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Patrimoni dei dirigenti pubblici: parla l’ANAC

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Si complicano i giochi per la pubblicazione dei dati patrimoniali dei dirigenti pubblici, che una recente norma, in ossequio ai principi del FOIA (il cosiddetto Freedom of Information Act, in materia di trasparenza), aveva reso obbligatoria, equiparando i grand commis ai politici. Dopo un ricorso al Tar da parte dei dirigenti del Garante della privacy, accolto con sospensiva, e quello di Unadis, il sindacato dei dirigenti pubblici, arriva la Delibera numero 382 del 12 aprile 2017 dell’ANAC. L’Autorità Nazionale Anticorruzione ha sospeso una sua precedente delibera sulla pubblicazione in attesa che la giustizia amministrativa definisca il giudizio nel merito o in attesa di un intervento legislativo chiarificatore da parte del Parlamento. Dopo il fuoco e fiamme di alcuni quotidiani sulla faccia di bronzo dei dirigenti, poco inclini a svelare le loro ricchezze e protettori di ladri e malviventi (ebbene sì, è stato detto anche questo), l’Autorità guidata da Raffaele Cantone, posta la necessità di evitare alle amministrazioni situazioni di incertezza sulla corretta applicazione delle norme, con conseguente significativo contenzioso, nonché disparità di trattamento fra dirigenti appartenenti ad amministrazioni diverse, ha messo un punto ed è andata a capo. Sia chiaro: l’ANAC non interviene sull’obbligo di legge circa la pubblicazione che, in quanto tale, va rispettato e può, ove ritenuto non conforme al quadro costituzionale, essere contestato nelle sedi giudiziarie. Si limita a fare un passo indietro circa le indicazioni operative in precedenza stabilite dato il quadro di incertezza generato da due giudizi in attesa di definizione davanti il giudice amministrativo.

Il punto del contendere è noto: un decreto del 2016, che sarebbe divenuto efficace proprio in questo periodo, stabiliva che venissero resi noti per i dirigenti pubblici, analogamente ai politici, i dati su proprietà immobiliari (case e terreni), beni mobili iscritti in pubblici registri (auto e moto), azioni e quote di partecipazioni a società, estendendo tale obbligo al coniuge e ai parenti entro il secondo grado. Insomma: obbligo di rendere pubblici con pubblicazione sui siti delle amministrazioni non solo i redditi, ma l’intero patrimonio del singolo dirigente e della sua famiglia. Un obbligo, è bene ricordarlo, già in vigore nei rapporti con le amministrazioni di appartenenza, che da anni detengono i dati in parola, disponibili per lo scrutinio delle competenti autorità in caso di bisogno. Non intendo ritornare sul fatto che in molti hanno baldanzosamente portato avanti una distorta concezione di trasparenza, che omaggia l’assunto che il burocrate sia potenzialmente corrotto e che spetti a lui dimostrare come ha avuto quella casa, quella macchina, quel terreno. Va detto, tuttavia, che la pronuncia dell’ANAC è importante perché segna il punto del funzionamento del sistema che, pur con tutti i nodi da risolvere in quanto a semplificazione e speditezza, non può e non deve conformarsi ai processi mediatici e alle condanne in rete. E funziona, aggiungo, a prescindere dalla rabbia dei cittadini, molto spesso più che comprensibile, che viene cavalcata ad arte e con pochi scrupoli da chi agita le acque seguendo le proprie personali agende. La pronuncia dell’Autorità Anticorruzione impone una pausa di riflessione: la cosa pubblica, a dispetto dei tanti Mr. Wolf nostrani, è complessa. A volte complicata, non c’è dubbio. Ma la sua gestione, così come la risoluzione delle controversie, richiedono passaggi codificati, senza crociate, social o meno. Si pronuncerà un giudice sul merito della questione, mentre saranno le amministrazioni a dover valutare come comportarsi nell’attesa del giudizio. O, come auspica l’ANAC, in attesa di un intervento legislativo che, magari, rimetta mano al peccato originale di aver voluto equiparare burocrazia e politica, assecondando la pancia in luogo della testa. Una riflessione di cui, ne sono certo, potranno trarre giovamento un po’ tutti, haters e crociati inclusi.

