Dirigenza pubblica punto e a capo?

dirigenti-pubblici

Con la conclusione della XVII legislatura repubblicana si è ufficialmente aperta una campagna elettorale particolarmente incerta in cui, al momento, non sembra aver ancora trovato posto una discussione articolata sullo stato ed il ruolo della pubblica amministrazione e, in particolare, della dirigenza pubblica. Non appaia insolito: Governo e Parlamento sono stati a lungo impegnati nella faticosa elaborazione dell’ambiziosa riforma della PA intestata alla ministra Madia, con l’adozione della legge 124 del 2015 e la messe di conseguenti decreti attuativi. Se, tuttavia, si centra l’attenzione su quel che a ragione può essere definito il motore della macchina pubblica, ovvero la dirigenza, sarebbe utile che la politica che verrà non si dimentichi della questione. L’intervento sulla dirigenza, azzerato dalla Corte costituzionale per effetto della sentenza n. 251 del 2016, rappresentava, infatti, uno dei pilastri del disegno certamente più ampio dell’operazione a cuore aperto sulla PA. Lo stop della Consulta, evitando seri rischi per l’imparzialità dell’azione amministrativa e l’autonomia della dirigenza stessa, ha, tuttavia, fatto saltare l’opportunità di attualizzare il quadro normativo. L’assoluto protagonismo della figura del dirigente, infatti, nel rapporto con la politica, nel funzionamento dei sistemi di performance, trasparenza e lotta alla corruzione – la cui complessità sta debordando nella concreta ingestibilità – e nel dispiegarsi di una reale semplificazione dei processi, rende evidente l’importanza di alcuni nodi da sciogliere che si crede opportuno siano parte della comune cultura in fatto di burocrazie e che hanno carattere prodromico ad ogni futuro intervento.

Il primo è certamente quello relativo al recupero della serenità della discussione che, nel corso degli ultimi anni, ha visto muovere contro i dirigenti pubblici accuse ed asprezze irricevibili che hanno gravemente danneggiato i rapporti all’interno della cosa pubblica e, cosa assai più grave, invelenito il clima sociale. Riconoscere il ruolo indispensabile della dirigenza pubblica e dei lavoratori pubblici in generale è elemento indefettibile se si vuol compiere una analisi seria e di lungo respiro dei problemi delle amministrazioni e della dirigenza in Italia, che sono molti e complessi da aggredire. La narrazione della riforma della dirigenza, incentrata sull’assalto ai privilegi ed all’inefficienza dei dirigenti pubblici di questo Paese (i “burocrati che remano contro”), condotta con fare arrembante e senza distinguo alcuno, è stato un infelice esempio di tale approccio da accantonare. Recenti prese di posizione sul primo giornale Italiano hanno sostanzialmente identificato le burocrazie come gruppi di golpisti: “Le burocrazie, amministrative e giudiziarie, spadroneggiano. I politici o sono al loro servizio o sono troppo deboli per tenerle a bada. Lasciate a se stesse quelle burocrazie ci preparano un futuro di autarchia e di declino economico e culturale”. Un’atmosfera pre-elettorale plumbea, purtroppo, che non fa ben sperare. Sia chiaro: non che non esistano burocrati e dirigenti inefficienti o inadatti. Ottusi, persino. Ma è la cattiva burocrazia l’avversario da sottomettere, non la burocrazia tout court.

Il secondo riguarda le modalità di reclutamento della dirigenza. L’estrema frammentarietà dei sistemi di selezione della dirigenza pubblica in Italia ha fatto sì che essa, diversamente da prefetti, diplomatici e magistrati (non casualmente la parte ancora non privatizzata del personale pubblico), non abbia saputo dar prova della propria natura di corpo dello Stato, troppo spesso incapace di scrollarsi di dosso un alto grado di autoreferenzialità e di mantenere un corretto rapporto di sana alterità con la politica. Superare l’attuale doppio accesso alla dirigenza, incanalando finalmente l’intero flusso di richiedenti per il tramite della Scuola Nazionale di Amministrazione, costituirebbe una delle leve determinanti per infliggere un colpo mortale al vizio del “particulare” che tanti danni ha fatto alla PA in Italia, magari prevedendo congrui periodi di stage per i neo-dirigenti (almeno un anno) e di servizio obbligatorio all’estero per tutti. Il recupero ed il rilancio dell’esperimento del corso-concorso per la carriera dirigenziale, mai veramente decollato, con gli opportuni correttivi per chi entri per la prima volta nella PA, per chi è già funzionario e per chi acceda a seguito di esperienze nel settore privato, rappresenta senza dubbio una leva per contribuire a (ri)fondare quello spirito di corpo che drammaticamente latita.

