventi anche efficaci, soprattutto sulla dirigenza, sembra improntata da sostanziale sfiducia, tanto da indurci a domandare se la nostra azione di proposta assomigli alle richieste delle volpi che cercano di stabilire coi cacciatori le regole della caccia.

Come sempre non vogliamo nasconderci dietro a un dito: le pubbliche amministrazioni hanno molti problemi e diversi a seconda dei diversi livelli istituzionali. Parliamo della più grande organizzazione del Paese, che conta circa 3.200.000 lavoratori e dimensioni e funzioni le più diverse. Di tutto questo ventaglio di strutture, i ministeri contano molto poco in termini di unità di personale, per un mero 5% scarso. Come dirigenti pubblici dobbiamo farci carico delle nostre responsabilità e, lontani da logiche corporative, chiediamo noi per primi, anzi, rivendichiamo valutazioni selettive delle performance e una vera spending reviewSiamo pronti a fare la nostra parte per segnalare sprechi e inefficienze, che sopportiamo per primi nel nostro lavoro quotidiano, mentre la logica del taglio lineare, di per sé incoerente con la politica del merito, finisce per punire proprio i più utili e meritevoli. Può ripartire il Paese se puniamo le leve migliori?

Esortiamo tutti – e intendiamo tutti – a farlo con noi: la politica, le imprese, la società civile. Un Paese funziona se regge la sua infrastruttura di regole in quanto condivisa da tutti. Da questo punto di vista la incredibile vicenda del Comune di Sanremo è esemplare: un intero sistema è collassato perché era generalizzata la convinzione che “tutti fanno così”. Dobbiamo allora non solo fare rete fra i diversi pezzi della società, ma assieme lavorare sulla lotta alla corruzione e la promozione dell’integrità. Su questo la dirigenza pubblica ha un ruolo fondamentale, ma non può essere lasciata sola. Ed anzi, deve essere messa in condizione di lavorare con tutti gli strumenti utili a questo fine.

Certamente come corpo non siamo mai riusciti ad assumere sufficiente solidità, ed il motivo è molto semplice: le provenienze sono molteplici. A parte i 500 dirigenti che provengono dalla SNA, che possono contare su un percorso di reclutamento e formazione comune, il resto della dirigenza italiana si trova a dirigere uffici dopo le strade più diverse, e non solo attraverso i concorsi delle singole amministrazioni. Non raramente sono intervenute stabilizzazioni, leggi ad hoc, cooptazioni. Insomma è avvertita l’esigenza di una classe dirigente amministrativa che possa contare su un reclutamento omogeneo e costante, attraverso la SNA. Regole comuni, formazione comune, valori comuni. Purtroppo non sappiamo quale sarà il destino della SNA, commissariata dalla legge di stabilità e proiettata verso una nuova riforma: a dispetto della proposta degli AllieviSNA di prevedere per tutti i dirigenti pubblici il reclutamento tramite Scuola, chi passerà per essa (solo per una percentuale del 50% dei posti disponibili) dovrà prima attraversare un periodo di tre anni come funzionario. Insomma, un addio a quel ricambio generazionale che la formula del corso-concorso della SNA aveva assicurato, grazie ad un sistema di “ufficio chiavi in mano” che ha permesso a giovani eccellenze di arrivare a svolgere il primo incarico alla soglia dei 30 anni.

E questo è uno dei motivi per cui non possiamo che manifestare tutta la nostra perplessità di fronte alla iniziativa dei funzionari delle Entrate che, dopo 10 anni di incarichi dirigenzialiad personam, cassati dalla Corte Costituzionale perché è sempre necessario un concorso pubblico, chiedono i danni allo Stato: la frammentazione del reclutamento dei dirigenti segue, lo vediamo, anche strade illegittime che, fatti salvi ogni aspetto di natura personale, aggiunge caos a caos. Lo diciamo da anni: un unico, duro concorso nazionale della SNA che trovi i migliori e li formi sui medesimi valori.

Analoghe perplessità suscitano alcune disposizioni contenute nella legge di stabilità, che dispone il congelamento dei posti dirigenziali scoperti al 15 ottobre. Sembra, insomma, profilarsi un nuovo taglio lineare di posti dirigenziali che non ha a monte una analisi dei bisogni e delle funzioni, che possa eventualmente portare a ritenere di sopprimere, accorpare o spostare. La regola è: nessuno è seduto sulla sedia? Via la sedia. Ed è, al contempo, assai curioso, che mentre una delle prime bozze riportava finalmente nei ministeri da cui erano usciti gli uffici di alcuni dipartimenti della Presidenza del Consiglio (Giovani, Famiglia, lotta alla droga), azzerando posizioni dirigenziali sulla cui effettiva moltiplicazione qualcuno avrebbe dovuto fornire molte spiegazioni, tale riassorbimento sia stato magicamente cancellato nel testo definitivo.

