Casta diva

Sul Corsera di venerdì scorso Ernesto Galli Della Loggia ha approfondito il tema relativo a quella che definisce “l’oligarchia burocratico-funzionariale”, questione da tempo all’attenzione della pubblica opinione e che è di grande importanza per ragionare sulla macchina amministrativa italiana e, dunque, sulle conseguenze sulla vita dei cittadini. Come anche evidenziato da trasmissioni televisive di approfondimento (Report per prima), è stato più volte segnalato lo scandalo (eh sì, è uno scandalo) delle doppie retribuzioni degli alti magistrati e funzionari dello Stato che prestano servizio nei Gabinetti o nelle Autorità indipendenti, o che ricevono incarichi di particolare rilevanza, cosa perfettamente legittima ma giustamente indigesta agli Italiani. È indubbio che esista un gruppo di burocrati apicali che, forti del loro sapere tecnico, governano di fatto la macchina pubblica. Sul punto credo sia necessaria, tuttavia, una qualche puntualizzazione.

Il rischio di conflitti di interesse e di opacità nelle relazioni di alta amministrazione è altissimo e, ove non regolati, potrebbe risultarne minato lo stesso processo democratico. Va anche detto, tuttavia, che è la stessa classe politica e di Governo che regolarmente affida le redini delle proprie strutture a figure di indubbia competenza che, moderni mandarini, passano da ministero a ministero e da ministro a ministro, conservando, in modo assolutamente anomalo, la propria vecchia posizione e relativa cospicua retribuzione. Un primo intervento, dunque, deve essere quello di eliminare doppi compensi, sulla base del principio generale che, nelle cose pubbliche, si fa una sola cosa con un solo stipendio. Sono auspicabili, inoltre, interventi che limitino, se non addirittura impediscano situazioni che presentino profili come quelli rilevati da Galli Della Loggia, dato che, per capirci, cane non morde cane o, in ogni caso, si presta il fianco a pensarlo. E tutto, ma proprio tutto, sia in rete: chi, cosa, dove e come. Così che possa essere favorito il controllo diffuso dei cittadini. Infine, se i codici etici servono, ove accompagnati da sanzioni da parte della comunità di riferimento, sta naturalmente alla politica rivolgersi anche altrove, in un mercato pubblico che offre alti livelli di competenza con donne ed uomini che servono in silenzio la Nazione, come prescrive la Costituzione.

Alla luce di episodi che sono stati portati all’attenzione del grande pubblico e che, addebitabili ai singoli, vanno censurati, continuo tuttavia a pensare che sia rischioso fare di tutta un’erba un fascio, finendo per alimentare quella cultura muscolare avverso l’amministrazione che non giova a nessuno, al Paese in primo luogo, e che, Deo gratias, ci siamo lasciati alle spalle. Per fortuna non tutti, alta o bassa dirigenza, sono guidati dalla volontà di “farsi gli affari propri” ubbidendo servilmente al politico di turno. Molti, moltissimi, anche dentro quella che viene definita supercasta, si pongono al servizio di chi democraticamente pone gli obiettivi politici, ma in ossequio alle prescrizioni dell’ordinamento. Chi non lo fa, non serve la collettività.

PS: mi rendo conto possa suonare spocchioso, ma devo dire che non appare corretto sostenere che «non abbiamo un’istituzione analoga all’Ena francese»: c’è la SSPA, la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, l’organismo di alta formazione che, dopo una severa selezione tramite concorso pubblico, dal 1997 forma i futuri dirigenti pubblici, completando il periodo di insegnamento e formazione con tirocini presso amministrazioni italiane ed europee. E ci sono i suoi “prodotti”, accomunati dal senso di far parte dell’Amministrazione a servizio della comunità e dei cittadini. Prof., ci si prova, almeno.

Ad capocchiam

Ma voi, come cittadini, preferireste avere a che fare con pubblici amministratori indipendenti e al servizio esclusivo della Nazione, come recita l’articolo 98 della Costituzione, o con burocrati che operano con una bella spada di Damocle sulla testa, che potrebbe influenzare in qualche modo le loro azioni? La domanda retorica trova fondamento in una scellerata norma contenuta nel decreto legge numero 138 della scorsa estate che, al comma 18 dell’articolo 1 dispone: “Al fine di assicurare la massima funzionalità e flessibilità, in relazione a motivate esigenze organizzative, le pubbliche amministrazioni […] possono disporre, nei confronti del personale appartenente alla carriera prefettizia ovvero avente qualifica dirigenziale, il passaggio ad altro incarico prima della data di scadenza dell’incarico ricoperto prevista dalla normativa o dal contratto. In tal caso il dipendente conserva, sino alla predetta data, il trattamento economico in godimento a condizione che, ove necessario, sia prevista la compensazione finanziaria, anche a carico del fondo per la retribuzione di posizione e di risultato o di altri fondi analoghi“. Il Governo, cioè, prima di andarsene sotto l’ombrellone di Ferragosto, si inventa uno strumento che permette di far ruotare dirigenti e prefetti a piacere (Motivate esigenze organizzative? Ma mi faccia il piacere!). Rotazione ad capocchiam, insomma.