L’ultimo elemento investe, infine, natura e ratio della dirigenza stessa. Dopo decenni di ubriacatura neoaziendalista e di superfetazioni di concetti e modalità organizzative trapiantate direttamente nel tessuto molle delle amministrazioni, qualche segnale di ritorno alla peculiarità della funzione pubblica sembra oggi cogliersi, riaggiornandola con le esigenze proprie di una società italiana (e globale) in rapida mutazione. Il tema dell’amministrazione collaborativa, come descritto nella presentazione del recente Annual Report di ForumPA, sembra cogliere questo aspetto, che vede, in concreto, la PA muoversi in un’ottica di garante delle reti di interlocutori e delle transazioni sociali che si snodano, mutevoli, intorno ad essa. Se questo è vero, occorre allora porsi una domanda: che dirigente pubblico si vuole e per far cosa? La banale risposta è che il dirigente pubblico altri non può essere che colei o colui che viene chiamata/o ad esercitare le peculiari funzioni di amministrazione della cosa pubblica: districandosi tra sapere amministrativo-contabile, managerialità e gestione delle risorse umane (qui andrà verificata la carica di potenziale dello smartworking) e capacità di interloquire con i tanti e diversi stakeholder che con la PA hanno a che fare, senza dimenticare il compito fondamentale di intessere con l’Autorità politica di riferimento condizioni e scenari per l’attuazione delle politiche. Ciò richiederebbe che tali responsabilità vengano attribuite a chi sia stato adeguatamente formato, magari attraverso una selezione che rivoluzioni una volta per tutte le modalità sinora troppo nozionistiche di testare i candidati. Ofelè, fa el to mestè, direbbe la saggezza popolare. Eppure, a fronte di una tale ovvietà, negli anni si è di fatto affermato il principio che chiunque possa esercitare il mestiere: la competenza non paga più. E non si tratta solo dell’annosa questione dell’accesso esterno, senza concorso, di soggetti scelti dalla politica, o dell’inusuale numero di magistrati cui vengono affidati uffici e dipartimenti (si è mai visto un dirigente pubblico amministrare la giustizia in un’aula di tribunale?): un progressivo svilimento della funzione ha di fatto comportato un depauperamento del valore del ruolo sociale della dirigenza, il cui capitale reputazionale si è pressoché dissolto nelle pubbliche opinioni e nel comune sentire.

Non è troppo tardi per invertire la rotta. È di tutta evidenza che il miglioramento dell’efficacia ed efficienza di un’organizzazione è un processo che non finisce ma si rinnova continuamente: la “perfetta amministrazione” di cui parla Benedetto Croce, e che Bernardo Mattarella richiama nel suo recentissimo volume su burocrazia e riforme, resta un traguardo mutevole e sfuggente. Tuttavia, all’indomani di uno sforzo riformatore imponente, i cui effetti vedremo nel medio e lungo periodo, recuperare responsabilmente alcune norme di basilare e civile convivenza fra pezzi della Repubblica, adottando accorgimenti mirati per scopi specifici, può far sì che il sistema delle amministrazioni Italiane diventi finalmente un pezzo dello sviluppo di questo Paese. Senza sconti a nessuno. Ma senza pregiudizi.

Pubblicato su Formiche

Annunci

Maledetti burocrati a “Otto e mezzo”

Qui il video della puntata di “Otto e mezzo” su La7 in cui sono stato ospite di Lilli Gruber per parlare di burocrazia e dirigenza pubblica, assieme a Francesco Giavazzi e Valerio Onida. Grazie davvero a Gruber e alla sua squadra per l’invito e per la discussione: quando si parla di Pubblica Amministrazione la parola d’ordine è una sola: spiegare. O almeno provarci.