Naturalmente la riduzione delle percentuali del turn-over non fa che rendere ancora più vecchia la pubblica amministrazione, mentre l’ormai perenne blocco dei rinnovi contrattuali riduce enormemente il potere d’acquisto degli stipendi. È francamente lunare che si tiri un sospiro di sollievo perché oggi – e tentativi ce ne sono stati, eccome – non ci sia il taglio della carne viva delle retribuzioni pubbliche. Invece di immaginare e mettere in pratica modalità tecniche, amministrative e organizzative per lavorare al meglio, l’unica stella polare del Governo sembra essere la neutralizzazione della necessaria autonomia dell’amministrazione e la sua naturale competenza sulla gestione, usando tutte le leve a disposizione, non ultima quella stipendiale. Attenzione: non vogliamo guardarci l’ombelico. Alziamo lo sguardo e chiediamoci cosa abbiano prodotto per il migliore funzionamento della PA anni ed anni di studi e commissari sulla spending review. Ce lo dicono i giornali: un flop. Un flop dovuto ad un’impostazione che non segue la logica della revisione della spesa pubblica per migliorarla e rimodularla ove serva, ma mira esclusivamente, costantemente e pervicacemente al taglio della spesa per conseguire risparmi. La logica degli interventi, quindi, sembra privilegiare da un lato una maggiore disponibilità della politica delle leve dell’amministrazione, dall’altro riproporre contenimenti della spesa senza una valutazione delle politiche in relazione alla loro efficacia rispetto alle cose da fare. È un’impostazione che va abbandonata. Senza visioni di lungo periodo e un confronto leale con chi lavora per la collettività abbiamo forti dubbi che possano conseguirsi vantaggi per l’Italia.

Noi, come sempre, ci siamo. E siamo pronti a fare la nostra parte. Per il Paese e per i cittadini.

Pubblicato su AllieviSNA

Quei maledetti scansafatiche della Ragioneria Generale dello Stato

Tenetevi forte: i dirigenti della Ragioneria Generale dello Stato, dipartimento del Ministero dell’Economia e Finanze che cura i conti pubblici, lo scorso venerdì pomeriggio alle 14 hanno chiuso i computer, staccato i telefonini e se ne sono andati a passare un pomeriggio in famiglia, rendendosi indisponibili alle ennesime nottate e ai sabato e domenica di lavoro per il taglia e cuci della legge di stabilità. Ma come, direte voi, la stabilità non è stata presentata il 15 ottobre? Non era quelle dell’Italia “col segno più”? Delle 25 slide e dei 25 tweet? E come si permettono questi burocrati di farsi cadere la penna? Chiariamo subito i come e i perché della vicenda. Come ogni anno la preparazione della legge di stabilità richiede un surplus di lavoro da parte dei ministeri a cui il Governo chiede di operare sulle norme che intende portare all’attenzione del Parlamento. I diversi ministeri forniscono quindi i testi di proposta, corredati da relazioni tecniche su cui poi la Ragioneria deve esprimersi in merito alle coperture, collazionando il tutto: insomma un lavoro certosino che, soprattutto per i tecnici di Via XX Settembre, si traduce in lavoro sino a tarda notte e, non raramente, nei fine settimana sulle carte. Da una chiacchierata con colleghi del dicastero, tuttavia, emerge che le criticità ci sono, e sono parecchie. In primo luogo quella che dovrebbe essere l’eccezione è ormai la norma: uscire dall’ufficio alle 19 o 20 di sera è prassi comune, con le immaginabili conseguenze sulle dinamiche della vita privata delle persone (ne parlavo proprio su Formiche), magari per le richieste dell’ultimo minuto che arrivano dai piani alti per l’immancabile riunione dell’indomani di cui si sapeva da una settimana.