Il laconico comunicato stampa del Consiglio dei Ministri del 12 agosto nulla riportava sul punto, mentre, a scartabellare l’immensa mole dei lavori parlamentari di conversione del decreto, culminati nella legge di conversione n. 148 del 14 settembre 2011, non sono riuscito a trovare un solo tentativo di emendamento della norma. Posso sbagliarmi: in tal caso sarei lieto di ricevere notizie in merito. Fatte salve sviste del Vostro, in ogni momento potrà accadere, in spregio alla logica, alle normative vigenti ed alla giurisprudenza della Corte Costituzionale, che un Ministro faccia ruotare un dirigente apicale o un prefetto per “motivate esigenze amministrative”. E che dire dei dirigenti di trincea, di seconda fascia? E’ così difficile immaginare che anche loro, per le più svariate ragioni, da un momento all’altro, possano essere spostati perché scomodi o per far posto a qualche sodale? Magari a un bel 19 comma 6, in quota esterna? E quanto liberi nella loro quotidiana attività decisionale ed operativa potranno sentirsi costoro (me incluso)?

E poi qualcuno può spiegarmi cosa c’azzecchi la riduzione della spesa pubblica, come recita il dispositivo dell’articolo 1, col passaggio ad altro incarico dei dirigenti? E dei prefetti? Addirittura, a leggere la Nota di Lettura del Servizio del Bilancio del Senato (pagg. 19 e 20), “si rileva che la disposizione non sembrerebbe considerare la fattispecie nella quale tali fondi risultassero indisponibili, in quanto interamente impegnati in relazione a altri incarichi già assegnati. In tal senso, la previsione per cui il prefetto o dirigente assegnato ad altro incarico, indipendentemente dalle risorse degli esistenti fondi, debba mantenere la retribuzione precedente potrebbe prefigurare l’emersione di maggiori oneri rispetto al quadro finanziario a legislazione vigente”. Ah, ecco. Qualcuno se ne è accorto? Capisco che pizzicare una singola disposizione nel guazzabuglio di numeri e parole che prendono il nome di leggi in questo Paese sia difficile: per un cittadino comune decifrare da solo la Stele di Rosetta sarebbe impresa di minor peso. Non scordiamoci, però, che questa disposizione, che si mette in coda allo tsunami di norme che periodicamente e pervicacemente investono la dirigenza pubblica (e non solo) di questo Paese, rappresenta una ferita gravissima al principio di separazione fra politica e amministrazione e, in ultima istanza, alla imparzialità del pubblico dipendente ed alla tutela della parità di trattamento dei cittadini. Non mi sembra poco.

Grasso che cola

La Presidente (non Governatrice, Presidente: le parole sono importanti!) della Regione Lazio ha nominato una persona del suo entourage relazional-politico al vertice di una struttura creata all’interno del Segretariato Generale delle Regione, la “Struttura Verifica dell’attuazione delle Politiche regionali e del programma di governo”. Come riporta l’Espresso, un Rotondi in gonnella: un ufficio di controllo inutile al pari di una inutile struttura nazionale di controllo, non ci piove. Reclama l’opposizione, gridano i giornali allo scandalo, dopo la sonora bocciatura del TAR alle nomine fatte in Regione a favore di dirigenti esterni senza la necessaria trasparenza, pubblicità ed interpello a favore degli interni. Ebbene, mi costa dirlo, ma in questo caso non c’è nulla da fare. Inutile denunciare che si regalano posti d’oro agli amici, perché quei posti sono proprio destinati agli amici ex lege (a differenza del caso neutrini, ad esempio). Trattasi di incarico fiduciario, non burocratico, e la Presidente ci mette chi le pare, anche la compagna del suo Segretario Generale, ex UGL, che non ha ritenuto necessario neppure pubblicare il suo CV sul sito istituzionale. Attendiamo che almeno la neo dirigente, classe 1974, renda pubblico il suo profilo professionale e scientifico, un obbligo di legge, peraltro. Ora, non piace la cosa? In primo luogo, si verifichi che sia stato fatto un adeguato controllo di legittimità della nomina. Se la nomina è legittima, a legge vigente, si cambino le norme, o si dichiari che si darà una sterzata e si cancelleranno alla radice questi vizietti. A meno che non faccia comodo quando sarà il proprio turno ad elargire prebende. Questo a conferma che si straparla di Ministeri, ma che il vero “grasso” è sui territori.