Ottoemezzo

Dopo lo stop della Consulta alla riforma PA usciamo dall’angolo

L’ormai celebre sentenza numero 251 della Corte Costituzionale è arrivata come uno tsunami a travolgere parti importanti della fase attuativa della riforma della pubblica amministrazione varata lo scorso anno dal Governo, incidendo, in particolare, sull’emanando decreto sulla dirigenza pubblica, entrato in Consiglio dei Ministri lo scorso 24 novembre. Il fatto è noto: la Corte ha accolto il ricorso della Regione Veneto con cui si chiedeva in luogo di un mero parere delle regioni sulle norme di riforma una vera e propria intesa. Che succede ora? La Corte ha chiarito che le pronunce di illegittimità sono circoscritte alle disposizioni di delegazione della legge madre (la legge n. 124 del 2015, oggetto del ricorso) e non si estendono alle relative disposizioni attuative. Nel caso di impugnazione dei decreti delegati, si dovrà quindi accertare l’effettiva lesione delle competenze regionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestare al fine di assicurare il rispetto del principio di leale collaborazione. Traducendo: la Corte non entra nel merito della riforma, ma dice che i decreti approvati dovranno essere riscritti prevedendo un’intesa in luogo del parere. Il cartellino rosso pone ora una serie di questioni sul tappeto che richiedono uno sforzo di visione comune, in primo luogo evitando di farsi trascinare nella discussione tutta politica in vista del prossimo referendum. Le norme di riforma sulla PA sono state elaborate a Costituzione vigente e appare davvero poco utile legare le possibili soluzioni all’impasse alle urne. Questo vale in primo luogo per il Governo, che sembra voler utilizzare la vicenda per sostenere le ragioni del “sì” alla riforma quando si dice che la sentenza dimostra come si sia “circondati da burocrazia opprimente”. Ma vale allo stesso modo per le opposizioni e per coloro i quali, magari sollevati dal possibile affossamento della riforma, ne approfittano per spingere per il “no” criticando il passo falso del Governo. Una cosa è riscrivere parti importanti della Carta, altra è legiferare con l’obiettivo – condiviso o meno – di rendere più efficiente la macchina pubblica e i suoi vertici amministrativi. La domanda oggi è relativa alla sorte dei decreti non ancora approvati, come quello sulla dirigenza. È evidente che in questo caso la dimensione tecnica muta in politica. La riforma della dirigenza è stata sempre presentata dal Governo come perno per la modernizzazione delle nostre amministrazioni e, di conseguenza, del Paese tutto e lo “schiaffo” della Consulta pone un serio problema all’esecutivo. Se a questo si aggiunge che la delega è scaduta il 27 novembre, appare davvero complicato capire cosa potrà accadere, soprattutto a pochi giorni dal referendum il cui esito – malauguratamente – appare oramai decisivo per la vita del Governo. Chi brinda per la possibile fine dalla riforma della dirigenza, tuttavia, commette un grave errore. Sebbene possano ravvisarsi molteplici e serie critiche alle disposizioni sulla dirigenza, sarebbe da irresponsabili non riconoscere che una riforma era ed è necessaria. Le esigenze profonde di rendere la dirigenza pubblica più mobile, autonoma ed efficiente restano sul piatto e, se è in primo luogo necessario ed opportuno intervenire soprattutto sulla dimensione organizzativa, l’introduzione di un ruolo unico della dirigenza della Repubblica è un punto da anni sostenuto da molte parti della dirigenza stessa. Ecco perché lo stop del Giudice delle Leggi può essere l’occasione per porre mano, in maniera consapevole e condivisa, al testo del decreto sulla dirigenza, ascoltando chi ha posto nel tempo critiche tese a migliorare la riforma, non penalizzando inutilmente chi fa il proprio lavoro con gli strumenti a disposizione, ma mirando a creare quel mercato vero delle competenze pubbliche che vada a vantaggio dei servizi per i cittadini. Non cogliere questa opportunità servirà solo a rafforzare sterili steccati fra politica e burocrazia, dando voce a reciproche delegittimazioni che vanno a detrimento dello sviluppo del nostro Paese. È un errore che davvero non possiamo permetterci.

 Pubblicato su Linkiesta

Dirigenti idonei (ma non troppo)