Il problema più generale, tuttavia, è relativo alle modalità e alla qualità del lavoro: non solo ormai al MEF viene demandata in gran parte anche la definizione delle relazioni tecniche, ma la corsa al 15 ottobre ha portato alla costruzione di un “bozzone” (così lo chiamano gli addetti ai lavori) della stabilità su cui occorre ancora intervenire per ultimare il testo della legge: ecco il motivo della richiesta degli ulteriori fine settimana alla scrivania. C’è, insomma, un tema di legislazione del Governo in occasione dello snodo fondamentale rappresentato dalla legge di stabilità annuale che non va sottovalutato: il famigerato taglio alle retribuzioni (ci tornerò nel prossimo futuro) è solo la ciliegina sulla torta, ormai andata a male. La protesta spontanea, di pancia, che ha portato al rifiuto di lavorare sabato e domenica (maledetti scansafatiche!) è una spia di un malessere ben più profondo, che le solite, banali crociate anti-burocrazia non sfiorano neppure. Altro che roba lunare, come riporta con pressappochismo Dagospia, o ammutinamento, come scrive Repubblica. Organizzazione del lavoro e cura delle professionalità, qualità della regolazione, dinamiche legislative e rapporto fra tecnica e politica: chi è in grado di parlarne? Perché poi anche le formiche, quelle che tengono in piedi la PA, nel loro piccolo si incazzano!

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E riforma PA fu. E adesso?

E riforma fu: per chi non se ne fosse accorto, la riforma della pubblica amministrazione voluta dal Premier Renzi e della Ministra Madia è legge. Dal 28 agosto di quest’anno, infatti, è in vigore la legge n. 124 del 2015 che, per la sua concreta attuazione, richiederà l’emanazione di diversi decreti legislativi delegati, con cui il Governo preciserà portata ed estensione delle norme di delega. Parte fondamentale della riforma poggia, come noto, sulla revisione della disciplina in materia di dirigenza pubblica, su cui molto si è dibattuto durante gli ultimi mesi: non serve ripercorrere qui le critiche e le valutazioni sulla riforma, ma è utile ricordare che la decadenza dal ruolo unico della dirigenza, a seguito di un determinato periodo di collocamento in disponibilità, è stato finalmente legato, anche grazie alle osservazioni delle associazioni dei dirigenti pubblici, al principio della valutazione negativa del dirigente, passaggio logico e, aggiungo, di indispensabile legalità. Bene. Fatta la legge e con i decreti in lavorazione, che succede adesso?

A mio modo di vedere occorre prendere atto che, piaccia o non piaccia, siamo ad un punto di svolta decisivo, in cui si profila innanzi una fase nuova, quella della post-riforma, che impone una presa d’atto da parte della dirigenza pubblica più avveduta. Condivido le osservazioni di chi vede in questa riforma una occasione in parte mancata per dare una prospettiva nuova alla PA, avendo posto eccessiva attenzione alla regolazione di aspetti che poco hanno a che vedere col ridare dinamicità alla più grande organizzazione del Paese. Ecco perché sarà indispensabile, nel proseguire un confronto costruttivo col Governo nella costruzione dei decreti (avremo una fase consultiva anche nei prossimi mesi?), dare spazio a temi di respiro ampio e legati alla trasformazione di come si fa amministrazione. Tre temi, fra i tanti, mi sembrano fondamentali. Il primo: come costruire un sistema di valutazione vera ed efficace per la dirigenza pubblica, lasciandoci alle spalle montagne di formalistici adempimenti e le ormai insopportabili polemiche da bar, per far sì che la via al risultato sia un accompagnamento a favore dei cittadini e non una mera lotteria ad excludendum per il dirigente? Il secondo: come possono essere cambiati i modelli organizzativi che imperano nei nostri uffici e ottimizzare la gestione del tempo di dirigenti, funzionari e impiegati dando il giusto peso all’equilibrio fra lavoro e vita privata, mirando finalmente all’efficienza? E, infine, il terzo:  quale forma dovrà prendere una PA moderna, sia nelle strutture nelle quali si articola a tutti i livelli che nei rapporti di lavoro in essere?

Sono questioni complesse eppure basilari se crediamo in una amministrazione pubblica che sia una delle leve per lo sviluppo del Paese. Diciamolo: il quadro dato non aiuta di certo. Abbiamo un personale assai in là con l’età, poco motivato e poco formato, e senza prossime prospettive di rinnovamento visto il perdurante blocco delle assunzioni. Lavoriamo spesso sulle emergenze e sempre più i processi di spending review guidati dall’alto rischiano di penalizzare le eccellenze senza limitare sprechi e produrre risparmio. Nonostante questo, tuttavia, servono un pensiero lungo ed una visione di cosa sia necessario fare che politici e burocrati hanno dato spesso prova di saper maneggiare assai poco e per i quali c’è bisogno di una assunzione di responsabilità da parte di tutti. I cittadini attendono.

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