È lo Stato di Diritto, bellezza.

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Dirigenti pubblici, mariuoli a prescindere

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Ci risiamo, i soliti dirigenti che si nascondono dalla luce dei riflettori e che tramano nelle segrete stanze, stavolta avverso il sacro totem della trasparenza! Dopo la recente pronuncia del TAR del Lazio che ha bloccato la pubblicazione di alcuni dati relativi ai patrimoni dei dirigenti in servizio presso il Garante della Privacy, si levano le critiche contro i burocrati che remano contro e, come tanti piccoli Scrooge, chiudono a chiave le loro privatissime casseforti. Prima di dare inizio ai roghi, proviamo però a fare un po’ d’ordine. Partiamo col ricordare che un decreto del Governo dello scorso anno, nel modificare una norma del 2013 sulla trasparenza totale (il cosiddetto FOIA, Freedom of Information Act), ha aggiunto una serie di notizie che i dirigenti pubblici vengono obbligati a fornire e pubblicare. E’ noto che da anni sono consultabili sui siti istituzionali delle amministrazioni le retribuzioni e gli emolumenti di dirigenti, cosa sacrosanta e in tempi non sospetti caldeggiata dalla Associazione dei dirigenti ex allievi della Scuola Nazionale di Amministrazione. Ora, tuttavia, si chiede che – analogamente ai politici – vengano pubblicati i dati su proprietà immobiliari (case e terreni), beni mobili iscritti in pubblici registri (auto e moto), azioni e quote di partecipazioni a società, estendendo tale obbligo al coniuge e ai parenti entro il secondo grado. Traduco: non ci si limita ai redditi, ma si rende pubblico il patrimonio del singolo dirigente e della sua famiglia. Senza far cenno alla costruzione astrusa della norma, che fa addirittura riferimento alle spese sostenute per la campagna elettorale (operando un richiamo agli eletti senza un minimo di aggiustamenti), e mentre il sindacato Unadis annuncia una battaglia legale avverso questi ulteriori obblighi, partono gli strali contro i mandarini, utilizzando un argomento apparentemente efficace ma, a mio parere, devastante: chi ricopre incarichi pubblici deve far sapere non solo quanto guadagna ma anche a quanto ammonta il proprio patrimonio perché, in caso di possibili arricchimenti non confacenti ai suoi introiti, si potrebbero configurare casi di corruzione. Ebbene, pongo una serie di obiezioni. La prima: il dirigente non è un politico, ha vinto un concorso pubblico ed è sottoposto ad una interminabile lista di controlli di carattere amministrativo, penale, contabile, organizzativo e chi più ne ha più ne metta. La seconda: far passare una tesi del genere significa dare come assunto il fatto che il burocrate è potenzialmente corrotto e che spetti a lui dimostrare come ha avuto quella casa, ottenuto quella macchina, acquistato quel terreno. Mariuoli a prescindere, avrebbe detto qualcuno. E nel Paese in cui la seconda casa e le proprietà familiari sono dei feticci, sembra un vero cortocircuito logico. La terza, infine: è davvero necessario ingolosire eventuali malintenzionati che potrebbero farsi i conti in tasca e pensare a facili e immediati guadagni grazie alla pubblica ostensione dei patrimoni di un cittadino? Aggiungo un elemento, a scanso di equivoci. Le informazioni patrimoniali sui cui si sta scatenando la zuffa sono in realtà già fornite dai dirigenti da anni: periodicamente, infatti, si dà contro dei propri beni mobili ed immobili e tali informazioni vengono custodite dalle amministrazioni in caso di richieste di controlli o verifiche da parte delle competenti autorità. Ora, è ben comprensibile che dare addosso al dirigente pubblico sia ormai uno sport nazionale e che troppo spesso l’utilizzo preventivo della materia grigia sia esercizio faticoso, soprattutto nell’era dei social network. Ma se persino l’ANAC, che dubito essere un covo di pericolosi complottisti, ha espresso in ben due occasioni fortissimi dubbi su una tale estensione degli obblighi informativi, probabilmente qualcosa che non quadra c’è. Se, tuttavia, la scelta è quella di promuovere il consolidamento di una società di guardoni, invocherei, almeno, un equo trattamento. Vogliamo mettere sul piatto i patrimoni dei dirigenti pubblici e delle loro famiglie (e persino dei funzionari incaricati di posizioni organizzative)? Bene. Si faccia allora altrettanto per gli avvocati, i medici, i commercialisti, i parrucchieri, i giornalisti, i bancari e i maghi della finanza, i macellai e i salumieri, gli accademici e i magistrati, gli ambulanti e i palazzinari, i calciatori e gli antiquari. Se lo scopo è quello della prevenzione della corruzione, si sollevi il velo su tutte le componenti della società. Personalmente, il tutto suona un po’ orwelliano, con una visione sinistra delle nostre comunità. Siamo davvero sicuri di volerci incamminare su questa strada?