pa-835

Fra le tante novità previste dalla riforma della Pubblica Amministrazione targata Madia è rinvenibile un deciso cambio di rotta circa le ormai note graduatorie di idonei, attraverso la definizione di limiti assoluti e percentuali, in relazione al numero dei posti banditi, per gli idonei non vincitori, e la riduzione dei termini di validità delle graduatorie. In altre parole, mentre in passato il Legislatore, nell’ottica della salvaguardia del principio costituzionale di buon andamento della PA e del contenimento dei costi per la collettività, aveva stabilito e costantemente confermato, sin dal 2008, che fosse buona norma attingere dalle graduatorie degli idonei prima di bandire nuovi concorsi, la riforma dello scorso anno tende, al contrario, a chiudere la partita e a cambiare marcia puntando sulle future selezioni. Senza entrare nei tecnicismi giuridici (rimando ad un pregevole scritto di Lucia Tria, svolto quest’anno alla Camera dei deputati), credo vi sia la necessità di far chiarezza e districare un pasticcio che rischia di dar luogo a contraddizioni e a palesi ingiustizie. Intanto, ma chi sono questi idonei? L’idoneo, in sostanza, è chi, pur avendo superato le prove concorsuali, non rientra nel numero dei posti al momento disponibili e banditi: ha, dunque, le carte in regola per accedere ma si trova indietro nella graduatoria. Costoro, ci dice la giurisprudenza, hanno una legittima aspettativa ad essere chiamati, mentre le amministrazioni godono, in ogni caso, di ampia discrezionalità che, in un quadro di tagli progressivi e di stabilizzazioni di precariato pubblico (cui si è aggiunto il tema della ricollocazione del personale delle Province), ha limitato grandemente il cosiddetto scorrimento delle graduatorie. Peraltro, il tema assume rilievo assai maggiore con la prossima riforma della dirigenza pubblica, che, pur fra tante criticità, sembra finalmente privilegiare l’accesso alla dirigenza tramite il corso-concorso bandito dalla Scuola Nazionale dell’Amministrazione: il decreto prossimo al varo, nell’eliminare ogni proroga di validità per le graduatorie oggi esistenti, dispone, infatti, che le graduatorie finali del concorso di accesso al corso-concorso, nonché del concorso per l’accesso alla dirigenza, sono limitate ai vincitori, e non comprendono idonei. Il principio, condivisibile o meno, cambia completamente le carte in tavola e pone oggettivamente l’esigenza di non lasciare in mezzo al guado chi non sia stato ancora assunto. In parole povere, se fino a ieri, seppur con molta fatica e riluttanza, le amministrazioni hanno attinto alle graduatorie dei dirigenti idonei, da domani chi non sia stato ancora chiamato resterà definitivamente fuori gioco, perdendo completamente la sua aspettativa di ricoprire un incarico per il quale sia stato positivamente valutato. Si tratta, in altre parole, di evitare una palese discriminazione fra chi sino a ieri ha goduto di un diritto garantito dall’ordinamento e di chi, in procinto di salpare, si vede togliere la scaletta di bordo mentre ancora si trova ai primi scalini. E non si tratta, sia ben chiaro, della mera salvaguardia di situazioni personali, ma dell’opportunità di reclutare figure già selezionate senza imbarcarsi in ulteriori e costose procedure selettive, con vantaggi in termini di costi e di tempi. La vicenda idonei è, tutto sommato, lo specchio di come, in materia di politiche di reclutamento pubblico, sia stata carente la volontà di capire di chi effettivamente si avesse bisogno in relazione alle funzioni pubbliche da implementare. In un quadro di perenne blocco delle assunzioni e di comportamenti non sempre trasparenti da parte dell’attore pubblico (superfluo richiamare l’uso disinvolto che è stato sempre fatto dell’istituto della cosiddetta dirigenza a chiamata diretta), credo servano chiarezza e buon senso, volti innanzitutto a contemperare i fondamentali principi di efficacia ed efficienza dell’azione amministrativa e la necessità di far tesoro del potenziale già selezionato e disponibile a costo zero. Ad oggi esistono gli strumenti per chiudere una volta per tutte la tormentata vicenda delle graduatorie, ad esempio attraverso convenzioni fra amministrazioni diverse, così che il ministero A possa attingere, in caso di bisogno, dalle graduatorie ancora aperte del ministero B. Da domani si cambia? È cosa buona e giusta: invece della ghigliottina, tuttavia, si usi il cesello, evitando il rischio di ricadere nel perenne vizio di gettare il bambino con l’acqua sporca. Tempo e denaro sono risorse fondamentali in ogni organizzazione, e la Pubblica Amministrazione non fa eccezione: evitiamo di sprecarle ulteriormente.

Pubblicato su Linkiesta

Le osservazioni del Consiglio di Stato sul decreto dirigenti. E ora?

AAEAAQAAAAAAAAiJAAAAJDdlMTI3OTIyLTU4M2MtNDYwMS1hY2YxLTNlNzc1NzhkMTcwMA.jpg

Era uno dei tasselli mancanti per il definitivo approdo della riforma Madia sui dirigenti pubblici: il parere reso dal Consiglio di Stato sullo schema di decreto legislativo in materia di revisione della disciplina della dirigenza pubblica, pur dando una formale luce verde al governo, pone una lunghissima serie di “condizioni e osservazioni”, financo estendendosi alla legge madre dell’agosto del 2015. I giudici di Palazzo Spada, infatti, nell’offrire un esaustivo excursus su come la dirigenza pubblica sia stata oggetto di numerose riforme nelle ultime decadi, in ben 114 pagine non risparmiano osservazioni critiche alle previsioni del governo, mirando alla concreta fattibilità della riforma.

Il testo, complesso e articolato, merita un’analisi attenta e ponderata dei vari elementi messi in luce. Tuttavia, qualche aspetto generale, utile a stimolare una riflessione condivisa, può essere evidenziato sin d’ora, a partire da una premessa importante. Il Consiglio, infatti, ricorda un’apparente ovvietà riaffermando che politica e burocrazia non sono nemici l’un contro l’altro armati, ma hanno il dovere di collaborare al fine di raggiungere l’obiettivo del pubblico interesse, ognuno nell’ambito delle sue prerogative costituzionali, dato “un modello composito di regolazione dei rapporti tra politica e amministrazione: i dirigenti esercitano le proprie funzioni amministrative in modo imparziale per il perseguimento efficace ed efficiente degli obiettivi che i politici, nell’esercizio dell’attività di indirizzo, pongono in attuazione degli scopi di interesse pubblico definiti dal legislatore […]. La Costituzione delinea una relazione tra organi politici e dirigenziali che si struttura secondo la logica non della separazione o sovrapposizione delle funzioni ma secondo quella della complementarietà e differenziazione funzionale dei compiti. I politici e i dirigenti esercitano un’attività diversa ma coordinata verso risultati comuni”. Repetita iuvant, insomma.

Quali, allora, i punti salienti? Intanto un colpo al mito delle nozze coi fichi secchi. Se “il legislatore delegante e conseguentemente il governo intendono approvare una riforma così radicale con il principio della invarianza di spesa”, dicono i giudici del collegio speciale, si deve segnalare “come tale principio sia uno di quelli in cui più si riscontrano le difficoltà connesse alla fattibilità concreta della riforma. Non è sufficiente prevedere nuove regole di disciplina se poi non si prende in adeguata considerazione la fase di attuazione della riforma stessa e l’impiego di risorse finanziarie e umane che essa può richiedere”. Il sistema di valutazione, poi, pietra angolare di ogni organizzazione moderna: secondo il Consiglio “lo schema di decreto legislativo in esame [è] privo di regole relative a tale sistema, che pure ne dovrebbe costituire parte essenziale”, tanto che “la sua omissione rischia di comprometterne l’attuazione e, quindi, il raggiungimento delle stesse finalità prefissate dallo stesso legislatore”. Non è questione di poco conto, dato che uno dei punti critici dell’impianto di riforma, a detta di molti commentatori, è aver slegato la valutazione del dirigente dal suo mantenimento in servizio, aprendo la strada ad una pericolosa precarizzazione della dirigenza che potrà risentire in modo stringente dell’influenza diretta della sfera politica, con rilevanti ricadute sul principio della imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione.

Non solo: avendo previsto una decadenza dal ruolo unico della dirigenza (leggi: avvio al licenziamento) per il dirigente al quale non venga rinnovato un incarico per mera inerzia del nominante, il Consiglio auspica che “il legislatore delegato potrebbe, nondimeno, anche per evitare possibili declaratorie di incostituzionalità della norma, circondare la previsione da un più forte sistema di garanzie” per il dirigente. In parole povere, quello su cui sindacati e associazioni di dirigenti si sono sgolati per circa due anni, nel mezzo della tempesta mediatica che, quasi come un’epidemia di febbre gialla, ha contagiato parti importanti della stampa, delle televisioni e delle opinioni pubbliche, tutte coalizzate contro i dirigenti pubblici, le cui infinite colpe si riassumevano, sostanzialmente, nel godere dell’inaccettabile privilegio di un lavoro a tempo indeterminato. Non può non rilevare, allora, come i giudici amministrativi ricordino che “nel diritto privato la regolazione del lavoro dirigenziale si fonda su un legame fiduciario tra datore di lavoro e dirigente che fa sì che il relativo rapporto non sia assistito da garanzie di stabilità. Nel diritto pubblico tale regolazione ha avuto una complessa e lunga evoluzione, il cui approdo finale è stata la costruzione di un modello diverso da quello privatistico al fine di assicurare il rispetto [dei] principi costituzionali che presiedono alla differenziazione funzionale tra attività gestionali e politiche”.

Senza entrare in ulteriori dettagli, basti sapere che quasi ogni aspetto del decreto viene investito da una serie di critiche – costruttive, certamente – del Consiglio: funzionamento della Scuola Nazionale di Amministrazione, organizzazione e funzionamento delle commissioni della dirigenza pubblica, mancanza di motivazione in relazione alla scelta di Tizio o Caio, mancanza di adeguata ricognizione delle competenze interne prima di procedere a nominare, con aggravio di spesa, un dirigente in quota esterna, fino a rilevare come manchi “un meccanismo che garantisca che gli organi di indirizzo politico predetermino in modo idoneo e tempestivo gli obiettivi che i dirigenti devono poi concretamente attuare nel rispetto dei principi costituzionali di imparzialità e buon andamento”. Insomma, forse esagerano quei quotidiani che hanno parlato di un decreto smontato pezzo per pezzo da Palazzo Spada, ma una riflessione comune a questo punto si impone. E si impone, credo, una presa d’atto del governo del fatto che le tante osservazioni ricevute – attendiamo ora i pareri delle Camere – sono esattamente nel solco delle proposte avanzate dai sindacati e le associazioni dei dirigenti. Con un solo ed unico scopo: far funzionare la riforma e dare alla dirigenza quegli strumenti per fare di più e fare di meglio, a vantaggio del Paese e dei cittadini, senza inutili e controproducenti difese corporative fini a sé stesse. Non è tardi: porsi in ascolto e adottare quei correttivi che spingano per una modernizzazione della nostra macchina pubblica e che, soprattutto, riportino sul binario giusto la delicata relazione fra politica e dirigenza, in quadro di piena legittimità costituzionale e – non guasta mai – di buon senso, non solo eviterà costosi e infiniti ricorsi giudiziari, ma sarà l’occasione per costruire quelle condizioni per fare sempre più delle nostre amministrazioni una delle leve per far correre di più il Paese. È un gioco in cui vincono tutti: un’occasione da non sprecare.