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Furbetti del cartellino: repetita iuvant

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Il caso rilanciato dai quotidiani sul nugolo di furbetti nell’ospedale napoletano Loreto Mare ha davvero del clamoroso: 94 indagati e 55 arresti con video ripresi dai Carabinieri che lasciano esterrefatti. Poco da dire, se i fatti venissero provati – e a vedere certe immagini si stenta a credere che non lo saranno – costoro vanno perseguiti penalmente per truffa allo Stato. E immediatamente, per i casi conclamati, si avviino i necessari procedimenti disciplinari, indipendentemente dalle decisioni della magistratura. La bella impresa, peraltro, sale agli onori delle cronache lo stesso giorno dell’annuncio del Governo circa l’approvazione, in via preliminare, del decreto di riforma del testo unico del pubblico impiego, che contiene, fra l’altro, l’introduzione di disposizioni in materia di responsabilità disciplinare dei pubblici dipendenti, finalizzate ad accelerare e rendere concreta e certa nei tempi l’azione disciplinare. Insomma, le famose norme contro i furbetti del cartellino. Tempismo perfetto! Su fattacci del genere molto è stato già detto, e mi scuso se ripeterò riflessioni fatte in altre occasioni, ma repetita iuvant (forse). Inutile criticare l’azione del Governo, che pure, come osservato da taluni, potrebbe sul punto presentare alcune pecche in termini di funzionamento ed efficacia concreta. A fronte dei tanti, troppi episodi di malcostume, un intervento dal punto di vista politico si imponeva e si impone, anche a salvaguardia di chi lavora onestamente nelle strutture pubbliche. Tuttavia, due puntualizzazioni appaiono opportune. Ancora una volta, è facile vedere dai filmati che la strisciatura avviene con macchina a muro: non ci sono, dunque, i tornelli. Basterebbe sistemarli agli ingressi ed il gioco è fatto: ad ogni strisciata corrisponde un ingresso ed un’uscita, non si scappa. Il fenomeno crollerebbe a zero o giù di lì. Senza dimenticare che passare il tesserino con registrazione automatica ha anche il significato, in un posto di lavoro sano, di un’autonoma gestione del proprio tempo, in armonia con le esigenze della struttura. Gestire le proprie ore in relazione al risultato serve anche a svecchiare modi di interpretare la PA ormai desueti e polverosi. E proprio qui casca il classico asino: una volta sicuri che non si bari sulla presenza, chi verifica che il dipendente lavori? E magari in modo efficace? Ecco, ancora ed ancora, il tema che resta da sempre sullo sfondo: come riorganizzare il modo di operare delle amministrazioni mentre fuori il mondo del lavoro cambia a velocità impressionanti? Come coniugare il necessario rispetto delle regole burocratiche (servono, signori miei…) con la fluidità dei processi? E, soprattutto, come avere a disposizione risorse umane preparate, motivate, adeguatamente formate per compiti specifici e che, per dirla con un tecnicismo, stiano sul pezzo? Qui siamo in mare aperto: molto ricade sulla dirigenza che, oltre a vestire i panni di un Montalbano ed indagare per i corridoi, deve essere capace – ed in questo capacitata a farlo – ad agire come gestore di donne e uomini che, val la pena ripeterlo, non sono robottini ma persone con inclinazioni, attitudini e proprie modalità relazionali. Naturalmente, per capacitare la dirigenza serve anche un ecosistema capacitante, che parte dalla politica e scende dritto dritto negli uffici. Insomma, premere il classico bottone a monte non assicura un risultato a valle, se non si ficca il naso nella black box che sta nel mezzo. E se in un ospedale, in un Comune o in un qualsiasi ufficio pubblico si verificano episodi di una tale gravità, significa che sono ormai saltati tutti i sistemi di relazioni reciproche, di coesione della struttura, di appartenenza allo Stato. Siamo oltre la truffa e la corruzione: siamo al disfacimento del comune sentire. Un’analisi seria di questi aspetti ancora va messa sul tavolo e rappresenterebbe, questa sì, la riforma epocale della PA che tutti aspettiamo.