Pubblicato su Formiche

La Little Bighorn della dirigenza pubblica

9f906df3c1f81f79c44293dcf35fdc90_w450

Aver tutti contro non è una bella sensazione. I giornali e i media, la politica, il mondo dell’impresa e, soprattutto, l’opinione pubblica: la categoria dei dirigenti pubblici non è mai stata così sola, accerchiata neanche fosse il Settimo Cavalleria a Little Bighorn. E come le giacche blu al comando di Custer, ormai condannate, i dirigenti non possono che attendere l’attacco finale, con la prossima, definitiva approvazione del decreto Madia sulla dirigenza. Non ci saranno morti e feriti, per carità. E la messa a regime di un sistema che si profila assai farraginoso richiederà, con tutta probabilità, almeno un anno. Infine, nessuna sorpresa: le tante dichiarazioni dell’allora sindaco di Firenze, fin da quando si apprestava a correre per la segreteria del suo partito, non lasciavano adito a dubbi circa le intenzioni che poi sarebbero state messe in pratica. Tuttavia, vanno messe in conto le possibili conseguenze di questa rivoluzione della disciplina della dirigenza pubblica. Molte voci, pressoché isolate, lo denunciano da mesi: la precarizzazione della dirigenza, risultante dal combinato delle norme del decreto, che cancella il diritto all’incarico contenuto nella contrattazione collettiva, recherà con sé un vulnus mortale al principio costituzionale di imparzialità e buon andamento dell’amministrazione. Le ricadute saranno non tanto in capo ai singoli dirigenti – tutto sommato una sparuta minoranza del cui destino importa assai poco alla stragrande maggioranza degli Italiani – ma ai cittadini stessi, i quali avranno come principali referenti donne e uomini sotto schiaffo, operanti in un perenne Purgatorio in cui l’umore della politica potrà determinarne la salita in cielo o la caduta negli inferi. Il tutto, peraltro, con ridottissimi margini di autonomia.

Diciamolo chiaramente, tuttavia: non che la politica, così come la burocrazia, sia di per sé matrigna cattiva e oppressiva. Tutt’altro. La inevitabile tensione che innerva il rapporto fra le due, ove corretto e ben interpretato da entrambe le parti, è positivo per l’efficacia ed efficienza delle politiche pubbliche e, in definitiva, per sfornare buoni servizi alla cittadinanza. Al contrario, ci troviamo oggi davanti alla risoluzione di un braccio di ferro che rischia di danneggiare tutti indistintamente e che, basato su un dibattito tutto ideologico, ha spazzato via la possibilità di ragionare su come rendere migliore la macchina pubblica. Perché, non dimentichiamolo mai, sarebbe ipocrita e intellettualmente disonesto non riconoscere che le nostre amministrazioni non sono state e non sono il Paese dei Balocchi. Si può poi discutere all’infinito – si è fatto poco e male, purtroppo – di come le tante PA siano diverse fra loro e di quale modello di manager pubblico si voglia e, soprattutto, per quali fini, ma va ribadito in ogni occasione che una pubblica amministrazione esiste per offrire servizi alla collettività che paga le tasse. Non per altro.

La prossima riforma della dirigenza, tuttavia, se il decreto al momento all’esame delle Camere e del Consiglio di Stato sarà approvato nell’attuale formulazione, molto difficilmente contribuirà a questo obiettivo. Nel tentativo dichiarato di mettere la parola fine alla estrema frammentazione di una categoria di servitori dello Stato che, a differenza di prefetti, diplomatici e magistrati, non ha mai saputo farsi corpo, si arriverà alla sua pressoché totale disintegrazione. Investire anni di studio e fatica per vincere un concorso pubblico non porterà che alla mera possibilità di ricevere i galloni da dirigente, concessi e revocati senza legame con l’effettivo operato del Monsù Travet di turno. Tanta fatica per un pugno di mosche, insomma. È, purtroppo, il risultato di una caccia al colpevole dei mali dell’Italia che ha finito per scassare ogni paletto che regolava la pur travagliata vita dei pubblici uffici, mettendo nel cassetto il fondamentale principio secondo cui la continuità dell’azione amministrativa, in un quadro di leale collaborazione fra livello politico e amministrativo, è la chiave per oliare i meccanismi terribilmente complessi – non necessariamente complicati – delle nostre burocrazie. Mettere la dirigenza nel limbo della messa a disposizione al primo schiocco di dita potrà far felici i complottisti e retropensieristi di casa nostra, o coloro che, sulla scorta di un neo pauperismo di maniera, vedono come fumo negli occhi qualsiasi emolumento superiore ai mille euro, ma certamente non darà una mano a ricostruire le fondamenta del Paese, che di una PA che funzioni e di gente in gamba che la faccia marciare ha disperatamente bisogno.

Pubblicato su Formiche

 

Riforma Madia, cosa succederà con la dirigenza a chiamata?

proxy

È arrivato in Parlamento, per il previsto parere, il testo del decreto legislativo in materia di dirigenza approvato lo scorso 25 agosto, fortemente voluto dal governo quale uno dei capisaldi della complessiva riforma della pubblica amministrazione. Se molte sono le voci che si levano a sottolineare le virtù quasi taumaturgiche del decreto, da ultimo Sabino Cassese sul Corriere (parlando addirittura di fine del feudalesimo burocratico), i dubbi non mancano. Lo diamo acquisito per relationem: sono molti gli aspetti, già delineati nella legge delega, che sono di indubbia positività, primo fra tutti l’istituzione dei ruoli unici della dirigenza (Stato, Regioni ed Enti Locali), con lo scopo dichiarato di dar vita ad un corpo di dirigenti della Repubblica, abbattendo gli steccati dei ruoli delle singole amministrazioni. Pur tuttavia, non si può far a meno di evidenziare le criticità nella messa in opera di un tale salutare principio, fra le quali troneggia la voluta precarizzazione della dirigenza, di fatto soggetta da domani – molto più di oggi – all’umore della politica.

Rimandando a quanto già trattato proprio su Formiche.net, un altro aspetto, a questo collegato, merita un approfondimento: si tratta della cosiddetta dirigenza “a chiamata”. Come noto, sono tre le modalità con cui si assumono funzioni dirigenziali: attraverso la selezione del corso-concorso della Scuola Nazionale dell’Amministrazione, dietro concorso riservato a chi già lavora nelle PA e, infine, grazie ad una chiamata diretta da parte della politica (per gli apicali) o di un dirigente generale (per i dirigenti oggi definiti di seconda fascia). La terza fattispecie ha da sempre generato qualche perplessità: se da un lato è in principio corretto ed auspicabile che in una amministrazione pubblica ci si possa avvalere di professionalità di particolare specializzazione, dall’altro l’utilizzo fatto dell’istituto è stato spesso assai spregiudicato, ponendo a carico del pubblico erario il mantenimento di amici e sodali, talvolta persino di qualche trombato da ricollocare. Correttamente, quindi, l’allora Ministro Brunetta aveva introdotto una specifica norma tesa a garantire l’obbligo per il nominante di ricercare in casa propria, prima di poter beneficiare chicchessia senza passare per un concorso, quelle particolari competenze di cui l’amministrazione abbisognasse. Un piccolo argine che, in qualche caso, è servito a limitare abusi e a scoraggiare colpi di mano.

Per essere chiari: sarebbe ingeneroso non riconoscere che non sono mancati dirigenti nominati che hanno dato buona prova di sé, talvolta anche ottima. È, però, intuitivo il confine sottile che occorre avere molta cura nel non attraversare. Desta allora preoccupazione che il decreto di riforma, pur mantenendo l’asticella delle percentuali fissate per la chiamata diretta, cancelli del tutto il principio della previa ricognizione dentro gli uffici: da domani, dunque, una nomina di un esterno prescinderà del tutto dall’indagine circa la presenza in quel tal Ministero o quel tal Comune delle professionalità che si cercano. E non finisce qui. A voler essere maliziosi, potrebbe scorgersi una certa qual connessione con la creazione della nuova figura del “dirigente-precario”, il quale, pur vincitore di concorso, rischia di perdere il posto per il sol fatto di non ricevere un incarico, a prescindere dalla valutazione sul suo operato. Il paradosso che potrebbe crearsi, al netto della dichiarata promozione di valori meritocratici, di mobilità e di valorizzazione del risultato è che, mentre un vincitore di concorso può essere accompagnato alla porta pur avendo ottenuto dei risultati, chi un concorso non l’abbia vinto e sia stato beneficiato di una nomina dall’alto prosegua tranquillamente una carriera che può trascinarsi, rinnovo dopo rinnovo, fra i diversi ruoli, ormai comunicanti.

Anche chi non mastichi di amministrazione potrà concordare su un aspetto quasi banale: se gli alti recinti in cui prima si trovavano quasi isolati i diversi settori pubblici (ministeri, enti pubblici, regioni e comuni) fornivano una ragione in più per rivolgersi all’esterno in cerca di determinate, specifiche professionalità, la creazione di un grande calderone dei dirigenti della Repubblica dovrebbe far venir meno questa esigenza. Diventa, infatti, difficile sostenere che in un bacino di decine di migliaia di professionisti pubblici non si trovi quel profilo o quella competenza. Eppure, a leggere la relazione parlamentare che accompagna il provvedimento, “avendo la delega confermato la volontà di avvalersi di aliquote di dirigenti assunti dall’esterno della pubblica amministrazione, viene meno la necessità di esperire una previa ricognizione tra i dirigenti iscritti nel ruolo unico (in possesso delle competenze richieste per l’incarico) in quanto sarebbe difficoltoso effettuare la predetta ricognizione sull’ampio numero di dirigenti iscritti nel ruolo stesso”. Traduco: poiché sarebbe complicato scartabellare i curricula dei dirigenti in servizio, passo oltre e pesco da fuori. Curioso, visto anche che il decreto prevede meritoriamente la creazione di una banca dati dei dirigenti, così da avere sott’occhio, in qualsiasi momento, la situazione della forza lavoro dirigenziale. Se a pensar male si commette peccato, qualcuno potrebbe azzardare che si possano aprire strade nuove per chi venga nominato dalla politica a scapito di chi, pur essendosi guadagnato il titolo, venga espulso perché scomodo o, semplicemente, per far posto. Chissà se quel qualcuno ci azzeccherebbe pure.