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Dirigenti, vil razza dannata

Renzi-Madia

Arrivano le prime indiscrezioni sul prossimo decreto del Governo che, in attuazione della riforma della pubblica amministrazione approvata lo scorso anno, modificherà sensibilmente la disciplina di riferimento per i dirigenti pubblici. I giornali danno in arrivo tagli dello stipendio del 10% l’anno, retrocessione a funzionario semplice, trasferimento, licenziamento. Parliamo di voci di corridoio dei bene informati, naturalmente, dato che del fantasmatico decreto non c’è ancora traccia: i pochi che ne hanno avuto visione giurano che sia per metà costellato di evidenziazioni in giallo, a testimonianza del fatto che la discussione su molti punti è ancora aperta. Attendiamo dunque il testo definitivo per osservazioni più puntuali. Sappiamo, tuttavia, che le novità per la dirigenza sono legate ad un elemento ben preciso, ovvero la cancellazione del diritto all’incarico per il dirigente pubblico. Ergo, se un incarico di direzione di un tal ufficio non viene conferito, il dirigente sarà a rischio di licenziamento. Posto che sul capo del dirigente pesano già oggi responsabilità di diverso tipo, che possono portare al suo licenziamento, resta sullo sfondo una domanda a cui nessuno ha sinora dato una risposta convincente: perché mai al dirigente non dovrebbe essere conferito un incarico?

Diamo per acquisite le innumerevoli – e non di rado fondate – critiche alla dirigenza pubblica di questo Paese: credo, tuttavia, che il principio basilare secondo il quale in qualsiasi organizzazione l’incapace o il pelandrone venga messo alla porta a seguito di apposita ed oggettiva valutazione negativa sia condivisibile dai più. Secondo quel che si annuncia, tale norma di buon senso non varrà però per i dirigenti pubblici dato che l’avvio al licenziamento, sia pure in modo assai graduale, sarà determinato dal semplice fatto di non ricevere un incarico di direzione, a prescindere dalla valutazione negativa del suo operato. In un nuovo quadro di unico calderone in cui confluiscono tutti i dirigenti dello Stato, delle Regioni e dei Comuni, i bandi di accesso agli uffici (i cosiddetti interpelli) saranno finalmente aperti a tutti: bene, bravi, bis. Ma se alla fine della giostra di domande non perverrà un’accettazione, al dirigente rimarrà il classico cerino in mano, incamminandosi sulla strada del licenziamento. Ecco il nodo cruciale che desta le maggiori perplessità: venendo meno il diritto all’incarico, il conferimento dello stesso, che diviene vitale per la carriera del dirigente, potrebbe essere determinato da fattori che nulla hanno a che vedere con la valutazione del suo lavoro. Di conseguenza, come più volte evidenziato, è lecito prevedere una maggiore influenza della politica sulla dirigenza ed il rischio che il dirigente entri, ormai per decreto, nel gioco perverso delle cordate per ottenere una sedia. Comunque la si giri, dirigenti razza dannata.

La macchina che si immagina avrà senza dubbio bisogno di molto tempo per entrare a pieno regime: colpisce, però, che il quadro previsto si nutra della sostanziale sfiducia verso la figura del servitore dello Stato, la cui funzione di garanzia dell’interesse pubblico esce pesantemente depotenziata dalla ipotesi di riforma. Lo scatto, infatti, è di natura culturale: aver superato un concorso pubblico è oggi ritenuto poco più di un orpello, dimenticando che esso, pur al netto delle tante patologie che tutti conosciamo, risponde a precise disposizioni costituzionali a garanzia dei diritti dei cittadini. Il dirigente, dunque, è un nuovo precario. Siamo, di fatto, all’anno zero: un dibattito alto sulla dirigenza non è mai decollato, acquistando una qualche vitalità solo in occasione dei puntuali scandali dei cosiddetti “furbetti del cartellino” e incartandosi sulla inedita fattispecie del “dirigente casellante” degli uffici. Difficile rinvenire tracce dell’ambizione di voler affrontare in modo strategico il tema fondamentale di come rendere questa enorme macchina amministrativa una leva per far correre il Paese a partire dai vertici. Siamo infagottati di tornellismo, ricorrendo troppo spesso alla valutazione solo in un’ottica di repressione e mai di crescita delle persone, legati – buona parte della politica e della stessa burocrazia su questo vanno a braccetto – ad un’idea di amministrazione tutta fordista e lontana anni luce dalle organizzazioni più avanzate. Vedremo se la P.A. sarà in grado di fagocitare anche l’imminente riforma della dirigenza e se, come qualcuno anticipa, fioccheranno i ricorsi di fronte alla Corte Costituzionale. In ogni caso, rischiamo di perdere tempo prezioso. E le lancette corrono veloci.

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Ma i burocrati sognano pecore elettriche?

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Dopo l’approvazione la scorsa estate della cosiddetta “legge Madia”, arrivano i decreti attuativi sulle diverse componenti della riforma. I dirigenti pubblici, in particolare, sono da mesi in trepidante attesa del decreto che cambierà sensibilmente la loro disciplina di riferimento. Aspetti positivi e negativi sulla questione dirigenza e sulla riforma in generale sono ormai noti, sebbene il dibattito sia sostanzialmente rimasto confinato fra gli addetti ai lavori e non sia quasi mai stato oggetto di un vero approfondimento nelle diverse agorà pubbliche: semplificando al massimo possiamo dire che da una parte si sostiene che la riforma modernizzerà la P.A. rendendola più efficiente e meno sclerotizzata, puntando in primis sul rinnovo dei dirigenti, mentre dall’altra si oppone il fatto che la riforma sia in realtà un mosaico di mini-correttivi poco incisivi e che la precarizzazione della dirigenza sia fattore di pericoloso squilibrio nei rapporti fra macchina pubblica e cittadini. C’è un aspetto, tuttavia, da sempre sotto il tappeto, di fatto dimenticato da parlamentari, operatori e stampa, che fa riferimento all’elemento cognitivo e comportamentale.

Spesso gli architetti delle riforme pongono grande attenzione – e correttamente, aggiungo – ai destinatari delle politiche, ovvero i cittadini, trascurando, però, che quelle riforme e quelle politiche non si attueranno magicamente per il solo fatto di averle annunciate o scritte su carta. Esse vanno implementate, fatte vivere e rese operative per produrre effetti. Lasciando da parte il tema scottante del drafting legislativo, ovvero di come vengono scritte le leggi, quel che raramente viene messo in conto è che la fase di messa in opera si regge sulle singole persone che compongono i vari pezzi della macchina pubblica: l’approccio riformistico, invece, si basa immancabilmente sull’assioma tutto razionale per cui se la legge dispone che quegli eventi dovranno realizzarsi, essi si realizzeranno. È il piccolo mondo antico dell’homo juridicucs, per cui la realtà è governata dalla norma ordinante e dalle sanzioni per il suo mancato adempimento. Il resto? Se la sbrighino i burocrati. I quali, naturalmente, ci mettono del loro ad ingarbugliare la matassa, ma che in moltissimi casi si trovano a dover dare applicazione a norme contorte e contraddittorie, sulle quali sono intervenute tante e diverse manine. Il punto, in altre parole, è che nell’immaginario della politica, dell’informazione e della pubblica opinione – ed anche in quello della stessa burocrazia, perché no? – impiegati, funzionari e dirigenti pubblici sono poco più che automi, per i quali sarà sufficiente premere il bottone perché si attivino e agiscano secondo i desiderata espressi ai piani alti.