Pubblicato su Formiche

E riforma della dirigenza fu: contenti adesso?

riforma-pubblica-amministrazione-le-news-di-Renzi

Cari concittadini,

negli ultimi due anni, a fronte di una assai bene orchestrata campagna avverso i dirigenti pubblici, non molte sono state le voci che si sono alzate a denunciare i rischi di un’operazione che si annunciava spregiudicata. Con il varo del decreto attuativo dello scorso 25 agosto, quei timori di pochi sono divenuti realtà, con potenziali conseguenze assai nefaste per il funzionamento della macchina pubblica. Non mi affannerò a ripetervi i perché ed i percome di amministrazioni pubbliche che vedono al loro interno segmenti di assoluta eccellenza e aree di grande inefficienza. E neppure mi interessa fare difesa d’ufficio dei dirigenti pubblici i quali, sempre più schiacciati dal principio fare di più con minori risorse, non sono stati capaci, tranne poche salutari eccezioni, di far massa critica e parlare al Paese. Sia però chiaro e messo a verbale: sono stati, pian pianino, demoliti tutti i puntelli di un sistema che, fra molte disfunzionalità, assicurava, tuttavia, un minimo livello di autonomia alla dirigenza, a tutela primaria dell’interesse pubblico.

Il concorso pubblico? Un orpello ottocentesco che garantisce solo i raccomandati. L’autonomia dalla politica? Al diavolo, tanto è già tutto un magna magna. Lo stipendio a fine mese? Lo vadano a raccontare a chi fatica ad arrivare all’ultima settimana. Le competenze necessarie per gestire sistemi complessi? Basta remare contro: velocità, velocità, velocità. E via di questo passo. Un perfetto meccanismo comunicativo, sostenuto con foga da tanti illustri commentatori dei mass media, che è riuscito a spostare l’asse dell’opinione pubblica dai dipendenti pubblici fannulloni (sempre mangiapane a tradimento restano, per carità) al dirigente pubblico inamovibile, straricco e controllore degli umani destini a scapito della politica, vittima delle macchinazioni dei burocrati e immacolata come un giglio. Unta dal Signore, si sarebbe detto qualche anno fa. Al macero l’idea che dirigenza e politica debbano lavorare in un clima di leale cooperazione con regole certe e garantiste. Senza farsi le scarpe. Si è preferito un braccio di ferro che ha fatto leva su esperimenti di neolingua da fare invidia al 1984 Orwelliano. Quella parte di stipendio legata al risultato è diventata, nel lessico comune, premio, come fosse qualcosa di ulteriore invece di una quota della retribuzione. Si è spacciato come dogma l’inamovibilità del dirigente, mentre i ruoli delle amministrazioni hanno da sempre tenuto inchiodati i dirigenti alle loro strutture, salvo rivolgersi al santo di turno. Si sono sbandierati inesistenti stipendi favolosi, ammantando di ipocrita pauperismo l’istigazione all’invidia sociale. Si è denunciata la commistione fra burocrati e politici, ma si sono indeboliti i paletti per le nomine di amici e sodali. Chapeau!

Insomma, si è compiuta la totale destrutturazione del valore della competenza dei tecnici, riuscendo per di più a farlo invocando il merito, l’indipendenza e il risultato. Non nascondiamoci dietro un dito, tuttavia: il passato non è stato rose e fiori. Merito e competenza nel settore pubblico hanno fatto a pugni con lobbysmo sotterraneo e patti scellerati con la politica, esattamente come accade in tanti pezzi della nostra società, dove lo sport preferito è sempre il solito: chiagnere e fottere. Pur tuttavia, a fronte di tanti, troppi problemi, denunciati spesso dalla stessa dirigenza, voi, cari concittadini, avevate la ragionevole aspettativa di essere trattati con la medesima attenzione e giudizio rivolgendovi al dirigente Tizio o al direttore Caio, nel tal ministero o in quel tal ente. Ora si aprono scenari inediti. E sapete perché? Perché il dirigente pubblico, nel fare il proprio dovere e barcamenandosi fra la legge e l’indirizzo politico del vertice di riferimento, poteva sempre farsi forza del posto fisso. Sì, il posto fisso, chiamiamolo così che ci capiamo, voi ed io. E quel posto fisso lo tutelava in caso dovesse opporre dei no sgraditi a qualcuno o dire, senza troppi timori, che quella tale idea era balzana e che era meglio muoversi in altro modo. Certo, il dirigente era licenziabile per una valanga di motivi (Carramba, che sorpresa, eh?) ma poteva fare il suo mestiere con relativa autonomia e dignità. Domani? Sui tecnicismi tornerò. Oggi vi basti sapere che nel prossimo futuro il dirigente dovrà girare col cappello in mano, sotto perenne ricatto di non vedersi confermato e mandato a casa senza relazione alcuna con l’essere stato valutato positivamente o meno. E chi pensate subirà le conseguenze ultime di questa tanto agognata rivoluzione? Ecco, siete contenti adesso?

Pubblicato su Linkiesta