Non funziona così, o almeno non sempre. E, sia chiaro, non funzionano automaticamente neppure i tanto decantati incentivi economici ai “meritevoli” se gettati in un deserto motivazionale e di perdita di senso dell’appartenenza all’organizzazione. Non casualmente, infatti, è ormai riconosciuto dalla comunità scientifica che il controllo fine a sé stesso non crea un clima comunitario e di condivisione ma, al contrario, disaffezione e disimpegno: se pensiamo alla gestione mediatica del caso dei “furbetti del cartellino”, che sciaguratamente ledono l’immagine e la reputazione di tanti che il loro dovere lo fanno, è facile capire che siamo anni luce dalla comprensione di come gestire certi fenomeni, che vanno impediti con strategie di prevenzione, non solo sanzionati. Un po’ come gli androidi Nexus 6 nel “Blade Runner” di Ridley Scott (“Do androids dream of electric sheep”, il titolo del romanzo di Philip K. Dick da cui venne tratto il film), anche i burocrati hanno emozioni, sentimenti, ambizioni, bisogni motivazionali, simpatie o antipatie, dai quali è non solo inutile, ma dannoso prescindere. Trattare un’organizzazione gigantesca, caotica, multipolare come la pubblica amministrazione come una enorme catena di montaggio di stampo fordista è semplicemente improduttivo, proprio perché la P.A. di riforme ha disperatamente bisogno: anche e soprattutto di riforme organizzative e di gestione delle dinamiche interne. Tuttavia, finché esse verranno scritte con un pregiudizio tutto ideologico, la macchina non potrà che correre col freno tirato. Non dimentichiamo che, a dispetto della vulgata corrente, le amministrazioni pubbliche macinano e macinano parecchio: che accadrebbe se chi ci lavora fosse finalmente considerato come persona e non come un mero replicante?

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Dirigenti pubblici non si nasce

Dopo la buriana mediatica sui furbetti del cartellino, la tempesta sui dirigenti pubblici sembra al momento placata. E, d’altronde, il dibattito sul tema segue un andamento ben preciso: l’elemento scatenante (la dichiarazione del politico di turno o lo scandaletto del momento), la sfuriata sui media e la conseguente indignazione popolare, la quiete in attesa del prossimo casus belli. Insomma, un dibattito serio ed approfondito sui temi della riforma della PA e sul ruolo della dirigenza è ancora di là da venire, inchiodati sui super stipendi di qualche boiardo o sul ruolo da casellanti negli uffici. Eppure una riflessione su cosa si voglia davvero dalla figura del dirigente pubblico è qualcosa che dovrebbe interessare tutti, classe politica, imprenditori e cittadini, visto che a lui o a lei sono legati molti degli snodi fondamentali delle diverse macchine pubbliche italiane. Sforzandosi di toglierci i paraocchi fordisti che ancora oggi ci fanno vedere una amministrazione pubblica che in massima parte non esiste più, tutta timbri e velinari, occorrerebbe porsi qualche domanda su cosa vogliamo che faccia, nella “nuova” PA, il dirigente pubblico.

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Sappiamo, sull’onda del pauperismo che sembra regnare oggi quando di parla di funzioni pubbliche, che il dirigente deve guadagnare poco. Quanto non è dato sapere, naturalmente: tuttavia, dovrà fare sana penitenza e lavorare con fatica (ci trovo una eco biblico del partorire con dolore, in questo). Giustamente poi si tuona contro la dimensione tutta formalistica delle nostre amministrazioni: eppure, un dirigente che non mastichi di diritto amministrativo e di contabilità di Stato manderà il proprio ufficio a gambe all’aria, danneggiando la collettività e rischiando di tasca propria. Deve essere anche un manager, si dice. Ma cosa significa? A rischio di una noiosa ovvietà, va ricordato che un’organizzazione pubblica ed un’impresa lavorano in quadri di riferimento assai diversi, sebbene entrambe debbano essere efficienti, efficaci e, sperabilmente, ispirarsi a criteri di economicità. Diciamo meglio, quindi, che il dirigente deve essere capace di lavorare con una rete di attori, esterni ed interni, terribilmente complicata, fatta di pressioni e richieste da ogni parte, e che le decisioni che deve prendere, che su questa rete si ripercuotono, devono tener conto di due vincoli molto forti: il volere del decisore politico ed i paletti normativi, tanti e complicati. Dovrebbe, inoltre, sapere gestire le persone che fanno squadra con lui: fare il leader, e non solo il capo, anche grazie ad un pizzico di psicologia e, nel caso della PA, senza godere di una leva economica degna di questo nome.

Infine, il dirigente pubblico deve essere flessibile, pronto a cambiare posto e funzione, financo città, ad nutum (il trasferimento avviene, naturalmente, in treno merci, per non pesare esageratamente sulla collettività), avere spiccate doti organizzative, essere social(ma non troppo), parlare fluentemente almeno due lingue ed essere disponibile a lavorare fino a notte tarda, come ha insegnato alla Nazione il recente “caso” della Reggia di Caserta. Essere fedele esecutore del volere del politico di turno ma, al contempo, creativo e suggeritore quanto basta. Ecco, il profilo che esce da questa sommaria esposizione potrebbe identificarsi in un equilibrato mix fra Superman e Rita Levi Montalcini, con spruzzata di francescana santità. Tutto bene, tutto perfetto. La domanda è una sola: come si conta di produrre questa leva di progenie scelta di gestori della cosa pubblica? Perché potrà sembrar strano alle orecchie dei fustigatori nostrani, ma dirigenti non si nasce. Al massimo si diventa. Pur a frugare sotto i cavoli, dubito si trovino manager pubblici in fasce. Sappiamo bene che il concorso tradizionale non aiuta a sfornare, di per sé, buoni dirigenti: eppure la riforma dello scorso anno sembra dare un colpo mortale all’esperienza del reclutamento di giovani dirigenti tramite la Scuola Nazionale dell’Amministrazione e, a voler essere maligni, sembra prospettarsi una evoluzione darwiniana del ceto dirigenziale, per cui la precarietà sarà la regola.

Ecco, tornando per un momento seri, credo serva una visione della nostra macchina pubblica da qui a venti anni, in cui si faccia piazza pulita delle storture che l’hanno inquinata per decenni e si punti sulla formazione, sulla qualità, sull’eccellenza. Sul contare su persone che sanno cosa fare perché reclutate con cura e che comprendano il senso della missione del servire lo Stato: non servono necessariamente dei geni, ma gente normale, che si legga le carte e ragioni con la propria testa. Il voler mandare tutti a casa, il mantra di questi anni, ha ben poca utilità se non si comprende il problema a monte: la qualità costa. Abbiamo tante eccellenze nella nostra PA, che hanno retto le cose nei momenti di tempesta. E abbiamo tante sacche di inefficienza, disillusione, perdita di senso. Recuperare competitività anche grazie al settore pubblico richiede un investimento sul futuro e sui giovani che nella PA vogliono lavorare, razionalizzando e migliorando, ma non demolendo. E’ un gioco da cui non può sfilarsi nessuno: né la politica, né le classi dirigenti di questo Paese. Parlo, in parole povere, di una nuova prospettiva culturale, di cui i cittadini dovrebbero avere piena consapevolezza per poter compiere scelte ponderate. È una prospettiva chiara alla nostra classe politica?

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